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Simone Martino

Agroalimentare ed economia circolare

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Il passaggio verso una società fondata su sistemi tecnologici e produttivi più sostenibili diventa ogni giorno una necessità sempre più pressante.

Uno dei settori in cui si sente maggiormente il bisogno di cambiare paradigma e abbracciare l’Economia Circolare è quello agroalimentare, settore che più di altri mostra gli impatti e le contraddizioni del modello lineare, con una pressione enorme sui meccanismi che regolano lo stato di salute dei sistemi naturali e sociali.

Problemi ambientali, come la perdita di biodiversità, l’inquinamento del suolo, l’esaurimento delle risorse e lo sfruttamento eccessivo dei terreni stanno mettendo sempre più a rischio la vita dell’umanità su questo pianeta.

 

Opportunità della visione circolare

Il concetto di economia circolare ha iniziato ad acquisire maggiore consapevolezza sul valore potenziale delle opportunità che può generare. Una visione circolare implica in primo luogo la riduzione della quantità di rifiuti generati nel sistema stesso affiancata dal riutilizzo degli alimenti, l’utilizzo di sottoprodotti e rifiuti alimentari, il riciclo dei nutrienti e i cambiamenti negli stili alimentari verso modelli più efficienti.

Per fare questo è necessario che tutte le componenti del sistema svolgano un ruolo attivo. Maggiore consapevolezza da parte dei consumatori e sistemi produttivi tecnologicamente migliori sono indispensabili per porre in essere i principi dell’economia circolare nel settore agroalimentare. E’ indispensabile ripensare tutto il sistema produttivo, dal modo in cui viene coltivata la terra, all’industria della trasformazione, dal modo in cui facciamo la spesa alla nostra dieta di ogni giorno.

 

Pensiero sistemico, tecnologie e innovazioni

Risulta fondamentale il pensiero sistemico, che guardi alla filiera come un insieme di relazioni, interazioni e interdipendenze per riprogettare i flussi di materie e risorse. Un modello circolare in cui viene ricavato il massimo valore dalle risorse in ogni fase della filiera e gli sprechi di energia e materia sono ridotti al minimo, ha bisogno di filiere interconnesse e sistemi di simbiosi industriale in cui i sottoprodotti e gli scarti di una lavorazione diventano materie prime per un altro processo produttivo, evitando l’estrazione di risorse vergini e tutti gli impatti connessi.

La materia organica nel suo fine vita, deve essere trasformata in ammendante e fertilizzante organico per poter tornare a dare nutrimento e struttura al suolo, chiudendo il ciclo e mantenendo in salute gli ecosistemi naturali.

Per fare ciò è necessario che sia le infrastrutture che le tecnologie, nonché le competenze, le pratiche e gli approcci al management e le stesse abitudini delle persone cambino profondamente. Sistemi produttivi e di consumo più sostenibili richiedono l’adozione di traiettorie tecnologiche e modificazioni economiche, sociali, politiche, culturali di lungo periodo che intaccano modelli stabilizzati e consolidati.

 

Servono processi produttivi nuovi e sostenibili

La sostenibilità di qualsiasi sistema alimentare è contestuale e dipende da pratiche agricole ecologicamente valide, processi produttivi dell’industria alimentare adeguati ma anche da tradizioni, abitudini e modelli culturali che interagiscono con le strategie dei supermercati o della ristorazione. L’etichettatura è di cruciale importanza per educare e aiutare i consumatori a fare scelte alimentari più consapevoli e dev’essere più trasparente e affidabile perché consumatori ben informati prendono decisioni più salutari e più sostenibili.

Trasformare la catena alimentare seguendo i criteri dell’economia circolare e avendo una visione olistica del sistema agroalimentare, anche grazie all’utilizzo di innovazioni tecnologiche, consentirebbe di evitare questi sprechi e perdite di cibo e favorirebbe la sostenibilità del sistema stesso.

Le innovazioni tecnologiche possono fornire un supporto fondamentale per rendere più efficienti i flussi produttivi agevolando l’introduzione di nuovi materiali nel sistema e escludendo quelli non sostenibili o riducendo i rifiuti al minimo.

 

La Transizione Alimentare secondo Carrefour Italia.

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Alla tavola rotonda virtuale promossa da Carrefour con la presenza degli stakeholder istituzionali, nazionali e internazionali si è discusso delle strategie e dei prossimi passi per favorire la transizione alimentare per tutti.

La transizione alimentare è un tema cruciale per il nostro futuro nell’ottica di uno sviluppo sostenibile e nell’emergenza dei cambiamenti climatici in atto. Serve una svolta che deve riguardare tutti e non lasciare indietro nessuno e, soprattutto, deve costituire un impegno comune di tutti i protagonisti della grande filiera del cibo.

La premessa alla base dell’incontro parte dalla consapevolezza dell’importanza del “coinvolgimento di tutta la catena del valore alimentare, dalle istituzioni alle aziende, dalle associazioni alle organizzazioni internazionali fino al mondo della ristorazione e ai consumatori” per potenziare e rendere efficace la lotta ai cambiamenti climatici e la tutela dell’ambiente.

L’iniziativa si inserisce nel programma All4Climate (Italy 2021) promosso dal Ministero della Transizione Ecologica e da Connect4climate della World Bank, con la partecipazione della Regione Lombardia e del Comune di Milano, in vista dei lavori preparatori della COP26 e per promuovere il 2021 come l’anno della transizione climatica.

Gli obiettivi di Carrefour

Triplicare le vendite dei freschi, raggiungere 5 miliardi di vendite di prodotti bio e ridurre gli imballaggi. Sono gli obiettivi evidenziati da Christophe Rabatel, Ceo di Carrefour Italia, “La transizione alimentare rappresenta una scelta inevitabile per contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici, per tutelare il nostro pianeta e per favorire un consumo più responsabile. La gdo – ha commentato Rabatel – ha un ruolo centrale per la promozione di questo cambiamento radicale e per questo, noi di Carrefour, vogliamo essere un punto di riferimento per l’intera filiera, promuovendo momenti di confronto e di scambio virtuoso.”

Per quanto riguarda il rapporto con i fornitori, il ceo di Carrefour Italia ha sottolineato l’importanza di avere contratti più semplici (di solo due pagine) con i produttori locali e, se possibile, anche legati a un unico negozio in modo da garantire termini di pagamenti di sette giorni. In termini di assortimenti Carrefour ribadisce il suo impegno evidenziando i risultati ottenuti attraverso l’adozione di packaging sostenibili come nel caso del lancio delle bevande a base di frutta da un litro in confezione di brick in carta. “Questa soluzione – ha proseguito Christophe Rabatel – ci ha permesso un risparmio del 75% di CO2. È la dimostrazione che la sostenibilità si concretizza con le buone pratiche”.

In questo processo, s’inserisce la prima edizione italiana delle Settimane della Transizione Alimentare. Le due settimane, in programma dal 17 al 30 giugno 2021, prevedono il coinvolgimento di prodotti e di fornitori per lo più italiani, scelti per le loro caratteristiche sostenibili che, attraverso la firma di un Patto di impegno e co-responsabilità, condividono l’obiettivo di lavorare in sinergia con Carrefour. Saranno 14 giorni interamente dedicati alla sensibilizzazione dei consumatori e dei produttori su come i nostri stili di vita possano mitigare gli effetti del cambiamento climatico attraverso la produzione e il consumo responsabile e consapevole del cibo.

L’importanza di adottare nuove pratiche di produzione, lavorazione, distribuzione e consumo responsabili

La valorizzazione dei prodotti italiani è fondamentale per proteggere tradizione e biodiversità ma anche riaffermare l’evidente stretta relazione tra ‘cuochi’ e ‘produttori’ poiché sono parte della stessa filiera” – ha detto Cristina Bowerman, Chef una stella Michelin di Glass Hostaria e presidente di Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto.

“Ho sempre parlato più di filiera certa che corta. E’ necessario sostenere i piccoli produttori, far nascere una classe di agricoltori moderni sostenuti dalla tecnologia e soprattutto dal sostegno del governo. Ma servono anche infrastrutture – ha continuato la chef – tra Lecce e Roma c’è la stessa differenza che tra Roma e Milano, eppure un produttore pugliese non riesce spesso a far giungere nel tempo necessario il suo prodotto. Noi di Ambasciatori del gusto abbiamo messo a punto il progetto “Adotta un produttore”, per far conoscere la sua attività e il suo prodotto proponendolo nei nostri ristoranti”.

Secondo Zitouni Ould-Dada, deputy director office of climate change, biodiversity and environment Fao, “La domanda di cibo e risorse naturali è destinata ad aumentare per soddisfare le esigenze della popolazione mondiale in veloce crescita. Per raggiungere questo scopo in modo efficiente e sostenibile, dobbiamo trasformare il sistema agroalimentare rendendolo più resiliente al clima e sostenibile, concretizzando gli Accordi di Parigi e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu. Questa trasformazione richiede collaborazione e innovazione tra tutti gli attori, incluso il settore privato, nello sviluppo di nuove soluzioni dirompenti e sostenibili, come ad esempio l’adozione di soluzioni digitali in agricoltura”.

Per Angelo Riccaboni, coordinatore del Gruppo di lavoro sul Goal 2 (Zero Fame) di AsviS, non si può nella transizione prescindere dal tema dell’inclusività. “Per dare un supporto concreto nella transizione agroalimentare verso la sostenibilità dobbiamo sostenere le piccole e medie imprese, di cui è in larga parte costituito il settore agrifood italiano, e far comprendere che tale passaggio porterà vantaggi sociali ed economici”.

Filiera corta, lotta allo spreco, trasparenza sulla sicurezza alimentare – ha detto Fabio Rolfi, Assessore all’Agricoltura, alimentazione e sistemi verdi della Regione Lombardia – sono i tre pilastri delle politiche messe in campo in questi anni. La transizione alimentare passa anche da questi presupposti. Non è solo una questione etica, ma anche una richiesta del mercato. I consumatori sono sempre più attenti alla sostenibilità ambientale dei cicli produttivi, alla territorialità e alla sicurezza alimentare che i nostri prodotti sanno garantire. Dobbiamo però riaccordare i luoghi di produzione e quelli del consumo, la campagna e la città, mettere in evidenza le piccole realtà che fanno fatica a entrare nella grande distribuzione e sensibilizzare sul tema della stagionalità”.

 

Food&Beverage

Il Food&Beverage è un business da 64 miliardi

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È quanto emerso dal Rapporto “La Roadmap del futuro per il Food&Beverage” realizzato da The European House – Ambrosetti

Il Food & beverage è un business in grado di generare 64 miliardi di euro aggiuntivi. Al Forum “La Roadmap del futuro per il Food&Beverage” promosso da The European House – Ambrosetti, avvenuto venerdì e sabato si è parlato di come ripartire, e su quali basi.

L’appuntamento andato in scena, in forma digitale, a Bormio, è stato l’occasione per una due giorni densa di confronti e dichiarazioni di esponenti di spicco del settore agroalimentare italiano, a cui si aggiungono quelle di sportivi, nutrizionisti ed esperti economici.

L’importanza del comparto agroalimentare in Italia

Il comparto è vitale per un Paese, l’Italia, capace di generare oltre 64 miliardi di euro di valore aggiunto. Per intenderci, tre volte rispetto all’ auto-motive di Francia e Spagna e più del doppio della somma dell’aerospazio di Francia, Germania e Regno Unito, ma soprattutto un settore che ha saputo reggere meglio di chiunque altro al duro impatto della pandemia, riportando nel difficile 2020 una flessione tutto sommato contenuta nel valore aggiunto (-1,8%).

Dalla ricerca sono emersi indicatori strategici sul futuro del comparto agroalimentare, nonché un “sentiment” che lascia ben sperare se si guarda avanti. Innanzitutto, lo studio – ha dichiarato Valerio De Molli, Managing Partner e Amministratore Delegato di The European House – Ambrosetti – ha mostrato che il Covid, nel 2020, “non si è fatto sentire negativamente sul fatturato di ben sette aziende su dieci, che hanno dimostrato di avere registrato un aumento del proprio giro di affari mentre oltre la metà ha mostrato ottimismo dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di crescere anche nel 2021”.

I dati hanno poi evidenziato come la situazione a livello di canale sia profondamente cambiata: se, infatti, la GDO ha segnato un rialzo del 2,2%, l’Horeca al contrario ha subito una pesante contrazione pari al 36,5%, tornando ai livelli del 2002.

Sostenibilità ed economia circolare

 Al Forum di Bormio si è posta attenzione anche sul rapporto salute e cibo. Secondo il rapporto un italiano su tre conduce una vita sedentaria, mentre il 45,5% risulta sovrappeso, con una quota di bambini delle scuole primarie, pari al 29,7%, risultata in condizione di eccesso ponderale (il 9,4% è obeso).

In quest’analisi, molte aspettative sono state poste sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), che prevede lo stanziamento di 5,46 miliardi di euro destinati allo sviluppo di una filiera agroalimentare sostenibile e di progetti di economia circolare.

Da segnalare poi la rinata vitalità dei negozi di prossimità, che hanno visto incrementare la propria quota di mercato al 18,9%.

E-commerce e food delivery

Sul fronte e-commerce, lo scorso anno le vendite sul web del settore food&grocery hanno contato solo per l’1,7% del totale acquisti, ma con una crescita nel 2020 del 56%.

Complice le chiusure degli esercenti del fuori casa, il food delivery ha generato un valore pari a 706 milioni di euro, con l’obiettivo quest’anno di compiere un ennesimo balzo in avanti e registrare un giro di affari di 1 miliardo di euro.

Da notare che il servizio di delivery ha raggiunto il 100% nei Comuni con almeno 50 mila abitanti e che i pagamenti sette volte su dieci sono stati effettuati con modalità cashless. Il quadro generale delle vendite oltreconfine è stato positivo e il valore record di 46,1 miliardi di euro è risultato in crescita dell’1,8% rispetto al 2019. Inoltre, per la prima volta negli ultimi dieci anni, la bilancia commerciale italiana è risultata avere un saldo positivo pari a 3,1 miliardi di euro.

Export e Brexit: gap, incognite e timori

Il Rapporto ha comunque nuovamente richiamato l’attenzione sul gap che l’Italia sconta come export nei confronti di altri paesi europei. Significativo il fatto che un mercato strategico come quello cinese non sia ancora tra i primi dieci destinatari di prodotti agroalimentari italiani, al contrario di ciò che succede per altri paesi dove il Paese del Dragone è tra i principali approdi a livello internazionale.

Nel Rapporto si è anche esaminata la questione Brexit, sulla quale gravano incognite e timori. Con una quota del 12% sul totale, il Regno Unito risulta uno dei mercati prioritari per l’export di prodotti alimentari italiani. I primi dati sono però preoccupanti: nel mese di gennaio e di febbraio 2021 le esportazioni sono risultate in calo del 15% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Giornata Mondiale Ambiente

Domani 5 giugno si celebrerà la Giornata Mondiale dell’Ambiente

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Il tema della Giornata Mondiale dell’Ambiente di quest’anno sarà il “Ripristino degli Ecosistemi”, con l’obiettivo di prevenire, fermare e invertire i danni inflitti agli ecosistemi del pianeta, cercando dunque di passare dallo sfruttamento della natura alla sua guarigione

La Giornata del 5 giugno lancerà ufficialmente il “Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino dell’ecosistema”, introdotto con l’obiettivo di far rivivere miliardi di ettari: dalle foreste ai terreni agricoli, dalla cima delle montagne alle profondità del mare.

Ambiente e cambiamento climatico dovrebbero essere priorità per le agende politiche di tutto il mondo. Un ecosistema è l’unità ecologica fondamentale, una comunità di organismi viventi di specie diverse che vivono in un particolare luogo e ambiente fisico. Tra gli organismi di un ecosistema e l’ambiente si innestano delle relazioni che danno vita a un continuo scambio di materia ed energia.

Perché è prioritario salvaguardare gli ecosistemi

Tutti i giorni usufruiamo in maniera inconsapevole dei benefici che ci offrono gli ecosistemi naturali. Si pensi, per esempio, alla regolazione del clima e della composizione dei gas atmosferici, al controllo dell’erosione, alla produzione del cibo, ai servizi offerti dall’impollinazione, alla formazione del suolo.

Purtroppo gli ecosistemi mondiali sono in grande pericolo. Circa un milione di specie animali e vegetali è a rischio estinzione. Fino a pochi mesi fa diversi studi stimavano che tra il 20 e il 50% degli ecosistemi oceanici e costieri sia già danneggiato. E secondo un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Forests and Global Change, solo il 3% delle terre emerse sarebbe ecologicamente intatto, con una popolazione sana di tutti i suoi animali originali e un habitat non violato.

Foreste, mangrovie e torbiere assorbono fino a un terzo delle emissioni di CO2. Terreni sani possono far crescere piante di miglior qualità, permettendo di alimentare un numero crescente di persone, senza dover abbattere altre foreste.

Risanare gli ecosistemi significa inquinare meno, creare lavoro e proteggere dalle pandemie

Risanare l’ecosistema è anche una via obbligata per affrontare e superare la pandemia di coronavirus e ridurre le possibilità di nuove crisi simili. Sono queste le conclusioni del rapporto pubblicato a fine ottobre 2020 da IPBES. Il documento dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, massima autorità scientifica su natura e biodiversità, descrive in modo dettagliato i nessi tra declino della biodiversità e pandemie.

Un obiettivo importante per l’ambiente e la natura, che porterà benefici anche alle nostre tasche. Secondo gli esperti delle Nazioni unite, infatti, il ripristino di 350 milioni di ettari di terreno degradato tra oggi e il 2030 potrebbe generare 9 trilioni di dollari in servizi ecosistemici. E ciò permetterebbe di rimuovere dall’atmosfera altri 13-26 giga tonnellate di gas serra.

Un’economia del ripristino creerebbe inoltre milioni di posti di lavoro verdi e aumenterebbe la resilienza dell’umanità a shock e stress futuri. Rivitalizzando terreni agricoli, praterie, foreste, zone umide e torbiere, si ricostruisce la loro capacità di immagazzinare carbonio. Proteggendo così anche l’habitat per la biodiversità, aumentando la fertilità del suolo, riducendo la scarsità d’acqua e aiutando a proteggere il mondo dalle malattie zoonotiche, come Covid-19.

Ripristinando l’ecosistema si raggiungono gli obiettivi di sviluppo sostenibile

Le azioni per il ripristino dell’ecosistema sono fondamentali anche per raggiungere altri importanti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 dell’Onu: la lotta al cambiamento climatico (obiettivo n.13), lo sradicamento della povertà (n. 1), la conservazione della vita sott’acqua e sulla terra (obiettivi n. 14 e 15).

Attualmente, circa il 20% della superficie vegetata del Pianeta mostra un calo della produttività con perdite di fertilità legate alla erosione, all’impoverimento delle risorse e all’inquinamento, in tutte le parti del mondo. Entro il 2050 il degrado e il cambiamento climatico potrebbero ridurre i raccolti del 10% a livello globale e in alcune Regioni fino al 50%.

Il degrado degli ecosistemi terrestri e marini mette in pericolo le condizioni di vita di 3,2 miliardi di persone e costa circa il 10% del prodotto globale annuo, in termini di perdita di servizi ecosistemici essenziali per l’alimentazione e l’agricoltura, compresa la fornitura di acqua dolce, la protezione dai rischi e la fornitura di habitat per specie che stanno diminuendo rapidamente.

Il programma lanciato dall’UNEP

Il programma, coordinato dall’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e dalla FAO (Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura), elenca tre vie per poter contribuire alla causa. La prima strada è quella dell’azione: agire tramite iniziative, quali il volontariato. Pulire le sponde di un lago, una spiaggia, un parco o qualsiasi area naturale; rendere più verdi le proprie case e gli spazi pubblici con alberi autoctoni.

La seconda via consiste nel prendere decisioni intelligenti: impegnarsi a donare o supportare in altri modi, iniziative per il ripristino o la conservazione ecologici; smettere di comprare prodotti o servizi che non sono certificati come sostenibili, iniziare a seguire una nuova dieta con prodotti di stagione e sostenibili.

L’ultima opzione è alzare la voce: dare il via ad una campagna che ponga l’attenzione sul cambiamento climatico e sulla perdita di spazi naturali e per parlare di ciò che si può fare per invertire questi trend e scrivere una lettera al proprio giornale locale.

In vista della Giornata mondiale dell’Ambiente inoltre l’UNEP ha lanciato due strumenti: Una guida pratica “The Ecosystem Restoration Play Book” che si rivolge a tutti coloro che sono interessati al ripristino degli ecosistemi, offrendo spunti di riflessione, percorsi e consigli per agire subito a favore del Pianeta, disponibile al seguente link https://www.worldenvironmentday.global/get-involved/ecosystem-restoration-playbook; e una pagina web costantemente aggiornata per consultare e vedere le ultime news su eventi e iniziative.

Agricola

L’accordo sulla nuova Politica Agricola Comune slitta a giugno

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Gli europarlamentari e gli Stati membri dell’Ue non sono riusciti a raggiungere un accordo sulla nuova Pac (la Politica agricola comune), destinata a “rendere verde” l’agricoltura europea dal 2023

A renderlo noto è stato il Consiglio europeo, precisando che i colloqui riprenderanno “a giugno”, dopo tre giorni di trattative, dunque, “rimangono irrisolte alcune questioni cruciali; si è quindi deciso di rinviare le discussioni alla prossima riunione dei ministri europei dell’agricoltura di giugno”.

Una nuova proposta dei ministri europei dell’agricoltura, riuniti mercoledì e giovedì a Bruxelles, è stata ritenuta dai deputati ancora troppo lontana dalle loro richieste ambientali e sociali. I Ventisette avevano approvato nell’ottobre 2020 la riforma della Pac, con un budget di 387 miliardi di euro per sette anni, di cui 270 miliardi in aiuti diretti agli agricoltori, ma devono imperativamente mettersi d’accordo con il Parlamento europeo.

Le questioni irrisolte tra Consiglio e Parlamento Europeo

Nei dossier chiave ci sono gli “eco-regimi”, bonus concessi agli agricoltori che partecipano a impegnativi programmi ambientali. I deputati avevano inizialmente chiesto di concedere almeno il 30% dei pagamenti diretti agli agricoltori. Gli Stati si sono detti pronti ad accettare una soglia del 25%, ma permangono blocchi sul possibile periodo di transizione per metterla in atto.

Gli Stati vorrebbero inoltre rimanere liberi di definire il contenuto degli eco-regimi, ma i deputati chiedono un quadro rigoroso e l’allineamento delle politiche nazionali con le strategie ambientali e climatiche europee (Green deal, obiettivi dell’agricoltura biologica, riduzione quantitativa dei pesticidi, ecc). Gli Stati rifiutano infine di subordinare i sussidi agli agricoltori al rispetto degli standard sociali.

Vogliamo raggiungere un accordo, ma non a qualsiasi prezzo”, ha spiegato la ministra portoghese Maria do Ce’u Antunes, che sta negoziando a nome degli Stati. “Gli agricoltori non dovrebbero essere sepolti nella burocrazia; vogliamo premiare le pratiche ambientali ma deve essere finanziariamente fattibile” ha avvertito la ministra tedesca Julia Klockner.

Tutti devono mostrare responsabilità, senza sostenibilità economica (degli agricoltori), non ci sarà nessuna sostenibilità ambientale e climatica”, ha dichiarato Anne Sander (Ppe), negoziatrice del Parlamento.

La mancanza di flessibilità del Consiglio minaccia la sicurezza degli agricoltori dell’Ue”. E’ l’accusa lanciata dal presidente della commissione per l’Agricoltura del Parlamento europeo, Norbert Lins, dopo la sospensione dei negoziati sulla riforma della Pac, la Politica agricola comune.

L’accordo sulla Politica agricola comune (Pac) è un obiettivo importante che dobbiamo raggiungere tutti assieme, abbandonando i punti di divisione e concentrandoci su ciò che unisce Consiglio, Parlamento e Commissione”. Lo ha detto il ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali Stefano Patuanelli, a margine del Consiglio agricoltura e pesca.

Su architettura verde e condizionalità sociale ci sono i margini per trovare un accordo” e questo è “l’obiettivo che tutti ci stiamo prefiggendo, per cui lavoreremo finché non si troverà un giusto accordo”. Secondo il ministro, bisogna garantire ai nostri agricoltori “una Pac ambiziosa, che comprenda la sostenibilità sociale, ambientale e ovviamente quella economica per i nostri produttori”.

Il mancato accordo preoccupa le Associazioni Italiane

Serve al più presto un accordo sulla riforma della Politica Agricola Comune (Pac) per consentire la programmazione degli investimenti nelle aziende agricole italiane per una spesa di circa 50 miliardi da qui al 2027”. E’ quanto affermato dal presidente della Coldiretti Ettore Prandini, “finché non saranno chiari i contorni della Pac del futuro si rallenterà il percorso di stesura dei Piani Strategici Nazionali, che dovranno essere ambiziosi in termini di investimenti in innovazione, anche per restare in linea con gli obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale, per garantire un reddito certo  ed una maggior competitività alle imprese agricole italiane, nel rispetto del principio che gli aiuti vadano agli agricoltori che vivono di agricoltura e nel rispetto delle regole e delle normative del lavoro”.

La riforma della Pac potrà portare risultati tangibili solo se si terrà nel debito conto l’impatto delle misure previste nella nuova Politica agricola rispetto alle azioni previste dalle Strategie europee della Farm to Fork e della Biodiversità. In questo senso – ha concluso Prandini – Coldiretti continua a sostenere l’assoluta necessità che la Commissione fornisca uno studio di impatto cumulativo prima di avanzare proposte legislative ulteriori e che si compiano scelte coraggiose in termini di trasparenza per il consumatore, estendendo a tutti i prodotti l’obbligo dell’indicazione del paese d’origine e respingendo sistemi di etichettatura nutrizionali fuorvianti come il Nutriscore”.

La posizione di Cia-Agricoltori Italiani

Senza un accordo sulla riforma della Pac, l’Europa è meno forte di fronte alle sfide della ripresa post pandemia e della transizione ecologica. In gioco c’è la sopravvivenza dell’agricoltura Ue e la qualità di vita dei cittadini”. Così Cia-Agricoltori Italiani ha espresso rammarico per la mancata intesa tra Parlamento e Consiglio europeo dopo giorni di negoziati intensi a Bruxelles.

Speriamo in una ripresa dei negoziati a giugno dove tutti riescano a superare ogni forma di preclusione – ha dichiarato il presidente nazionale, Dino Scanavinoauspichiamo un confronto più aperto, che si ispiri al cambiamento, sempre tenendo conto che la priorità resta il reddito agricolo”.

Sicuramente restano sul tavolo nodi importanti da sciogliere. Per Cia, però, spiega una nota, rimane prioritario raggiungere un accordo sulla riforma della Pac che consenta una redistribuzione più equa delle risorse, così come un’attenzione alle politiche ambientali, che incentivino comportamenti virtuosi mantenendo l’agricoltura al centro.

La delusione di Alleanza Cooperative Agroalimenti

Aspettative deluse anche per Alleanza Cooperative Agroalimentari. “Con il negoziato rinviato a giugno – ha dichiarato il presidente Mercurinon ci resta che auspicare che si possano riprendere in tempi brevi le fila del dialogo. I nostri agricoltori e le nostre cooperative hanno infatti bisogno di certezze giuridiche e di operare in un quadro  legislativo ben definito”.

C’è inoltre il rischio che questo mancato accordo a livello comunitario – ha proseguito Mercuri – finisca per rallentare ancora di più il percorso di scrittura e di approvazione del Piano strategico nazionale, frenando ulteriormente un percorso che già stenta a partire. Nel Piano strategico nazionale dovranno infatti trovare  spazio interventi urgenti e molto attesi da tutto il comparto agricolo, quali le misure di assicurazione e di gestione del rischio a tutela del reddito degli agricoltori, oggi più che mai necessarie per  dare sostegno alle aziende sempre più colpite da eventi climatici avversi”.

La reazione di Copagri

L’interruzione delle trattative – ha sottolineato il presidente della Copagri Franco Verrascina –  rappresenta un’occasione persa per definire il complesso percorso che porterà l’agricoltura comunitaria in un futuro nel quale dovranno trovare maggiore attenzione tutte le tematiche inerenti alla sostenibilità; l’eventuale conclusione delle trattative, che auspichiamo arrivi entro breve, sarà solo l’inizio di un lungo  percorso che proseguirà con l’intensa e delicata partita del Psn, che a nostro avviso dovrà essere caratterizzato dalla giusta ambizione  necessaria a raggiungere i nove obiettivi strategici della Pac”, ricordando che – ha proseguito Verrascina – “l’orizzonte deve essere quello di dare certezza giuridica agli agricoltori e salvaguardarne la  redditività, in linea con lo spirito della Politica Agricola Comune e  con la necessità di far ripartire l’economia e i consumi”.

La rottura – ha spiegato il segretario generale della Uila Stefano Mantegazzaè avvenuta principalmente sull’architettura verde della riforma, mentre sul tema della condizionalità sociale per il quale il sindacato italiano insieme a  quello europeo Effat si stanno battendo con forza, l’accordo era quasi raggiunto. Grazie all’azione determinante del governo italiano e del  ministro Patuanelli, infatti, nel Consiglio dei ministri molti governi hanno cambiato opinione, schierandosi insieme al nostro paese nel sostenere la posizione del Parlamento europeo favorevole a includere  nella riforma una clausola che prevede di condizionare la concessione  degli aiuti pubblici al rispetto dei contratti di lavoro e delle leggi sociali”.

Farming for Future

CIB lancia l’azione 2 del progetto “Farming for future”

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Martedì scorso il CIB – Consorzio Italiano Biogas ha lanciato l’azione 2 del progetto per la riconversione agroecologica dell’agricoltura italiana “Farming For Future – 10 azioni per coltivare il futuro” dedicata all’Azienda Agricola 4.0.  

L’agricoltura 4.0 è una grande opportunità per il sistema agroindustriale italiano perché consente l’ottimizzazione e la maggiore efficienza dei processi produttivi che, oltre ad ottenere una significativa riduzione degli sprechi, aumentano la sostenibilità di tutto il sistema.

Le misure di agricoltura di precisione (precision farming) e di digitalizzazione del lavoro (ad esempio uso di big & smart data nei processi produttivi e internet of things) richiedono capacità professionali elevate, competenze e investimenti maggiori (in media del 2-6%) ma consentono una riduzione di consumi di combustibile di almeno il 10-15% e dei tempi di lavorazione fino al 35%; un calo dei costi medi di produzione di almeno il 10-15%; un aumento delle rese stimato del 7-15% per i cereali e, infine, in allevamento un incremento della produzione di latte del 10-15%.

L’agricoltura 4.0 ha un trend di crescita del 15-20%

L’Osservatorio Smart Agrifood stima il valore del mercato italiano dell’agricoltura 4.0 in 540 milioni di euro con un trend di crescita annuale costante del 15-20% (pari alla crescita media nell’UE) e con un’applicazione effettiva ancora limitata al 3-4% della superficie coltivata.   L’agricoltura 4.0 consente il monitoraggio delle diverse fasi dei processi produttivi, grazie ad applicazioni e tecnologie digitali interconnesse fra loro.

In questo modo si possono raccogliere grandi quantità di dati da ogni step della filiera, dall’azienda agricola al consumatore finale, su cui basare quale azione svolgere al momento più opportuno e nel punto più giusto.

Fra le aziende agricole associate al CIB – Consorzio Italiano Biogas, già diversi sono gli esempi virtuosi di applicazione di agricoltura 4.0 grazie ai quali si stanno già ottenendo risultati di tutto rilievo. In pieno campo eliminando le sovrapposizioni, si sono già ridotti sensibilmente gli sprechi di tempo, si è ottimizzato l’utilizzo dei fattori di produzione (sementi, concimi, fitofarmaci) e si è ridotto il consumo di gasolio ottenendo una riduzione dei costi, dell’usura delle macchine e un aumento della sostenibilità ambientale. In più, l’elaborazione dei dati sta consentendo l’ottimizzazione della produzione e della qualità dei raccolti.

Con lo stesso approccio, l’implementazione delle innovazioni sta consentendo un incremento della produzione di latte per capo al giorno anche del 15%, associato ad un significativo incremento dello standard di benessere animale. Per questi motivi le pratiche agricole avanzate con l’ausilio dell’agricoltura 4.0 rientreranno a pieno titolo fra le misure di sostegno climatico-ambientale previste dalla prossima PAC, la politica agricola comune.

La meccanizzazione agricola è un’ eccellenza del “Made in Italy”

Nel corso degli anni le aziende del biogas italiano si sono distinte come un importante laboratorio per l’innovazione mostrando propensione al rinnovamento e agli investimenti per il settore – ha dichiarato Piero Gattoni, presidente del CIB – Consorzio Italiano Biogas – L’inserimento dell’impianto di biogas in azienda ci ha spinti verso una profonda revisione non solo dei processi produttivi, ma anche di quelli decisionali, sempre più supportati dalla digitalizzazione e dalla interconnessione delle informazioni. Infatti, oggi la meccanizzazione agricola è un’eccellenza del Made in Italy”.

Le misure inserite nel PNRR – ha concluso Gattoni – dimostrano una grande attenzione verso la transizione ecologica e la digitalizzazione; con le innovazioni tecnologiche di cui disponiamo oggi saremo in grado di produrre di più utilizzando meno risorse e in modo più efficiente”.

Il progetto “Farming For Future”

Una strada già ben delineata dal progettoFarming For Future” dove l’agricoltura 4.0, integrata  alla concimazione organica con digestato e lavorazioni agricole innovative, è una delle chiavi su cui poggia il cambio di paradigma: da un sistema agricolo che per produrre fertilizza la coltura ad un sistema agricolo che, con una gestione agronomica mirata, “fertilizza il sistema” favorendo l’incremento di sostanza organica e lo stoccaggio del carbonio nei suoli, una delle funzioni strategiche del settore nella lotta al cambiamento climatico.

Tutto questo sarà al centro della prima tappa del BDR Day 2021 del CIB, martedì 8 giugno 2021 a Bagnoli di Sopra (PD) presso l’Azienda Agricola Tenuta di Bagnoli, alla scoperta delle realtà agricole che adottano il modello del Biogasfattobene. Durante la giornata, grazie all’applicazione di tecnologie di agricoltura 4.0, sarà possibile valutare direttamente sul campo l’applicazione delle azioni di “Farming For Future”, dalla fertilizzazione organica con digestato ad alta efficienza alla gestione sostenibile della doppia coltura.

Agricoltura Sostenibile

ENPAIA-CENSIS, Millenial e generazione Z scoprono l’agricoltura sostenibile

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Per l’89,5% il settore agricolo crea occupazione di qualità. Lo studio fotografa il nuovo rapporto dei giovani con la terra, con la produzione e il consumo del cibo, con l’impresa e il lavoro in agricoltura sostenibile.

È quanto emerge dal 3° numero dell’Osservatorio del mondo agricolo, dal titolo “La riscoperta dell’agricoltura nella youth economy”, presentato mercoledì dalla Fondazione Enpaia (Ente nazionale di previdenza per gli addetti e per gli impiegati in agricoltura) e dal Censis.

Oggi il 60,2% dei giovani è convinto che il percorso verso lo sviluppo nel dopo pandemia sarà lungo e difficile perché “il colpo subito è stato duro e ci ritroveremo con i soliti problemi aggravati”. Ad esserne più sicuri sono i millennial (63,8%), scottati in prima persona dalla crisi del 2008.

Per i giovani occorrono aiuti alle imprese che investono in sostenibilità ed economia circolare

Pur abituati a vivere e lavorare in un ambiente ostico, i giovani mostrano tuttavia un’inattesa tenacia nel voler stare in partita e l’89,8% ritiene che per questa fase lo stato d’animo appropriato sia essere orientato allo sforzo per realizzare i propri progetti e raggiungere i propri obiettivi.

Non sorprende, allora, che quasi il 91,7% dei giovani italiani sia favorevole a dare aiuti alle imprese agricole che scelgono di investire nelle tante forme di sostenibilità ambientale, coerenti con nuovi stili di vita più digital e aperti a un’economia di tipo circolare.

L’agricoltura praticata dai giovani in questi anni è ad alta intensità di tecnologie e le aziende hanno saputo valorizzare le opportunità dell’Ict. Diventa una necessità, pertanto, puntare sull’innovazione tecnologica per aiutare il mondo rurale nel suo sviluppo.

Per tornare a crescere non basteranno Stato, piani dall’alto e tanti soldi: fondamentale sarà stimolare la voglia di fare impresa degli italiani combattendo la tentazione psichica ad accucciarsi, a valutare il rischio come minaccia e a cercare sempre e solo protezione. – A dirlo il presidente del Censis Giuseppe De RitaEcco perché i giovani sono pronti a giocarsela in agricoltura, sono un esempio concreto di come ripartire dal basso, dalla voglia di fare delle persone. Su questo è importante puntare, tutto il resto, inclusi i piani con tanti finanziamenti, servono d’aiuto”.

Grazie all’agricoltura sostenibile nuove opportunità lavorative

Nell’Italia post Covid-19 sono loro i veri protagonisti del futuro: i millennial, nati tra metà degli anni ottanta e metà del decennio successivo e la generazione Z, nata tra metà degli anni novanta e metà degli anni zero. Pronti a rilanciare i valori di un’agricoltura sostenibile nel perimetro della youth economy dopo l’esperienza dell’emergenza sanitaria.

Per 9 giovani su 10 sostenibilità ambientale e lotta al riscaldamento globale sono le priorità nell’agenda italiana del futuro prossimo e l’agricoltura, in particolare, è il settore che prima e meglio degli altri ha interpretato queste urgenze. Per il 60% della genZ (composta dai 15-24enni), infatti, gli agricoltori hanno operato per rendere la filiera del cibo sostenibile, il 48% per i millennial.

Agricoltura sostenibile per i giovani significa anche concrete opportunità lavorative, con l’88,7% convinto che sia possibile creare occupazione di qualità, con valori che arrivano all’89,5% tra i giovanissimi della GenZ.

Per il 51,7% dei giovani il settore agricolo si rilancerà prima degli altri nel post Covid-19 e per l’82% – l’85% nella GenZ – questa ripresa sarà decisiva in altri ambiti oggi in difficoltà, come il turismo e la filiera del food.

Le nuove generazioni, insomma, riscoprono l’Agricoltura e non è un caso se tra le imprese agricole nate nell’ultimo decennio l’11,3% abbia un titolare giovane, pronto a scommettere sull’innovazione tecnologica e la digitalizzazione dei sistemi di produzione.

L’impegno, la paura e la poca fiducia nelle istituzioni

Per i giovani, la sostenibilità resta il criterio regolatore per eccellenza di economia e società. Pensando al post Covid-19, infatti, emerge che il 62,8% farà più attenzione a ridurre gli sprechi, con quote analoghe tra genZ (60,7%) e millennial (63,5%); il 46,4% farà la raccolta differenziata per i rifiuti, mentre il 32,2% acquisterà prodotti locali, a km zero, per limitare l’inquinamento; il 32,1%, poi, eviterà acquisti di prodotti in plastica (è il 43,8% tra la genZ e il 27,9% tra i millennial).

I dati dell’Osservatorio dimostrano ancora una volta come il settore agricolo costituisca un asset strategico per l’economia nazionale e per lo sviluppo sostenibile del nostro Paese”. Così il presidente della Fondazione Enpaia, Giorgio Piazza, ha commentato i dati emersi dal 3° numero dell’Osservatorio del mondo agricolo.

L’agroalimentare – ha spiegato il Presidente della Fondazione Enpaia – è il settore del futuro e sarà il traino per la ripresa economica del Paese post pandemia. A mio avviso sono tre i cardini su cui puntare: innovazione tecnologica, sostenibilità e giovani. Soprattutto bisognerà sostenere concretamente questi ultimi, convinti che il percorso post Covid sarà lungo e difficile, ma al  tempo stesso determinati nel realizzare i propri progetti e raggiungere i propri obiettivi. Stabilità del lavoro e protezioni sociali – avverte – costituiscono le maggiori incertezze delle nuove generazioni, ma anche il terreno su cui verranno misurate le istituzioni e la rappresentanza politica”.

Il lavoro è la grande incertezza per i giovani italiani: il 43,3% di chi un lavoro ce l’ha teme di perderlo, con un grado di incertezza superiore addirittura a quella legata ai rischi sulla salute (il 34,5%). Inoltre, la grande maggioranza di genZ (82%) e millennial (81%) ritiene che la competizione sui mercati debba contemperarsi con una buona protezione sociale.

Infine, sono alte le quote di giovani che non hanno fiducia in istituzioni di vario tipo. E’ così per partiti politici (78% genZ, 75% millennial, ed è l’81% nel totale popolazione), amministrazioni locali (62% genZ, 61% millennial ed è il 64% nella popolazione), pubblica  amministrazione (61% genZ, 61% millennial ed è il 68% sul totale della popolazione), Ue (48% genZ, 56% millennial ed è il 61% sul totale della popolazione) e media (50% genZ, 54% millennial ed è il 60% sul totale della popolazione).

Sostenibilità

Gli italiani, il cibo e la sostenibilità dei sistemi alimentari

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Italiani, cibo e ambiente, a tavola la sfida per il futuro del pianeta e per la sostenibilità dei sistemi alimentari. È quanto rileva il Rapporto Italia 2021 di Eurispes nel capitolo dedicato all’alimentazione

A tavola l’85,2% sceglie un regime alimentare tradizionale mentre la restante parte della popolazione si divide fra il 6,6% di coloro che affermano di non essere attualmente vegetariani ma di esserlo stati in passato, il 5,8% di vegetariani e il 2,4% di quanti aderiscono ad uno stile alimentare vegano. Si tratta di un trend in crescita soprattutto negli ultimi due anni come dimostrano i dati del Rapporto Italia 2021 di Eurispes secondo cui nel 2021 in Italia la percentuale di vegetariani e vegani è dell’8,2%.

E l’Italia è sul podio dei maggiori produttori europei di alimenti vegetali, proteine in particolare: un mercato in crescita costante, in cui le offerte dei produttori si moltiplicano perché la richiesta è forte, e non più solo da parte del popolo “veg” ma anche da parte di chi si preoccupa della sostenibilità.

Italiani “veg” e boom delle proteine green

Per il 23,1% di quanti si dichiarano vegetariani o vegani – spiega il rapporto – questa scelta si inserisce “in una più ampia filosofia di vita, che non si esaurisce nell’amore verso gli animali, ma abbraccia una volontà più ampia di sostenibilità per prendersi cura del mondo in cui viviamo”.

Uno sviluppo che arriva da lontano, seguendo l’onda lunga degli anni 90, ma che in questi ultimi 2-3 anni ha registrato un ulteriore step di sviluppo grazie alla maggiore attenzione verso la sostenibilità, la salute del pianeta, e complice la demonizzazione del consumo di carne che paga il conto degli alti costi ambientali. Insomma, i consumatori fanno sempre più attenzione all’impatto  ambientale delle proprie scelte di acquisto e premiano i prodotti che soddisfano il palato e senza gravare sull’ecosistema.

Il carrello della spesa degli italiani è, dunque, sempre più “verde” anche in piena pandemia. Secondo i dati di Everli, il marketplace della spesa online, che ha preso in esame gli ordini effettuati sul sito e via app, nel 2020 è aumentata del 14% la spesa di prodotti vegani e vegetariani.

Ecco cosa comprano gli italiani

Nella top 10 dei cibi vegan più acquistati nei supermercati italiani il tofu, grande classico della cugina veg, si aggiudica il primo posto davanti a hummus (secondo posto) e burger e mini burger vegetali (terzo posto). All’ultimo posto in classifica si posiziona invece il tempeh, altro famoso alimento asiatico che caratterizza questa alimentazione.

Inversione di tendenza per i vegetariani dello Stivale che inseriscono in classifica prevalentemente primi e secondi piatti e considerano i burger vegetali un “must have” irrinunciabile sulle loro tavole. Completano il podio le cotolette vegetariane (secondo) e i libanesi falafel (terzo), mentre la top 5 si chiude con un primo piatto italianissimo, le lasagne – vegetariane – rigorosamente al ragù (quinto).

Guardando alla distribuzione geografica l’Emilia Romagna e la Lombardia si aggiudicano il primo posto come regioni più vegane d’Italia, con tre città ciascuna nella top 10 delle città italiane con il maggior numero di ordini online di questa categoria: Bologna in vetta, Milano al terzo posto e Pavia un gradino sotto al podio, seguite da Bergamo (sesto posto), Modena (settimo posto) e Parma (nono posto).

I vegetariani dello Stivale si concentrano soprattutto in Toscana. Tra le 10 province che nell’ultimo anno hanno registrato il maggior numero di ordini di questi prodotti spiccano infatti ben tre province toscane: Firenze, Livorno e Pisa, che popolano la seconda parte della classifica, rispettivamente al sesto, settimo e ottavo posto.

Diffuse le diete “senza” e l’uso integratori

Nel 2021 sono molto diffuse le cosiddette diete “senza” e l’uso di integratori di diverso tipo. In particolare, il 31,4% degli italiani predilige prodotti senza zucchero, senza grassi aggiunti, senza l’uso di antibiotici; il 23,5% sceglie prodotti che presentano al loro interno l’aggiunta di vitamine, minerali o altri nutrimenti; il 17,1% segue un’alimentazione arricchita regolarmente da integratori; il 17% sceglie prodotti privi di lattosio e il 13,8% privi di glutine.

Segue un’alimentazione che predilige prodotti senza zuccheri e grassi aggiunti il 34,4% delle donne contro il 28,3% degli uomini; una dieta che predilige l’acquisto di prodotti arricchiti con Omega 3, il 25,5% delle donne contro il 21,5% degli uomini.

Sceglie prodotti senza lattosio il 20,1% delle donne contro il 13,8% degli uomini, arricchiti con integratori il 19,3% delle donne contro il 14,8% degli uomini e senza glutine il 15,2% delle donne contro il 12,3% degli uomini.

Assocarni, Farm to Fork per valorizzare il Made in Italy

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Così, Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni, lo ha spiegato all’AGI, riprendendo il recente evento di approfondimento sulla Farm to Fork promosso da Eunews in collaborazione con Carni Sostenibili e European Livestock Voice

Il nostro modello rappresenta un’opportunità e una transizione verso una realtà più sostenibile, in grado di valorizzare le eccellenze agroalimentari italiane e rispondere alle esigenze dei consumatori. L’implementazione della strategia Farm to Fork, studiata per trasformare il sistema alimentare europeo deve avvenire in modo razionale. Sarà necessario accantonare gli approcci ideologici e irrazionali e procedere con estremo equilibrio”.

Il presidente di Assocarni ha sottolineato che l’assenza di valutazioni di impatto accurate sulle modalità di implementazione della strategia nelle filiere agroalimentari potrebbe provocare un effetto boomerang e penalizzare le eccellenze italiane ed europee, andando a discapito di produttori e consumatori.

Italia seconda potenza al mondo per uso di robot e automazione nelle filiere agroalimentari

Il settore di zootecnia in Italia produce eccellenze qualitative uniche anche dal punto di vista della sostenibilità – ha ribadito Scordamaglia – si pensi che produrre un chilogrammo di carni rosse in territorio italiano provoca circa un quinto delle emissioni associate alla stessa produzione in altre parti del mondo. Nel nostro Paese solo il 4,4 per cento del totale delle emissioni dipendono dalle filiere agroalimentari, e questo valore è calato dell’11% negli ultimi decenni, mentre nelle altre economie europee le emissioni zootecniche hanno registrato aumenti e incrementi”.

Credo sia davvero significativo evidenziare che siamo la seconda potenza al mondo per robot e automazione impiegata in ambito di filiera agroalimentare – continua – un risultato raggiunto non grazie al ritorno che qualcuno vorrebbe a tecniche antiquate, ma, al contrario, per l’utilizzo di metodi e tecnologie innovative che ci permettono di ottimizzare le rese riducendo al massimo gli input: abbiamo registrato una diminuzione del 15 per cento nell’uso di fertilizzanti chimici, e del 42 per cento nel ricorso agli antibiotici, per citarne solo un paio”.

Scordamaglia ha aggiunto che, viste le esigenze uniche di ogni differente terreno, poter contare su strumenti quali satelliti, sensori, georeferenziazione in grado di soddisfare selettivamente le esigenze specifiche dei differenti terreni ed allevamenti, rappresenta un motivo di orgoglio per la nazione in questo settore.

Cibo naturale, sostenibile e sicuro VS fake meat, fake cheese e alimenti sintetici

“Il consumo reale di carne rossa in Italia è di circa 75 grammi al giorno, nettamente inferiore rispetto al limite dei 100 grammi giornalieri indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. L’assunzione di alimenti naturali, sostenibili e sicuri, così caratteristica del nostro Paese, non può essere accantonata.

Un approccio ideologico e irrazionale – ha proseguito Scordamaglia – potrebbe d’altro canto avvantaggiare quelle multinazionali che hanno tutto l’interesse a distaccare la produzione di un prodotto dalla terra, dai contadini, dai territori e favorire ad esempio il consumo di fake meat o fake cheese, prodotti che non possono essere paragonati agli alimenti naturali. Nonostante l’enorme potenza di fuoco nella comunicazione di queste multinazionali, i prezzi più elevati e i falsi claim salutistici fabbricati ad hoc per questi articoli non possono essere comparati a una filiera di produzione e trasformazione agroalimentare naturale.

Alimenti sintetici con meat naming che ingannano il consumatore con presenza di vegetali ultra trasformati, additivi chimici aggiunti all’alimento per alterarne sapore e consistenza, basi chimiche invece che naturali non devono e non possono rappresentare l’obiettivo di una nazione come l’Italia, che gode di salumi, formaggi, carni e prodotti di eccellenza”.

La strada della sostenibilità

Il percorso verso la sostenibilità non può prescindere dall’utilizzo di tecnologie volte a ridurre l’impatto ambientale e massimizzare la resa. “Tornare all’aratro al passato come qualcuno vorrebbe significa esporre gli stessi animali allevati e i consumatori a una serie di rischi. L’approccio della strategia Farm to Fork deve essere basato su un grande equilibrio.

Quello della sostenibilità è un concetto dalle varie accezioni – ha concluso il presidente di Assocarni – tra cui la valenza economica, che riguarda l’importanza di un ritorno equo non solo per il distributore ma anche per l’allevatore o l’agricoltore a monte della filiera. Implementare una strategia di sostenibilità che si basi su un approccio razionale ed equilibrato ci consentirebbe di vendere i nostri prodotti con una valenza competitiva maggiore, in termini di qualità, prezzo e sostenibilità a livello globale“.

Coca-Cola

Nuova bottiglia con 100% plastica riciclata made in Veneto per Coca-Cola

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Promuovere un’economia sempre più circolare. Con questo obiettivo Coca-Cola introduce sul mercato italiano la sua prima bottiglia realizzata con il 100% di plastica riciclata (rPet)

Le nuove bottiglie 100% rPet, come sempre 100% riciclabili, saranno utilizzate non solo per i prodotti Coca-Cola, ma anche per gli altri marchi del portafoglio dell’azienda come Fanta, Sprite e FuzeTea, per un totale di 150 milioni di confezioni nel 2021 realizzate completamente in plastica riciclata. Nel 2021 il gruppo ha triplicato i quantitativi di rPet utilizzato.

Riciclare correttamente in ottica di economia circolare

Dall’abolizione del limite del 50% di plastica riciclata, non abbiamo sprecato un giorno e oggi siamo orgogliosi di essere la prima azienda di bibite analcoliche a introdurre sul mercato una bottiglia realizzata interamente con rPet”, ha dichiarato Cristina Camilli, direttore comunicazione e relazioni istituzionali Coca-Cola Italia.

I nostri packaging sono già tutti 100% riciclabili e con questa nuova bottiglia faremo un ulteriore passo per rendere sempre più concreto il concetto di economia circolare e invitare a riciclare correttamente, affinché nessuna bottiglia venga sprecata e possa tornare a nuova vita”.

La strategia World Without Waste

Questa innovazione, possibile a seguito dell’abolizione del limite del 50% di rPet nella produzione di bottiglie, si inserisce all’interno della strategia di lungo periodo di Coca-Cola, “World Without Waste”, che negli ultimi 10 anni si è concretizzata in 100 milioni di euro di investimenti con impatto sulla sostenibilità in Italia.

Oltre all’utilizzo crescente di plastica riciclata nelle confezioni, Coca-Cola è da anni impegnata nella riduzione della materia prima negli imballaggi in vetro, alluminio e plastica e con la recente introduzione di “KeelClip” ha concretizzato il suo impegno anche a favore degli imballaggi secondari, quelli non a diretto contatto con il prodotto.

L’innovativo sistema in carta 100% riciclabile permette di eliminare completamente l’involucro in plastica dalle confezioni multiple di lattine, con un risparmio di 450 tonnellate di plastica all’anno. Infine, dopo Fanta, verrà rimosso il colore anche dalle bottiglie di Sprite, al fine di rendere più facile il riciclo in nuove bottiglie trasparenti.

L’impegno di Coca Cola e i prossimi passi

Per rispondere al meglio alle esigenze dei consumatori lavoriamo costantemente per innovare il nostro portfolio, dalla riduzione dello zucchero al lancio di nuove bevande. Lavoriamo per ridurre il nostro impatto ambientale reintegrando l’acqua che utilizziamo per produrre le nostre bevande e promuovendo il riciclo dei nostri packaging.

Insieme ai nostri partner imbottigliatori abbiamo più di 700 mila dipendenti e contribuiamo alla creazione di opportunità economiche in tutti i Paesi in cui siamo presenti. Dal 1927 in Italia, oggi contiamo 5 stabilimenti e oltre 2.000 dipendenti. Il nostro portfolio comprende 40 prodotti, dalle bevande gassate ai tè, dalle acque alle bevande vegetali e il 60% dei prodotti dell’azienda è a ridotto, basso o nullo contenuto calorico”.

Nei prossimi mesi saranno progressivamente realizzate con il 100% di plastica riciclata tutte le bottiglie di Coca-Cola, Coca-Cola Zero Zuccheri, Coca-Cola Senza Caffeina, Coca-Cola Light Taste, Coca-Cola Gusto Limone Zero Zuccheri da 330 ml, 450 ml, 660 ml, Fanta Original, Fanta Senza Zuccheri Aggiunti e Sprite da 450 ml e 660 ml e Fuzetea da 400 ml e 1,25 L.