Una sera in Via Cesare da Sesto, e quello che racconta
Entri da Sakeya e la prima cosa che senti è il fumo. Non un fumo fastidioso da frittura — un fumo pulito, di brace, che porta con sé l’odore della carne che si sigilla su una griglia a carbone. La griglia è lì, in bella vista dall’ingresso, come se il ristorante non volesse nascondere niente di quello che fa. A sinistra, una parete intera dedicata al sakè: oltre 150 etichette, aggiornate ogni settimana, ordinate con una logica che il sommelier è pronto a spiegare con la stessa precisione con cui un collega di sala francese vi spiegherebbe la carta dei Borgogna. Pochi tavoli, interni essenziali che rimandano ai bistrot giapponesi di Kyoto — quei posti dove si va per mangiare bene, non per essere visti.
La Guida Michelin ha inserito Sakeya nella sua selezione nell’aprile 2026, definendo il kushiyaki — gli spiedini di varie tagli cotti sulla fiamma viva vicino all’ingresso — come la vera specialità del locale. Non è un’aggiunta di cortesia alla lista stellata: è il riconoscimento di un posto che ha trovato una sua coerenza, una sua voce, che non tenta di essere qualcosa che non è. Uno chef nato a Kyoto, una cucina giapponese contemporanea che non si perde in ibridazioni forzate, un omakase di spiedini che può includere il filetto di wagyu cotto direttamente dal cliente sul carbone o piatti come il Gindara 2.0 — merluzzo con zenzero e yuzu — che mostrano un controllo tecnico sereno, senza ostentazione.
Ma Sakeya non è solo un ristorante riuscito. È un segnale. È la punta di un fenomeno che a Milano ha raggiunto una massa critica sufficiente per smettere di essere “moda giapponese” e diventare qualcosa di più strutturato: una presenza stabile nel paesaggio gastronomico della città, con una propria clientela fidelizzata, una propria narrativa, una propria funzione sociale. Il fenomeno si estende a Torino, Roma, Bologna — con tempi e intensità diverse — ma Milano resta il laboratorio più avanzato di questa trasformazione.

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Lo yakitori è uno street food umile per definizione. Spiedini di pollo — coscia, petto, cuore, fegato, pelle croccante — tagliati con precisione quasi matematica, cotti a una distanza precisa dalla brace, con una tecnica che richiede anni di pratica e un’attenzione quasi monastica. Non ha niente di glamour. Non ha la complessità visiva di un piatto stellato, non ha la narrativa romantica della cucina regionale italiana, non ha il fascino esotico di una cucina sconosciuta. Eppure funziona, a Milano, nel 2026, perché risponde a qualcosa di preciso che la ristorazione italiana fatica ancora ad articolare.
Il sakè come vino del pasto, non del brindisi
Una delle cose più interessanti di quello che sta succedendo nei ristoranti giapponesi di qualità nelle città italiane è il modo in cui il sakè viene proposto e consumato. Non come curiosità esotica, non come alternativa spiritosa al vino, non come bevanda del brindisi di fine pasto. Come vino del pasto: qualcosa da abbinare al cibo, da valutare in funzione di quello che si mangia, da scegliere in base al tipo di spiedino, al taglio della carne, alla presenza di salsa tare o di semplice sale marino.
Il sakè ha una struttura organolettica che si presta straordinariamente bene all’abbinamento con la cottura alla brace. Le sue sfumature di koji — quel profumo di cereale fermentato, leggermente muschiato, con note di frutto e acidità naturale — lavorano in sinergia con il Maillard della carne grigliata in un modo che molti vini bianchi italiani non riescono a fare. Non perché i vini bianchi italiani siano inferiori — è il contrario, spesso — ma perché il sakè porta una ricchezza di umami che si integra, non si contrappone. Con uno spiedino di coscia di pollo cotto al carbone, un junmai ginjo fruttato e pulito è spesso più convincente di un Greco di Tufo o di un Verdicchio, per quanto eccellenti.
Questa consapevolezza è lentamente diventata parte del lessico dei sommelier italiani più attenti. Qualche anno fa parlare di sakè in un contesto di ristorazione non giapponese era ancora un esercizio di nicchia. Oggi, con locali come Sakeya che dedicano una parete intera alle bottiglie e formano il personale con la stessa serietà con cui si forma un sommelier di vini europei, il sakè ha acquisito una dignità paritaria. Non è più la bevanda esotica che si beve perché si è “curiosi”: è la bevanda giusta per questo piatto, in questo momento, in questo posto.
Il livello di conoscenza che i sommelier di questi locali mostrano è in sé un fenomeno culturale. Saper distinguere un junmai daiginjo da un honjozo, spiegare perché un sakè non pastorizzato è diverso da uno filtrato a caldo — è un corpus di conoscenze che fino a pochi anni fa era patrimonio esclusivo di specialisti. Oggi fa parte del bagaglio professionale di chi ha smesso di guardare il Giappone come un’ispirazione lontana.

Sakeya sulla guida Michelin
Cosa dice di noi il fatto che abbiamo trovato nel Giappone il modello
La crescita della ristorazione giapponese nelle città italiane non è moda gastronomica. È la ricerca di un modello che abbia una logica interna coerente, un ritmo, una filosofia riconoscibile. Che questo modello sia stato trovato nel Giappone — cultura gastronomica apparentemente lontanissima — dice qualcosa di preciso su quello che cercavamo.
Quello che mancava non era tecnica, non era qualità degli ingredienti, non era creatività. Mancava una certa forma di disciplina estetica: la capacità di fare una cosa sola e farla sempre bene, senza che questo diventi noia. Lo yakitori incarna questa disciplina in modo quasi pedagogico. Non cambia menu ogni stagione, non segue le mode. Perfeziona. Il cuoco che lavora vent’anni sulla coscia di pollo alla brace sta praticando qualcosa che nella cultura gastronomica italiana fa ancora fatica ad essere valorizzato come tale.
Il ristorante giapponese di qualità a Milano nel 2026 funziona anche perché risponde a un bisogno che la ristorazione italiana urbana fatica a soddisfare: il pasto che non deve dimostrare niente. Non deve sorprendere a tutti i costi, non deve essere un’esperienza trasformativa. Deve essere un pasto buono, con una sua logica interna, con un ritmo che si conosce prima ancora di sedersi. La progressione degli spiedini dal più delicato al più intenso è una struttura narrativa che dà sicurezza, non noia.
C’è qualcosa di paradossale nel fatto che l’Italia — il paese con la tradizione gastronomica più radicata del mondo — abbia trovato nel Giappone il modello di ristorazione essenziale che cercava. Forse perché le due culture condividono un’ossessione fondamentale: l’ingrediente come punto di arrivo, non di partenza. La tecnica al servizio della materia, non del proprio ego. Il pasto come rito collettivo, non come performance. Alla fine, seduti davanti a una griglia che fuma e a una parete di sakè, ci si trova a casa. Anche se fuori c’è Milano.


