Si è da poco conclusa la quinta edizione del Bob Fest, che si conferma molto più di un festival gastronomico: il racconto di Fortuna Mazzeo e Guglielmo Gigliotti.
Per provare a spiegare cosa sia il Bob Fest, bisogna dimenticare i classici festival gastronomici, quelli fatti di transenne e pass al collo. Questa manifestazione ha dimostrato come la Calabria, terra troppo spesso denigrata e sottovalutata, sia diventata il fulcro di un evento che ormai segna ufficialmente l’inizio dell’estate e la scoperta di nuovi orizzonti. Aprendo le sue frontiere anche a chi non l’aveva mai visitata, la regione ha svelato la Calabria che non ti aspetti: un territorio ricchissimo di bellezze naturali e tesori gastronomici.
La Riviera dei Cedri è diventata il centro del mondo enogastronomico, partendo dalla scintilla scoccata a Praia a Mare. L’evento principale, con l’Isola Dino a fare da sfondo, ha dato il ritmo a una marea culturale che si è propagata fino a Scalea e San Nicola Arcella, accorciando le distanze e trasformando il territorio in un grande laboratorio umano e gastronomico a cielo aperto.


Il BOB Fest di quest’anno ha tracciato un percorso unico in quattro tappe. Dalla suggestione primordiale di una cena esclusiva sull‘Isola di Dino all’atmosfera intima del borgo arroccato di San Nicola Arcella, passando per la libertà della spiaggia al Buddha Beach di Praia a Mare. Fino all’ultimo atto: la cena di gala nel suggestivo Palazzo dei Principi Lanza, dove gli sguardi sono tornati a incrociare l’Isola di Dino, chiudendo una quattro giorni pazzesca.
Gusto, bellezza e ricerca: il grande cuore del BOB Fest
Il successo del BOB Fest 2026 conferma una formula vincente: unire l’alta cucina al patrimonio naturalistico è la chiave per far rinascere un territorio. Questa manifestazione ha mostrato il volto migliore della Calabria, orgoglioso, contemporaneo e cosmopolita , capace di calamitare ospiti di caratura mondiale.
Per chiunque sia appassionato di enogastronomia, il BOB Fest è ormai il centro di gravità di questo mondo. Sotto lo stesso cielo si riuniscono i migliori pizzaioli, chef e pastry chef a livello internazionale, che scelgono di arricchire l’evento con le loro proposte, interpretando e valorizzando, a loro piacimento, i prodotti del nostro territorio.
A completare questa parata di stelle è stata la fitta rete di cantine calabresi, specchio fedele di una viticoltura vibrante e in continua ascesa, affiancata per l’occasione da una squadra di barman di fama internazionale che hanno firmato una proposta mixology di altissimo profilo.
Una grande festa del gusto che sposa una nobile causa: l’intero ricavato della manifestazione, al netto delle spese, insieme a una percentuale su ogni singolo biglietto acquistato, viene devoluto in beneficenza all’AIRC per sostenere la ricerca oncologica.

Il BOB Fest 2026 negli occhi di Guglielmo Gigliotti: un sogno di riscatto
Il BOB Fest è qualcosa che fa battere il cuore forte, emoziona nel profondo. È l’evento più atteso dell’anno, non solo per chi ha il compito di comunicarlo e raccontarlo, ma soprattutto per l’orgoglio di un calabrese che vibra del desiderio di riscatto per la propria terra, vedendo luoghi unici finalmente valorizzati da una kermesse di questo livello. Per anni il pensiero è stato uno solo: “Quando porterete tutto questo sulla mia Riviera dei Cedri?”. Quest’anno, grazie anche alla visione e all’apporto di due eccezionali imprenditori del food come Albino Cirimele e Antonio Martino, quel sogno è diventato realtà.
Vedere uno dei festival enogastronomici più importanti d’Italia muoversi tra i luoghi dell’infanzia e della giovinezza è un’emozione senza prezzo. Ha un grande significato mostrare a giornalisti, chef e figure di spicco del settore la bellezza dell’Arcomagno, le spiagge di Praia, il fascino del borgo di San Nicola Arcella e la meraviglia dell’isola Dino, riaperta proprio per l’occasione. Un miracolo reso possibile da Roberto D’Avanzo, Anna Rotella, Silvia Rotella, Alessandra Molinaro, Rino Gemelli e da tutta la straordinaria Band of Brothers, veri e propri fautori di questa magia.
Un viaggio sensoriale: tutte le sfumature dei nostri assaggi del Bob Fest


Tra i tanti piatti assaggiati, tutti eccezionali e degni di una menzione che sarebbe impossibile racchiudere in poche righe, il viaggio tra i banchi d’assaggio al Buddha Beach e la cena di gala al Palazzo dei Principi Lanza si è trasformato in un’esperienza sensoriale continua, dove l’estro degli chef ha esaltato la materia prima attraverso idee brillanti e tecniche impeccabili.
Il percorso è iniziato con una profonda connessione tra terra e mare, evocata dalla zuppa di legumi di Marco Ambrosino (Collettivo Mediterraneo) , un piatto interamente vegetale dalla struttura mistica, in cui la potenza dei legumi incontrava una salsa profumata di scogliera e ghiande, chiudendosi con la nota armonica del pepe turco, per poi proseguire con le contaminazioni audaci dell’olandese Michael Van Der Kroft (Tres) e il suo Oliebol, una frittella salata ripiena di ‘nduja glassata alla salsa di soia, pancetta e uova di trota.


Il gioco e la provocazione hanno guidato anche l’assaggio dello spaghetto “in assenza di pomodoro” firmato da Fabio Verrelli (Materia Prima), che ha stupito camuffando una salsa di ciliegie in un sugo dalla freschezza e acidità straordinarie, mentre il cammino è andato avanti con il goloso Tacos di mais di Federica Di Lieto, farcito con pulled pork calabro, melassa di fichi, cedro e cipolla rossa, e con l’avanguardia pura del Risotto ostriche e kiwi ossidato di Salvatore Morello (Inkiostro).
Sul fronte degli impasti, la tradizione e la sapidità marina si sono fuse nella proposta a quattro mani di Ivano Veccia e Gianfranco Pascucci, che hanno riportato alla luce l’antico impasto del rutiello condito all’Ischitana arricchendolo con l’umami puro del cuore di tonno essiccato; a conquistare il palato sono state poi la straordinaria e ormai iconica Maida in Fiamme di Jacopo Mercuro (180 Grammi), una pizza in stile New York con fiordilatte, ricotta mantecata, menta, bergamotto, pepperoni, hot honey e basilico, e la Finta Puttanesca di Luca Mastracci (Luca! Pizza e Fritti), un’intrigante combinazione di sugo di ciliegia, alici, capperi e polvere di olive.


Le grandi emozioni sono proseguite durante la cena di gala, un vero palcoscenico internazionale in cui l’identità calabrese è tornata a ruggire nei piatti, a partire dal raffinato Tortello lepre, mele e geranio di Luigi Lepore (Luigi Lepore Casa Klopè), ripieno di lepre con mela in carpione e olio al geranio odoroso.
Ha incantato la genialità visiva e gustativa della Cipolla Rossa di Tropea e formaggio caprino firmata da Matias Perdomo & Demis Deluca (Contraste) una cipolla di zucchero soffiato ripiena di formaggio di capra con marmellata di cipolla e pane di sesamo nero, seguita dal gioco quasi totalmente vegano di Salvatore Iuliano (St. George), incentrato su una terrina di melanzana e alghe splendidamente contrastata da gelato alla pala di fico, cioccolato ossidato e dalle sfumature aspre del gel di limone con arachidi affumicate.





Il legame profondo con il territorio è emerso chiaramente anche nel tataki di cernia di Riccardo Sculli (Gambero Rosso), dove la tecnica giapponese ha dato lustro al grande pesce locale dialogando con i profumi del bergamotto, la spinta del peperoncino e una ciliegia in osmosi di lampone, per poi toccare la perfezione degli impasti con Spazio Mare del maestro Franco Pepe (Pepe in Grani), un trancio di pizza fritta con stracciata di bufala campana DOP, gambero di Mazara del Vallo, misticanza fresca e la spinta aromatica di zest e polvere di lime.
A impreziosire ulteriormente questa straordinaria carrellata sono stati la sofisticata ricciola infusa in succo di rapa rossa fermentata, con miso di rapa rossa, uva di mare, tobiko, kimchi di mango e leche de tigre firmata da Cristina Bowerman (Glass Hostaria) , e l’intensa eleganza aromatica del Risotto fiori di sambuco, vongole e pepe di Sichuan di Nino Rossi (Qafiz).
A chiudere questo cerchio di sapori memorabili è stata la filosofia sostenibile e circolare di Francesco Stara (Fradis Minoris), capace di elevare la croccantezza dei ceci tostati legandoli alla porosità intensa di una salsa al fegato di seppia e alla freschezza del gel di agrumi; un piatto di rara consistenza che, per la sua genialità, meriterebbe di entrare di diritto nella nuova grande tradizione gastronomica italiana.


