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Roberto Mirandola

25 Sfumature Gastronomiche – prima parte

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In un’epoca dove la cucina declinata in tutte le sue varianti –  libri, programmi TV, siti web e blog, manifestazioni gastronomiche, corsi – la frequentazione dei ristoranti rimane senza dubbio la celebrazione più manifesta e diffusa. Un così elevato interessamento per il cibo non poteva che portare ad un’improvvisa proliferazione di tanti pseudo esperti gastronomici alla continua ricerca dei prodotti d’eccellenza, della pietanza griffata o, più semplicemente, alla riscoperta di piatti della tradizione. Ma da buongustai sappiamo proprio tutto sugli ingredienti o sulle pietanze che ordiniamo o che leggiamo più frequentemente senza incappare in amletici dilemmi? Ecco allora “25 Sfumature Gastronomiche”, una breve guida a puntate sui dubbi più comuni riferiti ad alcuni prodotti o termini legati al gergo gastronomico italiano.

CAPPUCCINO, LATTE MACCHIATO e CAFFELATTE

Le differenze stanno nella combinazione percentuale di caffè e latte e nella presenza o meno di schiuma di latte. Il Cappuccino è il più riconoscibile e viene interpretato (teoricamente) in maniera univoca in tutta Italia. Si tratta di ¼ di caffè espresso in cui viene versato latte intero montato con la lancia vapore fino ad una temperatura di circa 55°C. La preparazione finale sarà sormontata da circa 1 cm  di schiuma di latte. Il Latte Macchiato, invece, è una preparazione servita in un bicchiere in vetro (solitamente in un tumbler) che prevede pochissimo caffè – meno del 10% – se confrontato con la quantità di latte utilizzato. Il Caffelatte è spesso confuso con il latte macchiato, o meglio, è il latte macchiato ad essere spesso interpretato come un caffelatte. Quest’ultimo dovrebbe essere quello che i francesi chiamano “café au lait” e gli spagnoli “café con leche”, in pratica un cappuccino senza schiuma, ma dosato in maniera pressoché identica al suo più famoso fratello di latte, sempre con ¼ o ⅕ di espresso. Anche la tazza di servizio dovrebbe essere la stessa, ma spesso si opta per una tazza più grande e alcune aziende di porcellane vendono addirittura delle grandi tazze da caffelatte.

CACAO, CIOCCOLATO e CIOCCOLATA

Il Cacao viene coltivato, il Cioccolato è invece un prodotto di lavorazione. Il primo è prodotto dai semi della pianta omonima, mentre il cioccolato è ottenuto assemblando diversi ingredienti tra cui i semi dell’albero del cacao. Il 90% del cioccolato in commercio  si ricava dai semi del cacao Forastero (Theobroma Cacao Sphaerocarpum), più facile da coltivare, anche se quello proveniente dal fagiolo Criollo (Theobroma Cacao Cacao) è molto più pregiato e raro. Esiste tuttavia un ibrido tra i due: il Trinitario, dal sapore delicato e facilmente lavorabile, usato soprattutto in pasticceria. Nonostante le sue origini amazzoniche, quasi il 70% del cacao proviene dall’Africa. La Costa d’Avorio, infatti, è il più grande produttore con il 37% di tutto cacao del mondo. Il cioccolato al latte fu creato dallo svizzero Daniel Peter nel 1875 dopo numerosi tentativi. Riguardo la Cioccolata, è una bevanda da bersi calda (da cui il nome “cioccolata calda”) costituita da cacao sciolto nel latte con eventuale aggiunta di zucchero, aromi o spezie.

Banane appese (al muro) e pesci rossi (nel piatto)

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Sarà per il fatto che amo l’arte iperrealista e ancor di più la ready-made*, sarà anche per motivi campanilistici (è padovano come me), ma ho sempre avuto un debole per Maurizio Cattelan, artisticamente parlando. A maggior ragione da quando ho scoperto casualmente circa vent’anni fa, un suo piatto creato per il Buon Ricordo America (un’associazione di ristoranti italiani nata per promuovere la nostra cucina negli USA), il “Brodetto di pesce” della Taverna del Lupo di Dupont in Pennsylvania.

“Comedian”

All’inizio dello scorso dicembre Cattelan è tornato alla ribalta delle cronache con la sua ultima creazione: Comedian, una vera banana appesa ad una parete con del nastro adesivo telato di colore grigio alluminio, il popolare duck tape, come viene chiamato in America. Fin qui (quasi) nulla di strano se non per il fatto che l’opera esposta e subito venduta per $120,000 all’Art Basel di Miami Beach in Florida, la più importante fiera d’arte contemporanea del mondo, poco dopo l’inaugurazione sia stata mangiata da David Datuma, un visitatore a sua volta artista, che l’ha staccata dal muro e si è addirittura fatto filmare dagli astanti mentre la gustava.

Cosa può esser considerato Arte?

Come accade spesso, le irriverenti invenzioni di Cattelan provocano sconcerto e indignazione. Come può quindi una banalissima banana attaccata al muro essere considerata arte? Come può qualcuno – fortunato, facoltoso o forse sprovveduto, fate un po’ voi – pagarla $120.000, circa €108.000? E il gesto dell’artista-visitatore? Difficile inquadrarlo come scherzo. Invidia, atto vandalico o smania di protagonismo?

Le parole di Vittorio Sgarbi

L’idea nasce da una sua curiosa abitudine: ogni volta che è in viaggio compra una banana e lo appende nella sua stanza per cercare l’ispirazione. L’idea di presentare questa opera nasce nel 2018, dopo aver creato dei modelli in resina e in bronzo, Cattelan ha deciso di usare vere banane, per l’occasione comprata da un fruttivendolo di Miami per 30 centesimi di dollaro. Difficile dare una spiegazione univoca a cotanta creatività. Simbolo del commercio globale? Un pretesto umoristico per ribadire la capacità dell’artista di trasformare oggetti banali in veicolo di gioia e critica? O come commentato da Vittorio Sgarbi senza troppi giri di parole: «Un’opera con un chiaro messaggio subliminale per esprimere il proprio atto di desistenza sessuale? Proprio come i pugili che a fine carriera appendono i guantoni al chiodo».

L’espressione artistica

Cattelan è geniale per questo. Un commediante, un Comedian, comico, come il titolo dell’opera in questione – capace di tramutare in oro ciò che tocca, un novello Re Mida, perfetta incarnazione di un tempo di pura esibizione e nonsenso. Dall’epoca delle provocazioni di Marcel Duchamp e Andy Warhol, fini a se stesse prima di divenire fondanti del sistema dell’arte, nessuno si era spinto tanto oltre: forse solo l’artista britannico Damien Hirst con il suo squalo in formaldeide, rotto e poi rifatto. È uno che pretende di dire la sua nel sistema dell’arte e riesce persino a dirla. Fa penzolare cavalli dal soffitto, fa cadere un meteorite sul groppone di Papa Wojtyla, ricopre di oro a 18 carati un water mettendolo a disposizione per l’uso che ne viene fatto comunemente. Ma anche posiziona davanti alla Borsa di Milano un’enorme mano con il dito medio alzato quasi in senso di spregio verso il mondo della finanza. Lascia tre bambini (finti) impiccati ad un albero in piazza XXIV Maggio di Milano e attacca ad una parete dell’EXPO Massimo Di Carlo, il suo gallerista (in carne ed ossa) con il solito nastro adesivo telato in una grottesca ma non meno impressionante crocifissione.

Giorno verrà, per dirla come Vittorio Alfieri, che si tornerà a parlare d’arte. E a farla.

*) Anglismo traducibile come già fatto, pronto all’uso. In Italiano si riferisce esclusivamente ad un oggetto disponibile sul mercato del quale un artista si appropria così com’è, ma privandolo della sua funzione utilitaristica. Aggiunge un titolo, a volte un’iscrizione e opera su di lui una manipolazione (capovolgimento, sospensione, fissazione sul terreno, sul muro o altro). Quindi lo presenta in una mostra d’arte in cui viene conferito all’oggetto lo status di opera d’arte.

RISTORANTI DEL BUON RICORDO: 100 RISTORANTI E UN (BUON) RICORDO CHE DURA DA 56 ANNI

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L’Unione dei Ristoranti del Buon Ricordo è stata la prima associazione selettiva di imprenditori della ristorazione e rimane probabilmente la più nota tra gli appassionati di buona cucina.

Il 19 aprile 1963 rappresenta per il “Buon Ricordo” una data storica. Quel giorno, infatti, a Palazzo Serbelloni nel ristorante del Circolo della Stampa a Milano Dino Villani (1898 – 1989), pubblicitario, principe e mente fervida di trovate ed iniziative (sua l’idea del concorso di Miss Italia e la colomba di Pasqua per citarne alcune) nonché fondatore con Orio Vergani dell’Accademia Italiana della Cucina, getta le basi concrete per dare il via – sempre nella stesso luogo – a quell’associazione che il 1° aprile 1964 prenderà il nome di Unione dei Ristoranti del Buon Ricordo. All’inizio saranno 12, come gli apostoli, i cuochi di riuniti in quel cenacolo laico convocati dall’altrettanto laico messia, nonché profeta della cucina del territorio.

Le finalità

L’idea è (relativamente) semplice: per salvaguardare e valorizzare le tante culture e tradizioni gastronomiche del nostro Paese, ogni ristorante dell’Unione si impegna a tenere sempre in carta “una specialità del Buon Ricordo” (dal 2019 si evolverà in menu del Buon Ricordo) che, per qualità e rigore, deve essere difficile dimenticare. Ai clienti che gustano quella pietanza verrà omaggiato un piatto colorato in ceramica che ricordi con l’allegria dei colori e dei soggetti in esso rappresentati i sapori di un’esperienza gastronomica unica.

A distanza di 56 anni, con un naturale quanto necessario ricambio di uomini alla guida dell’Unione e di locali membri (annualmente entrano ed escono mediamente 5-6 ristoranti, mantenendo tuttavia costante il numero dei membri), è un’organizzazione quanto mai vivace.

La migliore espressione della cucina regionale

I locali costituenti l’Unione dei Ristoranti del Buon Ricordo rappresentano la migliore espressione della cucina regionale e definiscono la mappa della gastronomia e dell’ospitalità italiana in Italia e nel mondo. Nel corso degli anni il livello qualitativo degli associati si è mantenuto sempre ad un buon livello, spesso nobilitato da vere e proprie eccellenze nel campo della ristorazione nazionale e, in un passato non proprio lontanissimo, addirittura mondiale.

Anche per il 2020 l’Unione dei Ristoranti del Buon Ricordo conta un centinaio di associati, 103 per la precisione: 93 in Italia e 10 all’estero, questi ultimi dislocati tra Francia (3), Lussemburgo (1), Austria (1), Ungheria (1), Germania (1) e Giappone (3).

L’Associazione Collezionisti Piatti del Buon Ricordo

Il 2 marzo 1977, invece, è un giorno che per la molti appassionati di piatti del Buon Ricordo può considerarsi altrettanto significativo. Nasce, infatti, a Torino l’Associazione Collezionisti Piatti del Buon Ricordo. Come avvenuto 14 anni prima per L’URBR, 3 giorni dopo – il 5 marzo 1977 – anche questo sodalizio venne presentato a pubblico e giornalisti al Circolo della Stampa di Milano. Per l’occasione l’Unione dei Ristoranti del Buon Ricordo distribuì in 183 esemplari numerati una particolare ceramica successivamente chiamata “Piatto del Collezionista 1977” (curiosamente il disegno riporta la caricatura di Marco Regge, uno dei cinque fondatori dell’ACPBR) che per certi aspetti rappresenta il primo di una lunga serie di piatti commemorativi e l’inizio da parte dell’Associazione Collezionisti Piatti del Buon Ricordo dell’emissione di piatti per celebrare cene, convivi ed eventi speciali con la cucina regionale italiana come riferimento.

Ecco allora alcuni dati e curiosità riguardanti questi due mondi, ma sarebbe più corretto definirli “emisferi” considerato che insieme costituiscono il mondo del “Buon Ricordo”. Si va dai 12 locali fondatori, al numero di piatti emessi, alla “R forchettata” simbolo dell’Associazione dei Collezionisti creata dal prestigioso Studio Testa (dal 1978 diventerà Armando Testa S.p.A. dal nome del suo celebre fondatore), il più grande gruppo di comunicazione italiano nel mondo.

Per ulteriori informazioni consultate i seguenti siti: buonricordo.it e collezionistipiattibuonricordo.it

NUMERO E RISTORANTI FONDATORI DELL’UNIONE DEI RISTORANTI DEL BUON RICORDO
12
TRATTORIA ALLA MADONNA – VENEZIA

RISTORANTE JAGUS ROSTICCERIA – BOLOGNA

TAVERNA DELLA GIARRETTIERA – MILANO

RISTORANTE BORSA – NOVARA

TAVERNA DEGLI ARTISTI A. BERTI – REVERE

RISTORANTE HOTEL LAURIN – SALÒ (LAGO DI GARDA)

RISTORANTE AL TARTUFO – SALSOMAGGIORE TERME

HOTEL RISTORANTE ROMA – TRENTO

RISTORANTE ISOLA DI CAPRERA – PADOVA

RISTORANTE ALBERGO CARLETTO – TREVISO

RISTORANTE MANARINI – BERGAMO

RISTORANTE 12 APOSTOLI – VERONA

 in grassetto i locali ancora in attività

 

I 12 PIATTI STORICI DEI RISTORANTI FONDATORI DELL’UNIONE DEI RISTORANTI DEL BUON RICORDO

CARATTERISTICHE DEI PIATTI DEL BUON RICORDO
diametro: 35 cm | altezza: 3,5 cm | peso: 640 g

materiale:  ceramica (impasto di argilla modellato, successivamente cotto in forno) dipinta a mano

adatto per uso alimentare

produttore: Ceramiche Artistiche Solimene – Vietri sul Mare (SA)

 

NUMERO TOTALE DI RISTORANTI MEMBRI DELL’UNIONE DEI RISTORANTI DEL BUON RICORDO DAL 1964 AD OGGI 
380 – 324 in Italia  |  56 all’estero

 

NUMERO TOTALE DI PIATTI EMESSI DALL’UNIONE DEI RISTORANTI DEL BUON RICORDO

DEDICATI AD OGNI SINGOLA SPECIALITÀ

713 – 646 dai ristoranti italiani  |  67 dai ristoranti all’estero

 

NUMERO TOTALE DI PIATTI EMESSI DALL’UNIONE DEI RISTORANTI DEL BUON RICORDO

PER  EVENTI CELEBRATIVI, SPECIALI E RICORRENZE

280 – 71 per eventi celebrativi e speciali

109 per VENTENNALE URBR 1964-1984  |  100 per 50° ANNIVERSARIO URBR

PIATTO DEL COLLEZIONISTA

 

                PIATTO EMESSO DALL’ASSOCIAZIONE COLLEZIONISTI PIATTI DEL BUON RICORDO.  

                     VIENE OMAGGIATO A COLORO CHE SI ASSOCIANO PER 3 ANNI CONSECUTIVI   

Bavarese

Glossario Gastronomico: dalla Bavarese alla Besciamella

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Il Glossario Gastronomico è un “kit di pronto soccorso” per frequentatori assidui di ristoranti, una raccolta di 750 termini per aiutare a comprendere meglio il linguaggio utilizzato nel mondo della ristorazione, ma anche per fornire in poche righe informazioni e curiosità su alcune parole, materie prime, preparazioni e piatti-simbolo della tradizione gastronomica italiana che normalmente compaiono nei menu.

Le parole della ristorazione: dall’Abbacchio alla Zuppa Inglese” di Roberto Mirandola è un libro utile e dettagliato che consente al lettore di potersi orientare al meglio in un ambito fatto di definizioni, materie prime, tecniche di cottura e ricette tradizionali. Periodicamente pubblicheremo sulle pagine di Radio Food alcuni termini, per scoprire il significato dei termini più ricorrenti utilizzati da chef, sommelier, critici e ristoratori.

Glossario Gastronomico: i termini

Bavarese: molto simile al budino, è un dolce composto da crema inglese e panna montata amalgamate con gelatina (o colla di pesce) completato con vaniglia, cioccolato, caffè o frutta. “Bavarese” è da usare al maschile, in quanto deriva dal francese “bavarois”. La “bavarese” – al femminile – si riferisce, invece, ad una bevanda di origine tedesca a base di tè, latte e liquore importata in Italia nel ‘700 da alcuni cuochi francesi all’epoca al servizio della casa regnante di Baviera.

Bazzotto (o Barzotto): chiamato dai francesi “oeuf mollet” è la cottura dell’uovo dove il tuorlo rimane semiliquido. Servito sia caldo che freddo è, inoltre, ideale per farcire arrosti e polpettoni oppure per piatti al gratin in quanto, non essendo del tutto rappreso, l’uovo può subire una seconda cottura.

Bellavista (In): preparazione fredda di grossi crostacei (aragosta o astice), pesci (salmone o trota) o anche molluschi che consiste nel presentare la vivanda coperta e decorata con della gelatina arricchita da una guarnizione di altri alimenti come verdure intagliate, uova sode, ciuffi di crescione o prezzemolo. Il termine “bellavista” è l’italianizzazione di Belleuve, il castello di Jeanne Antoniette Poisson – Marchesa di Pompadour – dove era solita ricevere Re Luigi XV di Francia con sontuosi pranzi da lei stessa preparati.

Bergese (Alla): salse, antipasti, primi, minestre, carni, pesci, crostacei, molluschi, contorni, ripieni, quenelle, uova, crêpe, soufflé, insalate, dolci, prodotti di pasticceria, variazioni su temi classici, ricerche raffinate di sapori, tutto (ri)creato da Giacomo “Nino” Bergese (1904-1979) conosciuto anche come – Il cuoco dei re, il re dei cuochi –. Le sue 520 migliori ricette sono raccolte nel libro “Mangiare da re”. Assieme a Peppino e Mirella Cantarelli sono i padri indiscutibili della ristorazione italiana moderna.

Besciamella: una delle salse di base della cucina italiana e francese, ma diffusa anche nel mondo anglosassone con il nome di salsa bianca. La preparazione attuale consiste nel versare un roux nel latte caldo – se si tratta di un roux freddo – o latte freddo – se il roux è caldo – e portare ad ebollizione in maniera che la salsa addensi e veli il cucchiaio.

Bianco (In): alimenti cotti senza grassi e/o spezie, generalmente lessati o preparati al vapore. Una volta cucinati si condiscono con olio e succo di limone. Con questo termine si definisce anche il condimento per la pasta o il riso a base di olio d’oliva extravergine e, a piacere, con l’aggiunta di una grattugiata di Grana.

Cocco

Tropicana Fruit & Veggie Club: il Cocco

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In estate ne apprezziamo la freschezza in riva al mare, ma lo gustiamo anche in deliziosi cocktail durante le sere d’estate e lo troviamo in alcune pietanze per dare un tocco di esotico sapore in più! È il cocco, o meglio, il frutto della pianta omonima dalla buccia dura e legnosa, dall’interno bianco e gusto dolce vagamente simile a quello della mandorla. Nonostante l’origine e la successiva diffusione siano stati oggetto di discussioni di carattere scientifico e non ci sia accordo universalmente accettato al riguardo, è un frutto proveniente delle coste dell’India ma nel tempo, grazie alle correnti oceaniche è riuscito ad arrivare praticamente su tutte le coste tropicali senza perdere la capacità di germogliare durante le lunghe traversate. Ad oggi nel mondo circa 10 milioni di ettari sono coltivati a palma da cocco.

L’albero sacro

È un albero sacro e rappresenta un simbolo di vita nella cultura di molti popoli. Il motivo di questa venerazione nasce dal fatto che fornisce tutto il necessario per vivere: legname, copricapi e copertura per la capanne con le foglie, frutti e, in caso di necessità, acqua potabile. In più la polpa della noce di cocco, opportunamente lavorata, può fornire farina, olio e latte.

La cocos nucifera

La pianta o palma di cocco – la cocos nucifera – presenta oltre 80 varietà descritte. Fondamentalmente le specie si dividono in due grandi categorie: alte e nane, con caratteristiche piuttosto simili sebbene questa divisione non sia così rigida in quanto esistono varietà che non ricadono in nessuna delle due categorie. Le varietà alte sono generalmente eterogame (fusione delle cellule riproduttive di fiori di due diversi “sessi”), mentre le nane sono generalmente autogame (fusione delle cellule riproduttive dello stessa specie di fiore).

Le proprietà

Sebbene l’espressione “noce di cocco” sia piuttosto comune nella lingua italiana per definire questo frutto, tecnicamente non è una noce. Il termine esatto per descrivere il frutto di questa pianta è infatti drupa, ovvero un frutto carnoso, sottile e membranoso contenente un solo seme osseo. La polpa della noce di cocco è composta per circa metà del suo peso da acqua, per il 33% da grassi ed il resto da carboidrati e zuccheri. Sono inoltre presenti discrete quantità di minerali, soprattutto potassio, sodio e selenio.

L’etimologia della parola “cocco”

L’etimo cocco deriva dalla parola portoghese coco che significa testa. Il nome alla pianta è stato dato dai marinai dell’esploratore lusitano Vasco de Gama che si sono basati sulla forma del frutto somigliante, appunto, a quella di una testa. A causa della sua forma che richiama un po’ quella del cranio umano, la noce di cocco era considerata sacra presso alcune popolazioni dell’antichità. Veniva infatti sacrificata agli dei al posto della una testa umana. In India, invece, ancora oggi ricopre un ruolo più importante: regalare una noce di cocco durante un matrimonio, rappresenta un simbolo di buon auspicio e di prosperità.

Caratteristiche ed utilizzi

Il frutto / noce cresce a grappoli nei punti più alti dell’albero che raggiunge mediamente i 25 metri. Il cocco, inteso come pianta, può vivere anche fino a 100 anni, ma solamente dopo il decimo anno comincia a fruttificare. Può produrre da 50 a 120 noci del peso variabile  tra 500 g e 1 kg. Ed ha un ciclo di sviluppo delle cosiddette noce, dall’infiorescenza alla maturazione completa, di circa 13 mesi. All’interno è presente una cavità contenente la cosiddetta acqua di cocco – generalmente tra i 200 e 1000 ml a seconda delle dimensioni della pianta e della noce – un liquido chiaro, traslucido, contenuto nei frutti ancora acerbi. È presente solo nelle noci di cocco ancora verdi poiché ha uno sviluppo precoce rispetto alla maturità del frutto o polpa. La sua assunzione genera benefici al sistema immunitario rinforzandolo, ha effetti positivi sul sistema nervoso, aiuta la digestione, ed ha proprietà rigenerative a livello cellulare.

I 3 maggiori produttori sono, nell’ordine, Indonesia, Filippine e India.

Molte sono le curiosità legate al cocco. Eccone di seguito alcune:

  • L’acqua della noce di cocco, per le sue caratteristiche, è considerata un ottimo sostituto del plasma sanguigno. È, infatti, una sostanza sterile che non distrugge i globuli rossi ed è tollerata senza difficoltà dall’organismo umano. Durante la seconda guerra mondiale e la guerra del Vietnam, l’acqua di noce di cocco veniva direttamente iniettata ai feriti quando non c’era a disposizione il siero del sangue.
  • Kid Creole and the Coconuts. Fu un gruppo musicale americano composto da August Darnell (Kid Creole) e da tre coriste, le Coconuts, la cui formazione è mutata nel tempo. In Italia raggiunsero un discreto successo negli anni ’80 con un paio di canzoni: Annie, I’m not your daddy e Endicott.
  • Il latte di cocco non va confuso con l’acqua che si trova all’interno della noce. Il latte, infatti, è il liquido ottenuto dalla spremitura della polpa di cocco insieme all’acqua con successiva filtrazione. In alcune isole dell’Oceano Pacifico il latte di cocco viene ancora impiegato come bevanda alternativa al latte per lo svezzamento dei neonati.
  • Barrette di cioccolato. Bounty è una barretta ripiena al cocco essiccato (21%) ricoperta di cioccolato al latte o di cioccolato fondente prodotta dalla multinazionale americana Mars e venduta in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, in precedenza, era già disponibile un prodotto molto simile – Mounds –  dall’americana HERSHEY’S. Curiosamente, nel 1920, Mounds festeggerà 100 anni di commercializzazione, contro i “solo” 79 di Bounty.
  • Pane e dolci. Il coco bread è un pane giamaicano, ma diffuso anche in altre zone dei Caraibi. La coconut cake, invece, rappresenta la torta tipica del Dixieland, le regione del Sud degli Stati Uniti.
  • Isole Cocos. Conosciute anche come Isole Keeling sono un territorio dell’Australia situato nell’Oceano Indiano composto da 27 piccole isole e 2 atolli abitate da poco meno di 600 abitanti. Manco a dirlo, le noci di cocco rappresentano l’unico raccolto destinato al commercio di questo gruppo di isole.
  • “Le noci di cocco” (titolo originale The Cocoanuts) è un film del 1929 interpretato dai fratelli Marx, gruppo comico americano tra i più amati di tutti i tempi. In Italia arrivò nelle sale cinematografiche due anni più tardi e ridoppiato nel 1992 per la televisione e per la versione in VHS.
  • Olio di cocco. Considerato dannoso per il corpo umano a causa suo alto contenuto di grassi saturi, nell’ultimo decennio autorevoli studi scientifici hanno dimostrato che i grassi a catena media dell’olio di cocco sono unici rispetto agli altri tipi di grassi ed apportano molti benefici all’organismo. Così si è scoperto che lo Sri Lanka, uno dei paesi con il più alto consumo di olio di cocco, ha il più basso tasso di malattie cardiache mentre la popolazione dell’isola di Kitava in Papua Nuova Guinea presenta livelli di infarto ed ictus quasi assenti. In aggiunta a ciò, si è riscontrato che gli abitanti dell’isola di Tokelau in Nuova Zelanda risultano essere immuni dalle malattie al cuore.
Frutta verdura

Record ortofrutticoli (e non solo) dalla A alla Z

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Da dove proviene la frutta e la verdura che il mondo mangia… e che un po’ mangiamo anche noi.

Quando andiamo a fare la spesa al supermercato, dal fruttivendolo o al mercato rionale della nostra città ci siamo mai chiesti l’origine della frutta e della verdura che compriamo? Per nostra fortuna la maggior parte dei prodotti ortofrutticoli che acquistiamo è di produzione nazionale, soprattutto per quanto concerne la frutta, dove l’Italia rappresenta il principale produttore dell’Unione Europea grazie alle sue diverse aree climatiche. Tuttavia alcuni prodotti, soprattutto la frutta tropicale come banane e ananas deve essere giocoforza importata, rappresentando tuttavia, una quota di mercato e di conseguente consumo, trascurabile.

La lista dei prodotti

Nella tabella sotto riportata compaiono anche alcuni prodotti di largo consumo cosiddetti trasformati come succo d’arancia, birra, caffè, gelato, olio d’oliva, vino, zucchero. Ne è scaturito un quadro, più che altro curioso, che evidenzia ancora una volta la supremazia, in termini di produzione, delle tradizionali potenze economiche mondiali come Cina e USA. A queste si aggiungono anche Brasile e India, nazioni storicamente dedite all’agricoltura favorite dalle enormi superfici coltivabili, dal clima favorevole e maggiormente popolate.

Tra le sorprese spiccano Paesi come Vietnam e Uzbekistan, capofila rispettivamente nella produzione di pepe e mele cotogne. Altri due detentori di record abbastanza insoliti sono rappresentati da Repubblica Ceca e Finlandia, i maggiori consumatori pro capite per quanto concerne birra e caffè.

Ecco, perciò, l’elenco con i dati aggiornati a inizio 2019.

Prodotto

Maggior produttore

2° posto

3° posto

AGLIO CINA INDIA BANGLADESH
AGRUMI biologici ITALIA MESSICO SPAGNA
ARANCE BRASILE USA CINA
ARANCIA (succo di) BRASILE USA MESSICO
ALBICOCCHE TURCHIA UZBEKISTAN IRAN
ANANAS COSTA RICA BRASILE FILIPPINE
AVOCADO MESSICO REPUBBLICA DOMINICANA PERÙ
BANANE INDIA CINA UGANDA
BATATE (PATATE DOLCI) NIGERIA GHANA COSTA D’AVORIO
BIRRA  produzione CHINA USA BRASILE
BIRRA consumo pro capite REPUBBLICA CECA NAMIBIA AUSTRIA
BROCCOLI CINA INDIA USA
CACAO COSTA D’AVORIO GHANA INDONESIA
CACHI CINA GIAPPONE ITALIA
CAFFÈ produzione BRASILE VIETNAM COLOMBIA
CAFFÈ consumo pro capite FINLANDIA NORVEGIA ISLANDA
CANNA DA ZUCCHERO BRASILE INDIA THAILANDIA
CANNELLA VIETNAM INDONESIA CINA
CAPPERI MAROCCO SPAGNA TURCHIA
CAROTE CINA UZBEKISTAN RUSSIA
CASTAGNE CINA BOLIVIA TURCHIA
CAVOLI CINA INDIA RUSSIA
CAVOLINI DI BRUXELLES PAESI BASSI MESSICO USA
CETRIOLI CINA IRAN TURCHIA
CILIEGIE TURCHIA USA IRAN
CIPOLLE CINA INDIA USA
COCCO (NOCI DI) INDONESIA FILIPPINE INDIA
COCOMERI CINA IRAN TURCHIA
DATTERI EGITTO IRAN ARABIA SAUDITA
FAGIOLI INDIA MYANMAR BRASILE
FAGIOLINI CINA INDONESIA INDIA
FICHI TURCHIA EGITTO ALGERIA
FINOCCHI INDIA CINA BULGARIA
FRAGOLE CINA USA MESSICO
FRUMENTO CINA INDIA RUSSIA
FUNGHI CINA USA PAESI BASSI
GELATO ITALIA GERMANIA FRANCIA
GIUGGIOLE CINA IRAN dato non disponibile
GUAVA INDIA CINA THAILANDIA
KIWI CINA ITALIA NUOVA ZELANDA
LAMPONI RUSSIA POLONIA SERBIA
LATTE USA INDIA CINA
LATTUGA CINA USA INDIA
LIMONI e LIMETTE INDIA MESSICO ARGENTINA
MAIS USA CHINA BRASILE
MANDARINI e CLEMENTINE CINA SPAGNA TURCHIA
MANDORLE USA AUSTRALIA SPAGNA
MANGHI INDIA CHINA THAILANDIA
MELANZANE CINA INDIA EGITTO
MELE CINA USA POLONIA
MELE COTOGNE UZBEKISTAN TURCHIA CINA
MELOGRANE IRAN USA CINA
MIELE USA TURCHIA CINA
NOCCIOLE TURCHIA ITALIA USA
NOCI CINA USA IRAN
NOCI MOSCATE INDONESIA GRENADA INDIA
OLIO D’OLIVA SPAGNA ITALIA GRECIA
OLIVE SPAGNA GRECIA ITALIA
PATATE CINA INDIA RUSSIA
PAPAYA BRASILE NIGERIA INDIA
PEPE VIETNAM INDONESIA BRASILE
PEPERONCINO DI CAYENNA USA MESSICO BRASILE
PERE CINA USA ARGENTINA
PESCHE CINA SPAGNA ITALIA
PINOLI CINA COREA DEL NORD AFGHANISTAN
PISELLI INDIA USA CHINA
PISTACCHI IRAN USA TURCHIA
POMODORI CINA INDIA USA
POMPELMI CINA USA MESSICO
PORRI INDONESIA TURCHIA BELGIO
PRUGNE CINA ROMANIA SERBIA
RISO CINA INDIA INDONESIA
SCALOGNO MESSICO COREA DEL NORD GIAPPONE
SEDANO BIANCO USA dato non disponibile ITALIA
SOIA USA BRASILE ARGENTINA
SALMONI allevati NORVEGIA CHILE SCOZIA (REGNO UNITO)
SPINACI CINA USA GIAPPONE
SUGHERO PORTOGALLO SPAGNA MAROCCO
TARTUFI BIANCHI ITALIA FRANCIA CROAZIA
TARTUFI NERI SPAGNA FRANCIA ITALIA
CINA INDIA KENYA
UVA CINA ITALIA USA
VANIGLIA MADAGASCAR INDONESIA CINA
VINO ITALIA SPAGNA FRANCIA
ZAFFERANO IRAN GRECIA MAROCCO
ZUCCHE e ZUCCHINE CINA INDIA UCRAINA
ZUCCHERO BRASILE INDIA CINA
Natale

La magia del Natale: il pranzo del 25 dicembre

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In Italia, quando si parla di cibo, la tradizione vince sull’innovazione, il patriottismo sull’esterofilia. Nonostante la diffusione sempre più massiccia della cucina esotica, di piatti creativi, di rivisitazioni e di ricette all’avanguardia. Non c’è nessun Natale suggestivo come quello che si trascorre a casa con la propria famiglia. Perché al gran giorno ci si arriva a poco a poco, con gli addobbi che via via compaiono qua e là con l’attesa che cresce. È questo il bello. Anche se non ci sono spettatori, per un momento così intimo ed emozionante vale la pena fare le cose in grande. Il vestito più elegante, la tavola imbandita ad arte e, soprattutto, un menu importante che non tradisca la tradizione.

Gli oggetti del Natale

Il filo di luci che corre sulla tavola, piccoli Babbo Natale come segnaposto, i piatti di colori diversi mescolati ad arte, le tovaglie sovrapposte, i trionfi di frutta. Sono quei tocchi magici che regalano alla casa un’atmosfera pomposa e sfavillante, che ricorda quasi i pranzi nel castello reale e traduce in pratica il nostro desiderio di suggestione. Così anche il menu è curato ed elegante. Gli ingredienti della tradizione ci sono tutti. E poco importa che il Natale abbia tanti anni alle spalle.

Il menu del pranzo

Sparsi qua e là per la casa, in quel tipico intreccio di sorrisi e occhiate furtive ai regali, si sorseggia un vino rosé voluttuoso, che agevola la chiacchiera e mette a proprio agio. Poi dalla cucina arriva una voce: «A tavola!» La prima portata – gli antipasti – fanno capolino: la trota salmonata marinata, kumquat e citronette al Campari, il classico salmone affumicato accompagnato da riccioli di burro e la sempre scenografica aragosta in Bellavista. Meno ricercato nell’aspetto, il primo piatto a colpo d’occhio si rivela un viaggio verso i sapori più tradizionali del Natale: i tortellini in brodo di Cappone di Morozzo. Scodellati dalla zuppiera fumanti, profumati, cotti alla perfezione.

I vini da abbinare

Sarà la loro forma caratteristica o il profumo intenso e terroso, sarà che sembrano raccontare una storia di fate e boschi incantati, quando un tempo si narrava spuntassero dove avevano ballato i folletti… i funghi sono uno dei doni più preziosi che la terra ci regala e non c’è modo migliore per gustarli in un risotto ai funghi porcini! Due primi piatti ricchi di gusto e avvolgenti. Il primo accompagnato da un Lambrusco di Sorbara, l’altro da un vino bianco giovane non troppo strutturato come il Trentodoc Metodo Classico. La scelta perfetta per coccolare la famiglia in questa giornata così speciale. Il pesce, i tortellini, il risotto, sono gli ingredienti che fanno Natale, ma siamo solo a metà strada!

La carne e le verdure

Che cosa verrà ora? L’anatra all’arancia completata da una corona di patate novelle saltate al rosmarino. Un secondo piatto perfetto come portata principale nei pranzi delle feste come, appunto, il Natale. Una carne pregiata, dal gusto forte e aromatico che si sposa benissimo con i profumi e gli aromi tipici dell’arancia. Un abbinamento raffinato e riservato alla occasioni speciali. Contrariamente a quanto si creda, questo piatto è squisitamente italiano, o meglio, fiorentino e le sue origini lo fanno risalire al XV secolo quando il succo degli agrumi si utilizzava come conservante per le carni. Il vino, a questo punto, ha magicamente cambiato colore: è diventato rosso e autorevole, come un buon Chianti Classico. Il palato ha attraversato un crescendo di esperienze prima delicate, poi sempre più decise e per prepararlo al dolce bisogna confonderlo, come quando in profumeria si annusa il caffè per distrarre il naso. Assolve egregiamente a questo compito la ratatouille di verdure di stagione, che nella sua entropia di sapori soddisfa e conclude la parte salata del menu.

I dolci natalizi

Quello dei dolci a Natale non è solo il momento finale, è proprio un capitolo a parte, il tipico trionfo delle leccornie che si svolge nella sua giusta durata e sconfina nel pomeriggio. Si apre con il tronchetto di Natale alla marmellata di chinotto. Un piccolo capolavoro di pasticceria classico, ma questa volta con un tocco originale pur sempre nostrano. A seguire una macedonia di frutta secca composta da noci, nocciole, mandorle, albicocche e fichi essiccati, bagnata con del liquore all’arancia. E ancora tanta frutta fresca e mille bonbon, di quelli che uno tira l’altro. C’è un unico dolce che può davvero sancire la fine del pranzo e dare il via all’apertura dei regali: il panettone. Nessuno crede davvero alla diceria che porti fortuna ma alla fine, per non sbagliare, una fettina la mangiano tutti. E fanno bene, perché magari non sarà propiziatorio, ma di sicuro fa tanto bene all’anima. «Buon Natale a tutti!»

Glossario Gastronomico: Barbecue – Bardatura

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Il Glossario Gastronomico è un “kit di pronto soccorso” per frequentatori assidui di ristoranti, una raccolta di 750 termini per aiutare a comprendere meglio il linguaggio utilizzato nel mondo della ristorazione, ma anche per fornire in poche righe informazioni e curiosità su alcune parole, materie prime, preparazioni e piatti-simbolo della tradizione gastronomica italiana che normalmente compaiono nei menu.

Le parole della ristorazione: dall’Abbacchio alla Zuppa Inglese” di Roberto Mirandola è un libro utile e dettagliato che consente al lettore di potersi orientare al meglio in un ambito fatto di definizioni, materie prime, tecniche di cottura e ricette tradizionali. Periodicamente pubblicheremo sulle pagine di Radio Food alcuni termini, per scoprire il significato dei termini più ricorrenti utilizzati da chef, sommelier, critici e ristoratori.

Glossario Gastronomico: i termini

Barbecue: tecnica di cottura indiretta di origine nord americana, conosciuta anche con l’abbreviazione “BBQ”, che consiste nel cuocere lentamente – entro un attrezzo provvisto di coperchio chiamato grill – grossi pezzi di carne sfruttando il calore ed i fumi a bassa temperatura (attorno a 120°C) di un fuoco di braci posto ai lati o comunque ad una certa distanza dalla graticola. Il termine sembra derivare dal francese “barbe à queue” – tradotto letteralmente “barba alla coda” – per indicare la cottura di un intero animale, cioè dalla barba alla coda.

Barchetta: formina ovale di pasta frolla o di altro impasto da pasticceria da riempire con preparati vari, dolci o salati. Con lo stesso nome viene chiamato anche lo stampo con il quale si preparano le barchette stesse.

Bardatura: fette di lardo o pancetta usate per avvolgere o ricoprire un pezzo di carne macellata o un capo di polleria che, sciogliendosi in cottura, evitano alla carne di seccarsi in superficie.

Baron d’agneau: espressione francese per indicare il taglio dell’agnello composto dalla sella e dai due cosciotti arrostiti.

Barrique: chiamata in italiano anche carato, è una botte usata per l’invecchiamento di vini di particolare pregio. Costruita in legno di rovere, ha una capacità compresa tra 225 per la barrique bordolese e 228 l per la barrique borgognona.

Battuta: larga fetta sottile della fesa o della noce di vitellone del peso di circa 120-140 g solitamente cotta alla griglia.

Battuto: miscuglio di lardo, pancetta (o prosciutto) ed aromi (aglio e rosmarino) schiacciato o pestato e successivamente soffritto per insaporire, fin da inizio cottura, arrosti, minestre, risotti, ecc.

Bava (Alla): preparazione valdostana, ma diffusa anche in Piemonte, a base di gnocchi di patate conditi con della Fontina che, con l’azione del calore, fonde creando il cosiddetto filo o bava.

Pizza

Nostalgia per la pizza

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Quando rimbalzo come una pallina dentro quel grande flipper America, da uno stato all’altro, dai grattacieli di Manhattan all’Ultima Frontiera dell’Alaska, dagli scenari artefatti di Las Vegas al Golfo del Messico, la buca dentro la quale finisco, in media dopo una decina di giorni di resistenza, è la pizza. Le squisite bisteccone di Chicago, le aragoste del Maine, il pesce gatto fritto del Mississippi, le raffinate elaborazioni creole della cucina cajun di New Orleans, il ventaglio della gastronomia asiatica nelle Chinatown della Costa atlantica o l’alligatore fritto della Florida non bastano a placare il mio banale, brutale, perverso bisogno di una Margherita.  

La pizza all’estero

Tuttavia chi è quasi sempre in viaggio come me, lo sa bene: la pizza all’estero è una dannazione. Quando si ha la fortuna e la disgrazia di essere italiani si è costretti a confrontare la pizza con parametri fuori dai confini nazionali, nel 95% dei casi distante anni luce dall’ambito della decenza. È praticamente impossibile quantificare il numero di pizze che ogni giorno vengono mangiate in giro per il mondo. La regina della cucina partenopea per eccellenza – la verace pizza napoletana – è buona, è bella e invita alla convivialità. Ed è anche divertente perché può essere mangiata nel modo che si preferisce: con le posate, con le mani tagliata a spicchi oppure piegata a portafoglio. Luigi Veronelli, famoso gastronomo, la definiva così: «Solare, imitazione del sole, sole fatto piatto per le tue illuminazioni notturne: la pizza».

La versione napoletana negli USA

Trovarne una veramente italiana negli USA – proprio come viene fatta da Napoli in giù – soprattutto a New York, non è impossibile, sia chiaro: grazie ad alcuni nostri giovani chef migrati più di recente che conducono una battaglia tutta in salita per rieducare i palati newyorchesi dopo un secolo di barbare contaminazioni. Tra le mie preferite come abitante saltuario di Brooklyn ci sono Sottocasa e Motorino. Dei veri appassionati che si sono dati il compito di preservarne l’ortodossia in una metropoli dove la competizione al ribasso ha imposto la versione al taglio a $1.00, vietando di chiedere che cosa ci sia dentro.

I (pochi) pregi ed i (tanti) difetti

Lontana è infatti la “Neapolitan Style”, lanciata dall’immigrato Gennaro Lombardi nel 1905 a Spring Street, nel cuore di Little Italy, così come indicato nella più dettagliata guida delle pizze etniche di New York, dal titolo “A Complete Guide to New York City Pizza Style”. Ben presto, quella pizza che ancora poteva dirsi italiana, è stata presa, stravolta, inglobata dalla cultura ospitante, che ne ha fatto un piatto nuovo, diverso, autonomo rispetto all’originale.

Ed è quindi inutile ripetere che le versioni targate USA sono “troppo”: troppo grandi, troppo ricche, troppo condite, con un’accozzaglia di ingredienti buttati sopra alla rinfusa. Quelle pizze sono semplicemente un’altra cosa, con la loro dignità (anche se fatico ad immaginare quale) e le loro specifiche caratteristiche. Sarebbe  come voler paragonare la paella ai risi e bisi veneti: sono pietanze accomunate dal riso, certo, ma nient’altro. Così come è inutile criticare la Chicago-style stuffed pizza, un “monolite” esageratamente ricco e compatto da assomigliare più ad una grossa torta salata per stomachi robusti. Non mi stancherò mai di ripetere che la riuscita di una buona pizza non può dipendere da un solo fattore, ma dalla combinazione di quattro elementi: un ottimo impasto, ingredienti di qualità, un bravo pizzaiolo ed una corretta cottura.

Una pizza nata da un impasto scadente non sarà migliorata dal forno a legna: una pizza fatta male resterà tale a prescindere dal metodo di cottura. Un impasto correttamente maturato è leggero, quasi si sciogliesse sotto i denti. Ribadisco: «Correttamente maturato», che non significa legato per forza a lunghissime lievitazioni ormai sbandierate ovunque.

La vera pizza, stando ai più recenti canoni dei “pizzofili” nazionali, va classificata in 7 grandi categorie:

PIZZA NAPOLETANA
PIZZA TONDA
PIZZA GOURMET  (prodotta principalmente in Lombardia e Veneto)
PIZZA ROMANA
PIZZA IN TEGLIA o PIZZA AL TAGLIO

(con variante A.PI.TE.R, ossia Autentica PIzza in TEglia alla Romana)

PIZZA ALLA PALA

PIZZA AL TEGAMINO

Occorre dire, tuttavia che la pizza tonda napoletana – l’unica ad avere ottenuto il marchio STG (Specialità Tradizionale Garantita) – rappresenta, su scala italiana e mondiale, LA PIZZA per definizione.

La cucina italiana all’estero

All’estero la nostra cucina e soprattutto le nostre abitudini alimentari sono travisate, smontate e rimontate a piacimento in stile pseudo italiano, con risultati che probabilmente non gradiremmo mai (d’altronde anche noi interpretiamo alcuni piatti tipici stranieri con varianti, per così dire, “poco ortodosse”…). Quindi, se proprio vogliamo gustare anche fuori dai confini nazionali la classica pizza da noi tanto amata, non riadattata o maldestramente copiata a seconda delle tradizioni locali, non avremo che da aggiungere uno tra questi due aggettivi: italiana o napoletana.

E forse non ci arriverà – come mi è successo in una nota pizzeria à la page di Londra – un disco di pasta ricoperto di melanzane bruciate, pinoli, pomodoro, aglio selvatico o, ancora peggio ieri sera a Fairbanks in Alaska – ma ero consapevole a cosa sarei andato incontro – quando mi sono visto servire un “qualcosa” di forma rotonda guarnito con dadini vagamente somiglianti nell’aspetto e ancor meno nel sapore a prosciutto cotto, oltre a formaggio del tipo tutto-eccetto-mozzarella e pezzi di ananas, per giunta sciroppato. Applausi dunque per la scuola della versione napoletana, l’ultima frontiera (non quella dell’Alaska da dove sto scrivendo…) di un’enorme, riconosciuta eccellenza.

Rabarbaro

Tropicana Fruit & Veggie Club: il Rabarbaro

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Il rabarbaro – nome scientifico Rheum Officinale appartiene alla famiglia delle Polygonaceae, la stessa del grano saraceno. È una pianta perenne la cui altezza, a seconda della specie, varia da meno di un metro fino a 3 metri. È caratterizzata dalla presenza di grandi foglie e piccoli fiori ed esteticamente è una sorta di sedano rosso. Da millenni la radice di questa pianta erbacea originaria della Siberia viene coltivata in Cina principalmente per scopi medicinali e nel XIII secolo fu Marco Polo ad importarla in Europa (all’epoca veniva chiamata radice di rhacoma) diffondendosi nel Centro Europa soprattutto in Francia e Inghilterra. Nel tempo divenne così popolare che attorno alla metà del XVII secolo il suo valore in Inghilterra era quasi il triplo del prezzo dell’oppio mentre in Francia valeva addirittura dieci volte più della cannella.

Il Rabarbaro

L’uso del rabarbaro come coltura alimentare è relativamente recente. La parte utilizzata è lo stelo al contrario delle foglie che, contenendo elevate quantità di acido ossalico, risultano essere tossiche così come nei kiwi e negli spinaci, ma in dosi trascurabili per il nostro organismo. Tecnicamente si tratta di una verdura, ma considerato l’utilizzo attuale – si producono principalmente confetture e composte – può essere considerato alla stregua di un frutto. Per il suo gusto piuttosto acido e al contempo un po’ dolce, il rabarbaro è un vegetale insolito. A causa del suo particolare sapore, infatti, viene sempre consumato cotto con l’aggiunta di un po’ di zucchero.

L’etimo rabarbaro deriva da due parole greche: ra  che significa pianta e barbaron  per indicare che questa pianta era solitamente coltivata da popolazioni barbare.

Le varietà

Le varietà di rabarbaro sono circa 60. Le più diffuse, in quanto a gusto e popolarità, sono: la Canada Red, la Crimson Cherry, la German Wine, la Colorado e la Victoria.   Il Rheum Palmatum conosciuto anche come rabarbaro cinese o rabarbaro della Mongolia per le sue proprietà officinali rappresenta un ottimo rimedio della medicina popolare cinese e della fitoterapia. Svolge infatti un’azione stomachica e digestiva, efficace in caso di cattiva e lenta digestione, favorendo la produzione dei succhi gastrici. Inoltre, grazie alla bellezza e alle dimensioni delle foglie è utilizzato anche per scopi ornamentali.

La produzione

I maggiori produttori sono Regno Unito e Stati Uniti sebbene in passato il 90% della produzione mondiale si concentrasse nel cosiddetto Triangolo del Rabarbaro nel West Yorkshire, la parte più settentrionale dell’Inghilterra. Anche se non esistono statistiche ufficiali a riguardo, Regno Unito e Stati Uniti rappresentano anche i maggiori consumatori assieme ad alcuni Paesi dell’Estremo Oriente, Cina in primis. Nel 2010 la varietà Yorkishire Forced Rhubarb ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta da parte dell’Unione Europea.

Le curiosità

Molte sono le curiosità legate al rabarbaro. Eccone di seguito alcune:

  •  è la verdura, come detto utilizzata più come frutto, con il minor numero di calorie: circa 21 ogni 100 grammi, diversamente dall’avocado che rappresenta il frutto più calorico, usato come verdura, mediamente 221 calorie ogni 100 grammi di polpa.
  • negli Stati Uniti il 23 gennaio di ogni anno si celebra il National Rhubarb Pie Day, ossia la giornata nazionale della crostata di rabarbaro.
  • è utilizzato anche in profumeria. Costituisce infatti uno degli ingredienti di alcuni profumi. Tra i più noti il Burberry Brit Red Special Edition Eau de Parfum (in vendita in un’elegante confezione rosso rabarbaro contenente il flacone anch’esso rosso) e il CK One Summer 2011 Limited Edition, una franganza agrumata caratterizzata dalla freschezza tagliente del rabarbaro.
  • in Italia il rabarbaro è associato principalmente al Rabarbaro ZUCCA®. Era il 1845 quando Ettore Zucca scoprì il gusto e la piacevolezza di questa pianta. Nel tempo la preparazione artigianale di questo amaro si è trasformata in un prodotto venduto su larga scala in tutto il mondo diventando uno dei simboli della Milano raffinata. Celebre lo slogan pubblicitario in uso negli ’70 e ’80 del secolo scorso che faceva leva su un indovinato gioco di parole: Il Rabarbaro Zucca si trova nel bar come il bar si trova nel RaBARbaro.
  • in un recente passato la parola “rabarbaro” veniva usata nei film e in TV per creare una scena con brusio: si raggruppavano tutte le comparse in uno spazio ampio e gli si faceva ripetere in continuazione questa parola. Le diverse modalità di pronuncia (più veloce, più lenta, a bassa voce o ad alta voce) creava il brusio richiesto.
  • nel nostro Paese la commercializzazione e la produzione su larga scala di prodotti a base di rabarbaro come confetture sono ancora limitate. Anni addietro nei punti vendita di alcune catene di supermercati era possibile trovare la Confettura Classica di Rabarbaro prodotta dall’azienda francese Bonne Maman®. Considerato il poco gradimento da parte dei consumatori italiani, la commercializzazione di questo prodotto venne interrotta.
  • una volta assunto è in grado di variare il colore dell’urina in un giallo intenso, a volte anche rosso.
  • è ricco di beta-carotene e di composti fenolici come la luteina e la zeaxantina che proteggono la pelle dai radicali liberi. Una dieta ricca di questi composti antiossidanti può prevenire l’insorgere di alcuni tipi di tumore come quello alla bocca e ai polmoni, ma non solo. La prevenzione si estende anche alla degenerazione maculare, alla cataratta e all’invecchiamento precoce.
  • sempre in Italia, si produce una salsa ottenuta con gambi verdi di rabarbaro (coltivati nel Lecchese) e una bassa percentuale di zucchero di canna aggiunto, nell’ordine del 9-10%. La sua acidità rinfresca il palato e la rende perfetta per accompagnare carne di maiale, bolliti, arrosti saporiti o pesci grassi come salmone.