Tom Hill e la Bakery Run: otto chilometri, sei sfogliati, quaranta sconosciuti che diventano amici

Un romano con nome inglese ha trasformato una corsa tra i forni di Roma in un fenomeno di comunità. Tom Hill, content creator e ex chef, racconta a Needish come il cibo sia diventato il pretesto più efficace per connettere persone che non si conoscono.

L’idea è nata a Londra, durante le vacanze di Natale. Tom stava correndo con un amico attraverso dodici pub, fermandosi ogni chilometro per bere una pinta. Sono arrivati all’ottavo pub e si sono fermati. La Guinness aveva iniziato a fare i suoi effetti. Tornato a Roma, con i follower che gli chiedevano da mesi di organizzare una corsa-colazione, ha pensato: e se si scambiasse l’alcol con gli sfogliati? Gli italiani, ha concluso, reggono meno la birra, ma reggono meglio la pasta sfoglia.

Da questa intuizione è nata la Bakery Run: otto chilometri attraverso Roma, sei tappe, sei forni diversi, un assaggio in ciascuno. Il caffè solo all’ultima tappa, per evitare inconvenienti durante la corsa. Tom Hill, romano di madre e inglese di padre — “prima romano, poi inglese”, tiene a precisare — la racconta con la semplicità di chi non si aspettava che tutto questo potesse funzionare.

Il format e la community

Ne ha fatte otto edizioni con circa quaranta partecipanti a corsa, quasi tutti diversi ogni volta. “La cosa più bella delle Bakery Run è stata proprio questo. Non mi aspettavo mai di vedere una community così grande, così tante persone interessate”, dice Tom. “Tante persone ancora aspettano di farla, probabilmente verranno a settembre.”

Non sono tutti runner. Molti non avevano mai corso prima. “Questa è la prima volta che corro”, gli hanno detto in molti. Per questi il format funziona come punto di ingresso: un’attività fisica accessibile, intervallata da soste nei forni, con un premio concreto a ogni tappa. Chi vuole può fare il bis — “loro sono gli eroi”, dice Tom.

Le bakery coinvolte le ha scelte tra quelle che conosceva già, lungo un percorso che aveva ideato a priori. L’entusiasmo delle attività lo ha sorpreso: “Quando l’ho ideata ho pensato che ci avrei messo un po’ di tempo a convincere le varie attività. Invece loro super disponibili, entusiasmo a mille.”

Ascolta NeeDish

La community che si è formata attorno alla Bakery Run è per metà romana, per metà composta da persone fuori sede o stranieri che vivono a Roma. “Magari vogliono conoscere persone nuove tramite la corsa o tramite il food. Principalmente il food”, dice Tom. La corsa è il mezzo. Il cibo è il motivo.

Il cibo come connessione: il cambio generazionale

La puntata di Needish aveva come tema il cibo come connessione sociale — il terzo gradino della Piramide di Maslow, quello dell’appartenenza. La Bakery Run è il caso studio perfetto, ma Sofia Colombo, Tom Hill e Andrea Febo lo inquadrano in qualcosa di più largo: un cambiamento nei modi in cui le nuove generazioni scelgono di stare insieme.

Sofia lo dice con la chiarezza di chi ci appartiene a quella generazione: “Ormai non si esce più per fare aperitivo, per andare a ballare. Il nuovo punto di incontro è il bar, è andare a fare una colazione, andare ad allenarsi insieme. C’è proprio un cambio di forma di pensiero.”
Tom lo conferma dall’interno: “I run club ormai sono veramente un trend gigante da anni in tutta Europa. Se vedi qualsiasi run club adesso, qualsiasi evento in qualsiasi città d’Italia, c’è sempre del food — che sia un aperitivo, una colazione o il pranzo. Tutto alla fine finisce con il cibo.”

Non è un fenomeno isolato. Dopo il pilates c’è l’aperitivo. Dopo lo yoga c’è il matcha. Il modello si replica: un’attività che fa bene, seguita da un momento conviviale attorno al cibo. La sequenza non è casuale — è il modo in cui chi ha vent’anni oggi costruisce relazioni fuori dai contesti tradizionali del sabato sera. Ma c’è anche una responsabilità che viene con questo: essere un modello per chi viene ancora dopo — i quattordicenni, i sedicenni — che non ha ancora punti di riferimento chiari. “Facciamo in modo che seguano quelli giusti. Invece di chi si trucca o chi fa challenge idiote, andiamo a correre a mangiare sfogliati.”

Cibo come status, cibo come pretesto

C’è un passaggio della conversazione in cui il tema si allarga in modo interessante. Andrea Febo porta una lettura storica: nel boom economico italiano il cibo era affermazione di classe, status symbol, prova di avercela fatta. Mangiare l’aragosta e dirlo a tutti. Sofia ribalta la prospettiva con una sintesi precisa:” Per me ora il pasto è un pretesto per condividere del tempo, a prescindere se vai a mangiare l’aragosta o se vai a mangiare uno sfogliato. È una sorta di status sociale che fa capire: io vado a correre, poi mi mangio lo sfogliato e sto bene con i miei amici. È più questo.” Non il cosa si mangia. Il fatto che si mangia insieme.
Tom aggiunge la dimensione comparativa, quella che viene dall’aver vissuto in Inghilterra: “Con i miei amici italiani ci sediamo e parliamo di quanto era buono quel posto, quanto era buona quella cosa. In Inghilterra non c’è questo senso di appartenenza al cibo come c’è qua in Italia, anche con i giovani.” In Inghilterra il focus delle serate è l’alcol, mentre in Italia è il cibo. La Bakery Run è, in fondo, la traduzione italiana di una corsa tra pub — con lo stesso schema, un ingrediente diverso, e un risultato completamente differente in termini di legami che genera.

L’osservazione finale che porto chiude il ragionamento in modo netto: non è il piatto in sé il patrimonio immateriale italiano. È come lo viviamo. “Organizzare una corsa con sei tappe per mangiare degli sfogliati è patrimonio immateriale del cibo italiano.”

I social come piazza

Un’ultima dimensione della conversazione riguarda il ruolo dei social in tutto questo. Tom non li romanticizza: “I social diventano anche molto negativi e tossici.” Ma riconosce che usarli bene — per costruire qualcosa di reale, non solo per proiettare un’immagine — produce effetti concreti. “Grazie alle Bakery Run mi sono reso conto dell’impatto positivo che ho dato a tante persone. Ho visto persone che si sono conosciute e che sono ancora amici adesso, dopo gli eventi.”

Sofia sintetizza il meccanismo con una formula che vale anche al di là del format specifico: “Tu condividi la tua vita, quello che fai durante il giorno, e le persone si sentono vicine a te perché dicono: è una vita normale e anch’io posso averla, anch’io posso farlo; riuscire a utilizzare questi strumenti per creare comunità ci rimette in relazione con le cose semplici.”

Le Bakery Run riprendono a settembre. L’ipotesi di una Pizza Run è sul tavolo. E forse, se qualcuno ha coraggio, una Fried Run lungo la costa da Maccarese a Fregene, con fritture di paranza a ogni tappa. Il format è replicabile, dice Tom. Il principio è sempre lo stesso: muoversi insieme, fermarsi davanti a qualcosa di buono, scoprire che non si è soli.

Antonio Sarnino: “Da Luciano facciamo 1.500 coperti a settimana. Le soft skills non si imparano solo in aula”