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Simone Martino

Coca-Cola

Nuova bottiglia con 100% plastica riciclata made in Veneto per Coca-Cola

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Promuovere un’economia sempre più circolare. Con questo obiettivo Coca-Cola introduce sul mercato italiano la sua prima bottiglia realizzata con il 100% di plastica riciclata (rPet)

Le nuove bottiglie 100% rPet, come sempre 100% riciclabili, saranno utilizzate non solo per i prodotti Coca-Cola, ma anche per gli altri marchi del portafoglio dell’azienda come Fanta, Sprite e FuzeTea, per un totale di 150 milioni di confezioni nel 2021 realizzate completamente in plastica riciclata. Nel 2021 il gruppo ha triplicato i quantitativi di rPet utilizzato.

Riciclare correttamente in ottica di economia circolare

Dall’abolizione del limite del 50% di plastica riciclata, non abbiamo sprecato un giorno e oggi siamo orgogliosi di essere la prima azienda di bibite analcoliche a introdurre sul mercato una bottiglia realizzata interamente con rPet”, ha dichiarato Cristina Camilli, direttore comunicazione e relazioni istituzionali Coca-Cola Italia.

I nostri packaging sono già tutti 100% riciclabili e con questa nuova bottiglia faremo un ulteriore passo per rendere sempre più concreto il concetto di economia circolare e invitare a riciclare correttamente, affinché nessuna bottiglia venga sprecata e possa tornare a nuova vita”.

La strategia World Without Waste

Questa innovazione, possibile a seguito dell’abolizione del limite del 50% di rPet nella produzione di bottiglie, si inserisce all’interno della strategia di lungo periodo di Coca-Cola, “World Without Waste”, che negli ultimi 10 anni si è concretizzata in 100 milioni di euro di investimenti con impatto sulla sostenibilità in Italia.

Oltre all’utilizzo crescente di plastica riciclata nelle confezioni, Coca-Cola è da anni impegnata nella riduzione della materia prima negli imballaggi in vetro, alluminio e plastica e con la recente introduzione di “KeelClip” ha concretizzato il suo impegno anche a favore degli imballaggi secondari, quelli non a diretto contatto con il prodotto.

L’innovativo sistema in carta 100% riciclabile permette di eliminare completamente l’involucro in plastica dalle confezioni multiple di lattine, con un risparmio di 450 tonnellate di plastica all’anno. Infine, dopo Fanta, verrà rimosso il colore anche dalle bottiglie di Sprite, al fine di rendere più facile il riciclo in nuove bottiglie trasparenti.

L’impegno di Coca Cola e i prossimi passi

Per rispondere al meglio alle esigenze dei consumatori lavoriamo costantemente per innovare il nostro portfolio, dalla riduzione dello zucchero al lancio di nuove bevande. Lavoriamo per ridurre il nostro impatto ambientale reintegrando l’acqua che utilizziamo per produrre le nostre bevande e promuovendo il riciclo dei nostri packaging.

Insieme ai nostri partner imbottigliatori abbiamo più di 700 mila dipendenti e contribuiamo alla creazione di opportunità economiche in tutti i Paesi in cui siamo presenti. Dal 1927 in Italia, oggi contiamo 5 stabilimenti e oltre 2.000 dipendenti. Il nostro portfolio comprende 40 prodotti, dalle bevande gassate ai tè, dalle acque alle bevande vegetali e il 60% dei prodotti dell’azienda è a ridotto, basso o nullo contenuto calorico”.

Nei prossimi mesi saranno progressivamente realizzate con il 100% di plastica riciclata tutte le bottiglie di Coca-Cola, Coca-Cola Zero Zuccheri, Coca-Cola Senza Caffeina, Coca-Cola Light Taste, Coca-Cola Gusto Limone Zero Zuccheri da 330 ml, 450 ml, 660 ml, Fanta Original, Fanta Senza Zuccheri Aggiunti e Sprite da 450 ml e 660 ml e Fuzetea da 400 ml e 1,25 L.

ENEA lancia rete nazionale per agrivoltaico sostenibile

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Enea lancia una rete italiana aperta a imprese, istituzioni, università e associazioni di categoria per promuovere l’agrivoltaico sostenibile, che consente di produrre energia elettrica da fotovoltaico e, al tempo stesso, di coltivare i terreni

L’obiettivo del network è di arrivare alla definizione di un quadro metodologico e normativo di linee guida per la progettazione e valutazione degli impianti, di strumenti di supporto ai decisori e di contribuire alla diffusione di conoscenze e promuovere le eccellenze italiane nei settori delle nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, dell’agricoltura e del paesaggio.

All’iniziativa coordinata dall’ ENEA hanno già manifestato il sostegno: l’Associazione Italiana Architettura del Paesaggio (AIAPP), Confagricoltura, Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali (CONAF), Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), Italiasolare, Legambiente, REM Tec, Società Italiana di Agronomia (SIA) e Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

Sviluppo dell’agrivoltaico e Pnrr

A livello operativo, ENEA ha costituito un’apposita task force multidisciplinare nell’ambito di due dipartimenti – ‘Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili’ e ‘Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali’ – con la possibilità di utilizzare laboratori, infrastrutture e professionalità pluriennali nei settori delle tecnologie green e dell’agroindustria.

L’iniziativa s’inserisce nel più ampio contesto della missione ‘Rivoluzione verde e transizione ecologica’ del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, che per lo sviluppo dell’agrivoltaico prevede investimenti per 1,1 miliardi di euro, una capacità produttiva di 2,43 GigaWatt, con benefici in termini di riduzione delle emissioni di gas serra (circa 1,5 milioni di tonnellate di CO2) e dei costi di approvvigionamento energetico.

Inoltre, lo sviluppo dell’agrivoltaico potrebbe contribuire a superare alcune delle criticità che oggi ostacolano la crescita del fotovoltaico. “La specificità dei contesti urbani italiani e il limitato potenziale di integrazione del fotovoltaico negli edifici, ma anche le incertezze legate al cambiamento di uso del suolo e alla trasformazione del paesaggio bloccano le autorizzazioni”, ha rimarcato Ezio Terzini, responsabile divisione ENEA di Fotovoltaico e Smart Devices. “I sistemi agrivoltaici possono quindi rappresentare una valida risposta; per incoraggiarne la diffusione è necessario sviluppare soluzioni tecnologiche innovative e criteri di progettazione e valutazione delle prestazioni degli impianti”.

I valori e le opportunità dell’Agrovoltaico

Secondo uno studio ENEA-Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, pubblicato sulla rivista scientifica Applied Energy, le prestazioni economiche (Misurate come Levelised Cost of Electricity, LCoE) e ambientali (Misurate con metodologia di analisi del ciclo di vita, LCA) degli impianti agrivoltaici sono simili a quelli degli impianti fotovoltaici a terra, soprattutto se si utilizzano tensostrutture per limitare l’impiego di acciaio e cemento. Il costo dell’energia elettrica prodotta risulta essere di circa 9 centesimi di euro per kWh, mentre le emissioni di gas serra ammontano a circa 20 g di CO2eq per megajoule di elettricità.

Ma i valori aggiunti sono rilevanti, in quanto, alcune tipologie d’ installazioni agrivoltaiche (es. pannelli a 5 m di altezza, ricorso a tensostrutture) incidono in misura relativamente limitata sul consumo di suolo rispetto agli impianti a terra e, in specifiche condizioni ambientali (es. stress idrici), possono permettere di conseguire un aumento della resa di alcune colture in quanto l’ombra generata dagli impianti agrivoltaici, se ben calibrata, riduce la temperatura del suolo, e il fabbisogno idrico delle colture. In specifici contesti, l’agrivoltaico può contribuire ad aumentare la resilienza del settore agroalimentare rispetto agli impatti del cambiamento climatico e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030”, ha spiegato Alessandro Agostini, ricercatore ENEA della Divisione Produzione, Storage e Utilizzo dell’Energia, e tra gli autori dello studio.

Il sistema agroalimentare deve affrontare i temi della decarbonizzazione, della sostenibilità e della competitività e, in questo contesto, l’agrivoltaico può rappresentare una nuova opportunità per gli agricoltori tramite modelli win-win che esaltino le sinergie tra produzione agricola e generazione di energia”, ha commentato Massimo Iannetta, responsabile della Divisone ENEA di Biotecnologie e Agroindustria. “Il settore, inoltre, può contribuire a rafforzare il tessuto produttivo agricolo attraverso l’approccio Nexus che guarda alla stretta interdipendenza tra produzione di cibo, energia e acqua, allargando la visione ad un altro fattore cruciale, il suolo, con le sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche che vanno salvaguardate”.

Integrazione dell’agrivoltaico con i sistemi ecosistemici

L’agrivoltaico è un settore dalle caratteristiche uniche in grado di combinare energia, nuove tecnologie, agricoltura e conservazione del paesaggio anche a tutela delle comunità locali e delle loro attività, con benefici in termini di sostenibilità ambientale, economica e sociale”, ha sottolineato Alessandra Scognamiglio, ricercatrice ENEA del Laboratorio Dispositivi innovativi presso il Centro ricerche di Portici e coordinatrice della task force AgrivoltaicoSostenibile@ENEA.

Riteniamo che non esista un solo agrivoltaico, ma diverse soluzioni da declinare secondo le specifiche caratteristiche dei siti oggetto di intervento: la sfida è trasformare una questione tecnica in una questione di cultura complessa, con un approccio transdisciplinare supportato dai risultati della ricerca sulle migliori combinazioni colture/sistemi fotovoltaici”.

Occorre valutare i potenziali impatti dell’agrivoltaico sotto diversi punti di vista, includendo i servizi ecosistemici associati ai sistemi agrari integrati con la produzione di energia e gli impatti ambientali e paesaggistici associati a tutto il ciclo di vita delle infrastrutture associate a questi impianti. Su questi temi è fondamentale il ruolo della ricerca scientifica a supporto delle decisioni politiche, rispetto allo sviluppo economico associato all’industria delle energie rinnovabili.

Il rischio è che una diffusione decontestualizzata di questi impianti porti di fatto a un cambio di destinazione d’uso di terreni agricoli, dal momento che la produzione di energia oggi permette redditi ben superiori alle coltivazioni, in quanto nella valutazione economica non vengono contabilizzati servizi ecosistemici, inclusi la qualità del paesaggio e del suolo, di cui la società beneficia senza che questi siano remunerati ai produttori”, ha dichiarato Michele Perniola, presidente della Società Italiana di Agronomia.

Come rendere misurabile la transizione ecologica

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Consumo di suolo, prodotti bio nelle mense scolastiche, disponibilità di verde urbano e raccolta differenziata sono alcuni dei 101 indicatori della rete dei comuni sostenibili per la transizione ecologica

Disponibilità di verde urbano, di case popolari, piste ciclabili, posti in asili nido, colonnine per auto elettriche, prodotti bio nelle mense scolastiche, consumo di suolo, raccolta differenziata, riqualificazione energetica degli edifici comunali, soglia di esenzione addizionale IRPEF, parità di genere. Sono solo alcuni dei 101 indicatori individuati dal comitato scientifico della Rete dei Comuni Sostenibili e presentati venerdì pomeriggio nel corso del webinar “101 indicatori dei Comuni Sostenibili”.

Una novità assoluta: l’associazione di comuni, nata da un progetto di ALI – Autonomie Locali Italiane, Città del Bio e Leganet, è la prima realtà in Italia ad aver realizzato uno studio per l’individuazione di un set di indicatori comunali, selezionati anche con la collaborazione di Asvis, che delineano le materie di competenza delle amministrazioni locali sulle politiche di sostenibilità da adottare nel proprio comune e con i quali misurare le relative performance pluriennali.

Il ruolo fondamentale delle città per lo sviluppo sostenibile

 Il tema dell’importanza della transizione ecologica, dell’agire attraverso politiche di sviluppo sostenibile e del passaggio all’economia circolare è sempre più attuale e determinante nelle azioni politiche dell’Europa e delle singole Nazioni.

Strategica diventa così la necessità di considerare il nostro habitat naturale, ossia le città in cui viviamo, come il contesto adatto a mettere in pratica tutte quelle misure atte a percorrere questa fase di transizione adottando nei vari settori azioni idonee al raggiungimento di un miglioramento della qualità della vita riconnettendo l’uomo all’equilibrio eco-sistemico.

Le città e i comuni possono avere un ruolo determinante contribuendo con scelte di governo locale lungimiranti a migliorare la qualità della vita dei propri cittadini, rendere efficienti e sostenibili infrastrutture e servizi, creare politiche di sviluppo sostenibile”, ha dichiarato Valerio Lucciarini De Vincenzi, presidente della Rete dei Comuni Sostenibili. “La Rete è un progetto innovativo che può diventare una delle esperienze più avanzate al livello europeo, ma il coinvolgimento dei territori e dei cittadini è fondamentale per realizzare un profondo cambiamento verso la sostenibilità”.

Gli Indicatori

I dati relativi ai parametri sono studiati sulla base di fonti certificate, quali Istat, Ispra, e altri dataset pubblici a partire da quelli dei singoli comuni acquisiti attraverso appositi questionari. Alla base vi è, quindi, l’idea di guidare e supportare i comuni nell’adozione di politiche sostenibili in linea con i 17 obiettivi di sostenibilità (SDGs, Sustainable Development Goals), stabiliti dalle Nazioni Unite e l’Unione Europea, e con l’Agenda 2030, tradotti, poi, in Italia nei 12 obiettivi del Benessere Equo e Sostenibile (BES).

Nello specifico, sono 73 gli indicatori calcolabili per tutti i comuni a prescindere dal numero di abitanti, per i comuni capoluogo si aggiungono altri 27 indicatori e uno per i comuni costieri. Vi sono poi gli indicatori di contesto, relativi a tematiche per le quali i comuni non hanno competenza diretta o possono incidere relativamente: occupazione, occupazione femminile, redditi personali, lesività di incidenti stradali, impianti fotovoltaici, qualità dell’aria, sicurezza urbana, livello di istruzione, aziende di settori ad alta tecnologia.

Manlio Calzaroni, Responsabile Ricerca di Asvis e componente del comitato scientifico della Rete, nel suo intervento ha parlato del sistema di monitoraggio proposto dall’Asvis che utilizza una serie di informazioni applicabili su più livelli territoriali: europeo, nazionale, regionale, provinciale, comune capoluogo e aggregazione di comuni. Un approccio che, Calzaroni, ha definito “coerente con la Rete dei Comuni Sostenibili. Fondamentale – ha ribadito – è il coinvolgimento degli stakeholder territoriali per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità”.

L’importanza del progetto

Alice Siragusa, Centro comune di Ricerca della Commissione Europea, ha illustrato il progetto ‘Urban 2030’, ricordando l’importanza della individuazione delle principali lacune nei dati e integrazione di fonti non tradizionali, e l’individuazione di indicatori sulla percezione: qualità della vita, accesso ai servizi, fiducia nelle istituzioni.

Noi amministratori locali abbiamo bisogno di indicatori, quali punti di riferimento che la Rete ci sta dando per capire se stiamo andando nella direzione giusta. Le politiche urbane sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi su scala più ampia. E ritengo che questo progetto sia fondamentale perché gli indicatori ci aiuteranno a essere coerenti nell’attuare al livello locale tali politiche”, così è intervenuto Matteo Biffoni, sindaco di Prato, uno dei primi comuni ad aver aderito alla Rete.

Con i 101 indicatori – ha spiegato Matteo Ricci, Sindaco di Pesaro e Presidente nazionale ALI – rendiamo concreta perché misurabile la transizione ecologica nel nostro Paese. Per la prima volta in Italia abbiamo un progetto di misurazione tarato a livello comunale e su piccole aree innovativo, 101 indicatori che misureranno le politiche delle città e anche dei piccoli comuni dell’entroterra. Il Pil non basta per descrivere lo stato di benessere di un Paese, oggi è necessario ragionare in modo diverso, utilizzando strumenti nuovi che sappiano cogliere i cambiamenti della nostra società. Sappiamo che le risorse del Next Generation EU, necessariamente, si poseranno sui territori. Dunque misurare lo sviluppo sostenibile e le politiche locali non solo da’ concretezza all’azione politica dei territori, perché le città saranno centrali per la transizione ecologica del Paese, e dà trasparenza al lavoro delle amministrazioni verso i cittadini, – conclude Ricci – ma diventa fondamentale anche dal punto di vista del governo nazionale per programmare e realizzare le direttive contenute nel Pnrr”.

Andrea Tardiola, Capo Segreteria del ministro per le Infrastrutture e la mobilità sostenibile, ha espresso grande interesse per il progetto della Rete dei Comuni Sostenibili. “Il ministero deve sostenere ed entrare nella rete: ne abbiamo un grandissimo bisogno. La sfida è complessa, soprattutto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNNR). Il riparto delle risorse tra i comuni deve basarsi su criteri misurabili, come quelli che avete presentato. Dobbiamo costruire delle opportunità puntuali per collaborare. – ha concluso Tardiola – Il Ministero deve essere presente nelle vostre iniziative e aiutarvi, come partner, per realizzare la Rete e a contribuire al suo allargamento”.

Mare Aperto contro lo spreco alimentare

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In occasione del 2 maggio, Giornata Mondiale del Tonno, Mare Aperto Foods si impegna nella sensibilizzazione del consumatore sullo spreco alimentare

 Sano e nutriente quanto quello fresco – ricorda Mare Aperto Foods in una nota – grazie alle moderne tecniche di conservazione ed al particolare processo di sterilizzazione, il tonno in scatola è ricco di proteine nobili, vitamine e sali minerali. Non solo: presenta ottime prerogative di sostenibilità dato che non genera perdite alimentari o scarti.

Oltre ad avere una lunga “shelf life” cioè il periodo di tempo in cui mantiene intatte le proprie caratteristiche qualitative nelle normali condizioni di utilizzo, il tonno in scatola non necessita di energia per la sua conservazione perché si può riporre in dispensa, a temperatura ambiente.

Tonno in scatola alimento anti-spreco

L’imballaggio, poi, è nella quasi totalità costituito da confezioni interamente riciclabili. La lavorazione, infine, garantisce la conservazione delle caratteristiche tramite sterilizzazione, quindi non richiede l’uso di conservanti. Grazie ai progressi tecnologici delle aziende produttrici, la scatoletta alimentare oggi è considerata “la Formula 1 dell’acciaio”: leggera, sicura, resistente e sostenibile, comoda, di facile conservazione.

Anche l’olio non va sprecato perché il tonno in scatola è in grado di arricchirlo di proprietà nutritive. In seguito all’abbinamento tra i due alimenti, infatti, l’olio non solo mantiene intatte tutte le proprie caratteristiche organolettiche, ma si arricchisce anche di una maggior quantità di Vitamina D e Omega 3, assorbendole dal tonno stesso. Utilizzarlo, inoltre, significa limitare l’aggiunta di altro olio e quindi assumere meno calorie.

Per questo motivo Mare Aperto invita i propri consumatori a non eliminare l’olio contenuto nel tonno in scatola. Un prodotto di cui non si butta via niente e, nel caso in cui non si voglia consumarlo con il tonno, l’olio può essere riutilizzato per condire (una pizza o una bruschetta) oppure come ingrediente per numerose preparazioni (come il soffritto per una buona pasta al tonno).

L’impegno di Mare Aperto contro lo spreco alimentare

Mare Aperto ha scelto di aderire al “Patto contro lo Spreco Alimentare” promosso da Too Good To Go. Nell’ambito del patto, Mare Aperto ha deciso di aderire ad alcune delle azioni proposte da Too Good To Go, in particolare: Azienda Consapevole, per comunicare il proprio impegno nella lotta allo spreco alimentare e sensibilizzare sul tema i propri dipendenti; Consumatore Consapevole, per informare ed educare il consumatore finale sul tema dello spreco alimentare.

Mare Aperto ha aderito anche al progetto Fabbrica contro lo Spreco, una serie di iniziative integrate per minimizzare gli sprechi alimentari in azienda, con particolare riferimento ai prodotti in giacenza in magazzino, che non hanno possibilità di essere distribuiti attraverso i canali canonici della filiera alimentare. Un modello integrato, che prevede anche il coinvolgimento del terzo settore, per destinare parte dei prodotti anche a chi si trova in situazioni di difficoltà e allo stesso tempo massimizzare ancora di più l’impatto contro lo spreco alimentare.

Il 53% degli sprechi alimentari in Europa avviene a livello domestico: è per noi importante e fondamentale unire le forze con altri player dell’agroalimentare, come Mare Aperto, per cercare di avere un impatto concreto su questo dato, anche sensibilizzando e informando i consumatori: con un piccolo gesto quotidiano possiamo fare molto per noi e per il pianeta”, ha sottolineato Eugenio Sapora Country Manager Italia di Too Good To Go.

FAO: piccoli agricoltori producono un terzo dei beni alimentari mondiali

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È quanto emerge da uno studio condotto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblicato nella rivista World Development.

A livello globale cinque aziende agricole su sei hanno meno di due ettari di estensione, sfruttano soltanto il 12% circa di tutto il suolo agricolo del pianeta e producono approssimativamente il 35 per cento dei generi alimentari mondiali.

I contributi dei piccoli agricoltori all’approvvigionamento di generi alimentari variano enormemente da paese a paese e oscillano dall’80% della Cina fino alle percentuali a una sola cifra di Brasile e Nigeria.

Lo studio “Which farms feed the world and has farmland become more concentrated?”

Nel 2014 un rapporto faro della Fao calcolava che nove su dieci dei 570 milioni di aziende agricole nel mondo erano aziende a conduzione familiare e producevano approssimativamente l’80% del cibo mondiale.

Il nuovo studio, dal titolo “Which farms feed the world and  has farmland become more concentrated?” (Quali sono le aziende agricole che sfamano il mondo? E vi è stata una concentrazione dei terreni agricoli?), si prefigge lo scopo di indagare quali categorie di aziende agricole prevalgono nel mondo in termini di dimensioni.

Secondo stime aggiornate esistono attualmente nel mondo più di 608 milioni di aziende agricole a conduzione familiare che occupano tra il 70 e l’80 per cento dei terreni agricoli mondiali e producono approssimativamente l’80 per cento dei generi alimentari mondiali in termini di valore.

Dal nuovo studio si possono inoltre ricavare stime sulle dimensioni delle aziende agricole: il 70% circa di tutte le aziende agricole, che lavorano soltanto il 7% di tutti i terreni agricoli, hanno dimensioni inferiori all’ettaro, mentre il 14% delle  aziende, che controllano il 4 per cento del suolo agricolo, hanno dimensioni comprese tra uno e due ettari; infine, il 10% di tutte le  aziende agricole, che operano sul 6 per cento del suolo agricolo, hanno dimensioni comprese tra due e cinque ettari.

Al tempo stesso, l’uno per cento delle aziende agricole mondiali di più grandi dimensioni, vale a dire con estensione superiore ai 50 ettari, utilizza più del 70% dei terreni agricoli mondiali, di cui quasi il 40% si può ricondurre ad aziende agricole con oltre 1000 ettari di estensione.

L’importanza dello studio

Lo studio evidenza l’importanza di disporre di dati ottimizzati e armonizzati per fornire ai responsabili politici un quadro più granulare e accurato delle attività agricole.

È fondamentale evitare di usare in maniera indiscriminata i termini ‘aziende agricole a conduzione familiare’ e ‘piccole aziende agricole’. Se è vero, infatti, che la maggior parte delle aziende agricole a conduzione familiare sono di piccole dimensioni, alcune sono più grandi, se non addirittura molto grandi”, ha sottolineato Marco Sanchez, Vicedirettore della Divisione dell’economia agroalimentare della Fao e coautore dell’articolo insieme a Sarah Lowder e Raffaele Bertini.

Questi dettagli sono importanti per le organizzazioni internazionali e i responsabili politici che puntano a introdurre politiche e investimenti pubblici volti a sostenere l’agricoltura familiare, accrescere la produttività dei piccoli produttori e migliorarne i mezzi di sussistenza rurali, secondo quanto previsto dal Decennio dell’agricoltura familiare delle Nazioni Unite (2019-2028).

Essi contribuiscono inoltre a migliorare la consapevolezza sullo stato delle aziende agricole di medie e grandi dimensioni, il cui ruolo è decisivo anche nel conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile 1 (Povertà zero), 2 (Fame zero), 10 (Ridurre le disuguaglianze) e 12 (Consumo e produzione responsabili).

Misura: agroalimentare chiave per la transizione ecologica

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Dal settore agroalimentare può arrivare una svolta determinante e l’industria alimentare può essere una delle chiavi di svolta per la transizione ecologica, anche secondo Misura

L’agricoltura è responsabile da sola del 70% dei consumi di acqua dolce e occupa la metà delle terre abitabili del pianeta. Il 40% della plastica prodotta in Europa è usata per gli imballaggi e buona parte di questi sono per l’industria alimentare. E ancora un quarto delle emissioni globali di gas serra è dovuto all’alimentazione, un valore superiore a quello dell’intero settore industriale e a quello dei trasporti.

È evidente come gli attuali modelli alimentari sono insostenibili perché la produzione di cibo incide in maniera decisiva sui cambiamenti climatici, sulla deforestazione, sulla perdita di biodiversità e sull’aumento dell’inquinamento.

Imprese sempre più coinvolte per la tutela della Terra

Un messaggio importante è arrivato proprio nel giorno in cui si è celebrato l’Earth day 2021, la Giornata mondiale della Terra, nata 51 anni fa per sottolineare la necessità di tutelare e conservare le risorse naturali del pianeta. E la transizione ecologica, ovvero il cambio di paradigma politico, sociale ed economico necessario per tutelare la Terra, coinvolge sempre più da vicino anche le imprese.

Misura, il brand del Gruppo Colussi, con convinzione ha intrapreso questa missione sul fronte della sostenibilità e ha iniziato a mettere in campo delle soluzioni per ridurre l’impatto delle proprie produzioni.

La svolta più radicale è stata sulla riduzione della plastica usa e getta grazie allo sviluppo di soluzioni innovative che trasformano, in un’ottica di economia circolare, i rifiuti degli imballaggi alimentari in compost che fertilizza i suoli, oppure in confezioni completamente riciclabili.

È stata così la prima azienda alimentare a livello internazionale che ha scelto il compostabile per i prodotti da scaffale, una confezione che mantiene inalterata la qualità di prodotti che mediamente devono durare a lungo sugli scaffali dei negozi, fuori dal banco frigo. Questa strategia, insieme alla sostituzione della plastica con la carta certificata FSC, porterà entro il 2021 all’eliminazione di oltre 25 milioni di confezioni di plastica.

Il comparto agroalimentare strategico per l’economia italiana

Il comparto agroalimentare”, ha spiegato Massimo Crippa, direttore commerciale del Gruppo Colussi, “anche in questo anno difficilissimo, si è dimostrato strategico per l’economia italiana e a maggior ragione ha la responsabilità di essere un modello per dimostrare che il cambiamento radicale e la ripartenza possono partire proprio da qui. Essere apprezzati per la qualità dei prodotti non può essere più un unico obiettivo. Oggi il piacere del mangiar bene e dello stare bene non devono far crescere il rischio di un danno climatico e ambientale. Per questo si è investito per migliorare la sostenibilità della produzione a 360 gradi”.

Inoltre, Misura ha realizzato un grande progetto di forestazione in Italia, piantando alberi in dieci aree in nove regioni. Sono stati scelti progetti più vicini alle esigenze delle comunità locali per comporre una grande tessera di rigenerazione territoriale lungo la penisola: a Torino, Milano, Pordenone, Santarcangelo di Romagna, Palo Laziale, Roma, nel parco nazionale del Vesuvio e in quello del Gargano, nei calanchi di Matera.

In totale sono stati messi a dimora 13.400 alberi, per un totale di 9.380 tonnellate di CO2 assorbita. I progetti hanno obiettivi di vario genere: tenuta dei terreni, bonifica dei suoli, ricerca delle essenze più adatte per contrastare le isole di calore cittadine e l’inquinamento atmosferico.

Fondazione Barilla porta in tavola la Doppia piramide

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Barilla presenta una Doppia piramide della salute e del clima, fondata su solide basi scientifiche, in grado di proporre una nuova visione del cibo che guarda alla tradizione culturale e gastronomica in tutto il mondo.

Alla base di questo progetto diete sane e sostenibili in cui gli alimenti da consumare sono suddivisi in base alla frequenza e alle quantità, senza dover rinunciare a nulla. Questo il nuovo modello alimentare presentato da Fondazione Barilla a pochi giorni dalla Giornata mondiale della Terra che si terrà il 22 aprile.

Questa Doppia piramide suddivide gli alimenti della nostra tradizione gastronomica in base al loro impatto sulla salute (guardando all’effetto sulle malattie cardiovascolari) e sul clima (in termini di CO2 emessa per produrre quel dato alimento).

Le 7 doppie piramidi culturali

Ciascuno di noi ha il potere di plasmare il futuro tre volte al giorno, attraverso le nostre scelte alimentari. La Doppia piramide della salute e del clima mostra, infatti, che una dieta varia ed equilibrata può aiutarci ad aumentare longevità e benessere e a ridurre il nostro impatto sul clima, gestendo le frequenze, la varietà e quantità dei cibi ogni giorno, in ogni parte del mondo”, ha dichiarerato Guido Barilla, Presidente della Fondazione Barilla, nel corso dell’evento dal titolo “A One Health Approach to Food: the Double Pyramid connecting Food Culture, Health and Climate”, realizzato da Fondazione Barilla e Food Tank, col patrocinio della Commissione nazionale italiana per l’Unesco.

Fondazione Barilla propone, dunque, di applicare i principi base della Doppia piramide a 7 modelli alimentari di altrettante regioni del mondo, dando vita a 7 Doppie piramidi culturali sperimentali. Sono modelli che, per ogni classe di alimenti, indicano i cibi più adatti a ciascuna cultura gastronomica per sette grandi aree del pianeta: Asia meridionale, Asia orientale, Africa, Mediterraneo, Paesi nordici e Canada, America Latina e Stati Uniti.

Ecco perché, per celebrare la ricchezza e la diversità delle tradizioni alimentari e gastronomiche di tutto il mondo, Fondazione Barilla ha anche stretto una collaborazione con Alma, Scuola internazionale di cucina italiana, che ha coinvolto diverse scuole internazionali di cucina chiamate a tradurre i principi della Doppia piramide e delle 7 Doppie piramidi culturali in ricette specifiche per le diverse aree geografiche identificate.

La dieta mediterranea come premessa fondamentale

La Doppia piramide della salute e del clima parte da una premessa fondamentale, ovvero che la dieta mediterranea, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità, è un modello talmente valido da essere riconosciuto dalla scienza tra i più sani al mondo. E se i principi di una buona alimentazione sono universali, la loro applicazione a tavola cambia tra le varie culture, visto che in ogni parte del mondo ci sono tradizioni altrettanto sane, sostenibili ed eque.

La Doppia piramide della salute e del clima mostra come i cibi che favoriscono la nostra salute – come frutta, verdura e cereali integrali, noci e legumi – sono in genere anche quelli a basso impatto ambientale.

Farne il cardine della nostra dieta, moderando il consumo degli altri alimenti, può generare un cambiamento concreto nel mondo, con benefici importanti per noi e per il clima, in linea col concetto di One Health, che vede la salute umana interconnessa a quella animale e ambientale. Ecco perché la Doppia piramide della salute e del clima si rivolge tanto ai cittadini quanto a decisori politici, istituzioni e chef, mostrando come un’alimentazione sana e sostenibile, in cui nessuna categoria di alimenti resta esclusa, possa favorire la salute delle persone e del Pianeta.

E se la varietà resta uno dei principi cardine della corretta alimentazione, una delle principali novità di questo modello vede la distinzione tra i diversi gruppi alimentari a base di proteine animali. Sia per la salute che per l’ambiente vanno prediletti gli alimenti vegetali, con i legumi come fonti proteiche; e chi non vuole rinunciare a nulla potrà sempre scegliere tra pesce, uova, pollame e latticini rispetto a carni rosse e insaccati il cui consumo dovrebbe rimanere limitato.

Indirizzare le persone e riorientare i sistemi alimentari verso i 17 SDG

Si tratta di un passo necessario per indirizzare le persone, ovunque nel mondo, verso scelte alimentari sane e sostenibili, attente alla biodiversità, alla cultura e alle tradizioni gastronomiche locali. – Ha sottolineato la Fondazione Barilla – Una ‘guida’ indispensabile visto che diete più sane e sostenibili potrebbero ridurre le morti premature almeno del 20% – a fronte di sistemi alimentari che lasciano ancora 690 milioni senza cibo a sufficienza – e le emissioni di gas serra dovute al cibo almeno del 30%.

Inoltre ci sono molti altri benefici, quali la salvaguardia di biodiversità e risorse idriche, la riduzione della povertà, nonché benefici economici (si stima che se i consumi alimentari resteranno invariati, nel 2030 questi ci costeranno all’anno oltre 1300 miliardi di dollari per mortalità e malattie non trasmissibili e oltre 1700 miliardi di dollari per gli effetti del cambiamento climatico – ovvero più della ricchezza prodotta in un anno in Italia)”.

Oggi, nel mondo, una dieta sana costa il 60% in più di una che sia solo nutrizionalmente accettabile e quasi 5 volte più di una sufficiente dal solo punto di vista energetico. Ecco perché per mettere in atto i principi della Doppia piramide, e riorientare i sistemi alimentari verso il raggiungimento dei 17 SDG, Fondazione Barilla ha lanciato 10 raccomandazioni ‘universali’ che mirano a identificare soluzioni vantaggiose sia per la salute umana sia per il pianeta.

Le 10 raccomandazioni “universali”

Includere la sostenibilità e la salute in tutte le policy e in tutti i settori della filiera agroalimentare; stabilire standard comuni su diete sostenibili e indicatori di monitoraggio; promuovere la sostenibilità ricollegandola alle tradizioni, al patrimonio culturale, alla storia culinaria e promuovere norme globali di sicurezza alimentare; creare policy che intervengano sul quadro generale del sistema alimentare per affrontare la totalità dei cambiamenti dietetici e delle loro implicazioni socioeconomiche e ambientali; promuovere policy integrate per l’alimentazione urbana che sostengano le filiere corte, l’agricoltura urbana e i mercati locali.

E ancora: costruire infrastrutture e promuovere la formazione e l’istruzione per sostenere i piccoli agricoltori nella coltivazione sostenibile e nell’accesso ai mercati; adottare politiche di approvvigionamento alimentare che assicurino cibo salubre, nutriente e sostenibile in tutte le istituzioni pubbliche e private; proporre, testare e raffinare principi di sostenibilità nelle linee guida alimentari; ridirigere i sussidi agricoli dagli alimenti base a quelli nutrienti e sostenibili, così da garantire questi ultimi anche ai gruppi più vulnerabili; promuovere scelte alimentari salubri e sostenibili tramite contesti alimentari che le favoriscano, anche tramite pubblicità e marketing.

Sostenibilità: IllyCaffè diventa B Corp

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IllyCaffè diventa la prima azienda italiana del caffè con certificazione assegnata per rispetto alti standard di performance sociale e ambientale

Illycaffè ha intrapreso la strada della sostenibilità tantissimo tempo fa. Essa fa parte del Dna dell’azienda da sempre. Ernesto Illy diceva che quando fai un prodotto di elevata qualità non esiste qualità se questa non è anche sostenibile”. Così Massimiliano Pogliani, amministratore delegato di IllyCaffè, ha raccontato all’Adnkronos il percorso che ha portato l’azienda a ottenere la certificazione B Corp, assegnata alle organizzazioni che s’ impegnano a rispettare i più alti standard di performance sociale e ambientale.

Abbiamo fatto la scelta di intraprendere questo percorso già due anni fa quando abbiamo cominciato ad introdurre nel nostro statuto il  fatto di essere società Benefit. Da lì è cominciato il percorso di certificazione nel quale ogni singolo aspetto non va solo comunicato ma viene poi valutato e misurato, dà luogo ad un punteggio finale che deve raggiungere un minimo per poter accedere alla certificazione B Corp. E’ il coronamento di un cammino che parte dalla storia e dall’heritage dell’azienda”. Dunque, una scelta di continuità.

L’impegno per la sostenibilità fa parte del nostro Dna

L’etica e la sostenibilità sono parte del Dna di Illycaffè che fin  dalla sua creazione si è posta l’obiettivo di migliorare la qualità  della vita delle persone. Nel 2019 ha rafforzato il suo impegno di  stakeholder company, adottando lo status di Società Benefit e  confermando la scelta di continuare a crescere operando in modo sostenibile per le comunità con le quali interagisce, inserendo  l’impegno all’interno del proprio statuto societario.

Essere sostenibili è una scelta che Illycaffè mette in pratica da sempre lungo tutta la filiera, confermando la volontà di crescere  operando in modo responsabile, trasparente e sostenibile per le  comunità con le quali interagisce.

La filiera sostenibile di Illycaffè si basa su un sistema di relazioni dirette con i propri fornitori che  si regge su quattro pilastri fondamentali: selezionare e lavorare  direttamente con i migliori produttori di Arabica; trasferire loro la  conoscenza, formandoli a una produzione di qualità nel rispetto dell’ambiente attraverso l’Università del Caffè e il lavoro quotidiano sul campo con agronomi specializzati; ricompensarli per la qualità  prodotta, pagando loro prezzi superiori a quelli di mercato,  stimolando il miglioramento continuo e rendendo sostenibile la  produzione; creare una comunità di produttori che si incontra virtualmente nella piattaforma a loro dedicata, Circolo Illy.

Sono proprio questi alcuni degli asset principali che hanno motivato il riconoscimento di B Corporation: la catena di fornitura, l’attenzione agli impatti ambientali e la valorizzazione  delle risorse.  “Ogni giorno ci impegniamo a mettere in pratica i nostri valori e  conciliare l’economia con l’etica – ha spiegato Pogliani, – abbiamo intrapreso il percorso  di certificazione B Corp a coronamento del nostro impegno a mantenere  un impatto positivo sulla società e sul nostro pianeta, affiancandoci a quel network di aziende che, come noi, promuovono un modello di  business basato su una strategia orientata alla creazione di valore  sostenibile nel lungo termine”.

Ma come si traduce concretamente questo impegno?

 Per illycaffè operare secondo i più alti standard di performance sociale e ambientale vuol dire avere un comportamento che su tutte le aree dell’azienda tenga ben presente questi aspetti”, ha spiegato Pogliani.

Poniamo Attenzione a tutti i livelli: dalla governance alle persone (condizioni economiche, formazione, qualità della vita, pari opportunità), fino alle politiche di fornitura e logistica. Attraverso azioni concrete come “il supporto alle comunità di produttori, per esempio costruendo o contribuendo alla costruzione di scuole o istituti dove possono lasciare i figli quando c’Ë la raccolta del caffè e dove questi ricevono ospitalità, istruzione e assistenza  medica”.

A livello di ecosostenibilità, l’attenzione è a “come impattiamo in  maniera positiva sull’ambiente: parliamo di efficienza energetica,  riduzione dei rifiuti, gestione attenta e razionale dell’acqua sia  nelle piantagioni che nello stabilimento” fino allo sviluppo di  prodotti che abbiano un ”impatto positivo sui nostro clienti, come le cialde compostabili e le macchine del caffè che riducono il consumo  energetico”.

Sfruttiamo la superficie del tetto del magazzino per il caffè verde con un sistema di pannelli solari per produrre energia elettrica, recuperiamo il calore delle tostatrici per riscaldare l’azienda, tutta l’elettricità che usiamo in illycaffè proviene da fonti rinnovabili. E, nell’alta gastronomia, siamo diventati sponsor insieme alla Guida Michelin della Green Star che viene assegnata ai ristoranti che oltre ad essere di livello si  impegnano dal punto di vista della sostenibilità”.

Una direzione oggi ancora più importante dopo le conseguenze dell’emergenza sanitaria. “La pandemia ci ha ulteriormente dimostrato che l’impegno delle aziende nella sostenibilità non è solo importante ma necessario, bisogna essere sostenibili a tutti i costi. Ogni azienda dovrebbe integrare obiettivi di sostenibilità insieme ai propri obiettivi economici e reddituali perché tutti noi dobbiamo avere un impatto positivo sull’ambiente, abbiamo una responsabilità  sull’ambiente e sulle persone”.

La Carta della Sostenibilità di Cameo

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L’Azienda ha pubblicato la Carta della Sostenibilità dove vi sono riportati i 27 progetti che Cameo s’impegna a realizzare

Cibi bilanciati dal punto di vista nutrizionale, zero emissioni di CO2, riduzione degli sprechi alimentari e dei rifiuti in plastica. Sono solo alcuni dei 27 progetti su cui Cameo si impegna in un orizzonte di lungo termine.

L’azienda alimentare specializzata in torte, budini e pizze, presente in Italia da oltre 80 anni e  conosciuta nel resto del mondo come Dr. Oetker, ha dichiarato giovedì, in 40 Paesi, il proprio impegno pubblicando la Carta della Sostenibilità con obiettivi a favore del buon cibo, dell’ambiente e delle persone.

Come azienda alimentare, siamo consci della nostra particolare responsabilità verso le persone e l’ambiente. – ha affermato Alberto de Stasio, Direttore generale di CameoCon l’implementazione della Carta della Sostenibilità, promuoviamo uno stile di vita consapevole per i nostri consumatori, assicuriamo condizioni di lavoro eque e sostenibili lungo l’intera filiera produttiva e, allo stesso tempo, minimizziamo la nostra impronta ambientale. Cameo rimane quindi coerente con la sua natura che si traduce nel realizzare prodotti di qualità per offrire esperienze di gusto sostenibili ai suoi consumatori tramite prodotti adatti ai nuovi stili di vita”.

Our Food, Our World, Our Company

La Carta della Sostenibilità Cameo è stata introdotta ai collaboratori di tutti i 40 Paesi già nel 2020 come frutto di un  lavoro partecipato e integrato. Si articola in 27 progetti tutti  pensati per perseguire gli obiettivi di sostenibilità in essa espressi, strutturati in tre diverse dimensioni: Our Food (il nostro  cibo), Our World (il nostro Pianeta), Our Company (la nostra azienda).

Our Food” esprime l’impegno di offrire ai consumatori la  possibilità di condurre uno stile di vita sano e sostenibile. In quest’ottica, Cameo continua a lavorare per rendere sempre più salutari i suoi prodotti, ottimizzandone i profili nutrizionali, anche attraverso la riduzione di sale, zucchero e grassi fino al 20% entro il 2025, e sviluppandone di nuovi, nella stessa direzione.

Our World” raggruppa tutte le attività attraverso le quali Cameo si impegna per la società e l’ambiente in cui opera. L’azienda ha già raggiunto la neutralità climatica del proprio stabilimento di Desenzano del Garda e si impegna, entro il 2025, a minimizzare ulteriormente la propria impronta ambientale riducendo gli sprechi alimentari del 25% e usando il 100% di materiali riciclabili per gli imballaggi. Ha avviato inoltre una serie di progetti per rendere sostenibile la propria filiera produttiva, sia a livello sociale sia ecologico. Alla certificazione già consolidata del cacao si aggiungerà quella di altre importanti materie prime come la vaniglia, entro il 2023. E, più in generale, entro il 2025 è fissato il raggiungimento dell’ambizioso obiettivo di acquistare materie prime a impatto zero sulla deforestazione.

Our Company” è la dimensione che interessa direttamente tutti i collaboratori di cameo e sostiene progetti che garantiscono l’uguaglianza, promuovono la diversità, confermando una cultura aziendale consolidata nella quale le persone sono poste al centro. L’attenzione che Cameo attribuisce alla sicurezza sul posto di lavoro si traduce in un rigoroso sistema di gestione, certificato ormai da anni secondo gli standard internazionali della norma Iso45001 (già Ohsas 18001).

La Carta della Sostenibilità – ha affermato Federica Ferrari, Executive Manager Corporate Communication Cameo – è la nostra risposta agli sviluppi sociali che pongono al centro questioni come la tutela del clima, il benessere degli animali e la diversità. Le nostre azioni riflettono anche il grande mutamento degli stili di vita dei consumatori per i quali un’alimentazione consapevole e sostenibile sta diventando sempre più importante”.

Ferrarelle e Discovery Italia: in tv la campagna per un mondo a impatto –1

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Ferrarelle è partner esclusivo della nuova campagna targata Discovery for good, finalizzata a sensibilizzare il pubblico sull’importanza del riciclo.

La campagna che si chiama “Dilemmi sul riciclo? addio!” firmata Discovery Creative, la factory creativa interna a Discovery Italia, rinnova il proprio impegno a sensibilizzare il pubblico sull’importanza del riciclo, gesto quotidiano sempre più cruciale, che vede ognuno di noi in prima linea per dare il proprio contributo alla salvaguardia dell’ambiente.

La partnership Ferrarelle e Discovery Italia per un mondo ad impatto – 1 nasce infatti dalla volontà di promuovere la consapevolezza sociale e l’importanza del rispetto verso l’ambiente: un’azione volta a confermare l’impegno in termini di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale di entrambe le realtà.

L’iniziativa e i prossimi appuntamenti

Brevi “video manifesto” raccontano la filosofia di cui Ferrarelle si fa promotrice: raggiungere un mondo a impatto – 1, dove ognuno ricicla più di quello che consuma. La campagna viene trasmessa sui canali Real Time (canale31), NOVE e Food Network (canale 33), con protagonisti alcuni dei più importanti volti di Discovery.

La creatività della campagna vedrà i volti protagonisti dare indicazioni e suggerimenti utili per riciclare correttamente alcuni materiali (plastica e carta), mostrando così ai viewer una serie di pratiche virtuose con l’obiettivo di dissipare tutti i dubbi che possono sorgere quando ci si trova davanti alla raccolta differenziata, invitando tutti a fare la propria parte per ridurre l’inquinamento e proteggere il nostro Pianeta.

Dopo i primi appuntamenti, andati in onda in occasione della Giornata Mondiale del Riciclo e della Giornata Mondiale dell’Acqua, e dopo l’episodio con Damiano Carrara andato in onda in occasione della Giornata Mondiale della Salute (7 aprile), Alessia Mancini e Flavio Montrucchio saranno i volti del “video manifesto” per la Giornata Mondiale della Terra in onda il 22 aprile.

La campagna “Dilemmi sul riciclo? Addio!” proseguirà poi, nei prossimi mesi, con altri appuntamenti, in onda sempre in occasione delle giornate dedicate alla salvaguardia del Pianeta: il 5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente e il 16 ottobre, Giornata Mondiale dell’Alimentazione.

L’impegno di Ferrarelle per il riciclo del PET

L’approccio sostenibile ai consumi è ormai prioritario nella gestione della quotidianità: ma non basta limitare i consumi e le emissioni. Bisogna fare di più, bisogna togliere dall’ambiente più di quanto si immette. E i rifiuti possono essere importanti risorse, se correttamente riciclati.

Ferrarelle è, infatti, la prima azienda italiana del settore alimentare ad aver costruito uno stabilimento apposito per il riciclo del PET, grazie al quale ogni anno sottrae dall’ambiente 20.000 tonnellate di plastica all’anno, il doppio di quanta ne utilizza.

Questa filosofia, di cui Ferrarelle si fa promotrice, vuole spingere le persone a riciclare correttamente la plastica inviando anche gli altri a fare lo stesso.