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Simone Martino

Città e cibo: un vincolo ormai indissolubile.

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Sfide e opportunità che le città offrono per realizzare un sistema alimentare più sostenibile. Cosa dice il rapporto “Cities and circular economy for food”.

Prevedere una drastica riduzione degli sprechi alimentari, riutilizzo dei sottoposti alimentari e una produzione di cibo in grado di rigenerare i sistemi naturali, sono i concetti base da cui si deve partire per applicare l’economia circolare al settore dell’agro-food.

Sono tre le azioni principali dalle quali partire individuate dalla Ellen MacArthur Foundation, nel rapporto intitolato “Cities and circular economy for food”.

Cibo prodotto in modo rigenerativo e locale.

Dal momento che l’80% del cibo sarà consumato nelle città entro il 2050, le città possono influenzare in modo significativo il modo in cui il cibo viene coltivato, in particolare interagendo con i produttori nei loro dintorni peri-urbani e rurali. Approcci rigenerativi alla produzione alimentare assicureranno che il cibo che entra nelle città venga coltivato in modo da migliorare piuttosto che degradare l’ambiente, oltre a creare molti altri benefici sistemici.

Nel rapporto, la produzione di cibo rigenerativo è considerata in senso lato come un insieme di qualsiasi tecnica di produzione che migliora la salute generale dell’ecosistema locale. Esempi di pratiche rigenerative includono il passaggio dai fertilizzanti sintetici a quelli organici, l’impiego della rotazione delle colture e l’utilizzo di maggiori variazioni delle colture per promuovere la biodiversità. Tipi di allevamento come agroecologia, pascolo a rotazione, agroforestry, agricoltura di conservazione e permacultura rientrano tutti in questa definizione.

Inoltre le pratiche rigenerative supportano lo sviluppo di terreni sani, che possono portare a cibi con gusto e contenuto di micronutrienti migliorati. Sarà, dunque, essenziale collaborare con gli agricoltori e premiarli per l’adozione di questi approcci benefici. Parallelamente, le città possono utilizzare sistemi agricoli urbani circolari, come quelli che combinano l’acquacoltura indoor con la produzione idroponica di ortaggi nei circuiti locali.

Il dibattito sull’approvvigionamento locale

La fattibilità e i vantaggi dell’aumento dell’approvvigionamento locale sono stati oggetto di un intenso dibattito e mentre l’agricoltura urbana può fornire alle città frutta e verdura, attualmente è limitata nella sua capacità di soddisfare i più ampi bisogni nutrizionali delle persone. Tuttavia, le città possono reperire notevoli quantità di cibo dalle loro aree peri-urbane (definite nel rapporto come l’area entro 20 km dalle città), che già detengono il 40% delle terre coltivate del mondo.

Il ricollegamento delle città con la loro produzione alimentare locale sostiene lo sviluppo di un sistema agricolo distribuito e rigenerativo. Consente alle città di aumentare la resilienza delle loro forniture alimentari facendo affidamento su una gamma più diversificata di fornitori (locali e globali) e sostiene le varietà di colture autoctone.

Inoltre offre agli abitanti delle città l’opportunità di rafforzare la loro connessione con il cibo e gli agricoltori che lo coltivano, aumentando spesso la probabilità che le persone richiedano cibo coltivato usando pratiche rigenerative a beneficio dell’ambiente locale e della propria salute. L’approvvigionamento locale può anche ridurre la necessità di imballaggi in eccesso e ridurre le catene di distribuzione.

Ottenere il massimo dal cibo.

E’ necessario garantire che tutti i sottoprodotti del cibo siano utilizzati al meglio, adoperandoli ad esempio come fertilizzanti, evitare che il cibo in eccesso venga smaltito, ridistribuendolo per aiutare a combattere l’insicurezza alimentare.

Le città possono svolgere un ruolo importante nello stimolare il passaggio a un sistema alimentare fondamentalmente diverso, nel quale andiamo oltre la semplice riduzione degli sprechi alimentari evitabili e la definizione del concetto di “spreco”.

Come luogo in cui finisce la maggior parte del cibo, le città possono garantire che i sottoprodotti inevitabili vengano utilizzati al loro massimo valore, trasformandoli in nuovi prodotti che vanno dai fertilizzanti organici e dai biomateriali alla medicina e alla bioenergia.

Piuttosto che una destinazione finale per il cibo, le città possono diventare veri e propri centri in cui i sottoprodotti alimentari si trasformano in una vasta gamma di materiali preziosi, guidando nuovi flussi di entrate in una fiorente bioeconomia.

Progettare e commercializzare alimenti più sani.

Il marketing alimentare deve farla da padrona promuovendo alimenti prodotti in maniera sana.

In un’economia circolare, i prodotti alimentari sono progettati non solo per essere salutari dal punto di vista nutrizionale, ma anche per il modo in cui sono prodotti. Dai cereali per la colazione ai pasti da asporto, una parte significativa del cibo consumato oggi è stata progettata in qualche modo da marchi alimentari, rivenditori, ristoranti, scuole, ospedali e altri fornitori. Queste organizzazioni hanno modellato le nostre preferenze e abitudini alimentari per decenni, in particolare nelle città, e ora possono aiutare a riorientarle per supportare i sistemi alimentari rigenerativi.

I designer possono anche sviluppare prodotti e ricette che utilizzano i sottoprodotti alimentari come ingredienti e che, ad esempio evitando determinati additivi, possono essere tranquillamente restituiti al suolo o valorizzati nella più ampia bioeconomia.

In questo modo i food designer possono svolgere il proprio ruolo nella progettazione degli sprechi alimentari e il marketing può posizionare questi prodotti deliziosi e salutari come scelte facili e accessibili per le persone su base giornaliera.

Approccio olistico nel settore dell’agro-food

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Ogni anno lo spreco alimentare in Europa arriva a 100 tonnellate. Ciò provoca conseguenze negative per l’impatto economico, ambientale e sociale.

Non c’è dubbio, anche il settore agroalimentare necessita di un approccio diverso da quello tradizionale. Serve modificare i principi attualmente utilizzati nei convenzionali modelli economici e produttivi. Occorre passare dal principio dell’economia lineare che consiste nel “prendere-produrre-consumare-scartare” a quello di economia circolare. Solo in tal modo diventa possibile ridurre le perdite alimentari lungo le catene di approvvigionamento e produzione, migliorare la conservazione dei cibi sugli scaffali grazie a un packaging intelligente e monitorare gli sprechi.

Inoltre grazie all’attuazione dei principi dell’economia circolare, “ridurre-riciclare-riusare”, il sistema alimentare beneficerebbe della riduzione della quantità di rifiuti generati nel sistema stesso, del riutilizzo degli alimenti, dell’utilizzo di sottoprodotti e rifiuti alimentari, del riciclo dei nutrienti e dei cambiamenti negli stili alimentari verso modelli più efficienti.

Il ruolo del sistema agroalimentare

Quindi è quanto mai necessario, affinché tutto ciò possa realizzarsi, che tutti gli attori del sistema agroalimentare, dai produttori ai consumatori, svolgano un ruolo attivo iniziando ad abbandonare l’idea che la crescita economica possa essere basata sull’abbondanza di risorse e sullo smaltimento illimitato dei rifiuti.

Per rendere attuabile il concetto dell’economia circolare è fondamentale dunque che si facciano passi in avanti nell’uso delle tecnologie e delle infrastrutture e che si sensibilizzino e guidino i consumatori verso scelte alimentari più sostenibili.

Serve una rivoluzione culturale…e non solo.

Maggiore consapevolezza da parte dei consumatori e sistemi produttivi tecnologicamente migliori sono indispensabili per porre in essere i principi dell’economia circolare nel settore agro-alimentare.

I consumatori devono comprendere che lo spreco alimentare non è accettabile, soprattutto in una società che ha bisogno di aumentare nei prossimi anni la produzione di cibo per sfamare la crescente popolazione.

Anche i produttori devono fare la loro parte. Gli sprechi e le perdite di cibo, infatti, avvengono durante tutte le fasi della catena di approvvigionamento del cibo, nella fase produttiva, in quella distributiva e soprattutto nella fase del consumo.

Lo spreco di cibo

Diretta conseguenza dello spreco di cibo è, infatti, oltre allo spreco anche della terra, dell’acqua, dei fertilizzanti che sono stati necessari per la sua produzione, ed alle emissioni di gas serra prodotte,  anche l’inquinamento e lo sfruttamento dell’ambiente.

In Europa si sprecano, in media, circa 180 kg di cibo pro-capite all’anno mentre in Italia se ne sprecano circa 149 kg pro-capite l’anno. E’ evidente che lo spreco alimentare rappresenta il paradosso più drammatico che la trasformazione del cibo in una vera e propria merce, forse la più globalizzata di tutte, ha comportato.

E per quanto risulti ancora complicato giungere ad una completa misurazione del fenomeno, è quanto prima necessario agire in maniera concreta affinché si eviti o quantomeno si riduca significativamente la quantità di cibo che invece di arrivare al consumo umano viene sprecato e perso nel corso della filiera alimentare dal campo allo smaltimento.

Si tratta di una quantità spaventosa – circa 1,3 miliardi di tonnellate – che se equamente redistribuita sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno di una popolazione quattro volte superiore a quella che oggi soffre di malnutrizione.

Trasformare la catena alimentare seguendo i criteri dell’economia circolare e avendo una visione olistica del sistema agroalimentare, anche grazie all’utilizzo di innovazioni tecnologiche, consentirebbe di evitare questi sprechi e perdite di cibo e favorirebbe la sostenibilità del sistema stesso.

La necessità di una transizione verso modelli alimentari più sostenibili

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Il cambiamento da un’economia lineare ad una di tipo circolare è opportuno anche nel sistema alimentare e coinvolge tutti… dalle imprese ai consumatori.

Il concetto di economia circolare sta acquisendo, nella società odierna, sempre maggior attenzione. Ciò è dovuto sia alla necessità di dover affrontare, in maniera urgente, la crescente scarsità di risorse sia alle pressioni ambientali legate al modello economico lineare e si spera che lo spostamento verso un’economia circolare, con l’utilizzo di approcci innovativi, possa avere ripercussioni favorevoli su diversi settori dell’economia.

La sfida che si pone l’economia circolare è quella di riuscire a superare l’attuale modello economico lineare, considerando il ciclo di vita di un prodotto in maniera integrata. Favorire un modello di economia circolare non solo significa ridurre la produzione di rifiuti, ma anche valorizzare ciò che da molti è considerato un rifiuto per impiegarlo nella produzione di nuove merci.

La Commissione europea ha adottato un ambizioso pacchetto di misure sull’economia circolare per la transizione di imprese e consumatori verso sistemi economici più sostenibili. Questo concetto pone una serie di domande su come gli attori dello sviluppo possano effettivamente valutare la transizione e monitorare i progressi verso gli obiettivi a lungo termine.

Il piano d’azione suggerito per l´economia circolare dalla Commissione Europea definisce l’economia circolare come “un’economia in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse viene mantenuto il più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo“.

Occorre cambiare il sistema di produzione alimentare

Con la costante crescita della popolazione, sta emergendo sempre di più il fallimento dell’attuale sistema di produzione alimentare, che sta causando gravi crisi ambientali e sociali. L’attuale impostazione dei sistemi di produzione alimentare causa, infatti, enormi danni all’ambiente e porterà in breve tempo a conseguenze negative anche per la salute umana.

Dallo sfruttamento delle fonti energetiche non rinnovabili fino alle emissioni di gas serra di cui è responsabile l’industria agroalimentare, non dimenticando l’inquinamento derivante da pesticidi, il processo di deforestazione e di degradazione del capitale naturale, e infine lo spreco alimentare, sono tutti esempi concreti di come l’odierno sistema di produzione alimentare non si possa definire “sostenibile”.

Per questo motivo occorre ridisegnare il sistema alimentare globale utilizzando quelle che sono le regole dell’economia circolare, garantendo in tal modo cibo nutriente alla popolazione mondiale conservando quel rispetto per l’ambiente che ci consenta di vivere in un mondo sostenibile.

Molto importante in tal senso è la consapevolezza e l’azione dei vari protagonisti interessati in questa “rivoluzione circolare”. Dalle organizzazioni internazionali (FAO; Commissione Europea; ecc..) alle Fondazioni (su tutte la Ellen MacArthur Foundation) alle imprese fino ai singoli consumatori. Tutti devono dare il proprio contributo affinchè la società intera sia giustamente sensibilizzata.

Il cibo come processo per un modello di economia circolare

Pensare al cibo in una dinamica circolare non è una eresia.

Il cibo è da sempre collegato in maniera intrinseca alla sopravvivenza dell’uomo ed al suo benessere, alla sopravvivenza della collettività ed a quella del Pianeta. Ciò risulta fondamentale nello sviluppo di un processo di economia circolare in quanto proprio la relazione esistente tra cibo-uomo-comunità è alla base della possibile costruzione di un futuro sostenibile.

Le città sono sempre più abitate ed entro il 2050, secondo il report Cities and Circular Economy for Food, presentato a Davos dalla Ellen MacArthur Foundation, l’80% del cibo verrà consumato proprio nelle città.

Ecco perché una trasformazione radicale del modo in cui il cibo viene prodotto, consumato e distribuito insieme ad una nuova impostazione dei sistemi alimentari urbani produrrebbe un effetto di grande rilievo sotto l’aspetto sociale, economico ed ambientale.