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Fondazione Barilla porta in tavola la Doppia piramide

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Barilla presenta una Doppia piramide della salute e del clima, fondata su solide basi scientifiche, in grado di proporre una nuova visione del cibo che guarda alla tradizione culturale e gastronomica in tutto il mondo.

Alla base di questo progetto diete sane e sostenibili in cui gli alimenti da consumare sono suddivisi in base alla frequenza e alle quantità, senza dover rinunciare a nulla. Questo il nuovo modello alimentare presentato da Fondazione Barilla a pochi giorni dalla Giornata mondiale della Terra che si terrà il 22 aprile.

Questa Doppia piramide suddivide gli alimenti della nostra tradizione gastronomica in base al loro impatto sulla salute (guardando all’effetto sulle malattie cardiovascolari) e sul clima (in termini di CO2 emessa per produrre quel dato alimento).

Le 7 doppie piramidi culturali

Ciascuno di noi ha il potere di plasmare il futuro tre volte al giorno, attraverso le nostre scelte alimentari. La Doppia piramide della salute e del clima mostra, infatti, che una dieta varia ed equilibrata può aiutarci ad aumentare longevità e benessere e a ridurre il nostro impatto sul clima, gestendo le frequenze, la varietà e quantità dei cibi ogni giorno, in ogni parte del mondo”, ha dichiarerato Guido Barilla, Presidente della Fondazione Barilla, nel corso dell’evento dal titolo “A One Health Approach to Food: the Double Pyramid connecting Food Culture, Health and Climate”, realizzato da Fondazione Barilla e Food Tank, col patrocinio della Commissione nazionale italiana per l’Unesco.

Fondazione Barilla propone, dunque, di applicare i principi base della Doppia piramide a 7 modelli alimentari di altrettante regioni del mondo, dando vita a 7 Doppie piramidi culturali sperimentali. Sono modelli che, per ogni classe di alimenti, indicano i cibi più adatti a ciascuna cultura gastronomica per sette grandi aree del pianeta: Asia meridionale, Asia orientale, Africa, Mediterraneo, Paesi nordici e Canada, America Latina e Stati Uniti.

Ecco perché, per celebrare la ricchezza e la diversità delle tradizioni alimentari e gastronomiche di tutto il mondo, Fondazione Barilla ha anche stretto una collaborazione con Alma, Scuola internazionale di cucina italiana, che ha coinvolto diverse scuole internazionali di cucina chiamate a tradurre i principi della Doppia piramide e delle 7 Doppie piramidi culturali in ricette specifiche per le diverse aree geografiche identificate.

La dieta mediterranea come premessa fondamentale

La Doppia piramide della salute e del clima parte da una premessa fondamentale, ovvero che la dieta mediterranea, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità, è un modello talmente valido da essere riconosciuto dalla scienza tra i più sani al mondo. E se i principi di una buona alimentazione sono universali, la loro applicazione a tavola cambia tra le varie culture, visto che in ogni parte del mondo ci sono tradizioni altrettanto sane, sostenibili ed eque.

La Doppia piramide della salute e del clima mostra come i cibi che favoriscono la nostra salute – come frutta, verdura e cereali integrali, noci e legumi – sono in genere anche quelli a basso impatto ambientale.

Farne il cardine della nostra dieta, moderando il consumo degli altri alimenti, può generare un cambiamento concreto nel mondo, con benefici importanti per noi e per il clima, in linea col concetto di One Health, che vede la salute umana interconnessa a quella animale e ambientale. Ecco perché la Doppia piramide della salute e del clima si rivolge tanto ai cittadini quanto a decisori politici, istituzioni e chef, mostrando come un’alimentazione sana e sostenibile, in cui nessuna categoria di alimenti resta esclusa, possa favorire la salute delle persone e del Pianeta.

E se la varietà resta uno dei principi cardine della corretta alimentazione, una delle principali novità di questo modello vede la distinzione tra i diversi gruppi alimentari a base di proteine animali. Sia per la salute che per l’ambiente vanno prediletti gli alimenti vegetali, con i legumi come fonti proteiche; e chi non vuole rinunciare a nulla potrà sempre scegliere tra pesce, uova, pollame e latticini rispetto a carni rosse e insaccati il cui consumo dovrebbe rimanere limitato.

Indirizzare le persone e riorientare i sistemi alimentari verso i 17 SDG

Si tratta di un passo necessario per indirizzare le persone, ovunque nel mondo, verso scelte alimentari sane e sostenibili, attente alla biodiversità, alla cultura e alle tradizioni gastronomiche locali. – Ha sottolineato la Fondazione Barilla – Una ‘guida’ indispensabile visto che diete più sane e sostenibili potrebbero ridurre le morti premature almeno del 20% – a fronte di sistemi alimentari che lasciano ancora 690 milioni senza cibo a sufficienza – e le emissioni di gas serra dovute al cibo almeno del 30%.

Inoltre ci sono molti altri benefici, quali la salvaguardia di biodiversità e risorse idriche, la riduzione della povertà, nonché benefici economici (si stima che se i consumi alimentari resteranno invariati, nel 2030 questi ci costeranno all’anno oltre 1300 miliardi di dollari per mortalità e malattie non trasmissibili e oltre 1700 miliardi di dollari per gli effetti del cambiamento climatico – ovvero più della ricchezza prodotta in un anno in Italia)”.

Oggi, nel mondo, una dieta sana costa il 60% in più di una che sia solo nutrizionalmente accettabile e quasi 5 volte più di una sufficiente dal solo punto di vista energetico. Ecco perché per mettere in atto i principi della Doppia piramide, e riorientare i sistemi alimentari verso il raggiungimento dei 17 SDG, Fondazione Barilla ha lanciato 10 raccomandazioni ‘universali’ che mirano a identificare soluzioni vantaggiose sia per la salute umana sia per il pianeta.

Le 10 raccomandazioni “universali”

Includere la sostenibilità e la salute in tutte le policy e in tutti i settori della filiera agroalimentare; stabilire standard comuni su diete sostenibili e indicatori di monitoraggio; promuovere la sostenibilità ricollegandola alle tradizioni, al patrimonio culturale, alla storia culinaria e promuovere norme globali di sicurezza alimentare; creare policy che intervengano sul quadro generale del sistema alimentare per affrontare la totalità dei cambiamenti dietetici e delle loro implicazioni socioeconomiche e ambientali; promuovere policy integrate per l’alimentazione urbana che sostengano le filiere corte, l’agricoltura urbana e i mercati locali.

E ancora: costruire infrastrutture e promuovere la formazione e l’istruzione per sostenere i piccoli agricoltori nella coltivazione sostenibile e nell’accesso ai mercati; adottare politiche di approvvigionamento alimentare che assicurino cibo salubre, nutriente e sostenibile in tutte le istituzioni pubbliche e private; proporre, testare e raffinare principi di sostenibilità nelle linee guida alimentari; ridirigere i sussidi agricoli dagli alimenti base a quelli nutrienti e sostenibili, così da garantire questi ultimi anche ai gruppi più vulnerabili; promuovere scelte alimentari salubri e sostenibili tramite contesti alimentari che le favoriscano, anche tramite pubblicità e marketing.

Sostenibilità: IllyCaffè diventa B Corp

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IllyCaffè diventa la prima azienda italiana del caffè con certificazione assegnata per rispetto alti standard di performance sociale e ambientale

Illycaffè ha intrapreso la strada della sostenibilità tantissimo tempo fa. Essa fa parte del Dna dell’azienda da sempre. Ernesto Illy diceva che quando fai un prodotto di elevata qualità non esiste qualità se questa non è anche sostenibile”. Così Massimiliano Pogliani, amministratore delegato di IllyCaffè, ha raccontato all’Adnkronos il percorso che ha portato l’azienda a ottenere la certificazione B Corp, assegnata alle organizzazioni che s’ impegnano a rispettare i più alti standard di performance sociale e ambientale.

Abbiamo fatto la scelta di intraprendere questo percorso già due anni fa quando abbiamo cominciato ad introdurre nel nostro statuto il  fatto di essere società Benefit. Da lì è cominciato il percorso di certificazione nel quale ogni singolo aspetto non va solo comunicato ma viene poi valutato e misurato, dà luogo ad un punteggio finale che deve raggiungere un minimo per poter accedere alla certificazione B Corp. E’ il coronamento di un cammino che parte dalla storia e dall’heritage dell’azienda”. Dunque, una scelta di continuità.

L’impegno per la sostenibilità fa parte del nostro Dna

L’etica e la sostenibilità sono parte del Dna di Illycaffè che fin  dalla sua creazione si è posta l’obiettivo di migliorare la qualità  della vita delle persone. Nel 2019 ha rafforzato il suo impegno di  stakeholder company, adottando lo status di Società Benefit e  confermando la scelta di continuare a crescere operando in modo sostenibile per le comunità con le quali interagisce, inserendo  l’impegno all’interno del proprio statuto societario.

Essere sostenibili è una scelta che Illycaffè mette in pratica da sempre lungo tutta la filiera, confermando la volontà di crescere  operando in modo responsabile, trasparente e sostenibile per le  comunità con le quali interagisce.

La filiera sostenibile di Illycaffè si basa su un sistema di relazioni dirette con i propri fornitori che  si regge su quattro pilastri fondamentali: selezionare e lavorare  direttamente con i migliori produttori di Arabica; trasferire loro la  conoscenza, formandoli a una produzione di qualità nel rispetto dell’ambiente attraverso l’Università del Caffè e il lavoro quotidiano sul campo con agronomi specializzati; ricompensarli per la qualità  prodotta, pagando loro prezzi superiori a quelli di mercato,  stimolando il miglioramento continuo e rendendo sostenibile la  produzione; creare una comunità di produttori che si incontra virtualmente nella piattaforma a loro dedicata, Circolo Illy.

Sono proprio questi alcuni degli asset principali che hanno motivato il riconoscimento di B Corporation: la catena di fornitura, l’attenzione agli impatti ambientali e la valorizzazione  delle risorse.  “Ogni giorno ci impegniamo a mettere in pratica i nostri valori e  conciliare l’economia con l’etica – ha spiegato Pogliani, – abbiamo intrapreso il percorso  di certificazione B Corp a coronamento del nostro impegno a mantenere  un impatto positivo sulla società e sul nostro pianeta, affiancandoci a quel network di aziende che, come noi, promuovono un modello di  business basato su una strategia orientata alla creazione di valore  sostenibile nel lungo termine”.

Ma come si traduce concretamente questo impegno?

 Per illycaffè operare secondo i più alti standard di performance sociale e ambientale vuol dire avere un comportamento che su tutte le aree dell’azienda tenga ben presente questi aspetti”, ha spiegato Pogliani.

Poniamo Attenzione a tutti i livelli: dalla governance alle persone (condizioni economiche, formazione, qualità della vita, pari opportunità), fino alle politiche di fornitura e logistica. Attraverso azioni concrete come “il supporto alle comunità di produttori, per esempio costruendo o contribuendo alla costruzione di scuole o istituti dove possono lasciare i figli quando c’Ë la raccolta del caffè e dove questi ricevono ospitalità, istruzione e assistenza  medica”.

A livello di ecosostenibilità, l’attenzione è a “come impattiamo in  maniera positiva sull’ambiente: parliamo di efficienza energetica,  riduzione dei rifiuti, gestione attenta e razionale dell’acqua sia  nelle piantagioni che nello stabilimento” fino allo sviluppo di  prodotti che abbiano un ”impatto positivo sui nostro clienti, come le cialde compostabili e le macchine del caffè che riducono il consumo  energetico”.

Sfruttiamo la superficie del tetto del magazzino per il caffè verde con un sistema di pannelli solari per produrre energia elettrica, recuperiamo il calore delle tostatrici per riscaldare l’azienda, tutta l’elettricità che usiamo in illycaffè proviene da fonti rinnovabili. E, nell’alta gastronomia, siamo diventati sponsor insieme alla Guida Michelin della Green Star che viene assegnata ai ristoranti che oltre ad essere di livello si  impegnano dal punto di vista della sostenibilità”.

Una direzione oggi ancora più importante dopo le conseguenze dell’emergenza sanitaria. “La pandemia ci ha ulteriormente dimostrato che l’impegno delle aziende nella sostenibilità non è solo importante ma necessario, bisogna essere sostenibili a tutti i costi. Ogni azienda dovrebbe integrare obiettivi di sostenibilità insieme ai propri obiettivi economici e reddituali perché tutti noi dobbiamo avere un impatto positivo sull’ambiente, abbiamo una responsabilità  sull’ambiente e sulle persone”.

Il Panino Sanizzo di “Mi ‘Ndujo” alla conquista di Roma e dell’Italia

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Avete mai sentito parlare del “Panino Sanizzo“? Si tratta di un panino espresso, riccamente farcito e fatto con ingredienti selezionati, tutti calabresi. In poche parole un panino buono e genuino, nel senso più vero del termine. Dove lo si può provare? Da “Mi ‘ndujo” la prima catena di fast food non industriale e tipicamente regionale, che vuole conquistare l’Italia. A marzo è stato inaugurato il quarto punto vendita a Rione Monti a Roma (in via dei Serpenti), dopo quelli di Valle Aurelia, Ponte Milvio e Piazza Bologna, senza contare i due di Rende (Cs) e quello di Cosenza. Progetto ambizioso, che punta a trasformare un panino, anzi “il paninazzo” in un vero ambasciatore di Calabria.

Il fast food calabrese

Esattamente il 12 novembre 2007, si alzava il sipario del Panino Genuino che nel corso degli anni si è trasformato nel format tutto calabrese di Mi ‘Ndujo. L’idea alla base di questo brand, come ci spiega Eugenio Romano, executive manager di Mi ‘Ndujo: è la voglia di portare nel mercato della ristorazione italiana un prodotto non trattato, non industriale, semplice ed autentico. Inoltre la nostra mission è di riuscire non solo a soddisfare il bisogno del mangiare fuori casa, ma soprattutto rendere quel momento come un vero e proprio momento di conoscenza, esplorazione ed esaltazione del prodotto nostrano, rigorosamente calabrese, che dalla terra arriva in pochi passaggi al consumatore.  In poche parole, il mangiare consapevole e con gusto, poiché in ogni combinazione c’è la sapiente fusione di quelle che da sempre sono le eccellenze della nostra regione”.

Il panino Sanizzo

Dietro, o meglio dire dentro, ogni Panino Sanizzo c’è la filosofia delle nonne calabresi. Come ci spiega Eugenio Romano: “Il panino sanizzo è il prodotto nostrano, genuino, quello lavorato e preparato sapientemente in tutte le case da noi calabresi. Il panino che ci preparavano le nonne e le mamme, che ci hanno abituato a gustare il meglio della tradizione calabrese. E noi vogliamo replicare tutto ciò rievocavando sensazioni, emozioni e gusto ad ogni morso”.

La qualità degli ingredienti

Tutti gli ingredienti sono locali, buoni e saporiti, ma soprattutto non trattati e sani come la farina biologica calabrese, salsiccia e soppressata (ricetta esclusiva Mi’Ndujo), caciocavallo tutto latte, pancetta locale, Cipolla di Tropea IGP, patate silane, ‘Nduja di Spilinga solo per citarne alcuni. E messi insieme nelle varie combinazioni danno vita alla variegata offerta di Mi ‘ndujo. “Per farvi qualche esempio, ci racconta Eugenio, tra i panini più amati abbiamo  il “Mi’Ndujo”  con pane bio appena sfornato, salsiccia Calabrese fresca, ‘nduja di Spilinga, caciocavallo tutto latte, patate novelle con buccia; il “Bisignano Top” che prevede doppio hamburger di carne fresca calabrese, pancetta croccante, caciocavallo silano, cipolla rossa di Tropea I.G.P, maionese; e il “Mi Sbunnu”  con doppio hamburger, uovo, pancetta croccante, caciocavallo, cipolla rossa di Tropea, peperoncino, lattuga, maionese. Tutti panini sono pensati e creati internamente dai noi, oramai specialisti nelle combinazioni più “tipiche” grazie anche alla collaborazione dei nostri fornitori, con sui selezioniamo sempre le migliori materie prime, che arrivano fresche quotidianamente in ogni punto vendita”.

Inoltre come ci tiene a sottolineare Eugenio, ogni panino viene lavorato a vista: “Scherzosamente ci piace chiamarlo “il nostro piccolo show food”, perché fin dall’inizio abbiamo scelto di non avere segreti, lavorando davanti ai clienti in modo che si possa osservare e conoscere ogni passaggio della preparazione del panino che si è scelto”.

L’espansione di Mi ‘Ndujo

Dal 2007 in cui si realizza a Rende il classico “numero zero” di questo format, senza prevederne il successo, ad oggi sono passati tanti anni. Bisogna aspettare il 2019 con il primo grande passo a Roma. Oggi, a distanza di un paio d’anni, nonostante il lockdown e i problemi generati dal Covid, i punti vendita a Roma sono diventati quattro e altri due sono in cantiere. C’è un ambizioso progetto di espansione come ci conferma l’executive manager della catena: “che vedrà coinvolta ancora la città di Roma, e poi stiamo iniziando a pensare ad altre città italiane come Milano, Bologna, Palermo”.  Espansione che è sintomo di ottimismo, oltre che di una offerta ben percepita: “Sì, c’è da dire che nonostante tutto, con quattro punti vendita aperti a singhiozzo nel 2020 abbiamo servito ben  270.000 clienti, un risultato incoraggiante se si consederano le difficoltà affrontate. E questi numeri ci confermano quanto il nostro prodotto venga ricercato e apprezzato”.

“Inoltre – continua Eugenio – durante l’ultimo anno di fermo, oltre a attivare delivery e asporto, il tempo è stato investito in una migliore organizzazione, nello studio di tutti gli aspetti del panino dalla qualità del prodotto fino al servizio e alle location, fino a creare una scuola interna con certificazioni e controlli affinché i dipendenti di Mi ‘ndujo possano rispettare tutti gli elevati standard qualitativi che come azienda ci siamo imposti”.

Impegno e passione

Insomma in questi 14 anni di lavoro e di panini farciti, l’impegno e la passione sono rimasti immutati, forse cresciuti, così come gli obiettivi che tutta la squadra di giovani imprenditori si è imposta: portare in giro per l’Italia una buona dose di Calabria in un format nuovo, ispirato alle tipicità e con un’offerta che si basa su prodotti della filiera corta calabrese, lavorati al momento per differenziarsi nel segmento dei fast food tematici. Un esempio concreto di quel binomio, così abusato, di tradizione e innovazione, che in questo caso si incarna alla perfezione e che grazie alla sperimentazione di abbinamenti cerca di trovare nuovi sapori per un consumatore goloso e sempre più curioso.

La Carta della Sostenibilità di Cameo

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L’Azienda ha pubblicato la Carta della Sostenibilità dove vi sono riportati i 27 progetti che Cameo s’impegna a realizzare

Cibi bilanciati dal punto di vista nutrizionale, zero emissioni di CO2, riduzione degli sprechi alimentari e dei rifiuti in plastica. Sono solo alcuni dei 27 progetti su cui Cameo si impegna in un orizzonte di lungo termine.

L’azienda alimentare specializzata in torte, budini e pizze, presente in Italia da oltre 80 anni e  conosciuta nel resto del mondo come Dr. Oetker, ha dichiarato giovedì, in 40 Paesi, il proprio impegno pubblicando la Carta della Sostenibilità con obiettivi a favore del buon cibo, dell’ambiente e delle persone.

Come azienda alimentare, siamo consci della nostra particolare responsabilità verso le persone e l’ambiente. – ha affermato Alberto de Stasio, Direttore generale di CameoCon l’implementazione della Carta della Sostenibilità, promuoviamo uno stile di vita consapevole per i nostri consumatori, assicuriamo condizioni di lavoro eque e sostenibili lungo l’intera filiera produttiva e, allo stesso tempo, minimizziamo la nostra impronta ambientale. Cameo rimane quindi coerente con la sua natura che si traduce nel realizzare prodotti di qualità per offrire esperienze di gusto sostenibili ai suoi consumatori tramite prodotti adatti ai nuovi stili di vita”.

Our Food, Our World, Our Company

La Carta della Sostenibilità Cameo è stata introdotta ai collaboratori di tutti i 40 Paesi già nel 2020 come frutto di un  lavoro partecipato e integrato. Si articola in 27 progetti tutti  pensati per perseguire gli obiettivi di sostenibilità in essa espressi, strutturati in tre diverse dimensioni: Our Food (il nostro  cibo), Our World (il nostro Pianeta), Our Company (la nostra azienda).

Our Food” esprime l’impegno di offrire ai consumatori la  possibilità di condurre uno stile di vita sano e sostenibile. In quest’ottica, Cameo continua a lavorare per rendere sempre più salutari i suoi prodotti, ottimizzandone i profili nutrizionali, anche attraverso la riduzione di sale, zucchero e grassi fino al 20% entro il 2025, e sviluppandone di nuovi, nella stessa direzione.

Our World” raggruppa tutte le attività attraverso le quali Cameo si impegna per la società e l’ambiente in cui opera. L’azienda ha già raggiunto la neutralità climatica del proprio stabilimento di Desenzano del Garda e si impegna, entro il 2025, a minimizzare ulteriormente la propria impronta ambientale riducendo gli sprechi alimentari del 25% e usando il 100% di materiali riciclabili per gli imballaggi. Ha avviato inoltre una serie di progetti per rendere sostenibile la propria filiera produttiva, sia a livello sociale sia ecologico. Alla certificazione già consolidata del cacao si aggiungerà quella di altre importanti materie prime come la vaniglia, entro il 2023. E, più in generale, entro il 2025 è fissato il raggiungimento dell’ambizioso obiettivo di acquistare materie prime a impatto zero sulla deforestazione.

Our Company” è la dimensione che interessa direttamente tutti i collaboratori di cameo e sostiene progetti che garantiscono l’uguaglianza, promuovono la diversità, confermando una cultura aziendale consolidata nella quale le persone sono poste al centro. L’attenzione che Cameo attribuisce alla sicurezza sul posto di lavoro si traduce in un rigoroso sistema di gestione, certificato ormai da anni secondo gli standard internazionali della norma Iso45001 (già Ohsas 18001).

La Carta della Sostenibilità – ha affermato Federica Ferrari, Executive Manager Corporate Communication Cameo – è la nostra risposta agli sviluppi sociali che pongono al centro questioni come la tutela del clima, il benessere degli animali e la diversità. Le nostre azioni riflettono anche il grande mutamento degli stili di vita dei consumatori per i quali un’alimentazione consapevole e sostenibile sta diventando sempre più importante”.

Ferrarelle e Discovery Italia: in tv la campagna per un mondo a impatto –1

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Ferrarelle è partner esclusivo della nuova campagna targata Discovery for good, finalizzata a sensibilizzare il pubblico sull’importanza del riciclo.

La campagna che si chiama “Dilemmi sul riciclo? addio!” firmata Discovery Creative, la factory creativa interna a Discovery Italia, rinnova il proprio impegno a sensibilizzare il pubblico sull’importanza del riciclo, gesto quotidiano sempre più cruciale, che vede ognuno di noi in prima linea per dare il proprio contributo alla salvaguardia dell’ambiente.

La partnership Ferrarelle e Discovery Italia per un mondo ad impatto – 1 nasce infatti dalla volontà di promuovere la consapevolezza sociale e l’importanza del rispetto verso l’ambiente: un’azione volta a confermare l’impegno in termini di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale di entrambe le realtà.

L’iniziativa e i prossimi appuntamenti

Brevi “video manifesto” raccontano la filosofia di cui Ferrarelle si fa promotrice: raggiungere un mondo a impatto – 1, dove ognuno ricicla più di quello che consuma. La campagna viene trasmessa sui canali Real Time (canale31), NOVE e Food Network (canale 33), con protagonisti alcuni dei più importanti volti di Discovery.

La creatività della campagna vedrà i volti protagonisti dare indicazioni e suggerimenti utili per riciclare correttamente alcuni materiali (plastica e carta), mostrando così ai viewer una serie di pratiche virtuose con l’obiettivo di dissipare tutti i dubbi che possono sorgere quando ci si trova davanti alla raccolta differenziata, invitando tutti a fare la propria parte per ridurre l’inquinamento e proteggere il nostro Pianeta.

Dopo i primi appuntamenti, andati in onda in occasione della Giornata Mondiale del Riciclo e della Giornata Mondiale dell’Acqua, e dopo l’episodio con Damiano Carrara andato in onda in occasione della Giornata Mondiale della Salute (7 aprile), Alessia Mancini e Flavio Montrucchio saranno i volti del “video manifesto” per la Giornata Mondiale della Terra in onda il 22 aprile.

La campagna “Dilemmi sul riciclo? Addio!” proseguirà poi, nei prossimi mesi, con altri appuntamenti, in onda sempre in occasione delle giornate dedicate alla salvaguardia del Pianeta: il 5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente e il 16 ottobre, Giornata Mondiale dell’Alimentazione.

L’impegno di Ferrarelle per il riciclo del PET

L’approccio sostenibile ai consumi è ormai prioritario nella gestione della quotidianità: ma non basta limitare i consumi e le emissioni. Bisogna fare di più, bisogna togliere dall’ambiente più di quanto si immette. E i rifiuti possono essere importanti risorse, se correttamente riciclati.

Ferrarelle è, infatti, la prima azienda italiana del settore alimentare ad aver costruito uno stabilimento apposito per il riciclo del PET, grazie al quale ogni anno sottrae dall’ambiente 20.000 tonnellate di plastica all’anno, il doppio di quanta ne utilizza.

Questa filosofia, di cui Ferrarelle si fa promotrice, vuole spingere le persone a riciclare correttamente la plastica inviando anche gli altri a fare lo stesso.

Vino in lattina: nuovi prodotti e consumi

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Vino e nuove tendenze. Questione di mercato o di moda? Esigenze di consumo o provocazione? Quale di queste è la risposta giusta per definire il vino in lattina, che a quanto pare prende sempre più piede nel mercato internazionale contagiando anche l’Italia, terra di vini intoccabili e di una visione “nobile” del consumo del vino.

Le nuove tendenze

Nel mercato qualcosa si muove ed è innegabile, che piaccia o no anche il vino si piega ad una formula di consumo veloce, leggera e anche ecologica come la lattina. C’è richiesta, seppure ancora piccola nei numeri, da parte di una generazione giovane, che ama consumare il vino anche in situazioni non standard, magari in spiaggia o durante un pic-nic e in quantità limitate. Una generazione anche attenta alla natura, che trova nella lattina l’elemento importante della sostenibilità. L’alluminio, infatti, è riciclabile all’infinito. Non solo: la lattina regala una sensazione di freschezza immediata e il suo contenuto equivale a due bicchieri di vino, per cui si esaurisce senza che la bevanda avanzi. Una soluzione che non altera il vino ed è molto apprezzata, soprattutto dai più giovani, che possono soddisfare il desiderio di un calice senza essere costretti ad aprire una bottiglia.

Il “fascino” della lattina

La lattina rimane però un tema che fa venire l’orticaria a molti produttori, ai sommelier, agli appassionati e ai cultori del nettare di bacco, ma che ci dice tanto su come cambia l’approccio al vino e anche alla sua produzione. Diverse sono le aziende che hanno deciso di sperimentare questa versione più “hip-pop” del vino, dissacrando lo stereotipo della bottiglia, del cavatappi e del calice roteante.

Una vera questione di mercato, una scelta nata da un’analisi che ha stilato il quadro di un nuovo tipo di consumatore  che spesso chiede un prodotto salutare, ecologico ma anche semplice, informale, poco impegnativo. Cambia il consumatore con le sue necessità e di conseguenza il mercato dà ciò che egli cerca, è questa da sempre la logica di mercato.  Un prodotto, dunque, fatto su misura di chi cerca il vino non come momento di meditazione, ma di convivialità, socialità, spensieratezza, che vuole un vino poco impegnativo, per l’appunto, senza necessità di analisi sensoriali o di ritualità obbligate.

Un vino per ogni palato

C’è, dunque, un vino per tutti i palati e per tutti i momenti e anche il vino in lattina trova le sue coordinate, per cui possiamo dire che se il contenitore fa il contenuto in questo caso i grandi vini, quelli intoccabili, non potranno mai finire in lattina. Questo non significa, però, che la lattina implica bassa qualità, ma un prodotto differente

Se poi dobbiamo dirla tutta il vino in lattina nasce proprio in Italia alle fine degli anni ’70 e il permesso, da parte del Ministero, di usare contenitori alternativi è del 1982. Innovazione che colpisce subito i continenti americani e australiani dove c’è un mercato fiorente e proprio qui, negli ultimi anni, il canned wine è cresciuto del ben 47% a discapito del classico vino in bottiglia. Evoluzione dettata anche da ragion logistiche e ambientali.

Il vino in lattina di cantina Zai

Ed è proprio cavalcando questi nuovi trend di mercato, intercettati soprattutto nel Nord America e in alcuni Paesi dell’Europa continentale, che la neonata cantina veronese Zai lancia il suo vino in lattina biologico e vegano. Zai – acronimo che sta per “Zona Altamente Innovativa” – ha lanciato sul mercato una linea di sei vini biologici e vegani in lattina a basso contenuto calorico e una ridotta gradazione alcolica.

Sei referenze, ciascuna legata ad un personaggio e una storia ambientati nel futuro non troppo lontano, per l’esattezza nel 2150, anno che vede l’estinzione del 99% delle specie animali e vegetali, uva compresa, a causa del cambiamento climatico. Tutti i personaggi delle lattine sono protagonisti di un viaggio per risolvere il mistero dell’antica profezia sul vino e salvare il mondo.

Il progetto Zai

Crediamo fermamente che si debba guardare oltre – afferma uno dei soci di Zai, Benoit Frécon – cercando di preservare il mondo che ci ospita. Abbiamo elaborato quindi un nuovo modo di offrire vino restando concentrati su sicurezza, benessere, efficienza, gestione delle risorse e innovazione, valori che sono la spina dorsale della nostra strategia produttiva legata alla sostenibilità”. Ogni storia, dunque, come un fumetto:  “Dr. Corvinus” (100% Corvina Verona Igt), ultimo di una dinastia di sommelier che cerca un modo per produrre il vino senza usare le uve, ormai estinte, ma con esiti poco soddisfacenti. C’è poi “Gamea” (100% Garganega Verona Igt), avventurosa e indipendente, laureata in scienze biologiche che ama la natura e dedica la sua vita alla salvaguardia del Pianeta, “Mr. Bubble” (100% Glera Veneto Igt), un viveur che, usando il suo razzo a forma di lattina, ha battuto ogni record di velocità, guadagnando il nickname di “pilota del millennio”. Poi c’è “Lady Blendy” (Merlot e Cabernet Veneto Igt),  gatta dalla doppia anima specializzata in meccanica e riparazioni che si prende cura degli altri e la notte si trasforma in uno spietato cacciatore di taglie, “PJ White” (100% Pinot Grigio Terre Siciliane Igt), l’anarchico del gruppo, pigro per natura, che passa le sue giornate ascoltando musica, suonando la chitarra e giocando ai videogame, e “Cock Borg” (100% Moscato Veneto Igt), un robot a forma di cavatappi, costruito da un antenato di Dr. Corvinus, il cui mestiere è di assistere i più famosi sommelier della terra.

Mad Bubbles di Mad Wine in Ungheria

Ma questa sfida ambiziosa per il settore enologico è stata colta anche da altri. In Ungheria, Paese in cui la viticoltura sta attraversando un momento di estrema vivacità, il vino in lattina è protagonista già dallo scorso anno sui volantini dei supermercati, per di più miscelato con l’acqua frizzante, come una tipica bevanda tradizionale del luogo chiamata fröccs. Si tratta dei Mad Bubbles di Mad Wine Borászat (6,8% vol.), due prodotti, distinti dal residuo zuccherino: “Dry bubbles” e “Semi-sweet bubbles”.  Il brand ambassador dell’azienda le descrive così: “Le Mad Bubbles, nate dall’assemblaggio delle uve Furmint, Hárslevelű e Sárga muskotály (Moscato Giallo), hanno un contenuto di alcol moderato e vengono prodotte senza additivi o zuccheri aggiunti. Risultano quindi molto più naturali e più sane della maggior parte dei prodotti in lattina che i MIllennials sono abituati a consumare. In sintesi sono bevande estive con le “bollicine”, estremamente rinfrescanti e fruttate, perfette per feste in giardino, picnic, eventi sportivi e concerti”.

La Spettinata de la Cattiva dalla Puglia

In Italia prima di Zai e dei suoi eroi salva vino aveva già fatto capolino due anni fa La Spettinata de La Cattiva (100% trebbiano rifermentato con il suo mosto). Non un esperimento, ma una scelta di mercato ben precisa, studiata sulle dinamiche di un nuovo consumo, già previsto ante-Covid. La stessa cantina, progetto nuovo dal carattere innovativo e irriverente, nato dalla testa di ex birrai nel 2019, lavora con l’obiettivo di ridisegnare un approccio diverso tra il vino e il consumatore, senza perdere di vista il piacere del buon bere e la convivialità che ne deriva, ma con l’intento di trovare una nuova chiave di lettura (o di bevuta), uscendo dai soliti schemi. Filosofia confermata da tutte le etichette nate dalla mano dell’illustratrice Orsola Damiani, che ha trasformato ogni vino in un personaggio dai lineamenti cattivi ovviamente. Anche in questo caso ci troviamo difronte a una lavorazione biologica delle uve e in modo totalmente naturale in cantina: nessun lievito aggiunto, solo fermentazioni spontanee, zero chimica, zero solfiti e nessuna filtrazione. Vini, dunque, puliti che ripropongono in bottiglia e in lattina il risultato di una lavorazione semplice su un frutto gestito in modo sano. Nessun estremismo, ma innovazione e qualità.

Ora bisognerà aspettare e stare a vedere se questa tendenza, sempre più diffusa all’estero riuscirà ad attecchire anche in un Paese “tradizionalista” come l’Italia. Magari ci vorrà tempo, meno preconcetti e una visione in prospettiva sul mercato del futuro o sul futuro del mercato.

Findus adotta 10 “Seabin”: via dal mare 5.000 kg di rifiuti all’anno

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È partita la campagna di Findus con Coop per eliminare i rifiuti dal mare grazie ai cestini “mangia plastica”. L’obiettivo, in collaborazione con LifeGate PlasticLess, è quello di installare centinaia di Seabin in Italia nei prossimi anni

Ogni anno tonnellate di plastica finiscono negli oceani: una recente ricerca della Commonwealth Industrial and Scientific Organization (Csiro) parla di 14,4 milioni di tonnellate di microplastiche sedimentate sui fondali di tutto il mondo.

Reti da pesca, cassette di polistirolo, tappi, bottiglie monouso e così via, che danno vita al fenomeno del marine litter. Solo nel Mediterraneo si stima che siano almeno 250 miliardi i frammenti di plastica al suo interno; nel Tirreno il 95% dei rifiuti galleggianti avvistati, più grandi di venticinque centimetri, sono di plastica, il 41% di questi sono buste e frammenti. Per questo Findus ha deciso di adottare i “Seabin”, cestini mangia plastica, per contrastare il fenomeno.

L’iniziativa e le città coinvolte

L’adozione di questi 10 seabin – ha raccontato Nicola Pasciuto, Marketing Manager Fish & Poultry di Findus – segna un ulteriore passo in avanti nell’ ampio percorso di sostenibilità ambientale intrapreso da Findus. Per noi la salute e la salvaguardia dei mari e degli oceani sono un valore fondamentale, per questo ci impegniamo quotidianamente per preservarli. Adottiamo metodi di pesca sostenibile e di acquacoltura responsabile che minimizzino l’impatto sulla flora e sulla fauna marina e sempre più organizziamo e partecipiamo attivamente ad iniziative come questa, in partnership con Coop, che hanno un impatto positivo sull’ambiente e sul territorio italiano”.

Con la campagna “Un mare di idee per le nostre acque”, ha sottolineato Maura Latini, Ad Coop Italia, “Coop ha intrapreso dal 2019 una importante sfida volta a togliere plastiche e microplastiche dalle acque, coinvolgendo diverse realtà del territorio, dalle istituzioni ai porti, dai soci e consumatori alle cooperative, per creare una vera e propria alleanza volta a combattere l’inquinamento delle nostre acque. Questa alleanza si estende oggi alle aziende come Findus, sottolineando il ruolo di Coop come agente del cambiamento non solo verso i consumatori ma anche nei confronti delle imprese del largo consumo”.

Rimuovere plastiche e microplastiche dai nostri mari, ha spiegato Enea Roveda, Ceo LifeGate, “È fondamentale per preservare l’ecosistema marino, patrimonio di biodiversità e fonte essenziale per la salute del nostro pianeta siamo felici che sempre più aziende vogliano diventare parte attiva del cambiamento e ringraziamo Findus che, in collaborazione con Coop, ci permetterà di togliere in un anno oltre cinque mila chilogrammi di rifiuti dai nostri mari”.

Le città coinvolte sono Varazze, Viareggio, Capraia, Ravenna, Venezia, Cesenatico, Cattolica, Capri, Gaeta e Gallipoli. Findus si occuperà del corretto funzionamento e della manutenzione di questi moderni e tecnologici cestini raccogli-plastica, già installati nelle acque delle città, permettendo la raccolta di circa 5.000 Kg di rifiuti galleggianti dalle acque, incluse plastiche e microplastiche, e che altrimenti rimarrebbero inattivi.

Come funziona Seabin

Il Seabin è in grado di catturare circa 1,5 kg di detriti galleggianti al giorno, ovvero oltre 500 Kg di rifiuti all’anno (a seconda del meteo e dei volumi dei detriti), comprese le microplastiche da 5 a 2 mm di diametro e le microfibre da 0,3 mm, invisibili all’occhio umano.

Il Seabin può inoltre catturare molti rifiuti comuni che finiscono nei mari come i mozziconi di sigaretta, purtroppo anch’essi molto presenti nelle acque. Grazie all’azione spontanea del vento, delle correnti e alla posizione strategica del cestino, i detriti vengono convogliati direttamente all’interno del dispositivo.

I rifiuti vengono catturati nel filtro che può contenere fino a un massimo di 20kg mentre l’acqua scorre attraverso la pompa e torna in mare; quando il filtro è pieno, viene svuotato e pulito. Può funzionare 24 ore al giorno quindi è in grado di rimuovere molta più spazzatura di una persona dotata di una rete per la raccolta. Il dispositivo risulta straordinariamente efficace in aree come i porti, darsene e anse fluviali poiché sono naturali punti di accumulo, in cui convergono la maggior parte dei rifiuti in mare.

Il percorso di Findus verso la sostenibilità

L’attenzione alla sostenibilità e l’impegno per avere materie prime approvvigionate in modo sostenibile fanno parte di un percorso che Findus porta avanti da tempo in tutti i campi, agricolo e ittico.

Nel 2018, infatti, l’azienda ha aderito a Sai (Sustainable Agricolture Initiative), l’organizzazione più autorevole a livello internazionale in materia di agricoltura sostenibile, con oltre 90 membri in tutto il mondo. A partire dal 2019, Findus ha iniziato a far verificare da ente terzo la sostenibilità del 90% dei volumi totali di vegetali utilizzando lo standard di sostenibilità Fsa (Farm Sustainability Assessment). L’impegno è quello di raggiungere il 100% di vegetali da agricoltura sostenibile entro il 2025.

Ma il primato si conferma anche nella sostenibilità ittica: oltre al continuo impegno dimostrato nell’ottenimento del marchio blu di pesca sostenibile Msc (Marine Stewardship Council), Findus si sta ora impegnando anche a promuovere pratiche di allevamento ittico virtuose, garantite dal marchio verde di acquacoltura responsabile Asc (Aquaculture Stewardship Council).

Infatti, con la certificazione di Salmone, Orata e Branzino come Asc, oltre il 95% della produzione complessiva di pesce Findus è oggi certificato Msc e Asc, con l’obiettivo di arrivare al 100% entro il 2025.

Il Turismo enogastronomico è eclettico

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Con l’arrivo della primavera e delle belle giornate si comincia a pensare alle vacanze, la voglia di viaggiare e spostarsi scalpita letteralmente dopo oltre un anno di restrizioni dovute alla pandemia. Già per la scorsa estate si erano ipotizzati alcuni scenari legati a un turismo locale, a contatto con la natura, lento e alla scoperta di quei luoghi che spesso la vicinanza non ci faceva considerare.

Le tendenze per i mesi primaverili ed estivi, Covid-19 permettendo, riconfermano molte delle modalità prese in considerazione da turisti e operatori lo scorso anno. Alla base c’è un’esperienza pregressa, anche di partenze e contagi annunciati, che ci auguriamo si possano evitare anche a fronte della campagna di vaccinazione. Ma fin quando l’immunità di gregge non ci farà tirare un sospiro di sollievo il turismo di prossimità e la natura sono le due formule più sicure in attesa di tornare alla normalità tanto agognata.

Le indagini sul turismo 2021

Secondo l’Osservatorio di Bit – Borsa Internazionale del Turismo, si prevede infatti anche per il 2021 una conferma del turismo di prossimità, in particolare in versione open-air e nella natura. Un turismo che sposa il concetto di lentezza, ma che ricerca allo stesso tempo luoghi unici e originali, qualche coccola e sicuramente i sapori del territorio. L’enogastronomia resterà quindi un potente motivatore che troverà nelle strade del vino e dell’olio, e nei distretti dei prodotti DOP, dei potenziali attrattori.

Secondo un’indagine condotta da TripAdvisor, il 21% dei viaggiatori italiani prevede di rimanere vicino a casa, il 16% di raggiungere destinazioni che distano non più di 90 minuti dalla propria residenza e ben un terzo, il 33%, poco sopra i 90 minuti. Le mete più gettonate sono le destinazioni di montagna, i piccoli borghi dell’appennino, luoghi in cui sarà possibile scoprire, degustare, camminare.

Bisognerà fare i conti con i budget, i desideri e i gusti dei nostri turisti. L’emergenza Covid ha sicuramente inciso sulle capacità di spesa della classe media, la nuova stagione turistica dovrà saper combinare le cosiddette esperienze uniche con i limiti di budget. Ecco che si andrà a rafforzare, la tendenza già in atto da alcuni anni, di luoghi e momenti di lusso da vivere “once in a lifetime”.  E su questo versante dovranno essere bravi e fantasiosi gli operator del settore accoglienza, e anche della ristorazione di charme, nella definizione di offerte invitanti e poi facilmente approcciabili dal punto di vista delle prescrizioni.

Turismo eclettico

Dalle indagini condotte si delinea il quadro di un turista sempre più eclettico, soprattutto quando si parla del turista enogastronomico, che dallo studio condotto da Roberta Garibaldi docente di Tourism Management e  presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico e autrice del Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano – pare sia un turista sempre alla ricerca della varietà, che tende ad allontanarsi dalle proposte tradizionali di degustazione e ricercare molteplici declinazioni seguendo i propri gusti e interessi.

Circa il 50% degli appassionati di viaggi enogastronomici sono ‘onnivori’: durante la propria vacanza vogliono vivere un insieme variegato di esperienze arricchenti e l’enogastronomia, già di per sé multisensoriale, emozionale e culturale” afferma Roberta Garibaldi.

Dal ritratto che Roberta Garibaldi fa del nuovo turista enogastronomico dovrebbe far riflettere ed essere da stimolo per le destinazioni al fine di ampliare e arricchire l’offerta, diversificandola e integrandola. Soprattutto in un momento come quello attuale, dove c’è effettivamente bisogno di una pianificazione strategica che può dare un vantaggio sul mercato.

Turisti italiani e stranieri

Ecletticità internazionale e non solo italiana da quello che risulta dagli studi condotti dalla Garibaldi. La varietà dei luoghi e delle esperienze enogastronomiche è una tendenza molto diffusa tra i viaggiatori di Canada, Stati Uniti, Messico, Cina e Regno Unito e poi trasversale alle generazioni, con il 53% dei Boomers, il 45% della Generazione X, il 38% dei Millennials e il 37% della Generazione Z, sia ai generi con il 42% delle donne e il 41% degli uomini.

Sono ben l’85% degli italiani che si dichiarano eclettici, dichiarando di aver partecipato a cinque o più esperienze, e come sottolinea Roberta Garibaldi: “gli italiani dimostrano un forte desiderio di scoprire e sperimentare l’enogastronomia locale in tutte le sue sfaccettature. Fra le proposte più popolari figurano, oltre al gustare prodotti tipici, visitare un mercato e il recarsi presso bar e ristoranti storici. Grande interesse suscitano anche le esperienze di visita ai luoghi di produzione, soprattutto nelle aziende agricole e nelle cantine. Meno gettonata la cucina etnica, ma questo è anche dovuto al fatto che il turismo enogastronomico degli Italiani è principalmente domestico e la ricchezza e varietà del panorama enogastronomico regionale è tale da mettere in secondo piano il desiderio di cucine straniere”.

“Il turista non ricerca varietà nelle sole proposte, ma anche nella cucina – continua la nostra esperta. Quasi 7 turisti su 10 desidererebbero provare piatti di tradizioni culinarie differenti anche se la destinazione è rinomata per una in particolare. Ciò non significa mettere in secondo piano le specialità del luogo, che sono un forte attrattore della zona, ma che i turisti amano esperienze di ogni tipo. Il 48%, ad esempio, di coloro che hanno acquistato cibo presso un food truck ha anche mangiato in ristoranti gourmet e viceversa. Questa forma di eclettismo si traduce, inoltre, nel desiderio di abbinare altre attività alle esperienze enogastronomiche, come attività culturali e ludiche e lo shopping”.

Una tendenza che prosegue

L’aspetto più interessante è che questa tendenza all’eclettismo e alla ricerca di una pluralità di esperienze si è innescato tra il 2020 e il 2021, proprio come risposta al Covid e alle sue limitazioni. Eclettismo che deriva da uno stop ai viaggi e a una revisione del “fare turismo”, un turismo che limitato nei suoi spostamenti deve trovare modalità diverse di essere vissuto. Lo abbiamo vissuto lo scorso anno come ci fa notare Roberta Garibaldi: “Nel corso del 2020 il turismo enogastronomico ha saputo mantenere la sua capacità attrattiva, il desiderio di scoprire il cibo e la cucina locale è andata rafforzandosi. Già durante il lockdown primaverile era cresciuta la quota di tempo dedicata dagli Italiani alla fruizione online di contenuti legati al cibo, specialmente tra i Millennials e la Generazione X, così come il loro desiderio di compiere un viaggio all’aria aperta e di vivere esperienze enogastronomiche alla riapertura dei confini regionali.  Questa propensione si è poi tradotta effettivamente nella ricerca e nella fruizione di proposte tematiche nel corso della stagione estiva”.

Il consiglio per il settore

Questo ci fa sperare e credere in una crescita per questa nuova stagione turistica, ma anche per il futuro post pandemia. Una raccomandazione va fatta: “Il momento è importante per investire sul turismo enogastronomico, poiché può rappresentare una leva per la ripartenza anche sul mercato domestico”, afferma Roberta Garibaldi. “Sarà fondamentale per le destinazioni sviluppare una nuova progettualità, favorendo l’innovazione, la digitalizzazione, la diversificazione e l’orientamento alla sostenibilità del comparto”.

L’Almanacco Gastronomico di Aprile

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Ogni giorno, in Italia e nel Mondo, si festeggia il cibo: dai semplici ingredienti alle ricette, più o meno tradizionali, quotidianamente si celebra un “National Day“. Una alternanza di prodotti tipici, di piatti divenuti famosi, di preparazioni che caratterizzano i pranzi in famiglia, le domeniche a casa o i giorni di festa. Ma anche sapori iconici della colazione, della merenda, di un particolare angolo del pianeta, senza dimenticare novità e junk food. Roberto Mirandola, appassionato e preparato conoscitore del mondo del cibo, ha raccolto tutte le ricorrenze del mese di Aprile, una sorta di Almanacco Gastronomico riassunto in due tabelle, una relativa all’Italia ed una internazionale (qui i calendari relativi a mesi di settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio e febbraio e marzo).

ALMANACCO GASTRONOMICO ITALIANO di APRILE

1 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL PESCE AL FORNO
2 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL QUINTO QUARTO
3 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA TORTA MARGHERITA
4 APRILE

Pasqua

GIORNATA NAZIONALE DELLA COLOMBA
5 APRILE

Lunedì dell’Angelo

GIORNATA NAZIONALE DELLA TORTA PASQUALINA
6 APRILE GIORNATA MONDIALE DELLA CARBONARA

GIORNATA NAZIONALE DEL BÔNET

7 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL CIOCCOLATO DI MODICA
8 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA TORTA DONIZETTI
9 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA VIGNAROLA
10 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL GIANDUIOTTO
11 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEGLI ASPARAGI
12 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEGLI SPÄTZLE
13 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL SALAME DI CIOCCOLATO
14 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA PIZZA BIANCA ROMANA
15 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEGLI SPAGHETTI ALLA GENNARO

(in occasione dell’anniversario della morte di Totò)

16 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA PUCCIA SALENTINA
17 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELL’ESPRESSO
18 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL POLLO ALLA CACCIATORA
19 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA PASTIERA NAPOLETANA
20 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL RISOTTO ALLA PARMIGIANA
21 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEI GRISSINI
22 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEI WÜRSTEL CON CRAUTI
23 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLE PUNTARELLE CON LE ALICI
24 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEI KRAPFEN E DEI BOMBOLONI
25 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL PICNIC E DELLE SCAMPAGNATE
26 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEGLI SFORMATI DI VERDURE
27 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELL’ERBAZZONE
28 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL CANNOLO SICILIANO
29 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEI DOLCI DEL CONVENTO
30 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA PASIMATA D’ORO

ALMANACCO GASTRONOMICO INTERNAZIONALE di APRILE

1 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL SOURDOUGH BREAD (USA) (UK)

letteralmente ‘pane naturale’

2 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL PEANUT BUTTER AND JELLY (USA)

corrisponderebbe a un’ipotetica ‘Giornata nazionale del pane, burro e marmellata’ italiana. In Nord America è un panino / sandwich super classico preparato con pane tipo pan carré e, appunto, burro di arachidi e confettura di lamponi

3 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA MOUSSE AL CIOCCOLATO (USA)
4 APRILE GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA CAROTA

GIORNATA NAZIONALE DEL CORDON BLEU (FRA)

5 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL CARAMELLO (USA)
6 APRILE GIORNATA MONDIALE DELLA CARBONARA

GIORNATA NAZIONALE DEI POP CORN GUARNITI CON CARAMELLO (USA)

7 APRILE GIORNATA DELLA TORTA AL CAFFÈ (USA)
8 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLE EMPANADA (USA)

fagottini di pasta di origine spagnola, ma diffusi anche in Sud America, variamente ripieni (pollo, manzo, verdure). Ricordano i patties giamaicani

GIORNATA NAZIONALE DEL LATTE IN BOTTIGLIA DI VETRO (USA)

9 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEI CHINESE ALMOND COOKIES (USA)

biscotti di origine cinese preparati con un impasto a base di fagioli verdi detti ‘mung beans’, burro, zucchero, acqua e guarniti con una mandorla

10 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL CINNAMON CRESCENT (USA)

letteralmente: ‘mezzaluna alla cannella’. Sorta di brioche / cornetto ripieno con cannella

11 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA FONDUTA (AL FORMAGGIO) (USA)
12 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA LIQUIRIZIA (USA)
13 APRILE GIORNATA DELLA PEACH COBBLER (USA)

torta ripiena di pesce a pezzi, vagamente somigliante alla più celebre apple pie

14 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLE NOCI PECAN (USA)
15 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL GLAZED SPIRAL HAM (USA)

corrisponde al nostro prosciutto al forno

16 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLE UOVA ALLA BENEDICT (USA)

GIORNATA MONDIALE DEL TRIFLE

dolce di origine inglese, rappresenta l’antesignano della nostra zuppa inglese

17 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLE CHEESE BALLS (USA)

letteralmente: palline di formaggio (fritte)

18 APRILE GIORNATA DEGLI ANIMAL CRACKERS (USA)

biscotti di origine inglese a forma di animali, solitamente: giraffa, tigre, cammello, canguro, pecora, gorilla, puma, rinoceronte, scimmia, elefante, ippopotamo, foca e orso

19 APRILE GIORNATA DELL’AGLIO (USA)

GIORNATA NAZIONALE DELL’AMARETTO (USA)

all’estero questo termine è associato al celebre liquore italiano

20 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL PINEAPPLE UPSIDE DOWN CAKE (USA)

letteralmente: ‘torta di ananas rovesciata’

21 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEL TÈ (UK)
22 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLE JELLY BEAN (USA)

caramelle di gelatina a forma di piccolo fagiolo

disponibili in 50 gusti ed altrettanti colori diversi

23 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA BIRRA TEDESCA (GER)

GIORNATA NAZIONALE DEL PICNIC (USA)

GIORNATA NAZIONALE DELLA CHEESECAKE ALLE CILIEGIE (USA)

24 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEI PIGS IN A BLANKET (USA)

letteralmente: ‘maiali (avvolti) nella coperta’.

Si tratta di salsiccette parzialmente avvolte da pasta sfoglia.

25 APRILE GIORNATA DELLO ZUCCHINI BREAD (USA)

letteralmente: ‘pane alle zucchine’. Sorta di plum-cake salato farcito alle zucchine

26 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEI PRETZEL (USA)

tipologia di pane di origine teutonica, principalmente tedesca,

dalla tipica forma ad anello con le due estremità annodate

27 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA PRIME RIB (USA)

corrisponde alla nostra costata di manzo

28 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELLA CROSTATA DI MIRTILLI (USA)
29 APRILE GIORNATA NAZIONALE DEGLI SCAMPI (USA)
30 APRILE GIORNATA NAZIONALE DELL’UVA PASSA (USA)
Cavalletti

Cavalletti: 70 anni e una nuova apertura

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Settant’anni e non sentirli: li festeggia la pasticceria Cavalletti, che dal 1951 sforna la sua iconica Millefoglie nella sua golosa versione con tre piani farciti alla crema chantilly aromatizzata al Marsala. Un’eccellenza tutta romana che, appena un anno fa, rischiava di rimanere strozzata nella morsa della pandemia e che invece grazie a una virtuosa operazione di salvataggio messa a segno da Christian Delle Fave – imprenditore veterano del comparto food che ne ha preso in mano le redini – si prepara a inaugurare una nuova “epoca Cavalletti”, in perfetto equilibrio fra rispetto della tradizione e visione contemporanea dell’arte pasticcera.

Il nuovo corso di Cavalletti

Non potevo lasciare che la città perdesse una delle sue pasticcerie più iconiche – commenta Delle Fave – Cavalletti è un autentico orgoglio di Roma. Per questo, quando sono subentrato alla sua gestione, ho voluto che nella casa madre di via Nemorense tutto rimanesse invariato: dal pastry chef Valter Luzi, che da 25 anni ne guida la cucina, fino al lungobanco-vetrina che domina lo store. L’eccellenza non si cambia. Eppure, allo stesso tempo, salvare il prestigioso tempio dei golosi non poteva rappresentare il solo traguardo di questa operazione. Ma sentivo che doveva essere il punto di partenza di una rinascita capace di traghettare l’inestimabile knowhow del marchio fuori dal quartiere Trieste verso un futuro tra avanguardia e stile metropolitano”.

Una boutique di lusso

È in questa prospettiva lungimirante che ha preso vita il progetto di uno store Cavalletti in versione boutique di lusso: un luogo immerso nel design di ultima generazione, tra materiali pregiati e soluzioni ad alta tecnologia. Una sorta di gioielleria del gusto, avvolta nelle sfumature del blu (storico colore aziendale), dove al posto di diamanti e collier spuntano in vetrina il Millefoglie e le altre specialità della casa. Aprirà al pubblico, appena possibile, in via di Vigna Stelluti, proprio nell’anno in cui Cavalletti celebra il settantesimo anniversario della fondazione.

Cavalletti

Le nuove proposte

Alla sua direzione Simone Braghetta, che per questo nuovo corso della storica pasticceria ha messo a punto una proposta gastronomica in cui recupera la grande tradizione del passato, modulandola senza forzature sui gusti e le abitudini dell’ultimo millennio. Dai cassetti dell’elegante bancone refrigerato al centro dello shop si può scegliere tra i soffici babà, le torte sacher, pastiere napoletane o cassate siciliane, poi il celebre tiramisù senza mascarpone di Cavalletti, torroni, croccanti, Mont Blanc e i dolci tipici romaneschi come pangiallo, castagnaccio e panpepato.

Lo storico Millefoglie

Protagonista sarà la collezione di baby Millefoglie declinati in decine di forme e varianti diverse: oltre all’originale, ci sono quelle alle fragoline di bosco, alla crema pasticcera, al pistacchio, cioccolato, gianduia o con i marron glacé. Il tutto impreziosito dalla consueta attenzione per le materie prime, con una scelta privilegiata dei prodotti d’eccellenza regionali e nazionali. Come le fragole trentine di Sant’Orsola, a filiera corta, controllata e completamente tracciabile dalla pianta alla tavola. O come la pasta di mandorla di Ricciarelli, o le marmellate e le confetture di Santa Maria del Cedro.

Qualità, creatività e innovazione sono i cardini di questa operazione – dice Braghetta – La pasticceria di via Nemorense e quella di Vigna Stelluti hanno stesse radici ma identità diverse, condividono un’appassionata cura per la qualità ma scelgono stili differenti. Rappresentano le due facce di Cavalletti, l’una ne racchiude la storia e l’altra ne traccia il futuro”.

INFO:

Cavalletti “Il Millefoglie”
Via di Vigna Stelluti, 204
Aperto tutti i giorni dalle ore 9:00 alle ore 20.00
Tel. 06 93572260 – 0693572261

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