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Simone Martino

La cura dei suoli è fondamentale per la sostenibilità dell’agricoltura

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Suoli in salute in agricoltura significano qualità e quantità del cibo, significa mantenere la biodiversità, mitigare il clima e avere i servizi culturali del paesaggio

I suoli europei sono gravemente minacciati, il 60-70% è compromesso a causa delle attuali pratiche di gestione, dell’inquinamento, dell’urbanizzazione e degli effetti del cambiamento climatico. Nell’Unione Europea si contano quasi 3 milioni di potenziali siti contaminati (solo il 24% inventariato) con gravi rischi per la salute; gli apporti di nutrienti nei terreni agricoli sono a livelli di  rischio di eutrofizzazione di suolo e acque, con potenziali pesanti  ripercussioni sulla biodiversità per l’agricoltura; i terreni coltivati perdono carbonio ad un tasso dello 0,5% all’anno. I costi associati al degrado del suolo nell’Unione Europea superano i 50 miliardi di euro all’anno.

Le missioni dell’UE

Obiettivo della Missione Soil Health and Food è garantire che entro il 2030 il 75% dei suoli europei siano sani e in grado di fornire servizi ecosistemici essenziali come la fornitura di cibo e altra biomassa, sostenere la biodiversità, immagazzinare e regolare il flusso di acqua o mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

Le cinque missioni dell’Ue (oltre a garantire la salute del suolo e il cibo, combattere il cancro, adattarsi ai cambiamenti climatici, proteggere gli oceani e vivere in città più verdi) sono  parte integrante del programma quadro Horizon Europe a partire dal 2021.

Le missioni contribuiranno in modo decisivo agli obiettivi del Green Deal europeo e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sdgs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.  Ognuna di esse opererà come un portafoglio di azioni – come progetti di ricerca, misure politiche o anche iniziative legislative – per raggiungere un obiettivo misurabile che non potrebbe essere raggiunto attraverso azioni individuali.

La cura dei suoli è fondamentale per assicurare la sostenibilità dell’agricoltura. L’ Unione europea con la sua strategia ‘Farm to fork’ ha posto chiaramente questo obbiettivo al centro della sua strategia ambientale per i prossimi anni” ha affermato Antonio Parenti, capo della rappresentanza in Italia della Commissione Europea.

Secondo Marco Falzetti, direttore Apre, “Il posizionamento italiano in questo particolare contesto porta necessariamente ad immaginare che  l’Italia debba assicurarsi un ruolo di primaria importanza nella  futura Mission Soil. Per questo è fondamentale, anche in questa fase ancora in evoluzione e per tanti versi ancora poco definita, rimanere attori attenti e attivi nell’attuale processo di definizione finale di questa mission”.

Cosa si è detto al convegno Mission soil health and food Caring for Soil is Caring for life

Lo scopo di questa iniziativa è riuscire a far capire l’importanza di questa mission all’interno della riflessione sulla transizione verde. La salute dei suoli è fondamentale nell’attuazione del Green Deal. I suoli e l’agricoltura hanno bisogno della nostra attenzione”.

Catia Bastioli, membro del mission board “Soil health and food”, ha introdotto così la sua presentazione nel corso dell’evento in streaming “Mission soil health and food Caring for Soil is Caring for life” – Suolo sano, opportunità per un futuro sostenibile, organizzato dal ministero dell’Università e della Ricerca in collaborazione con APRE (Agenzia della Promozione della Ricerca Europea), Santa Chiara Lab – Università di Siena e Fondazione ReSoil.

Il problema che abbiamo di fronte è molto significativo. Suoli in salute significano qualità e quantità del cibo, significa mantenere la biodiversità, mitigare il clima e avere i servizi culturali del paesaggio. Il suolo è una risorsa scarsa, non rinnovabile”.

Per risolvere questo problema, sono state individuate 8 azioni mirate a ridurre l’inquinamento e migliorare la struttura del suolo. “Prioritaria sarà la collaborazione tra ricerca e innovazione, ma anche la cooperazione tra i settori e l’impegno dei cittadini”, ha concluso Bastioli.

La parola ‘Caring’ ci fa comprendere che la salute non è solo medicina ma dipende da tantissimi fattori. Lo abbiamo visto in quest’anno molto difficile, che tuttavia potrà portare a un cambiamento – ha affermato la neoministra dell’ Università e della Ricerca, Cristina Messa – L’ obiettivo che si è posto questa missione è chiaro: garantire entro il 2030 che almeno il 75% dei suoli europei siano sani. Un obiettivo ambizioso, che richiede un lavoro e un coordinamento di molti attori. Ma abbiamo davanti dei mesi per riuscire a capire come organizzare la mission, trovare punti di incontro con la ricerca a livello nazionale e come declinarla all’interno del Recovery Plan”.

Da ENEA innovativa compostiera domestica per i rifiuti organici

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Trasformare in casa uno scarto in risorsa (compost) è possibile grazie alla compostiera brevettata da Enea. Essa rappresenta un formidabile strumento casalingo per fare economia circolare

ENEA ha brevettato un’innovativa compostiera per trasformare i rifiuti organici domestici in compost con elevate qualità agronomiche e nel rispetto dell’ambiente.

Il dispositivo, spiega Enea, “consente di risparmiare sia sull’energia consumata per attivare il processo aerobico che sulla tariffa per lo smaltimento dei rifiuti”.

Com’è progettata e come funziona

La compostiera sfrutta un sistema di produzione di energia elettrica con pannello fotovoltaico integrato nella struttura che alimenta il sistema di aerazione con una piccola resistenza elettrica per il pre-riscaldamento del materiale in ingresso. Grazie al controllo della temperatura è anche possibile velocizzare il processo nei periodi freddi”, spiega Daniele Fiorino del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’Enea.

La compostiera è fornita di tre camere poste in verticale separate da pannelli estraibili che permettono il trasferimento del materiale per caduta. Al suo interno è dotata di un sistema di movimentazione del materiale, di un sistema di fornitura di aria fresca che sfrutta il calore contenuto nei gas esausti prodotti dalla reazione di degradazione della sostanza organica e di un bio-filtro che assicura l’abbattimento della carica odorigena dei gas prodotti.

Nel progettarla abbiamo pensato di realizzare un vero e proprio elettrodomestico: ne abbiamo previsto una versione stand-alone, ovvero autonoma, grazie all’integrazione di un pannello  fotovoltaico nel coperchio di apertura, per una sua installazione in  balcone, in giardino o in tutte le utenze isolate. Ma trattandosi di una compostiera domestica stagna, che non consente fuoriuscita di  cattivi odori dovuti a rimescolamenti e/o emissione di aria, è possibile anche un suo utilizzo in ambienti interni, direttamente allacciata alla rete elettrica”, aggiunge Daniele Fiorino.

Circa 5 kg/giorno di rifiuti da riciclare

La quantità di rifiuto che può essere trattato dal prototipo realizzato è di circa 5 kg/giorno, ma è in corso la realizzazione di prototipi più piccoli per un uso strettamente familiare. Grazie al compostaggio domestico è possibile ridurre i volumi della frazione organica dei rifiuti, costituiti essenzialmente da acqua, e quindi i costi dovuti alla raccolta e movimentazione degli stessi. A regime, questo si tradurrebbe in una riduzione della tariffa sullo smaltimento dei rifiuti.

La compostiera è un formidabile strumento casalingo di economia circolare, perché trasforma uno scarto in risorsa (compost), permette un risparmio di emissioni di CO2 equivalente nella filiera integrata di gestione dei rifiuti urbani e garantisce una totale indipendenza nella gestione dei propri rifiuti organici permettendo così alle singole utenze di ridurre il costo della tariffa. Dopo la fase di test stiamo migliorando il design dell’oggetto in modo che possa integrarsi gradevolmente con l’ambiente domestico circostante”, conclude Maria Velardi del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e  Territoriali dell’Enea.

La compostiera ha un Trl alto, pari a un Livello di Maturità Tecnologica 7 (su 9) che corrisponde a un prototipo sperimentato in ambiente operativo.

Perché il compostaggio è importante

Grazie al compostaggio si riproducono in forma controllata e accelerata quei processi che in natura riconsegnano le sostanze organiche al ciclo della vita. Gli scarti organici costituiscono un terzo dei rifiuti cittadini; recuperarli e trasformarli in compost – un concime naturale – consente di ridurre l’uso di fertilizzanti chimici e contrasta il progressivo impoverimento del suolo.

Contribuire alla corretta gestione dei rifiuti, diminuendo lo smaltimento in discarica o in inceneritori, prevenire la produzione d’ inquinanti atmosferici che si genererebbero dalla bruciatura di questi scarti; garantire la fertilità del suolo nella forma più pregiata, quella organica, sono alcuni dei vantaggi più significativi che il compostaggio determina.

Ma generalmente cosa si può compostare?

Gli scarti che sicuramente si possono riciclare attraverso il processo di compostaggio sono: gli avanzi di cucina, come residui di pulizia delle verdure, bucce, pane secco, i fondi di tè e di caffè, e per chi ha un giardino o un piccolo orto, gli scarti come legno di potatura, sfalcio dei prati, foglie secche, fiori appassiti, gambi. Si possono anche riciclare altri materiali biodegradabili, come carta non patinata, cartone, segatura e trucioli provenienti da legno non trattato.

Maggiore attenzione bisogna avere nel riciclo di altri scarti come avanzi di cibo di origine animale, cibi cotti (in piccole quantità, perché altrimenti attraggono insetti ed altri animali indesiderati); foglie di piante poco degradabili (magnolia, lauroceraso, faggio, castagno, aghi di pino) miscelando bene con materiali più degradabili; lettiere per cani e gatti solo se si è sicuri di ottenere la igienizzazione tramite un corretto compostaggio (a temperatura elevata).

Gli scarti che, invece, non possono essere compostati sono: il vetro, le pile scariche, i tessuti, le vernici e altri prodotti chimici, la carta patinata (riviste), i manufatti con parti in plastica, o metalli (scatole, contenitori, oggetti vari), il legno verniciato, i farmaci scaduti, le piante malate (per evitare il rischio di contaminazione).

Agricoltura: Nomisma, il 54% dei consumatori è per l’innovazione sostenibile

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Per gli agricoltori italiani è necessario un cambio di rotta. Servono investimenti in innovazione che permettano di affrontare la doppia sfida della competitività e sostenibilità per l’agricoltura.

Anche se per il 45% degli italiani i prodotti agroalimentari delle aziende “tradizionali” vengono percepiti di qualità superiore rispetto a quelli delle aziende più avanzate dal punto di vista tecnologico, a fronte di un futuro condizionato dai cambiamenti climatici e dalla necessità di attività produttive più sostenibili, è opportuno un maggiore investimento sull’ innovazione tecnologica.

Ciò è emerso da una ricerca realizzata da Nomisma, in collaborazione con Crif, presentata al V Forum Agrifood Monitor. Lo studio ha dimostrato come molte convinzioni degli italiani sulle innovazioni in agricoltura siano sbagliate in quanto derivano da una scarsa conoscenza, tanto da essere “ribaltate” una volta spiegate le funzioni di tali miglioramenti tecnologici, soprattutto se inquadrate nello scenario evolutivo dei prossimi anni.

Cosa ci attende nel futuro?

Quello evidenziato da Nomisma è uno scenario futuro allarmante contraddistinto dalla scarsità di cibo, di acqua e di terra in un contesto climatico “impazzito”.

Occorre considerare, infatti, che entro il 2050 occorrerà una quantità di cibo tra il 60% e 70% in più di quello attualmente prodotto per soddisfare la domanda alimentare mondiale; ogni essere umano avrà a disposizione solo 0,1 ettari di superficie coltivabile contro i 0,4 ettari del 1960 e che  negli ultimi quarant’anni, il numero di disastri naturali nel mondo è più che triplicato.

A causa di questa preoccupante visione che la Commissione europea è partita con il lancio del “Green Deal”, il piano d’azione – ricorda Nomisma -, che dovrebbe portare l’Ue entro il 2050 alla neutralità climatica (zero emissioni nette di gas a effetto serra) e che, con le sottostanti strategie “From Farm to Fork” e “Biodiversity” individua ambiziosi obiettivi che andranno ad incidere sensibilmente sulle attività agricole ed alimentari.

Gli scenari della scarsità alimentare, delle risorse naturali e dei cambiamenti climatici ci sembrano fantascienza ma in realtà ci riguardano da vicino, soprattutto per le implicazioni che generano sul mercato dei prodotti agricoli e sul quadro di regolamentazione del settore. Non dobbiamo dimenticarci del fatto che, per molte derrate primarie, l’Italia non è auto-sufficiente – negli ultimi dieci anni il nostro import agricolo è cresciuto del 55% – e che la tenuta socioeconomica dei nostri territori è legata ad una filiera, come quella agroalimentare, che negli stessi anni ha aumentato il proprio posizionamento internazionale grazie ad una crescita dell’80% nell’export dei propri prodotti”, ha dichiarato Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma.

Quale soluzione adottare?

La soluzione è investire sulle nuove tecnologie. L’agricoltura 4.0, pur essendo ancora poco diffusa tra le aziende italiane, ove applicata permette non solo di recuperare efficienza grazie a risparmi nei costi di produzione che, per colture estensive come il frumento tenero, arrivano fino al 15% ad ettaro, ma anche una maggiore produttività che può arrivare ad un +10%.

Ciò si traduce non solo in un incremento di redditività per l’agricoltore (sostenibilità economica) ma anche in un minor impatto ambientale, grazie all’uso di agrofarmaci, fertilizzanti e acqua in base alle reali necessità delle piante coltivate (sostenibilità ambientale). Purtroppo, la ridotta diffusione di tali innovazioni tecnologiche tra le aziende italiane deriva da diversi gap strutturali, comuni all’adozione di questo tipo di tecnologia.

Un recente studio della Commissione Europea ha, infatti, messo in luce come tra le aziende europee, il primo ostacolo all’utilizzo dell’agricoltura di precisione (e 4.0) sono le ridotte dimensioni aziendali, il costo di accesso ma anche la ridotta conoscenza di tali tecnologie. Ormai superfluo ricordare, a tale proposito, come l’agricoltura italiana presenti una dimensione media poderale di 11 ettari contro i 17 della media Ue, una formazione agraria completa che riguarda solo il 6% dei conduttori contro il 9% dell’Ue e un accesso a internet in aree rurali che interessa l’82% delle famiglie italiane residenti in tali zone rispetto alla media europea dell’86% (ma che arriva al 99% nei Paesi Bassi).

Agire nel rispetto della sostenibilità

Se quindi non si può prescindere da competitività e produttività, al tempo stesso non possiamo esimerci dall’essere sostenibili, come ci chiede la stessa Unione Europea.

A tal fine bisogna, dunque, innovare introducendo innovazioni tecnologiche in grado di rispondere al duplice obiettivo di una “competitività sostenibile”. Ecco perché rispetto a questo obiettivo congiunto, strumenti come le tecnologie di evoluzione assistita (miglioramento genetico) o di precision farming possono indubbiamente apportare un valido contributo.

Anche perché, vale la pena ricordarlo, se non ci fosse stato il miglioramento genetico apportato dall’uomo, non mangeremmo né arance (derivanti dall’incrocio tra altri agrumi), né clementine, né uva senza semi, ma neppure potremmo ottenere mais e grano duro per produrre pasta con gli stessi risultati di oggi. E domani, potremmo continuare a coltivare le viti in aree che oggi sono idonee per la produzione di vino ma che, in un futuro non troppo lontano a causa dei cambiamenti climatici, potrebbero rischiare di scomparire.

Gli obiettivi di sostenibilità che pone il Green Deal sono ambiziosi e per quanto condivisibili non possono essere lasciati solo in capo agli agricoltori senza prevedere strumenti ed interventi specifici a supporto. Ecco perché abbiamo chiesto ed ottenuto in Europa che il 55% dei fondi destinati allo Sviluppo Rurale derivanti dal “Next Generation EU” fossero riservati agli investimenti in innovazione nelle aziende agricole. Lo stesso dicasi, proprio per raggiungere le finalità della strategia “From Farm to Fork”, in una maggior apertura da parte dell’UE verso l’adozione delle NBT, le tecniche di miglioramento genetico”, ha sottolineato Paolo De Castro, Presidente del Comitato Scientifico di Nomisma.

La sfida dell’innovazione o Agritech, così strategica per il futuro della nostra agricoltura e come evidenziato dalla ricerca Agrifood Monitor di Nomisma e CRIF, può essere vinta anche attraverso uno sviluppo delle iniziative imprenditoriali di start up in grado di ampliare l’offerta di servizi e prodotti tecnologici e digitali a supporto del settore primario. Ed è proprio con questo spirito che CRIF assieme a Fondazione Golinelli hanno lanciato la prima edizione di I-Tech Innovation 2021, un programma che prevede investimenti per oltre 1,6 milioni di euro rivolti a start-up innovative in settori strategici a livello nazionale tra cui, appunto, quello del FoodTech/Agritech”, ha commentato Carlo Gherardi, Ceo di CRIF.

Sostenibilità: dalle emissioni allo spreco acqua, Carlsberg verso l’obiettivo zero

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Il bilancio di Sostenibilità 2020 del Gruppo Carlsberg mostra importanti progressi verso il raggiungimento degli obiettivi fissati da “Together Towards Zero”.

In un anno dominato dalla pandemia, il Gruppo Carlsberg ha registrato una diminuzione del 7% delle proprie emissioni specifiche di Co2 lungo tutta la filiera (periodo 2015 -2019), mentre nei propri Birrifici ha ridotto del 12% le emissioni di Co2 e migliorato del 7% l’efficienza idrica rispetto al 2019.

Il Gruppo Carlsberg ha collaborato con Partner e Fornitori lungo tutte le fasi della propria filiera (comprese materie prime, packaging e refrigerazione) per identificare, testare e implementare soluzioni più sostenibili. Questo processo ha permesso al Gruppo di ridurre del 7% le proprie emissioni “birra in mano”, le emissioni totali di Co2 lungo tutta la filiera, nel periodo 2015 – 2019. Un buon risultato in vista degli obiettivi prefissati di riduzione del 15% entro il 2022 e del 30% entro il 2030.

L’impegno di Carlsberg per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile

La determinazione a contribuire a una società migliore si armonizza con l’impegno globale per la prosperità. Attraverso il programma Together Towards ZERO, Carlsberg persegue gli SDG. Le quattro priorità di Carlsberg Group sono, infatti, strettamente correlate agli SDG 3, 6, 7 e 8, sui quali l’influenza è maggiore.

Per ogni SDG ci si focalizza sull’obiettivo più rilevante per contribuire a raggiungerlo: raddoppiare il tasso globale di efficienza energetica entro il 2030, aumentare l’efficienza dell’uso dell’acqua, rafforzare la prevenzione e il trattamento dei danni provocati dall’alcol, proteggere i diritti dei lavoratori e promuovere la sicurezza sul lavoro.

Inoltre Carlsberg Group è attenta anche ad altri due obiettivi importanti: il Consumo e la produzione responsabile (SDG 12), e la Partnership per gli obiettivi (SDG 17).

La lotta al cambiamento climatico

La leadership del Gruppo Carlsberg nella lotta al cambiamento climatico è stata riconosciuta dall’organizzazione no-profit Cdp (Carbon disclosure project), che l’ha inserito nella prestigiosa “AList”. Riconoscendo il rischio crescente del cambiamento climatico per le imprese e le comunità nelle aree in cui opera, il Gruppo Carlsberg per la prima volta ha incluso nella relazione annuale 2020 le azioni a riguardo, secondo il quadro di reporting della Task force on climate-related financial disclosures (Tcfd).

Questo vuole essere un’ulteriore garanzia dell’impegno che il Gruppo porta avanti dal 2017, quando è stata avviata la collaborazione con Science Based Targets per diventare una delle prime Aziende a fissare target in linea con l’ambizioso obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima, che mira a limitare il riscaldamento globale a 1,5∞C.

Le azioni intraprese nell’anno del Covid

In tutti i mercati in cui è presente nel mondo, il Gruppo Carlsberg per supportare le Comunità colpite dalla pandemia, ha convertito le linee produttive di alcuni dei suoi Birrifici per ottenere l’alcol utilizzato nei gel disinfettanti, ha donato attrezzature e bevande analcoliche agli operatori sanitari e ha condotto delle campagne a supporto del settore dell’ospitalità, duramente colpito dalla pandemia.

Oltre ai contributi aziendali per aiutare le persone colpite dal Covid-19, i team del gruppo Carlsberg di tutto il mondo hanno raccolto fondi per supportare le organizzazioni locali. La Fondazione Carlsberg, la Nuova Fondazione Carlsberg e la Fondazione Tuborg hanno donato un totale di 13 milioni di euro durante la crisi per sostenere ricerca, arte, cultura e società civile.

Il 2020 è stato un anno impegnativo per la nostra attività, i nostri clienti e le nostre persone in tutto il mondo. In Carlsberg, abbiamo continuato ad impegnarci per supportare le Comunità in questo momento difficile, lavorando al tempo stesso per raggiungere i nostri  ambiziosi target di riduzione delle emissioni e dello spreco idrico. Non permetteremo al Covid-19 di portarci fuori rotta” ha affermato Cees t’ Hart, Ceo del Gruppo Carlsberg. “Siamo sulla buona strada per raggiungere i nostri obiettivi per il 2022. Dal 2015 abbiamo già ridotto le emissioni dei nostri birrifici del 39%, le emissioni lungo tutta la filiera del 7% e il nostro consumo di acqua per ogni ettolitro di birra prodotta del 18%”.

I traguardi raggiunti nel 2020

Nel 2020, i volumi di vendita delle birre analcoliche sono cresciuti dell’11% (+83% dal 2015). Fornire la giusta informazione al consumatore lo aiuta a prendere decisioni consapevoli e 22,5 milioni di consumatori sono stati coinvolti durante il Global Beer Responsibility Day con delle campagne di sensibilizzazione.

Per la protezione delle risorse idriche collettive in aree prioritarie, Carlsberg ha avviato una partnership, in India con Desolenator, per fornire 20.000 litri di acqua potabile al giorno a una città di 4.000 persone, grazie alla prima tecnologia sostenibile al mondo che purifica l’acqua tramite l’energia solare. In Vietnam, invece, grazie a un accordo con le autorità locali per il miglioramento delle infrastrutture, il gruppo fornirà acqua pulita a circa 20.000 persone.

Ed ancora, nel 2020, altri tre Birrifici del Gruppo hanno raggiunto la neutralità delle emissioni di Co2, portando il totale a otto. Le diverse sedi del Gruppo condividono e implementano le migliori soluzioni per l’efficientamento e continuano a testare tecnologie innovative come, per esempio, l’impianto di recupero totale dell’acqua nel birrificio Fredericia in Danimarca, che porterà lo stabilimento tra le eccellenze mondiali in termini di efficienza idrica riducendo il consumo di acqua da 2,9 a 1,4 hl di acqua per hl di birra.

I numeri di Carlsberg

Nel 2020, il Gruppo ha dato impiego a oltre 40.000 persone, con un indotto lungo tutta la filiera di circa 1,09 milioni di persone, incluse quelle del settore dell’ospitalità duramente colpito dalla pandemia. A livello mondiale, il Gruppo Carlsberg ha generato un valore economico di circa 3,3 miliardi di euro, l’11% in meno rispetto al 2019. Questo sottolinea la necessità, da parte dei Governi, di  prevedere un sostegno per il settore birrario e tutti quelli ad esso  connessi, per fare in modo che esso possa continuare a garantire il  proprio ruolo all’interno della Comunità.

Infine, il gruppo Carlsberg ha adottato misure rigorose per garantire la sicurezza e il benessere dei dipendenti dei propri Birrifici e uffici in tutto il mondo. Attraverso un’attenzione continua alla cultura della sicurezza, il Gruppo ha ridotto del 19% il proprio tasso di incidenti e oltre11.000 conducenti (il 95% di quelli aziendali) hanno svolto un corso online sulla sicurezza stradale.

Nestlé: in dieci anni ridotte del 45% le emissioni di Co2 in Italia

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L’obiettivo di Nestlé è quello di dimezzare a livello globale le emissioni di gas serra entro il 2030 e arrivare a quota zero entro il 2050

Negli ultimi dieci anni, in Italia, Nestlé ha già ridotto del 45% le emissioni di Co2. Un importante risultato frutto di un articolato programma di azioni a favore dell’ambiente. Tutti questi sforzi si riflettono sui prodotti e mirano ad agire sulla consapevolezza dei consumatori. Nestlé, infatti, vuole lavorare per continuare ad offrire prodotti più sostenibili, più salutari e più rispettosi dell’ambiente.

Il cambiamento climatico è un rischio concreto per l’agricoltura, per la produzione di cibo e, di conseguenza, per il business delle aziende alimentari. Tuttavia, allo stesso tempo, le principali fonti di emissioni di gas serra (Ghg) sono costituite proprio dalle attività legate alla catena del valore del settore alimentare.

Nestlé, in particolare, intende concretizzare il suo impegno lavorando su alcuni assi strategici fondamentali: stabilimenti; produzione e trasporti; materie prime (cacao, caffè,  latte); agricoltura rigenerativa.

Gli impegni del gruppo per uno sviluppo sostenibile

Alcuni dei principali brand Nestlé stanno già lavorando per seguire questo impegno e presto diventeranno a zero emissioni di carbonio, tra questi S. Pellegrino, Acqua Panna, Garden Gourmet e Nespresso.

Inoltre, tutti gli stabilimenti del Gruppo Nestlé in Italia, insieme anche alla sede centrale di Assago, usano il 100% di energia elettrica acquistata da fonti rinnovabili e certificata Recs (Renewable Energy Certificate System).

Entro il 2025 tutti gli 800 siti di Nestlé nel mondo utilizzeranno il 100% di energia elettrica prodotta da fonti  rinnovabili. In 80 fabbriche su circa 130 in tutta l’area EMENA,  l’azienda si serve già del 100% di elettricità rinnovabile. Altro capitolo chiave è quello della sostenibilità del sistema di trasporto e distribuzione e l’azienda sta investendo per far evolvere il trasporto su gomma verso modalità alternative. Ad esempio, da sempre il Gruppo S. Pellegrino in Italia privilegia la logistica sostenibile  con l’utilizzo dei trasporti su rotaia e su nave (34% nel 2019).

Inoltre, proseguono anche i progetti che prevedono l’utilizzo di mezzi alimentati a Gnl (gas naturale liquefatto), il combustibile fossile più ‘green’ e la terza fonte di energia a livello globale (+6,3% 2019  vs 2018). I cambiamenti climatici si affrontano anche attraverso una gestione consapevole e sostenibile dei rifiuti: nel 2017, con tre anni di anticipo rispetto alla dead line definita, il Gruppo in Italia ha avviato al riciclo, al riuso o al compostaggio oltre il 90% dei  rifiuti prodotti nei suoi stabilimenti grazie al piano Zero Waste for Disposal.

Agricoltura rigenerativa e migliore gestione del suolo

Altro “asset” strategico del gruppo riguarda l’agricoltura rigenerativa. Oltre 2/3 delle emissioni di Nestlé derivano dalla produzione degli ingredienti che utilizza per i suoi  prodotti. Per affrontare il problema delle emissioni generate dall’agricoltura, Nestlé lavorerà insieme ai suoi fornitori per trasformare il modo in cui viene prodotto il cibo, puntando su  pratiche di agricoltura rigenerativa.

A livello globale, un terzo del suolo è già stato deteriorato. Per invertire questa tendenza, Nestlé incoraggia gli agricoltori a usare meno o nessun pesticida e ad applicare tecniche come la copertura permanente del suolo, la rotazione delle colture e una minore lavorazione del terreno. Questo contribuirà a conservare più carbonio e acqua nel terreno e a creare suoli e paesaggi più sani. Entro i prossimi cinque anni, l’azienda si procurerà il 20% dei suoi ingredienti chiave dall’agricoltura rigenerativa e arriverà al 50% entro il 2030.

Sostenibilità delle materie prime

I prodotti lattiero-caseari e le alternative vegetali da sempre caratterizzano l’offerta di Nestlé. Per questo il Gruppo sta sviluppando progetti in tutta l’area EMENA per rifornirsi da aziende lattiero-casearie a impatto zero e quindi ridurre le emissioni di carbonio. Anche per quanto riguarda l’approvvigionamento di caffè e cacao, l’azienda s’impegna affinché la produzione di queste materie prime  non sia legata alla deforestazione, che determina maggiori emissioni  di carbonio. Infatti, entro il 2025, il 100% del cacao e del caffè utilizzati da Nestlé sarà di provenienza sostenibile.

Per questo, il Gruppo sta lavorando con gli agricoltori per evitare la deforestazione e sta attuando un ambizioso piano di riforestazione. Anche le referenze dolciarie prodotte presso lo stabilimento Perugina di San Sisto rispettano a pieno questi standard di sostenibilità.

I nostri progetti sulla salute del suolo, su aziende lattiero-casearie a basse emissioni e su cacao e caffè di provenienza sostenibile mostrano risultati promettenti. Siamo fiduciosi che queste collaborazioni con agricoltori e fornitori possano essere ulteriormente estese per raggiungere il nostro obiettivo climatico di zero emissioni nette” ha affermato Marco Settembri, Ceo di Nestlé per l’Europa, il Medio Oriente e il Nord Africa.

Nestlé investirà un totale di 3,2 miliardi di franchi svizzeri nei prossimi cinque anni per accelerare lo sforzo verso l’obiettivo zero emissioni di gas serra, inclusi 1,2 miliardi di franchi svizzeri per promuovere l’agricoltura rigenerativa.

Andrea Segrè: il Recovery Food come “dono” al nuovo Governo

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Dall’ottava Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare nasce una proposta precisa sui temi del cibo, della salute e della sostenibilità, il Recovery Food

Nell’anno del covid e delle nuove povertà, nell’anno che ci ricorda l’urgenza di una svolta concreta per la sostenibilità in rapporto alla salute dell’uomo e dell’ambiente, il Recovery Food, si pone come un ‘laboratorio permanente’ di educazione alimentare e ambientale per la formazione dei cittadini e per la sensibilizzazione da parte degli enti pubblici e delle imprese”.

Lo ha affermato l’economista Andrea Segrè, fondatore della campagna Spreco Zero e della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare. “Questo è il nostro “dono” per il Governo che verrà con l’auspicio che il Recovery Food possa trovare spazio nel PNRR come un capitolo speciale del Recovery Fund, dove i temi legati al cibo e alla prevenzione degli sprechi dovrebbero essere trattati con attenzione specifica”.

La necessità di una rivoluzione culturale

Il Recovery Food focalizzato su cibo, salute e sostenibilità, dovrebbe includere una previsione organica delle risorse destinate alla formazione dei cittadini in tema di educazione alimentare e ambientale. A partire dalle scuole, quindi con risorse destinate a docenti sul campo sin dal primo ciclo della Scuola Primaria, e con una rete capillare e nazionale collegata ai Comuni per iniziative concrete, destinate alla sensibilizzazione dei cittadini intorno al binomio cibo e salute, per l’uomo e per l’ambiente.

Tali temi sono ancora più imprescindibili dopo l’irruzione della pandemia covid-19 per avviare nel sistema-Italia quella rivoluzione culturale che ci dovrebbe permettere di progredire nel complesso ma ineludibile cammino verso lo sviluppo sostenibile e il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU.

La lotta allo spreco per favorire la solidarietà

È quanto mai necessario concentrarsi – secondo Segre’ – anche sulla filiera dello spreco. E’ ciò non solo per aumentare la sostenibilità del sistema, ma anche per favorire la solidarietà essendo la povertà alimentare in forte crescita causa l’effetto pandemico sull’economia.

Serviranno quindi accordi di filiera ben strutturati che mettano in rete potenziali donatori di eccedenze e beneficiari con obiettivi e procedure ben definite e cogenti; l’attivazione di un sistema logistico e di conservazione sicuro, sostenibile e solidale.

Ma anche il coordinamento nazionale affidato a un Food Waste Manager capace di alimentare sinergie fra i tanti portatori di interesse da coinvolgere, tra i quali i Ministeri (Salute, Welfare, Agricoltura, Ambiente, Sviluppo economico), le Città metropolitane e i Comuni, la miriade di associazioni ed enti caritativi, e le imprese della filiera agroalimentare.

Cosa dicono i dati del Rapporto 2021 di Waste Watcher International

Sono stati inoltre riepilogati i dati del Rapporto 2021 di Waste Watcher International, che evidenziano la “fotografia” dell’Italia pandemica. Ebbene si è rilevata la tendenza a una netta diminuzione dello spreco alimentare domestico, con “solo” 27 kg di cibo sprecati a testa nel 2020 (529 grammi a settimana). Quindi, con i differenti stili di vita dovuti al lockdown per via del Covid, è aumentata la consapevolezza del valore del cibo e c’è stato un calo, rispetto al 2019, di quasi il 12% (3,6 kg) per ciò che riguardo lo spreco domestico.

Nel 2020 sono andate sprecate, in Italia, 1.661.107 tonnellate di cibo in casa e 3.624.973 tonnellate se si includono le perdite e gli sprechi di filiera.

Per questo c’è ancora molto da fare per evitare che si continui a sprecare cibo ed il Recovery Food può essere uno strumento utile nell’educazione alimentare e ambientale dei cittadini.

Plastica

Riduzione della plastica e Packaging sostenibile, i passi di Lipton e Nestle’ verso l’economia circolare

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Le due aziende si muovono per ridurre, riutilizzare e riciclare gli imballaggi in plastica dedicando maggiore attenzione all’impatto ambientale

Il 96% degli imballaggi utilizzati da Nestlé per i prodotti realizzati in Italia è già riciclabile. Questo è uno dei principali punti emersi dal report Nestle’ Sustainable Packaging Commitment: road to 2025, pubblicato dal Gruppo Nestlé per fare il punto su progetti e strategie sviluppati a supporto della sostenibilità degli imballaggi, con particolare focus sull’Italia. L’importante risultato raggiunto nel nostro Paese è frutto dello straordinario lavoro dell’azienda e arriva a quasi tre anni dal lancio del programma internazionale che ha l’obiettivo di eliminare la plastica e rendere il 100% degli imballaggi dell’azienda riciclabili o riutilizzabili entro il 2025.

I quattro pilastri dell’impegno di Nestlé in Italia

Ricerca; riduzione, riuso e riciclo dei pack; collaborazione con realtà esterne; educazione di colleghi e consumatori.   Sono questi i pilastri su cui già da tempo Nestlé sta lavorando con una strategia a 360 gradi.

Il fulcro della strategia di Nestlé nel nostro Paese, come all’estero, ruota intorno  alla ricerca, finalizzata a sviluppare il packaging del futuro totalmente sostenibile, ma che garantisca, al contempo, la sicurezza e la qualità degli alimenti conservati. Inoltre, Nestlé sta lavorando anche per ridurre, riutilizzare e riciclare i packaging esistenti.

In tal senso ha già ottenuto un importante risultato: il 96% degli imballaggi prodotti in Italia, infatti, è già riciclabile (+1% rispetto al 2018). In particolare, nel nostro Paese Nestlé ha conseguito il 100% di riciclabilità per il cartone ondulato e il vetro, il 98% per la carta, l’87% per l’alluminio, il 90% per la  plastica rigida e l’80% per la plastica flessibile.

Il terzo pilastro strategico è la collaborazione con realtà esterne (accademie, partner commerciali, competitors, istituti di ricerca e consumatori) per studiare nuove soluzioni sostenibili per il packaging dei prodotti.

L’ultimo fattore su cui Nestlé vuole concentrare le proprie energie è l’educazione sia dei dipendenti sia dei consumatori. Tutte le sedi di Nestlé del mondo si sono impegnate a non utilizzare oggetti di plastica monouso non riciclabili. In Italia questo obiettivo è stato raggiunto già a fine 2019. Inoltre, tutti i colleghi del Gruppo sono periodicamente coinvolti in iniziative finalizzate a creare maggiore sensibilità ambientale (ad esempio, la raccolta di rifiuti sulle spiagge in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani).

Lipton annuncia: -20 tonnellate di plastica con filtri e packaging eco

Sono miliardi i consumatori di tè nel mondo. Il tè è la bevanda analcolica più diffusa, seconda solo all’acqua. L’impatto che il suo consumo ha sul nostro pianeta è, quindi, particolarmente rilevante. Per questo, Lipton ha realizzato un imballaggio riciclabile per Lipton Yellow Label Tea e per le nuove referenze al tè nero aromatizzati alla frutta, che ha consentito la riduzione di oltre 20 tonnellate di plastica in Italia e permesso di introdurre nel mercato del nostro Paese oltre 270 milioni di filtri bio-degradabili e compostabili.

Di recente Lipton, infatti, ha ottenuto la certificazione di compostabilità del filtro da tè in carta e cotone (svolta presso i laboratori Chelab  srl): materiali che contribuiscono alla diminuzione di plastica nelle discariche, nei mari e nei fiumi, oltre ad aumentare la disponibilità di compost per un’agricoltura sostenibile. Sono in carta anche le bustine che racchiudono il filtro e la confezione.

Economia circolare, biodiversità e sostenibilità  

L’azienda è intervenuta anche sul benessere delle foreste, strettamente collegato alla produzione delle migliori foglie di tè, piantando oltre 1,3 milioni di alberi e ottenendo come risultato un incremento della biodiversità e delle risorse idriche.

In questo contesto, un esempio di economia circolare è rappresentato dall’utilizzo di alberi di eucalipto reimpiantati ogni volta che  questi vengono raccolti, da cui Lipton ricava la resina blu utilizzata per alimentare le caldaie che asciugano il tè, evitando quindi  l’utilizzo del diesel.

La sostenibilità non riguarda solo l’ambiente ma anche le persone che operano nella filiera: agricoltori e lavoratori nei luoghi di lavoro e lungo tutta la catena di approvvigionamento. Ma non è  finita qui: le iniziative per il riciclo dei rifiuti prevedono, in  Kenya, la trasformazione degli stessi in gioielli, con la conseguente creazione di lavoro ed opportunità per le donne. Agli agricoltori, inoltre, viene offerta la possibilità di accrescere le proprie competenze tecniche tramite specifici progetti locali di  educazione.

L’impegno futuro da parte di Lipton e Nestlé

Il nostro percorso non è compiuto – dicono Thomas  Hall, Unilever Tea Packaging Manager (Europe) e Kurush Bharucha Unilever, Global R&D Director – stiamo, infatti, lavorando per eliminare la plastica e introdurre il filtro compostabile su tutti i prodotti in portfolio. In Lipton la sostenibilità è una sfera che, oltre al packaging e al “fine vita” del prodotto, riguarda ogni ambito della  produzione e catena di fornitura: dall’approvvigionamento sostenibile  delle materie prima in linea con la Responsible Sourcing Policy, alla coltivazione e raccolta delle foglie da tè, fino alla tutela,  sicurezza e educazione degli agricoltori”.

Nel nostro Paese Nestlé sta lavorando con grande impegno e dedizione lungo tutti i cardini che costituiscono la base del piano strategico sviluppato per rendere i packaging dei nostri prodotti sempre più sostenibili. Questo nuovo e dettagliato, report ne è la conferma. Abbiamo, infatti, all’attivo progetti per ogni singolo pilastro del nostro programma e, inoltre, stiamo studiando altre importanti  innovazioni, ad ulteriore dimostrazione del ruolo-guida che Nestlé  intende svolgere per la gestione responsabile e sostenibile dei packaging”, ha commentato Marta Schiraldi, Sustainability Lead Italy&Malta  Gruppo Nestlé in Italia.

Educazione al consumo e sicurezza dei prodotti e dei servizi alimentari

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Quando parliamo di sicurezza alimentare facciamo riferimento all’insieme di tutte quelle condizioni e quelle misure necessarie a garantire la sicurezza e l’idoneità degli alimenti, in ogni fase della catena alimentare

Gli enormi cambiamenti che hanno interessato il sistema alimentare, caratterizzato non più da uno stretto rapporto tra produzione e consumo, ma nel quale gioca un ruolo fondamentale la lavorazione e la conservazione degli alimenti, pongono oggi nuovi problemi e punti critici da risolvere per garantire la sicurezza alimentare.

Essa rappresenta un tema estremamente attuale, soprattutto perché oggi i consumatori manifestano un crescente bisogno di informazioni.

Gli aspetti da tenere in considerazione sono moltissimi a partire dall’igiene del prodotto, all’igiene di chi lo manipola, agli imballaggi utilizzati, al materiale, agli aspetti microbiologici.

Ciò soprattutto in quei luoghi ed in quelle realtà in cui, per svariati motivi legati a povertà e miseria le condizioni sanitarie non garantiscono un’adeguata protezione alla popolazione presente o dove per cause climatiche e carestie la qualità del cibo diventa assai rischiosa.

Ecco perché la pianificazione territoriale, la creazione di infrastrutture logistiche, l’uso di strumenti politici pubblici sono strategie di primaria importanza per riconnettere i produttori ed i consumatori attorno ai valori e agli obiettivi della sicurezza e della sostenibilità alimentari.

Il legame con l’Economia circolare

Proprio per raggiungere tali obiettivi molto importante è il connubio che si crea tra sicurezza alimentare ed economia circolare.

I consumatori sono più eco-consapevoli che mai e scelgono cibi e bevande con grande attenzione. E l’economia circolare può essere applicata a tutte le fasi: dalla lavorazione dei prodotti alimentari al packaging.

Inoltre tale connubio è utile anche per riconnettere le città alle periferie. Infatti, anche se le zone urbane si espandono sempre di più, i consumatori rimangono vigili sulla provenienza dei prodotti e sulla loro lavorazione.

Il viaggio dei prodotti è un tassello importante della filiera alimentare. La pandemia ha compromesso le importazioni e le esportazioni, bloccando alimenti e quindi sbilanciando la domanda e l’offerta globale e riconducendole a un livello più locale.

Ecco perché le città che sono particolarmente colpite dagli effetti del Covid-19 devono reagire. Per migliorare la vita in modo sostenibile dobbiamo trasformare le modalità in cui il cibo viene prodotto, trasformato, commercializzato, consumato e smaltito, al fine di poter soddisfare le nostre esigenze future senza danneggiare ed esaurire la biodiversità.

Lo scenario originato dalla pandemia

Ebbene durante la pandemia si sono evidenziate possibili nuove modalità di produzione, trasporto, distribuzione, recupero, consumo e smaltimento nelle nostre città.

Pensiamo, per esempio, all’impatto che le nuove disposizioni sanitarie avranno sulla ristorazione collettiva pubblica e privata, sui mercati, sulle mense caritatevoli e per tutti quei luoghi dove il cibo è somministrato. Oppure al ruolo che le nuove tecnologie o il food delivery potranno rivestire nell’influenzare tutti i cittadini.

Scegliere il cibo la cui produzione, distribuzione e consumo rispetti l’ambiente, i diritti dei lavoratori e del consumatore è un’azione che va verso la sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

In tale ottica un’importanza rilevante viene assunta dalla c.d. riconfigurazione “di prossimità” con aziende che hanno scommesso sempre più su un modello di filiera corta sostenibile.

I prodotti derivanti dalla filiera corta sono anche, molto spesso, espressione del territorio in cui nascono, quindi eccellenze gastronomiche.

Adottare il sistema della filiera corta del cibo significa dunque ridurre i passaggi tra produttore e consumatore; portare vantaggi al consumatore in termini di freschezza e qualità del prodotto.

Manna Organic Italia: la biodiversità quale risorsa creativa

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Il Food Design applicato al sistema agro-alimentare permette di fare innovazione e di progettare processi e culture alimentari più sani e sostenibili. Il progetto Manna Organic Italia.

Il progetto, guidato da Simone Moschini e Alessio Gennari, ha già destato interesse e attivato collaborazioni con importanti chef come Carlo Cracco e Filippo Saporito.

Per implementare il lancio e la costruzione di un modello che possa attivare un circolo virtuoso tra i vari attori e le varie identità territoriali, che a loro volta influiscono sulla consapevolezza e i comportamenti nella cultura agro alimentare locale, è stata coinvolta la food designer Ilaria Legato, che da oltre 15 anni lavora insieme a Paolo Barichella, Mauro Olivieri, Francesco Subioli e Marco Pietrosante, gruppo che nel 2020 si è unito sotto il brand I Food Designer. Il progetto, infatti, utilizza il pensiero creativo e sistemico tipico del food design per creare nuovi processi alimentari.

Come nasce Manna Organic Italia

Manna Organic era nata nei primi anni 2000 come un’associazione di piccoli agricoltori naturali in Sudtirol dall’idea di Harald Gasser, che nel suo maso “Aspinger Raritaten” coltiva oltre 500 varietà antiche di ortaggi, ai quali si erano uniti altri agricoltori della zona accomunati dallo stesso pensiero. Nel 2020 è nata MANNA ORGANIC ITALIA con doppia sede operativa, una in Toscana (Colle Val d’Elsa in provincia di Siena) e una in Emilia Romagna (a San Secondo Parmense in provincia di Parma).

Un vero e proprio collettivo di agro imprenditori ubicati oltre che in Toscana ed Emilia Romagna in Umbria e Lombardia con l’obiettivo di fornire rarità quasi dimenticate, orientando tutte le energie e attenzioni alla conservazione di varietà rare e antiche di frutta e verdura, al fine di evitare la loro scomparsa e continuare a coltivare in armonia con la natura, rinunciando a qualsiasi tipo di fertilizzante artificiale.

Ed è lì che Alessio Gennari ricrea un ecosistema agricolo-naturale ad alta biodiversità in grado di auto sostenersi e dove coltiva circa 700 tra specie e varietà di tuberi, erbe, e ortaggi a frutto.
Le sue parole d’ordine sono: attenta osservazione degli equilibri naturali, lentezza e ascolto delle piante e delle loro esigenze. Solo così si può tirare fuori tutta la potenzialità del sapore.

Il metodo utilizzato all’insegna della sostenibilità

Il metodo Manna Organic Italia sta diventando particolarmente attraente per gli Chef e per le strutture ricettive che vogliono ridurre la distanza delle forniture e/o produrre “in casa” le erbe, i fiori, gli ortaggi, le radici, i tuberi e crescioni che serviranno a creare i loro piatti e a rendere la loro proposta gastronomica unica.

La procedura con cui lavorano nella ristorazione, si basa sulla collaborazione attiva e creativa con gli chef che inizia con un processo di empatia nel quale le reciproche ispirazioni (del contadino Manna Organic e dello chef) si incrociano.

Attualmente in Italia sono attive molte collaborazioni, tra le quali: in Toscana con lo Chef Filippo Saporito Presidente JRE e proprietario del Ristorante stellato La leggenda dei Frati, con il Ristorante Arnolfo dello Chef Gaetano Trovato che di stelle ne ha due e l’Osteria Le Logge a Siena uno dei locali più antichi e conosciuti della zona.

In Emilia Romagna con lo chef stellato Carlo Cracco che nella sua azienda agricola ha deciso di abbracciare questo modello ad alta sostenibilità ambientale.

Per noi è fondamentale – afferma Simone Moschini – l’interazione e la comunicazione tra le diverse specie presenti che vanno ad aumentare la complessità e la resilienza dell’ecosistema agricolo che è in grado di rispondere e reagire ai vari input e stress provenienti dall’esterno”. “Altro aspetto molto importante – sottolinea Alessio Gennari – è la riproduzione delle specie coltivate che si sono adattate alle condizioni di crescita locali acquisendo, nel corso degli anni, un’elevata elasticità genetica che va ad incrementare la percentuale di successo e di risposta ad eventi climatici sempre più estremi”.

I risultati ottenuti

Manna Organic Italia mette a disposizione degli chef una vasta “banca semi”, un catalogo di circa 600 varietà e 150 specie, una vera e propria enciclopedia di “note di gusto” attraverso la quale i componenti del team di Manna Organic Italia, come veri e propri “sommelier delle erbe”, guidano gli chef attraverso un processo creativo del piatto che parte dalla scelta della materia prima da coltivare adattandola allo spazio a disposizione.

Molte di queste erbe vengono usate dagli chef per costruire i loro piatti componendo armonie di gusto risultanti dalla scelta accurata dei singoli sapori e delle loro relazioni. Un esempio è il piatto di Filippo Saporito chiamato il Carpaccio di Barbabietola nel quale di volta in volta, in base alla stagione, si possono assaggiare più di dieci piante differenti: Acetosa Sanguinia, Acetosella, Crescione comune, Erba stella, Levistico, Fiori colorati di Mela, Panchè, Begonia, Nasturzio, Pimpinella, Senape Verde e Rossa, Insalata mista di Lattuga e Borragine.

Questo processo segue un modello di pensiero creativo preciso – spiega Ilaria Legato – che ho messo a punto seguendo le regole del food design che prevede l’intervento attivo di tutti gli attori del processo: agricoltori, chef, designer e territori. I risultati sono sorprendenti sia nel piatto sia nella collaborazione virtuosa con gli chef che si fanno portavoce, attraverso le loro ricette, di specie spesso dimenticate e che grazie a loro prendono nuova vita ristabilendo quel forte ed imprescindibile legame tra Uomo e Natura che deve ritornare centrale”.

FOTO DI LIDO VANNUCCHI

Nel 2020 boom della spesa “green” e dei prodotti salutari

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Il carrello della spesa “green” costruito dall’Osservatorio Immagino comprende oltre 24 mila prodotti, che hanno generato oltre 9,1 miliardi di euro di vendite e, in 12 mesi, ha messo a segno una crescita di +5,5% a valore

L’ottava edizione, dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy, racconta gli effetti della pandemia sul mondo del largo consumo italiano. Un corposo dossier è dedicato al tema della sostenibilità e a come viene comunicata dalle aziende sulle confezioni dei prodotti.

Secondo quanto riportato nel dossier, si è rilevato che il 20,9% dei prodotti monitorati riporta in etichetta almeno un claim o una certificazione relativi al mondo della sostenibilità. Essi vengono suddivisi in quattro cluster: Management sostenibile delle risorse; agricoltura e allevamento sostenibili; responsabilità sociale e rispetto degli animali.

La sostenibilità in etichetta

Le etichette dei prodotti sugli scaffali, dunque, assumono importanza come “termometro” dei trend di consumo e della spesa, dei fenomeni emergenti e delle caratteristiche determinanti per il successo di un prodotto, alimentare e non, nel carrello della spesa.

Riceviamo fisicamente i prodotti e registriamo tutto quello che c’è in etichetta – racconta Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy per un database di 115mila prodotti che rappresentano l’82% di ciò che è venduto in iper e supermercati, pari a 37,6 miliardi di vendite. Ormai al valore della marca si aggiunge il valore dell’etichetta, che va ben oltre le informazione obbligatorie e affianca la promozione classica. È vero che la normativa ha agevolato alcune tendenze, ad esempio quelle legate alla provenienza degli ingredienti. Ma molte informazioni fornite esplorano nuove frontiere, come gli aspetti sociali, mettendo in evidenza collaborazioni con enti di ricerca e fondazioni, o quelli legati alla sostenibilità”.

La pandemia fa registrare il record dei prodotti salutari

Nell’ultimo anno tutte le esigenze connesse alla pandemia sono diventate prioritarie nella scelte d’acquisto dei consumatori con effetti evidenti anche sulle confezioni dei prodotti del largo consumo, food e non food.

L’efficacia nel rimuovere germi e batteri, la capacità di rinforzare il sistema immunitario, la presenza di vitamine con proprietà benefiche, sono alcuni dei messaggi comparsi sulle confezioni dei prodotti in supermercati e ipermercati.

L’Osservatorio Immagino di GS1 Italy si rivela essere uno strumento importante di diffusione della conoscenza anche in un periodo di incertezza come quello che stiamo attraversando – ha affermato Francesco Pugliese, presidente di GS1 Italy – Con la sua capacità di fotografare e interpretare i fenomeni di consumo, fornisce un contributo di qualità per sostenere le decisioni che le aziende devono prendere per servire al meglio il consumatore. E, insieme al servizio Immagino, è diventato uno standard di fatto per lo scambio delle informazioni e delle immagini di prodotto per l’intero sistema del largo consumo”.

Gli italiani sempre più alla ricerca di cibo sano e salutare

Nel 2020 si è avuto un aumento delle vendite di alimenti che promettono di rafforzare le difese immunitarie, quelli ricchi di vitamine e ingredienti benefici, quelli che sottolineano l’italianità e la tracciabilità delle materie prime e della filiera.

Nel caso del paniere alimentare, nei 12 mesi analizzati le vendite dei 950 prodotti individuati sono aumentate di +5,3%, grazie alla crescita della domanda. Invece il sell-out dei 647 prodotti del paniere non food è cresciuto di +27,0% rispetto ai 12 mesi precedenti.

Nel paniere food, al primo posto ci sono yogurt e similari con il 27,5%, seguiti dai prodotti da forno e cereali (13,6%), dai cibi per l’infanzia (12,6%), dai surgelati (11,8%) e da succhi, nettari e spremute (11,4%).