Senza economia circolare non ci può essere transizione ecologica

È quanto emerge dal Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2021, presentato dal presidente CEN Edo Ronchi e dal direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali Enea Roberto Morabito

Giunto alla sua terza edizione, realizzato dal CEN-Circular Economy Network – la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile assieme a un gruppo di aziende e associazioni di impresa – in collaborazione con Enea, il focus del rapporto di quest’anno ha riguardato il contributo che l’economia circolare dà alla lotta ai cambiamenti climatici.

Secondo il Circularity Gap Report 2021 del Circle Economy – che misura la circolarità dell’economia mondiale – raddoppiando l’attuale tasso di circolarità dall’8,6% (dato 2019) al 17%, si possono ridurre i consumi di materia dalle attuali 100 a 79 gigatonnellate e tagliare le emissioni globali di gas serra del 39% l’anno.

Avvicinarsi all’obiettivo zero emissioni al 2050

È una sfida che vede l’Italia in prima linea: il nostro Paese per il terzo anno consecutivo è in testa nel confronto sulla circolarità tra le cinque principali economie dell’Unione europea (Germania, Francia, Italia, Spagna e la Polonia, che con l’uscita del Regno Unito dall’UE risulta la 5° economia).

Per attuare l’Accordo di Parigi sul clima e contribuire a evitare una drammatica precipitazione del riscaldamento globale, l’Unione europea ha deliberato di impegnarsi per giungere a emissioni nette di gas serra pari a zero entro il 2050 e ha aumentato il suo target di riduzione dei gas serra al 2030 al 55%, rispetto a quelle del 1990.

Per raggiungere tali impegnativi risultati è necessario avviare una serie di politiche e misure, fra le quali anche l’economia circolare avrà certamente un ruolo rilevante. “La circolarità dell’economia è un prerequisito per la neutralità climatica” ha scritto la Commissione nel nuovo Piano per l’economia circolare del 2020, sottolineando che sarebbe molto difficile, se non impossibile, decarbonizzare un’economia lineare ad alto consumo di risorse e quindi anche di energia.

Produzione e consumo di alimenti al terzo posto come fonte di emissioni

Il tema di come far leva sull’economia circolare nei processi di revisione dei Piani nazionali per il clima (NDC) è affrontato nel recente The Circularity Gap Report 2021 (Circle Economy, Amsterdam), che analizza sia le emissioni di gas serra associate all’estrazione e alla prima lavorazione delle risorse (minerali, metalli, combustibili fossili, biomasse e rifiuti), sia quelle associate agli usi finali classificati in “bisogni della società” (abitazioni, comunicazione, mobilità, cura della salute, servizi, beni di consumo e alimentazione).

Secondo le stime del Circle Economy le risorse consumate nel 2019 sono state 100,6 Gt con l’emissione di 59,1 GtCO2eq (miliardi di tonnellate di CO2eq).

Con riferimento alle emissioni incorporate nei prodotti finiti e nei servizi classificati come “bisogni della società”, ossia mobilità, abitazioni, comunicazione, cura della salute, servizi, beni di consumo e alimentazione, si vede come la mobilità è al primo posto per emissioni con ben 17,1 GtCO2eq seguita al secondo posto dalle abitazioni con ben 13,5 GtCO2eq.

La terza fonte di emissioni va cercata nella produzione e nel consumo di alimenti (10 GtCO2eq), in particolare in: pratiche di deforestazione effettuate per nuove coltivazioni e allevamenti, allevamenti intensivi, consumo di suolo che riduce lo stoccaggio di carbonio, sprechi alimentari, oltre che in specifiche forme di consumo, come per esempio di carni rosse in quantità eccessive, responsabili di elevate emissioni.

Le fasi “dal campo al cancello”….

 Per quanto riguarda le fasi “dal campo al cancello” delle filiere alimentari, le possibilità di intervento in ottica circolare sono molteplici e contemplano sostanzialmente l’adozione di pratiche adeguate e sostenibili, basate sulla riduzione/sostituzione degli input esterni al sistema, l’uso efficiente delle risorse, la riduzione di scarti e rifiuti e il loro riutilizzo e riciclo.

A tale proposito, si stima che se ciascuna fase del processo produttivo venisse realizzata secondo i principi dell’economia circolare, l’agricoltura, l’allevamento e l’uso del suolo potrebbero concretamente contribuire a tagliare le emissioni di gas serra di 7,2 GtCO2eq all’anno, ovvero fino a un 20% delle riduzioni di emissioni necessarie da qui al 2050.

La diminuzione dell’uso di fertilizzanti di sintesi e la loro sostituzione con altre tipologie di prodotti; gli effluenti zootecnici; i digestati agroindustriali; l’impiego del compost; la valorizzazione in ambito agricolo dei fanghi di depurazione e il riutilizzo irriguo delle acque reflue urbane depurate rappresentano importanti risorse benefiche per il sistema agroalimentare.

 …. e “dal cancello alla tavola”

Anche nel merito delle fasi “dal cancello alla tavola” delle filiere alimentari, diverse sono le possibilità per rendere i prodotti rispondenti ai principi di neutralità climatica e di circolarità ed efficienti sotto il profilo dell’uso delle risorse.

Secondo stime della FAO, a livello globale, lo spreco alimentare determina all’incirca 3,6 GtCO2eq di emissioni ogni anno, mentre alle perdite di cibo sono associabili 1,5 GtCO2eq. A livello europeo si stima invece che le emissioni associate allo spreco alimentare siano dell’ordine di 245 MtCO2eq e che l’implementazione di attività circolari tali da ridurre del 50% la quantità di rifiuti prodotti – in accordo con l’obiettivo delle Nazioni Unite al 2030 – possa generare un taglio di circa 61 MtCO2eq.

Inoltre, un passaggio a diete più sane con meno carne rossa potrebbe ridurre le emissioni di circa 20-50 MtCO2eq all’anno. Quindi, assumendo livelli di consumo alimentare stabili, l’insieme di pratiche di circolarità potrebbe portare a una riduzione totale delle emissioni dell’ordine di 81-111 MtCO2eq all’anno.

Alla luce di quanto appena esposto e in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, la Commissione europea nell’ambito del piano di sviluppo per l’economia circolare (COM/2015/0614) ha stabilito l’obiettivo di dimezzare lo spreco di cibo in fase di vendita al dettaglio e consumo e di ridurlo lungo l’intera filiera entro il 2030.

Produzione di beni alimentari e utilizzo di fertilizzanti

 In Italia, nel 2019, rispetto al totale dei fertilizzanti distribuiti, circa il 41% (1,71 Mt) è rappresentato dai concimi minerali, il 31% (1,3 Mt) dagli ammendanti, il 14% (0,6 Mt) dai concimi organici, con il complemento rappresentato dagli elementi correttivi.

Focalizzando l’attenzione solo sui concimi e, in particolare, sull’impatto associato alla loro produzione è possibile stimare che le emissioni associate allo stato attuale sopra descritto siano pari a circa 6.344 tCO2eq/anno.

Ipotizzando che, in ottica di promozione di un’agricoltura sostenibile, il 50% dei concimi minerali di sintesi venga sostituito da concimi organici e organo-minerali, è possibile calcolare una riduzione delle emissioni del 38% circa rispetto allo scenario attuale, con un valore annuale di impatto stimato in circa 3.956 tCO2eq/anno.

Abitudini alimentari e diete più sane

 Considerando le attuali abitudini alimentari nel nostro Paese, l’impatto di una singola persona può essere stimato in circa 5,4 kgCO2eq/giorno, ovvero in circa 1,97 tCO2eq/anno.

Un cambiamento delle abitudini alimentari orientato verso l’adozione di diete più sane consente di ridurre in maniera apprezzabile questo impatto in termini di gas serra. In particolare, semplicemente immaginando di sostituire le carni rosse con carni bianche o di adottare una dieta mediterranea, è possibile stimare che le emissioni di una singola persona si riducano a 4,7 kgCO2eq/giorno, per un totale di circa 1,71 tCO2eq/anno, con un calo del 13% circa rispetto allo stato attuale.

Il passaggio a una dieta vegetariana consentirebbe invece di ridurre l’impatto indicativamente a circa 4,1 kgCO2eq/giorno per persona, ovvero a circa 1,49 tCO2eq/anno, con un calo del 25% circa rispetto allo stato attuale.

Spreco alimentare e riduzione dei rifiuti domestici

In Italia, lo spreco alimentare delle famiglie nel 2020 è stimato in circa 6,5 miliardi di euro, con uno spreco settimanale medio di 4,9 euro a nucleo familiare.

Stimando in circa 28 kg la quantità di cibo che nel nostro Paese ogni persona spreca in un anno, considerando le attuali modalità di trattamento dei rifiuti organici, è possibile quantificare che ogni italiano è responsabile dell’emissione di 3,92 kgCO2eq/anno per lo smaltimento dei rifiuti alimentari che produce.

Ipotizzando, in accordo agli obiettivi di Sviluppo Sostenibile al 2030, una riduzione dello spreco alimentare del 50% rispetto alla situazione attuale e tenendo conto di un’ipotetica evoluzione degli impianti di trattamento dei rifiuti organici nel nostro Paese vocata al compostaggio e al trattamento integrato anaerobico/aerobico, è possibile calcolare una riduzione delle emissioni del 42% circa rispetto al 2020, con un valore annuale di impatto personale stimato in circa 2,26 kgCO2eq/anno.

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