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Bacon

Glossario Gastronomico: Baccalà – Bacon – Bagnomaria

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Il Glossario Gastronomico è un “kit di pronto soccorso” per frequentatori assidui di ristoranti, una raccolta di 750 termini per aiutare a comprendere meglio il linguaggio utilizzato nel mondo della ristorazione, ma anche per fornire in poche righe informazioni e curiosità su alcune parole, materie prime, preparazioni e piatti-simbolo della tradizione gastronomica italiana che normalmente compaiono nei menu. Le parole della ristorazione: dall’Abbacchio alla Zuppa Inglese” di Roberto Mirandola è un libro utile e dettagliato che consente al lettore di potersi orientare al meglio in un ambito fatto di definizioni, materie prime, tecniche di cottura e ricette tradizionali. Periodicamente pubblicheremo sulle pagine di Radio Food alcuni termini, per scoprire il significato dei termini più ricorrenti utilizzati da chef, sommelier, critici e ristoratori.

Glossario Gastronomico: i termini

Baccalà

Elemento essenziale di molte cucine popolari nelle quali il suo utilizzo si alterna a quello dello stoccafisso. Oltre al merluzzo artico norvegese, si usano anche altri tipi di merluzzo o pesci della famiglia dei Gadidae, come ad esempio il brosme ed il molva. Esistono due tipi diversi di baccalà: il baccalà salato e il baccalà salato ed essiccato. Nel primo caso il pesce viene aperto a libro, liberato già sulla barca di testa, pinne, intestino, coda e messo sotto sale per circa 20 giorni; nel secondo, il baccalà salato viene successivamente essiccato all’ aperto su apposite rastrelliere. La Grand Bank nell’Oceano Atlantico settentrionale al largo dell’isola di Terranova e delle coste del Labrador rappresenta la zona dove probabilmente viene pescato il merluzzo migliore. Il baccalà ha carni più tenere ed un gusto più deciso rispetto allo stoccafisso. In definitiva si usano tre nomi per identificare lo stesso pesce: merluzzo quando è fresco, baccalà quando è conservato a pezzi sottosale, stoccafisso quando è essiccato.

Bacon

A differenza della pancetta per la sua produzione non viene utilizzato solo il ventre del suino (basti pensare che il nome deriva dall’inglese “bacoun” e fa riferimento al posteriore del maiale): si possono usare, infatti, altri tagli come gola, schiena, lombi o fianchi. La carne, una volta lavorata, va lasciata in salamoia e, dopo essere stata essiccata anche alcuni mesi, è cotta in forno, al vapore, bollita o affumicata.

Bagna càuda

Salsa cremosa piemontese – per la precisione di Langhe, Roero e Monferrato – preparata con acciughe dissalate e diliscate, aglio dolce e olio d’oliva extravergine. Nei ricettari della tradizione piemontese è annoverata tra gli antipasti, tuttavia può essere anche un piatto unico. Va servita caldissima in piccole ciotole di coccio – dette “dianèt” – o nella “s’cionfeta”, la pentolina per uso comune riscaldata da un fornellino in cui ogni commensale intinge le verdure crude, specialmente cardi gobbi di Nizza Monferrato, peperoni crudi o cotti e topinambur. Alcuni ingredienti comuni all’agiadda (o agliata) genovese e all’aglioli provenzale fanno ritenere un’origine marinara dovuta agli antichi scambi commerciali attraverso le vie del sale.

Bagnet

Tipica salsa per il bollito misto alla piemontese. Esiste “verd”, nota anche come salsa verde e “ross”, salsa cotta di pomodoro, aglio, aceto, peperoncino e odori.

Bagnomaria

Metodo di cottura eseguito ponendo l’alimento in un contenitore a sua volta inserito in un altro recipiente di dimensioni maggiori dove bolle dell’acqua. In questo modo la cottura avviene per conduzione a calore moderato. Oltre ad essere un metodo per sciogliere il cioccolato, è una tecnica molto diffusa in pasticceria. Consente, infatti, di avere un maggior controllo del grado di cottura di alcuni composti (come quelli a base di uova, miele o zucchero) che altrimenti patirebbero sbalzi di calore violento.
Maiale

Novembre, il periodo giusto per “fare” il porco

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Novembre: prime nebbie, primi freddi. Se in campagna è tempo di cotechini, musetti, salsicce, soppresse, zamponi e “porcate” varie, in città lo dimostrano le numerose proposte di supermercati e macellerie sia per la scelta dei tagli, sia per i prezzi. Il maiale viene comunemente guardato con sospetto, perché la sua carne è ritenuta grassa dai più. In realtà non è del tutto vero visto che si tratta di una carne bianca, la cui la digeribilità non è poi così diversa dalle altre carni in uso. Inoltre oggigiorno si allevano maiali cosiddetti “magri” di peso non superiore ai 150 kg con contenuti di grasso molto vicini a quelli dei bovini adulti.

Per celebrare degnamente l’Anno cinese del maiale ormai prossimo all’epilogo (in Italia, si sa, ogni pretesto è buono per mangiare) non è necessario guardare ad oriente: il maiale è un elemento presente da sempre anche nella nostra tradizione gastronomica. Ecco, perciò, una breve rassegna dei tagli principali:

COPPA o FRACOSTA

È la parte anteriore del maiale. Tenera perché alterna carne magra a strati di grasso e particolarmente adatta per cotture lunghe quali brasati e arrosti, anche per ripieni come la coppa farcita arrosto. Ed è anche economica. Trattata da cruda, attraverso la stagionatura della parte più magra si ottiene il salume omonimo e da quella più grassa la pancetta coppata.

SPALLA

Fa coppia con il cosciotto: in questo caso il pezzo migliore, cotto e conservato, si presenta in salumeria come prosciutto cotto, quello meno pregiato come spalla cotta. Può essere cucinata anche da fresca, sia arrostita, sia brasata e servita calda con la senape.

CARRÉ o ARISTA

Inizia dalla settima costola per arrivare fino alla coda. Chiamato anche arista (con l’accento sulla prima “a”), è la parte superiore delle costole dell’animale. Rappresenta uno dei tagli più pregiati e quindi costosi. Con l’osso si può cucinare il carré intero arrosto con molti aromi come si usa in Toscana, Umbria e in tutta l’Italia Centrale oppure con verdure miste a pezzi, ma anche annegato nel latte o ancora nel vino bianco, poi cotto a lungo: un metodo per ottenere una carne morbidissima, come uno stracotto… in bianco. Un altro impiego è quello di un’ulteriore sezione fra costola e costola per formare le cosiddette braciole, fette di carne contornata dall’osso che possono essere cotte alla griglia o in padella come vere costolette, diventando così l’equivalente suino della costata di manzo.

LONZA e FILETTO

Il carré disossato prende il nome di lonza e filetto. Tagli molto pregiati, il primo è costituito da una grossa fascia di carne quasi rettangolare, l’altro invece è molto più sottile e rappresenta la carne più tenera del maiale. Corrisponde al filetto nel manzo e talvolta sostituisce il filetto di vitello o di manzo perché ugualmente tenero ma meno costoso. Per la lonza vale il discorso fatto per il carré: stesse modalità di cottura. In più, affettandola, se ne ricavano scaloppine. Riguardo il filetto, magro e morbido, va usato per preparare medaglioni, involtini o un piccolo arrosto.

PUNTINE

Si trovano tra il carré, la lonza e la pancetta. È un taglio molto economico usato per le ricette più antiche e popolari come la cassœula, uno degli esempi più tipici.

COSCIOTTO

La sua destinazione più nobile è quella di “vestirsi” da prosciutto crudo, dopo essere stato trattato con salatura e stagionato a dovere. Ed è anche tra i tagli più ambiti, con quello che vale oggi questo salume! Il pezzo fresco è adatto per arrosti, con o senza cotenna, come il prosciutto cotto al forno.

PANCETTA

Si posiziona sotto le puntine ed è formata da strati di grasso alternati a carne grassa. È destinato soprattutto alla salumeria, in versione tesa o arrotolata, anche affumicata (il classico bacon anglosassone). La pancetta fresca può essere preparata arrosto, meglio se ripiena.

Se per i nati nel 1947, 1959, 1971, 1983 e 1995 – almeno per quest’anno – definirsi “maiale” può essere un vanto, a novembre maialate e porcate sono ammesse. A patto si tratti di scelte o comportamenti “sconvenienti” prettamente gastronomici, come il Festival du Cochon (la Festa del Maiale) di Sainte-Perpétue in Canada dove ai partecipanti è consentito l’accesso solo se muniti di “PASSAPORCO”.

La scelta è vasta, quasi infinita: porceddu arrosto, filetto di maiale alle mele, arista di maiale al forno, cotolette di maiale, stinco di maiale (o Schweinshaxe), filetto di maiale farcito ai funghi, cotechino con le lenticchie e via discorrendo. Poi, passato questo mese e dimenticati i piaceri della carne del grufolante rosa, penseremo alle ghiottornìe – dolci e salate – delle festività natalizie. Ma questa è un’altra storia. Oink oink!

Maiale

  1. COPPA o FRACOSTA – 2. SPALLA – 3. CARRÉ o ARISTA
  2. LONZA e FILETTO – 5. PUNTINE – 6. COSCIOTTO – 7. PANCETTA
Riso Basmati

Il riso Basmati, la varietà amata dagli sportivi

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Il riso è da sempre uno degli alimenti più consumati a livello globale, dall’Asia alle Americhe passando per il nostro continente.

Se vedi un affamato, non dargli del riso, insegnagli a coltivarlo”. Così Confucio, celebre filosofo cinese vissuto nel VI-V secolo a.C., nel tentativo di designare quale fosse il miglior modo per l’uomo di condurre la propria esistenza, decantava quanto prezioso fosse già all’epoca il riso.

Le varietà di riso

Ancora oggi probabilmente si può associare a tale affermazione una certa verità. Il riso è tra gli alimenti più coltivati sul pianeta, arrivando a sfamare ogni anno miliardi di persone. Ne esistono decine di varietà ed ognuna di queste trova un suo più indicato utilizzo in cucina.

Il riso carnaroli ad esempio è il più indicato per i risotti, il riso vialone nano è adatto a timballi e preparazioni in forno, mentre il riso venere è ottimo per insalate, sushi e condimenti più fantasiosi.

Il basmati, a differenza di questi, può essere considerato più versatile. Può essere impiegato per molteplici preparazioni differenti che permettono a tutti i consumatori di farne uso in maniera creativa.

Il suo aroma delicato infatti, gli permette di adattarsi a un gran numero di condimenti, dai sughi alla carne e al pesce. Il famoso pollo al curry, ad esempio, è spesso accompagnato da riso basmati bianco, come un vero contorno.

Le proprietà del riso basmati

Ma cosa lo rende così adatto ad un’alimentazione sana e bilanciata? Analizziamo con ordine alcune delle sue più importanti proprietà nutrizionali.

Innanzitutto, l’indice glicemico medio-basso, con un valore pari a circa 56-59 punti, molto inferiore rispetto agli standard del comune riso bianco che si assesta sugli 89. È subito evidente dunque, che come alimento può essere estremamente utile negli individui soggetti a diabete o sovrappeso.

Venendo all’apporto calorico, 100 g di riso basmati apportano circa 340 kcal (leggermente oscillabili in base alla varietà) suddivise in 78g di carboidrati, 8g di proteine e appena 0.89 g di grassi.

La cottura

È un alimento che raddoppia le sue dimensioni quando viene cotto. La bollitura infatti permette ai chicchi di aprirsi e di assimilare una quantità di acqua piuttosto importante. Ne deriva una sazietà non indifferente. Per questo molti sportivi, professionisti o amatoriali, ne fanno uso. Il basmati gli permette di assimilare nutrienti importanti, specialmente in termini energetici, ma allo stesso tempo di rimanere sazi, senza doverne mangiare quantità esagerate.

Anche in momenti di diete ipocaloriche, tese al dimagrimento, l’assimilazione di alimenti sazianti come il riso basmati, possono diminuire il senso di fame e conseguentemente rendere meno difficoltosa la dieta.

È inoltre un riso ricchissimo di minerali, tra cui il potassio. Ma è noto anche per l’elevato contenuto di fibre che consentono di facilitare l’equilibrio delle funzioni gastriche e intestinali.

Il punto di vista organolettico

Da un punto di vista organolettico invece, si tratta di un alimento che è consigliabile sciacquare più volte sotto l’acqua fredda prima di cuocerlo. Questo perché essendo il riso basmati ricco di amido, il risciacquo pre-cottura gli permette di eliminare l’amido che si trova in eccesso e quindi di ottenere successivamente dei bei chicchi compatti e divisi tra loro, evitando la sensazione di riso pastoso e stra-cotto.

E voi, come lo cucinate?

Giuggiole

Andare in brodo di giuggiole

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PER ANDARE IN BRODO DI GIUGGIOLE? «USCITA A13 TERME EUGANEE DIREZIONE ARQUÀ PETRARCA»

Andare in brodo di giuggiole è un’antica espressione metaforica nota a tutti: rivela con molta incisività uno stato d’animo particolarmente positivo, una profonda soddisfazione. Praticamente significa essere quasi fuori di sé per la contentezza. Questo modo di dire era diffuso già nel XVII secolo e compare – sebbene in forma diversa da quella attualmente in uso – addirittura nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca datata 1612. Ma cosa sono esattamente le giuggiole? E davvero sono utilizzate per la preparazione di un brodo?

La Giuggiola

La giuggiola, almeno per noi in Italia, può essere classificata come frutto esotico, considerata la sua provenienza – il Vicino Oriente – e l’altro nome con il quale è conosciuta, ossia dattero cinese. Alcune leggende proprie dei paesi asiatici narrano che un tempo gli alberi di giuggiole fossero strettamente sorvegliati. Si pensava che il loro odore facesse innamorare le persone.

Le origini territoriali

Frutto originario di Libano, Siria e Nord Africa, ha trovato nel corso dei secoli diffusione nell’area compresa tra la Spagna e la Cina. Usata da Egizi e Fenici come prezioso ingrediente di svariati intingoli, veniva utilizzata dai Greci per preparare un vino. I Romani, una volta scoperta, la chiamarono zizizphum da cui è probabilmente derivato il nome botanico ziziphus jujuba. In Italia la sua diffusione è concentrata in Veneto, precisamente nei Colli Euganei in provincia di Padova ed è testimoniata nientemeno che da Francesco Petrarca trovando proprio ad Arquà (curiosamente nel 1868, in seguito all’Annessione del Veneto al Regno d’Italia, si decise di cambiare il nome in Arquà Petrarca in onore del poeta che vi trascorse gli ultimi anni della sua esistenza) il suo luogo di ideale per esposizione e clima sebbene compaia anche a Cavallino Treporti, presso le isole di Sant’Erasmo e Vignole nella zona lagunare di Venezia i cui arbusti, un tempo, venivano utilizzati come ombreggianti per gli orti lagunari.

Scopri i termini del Glossario Gastronomico!

Le caratteristiche del frutto

Si tratta di un frutto delle dimensioni di un’oliva, di forma ovale o sferica, dal colore che spazia dal marrone chiaro al rossastro, composto per l’81% di acqua. Se colta non ancora completamente matura, ossia quando la polpa presenta un colore verde uniforme, ha un sapore simile a quello di una mela. Con il procedere della maturazione, tuttavia, il frutto si scurisce, la superficie si fa rugosa, la polpa presenta un colorito bianco ed il sapore diviene progressivamente più dolce fino ad assomigliare a quello di un dattero. Il giuggiolo ha un portamento generalmente di albero, rami spinosi ed altezza media di 3-4 m. Le foglie sono arrotondate, di un verde chiaro e brillante che vagamente ricordano quelle dell’olivo. La pianta produce un gran numero di fiori di piccole dimensioni dal colore bianco verdastro la cui fioritura avviene in giugno-agosto, mentre la maturazione dei frutti tra settembre ed ottobre.

Le proprietà

Particolarmente ricca di vitamina C (ne contiene 20 volte di più degli agrumi), è nota per le sue proprietà antinfiammatorie e antipiretiche, protegge il fegato e abbassa la concentrazione di colesterolo nel sangue, oltre ad essere un valido emolliente e, in decotto, cura raffreddori ed infiammazioni alle vie respiratorie. Ottima consumata fresca, trova applicazione nella preparazione di confetture, conservata sotto grappa e, in tempi recenti, per la produzione di due specialità tipiche dei Colli Euganei: il Brodo® di Arquà Petrarca, un liquore rosso ambrato dal gusto melato e profumo intenso di giuggiola con un leggero sentore di nocciola meglio conosciuto come Brodo di Giuggiole.

In tempi remoti le famiglie contadine mettevano i frutti appassiti in vasi e tramite infusione ne ricavavano un succo liquoroso che per la sua dolcezza era definito, appunto, brodo di giuggiole. L’altra specialità è il Giuggiolone, dolce somigliante nella forma al panettone piemontese e ad una colomba pasquale di consistenza soffice, dal particolare sapore con una lieve nota aromatica percepibile nel retrogusto conferita dall’aggiunta di giuggiole lavorate al caramello e Brodo di Giuggiole nell’impasto.

PS) Nonostante l’ironia del titolo, l’indicazione per raggiungere il borgo medievale di Arquà Petrarca – eletto nel 2017 come 2° Borgo più bello d’Italia – è veritiera: appena 12 km dal casello TERME EUGANEE dell’autostrada A13 BOLOGNA-PADOVA.

Caseificio Perina

Caseificio Perina: la Mozzarella è regina!

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Burrate, nodini, stracciatella, scamorze. La storia del caseificio che conquisterà il mondo.

Questa è una storia pugliese che dura da quarant’anni, fatta di latte, amore e fantasia. Una sconfinata fantasia che pervade i sensi al primo morso. L’indiscutibile oro bianco delle Terre di Puglia ha un nome che riecheggia nelle campagne del nord barese, tra gli ulivi secolari e i muretti a secco dove per gran parte dell’anno batte il sole, dei luoghi mistici e fermi nel tempo, in cui vagare soddisfatti dopo una scorpacciata di prodotti Perina. Nonostante le origini pugliesi ed un’età giusta per poter dire “conosco la mia terra e le sue meraviglie”, la mia scoperta del Caseificio Perina è cosa recente.

La materia prima

Mi sono imbattuta sulla via lattea del sud da poco e durante questo recente tempo passato dal primo assaggio, non ho fatto altro che rimpiangere gli anni trascorsi senza averne mai preso nota. Vi siete mai innamorati a prima vista? Con la mozzarella Perina funziona proprio così: quel colpo di fulmine che mai avreste sognato di avere, arriva come un lampo di gusto in una sciapa giornata. “Bontà Genuina” dunque, è da sempre il claim più che indicato che accompagna l’azienda da decenni, dove giornalmente lavora un gruppo di professionisti che sin dal principio ha puntato tutto sull’eccellenza della materia prima: il latte.

Caseificio Perina

La storia del Caseificio

Ma facciamo un passo indietro per comprendere le origini del caseificio. Siamo nel 1974 e tutto ha inizio con l’intraprendenza di Onofrio Perina, che dopo un periodo formativo nel settore caseario accanto a suo padre, comincia la sua avventura fondando la “Lattanzio Lucia”, una piccola azienda a conduzione familiare dove in piena notte si producono latticini che l’indomani si sarebbero venduti. Inoltre, per almeno tre volte a settimana, Onofrio si mette alla guida del suo camion per raggiungere Bressanone, in Alto Adige, luogo in cui può reperire il latte migliore nonostante i kilometri di distanza dalla sua amata Puglia. Ed è proprio con il latte altoatesino che Onofrio riesce a garantire al pubblico i migliori latticini del quartiere, poiché a suo parere, quella materia prima contiene le giuste qualità per ricavare un prodotto eccellente. L’attività cresce di mese in mese e ben presto fu necessaria un’organizzazione più strutturata. Così, la storica sede in Via Canosa a Barletta, non fu più sufficiente a contenere l’arrivo di sempre più dipendenti. Nella stessa via apre un negozio e dall’attività di trasformazione, si passa ad un grande palazzo in Via Barberini.

Gli anni recenti

Sono gli anni’80 e gli affari vanno a gonfie vele. Il fatturato cresce, così come la fama di Onofrio, primo imprenditore ad esportare la mozzarella nel fiorente ed esigente mercato milanese, portando la quota produttiva ad oltre 250 quintali giornalieri. E’ nell’87 che nasce “Perina Onofrio – Caseificio dell’Andriese – Bontà Genuina”, il cui nuovo polo sorge in Via Andria, dove tutt’ora ha sede il quartier generale del caseificio in grado di metter d’accordo tutti e con le potenzialità per conquistare il mondo. Gli anni’90 sono quelli del consolidamento, sino al 1996, quando la famiglia decide di costituire una società guidata da tutti i figli di Onofrio che dal 2005 conducono l’azienda. Dina, amministratore, stesso carisma del padre, Giuseppe alla produzione, stessa passione del padre e medesimo amore per il latte e tutto ciò che da esso può nascere, Pasquale ed Angela al commerciale, poiché entrambi possiedono la dialettica del padre ed un amore incondizionato per la clientela. Dal loro papà, sempre attivo e passionale come un tempo, hanno imparato la cultura del sacrificio, il segreto del lavoro guidato dall’amore e dalla passione, la ricerca dell’eccellenza e della salubrità dei prodotti. Qualità impresse a fuoco nel DNA di famiglia, fondamenti ora come un tempo, della vincente politica aziendale dei Perina.

La produzione

Una storia di latte, amore e fantasia, dicevamo. Che oggi conta oltre 400 quintali di produzione giornaliera e circa 70 dipendenti. Florida realtà, fiore all’occhiello del panorama caseario nazionale, in continua ascesa anche sul mercato internazionale ed in particolare negli Stati Uniti, in Ungheria, Croazia, Spagna e Francia. A render possibile il primato c’è sempre il prezioso sapere dell’artigiano, quello mai dimenticato nonostante i numeri da capogiro che l’azienda produce annualmente. L’uso del latte crudo in primis, che conserva aromi e caratteristiche dell’alimentazione animale, imparagonabile al latte pastorizzato che trattato termicamente appiattisce il gusto. Il sale cristallizzato purificato e il caglio naturale di vitello certificato, senza microbici né enzimatici, consentono la realizzazione di un prodotto sano e naturale. La panna, priva di addensanti o additivi, rende genuine stracciatella e burrate, veri e propri cavalli di battaglia dei Perina.

Il futuro

S’è vero com’è vero che la storia, nel bene e nel male, è destinata a ripetersi, ci auguriamo che la storia dei Perina sia il faro guida per le nascenti realtà sul territorio. Fulgido esempio di costanza e portatrice sana di quel valore immacolato che è il lavoro, bianco e puro come un sorso di latte appena munto.

Sapori immortali, da scoprire e provare almeno una volta nella vita.

Per maggiori informazioni:
WebSite: http://www.caseificioperina.it/index.php
Facebook: https://www.facebook.com/caseificioperina/

Caseificio Perina

Emergente

Durillo, Sirabella e Bianchi: i nuovi talenti di Emergente

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Il premio Emergente, ideato da Luigi Cremona e Lorenza Vitali, che valorizza ogni anno i talenti di cucina, sala e pizza, ha i suoi nuovi vincitori: Gianluca Durillo per la categoria chef, Lorenzo Sirabella per la pizza e Gabriele Bianchi quale uomo di Sala.

Emergente Chef

La finale Emergente Chef ha visto sfidare i ragazzi nella preparazione di due ricette: ricetta a 0 cotture e ricetta con lunga cottura, e ha decretato come vincitore del Premio Miglior Chef Emergente 2019 Gianluca Durillo, classe ’93 nato a Giulianova, da circa due anni lavora nella cucina del ristorante Madonnina del Pescatore a Senigallia sotto la guida dello chef Moreno Cedroni. Il rispetto in cucina e la valorizzazione del territorio sono i suoi punti cardine e nelle sue creazioni predilige usare ingredienti propri della sua regione l’Abruzzo.

Il piatto del vincitore

Il giovane chef abruzzese in gara ha portato: come ricetta 0 cotture “La Mugnaia di Mezcal” una sogliola cotta per finta in acqua fredda e come ricetta a lunga cottura “Come un agnello alla brace” un gioco di parole dove ha sostituito una rana pescatrice al posto del carpaccio di manzo e la rapa rossa.

Premiato anche Lorenzo Boschi di Locanda di Mezzo a Castelnuovo di Garfagnana (LU) per la miglior ricetta a lunga cottura e Marco Primiceri con il suo nuovo ristorante Duo a Chiavari (GE) per la miglior ricetta a 0 cotture. Gli altri concorrenti che hanno partecipato alle selezioni sono stati: Giuseppe Torcasio che lavorava presso Ex Trappeto a Lamezia Terme (CZ), Valerio Ragusa di Da Luciano a Roma, Rocco Santon con la recente apertura Noir a Ponzano Veneto (TV), Emanuele Frisenda di Aqua a Porto Cesareo (LE), ed infine Antonio Micalizzi del Gellius ad Oderzo (TV).

Emergente Pizza

Grande successo anche per la gara di Emergente Pizza, dove gli otto pizzaioli in gara si sono sfidati nella preparazione di due ricette: tema forno e tema fritto e ha decretato come vincitore del Premio Miglior Pizza Chef Emergente 2019 Lorenzo Sirabella di Dry Milano Solferino a Milano, giovane napoletano di origini ischitane con la passione per la cucina. Dopo un corso di panificazione e pizzeria presso il “Il Faro” centro di formazione professionale di Roma ha iniziato un lungo percorso come pizzaiolo in diversi ristoranti e da settembre 2018 arriva al Dry di via Solferino. In gara ha portato come ricetta: a tema forno “la pizza dedicata all’Italia” con provola affumicata d’Agerola, friarielli napoletani, crema di zucca mantovana e ventricina teramana e a tema fritto “il pasticcio di pesce di Ippolito Cavalcanti”, questa pizza prende spunto da una ricetta di Ippolito Cavalcanti, il pasticcio di pesce del trattato “Cucina teorico pratica” del 1837, un classico della tradizione napoletana.

Emergente

Gli altri premi

Premiati anche Roberto Ferrone di Al 384 di Roma per la Miglior Pizza Fritta e Nicola Falanga di Pizzeria Haccademia a Terzigno (NA) con il Premio della Critica. Hanno partecipato anche: Tommaso Correale di Pizzeria Vesuvia a Bologna, Giuseppe Monaco di O’ Fiore mio a Faenza (RA), Gianluca Morea di Torre Gavetone a Molfetta (BA), Fabiano Viscito di Ristorante Pizzeria Battilapaglia di Salerno, Gabriele Lucantoni di Sbanco a Roma.

Emergente Sala

Ad aver ottenuto il Premio Emergente Sala 2019 è stato Gabriele Bianchi chef de rang a Villa Crespi a Orta san Giulio (NO), classe 95’, toscano di Cecina, è sempre stato legato al mondo della sala grazie ai genitori proprietari di attività ristorative. A 10 anni si è ritrovato a fare il primo caffè e da lì un percorso in ascesa che lo ha portato dopo varie esperienze importanti e il diploma all’istituto alberghiero a lavorare a Villa Crespi accanto al manager Massimo Raugi e allo chef Antonino Canavacciuolo. Il premio della critica è andato invece al giovane Davide Botter responsabile di sala di Villa Giulia Hotel Lago di Garda a Gargnano (BS).

Hanno partecipato alla durissima selezione finale anche: Stefano Grandis responsabile di sala a El Coq a Vicenza, Carlotta Cenedese chef de rang di Materiaprima Osteria Contemporanea a Pontinia (LT), Gianmarco Panico chef de rang del Mirabelle Restaurant di Roma, Giuseppe Zuottolo assistant restaurant manager dell’Olivo Restaurant di Anacapri (Na), Alessandra Quattrocchi sommelier del Ristorante Modì a Torregrossa (Me) ed infine Gianmarco Merazzi responsabile di sala e patron presso Osteria degli Spiriti a Lecce.

Emergente

Itanglese

Lo strano fenomeno della cucina Itanglese

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L’Itanglese, ovvero la Carica dei 101 nuovi termini enogastronomici difficili da digerire…

Al contrario di Paesi come Francia e Spagna dove il fenomeno si mantiene su livelli tutto sommato accettabili, da un paio di decenni impetuose ondate di anglicismi si riversano nell’uso dell’italiano parlato e scritto. Una sorta di morbus anglicus capace di “infettare” e “corrompere” anche la nostra bella lingua in qualsiasi campo, compresi quello della ristorazione e dell’enogastronomia.

Dal cibo di strada allo street food

Nella percezione del parlante comune la parola straniera è sempre, almeno tendenzialmente, più espressiva di un sinonimo italiano. Inoltre, a parità di condizioni, l’anglicismo è dotato di maggiore emotività ed evocatività. Possono entrare in ballo fattori come l’attenuazione, l’eufemismo, la reticenza. Un esempio su tutti: oggi lo street food non più ha nulla a che vedere con l’aura rustica, rurale del cibo di strada di un tempo. Adesso sa di internazionale, sembra più raffinato e meno provinciale del suo predecessore, in compenso costa di più e continuiamo ad acquistarlo nelle solite bancarelle o nei chioschi di sagre e fiere.  

La scarsa conoscenza della lingua inglese in Italia

All’inizio della diffusione dei computer in Italia a metà degli anni ‘80, apparve con evidenza un fatto: sebbene gli anglicismi lussureggiassero nei cataloghi commerciali, apparivano più raramente nei manuali di istruzione e addirittura scomparivano nei trattati scientifici di teoria dei sistemi e di informatica. Il caso suggerì un’ipotesi: dietro tutti gli usi linguistici c’era una questione di “densità di cultura”. A chi conosce davvero una lingua straniera, compresa, parlata e scritta correttamente (ahimè in Italia una bassissima percentuale di popolazione, nell’ordine del 20-22%) non viene nemmeno in mente di esibirla fuori tempo e luogo come faceva “l’ammericano” di Alberto Sordi o come pappagalleggiano spesso troppi “finti moderni”.

L’Itanglese

Usare vocaboli inglesi senza tradurli o sostituirli a quelli italiani anche quando esistono equivalenti nazionali di pari efficacia le alternative (nel 90-95% dei casi) che facciamo morire perché non le utilizziamo, non significa essere “internazionali”, ma “provinciali” e culturalmente limitati. Vuol dire rinnegare la nostra storia e le nostre radici per scegliere di diventare creoli. Questo è il virus che sta soffocando la nostra lingua. Chi, con l’alibi dell’internazionalismo o del tecnicismo insostituibile vuole dirlo in inglese mente: sta semplicemente imponendo la propria visione del futuro della nostra lingua (non più l’italiano, ma l’itanglese) e il proprio senso di inferiorità verso l’inglese. Correggere il grave, persistente analfabetismo nazionale in materia di lingue straniere è una via più lunga, ma forse più produttiva di qualche ukase contro tutti quegli inutili forestierismi.

L’elenco di 101 termini

Ecco allora l’elenco di 101 termini con riportata a fianco la corrispondente parola in italiano. Sono solo una parte dei tanti barbarismi nei quali mi imbatto quotidianamente leggendo menu di ristoranti, articoli di giornale, navigando su siti internet che trattano di enogastronomia o semplicemente guardando programmi di cibo alla TV. E tutti riguardano – beninteso – piatti, ricette di cucina italiana e ristoranti presenti nel nostro Paese.

terminetraduzione o parola corrispondente in italiano
ALL-YOU-CAN-EATTUTTO A VOLONTÀ o A VOLONTÀ
APPETIZERANTIPASTO, STUZZICHINO
BACONPANCETTA AFFUMICATA
BAGUETTEFILONE (DI PANE)
BARBECUEGRIGLIATA
BARMAN – BARTENDERBARISTA
BISTROTsovente scritto anche BISTRÓ, significa CAFFÈ PARIGINO e, per estensione, TAVERNA, MESCITA
BLENDMISCELA, MISTURA, UN MISTO
BLENDERFRULLATORE A IMMERSIONE
BREAKFASTPRIMA COLAZIONE
BRUNCHpasto di origine americana consumato nei fine settimana tra le undici ed il primo pomeriggio che unisce e sostituisce prima colazione e pranzo. Da noi è stato tradotto in un improbabile COLANZO. Per non incorrere in ridicoli neologismi (e fors’anche mangiare in maniera più corretta) meglio fare colazione prima e pranzare poi agli orari canonici italiani
CAKETORTA o FOCACCIA DOLCE
CANAPÈTARTINA
CATERINGSERVIZIO DI RISTORAZIONE (alimentare per matrimoni, cerimonie, eventi o in aereo)
CHEFCAPOCUOCO
CHIPSPATATINE FRITTE A FETTE SOTTILI
CHUTNEYSALSA INDIANA A BASE DI FRUTTA E SPEZIE
COCKTAILBEVANDA MISCELATA, ARLECCHINO (termine arcaico non più usato)
COFFEE BREAKPAUSA CAFFÈ
COMFORT FOODCIBO CONFORTANTE, CIBO CONSOLATORIO
CONTESTCONCORSO
COOKIEBISCOTTO
COURSEPORTATA. L’articolo nel quale ho trovato questo termine, riportava – a onor del vero – CORSE che, tradotto dall’inglese, significa cadavere (!)
CRAMBERRIESMIRTILLI ROSSI (AMERICANI)
CORNFLAKESFIOCCHI D’AVENA
CRUMBLESBRICIOLATA
CUPCAKEDOLCETTO, TORTINA
DECANTERDECANTATORE (PER VINO)
DETOXDEPURATIVO, DISINTOSSICANTE
DINING ROOMSALA DA PRANZO
DINNERCENA
DOGGIE BAGletteralmente sacchetto per il cane. Si tratta di una vaschetta in alluminio o di un sacchetto di carta che si richiede al ristorante per portare a casa il cibo avanzato. Corrisponde a CONTENITORE DEGLI AVANZI
DRESSINGCONDIMENTO
DRYSECCO
FILLINGRIPIENO
FINGER FOODSTUZZICHINO/I. indica ciò che si mangia con le mani, senza posate, come patatine, pizzette, tartine. Possono essere anche cibi serviti o venduti in un cartoccio
FOODCIBO
FOOD & BEVERAGECIBO E BEVANDE
FOOD FESTIVALFESTA DEL CIBO
FOOD TRUCKCHIOSCO AMBULANTE, FURGONE RISTORANTE
FOODIEAPPASSIONATO DI CIBO
FREEZERCONGELATORE
ICING / FROSTING (amer.)GLASSATURA
GARNISHnel mondo del bere miscelato si riferisce ad un ORNAMENTO
GINGERZENZERO
GLAMOURDI FASCINO, PRESTIGIOSO
GLUTEN FREESENZA GLUTINE
GOURMANDGOLOSO, GHIOTTONE. BUONGUSTAIO
GOURMET (1)ESPERTO DI CIBO
GOURMET (2)PIETANZA o PIATTO PREPARATO CON INGREDIENTI DI QUALITÀ
GRILLGRIGLIA, GRATICOLA
HAMBURGERSVIZZERA, PANINO CON CARNE
HAPPY HOURletteralmente ora felice. È la fascia oraria in cui le consumazioni costano meno. Equivale al neologismo APERICENA. Meglio PROMOZIONE APERTIVO
HOME RESTAURANTRISTORANTE DOMESTICO, RISTORANTE CASALINGO
HOMEMADEFATTO IN CASA
ITALIAN SOUNDINGCONTRAFFAZIONI ALIMENTARI DALL’ONOMATOPEA ITALIANA, PRODOTTI PSEUDOITALIANI
JELLYGELATINA
JUICE – FRUIT JUICESUCCO – SUCCO DI FRUTTA
JUNK FOODCIBO SPAZZATURA
LIGHTLEGGERO, CON POCHI GRASSI E/O CALORIE
LIMELIMETTA
LOCATIONletteralmente identifica il luogo scelto per l’ambientazione di una ripresa cinematografica. In generale LUOGO, AMBIENTAZIONE, POSIZIONE
LUNCHPRANZO
LUNCH BREAKPAUSA PRANZO
LUNCH BOXCONTENITORE PER IL PRANZO, SCHISCETTA
MADE IN ITALYPRODOTTO IN ITALIA o genericamente PRODOTTI ITALIANI
MARSHMELLOWSTOFFOLETTE
MIGLIO 0anche se citato o scritto in italiano, corrisponde a CHILOMETRO 0 (o km. 0)
MILK-SHAKEFRAPPÉ
MIXERFRULLATORE
MIXOLOGYABILITÀ NEL PREPARARE UNA BEVANDA MISCELATA
MUFFINFOCACCINA DOLCE DA TÈ
MUGTAZZONE, TAZZA GRANDE CILINDRICA
ON THE ROCKSCON GHIACCIO
PACKAGINGCONFEZIONE, IMBALLAGGIO
PANCAKECRÊPE
PET FOODCIBO PER ANIMALI
PIETORTA, PASTICCIO
PUDDINGBUDINO
RAISINUVA PASSA
RUNNERTOVAGLIETTA ALL’AMERICANA
SALADINSALATA
SANDWICHPANINO IMBOTTITO, TRAMEZZINO
SHOW COOKINGSPETTACOLO CULINARIO
SMOOTHIEFRULLATO o VELLUTATA. È riferito ad una bevanda a base di frutta
SNACKSPUNTINO, STUZZICHINO
SOUPZUPPA
SPONGE CAKEPAN DI SPAGNA
STEAKBISTECCA o FETTA DI CARNE
STREET FOODCIBO DI STRADA
SUGAR FREESENZA ZUCCHERO
TAKE AWAYPER ASPORTO
TEXTURECONSISTENZA
TOPPINGDECORAZIONE, GUARNITURA, COPERTURA
VEGANVEGANO
VEG e VEGGIE

(contraz. di VEGETARIAN)

VEGETARIANO
VINTAGED’ANNATA, D’EPOCA
WEDDING CAKETORTA NUZIALE
WINE BARENOTECA, VINERIA
WINE COOLERCESTELLO DEL GHIACCIO
ZESTSCORZETTA DI ARANCIA O DI LIMONE

Non si tratta quindi di una crociata contro le lingue straniere, tantomeno a sfavore dell’impiego di contaminazioni inglesi che, da computer a mouse, da shampoo a toast, non hanno un equivalente nazionale accettato di pari efficacia. Esistono forestierismi insostituibili come sport, utili come autobus o Wi-Fi, ma anche molti superflui e l’elenco sopra riportato ne è un esempio.

Esistono alternative realistiche?

L’intenzione è trovare alternative italiane realistiche alla moltitudine di ridicole locuzioni straniere che sentiamo o leggiamo ogni giorno. Non a caso, i puristi della lingua italiana sostengono che il nostro idioma sia ricco di termini e di sfumature e che quindi, il più delle volte, non esista la reale necessità di usare parole straniere. Come si è visto, food può essere benissimo sostituito con cibo, così come location con luogo o ambientazione e texture con consistenza. Se ciò non avviene è proprio per questioni di pigrizia, di ignoranza linguistica e di snobismo linguistico all’inverso: uso le parole inglesi al posto di quelle italiane per sembrare più disinvolto, più colto o, in questo caso, per “parlare in punta di forchetta”. E, personalmente, tra i due tipi di snobismo, preferisco di gran lunga quello italico a quello anglosassone. Nonostante ogni giorno parli e scriva fluentemente in inglese…

Sbanco & Friends

Tornano gli amici di Sbanco e della Pizza

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Al via la Seconda Stagione di Sbanco & Friends, con dodici imperdibili appuntamenti

La pizzeria di Marco Pucciotti e Stefano Callegari, nota ai più famelici e appassionati della pizza con il nome di Sbanco, inaugura la sua seconda stagione di appuntamenti targati Sbanco & Friends, realizzati in collaborazione con FerrarellePastificio FelicettiOlitalia e Riso Buono.

Tutto Fritto Day

Una serie di eventi a cadenza mensile in cui da settembre 2019 fino ad agosto 2020, faranno capolino i profeti del mattarello e non solo. Tanta pizza ma anche tanti fritti con le giornate Tutto Fritto Day, ormai note col motto #fryordie, veri e propri mundialiti a base di supplì, frittate di pasta e polpette montanare utili ad affrontare meglio i mesi invernali.

Il calendario

Dopo il primo appuntamento settembrino realizzato in collaborazione con Agrodolce, che ha visto protagonista il giovanissimo e talentuoso Sami El Sabawy, arriverà nel mese di novembre il romano d’origine e umbro d’adozione Giorgio “Giorgione” Barchiesi, appassionato coltivatore del suo orto e allevatore dei suoi animali, che dal suo Ristorante Alla Via di Mezzo porterà cucine semplici e gustose. A gennaio sarà la volta del premiato Francesco Martucci, fresco di primo posto nella terza edizione di 50TopPizza, nonchè titolare della pizzeria I Masanielli.

Peppe Guida e la pizza di Sancho

In primavera sarà la volta di Peppe Guida, chef e patron dell’Antica Osteria Nonna Rosa a Vico Equense, premiata da una stella Michelin. Maggio porta in dono da Pomigliano d’Arco la maestria di Gianfranco Iervolino direttamente dalla pizzeria 450 Gradi, seguito a luglio da Sancho & Osteria dell’Orologio, casa dei fratelli Di Lelio e Marco Claroni, un punto di riferimento per il cultori della pizza di Fiumicino. Il percorso di Sbanco e i suoi amici culminerà ad agosto, in un pluriorgasmico giorno dedicato ai fritti, con l’esclusiva summer edition del Tutto Fritto Day.

Per maggiori informazioni:
https://www.facebook.com/sbancoroma/

Sbanco & Friends

Golosaria

Golosaria 2019, il cibo che ci cambia

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Il cibo è cambiato nel tempo, è cambiato il modo in cui viene prodotto, viene trasformato e conseguentemente mangiato e pensato. Ma allo stesso tempo il cibo ci cambia, modificato il nostro corpo, ma ha anche mutato il nostro modo di concepire la distribuzione, con il fenomeno della bottega che si trasforma continuamente in nuovi format. Il cibo che è anche comunicazione e immagine, in continuo mutamento, e rappresenta un’esperienza sempre più personalizzata.

Golosaria 2019

Ed è proprio il tema del “Cibo che ci cambia” il focus della quattordicesima edizione di Golosaria, manifestazione in programma da sabato 26 a lunedì 28 ottobre a Milano, presso MiCo, FieraMilanoCity, che mette insieme 300 artigiani del gusto, 100 cantine, 20 cucine di strada e oltre 80 eventi.

Il cibo che ci cambia sarà il tema principe di Golosaria Milano 2019, e la tre giorni ha lo scopo di trovare risposte a varie domande, quali ad esempio “quanto influisce il cibo sulla nostra società e sul nostro corpo?”

I temi dell’edizione 2019

Sotto la lente di ingrandimento le nuove sfide dell’agricoltura e dell’artigianato che devono rispondere a una crescente esigenza di salubrità e benessere; i nuovi format di ristorazione e di commercio che propongono nuove modalità di consumo del cibo; il cibo che cambia le relazioni, dal posto a tavola all’esplosione dei social media. Tante ipotesi, altrettante risposte e moltissime novità in questa edizione prossima a partire, come ci raccontano le menti e gli organizzatori, Paolo Massobrio e Marco Gatti, autori anche della celebre guida Il Golosario dal 1990.

La ristorazione che cambia

Quello di Golosaria è un percorso lungo quattordici anni, quattordici tappe sempre nuove, ricche di spunti di riflessioni, di ricerca sul territorio nazionale alla scoperta di produttori e di vignaioli virtuosi. E i due critici gastronomici non hanno mai perso un colpo, tirando fuori dal cilindro in ogni edizioni realtà lodevoli e molto interessanti. Tra cibo e vino l’indagine è lunga e complessa come ci raccontano: “Sono nati nuovi locali, si è preso atto che il pranzo o la cena non possono più seguire l’antico adagio di antipasto, primo, secondo e dolce. Oggi vincono quei locali che offrono le mezze porzioni – se non le tapas – accanto al servizio del vino a bicchiere. Non a caso il migliore ristorante dei 3.300 segnalati dalla nostra guida, Il Golosario ristoranti, è il Cjasal di San Vito al Tagliamento, che propone con successo questa formula”.

Spazio al vino

Se la ristorazione ha un posto privilegiato da sempre nel loro cuore, non è da meno il vino. Compie, infatti, 17 anni la sfida di Massobrio e Gatti di individuare ogni anno 100 cantine che meritano il podio, senza mai premiare quelle degli anni precedenti.

È lo specchio dell’Italia del vino e per noi rappresenta un vero e proprio esercizio di ricerca che ci ha fatto conoscere dal vivo l’evoluzione qualitativa del vino italiano, in un arco di tempo ormai molto significativo” – racconta Paolo Massobrio: Questo premio nasce, infatti 17 anni fa quando in Italia c’erano troppe carte dei vini fotocopia, con I soliti nomi noti, sempre gli stessi. Eppure eravamo di fronte a un risveglio della produzione italiana, sotto tanti punti di vista: nuove cantine e nuovi produttori si affacciavano sul mercato. E molti meritavano d’essere scoperti e premiati. Così abbiamo deciso di creare un riconoscimento per 100 cantine ogni anno, senza mai premiare quelle degli anni precedenti, proprio per far emergere questa novità”.

“E in tutti questi anni di degustazione – sottolinea Marco Gatti – è evidente la direzione dell’agricoltura contemporanea, che è quella di esaltare I valori dei territori, quasi in controtendenza rispetto al periodo in cui I vini subivano tutti la medesima tecnica di affinamento ed erano pressoché uguali. Oggi sembra di tornare alla radice del motivo per cui un territorio è a vocazione vitivinicola”.

Top Hundred

Anche in questa edizione di Golosaria si terrà la premiazione dei nuovi eletti Top Hundred, cento aziende che saliranno sul palco domenica 27 ottobre, insieme ai Fuori di top, cantine piccole o piccolissime, spesso nuove, con vini eccezionali scoperti a chiusura della selezione; e a completare il quadro la scelta di 21 Cantine Memorabili che rappresentano delle realtà e certezze storiche nel vino.

“Golosaria vuole essere la riscoperta del prodotto, della stagionalità, della spesa quotidiana. Questi sono I fari della nuova ristorazione italiana, che cerca la distinzione tornando alla terra ed evitando i comodi camioncini gourmet che rischiano di omologare verso l’alto un’offerta”. E’ questa la visione condivisa che Massobrio e Gatti vogliono far arrivare a tutti, consumatori da un lato, produttori e ristoratori dall’altro. Un’ottica vincente di distinzione, un consiglio sentito per salvaguardare e non tradire il marchio della made in Italy.

Golosaria

Emergente Chef

Emergenti insieme a Roma

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Torna lunedì 28 ottobre l’appuntamento con Emergente, l’evento che ogni anno premia i migliori talenti nelle categorie Chef, Pizza e Sala: la programmazione della giornata spazierà dalla gara conclusiva degli chef finalisti e la proclamazione del vincitore del premio Emergente Chef 2019, alla parallela competizione tra i pizzaioli per la scelta del Miglior Emergente Pizza, passando per la presentazione in anteprima della Guida del Touring Club ItalianoAlberghi e Ristoranti d’Italia 2020”.

Gli appuntamenti

Si parte con il Welcome Coffee insieme a Kimbo e ai lievitati realizzati dai maestri pasticceri di “Storie di Farina” di “Agugiaro&Figna“, si prosegue con alcune selezionatissime specialità alimentari ed i vini di The Wine Net. Fulcro della giornata sarà l’originale lunch preparato dagli Chef Emergenti, ognuno di loro infatti realizzerà una ricetta rispettando un tema proposto da una delle aziende partner che esalterà sia l’eccellenza della produzione italiana sia l’estro del giovane talento.

Le competizioni

Come tradizione vuole, in prima linea le gare di EMERGENTE, le competizioni attese e seguite da tanti appassionati, riservate ai giovani cuochi e pizzaioli under 30 e 35 che hanno in precedenza sbaragliato i colleghi vincendo le preselezioni e sono giunti sin qui, alle Finali Nazionali 2019.

Emergente Chef

Ecco i giovani chef finalisti: Lorenzo Boschi di Locanda Di Mezzo a Castelnuovo di Garfagnana (LU), Gianluca Durillo di La Madonnina del Pescatore a Senigallia (AN), Giuseppe Torcasio che lavorava presso Ex Trappeto a Lamezia Terme (CZ), Valerio Ragusa di Da Luciano a Roma, Rocco Santon con la recente apertura Noir a Ponzano Veneto (TV), Emanuele Frisenda di Aqua a Porto Cesareo (LE), Marco Primiceri con il suo nuovo ristorante Duo a Chiavari (GE) ed infine Antonio Micalizzi del Gellius ad Oderzo (TV).

Emergente Pizza

Per il mondo pizza vedremo sfidarsi invece: Lorenzo Sirabella di Dry Milano Solferino a Milano, Tommaso Correale di Pizzeria Vesuvia a Bologna, Giuseppe Monaco di O’ Fiore mio a Faenza (RA), Gianluca Morea di Torre Gavetone a Molfetta (BA), Nicola Falanga di Pizzeria Haccademia a Terzigno (NA), Fabiano Viscito di Ristorante Pizzeria Battilapaglia di Salerno, Gabriele Lucantoni di Sbanco a Roma ed infine Roberto Ferrone di Al 384 sempre nella Capitale.

La guida Touring Club Italiano

Presente anche il Touring Club Italiano – Ente e Casa Editrice per la quale Luigi e Teresa Cremona da quasi trent’anni curano i contenuti della guida “Alberghi e Ristoranti d’Italia” – per la presentazione in anteprima dell’edizione 2020, un evento che ogni anno richiama oltre un migliaio di operatori, albergatori, ristoratori, giornalisti nella quale vengono consegnati i premi speciali e gli attestati di merito alle varie strutture recensite all’interno della pubblicazione.

Emergente

ORARIO – Lunedì 28 ottobre dalle 9.30 – 16.00
SEDE – Officine Farneto, via dei Monti della Farnesina 77, 00135, Roma
Info ufficiostampa@witaly.it cell. 347 3023607