Carlo Petrini ha avuto il merito di mettere in luce molto chiaramente che il cibo è un atto politico

mario tozzi e carlo petrini

Mario Tozzi e Carlo Petrini si sono incontrati molte volte, accomunati dalla stessa visione sul consumo, sull’ambiente e sulla giustizia alimentare. Le parole del geologo e divulgatore scientifico ai microfoni di Andrea Febo, sulla scomparsa di Carlin.

Geologo, primo ricercatore del CNR, divulgatore scientifico con vent’anni di televisione pubblica alle spalle (da Gaia a Sapiens), Tozzi è una delle voci più autorevoli in Italia sul rapporto tra uomo e pianeta. Con Petrini condivideva più di una frequentazione, che forse salvo qualche incontro non c’è mai stata, condivideva una visione. Il cibo come atto politico, il consumo come scelta consapevole, l’ambiente come questione di civiltà prima ancora che di ecologia. Li aveva uniti anche un progetto artistico comune: Heartphonia, opera sonora realizzata insieme a Max Casacci dei Subsonica. L’ho invitato a parlare su Stacce per capire cosa rimane, concretamente, di quella visione. E cosa manca ancora.

Cosa c’è, da subito, di molto importante da ricordare degli insegnamenti di Petrini?

Soprattutto l’idea che ci fosse una possibilità di produrre cibo e cultura in maniera differente, rispettando le possibilità locali e rendendo meno marginali realtà che un tempo non si sarebbero sognate di arrivare sul palcoscenico dell’economia. Recuperare tradizioni antiche, sostenibili in genere, con un uso oculato delle risorse: questo dei suoi insegnamenti non dobbiamo mai perdere.

Una sintesi onesta, a marcare la convinzione che certi saperi hanno da sempre un valore economico reale che il mercato non era in grado di riconoscere da solo. Qualcuno doveva aiutarlo a farlo. Slow Food ha fatto esattamente questo, per trent’anni.

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Il cibo come atto politico. Non come metafora, ma come meccanismo concreto.

L’agricoltura è un fatto politico, il cibo è un fatto politico prima di tutto. Questo significa che se poni attenzione a certi particolari stai dando un valore politico alla tua scelta. Le tue scelte diventano politiche. È come votare: significa costantemente fare una scelta di campo.

Gli esempi che porta sono quotidiani e non richiedono nessuna militanza: scegliere l’acqua del rubinetto invece di quella in bottiglia, preferire un taglio di carne italiana invece di quello di importazione, orientarsi verso un prodotto che ha fatto poca strada. Ogni scelta di consumo, dice Tozzi, equivale a emettere meno o più anidride carbonica, a sostenere o non sostenere un sistema di allevamento intensivo, a riconoscere o ignorare il lavoro di chi produce a chilometro zero. “Carlo Petrini ha avuto il merito di metterla in luce molto chiaramente“, dice.

Di fatto non ha inventato nulla, ha solo reso comprensibile un messaggio praticabile per milioni di persone che non si sarebbero mai definite ambientaliste. Questa è anche la responsabilità del nostro mondo, quello enogastronomico, dove la spettacolarizzazione del cibo, l’ossessione per la tecnica e per il racconto, ha costruito negli anni una narrazione del mangiare bene che è diventata patrimonio di pochi. Petrini lavorava esattamente in senso opposto: allargare, democratizzare, includere.

Slow Food: Buono, Pulito Giusto

A proposito di antropocentrismo, quando ci diciamo che stiamo salvando il pianeta, è vero o stiamo salvando noi stessi?

Il pianeta in sé non subisce alcun contraccolpo significativo dalle nostre attività. Tuttalpiù potrà essere meno abitabile per noi. Il pianeta fa il mestiere suo, se ne frega di quello che facciamo noi. Il vero ambientalista si interessa delle sorti dell’uomo, e lo fa prendendosi cura del pianeta perché sa che non si può salvare nessuna specie se non insieme alle altre specie e agli ecosistemi.

È una distinzione che smonta l’obiezione più comune rivolta agli ambientalisti e la ribalta: prendersi cura del pianeta è prendersi cura dell’umanità. Le due cose non sono in contraddizione. Sono la stessa cosa, vista da angolazioni diverse.

Come si traduce tutto questo in comportamenti accessibili? Chi va da McDonald’s non lo fa perché non conosce Slow Food: lo fa perché un hamburger a tre euro è una spesa affrontabile, e spesso non lo sono altre.

Capisco che mangiare è la prima necessità e la pancia ce la devi avere piena. Capisco che è una questione economica, me ne rendo perfettamente conto, dunque non voglio semplificare. Però è anche il momento in cui certe scelte vanno fatte. Dobbiamo consumare meno e mangiare meglio, distribuendo le economie a favore di cose sane.

Vale la pena redistribuire diversamente il proprio budget. Cucinare di più, cercare i produttori locali anche quando costa fatica, non inseguire ossessivamente i messaggi pubblicitari. Farsi delle domande, dalle origine ai costi di un prodotto, evitando di accettare d’essere la risposta automatica a una strumentale istigazione al consumo.

“Che a mangiare bene ci siano solo i ricchi è una cosa che non possiamo ritenere tollerabile da nessun punto di vista. Il cibo rimane come se fosse un diritto che si declina diversamente a seconda del censo. Questo è una delle più grandi ineguaglianze dei sapiens.

L’idea che mangiare bene sia un diritto e che costruire le condizioni perché lo sia davvero per tutti sia un atto politico, prima ancora che culturale, è da sempre stata la battaglia di Carlo Petrini. Una visione che sposa la divulgazione costante e coerente di Mario Tozzi. Quello che rimane è un patrimonio culturale e chiunque lavori nel mondo del cibo ha la responsabilità precisa non di custodirlo, come una reliquia, ma di continuare a usarlo e a divulgarlo.