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Con.tro: alla (ri)scoperta della colazione

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La colazione è un un momento irrinunciabile e da vivere con ritualità, la prima coccola della giornata a cui gli italiani non rinunciano. Da soli o in compagnia, i cosiddetti coffe lovers  da un osservatorio promosso Nescafé, sono tanti e confermano quanto questo momento sia indispensabile per “partire con il piede giusto”. Niente caffè frettolosi, dunque, a casa o al bar, ma almeno 30 minuti da dedicare a sé stessi, ricchi di bontà e, perché no, anche di salute. Fanatici del wellness, golosi o amanti della colazione salata l’importante è scegliere il proprio stile e adottarlo anche fuori casa. E le colazioni fuori in questo periodo, con bar, ristoranti e bistrot in chiusura alle 18, stanno diventando sempre più protagoniste della vita gastronomica di ogni città.

Il momento della colazione

Colazione solitamente è sinonimo di casa, dedicata a pianificare mentalmente la giornata, a leggere un giornale o consultare i social e le e-mail. Un modo per riconnettersi gradualmente con il mondo prima di immergersi nella routine della nuova giornata. C’è chi punta la sveglia prima del dovuto proprio per allungare questo rito e goderselo un po’ di più, non accontentandosi solo di un caffè, ma abbinando una tazza fumante di latte con lievitati di vario genere o biscotti da inzuppare, ma anche frutta, yogurt e cereali per i più wellness. Le cose cambiano nel weekend, quando siamo tutti più rilassati e senza il ticchettio dell’orologio possiamo goderci le golosità della mattina, soprattutto fuori casa, dove scatta la seconda colazione o il brunch.

Cosa succede dopo le restrizioni del dpcm del 24 ottobre

La chiusura del servizio di ristorazione e caffetteria alle 18, si sa, ha annullato la possibilità dell’aperitivo e delle cene fuori e di conseguenza – e anche in modo molte veloce – ristoranti e bar si sono riadattati proponendo dalla colazione alla merenda. I protagonisti del settore, tra l’obbligo e la sfida, rivalutano il rito della colazione e la fascia mattutina diventa protagonista al 100%. E se prima era un discorso generalizzato, valido per tante metropoli e tutte le regioni, ora la nuova tendenza si concentra nelle regioni “gialle” e la Capitale si schiera in prima linea.

Il Covid e le sue restrizioni ci hanno rallentato e ci regalano (pare brutto dirlo, ma in fondo è così) la lentezza adatta a gustare una piacevole colazione, che non è più un caffè volante nel bar sotto casa o vicino  all’ufficio, ma diventa una parentesi da ricercare nel quartiere o in zone più lontane da casa. E i clienti hanno una gran bella scelta in questi giorni, visto che pasticceri e ristoratori sanno prenderli veramente per la gola con un’offerta sostanziosa, non solo in quantità, ma soprattutto in qualità. Assistiamo ad un utilizzo a 360 gradi del laboratorio interno, ad una riscoperta dei lievitati “fatti in casa”, dei prodotti da forno semplici e profumati, dei sapori nuovi, delle miscele, dei frullati, dei sapori internazionali. Che sia colazione o brunch vale la pena stilare la lista dei posti che incuriosiscono e ingolosiscono di più e provarli.

La nostra colazione da CON.TRO Contemporary Bistrot

Tra i protagonisti di questa nuova dimensione c’è  CON.TRO Contemporary Bistrot, nuova insegna nel quartiere di Monte Mario (Via dell’Acquedotto del Peschiera), nato come formula all day long, che continua a mantenere combinando colazione, pranzo, un aperitivo anticipato con formula cicchetteria con lo special menu dello chef Daniel Celso per la cena in versione da asporto.

Un passaggio obbligato quello della colazione qui al Con.Tro, considerata anche la lunga carriera nel settore della caffetteria dei due soci Marco Tosti e Francesco Matteucci. Una scelta fatta fin dall’inizio che in questi giorni si è confermata e consolidata ancora di più sia dalla richiesta degli abitanti del quartiere, conquistati in poco tempo, sia dalla curiosità dei food lovers romani. La formula proposta dal bistrot di Monte Mario gioca tra il tocco creativo dello chef Daniel Celso, con una proposta che va al di là di ogni aspettativa.

La versione “breakfast” segue la filosofia “home made” e “naturale”: no semilavorati, no aromi chimici e no coloranti, ma lavorazioni accurate con ingredienti di qualità selezionati. Solo farine italiane, anche integrali, per i prodotti da forno e i lievitati, cornetti e saccottini con burro belga e lunghe lievitazioni, confetture 130% di frutta, cioccolato di alta qualità, frutta di stagione e poi tanta fantasia.

La proposta per la colazione

Ogni assaggio ha trovato conferma nelle papille gustative, senza essere stucchevole o pesante al palato o allo stomaco.  Cornetti sfogliati, alti, ben lievitati, profumati di burro e sofficissimi in bocca; ripieni di pezzi di cioccolato, colorati con ingredienti tutti naturali, un brownies al cioccolato che è stato un viaggio intenso; una crostata con frolla friabile e uno strato consistente di marmellata alle fragole, un plumcake semplice, perfetto, profumato e ideale per l’inzuppo  e la torta di mele, diversa dal solito, con le mele macerate nel rum sottovuoto per qualche giorno, ottima con il te o una buona cioccolata all’ora di merenda, e poi c’è anche lui il principe romano, il maritozzo. Ai vari caffè e cappuccino, è possibile aggiungere spremute, centrifughe, frullati e smoothies preparati al momento, bevande coloratissime a base di frutta e verdura di stagione.

Inoltre, merita un’attenzione particolare la carta dei tè e delle tisane con selezione Dammann e i quattro tipi di cioccolata calda con l’inconfondibile gusto del cioccolato Domori. Tutte queste dolci tentazioni si ritrovano in bella mostra al banco delle colazioni fin dalle 6 del mattino e oltre al bakery classico si può scegliere anche tra tranci di torte con i gusti del giorno e le monoporzioni di pasticceria. Se invece amate la colazione salata e sfiziosa l’angolo forno offre pizze, focacce e calzoni. Insomma qualsiasi gusto abbiate Con.tro fa di tutto per non deludervi.

Quinto quarto, la scommessa vinta di Barred sull’eleganza del gusto

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Il Quinto Quarto ha una storia antica, fatta di fame e povertà. Siamo nei macelli di una Roma che lavorava la carne per chi poteva permettersela, quando le “bestie” venivano divise in quarti da sezionare per poter essere lavorati. Tutto quello che all’epoca era considerato scarto, ovvero le interiora, veniva quindi chiamato Quinto Quarto e molto spesso si utilizzava come contro valore al lavoro svolto dagli operai dei mattatoi. Insieme alla cucina ebraica, storicamente, questo taglio ha costruito gran parte della tradizione romana a tavola. Negli ultimi anni proprio la tradizione ha vissuto e sta ancora vivendo una ribalta gastronomica, elevando quelli che un tempo erano scarti a materie prime preziose e gustose. Non solo Trattorie e Osterie hanno quindi messo al centro animelle e fegatini, ma anche un numero significativo di nuovi e ambiziosi format ristorativi.

Attraverso grandi cucine, la semplicità della materia entra a far parte ovunque di un nuovo filone gourmet.

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Barred, l’escape restaurant che scommette sull’eleganza

In una traversa di via Appia, all’altezza di Re di Roma dove parcheggiare è un miraggio, Mirko e Tiziano Palucci hanno aperto un ristorante con una visione molto chiara.

Essere appagati da una cucina romesca prevede quasi sempre una scarpetta con il pane cafone, fatta dopo piatti dai sapori decisi anche se spesso pesanti. Leggendo il menu di questo posto troviamo subito due cose, una provocazione spinta nelle materie prime e una creatività costante negli accostamenti. Una carta da quindici portate, con dei fuori menu alla lavagna, e un percorso degustazione personalizzabile da cinque uscite con possibilità di wine pairing. Tra gli antipasti l’assaggio è caduto su un Uovo al tegame con rigaglie e porro fritto, davvero gustoso e avvolgente, su un elegante Lenticchie, zucca e mandorle e su una davvero ben fatta Pork Belly e Harissa (pancia di maiale con salsa piccante all’aglio e olio extravergine di olive). Quest’ultimo si è rivelato sorprendente per equilibri di sapori presenti e mai invadenti, accompagnati da una consistenza perfetta del taglio di carne. A terminare la carrellata un profumato Cotiche, cozze e limone, dove la morbidezza delle cotiche addolcisce il boccone e il limone lo pulisce. Un po’ assenti le cozze, nelle quali cerchi il mare aspettandoti di più.

E poi ci sono i primi

Sui primi spicca la Pasta con patate e coppiette. L’idea di grattare le coppiette su una pasta ben cotta e amalgamata, risulta divertente e di grande impatto anche al palato. Il loro sapore è ben definito e piccato nella punta sapida, che non eccedendo la rende davvero gustosa. Più classici, ma egualmente ben fatti, gli Spaghetti nduja e gremolata. Praticamente una buona variante dell’Aglio e Ojio romano, con carica piccante calabrese. Un solo secondo assaggiato e la scelta è ricaduta su un Diaframma, mirtilli e broccoletti. Il taglio di carne è particolarmente gustoso, anche se di natura privo di grasso, risultando solo leggermente meno tenero di quanto dovrebbe. L’accostamento con la spunta acida dei mirtilli e le derive miste tra il dolce e l’amaro dei broccoletti, è di grande effetto e ben riuscito. Nel complesso un piatto decisamente elegante. Incuriosisce lo Stracotto di maiale con rafano e carote, ma ne riparleremo.

In un locale accogliente, dallo stile industriale e dai colori caldi, un’altra cosa per la quale vale davvero la pena provare questo posto è la carta dei vini. Quasi esclusivamente dedicata al biodinamico e al naturale, con una presenza importante di casate francesi, risulta ottimo il rapporto qualità-prezzo.

Perché il quinto quarto di Barred

Perché scommettere sui sapori forti e servirli con eleganza è un pregio. Perché la pulizia e l’equilibrio dei piatti ti permette di andare oltre lo stereotipo. Perché sei servito bene e spendendo il giusto vai via soddisfatto. Perché aprendo anche a pranzo e a colazione, è uno spazio polifunzionale dove l’attenzione proiettata sulle miscele di caffè e sulla selezione di Gin, è davvero molto alta.

 

Terry Giacomello

Terry Giacomello e il coraggio delle idee

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Terry Giacomello, lo chef friulano del ristorante Inkiostro di Parma, propone da alcuni anni una cucina personale, di tecnica e avanguardia, senza cedere a compromessi

Uno degli ostacoli più difficili da superare per l’alta cucina è probabilmente quello legato agli stereotipi relativi a quantità e soddisfazione, da sempre una “piaga” per gli amanti di sagre e osterie, ma anche alle difficoltà che i poco avvezzi al fine dining incontrano quando approcciano una idea gastronomica innovativa. Sono meridionale, napoletano, e da sempre associo alla mia terra ed a quelle limitrofe il forte legame con la tradizione culinaria, atteggiamento che porta i “conservatori” a rifiutare qualunque, anche minima, variazione o interpretazione delle ricette che da tempo si tramandano in famiglia.

Ma, con mia grossa sorpresa, ho scoperto che l’attaccamento ai sapori tradizionali non conosce confini ed anzi, raggiunge apici di intensità in luoghi a cui mai avrei pensato, come ad esempio la città di Parma. Qui, nel distretto del Parmigiano e del Prosciutto (senza dimenticare il Culatello), è vietato toccare tortelli e gnocco fritto, carni e salumi, pena la messa alla gogna. Ma a sfidare preconcetti e visioni gastronomiche limitate è giunto in città, 5 anni orsono, un Don Chisciotte culinario che con grande coraggio ha deciso di sfidare le abitudini di parmensi e parmigiani proponendo piatti estremamente personali per tecnica, approccio e innovazione.

Terry Giacomello e l’Inkiostro

Terry Giacomello, friulano doc, è alla guida del ristorante Inkiostro (1 stella Michelin), insegna divenuta la mecca per gli appassionati della ricerca culinaria, ma che al tempo stesso ha rappresentato, almeno nella prima fase, nell’immaginario collettivo dei residenti il fulcro della blasfemia gastronomica. Ingredienti orientali e tecniche molecolari, giochi visivi e cromatici, consistenze inusuali e materie prime sorprendenti sono le armi utilizzate dal prode chef per combattere la ritrosia di chi ha paura di ciò che non conosce. Solo un uomo dotato di enorme determinazione poteva cimentarsi in tale prova, vincendola.

La cucina di Giacomello

Ma in cosa consistono queste temute alchimie? Nel riuscito connubio tra conoscenza e intraprendenza che consente a Giacomello di dar vita a proposte caratterizzate da equilibri di sapore che sorprendono poiché risiedono in piatti ricchi di elementi pensati e creati per stimolare continuamente il palato con consistenze a lui poco conosciute. Il solido diviene liquido e viceversa, la ricerca è la linea guida basilare per gustare un brodo masticandolo, o per mostrare la versatilità di un ingrediente, che assume un’infinità di forme e temperature. Un percorso di degustazione che diventa un’esperienza obbligata ed obbligatoria per chiunque voglia capire quanto la cucina possa divenire una forma d’arte personale, suggestiva ed a tratti introspettiva.

Terry Giacomello

La prova d’assaggio

Cioccolato, avocado e creme fraiche, o Caprino, amaranto e uova di storione, ma anche Bao, mele, salicornia e katsuobushi, senza dimenticare i Crackers con il sorprendente grasso rancido di prosciutto: Giacomello non conosce mezze misure e sin dalla partenza mi porta sulle montagne russe senza mai perdere però di vista l’eleganza dei vari bocconi che fanno parte degli entrée. Il primo antipasto, la Spirale d’uovo cotto a freddo (con Parmigiano Reggiano 24 mesi), è incredibile per la setosa consistenza dell’uovo, l’inusuale temperatura e l’armonia complessiva all’assaggio. Dopo il secondo antipasto, Natto con estratto di Parmigiano Reggiano 48 mesi, giunge in tavola un piatto icona di Terry, i Tagliolini di bianco d’uovo, Parmigiano Reggiano 36 mesi, Tartufo ed il suo tuorlo. Un inno alla delicatezza, che contiene al suo interno una straordinaria concentrazione di tecnica e sapore.

La portata successiva, la Mezza Manica di brodo di Prosciutto, Parmigiano Reggiano, torta fritta ed aceto balsamico è una sorta di Manifesto della cucina di Terry Giacomello: il brodo solidificato diviene “pasta”, la torta si trasforma in crema, ogni elemento è in una forma nuova, e tutto può esser riassunto con una parola sola, UMAMI. Il Raviolo di grano fresco, ripieno di chorizo e siero di Parmigiano Reggiano è l’ulteriore conferma della lucida visione gastronomica dello chef, mentre le Gole di baccalà, emulsione di cipolla di nocciola e brodo di cipolla e l’Alce, pigne, resina e sorbo di montagna ci introducono nello spazio relativo ai secondi. Due piatti ben ideati, calibrati e realizzati che danno valore ed esaltano elementi rappresentativi del terroir di Giacomello, una fase anche olfattiva del percorso di degustazione davvero di grande valore.

Nella seconda parte del pranzo Terry prosegue a briglie sciolte dando continuità anche nei dessert alla valorizzazione di ingredienti poco ricorrenti in cucina: il Mascarpone, brigidini, lampone artico e tartufo e il Bulbo di giglio (Croccante di Quinoa, gelato al giglio, granita di assenzio, mielata) mi fanno innamorare di una visione gastronomica personale e intrigante, che porta a scoprire tutto il potenziale della cucina quale forma d’arte. Menzione d’obbligo, in chiusura, per l’interessante percorso di vini in abbinamento con focus sul territorio, e per un servizio di sala di alto livello, empatico e professionale, presente ma mai invadente.

Ristorante Inkiostro
Via S. Leonardo, 124
43123 Parma
Tel. 0521 776047
https://www.ristoranteinkiostro.it/

BucaVino

Le ricette della nonna nel nuovo menu di BucaVino

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Quante volte avete detto che in quel ristorante si mangia bene come a casa? E quanti di voi affermano che se si mangia come a casa non c’è bisogno di andare al ristorante? C’è anche da dire che non in tutte le case si mangia bene, ammettiamolo, e trovare un luogo dove rivivere vecchie emozioni gastronomiche è sempre un piacere.

BucaVino

Questo l’intento dei fratelli Palmieri di BucaVino, ristorante nel quartiere Coppedé a Roma, che mette nel nuovo menu le ricette della nonna. Potrebbe sembrare uno stereotipo, un’immagine retorica che ritorna, quello dello chef che si ispira alle ricette della sua antenata. Forse. Ma dietro a questa scelta c’è un’altra storia. Complice il lockdown dei mesi passati, quando in una delle tante giornate trascorse a casa lo chef Andrea Palmieri ritrova un vecchio ricettario della nonna, una raccolta di foglietti, quaderni, appunti dove erano trascritti tutti i suoi piatti, quelli classici, ancora impressi nella memoria, costruiti su sapori autentici. E oggi queste preparazioni sono state tradotte in un invitante menù disponibile anche in versione da asporto.

BucaVino

Andrea e Francesca Romana Palmieri

Andrea e la sorella Francesca Romana, che è la sommelier, responsabile di sala e della selezione dei vini, non hanno avuto alcun dubbio su questa operazione amarcord. Riportare al presente i sapori di quando erano bambini, farli rivivere e condividerli anche con altri, regalando un pranzo o una cena confortevole, fatta di ingredienti conosciuti e di piatti rassicuranti.

La domenica, seduti davanti alla stufa, fremevamo in attesa che il pranzo della nonna fosse pronto” raccontano i fratelli Palmieri. Da questa foto del loro album dei ricordi arriva l’ispirazione di provare e riadattare per BucaVino queste ricette, dai classici della cucina romana alle revisioni casalinghe del tiramisù o della zuppa inglese prende forma il menu “come lo faceva nonna”.

Il percorso gastronomico

Un percorso gastronomico, a carattere prevalentemente laziale, dove le ricette della cucina romana vanno per la maggiore. Si parte dagli antipasti dove troviamo Alici e Puntarelle fritte, le puntarelle in questa versione sono molto sfiziose, quasi come delle chips da intingere assolutamente in qualche salsa acida e che mangeresti senza sosta; le Zucchine ripiene, il Baccalà in Pastella e la Trippa alla romana da leccarsi i baffi. Tra i primi piatti trionfa la Cacio e Pepe, simbolo di una romanità anche pastorale che nonno Palmieri conosceva benissimo all’epoca della transumanza. Poi c’è la Carbonara, fatta in modo particolare in quanto la versione di nonna prevede la mantecazione direttamente sul fuoco di uovo, pecorino e parmigiano, un’emulsione studiata a regola d’arte che lega benissimo pasta e singoli ingredienti.

I piatti della degustazione

Tra i secondi, troviamo i piatti che non deludono mai, quelli del pranzo della domenica: le Vitello tonnato, Polpette al sugo, il Maialino e il Petto alla fornara con patate al forno e l’Abbacchio con i carciofi. Tutto è ovviamente espresso e fatto in casa, compreso il purè e il pane, fino ai dolci che meritano un capitolo a parte. È proprio quando si arriva al dessert, nell’ultima tappa di questo viaggio a tavola che ti porta indietro nel tempo, che si tocca l’apice. La Zuppa inglese con ciambellone, imbevuta di alchermes e con la crema fatta in casa, è un tuffo al cuore al primo cucchiaio, la Crostata di Visciole e il Maritozzo con la panna sono altri due omaggi alla cucina romana e poi il Tiramisù con gli Osvego, una originale rivisitazione che Andrea Palmieri ci spiega così: “Ricordo benissimo la cena di mia nonna, semplicemente caffè latte e biscotti. Ho voluto trasformare questa tazza fumante nel nostro Gelato al caffè latte con Osvego, una dedica personale a chi ci ha dato tanto prima e continua a tenerci compagnia anche oggi”.

La Ristocceria

Ma il menu di BucaVino non è solo da consumare in loco, ma anche in versione “Ristocceria” – ovvero un ristorante in versione rosticceria da asporto – come ci raccontano i due fratelli: “Considerando il periodo che stiamo vivendo e pensando anche alla clientela del quartiere, abbiamo deciso di puntare sulle ricette della tradizione realizzate con ingredienti di qualità. La rosticceria a Roma è un must e in questo modo i clienti posso decidere come e dove degustare i nostri piatti”.

Tra le buone pratiche di BucaVino, oltre all’asporto, c’è anche la possibilità di portar via la bottiglia non terminata a tavola e la vendita a scaffale per chi volesse acquistare il vino a un prezzo da enoteca. Due proposte nate dalla sommelier di casa, Francesca, che si diverte nella scelta dei vini e degli abbinamenti ideali con la cucina del fratello (e pure della nonna ora). Ha costruito una carta dei vini che comprendono tutta l’Italia, con un focus sul Lazio e un posto speciale riservato alle nuove realtà e a chi rispetta il territorio.

BucaVino

L’evoluzione di BucaVino

Una bella evoluzione quella di Andrea e Francesca Romana, alla guida di BucaVino dal 2007, quando rilevarono il ristorante dove lei lavorava come cameriera per pagarsi gli studi  all’Accademia di Regia Cinematografica e Televisiva. “Siamo cresciuti a Roma ma la nostra famiglia è di Leonessa, nel reatino. Qui mio nonno faceva il maître di sala, quando ancora fare questo mestiere significava essere un semplice cameriere. Con la sua determinazione e il suo impegno – aggiunge – è riuscito a nobilitare il suo ruolo e farlo sembrare ai nostri occhi di bambini il più bello del mondo”. Un percorso che è evidentemente avevano nel dna come fa notare Francesca Romana e che negli anni sta diventando sempre più identificativo, fatto di una tradizione moderna, un amarcord di sapori spensierati e immediati che fa molto bene al cuore.

La nostra prova di assaggio:

Chips di buccia di patate
Polpette di melanzana con calamaro marinato al lime
Fiori di zucca fritti
Alici e puntarelle fritte
Trippa
Zucchine ripiene
Cacio e Pepe
Carbonara
Vitello Tonnato
Polpette al Sugo con purè
Maialino con patate al forno
Tiramisù con gli Osvego
Zuppa inglese
Maritozzo con la panna

BucaVino

Via Po 45/A – Roma
Aperto dalle ore 12.00 alle ore 15.00 e dalle ore 19.00 alle 23.00
Chiuso la domenica a cena e il lunedì tutto il giorno.

BucaVino

Una Bussola per non perder la direzione. La tappa a Roseto è d’obbligo.

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L’Abruzzo non è solo una questione di Arrosticini, parola della Bussola Beach Club

C’è una strada al di là dei monti abruzzesi che, se percorsa, porta dritta al mare, su quella riviera illuminata dai lidi all’ombra di sconfinate pinete che rinfrescano i torridi pomeriggi d’estate. La costa adriatica riserva sorprese inaspettate, lo sanno bene le migliaia di persone che ogni anno scelgono di vedere il sole sorgere dal Mare Adriatico, calmo nei modi e generoso nei doni. Si perché quel che arriva sulle tavole marittime abruzzesi, è un po’ come il più bello dei regali. Fresco, colorato, saporito e mai abbastanza.

La Bussola Beach Club

Così è il pesce che abbiamo assaggiato a Roseto degli Abruzzi dove, tra i tanti banchetti a disposizione, il nostro occhio è stato rapito dalla Bussola Beach Club, curato lido che sul lungomare accoglie i bagnanti al mattino e gli affamati ricercatori di prelibatezze alla sera. Non solo food, l’aperitivo ha un perché tutto suo. I drink sofisticati, hanno l’aspetto metropolitano dell’imprenditore in vacanza. Camicia bianca di lino e relax sulla battigia mentre tra le mani scivola via un’altra Caipiroska.

La proposta gastronomica

L’offerta gastronomica poi, è tutta da scoprire. Quasi a voler sottolineare che l’Abruzzo non è solo una questione di Arrosticini e che la tappa in città è d’obbligo. In una calda serata d’agosto c’era spazio solo per un grande classico come gli Spaghetti alle Vongole, ma fortuna ha voluto che il personale di sala, sapientemente addestrato, ci abbia proposto una tra le più valide alternative. E così lo chef porta in tavola un’orecchietta della vicina Puglia, posata s’una crema di cime di rapa sapientemente ripassate alla barese, con quella nota di alici, peperoncino e aglio leggero che ben si sposava con i calamari (cotti con maestria) e le cozze, mantecati con peperoni. Dulcis in fundo, un peperone crusco tritato grossolanamente, rendeva giocoso un piatto dal gusto incisivo e mai invadente. Vera delizia per ogni palato.

La seconda tappa del nostro viaggio culinario, ci ha visti sfidare il grande topos della gastronomia marittima: la frittura. Una pirofila che non avrebbe mai dovuto avere fine, è stata offerta in tavola come il più prezioso dei tesori, con calamari, gamberoni e moscardini dalla consistenza perfetta, fritti in modo sapiente da mani esperte in grado di regalare tutto il sapore del mare.

Se per caso nel vostro viaggio vacanziero siete di passaggio per Roseto, per la cucina della Bussola c’è solo una cosa da dover sapere: è da provare, ad ogni costo!

Per saperne di più: https://www.instagram.com/bussola.beach.roseto/

A Roma c’è B.Ro, il pub versione 3.0

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Birra, Burger e Bar ai Parioli… ma non chiamatelo pub!

Se in principio era il pub, oggi è giunto il tempo di conoscere B.Ro. B.Ro è un pub in versione 3.0 che nasce nel quartiere Parioli, nei locali che furono di uno storico ristorante e che oggi, grazie ad un importante lavoro sugli interni effettuato da Studio Strato, torneranno a nuova vita. A farli rinascere sarà l’avventura gastronomica a base di Birra, Burger e Caffetteria proposta da Dany Di Giuseppe, Gino Cuminale, Isidoro Vagnozzi e Michelangelo Baldini, quattro temerari che hanno immaginato un format in grado di offrire un’esperienza di food hub dal gusto internazionale.

Non solo food per la proprietà, che insieme all’offerta culinaria variegata, sottolinea l’importanza di riaprire un dialogo con il quartiere e con la città, partendo dall’istituzione di un luogo che accolga tutti e che per tutti sia una vera e propria comfort zone da vivere e assaporare senza troppi cliché, a partire dal prossimo venerdì 6 marzo 2020, quando si apriranno le porte al pubblico.

Il locale

È forse troppo romantico partire da quella semplice idea di spazio comune? Luogo che è sinonimo di aggregazione, portatore di quella familiarità che solo i più puri pub sanno offrire. B.Ro fa spazio alle idee ripartendo dal principio, da quella semplice ed efficace vita che anima le public house d’oltreconfine. All’ispirazione anglosassone si aggiunge quella della taverna, nella sua più nota situazione di vita, con i clienti al bancone pronti a gustarsi una buona birra dopo una dura giornata di lavoro. Un modo nuovo e magari più lento per assaporare la vita, seduti al banco circondati da un’atmosfera cosmopolita e contemporanea, dove tra un sorso e l’altro, gli occhi brilleranno alla vista di speciali pietanze offerte dallo chef.

Il menu

Un giro intorno al mondo un sorso ed un morso dopo l’altro, tra eccellenze italiane ed interpretazioni culinarie d’oltreoceano. E così, partendo dall’idea del Burger Bar, dove a padroneggiare è il panino, la visione ed il gusto si allargano a favore di altri e più incredibili sapori. La fornita proposta di burger sul menu si amplia e fa spazio a samosa, tacos, pokè, arrosticini e coni salati, la novità della casa che si aggiunge alle portate in salsa street. Notevole la Burger List, dove nulla è lasciato al caso, dal pane artigianale e realizzato con aromi speciali (come tè verde e rapa rossa), fino ai buns di qualità, come l’imperatore American Cheeseburger, oppure il piatto della casa, il B.RoBurger. La lista e la voglia si allungano con le varianti esterofile che danno spazio all’estro dello chef Alessandro Usai, pronto a strabiliare tutti con panini come il Marocco (burger di anatra, hummus di ceci, insalata lollo e crema di datteri), oppure il Giappone (burger di wagyu, sesamo, daikon, senape grezza, germogli di soia, insalata lollo e maionese al wasabi).

L’apertura

Dal 6 marzo B.Ro l’attività prende il via a tamburo battente, aprendo al pubblico tutti i giorni e con orario no stop, proponendo piatti e boccali di birra che non hanno limiti, neanche per i palati più curiosi ed esigenti che, della nuova cucina ai Parioli potranno sicuramente apprezzare l’anima versatile. Panini fragranti oppure più soffici, rigorosamente fatti in casa, cotture perfette ed incredibili farciture. E come non notare le salse, ben undici tipi differenti presenti sul menu, pronte a soddisfare tutti in ogni stagione, grazie all’ampia sala interna e ai tanti posti esterni che attendono l’arrivo della bella stagione. Cosa c’è di meglio che sedere al sole gustando grandi classici come alette di pollo, fish&chips, anelli di cipolla, patate fritte e non, brosticini, tacos e dulcis in fundo i coni salati: croccanti cialde farcite da mini tartare di manzo condite da prelibate salse.

Le birre

“B” come burger. E ovviamente “B” come birra! Se i piatti convinceranno, le birre non saranno da meno. Altro pilastro del locale è infatti la birra, offerta tra selezionate proposte italiane e straniere, tra cui spicca il birrificio Birra del Borgo. Quindici spine con pompa all’inglese sono pronte ad accogliere il cliente in quello che vuol’essere un vero e proprio paradiso del genere. Dalle Lager più note alle IPA, passando per Blanche, Tripel, Imperial Stout e Gluten Free. La spina sarà in rotazione frequente, per assicurare al pubblico sempre una nuova offerta con cui testare tutto il gusto locale ed internazionale e che (grande novità), sarà anche take away. Innovativa è infatti la proposta di poter ordinare birre alla spina in lattine da 50cl, riempite e sigillate al momento grazie ad un apposito macchinario.

Insomma, che sia in compagnia al bancone del bar, oppure sul divano di casa di fronte ad una serie tv, l’intento è quello di non lasciarci mai soli. B.Ro promette emozioni, non resta che provarle!

Per saperne di più: https://www.instagram.com/broburgerroma/

Favilla, la pizza al femminile

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Pizza tonda alla romana, fritti e piatti dai sapori tradizionali da Favilla, il locale ideato dalla giovane imprenditrice Giulia Pate nel quartiere Appio-Tuscolano

Il quartiere Appio-Tuscolano conferma la sua rinascita gastronomica grazie al continuo fiorire di nuove insegne di qualità, ma anche attraverso l’evoluzione di locali già esistenti che trovano dopo il necessario periodo di rodaggio la veste che più gli si addice. È quanto accaduto a Favilla, pizzeria situata nei pressi di Piazza dei Re di Roma, ideata e gestita da Giulia Pate, trentenne romana che ha preso la gestione di una pizzeria di vecchia data rinnovando il format per restituire nuova vita a questo locale che oggi accoglie un progetto di imprenditoria al femminile. “Con il tempo l’ho reso mio, gli ho dato un’anima. Così, come una scintilla, è nato Favilla”.

Il locale

Un luogo giovane ed essenziale al tempo stesso, arredato in modo semplice, integrando elementi colorati e moderni ad altri dal chiaro richiamo vintage, per un risultato finale che non trascurare né l’accoglienza né l’efficienza. Le ampie vetrate che illuminano gli spazi interni di giorno, diventano ulteriore elemento d’arrendo nel corso del servizio serale, rendendo lo spazio armonico ed informale. Qui Giulia gestisce la Sala e coordinata la brigata di cucina: al centro del progetto il forno Valoriani dal quale esce una pizza con un bordo leggermente più alto di una classica romana e, se solitamente il peso di quest’ultima oscilla fra i 160 e i 180 grammi, la tonda di Giulia si posiziona a metà strada dalla napoletana: il suo panetto è, infatti, da 230 grammi e viene impastato con un mix di farine tra semi integrale di tipo 1 e grano duro di tipo 0. Fatto maturare tra le 48 e le 72 ore, l’impasto segue poi una lenta lievitazione che lo rende leggerissimo e altamente digeribile.

Il menu

Non solo pizza (classica o “sfavillante” per quel che concerne il condimento), ma anche fritti in chiave personalizzata grazie all’utilizzo di sorprendenti soluzioni in fatto di ingredienti, ed alcuni piatti che richiamano la tradizione culinaria romana ed altre soluzioni più moderne, quali pasta ripiena e piatti vegetariani.

La prova d’assaggio

Si parte con le Polpette di bollito con salsa verde, che si fanno apprezzare per l’umidità interna delle polpette e l’equilibrio della salsa non dominata, come sovente avviene, dall’aglio. Si prosegue con il Supplì classico che grazie alla semplice, ma interessante, aggiunta delle zest di limone dona una sorprendente freschezza al palato. Il Baccalà in pastella con salsa alla senape chiude il tris di antipasti che soddisfano e lasciano presagire il meglio per il proseguo della serata. Si passa quindi alle pizze: la Margherita (pomodoro Inserbo e fiordilatte), la Bufalina (fiordilatte, pachino, olive, mozzarella di bufala a crudo e basilico) e la Fish & Chips (base focaccia, polpo, patate schiacciate, crema di burrata e polvere di peperone crusco).

L’impasto e le pizze

La prima osservazione è relativa all’impasto: non ci troviamo (per fortuna, a mio avviso) dinanzi alla romana tonda “scrocchiarella”, quella estremamente sottile che si sfalda, ma ad un impasto dalla buona consistenza, che tiene il condimento senza cedere né bagnarsi eccessivamente, con una buona croccantezza ed un sapore che sottolinea l’importanza dell’utilizzo della farina semi integrale. La Margherita è buona nel sapore e nell’equilibrio, e la qualità degli ingredienti dona una piacevole sensazione di freschezza. La Bufalina è molto golosa, regala pienezza di gusto ad ogni boccone e rappresenta una buona alternativa alla classica margherita. La Fish & Chips ha una buona idea di partenza ma risulta un po’ secca al palato, ed avrebbe probabilmente bisogna di un ingrediente in forma liquida o cremosa per giungere al necessario equilibrio. Al netto di questa osservazione, è comunque una pizza dal sapore piacevole.

In sintesi Favilla è un locale da provare, un luogo accogliente ed informale dove poter mangiare una buona pizza tonda alla romana e dei fritti estremamente interessanti, un bel progetto di giovane imprenditoria al femminile che merita il supporto degli appassionati romani.

Favilla – Pizzeria con Cucina
Via Urbino 35 (zona Appio-Tuscolano)
Telefono 06 7049 3458

Orari:
chiuso lunedì;
martedì, mercoledì, giovedì e domenica 19 – 23;
venerdì e sabato 19 – 23.30;
aperto sabato a pranzo 12.30 – 14.30

Giovanni Cappelli, Le Tamerici di Fontana di Trevi

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Roma è una metropoli il cui centro storico è infestato da attività turistiche e il perché la parola “turistico” abbia nel tempo acquisito un’accezione negativa, è una domanda che è meglio non farsi. Al punto che tra tutte quelle attività e parliamo di realtà ristorative, ce ne sono anche molte che invece della qualità fanno un motivo di orgoglio, tipo Le Tamerici, dove uno chef di nome Giovanni Cappelli investe tecnica e cuore per sorprendere chiunque si prenda la briga di scovarlo.

Il Locale

Siamo alle spalle della meravigliosa Fontana di Trevi e in quella matassa di vicoli c’è n’è uno dove tre scalini ti scendono in un ambiente elegante e accogliente, con le luci giuste e quel sorriso che non guasta mai. Gli spazi sono comodi, la mise en place pulita e una volta superata la confusione della bolgia di chi butta ancora monetine per un desiderio, puoi trovare un angolo di pace meritata. Con un’offerta fortemente proiettata verso il mare, gli arredi di Le tamerici lo richiamano anche assecondando il nome delle piante che proprio le coste di Corsica e Grecia caratterizzano.

La Cucina

La cucina di Giovanni è pulita, essenzialmente legata a una sostanza che gioca in equilibrio tra gusti tradizionali e ispirazioni creative. In alcuni piatti i colpi di sapore arrivano decisi e in altri, c’è tutta la delicatezza di una materia prima semplice.

Tra gli entrée ho assaggiato delle sfiziose Puntarelle e alici con mandorle e melograno, dove le diverse croccantezze e il contrasto tra la spunta acida del frutto rosso e la sapidità delle alici sono state davvero interessanti. Poi c’è stato un Calamaro e porcini su hummus di ceci e 10 spezie, un insieme molto delicato dove vince la dolcezza, sopraffatta poi dalla persistenza del porcino.

Tra i due primi, uno Spaghettone con zafferano, gambero rosso, lime e menta e le Pappardelle alla puttanesca di baccalà e ‘nduja, le seconde risultano più decise e ruffiane, ma la conquista del palato avviene con la Cotoletta di rombo alla milanese con birra, miele e cannella. Un piatto rotondo, fortemente caratterizzato dalla croccantezza come consistenza e dall’agrodolce come sapore.

A chiudere un gelato al cocco con crumble di cioccolato, sale di Maldon, tartufo e olio EVO, potremmo dire un classico degli ultimi tempi tra i dessert da ristorazione, se non fosse per l’aggiunta del tartufo che sorprende ed esalta un gusto persistente.

La carta dei vini è ampia e il servizio decisamente attento, ottima anche la selezione di bollicine (e di ostriche).

Perché Le Tamerici

Perché Giovanni Cappelli è bravo, innanzi tutto. Perché Le Tamerici sono la sua creativa espressione di una cucina tradizionalmente legata al territorio romano e alle sue origini. Perché in alcuni piatti quella creatività basata su cose semplici, ma efficaci, ti sorprende in un ristorante elegante, nel quale puoi mangiare bene in una parte di centro storico dove se ne ha bisogno.

LE TAMERICI

Vicolo Scavolino, 79
00187 Roma
Tel. 06 6920 0700
http://www.letamerici.com

Da Francesco SU, la nuova tradizione in abito da sera

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La ristorazione seria, che resiste al tempo e alle mode, esiste e continua a proporre quotidianamente quella gamma di sapori oramai divenuta elemento fondamentale della memoria gustativa di tutti noi. Un esempio di questo tipo è rappresentato da una insegna che dal 1957, nella storica Piazza del Fico di Roma, porta in tavola con continuità i grandi classici della tradizione capitolina: stiamo parlando del ristorante Da Francesco, che da due anni, forte di una esperienza con pochi eguali, ha voluto lanciare il progetto Da Francesco SU.

Da Francesco SU

Un nuovo locale, nato negli spazi allocati al piano superiore dello storico locale, un luogo pensato per accogliere in un ambiente più intimo ed elegante rispetto all’atmosfera più rustica che contraddistingue da sempre il ristorante Da Francesco. Un progetto di questo tipo aveva necessariamente bisogno di una cucina tutta sua, identitaria, e ciò ha portato alla nascita della “strana” coppia formata da Gen Nishimura, chef giapponese che vive nel nostro paese da 15 anni, e da Mario Boni, giovane esponente dell’ultima generazione di una famiglia che da decenni gestisce con competenza a passione il locale.

La filosofia culinaria

Come può nascere dall’interazione tra i due chef? Una cucina particolare, che parte naturalmente dalla tradizione romana e che sposa la cultura giapponese ma in una chiave estremamente personale, perché Nishimura ha da sempre una profonda passione per la cucina italiana. Grande attenzione quindi alle materie prime, alla loro freschezza e stagionalità, per proporre piatti tradizionali resi però suggestivi dalle contaminazioni nipponiche.

Il locale

Spazi in stile industrial con pareti con mattoni a vista, ma anche in ferro e vetro; un parquet dalle tonalità chiari ed elementi d’arredo in oro e un nero quasi solenne nella sua intensità. Qui sono dislocati 25 coperti che consentono alla clientela di vivere un’atmosfera completamente diversa da quella dello storico locale situato al piano terra, e che richiama lo stile delle grandi città metropolitane.

La prova d’assaggio

Si parte con tre assaggi interessanti per tecnica e sapore: lo Scampo lardellato con miele e foglie di ostrica mette in evidenza la qualità della materia prima, lo Spiedino di animella caramellato con fondo bruno e crocchettina di manioca si fa apprezzare per la cottura dell’animella e la sua golosa glassatura, la Tartare di manzo battuto con asparagi selvatici e ricci di mare gioca sulle differenti intensità di sapore per cercare un non semplice equilibrio.

Si continua con il goloso Uovo di Arianna Vulpiani, Fondente di Patate e Tartufo bianco, una combinazione oramai consolidata, che però pecca per quel che concerne la temperatura di servizio un po’ bassa. Il Risotto con quaglia, topinambur e shiso è uni dei piatti principali della nuova carta e piace per la cottura del riso e per il gioco di mani necessario per gustare la quaglia. I Cubi di maiale alla birra, polenta croccante e Tartufo nero pregiato sono un altro grande classico che non tradisce mai, e la chiusura affidata al dessert Mandarini Kinkan, ricotta di pecora e crumble al tè matcha rappresenta sicuramente il più riuscito mix tra le due culture culinarie, grazie ad un sapiente ricorso a sapori orientali che rendono molto personale il dolce.

La cantina

Per gli amanti del vino la scelta è vasta. La cantina parla italiano e francese, ed in carta sono presenti oltre 300 etichette, alcune delle quali di grande prestigio (Bruno Giacosa, Giacomo Conterno, Biondi Santi e Casanova di Neri). Da sottolineare la corposa selezione di Champagne: circa 30 etichette tra le quali spiccano Selosse e Roederer.

Shimai

Arriva Shimai, il giapponese che parla italiano

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A Corso Trieste il mare nostrum incontra il Giappone nel take away gourmet “Shimai Sushi Box”

Jappo-dipendenti unitevi tutti! L’occasione è quella ghiotta delle imperdibili aperture. Se anche voi (come noi), proprio non riuscite a fare a meno del sapore crudo o al vapore del Sol Levante, allora la tappa a Corso Trieste è d’obbligo.

Shimai Sushi Box

Ha aperto lo scorso martedì 28 gennaio il nuovo punto vendita take away “Shimai Sushi Box”, di Fabrizio Teoli e Maurizio Totteri, soci del gusto ed appassionati di japan-food che hanno scommesso sul quartiere che primeggia la Via Nomentana, aprendo a Via Bellinzona 18 un piccolo gioiello che mischia le prelibatezze del mare nostrum, con l’essenza dell’abilità gastronomica nipponica. Un motivo in più per non temere nulla in periodi come questi, in cui i ristoranti orientali non godono certo di un buon momento. Non c’è pericolo per Teoli e Totteri, che dal Jappone hanno importato la metodologia e la dedizione della lavorazione dei cibi, ma non le materie prime, rigorosamente italiane, scelte al mercato di zona ogni mattina.

La ricerca della qualità

Pesci e crostacei, praticamente a km zero, vengono acquistati dai banchi e trasformati in prelibati Uramaki, Nigiri, Hosomaki …e chi più ne ha, più ne provi! Ammesso che ci si riesca a fermare. Si perché, la proposta offerta da Shimai, s’impone di diritto nella classifica di gradimento per quanto concerne il japan-food, guadagnando un posto più che privilegiato grazie a portate gourmet dal gusto difficilemente replicabile. Dimenticate il sushi a buon mercato e dal sapore di glutammato costante. Quello di Shimai Sushi Box, terzo punto vendita (e primo take away) dopo i ristoranti all’Axa e Circonvallazione Cornelia, è un sushi che oseremmo definire genuino e i cui ingredienti, sono perfettamente distinguibili uno dall’altro. Il risultato, è un mix di fresche materie prime, incorniciate da un riso dalla giusta cottura e mai esagerato, che ad ogni morso è pronto ad esploderci in bocca inducendoci a un bis, un tris e via discorrendo.

Materie prime italiane, sapori nipponici

La scelta della proprietà di utilizzare e lavorare il pescato italiano, servito con il sempre più amato metodo della tradizione culinaria japponese, è una scelta vincente che sicuramente premierà il punto vendita, meta ideale per chi non vuole rinunciare neanche sul divano di casa, ad un ottimo sushi dalla qualità altissima. Disponibile al pubblico dopo una giornata di lavoro, oppure già ordinabile sui maggiori portali di food-delivery, il sushi di Corso Trieste arriverà nelle vostre case con una spesa media di 20€ per una tranquilla cena japan-style, fino ad un massimo di 35-40€ (e oltre), per chi ha intenzione di passare la serata facendo incetta di Sashimi, Udon, Tempura e qualsivoglia altra portata. La boutique del Sushi è aperta ed il pasto è servito. Non resta che farsi sotto. Da provare!

Per maggiori informazioni: https://www.facebook.com/ShimaiaCorsoTrieste/