CUCINA ITALIANA ALL’ESTERO: PERCHÉ JAMIE OLIVER, NIGELLA LAWSON E COMPAGNIA SPADELLANTE “CI PRENDONO PER I FORNELLI”

Da parecchio tempo, ma il fenomeno si è acuito negli ultimi anni, la cucina italiana risulta essere di gran lunga la preferita del pianeta. Peccato, però, che nel Regno Unito e in Nord America sia divulgata da personaggi del calibro di Jamie Oliver, Nigella Lawson, Gino D’Acampo, Rocco Dispirito, Gabriele Corcos, Giada de Laurentiis, David Rocco, Buddy Valastro o Donal Skehan. Celebrity chef accomunati dall’indubbia saccenza, fastidiosi come formiche nelle mutande e televisivamente insopportabili.

Le “interpretazioni” della cucina italiana

Questi “ricettatori” del desinare italico hanno come riferimento la cucina degli emigrati italiani all’estero, ma è un altro pianeta! Se dalla loro hanno l’abilità nel sapersi vendere – a quanto pare molto bene – e la conoscenza del mondo della ristorazione, per “far da mangiare italiano” è meglio che vadano ad imparare da qualche cuoco serio in Italia, di quelli senza “stelle”, “gamberi”, “omini Michelin”, “cappelli” o “forchette”, famosi solo a livello locale per la loro cucina vera, rustica, tradizionale, senza grilli per la testa, spesso declassata dalle guide gastronomiche al girone infero della trattorazione.

I ristoranti “italiani” all’estero

Come per l’inglese parlato male, così la cattiva cucina italiana, soprattutto quando si ha a che fare con la pasta, è un linguaggio universale e comprensibile a tutti, sia che venga parlata con un perfetto accento oxoniense o che venga massacrata da inetti cucinieri. Se dico che 2 ristoranti italiani su 10 all’estero possono essere annoverati come tali, sono già di manica larga. Qui da noi i rimanenti godrebbero della stessa reputazione che Giordano Bruno avrebbe reclamizzando la Diavolina®. Alcuni sono gestiti da mestieranti che non hanno mai lavorato in una cucina in Italia, altri appartengono a connazionali emigrati all’estero con un passato spesso in chiaroscuro nella ristorazione. Tal altri provengono da settori professionali totalmente diversi, ma che una volta arrivati nel paese straniero d’adozione si inventano cuochi e ristoratori adattandosi ai gusti locali, proprio come avviene per le cucine etniche qui da noi e fortuna loro se la maggioranza degli stranieri non sa distinguere un piatto italiano fatto a regola d’arte da uno che fa pena.

La stessa cucina imbarazzante che – ahimè – si trova in molti ristoranti dei maggiori centri turistici italiani. Il problema è che all’estero in pochi hanno la mentalità di spendere certe cifre per mangiare bene e se si vuole cucinare italiano con i sacri crismi ci sono parecchie cose da importare, a costi maggiori, quindi solitamente si deve spendere più che in Italia per mangiare a parità di qualità. E per gli onesti che vogliono fare cucina italiana di livello è molto arduo tirare avanti, perché accanto a lui ci sono almeno 8 pasticcioni lestofanti che agli occhi degli stranieri fanno «Gli stessi piatti, ma ad un prezzo migliore». La stessa cosa di chi da noi mangia il sushi dai cinesi con la formula dell’ALL-YOU-CAN-EAT perché «Là, dal giapponese vero, per lo stesso cibo si paga almeno il triplo».

I piatti-non piatti

Viaggiando intorno al mondo ho scorto nei menu di molti pseudo-ristoranti italiani “specialità” come fettuccine Alfredo, chicken parmesan, spaghetti bolognaise,  Havaiian pizza, cotoletta napoletana. Sono tutti piatti-caricatura di una cucina “diversa” dall’autentica italiana, frutto – nel migliore dei casi – di una mescolanza di culture gastronomiche eterogenee che ha generato uno stile tutto proprio. Come per la cucina caraibica, brasiliana o di altri paesi che hanno vissuto intensi periodi di colonizzazione e scambi con altre tradizioni culinarie che poi, dopo decenni hanno dato vita a tradizioni nuove, ma che poco hanno in comune con le loro origini. Basti pensare a cos’è la cucina creola: nulla a che vedere con le proprie radici, ma frutto di un miscuglio che ha preso vita propria ed un suo carattere, cosa che ne fa una tradizione diversa da quelle di origine.

Saper scegliere

L’importante è saper contestualizzare e scegliere di conseguenza. Sembrerà banale, ma l’unica maniera – ma anche la più difficile da realizzare – per promuovere la vera cucina italiana all’estero è proporla seriamente, con le giuste competenze e con ingredienti autentici e di qualità, ma anche curando quella che il turista straniero trova in Italia, che non sempre corrisponde a questi tanto decantati principi. In una tipica trattoria di Bologna ordinerò solo ed esclusivamente le tagliatelle della sfoglina con il ragù della casa. A Little Italy, quartiere di New York, mi fingerò Tramp (non Donald che, semmai, di cognome fa Trump…) e condividerò il mio piatto di spaghetti meatballs con la mia Lady. Senza troppi pregiudizi.

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