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Simone Martino

Economia circolare

Integrazione dell’economia circolare nel settore dell’agro-food. Gli aiuti del Governo alle imprese.

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I problemi di sostenibilità dovuti all’esaurimento delle risorse, alla crescita demografica ed al cambiamento climatico hanno indotto le istituzioni e le imprese a intervenire a diversi livelli.

Il contributo che l’economia circolare può garantire alla rigenerazione del capitale naturale attraverso modelli operativi alternativi improntati alla progettazione tecnica dei materiali per massimizzarne l’utilizzo, è stato oggetto di particolare attenzione e studio in ambito istituzionale.

Non solo, anche le imprese hanno focalizzato la loro indagine sull’aiuto che il modello di economia circolare può fornire. Un contributo importante per tale studio è stato fornito dalle numerose start-up nate nell’ultimo periodo.

Esse hanno generato molte proposte innovative, soprattutto nell’ambito dell’agro-food, dove le start-up operano ponendo attenzione al rispetto degli SDGs (Sustainable Development Goals) e prefiggendosi come obbiettivo il miglioramento delle previsioni di consumo e la limitazione delle eccedenze alimentari.

Gli aiuti economici per le start-up

Un concreto aiuto alle giovani start-up ma anche alle imprese da anni in attività nel settore, per una maggiore integrazione del modello di economia circolare nel processo produttivo, può derivare dagli aiuti economici stanziati dal Governo.

Da novembre è possibile, infatti, presentare domanda per accedere alle agevolazioni per progetti di ricerca e sviluppo per la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare.

Le misure stabilite dal Governo

Sono 210 milioni gli incentivi per progetti di ricerca e sviluppo delle imprese per la riconversione delle attività produttive, per sostenere l’innovazione nell’ambito dell’economia circolare.

Con la pubblicazione del decreto del 5 agosto il Ministero dello Sviluppo economico definisce i termini e le modalità di presentazione delle domande di agevolazioni, in favore di progetti di ricerca e sviluppo, per la riconversione produttiva nell’ambito dell’economia circolare. Il provvedimento fa seguito al DM dell’11 giugno 2020 con cui il MISE stabiliva i criteri per l’accesso alle agevolazioni previste dalla legge n. 58-2019 di conversione del decreto Crescita.

Il decreto MISE

Il decreto MISE stabilisce che le agevolazioni sono concesse sotto forma di finanziamento agevolato, entro il 50% dei costi ammissibili, in presenza di un finanziamento bancario concesso a tasso di mercato a copertura di almeno il 20% delle spese ammissibili.

Al finanziamento si aggiunge un’ulteriore agevolazione sotto forma di contributo diretto alla spesa:

  • fino al 20% delle spese ammissibili per le imprese di micro e piccola dimensione,
  • fino al 15% per le imprese di media dimensione,
  • fino al 10% per le imprese di grande dimensione.

Le risorse disponibili, gestite nell’ambito del Fondo per la crescita sostenibile, ammontano a 155 milioni di euro, di cui 155 milioni per la concessione dei finanziamenti agevolati a valere sul Fondo rotativo per il sostegno alle imprese gli investimenti in ricerca (FRI) e 62 milioni per i contributi diretti alla spesa a valere sulle disponibilità per il 2020 del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione.

E’ possibile inoltre attivare ulteriori co-finanziamenti da parte delle Regioni e Province autonome come stabilito in sede di Conferenza unificata.

I progetti di ricerca e sviluppo

I progetti ammissibili alle agevolazioni devono prevedere attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, strettamente connesse tra di loro in relazione all’obiettivo previsto dal progetto, finalizzate alla riconversione produttiva delle attività economiche attraverso la realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi o al notevole miglioramento di prodotti, processi o servizi esistenti, tramite lo sviluppo delle tecnologie abilitanti fondamentali relative a:

  1. innovazioni di prodotto e di processo in tema di utilizzo efficiente delle risorse e di trattamento e trasformazione dei rifiuti, compreso il riuso dei materiali in un’ottica di economia circolare o a «rifiuto zero» e di compatibilità ambientale (innovazioni eco-compatibili);
  2. progettazione e sperimentazione prototipale di modelli tecnologici integrati finalizzati al rafforzamento dei percorsi di simbiosi industriale, attraverso, ad esempio, la definizione di un approccio sistemico alla riduzione, riciclo e riuso degli scarti alimentari, allo sviluppo di sistemi di ciclo integrato delle acque e al riciclo delle materie prime;
  3. sistemi, strumenti e metodologie per lo sviluppo delle tecnologie per la fornitura, l’uso razionale e la sanificazione dell’acqua;
  4. strumenti tecnologici innovativi in grado di aumentare il tempo di vita dei prodotti e di efficientare il ciclo produttivo;
  5. sperimentazione di nuovi modelli di packaging intelligente (smart packaging) che prevedano anche l’utilizzo di materiali recuperati;
  6. sistemi di selezione del materiale multileggero, al fine di aumentare le quote di recupero e di riciclo di materiali piccoli e leggeri.

In particolare, vengono supportati i progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale delle imprese, anche in partenariato tra loro o con organismi di ricerca, di importo non inferiore a 500mila euro e non superiore a 2 milioni di euro, nei diversi settori dell’economia circolare individuati dal bando.

Filiera Corta

La filiera corta come acceleratore per un sistema alimentare sostenibile

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Scegliere il cibo la cui produzione, distribuzione e consumo rispetta l’ambiente, i diritti dei lavoratori e del consumatore è un’azione che va verso la sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

Sin dall’inizio degli anni 2000, in tutta Europa si sono iniziate a verificare, nel settore agroalimentare, delle spinte verso uno sviluppo sostenibile. Le famiglie contadine cominciarono ad adottare pratiche per migliorare la loro qualità della vita seguendo strategie fondamentalmente diverse dall’approccio impiegato dai processi di modernizzazione.

Si è assistito, quindi, ad una riconfigurazione “di prossimità” con aziende che hanno scommesso sempre più su un modello di filiera corta sostenibile. Le aziende, infatti, si sono dedicate alla ricerca di soluzioni innovative nella prevenzione e gestione delle eccedenze alimentari adottando modelli di economia circolare che puntavano alla sostenibilità sociale e ambientale.

Cos’è e come funziona la “filiera corta”

La filiera agroalimentare è un sistema molto articolato, composto da materie prime, tecnologie, attività produttive, risorse e imprese che creano, trasformano e commercializzano i prodotti agroalimentari.

Si parla di filiera corta per indicare un sistema di distribuzione dei prodotti che utilizza un numero ridotto di attori, come ad esempio la filiera dei prodotti freschi. Di solito più corta è la filiera, più lo sviluppo delle economie locali viene promosso.

La filiera corta è un valore aggiunto per le aziende alimentari poiché, grazie ad essa, le aziende riescono ad assicurare un’altissima qualità dei prodotti. Ciò che viene venduto attraverso la vendita diretta o attraverso aziende a filiera corta è certamente fresco, non industriale, spesso più sano grazie all’uso contenuto di pesticidi o di prodotti conservanti strettamente necessari durante la lavorazione industriale.

I prodotti a filiera corta

I prodotti a filiera corta sono anche, molto spesso, espressione del territorio in cui nascono, quindi eccellenze gastronomiche o comunque prodotti che non vengono solitamente venduti nella grande distribuzione. Il binomio che si crea tra aziende e tessuto sociale circostante rende possibile una maggiore salvaguardia dell’ambiente ed un rafforzamento della biodiversità agricola.

Adottare il sistema della filiera corta del cibo significa dunque ridurre i passaggi tra produttore e consumatore; portare vantaggi al consumatore in termini di freschezza e qualità del prodotto; rientrare in contatto con molti ambiti del vivere quotidiano che sono collegati alla cultura del cibo come il legame con la natura; ridurre la necessità di ricorrere a lunghi trasporti inquinanti.

Risulta, dunque evidente, come nel concetto di “filiera corta” sia intrinseca oltre ad un’idea di prossimità geografica, anche e soprattutto una prossimità sociale che implica la capacità della catena di stabilire un canale di comunicazione tra produttore e consumatore.

La filiera corta a servizio dell’agricoltura urbana

Il concetto di prossimità intrinseco nella essenza del sistema di “filiera corta” è sempre più applicabile all’agricoltura peri-urbana. Lo sviluppo che ha interessato la filiera corta, durante questi anni, ha avuto un impatto importante anche in riferimento al recupero ed alla riqualificazione, in ottica di economia circolare, delle aree peri-urbane.

Le aree agricole peri-urbane si trovavano spesso in uno stato di diffuso degrado ed il loro recupero è stato fondamentale per l’ottenimento di un’agricoltura peri-urbana consistente e di qualità.

L’utilizzo della filiera corta nel settore alimentare può fornire risposte adeguate all’esigenza di produrre cibo più accessibile. Inoltre, la domanda di prodotti alimentari da luoghi vicini potrebbe contribuire a ridurne la destinazione energetica, con un effetto positivo sui prezzi alimentari. La valutazione ambientale, quindi, deve essere rigorosa e attenta, con un occhio anche ad altri aspetti, che vanno dalla biodiversità al paesaggio. Il consumo locale, in altri termini, non deve diventare una forma di chiusura e di protezionismo, ma una delle tante risposte che, integrate ad altre, possono contribuire a sviluppare comportamenti sociali ed alimentari più sostenibili anche nelle aree urbane.

Agroalimentare

Innovazioni nella filiera agroalimentare e attenzione alla biodiversità, l’Europa fa sul serio

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L’Unione Europea con il lancio delle strategie “Farm to Fork” e “Strategia Europea per la Biodiversità 2030”, dimostra massima attenzione per un radicale cambiamento nelle politiche in materia di natura e cibo e nella filiera agroalimentare.

Negli anni recenti intorno al cibo si è sviluppato un dibattito sempre più ampio e approfondito, in parallelo con la crescente consapevolezza degli elementi di crisi che il sistema agro-alimentare si trova a dover affrontare. Se da un lato l’innovazione tecnologica può aprire la strada a pratiche di produzione più sostenibili, dall’altro sistemi agricoli meno impattanti possono introdurre e veicolare forme di acquisto più attente al rispetto della biodiversità.

Un obiettivo da raggiungere, secondo la Commissione Europea, attraverso una serie di azioni concrete come la riduzione dei prodotti chimici nell’agricoltura, la salvaguardia del 30% del territorio e dei mari, una sensibilizzazione sociale sulle criticità della produzione e del consumo eccessivo di carne (soprattutto in caso di allevamenti intensivi) e latticini.

Economia, ambiente, dinamiche di popolazione sono tutti temi che, sul cibo, hanno stimolato il confronto tra idee diverse che vanno, da una nuova rivoluzione tecnologica volta a sostenere percorsi di intensificazione produttiva, al dibattito sulle possibili produzioni post-carbon, al ripensamento di diete sostenibili dal punto di vista ambientale e della salute delle persone, fino ai temi della produzione locale, della riduzione dello spreco, della riduzione dell’impatto delle filiere agro-alimentari sui rifiuti prodotti.

La Strategia “Farm to Fork”

La Strategia “Farm to Fork” ovvero “dal campo alla tavola”, prevede, che: “I sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta” e che “la sostenibilità deve ora diventare l’obiettivo chiave da raggiungere”. La strategia “Farm to Fork” tocca molti aspetti della filiera, dall’agricoltura fino al modo in cui vengono etichettati gli alimenti. Essa dovrà contrastare i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, gli sprechi alimentari integrandosi con il Piano d’azione sull’economia circolare, e cogliere le opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche e dalla ricerca scientifica.

I principali obiettivi previsti dalla Strategia sono una riduzione del 50% dell’uso di pesticidi altamente pericolosi, una riduzione del 20% nell’uso di fertilizzanti e una riduzione del 50% dell’uso di antibiotici in agricoltura e acquacoltura, il tutto entro il 2030. Inoltre tra gli obiettivi rientrano anche l’impegno al raggiungimento del 25% della superficie agricola europea (Sau) in biologico; destinare il 10% delle aree agricole a infrastrutture verdi per la conservazione della natura, in coerenza con la Strategia 2030 per la Biodiversità; e la riduzione dello spreco alimentare.

La Strategia “Farm to Fork” rappresenta, dunque, il piano decennale messo a punto dalla Commissione europea per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente. Il progetto di una politica alimentare che proponga misure e obiettivi che coinvolgono l’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo costituisce uno sforzo deciso da parte dell’Unione Europea che pone come suo specifico obiettivo quello di rendere i sistemi alimentari europei più sostenibili di quanto lo siano oggi.

Cosa prevede la Strategia “Biodiversità 2030”

La Strategia per la biodiversità riguarda l’elaborazione, ogni due anni, di un rapporto sull’attuazione e l’efficacia della Strategia stessa. A tal fine è stato predisposto un set preliminare di: 10 indicatori che mirano a rappresentare e valutare lo stato della biodiversità in Europa, che riguarderanno l’individuazione delle principali minacce e/o criticità per la biodiversità emerse nell’ambito della stessa area di lavoro; l’identificazione di obiettivi specifici per contrastare tali minacce; la definizione delle priorità d’intervento sulla base degli strumenti d’intervento, in particolare:

La nuova strategia si pone l’ obiettivo di stabilire aree protette per almeno il 30% del mare ed il 30% della terra in Europa; il ripristino degli ecosistemi degradati terrestri e marini in tutta Europa attraverso l’utilizzo di agricoltura sostenibile; l’arresto del declino degli impollinatori; il ripristino di almeno 25.000 km di fiumi Europei ad uno stato di corrente libera; la riduzione dell’uso e del rischio di pesticidi del 50%; la piantagione di 3 miliardi di alberi entro il 2030.

Inoltre la Strategia prevede anche la destinazione del 10% dei terreni agricoli a elementi di biodiversità come siepi e fasce fiorite per migliorare la sostenibilità dell’agricoltura; l’introduzione di obiettivi vincolanti per ripristinare ecosistemi cruciali su larga scala come torbiere, zone umide, foreste ed ecosistemi marini, tutti vitali per la biodiversità nonché per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici; la riduzione al minimo dell’uso di biomassa, come gli alberi, a fini energetici.

Nel segno della continuità d’azione…

L’Unione Europea, sulle basi del successo ottenuto dall’esperienza di Horizon 2020, nell’ambito delle norme e finanziamenti europei per una filiera agroalimentare sostenibile, con Horizon Europe, il nuovo programma 2021-20207 destinato alla ricerca e all’innovazione, proporrà investimenti nella ricerca innovativa sugli alimenti, sulla bio-economia, sulle risorse naturali, sull’agricoltura, sulla pesca, sull’acquacoltura e l’ambiente e sull’uso delle tecnologie digitali applicate anche al settore agro-alimentare.

La ricerca e l’innovazione sono i fattori chiave per una transizione verso sistemi alimentari sostenibili, sani e inclusivi  il Fondo InvestEU istituito dalla Commissione Europea con la Banca Europea per gli Investimenti (Bei), promuoverà gli investimenti nel settore agroalimentare riducendo il rischio degli investimenti effettuati dalle società europee e agevolando maggiormente l’accesso ai finanziamenti per le imprese, favorendo così quelli che sono i principi di una finanza etica e sostenibile.

Tutto ciò per conseguire gli obiettivi ambiziosi delle strategie. La Commissione europea svilupperà inoltre le alleanze verdi sui sistemi alimentari sostenibili per rispondere alle sfide in diverse parti del mondo e si impegnerà per conseguire risultati ambiziosi in occasione del vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari del 2021, come l’istituzione di un quadro normativo generale per una filiera agroalimentare sostenibile che contribuirà ad alzare gli standard.

Ecco perché l’approvazione delle due Strategie rappresenta una prima mossa importante dell’Unione Europea in materia di biodiversità e di filiera agro-alimentare, nell’ambito dell’European Green Deal. La strategia “Biodiversità 2030” e la Strategia europea “Farm to Fork” (sulla filiera agroalimentare) capisaldi dell’European Green Deal dovranno viaggiare sullo stesso binario e quindi dovranno essere portate avanti insieme.

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l’Europa e per il mondo. Per superare queste sfide, l’Europa ha bisogno di una nuova strategia per la crescita che trasformi l’Unione in un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva in cui poter promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un’economia pulita e circolare.

Agricoltura

Economia circolare: dall’agricoltura possono derivare importanti risorse

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La FAO ha stimato che almeno il 30% degli alimenti commestibili prodotti destinati al consumo umano viene perso o sprecato a livello globale lungo tutta la catena dalla produzione al consumo.

Il modello di produzione industriale del settore alimentare non utilizza le risorse in modo efficiente e, con l’aumento di popolazione previsto per i prossimi anni, sarà sempre peggio. Le dimensioni di questo settore sono già notevoli, basti pensare che il 50% della terra abitabile del pianeta e il 70% della domanda di acqua dolce vengono assorbiti dall’agricoltura”. E’ quanto scritto da Nick Jeffries nel suo articolo ”l’economia circolare per il cibo: 5 casi studio” pubblicato su Medium.

Jeffries rileva che “la produzione alimentare può essere suddivisa in due tipologie, la prima è la catena industriale che produce il 30% di cibo utilizzando il 70% di risorse, e la seconda, più sostenibile, è il sistema dei piccoli agricoltori che, al contrario, producono il 70% di cibo utilizzando il 30% di risorse”.

L’agricoltura, dunque, rappresenta un importante bacino per l’economia circolare. Dal settore primario, infatti, derivano molte e diverse risorse rinnovabili come ad esempio reflui urbani, zootecnici, scarti alimentari e delle colture, tutti utilizzabili per il recupero di elementi che giocano un ruolo centrale per il suolo (fosforo, azoto e potassio, biogas ecc.), comportando effetti benefici per l’ambiente come la riduzione delle emissioni di CO2.

Sempre più verso un’agricoltura sostenibile.

Per agricoltura sostenibile (anche detta eco-compatibile o integrata) si intende il rispetto dei criteri di sostenibilità nella produzione agricola e agroalimentare privilegiando quei processi naturali che consentono di preservare la “risorsa ambiente”.

Soddisfare il fabbisogno attuale di alimenti e tessuti senza compromettere la capacità da parte delle generazioni future di soddisfare a loro volta il proprio fabbisogno.

Abbandonare l’uso dell’agricoltura intensiva, che è diventata una macchina industriale centralizzata, ad alto impatto ambientale, è prioritario. Essa produce infatti un decimo dei gas serra (se si calcolano gli allevamenti il conto sale molto) ed è un fattore determinante nella perdita di biodiversità, nell’erosione del suolo, nello stravolgimento del ciclo idrico.

Per creare le condizioni adeguate a uno sviluppo sostenibile, sarà necessario procedere a cambiamenti radicali nella politica agricola, ambientale e macroeconomica, a livello nazionale e internazionale.

Il documento della FAO

Nel 2018, la FAO ha approfondito ulteriormente il tema con il documento “Transforming Food and Agriculture to Achieve the SDGs” (Trasformare il settore alimentare e agricolo per raggiungere gli SDG), per favorire un approccio integrato alla sostenibilità in agricoltura in riferimento ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Sustainable Development Goals – SDG).

Le 20 azioni raccomandate vanno dalla pratica del riciclo e riuso alla resilienza nei confronti degli eventi estremi, includendo la protezione della biodiversità e la tutela degli agricoltori.

L’agricoltura di piccola scala

Inoltre, per riportare l’agricoltura nei binari della sostenibilità serve un uso maggiore dell’ “agricoltura di piccola scala” ossia una produzione almeno del 50% degli alimenti totali usando solo il 25% dei terreni agricoli. Alcuni studi dimostrano, infatti, che le filiere corte, biologiche, locali, consentono di ridurre gli sprechi preconsumo fino al 5% rispetto al 40% dei sistemi agroindustriali.

Chi si rifornisce solo in reti alimentari alternative spreca un decimo rispetto a chi usa solo canali convenzionali; i sistemi di agricoltura supportati da comunità riducono gli sprechi al 7% contro il 55% dei sistemi di grande distribuzione.

Insomma lo scenario all’interno del quale i consumatori attualmente effettuano le loro scelte alimentari di routine non è particolarmente favorevole a modelli di consumo più sostenibili, e per questo occorre cambiare.

Città e cibo: un vincolo ormai indissolubile.

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Sfide e opportunità che le città offrono per realizzare un sistema alimentare più sostenibile. Cosa dice il rapporto “Cities and circular economy for food”.

Prevedere una drastica riduzione degli sprechi alimentari, riutilizzo dei sottoposti alimentari e una produzione di cibo in grado di rigenerare i sistemi naturali, sono i concetti base da cui si deve partire per applicare l’economia circolare al settore dell’agro-food.

Sono tre le azioni principali dalle quali partire individuate dalla Ellen MacArthur Foundation, nel rapporto intitolato “Cities and circular economy for food”.

Cibo prodotto in modo rigenerativo e locale.

Dal momento che l’80% del cibo sarà consumato nelle città entro il 2050, le città possono influenzare in modo significativo il modo in cui il cibo viene coltivato, in particolare interagendo con i produttori nei loro dintorni peri-urbani e rurali. Approcci rigenerativi alla produzione alimentare assicureranno che il cibo che entra nelle città venga coltivato in modo da migliorare piuttosto che degradare l’ambiente, oltre a creare molti altri benefici sistemici.

Nel rapporto, la produzione di cibo rigenerativo è considerata in senso lato come un insieme di qualsiasi tecnica di produzione che migliora la salute generale dell’ecosistema locale. Esempi di pratiche rigenerative includono il passaggio dai fertilizzanti sintetici a quelli organici, l’impiego della rotazione delle colture e l’utilizzo di maggiori variazioni delle colture per promuovere la biodiversità. Tipi di allevamento come agroecologia, pascolo a rotazione, agroforestry, agricoltura di conservazione e permacultura rientrano tutti in questa definizione.

Inoltre le pratiche rigenerative supportano lo sviluppo di terreni sani, che possono portare a cibi con gusto e contenuto di micronutrienti migliorati. Sarà, dunque, essenziale collaborare con gli agricoltori e premiarli per l’adozione di questi approcci benefici. Parallelamente, le città possono utilizzare sistemi agricoli urbani circolari, come quelli che combinano l’acquacoltura indoor con la produzione idroponica di ortaggi nei circuiti locali.

Il dibattito sull’approvvigionamento locale

La fattibilità e i vantaggi dell’aumento dell’approvvigionamento locale sono stati oggetto di un intenso dibattito e mentre l’agricoltura urbana può fornire alle città frutta e verdura, attualmente è limitata nella sua capacità di soddisfare i più ampi bisogni nutrizionali delle persone. Tuttavia, le città possono reperire notevoli quantità di cibo dalle loro aree peri-urbane (definite nel rapporto come l’area entro 20 km dalle città), che già detengono il 40% delle terre coltivate del mondo.

Il ricollegamento delle città con la loro produzione alimentare locale sostiene lo sviluppo di un sistema agricolo distribuito e rigenerativo. Consente alle città di aumentare la resilienza delle loro forniture alimentari facendo affidamento su una gamma più diversificata di fornitori (locali e globali) e sostiene le varietà di colture autoctone.

Inoltre offre agli abitanti delle città l’opportunità di rafforzare la loro connessione con il cibo e gli agricoltori che lo coltivano, aumentando spesso la probabilità che le persone richiedano cibo coltivato usando pratiche rigenerative a beneficio dell’ambiente locale e della propria salute. L’approvvigionamento locale può anche ridurre la necessità di imballaggi in eccesso e ridurre le catene di distribuzione.

Ottenere il massimo dal cibo.

E’ necessario garantire che tutti i sottoprodotti del cibo siano utilizzati al meglio, adoperandoli ad esempio come fertilizzanti, evitare che il cibo in eccesso venga smaltito, ridistribuendolo per aiutare a combattere l’insicurezza alimentare.

Le città possono svolgere un ruolo importante nello stimolare il passaggio a un sistema alimentare fondamentalmente diverso, nel quale andiamo oltre la semplice riduzione degli sprechi alimentari evitabili e la definizione del concetto di “spreco”.

Come luogo in cui finisce la maggior parte del cibo, le città possono garantire che i sottoprodotti inevitabili vengano utilizzati al loro massimo valore, trasformandoli in nuovi prodotti che vanno dai fertilizzanti organici e dai biomateriali alla medicina e alla bioenergia.

Piuttosto che una destinazione finale per il cibo, le città possono diventare veri e propri centri in cui i sottoprodotti alimentari si trasformano in una vasta gamma di materiali preziosi, guidando nuovi flussi di entrate in una fiorente bioeconomia.

Progettare e commercializzare alimenti più sani.

Il marketing alimentare deve farla da padrona promuovendo alimenti prodotti in maniera sana.

In un’economia circolare, i prodotti alimentari sono progettati non solo per essere salutari dal punto di vista nutrizionale, ma anche per il modo in cui sono prodotti. Dai cereali per la colazione ai pasti da asporto, una parte significativa del cibo consumato oggi è stata progettata in qualche modo da marchi alimentari, rivenditori, ristoranti, scuole, ospedali e altri fornitori. Queste organizzazioni hanno modellato le nostre preferenze e abitudini alimentari per decenni, in particolare nelle città, e ora possono aiutare a riorientarle per supportare i sistemi alimentari rigenerativi.

I designer possono anche sviluppare prodotti e ricette che utilizzano i sottoprodotti alimentari come ingredienti e che, ad esempio evitando determinati additivi, possono essere tranquillamente restituiti al suolo o valorizzati nella più ampia bioeconomia.

In questo modo i food designer possono svolgere il proprio ruolo nella progettazione degli sprechi alimentari e il marketing può posizionare questi prodotti deliziosi e salutari come scelte facili e accessibili per le persone su base giornaliera.

Approccio olistico nel settore dell’agro-food

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Ogni anno lo spreco alimentare in Europa arriva a 100 tonnellate. Ciò provoca conseguenze negative per l’impatto economico, ambientale e sociale.

Non c’è dubbio, anche il settore agroalimentare necessita di un approccio diverso da quello tradizionale. Serve modificare i principi attualmente utilizzati nei convenzionali modelli economici e produttivi. Occorre passare dal principio dell’economia lineare che consiste nel “prendere-produrre-consumare-scartare” a quello di economia circolare. Solo in tal modo diventa possibile ridurre le perdite alimentari lungo le catene di approvvigionamento e produzione, migliorare la conservazione dei cibi sugli scaffali grazie a un packaging intelligente e monitorare gli sprechi.

Inoltre grazie all’attuazione dei principi dell’economia circolare, “ridurre-riciclare-riusare”, il sistema alimentare beneficerebbe della riduzione della quantità di rifiuti generati nel sistema stesso, del riutilizzo degli alimenti, dell’utilizzo di sottoprodotti e rifiuti alimentari, del riciclo dei nutrienti e dei cambiamenti negli stili alimentari verso modelli più efficienti.

Il ruolo del sistema agroalimentare

Quindi è quanto mai necessario, affinché tutto ciò possa realizzarsi, che tutti gli attori del sistema agroalimentare, dai produttori ai consumatori, svolgano un ruolo attivo iniziando ad abbandonare l’idea che la crescita economica possa essere basata sull’abbondanza di risorse e sullo smaltimento illimitato dei rifiuti.

Per rendere attuabile il concetto dell’economia circolare è fondamentale dunque che si facciano passi in avanti nell’uso delle tecnologie e delle infrastrutture e che si sensibilizzino e guidino i consumatori verso scelte alimentari più sostenibili.

Serve una rivoluzione culturale…e non solo.

Maggiore consapevolezza da parte dei consumatori e sistemi produttivi tecnologicamente migliori sono indispensabili per porre in essere i principi dell’economia circolare nel settore agro-alimentare.

I consumatori devono comprendere che lo spreco alimentare non è accettabile, soprattutto in una società che ha bisogno di aumentare nei prossimi anni la produzione di cibo per sfamare la crescente popolazione.

Anche i produttori devono fare la loro parte. Gli sprechi e le perdite di cibo, infatti, avvengono durante tutte le fasi della catena di approvvigionamento del cibo, nella fase produttiva, in quella distributiva e soprattutto nella fase del consumo.

Lo spreco di cibo

Diretta conseguenza dello spreco di cibo è, infatti, oltre allo spreco anche della terra, dell’acqua, dei fertilizzanti che sono stati necessari per la sua produzione, ed alle emissioni di gas serra prodotte,  anche l’inquinamento e lo sfruttamento dell’ambiente.

In Europa si sprecano, in media, circa 180 kg di cibo pro-capite all’anno mentre in Italia se ne sprecano circa 149 kg pro-capite l’anno. E’ evidente che lo spreco alimentare rappresenta il paradosso più drammatico che la trasformazione del cibo in una vera e propria merce, forse la più globalizzata di tutte, ha comportato.

E per quanto risulti ancora complicato giungere ad una completa misurazione del fenomeno, è quanto prima necessario agire in maniera concreta affinché si eviti o quantomeno si riduca significativamente la quantità di cibo che invece di arrivare al consumo umano viene sprecato e perso nel corso della filiera alimentare dal campo allo smaltimento.

Si tratta di una quantità spaventosa – circa 1,3 miliardi di tonnellate – che se equamente redistribuita sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno di una popolazione quattro volte superiore a quella che oggi soffre di malnutrizione.

Trasformare la catena alimentare seguendo i criteri dell’economia circolare e avendo una visione olistica del sistema agroalimentare, anche grazie all’utilizzo di innovazioni tecnologiche, consentirebbe di evitare questi sprechi e perdite di cibo e favorirebbe la sostenibilità del sistema stesso.

La necessità di una transizione verso modelli alimentari più sostenibili

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Il cambiamento da un’economia lineare ad una di tipo circolare è opportuno anche nel sistema alimentare e coinvolge tutti… dalle imprese ai consumatori.

Il concetto di economia circolare sta acquisendo, nella società odierna, sempre maggior attenzione. Ciò è dovuto sia alla necessità di dover affrontare, in maniera urgente, la crescente scarsità di risorse sia alle pressioni ambientali legate al modello economico lineare e si spera che lo spostamento verso un’economia circolare, con l’utilizzo di approcci innovativi, possa avere ripercussioni favorevoli su diversi settori dell’economia.

La sfida che si pone l’economia circolare è quella di riuscire a superare l’attuale modello economico lineare, considerando il ciclo di vita di un prodotto in maniera integrata. Favorire un modello di economia circolare non solo significa ridurre la produzione di rifiuti, ma anche valorizzare ciò che da molti è considerato un rifiuto per impiegarlo nella produzione di nuove merci.

La Commissione europea ha adottato un ambizioso pacchetto di misure sull’economia circolare per la transizione di imprese e consumatori verso sistemi economici più sostenibili. Questo concetto pone una serie di domande su come gli attori dello sviluppo possano effettivamente valutare la transizione e monitorare i progressi verso gli obiettivi a lungo termine.

Il piano d’azione suggerito per l´economia circolare dalla Commissione Europea definisce l’economia circolare come “un’economia in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse viene mantenuto il più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo“.

Occorre cambiare il sistema di produzione alimentare

Con la costante crescita della popolazione, sta emergendo sempre di più il fallimento dell’attuale sistema di produzione alimentare, che sta causando gravi crisi ambientali e sociali. L’attuale impostazione dei sistemi di produzione alimentare causa, infatti, enormi danni all’ambiente e porterà in breve tempo a conseguenze negative anche per la salute umana.

Dallo sfruttamento delle fonti energetiche non rinnovabili fino alle emissioni di gas serra di cui è responsabile l’industria agroalimentare, non dimenticando l’inquinamento derivante da pesticidi, il processo di deforestazione e di degradazione del capitale naturale, e infine lo spreco alimentare, sono tutti esempi concreti di come l’odierno sistema di produzione alimentare non si possa definire “sostenibile”.

Per questo motivo occorre ridisegnare il sistema alimentare globale utilizzando quelle che sono le regole dell’economia circolare, garantendo in tal modo cibo nutriente alla popolazione mondiale conservando quel rispetto per l’ambiente che ci consenta di vivere in un mondo sostenibile.

Molto importante in tal senso è la consapevolezza e l’azione dei vari protagonisti interessati in questa “rivoluzione circolare”. Dalle organizzazioni internazionali (FAO; Commissione Europea; ecc..) alle Fondazioni (su tutte la Ellen MacArthur Foundation) alle imprese fino ai singoli consumatori. Tutti devono dare il proprio contributo affinchè la società intera sia giustamente sensibilizzata.

Il cibo come processo per un modello di economia circolare

Pensare al cibo in una dinamica circolare non è una eresia.

Il cibo è da sempre collegato in maniera intrinseca alla sopravvivenza dell’uomo ed al suo benessere, alla sopravvivenza della collettività ed a quella del Pianeta. Ciò risulta fondamentale nello sviluppo di un processo di economia circolare in quanto proprio la relazione esistente tra cibo-uomo-comunità è alla base della possibile costruzione di un futuro sostenibile.

Le città sono sempre più abitate ed entro il 2050, secondo il report Cities and Circular Economy for Food, presentato a Davos dalla Ellen MacArthur Foundation, l’80% del cibo verrà consumato proprio nelle città.

Ecco perché una trasformazione radicale del modo in cui il cibo viene prodotto, consumato e distribuito insieme ad una nuova impostazione dei sistemi alimentari urbani produrrebbe un effetto di grande rilievo sotto l’aspetto sociale, economico ed ambientale.