Trent’anni, un liceo classico, una laurea in Scienze Forestali presa contro il parere di quasi tutti e adesso il secondo anno di Agrimanager all’ITS Agro di Roma. La storia di chi ha sbagliato strada, ha corretto, ha corretto ancora. Esattamente come succede a quasi tutti.
Trent’anni, un liceo classico alle spalle, una laurea in Scienze Forestali presa contro il parere di quasi tutti, qualche anno di lavoro in un’azienda agricola non di famiglia, e adesso il secondo anno di Agrimanager all’ITS Agro di Roma. La storia di Francesca Bartoletti non ha niente di eccezionale — è la storia di una persona che ha sbagliato strada, poi ha corretto, poi ha corretto ancora. Esattamente come succede a quasi tutti. Il punto è come lo racconta.
L’ho incontrata nel format ITS Agro Podcast, all’interno del progetto Agro Start Hub: uno di quei podcast istituzionali che rischiano di diventare brochure audio e invece, a volte, diventano qualcosa di diverso. Questa è una di quelle volte.

Il liceo classico non era una scelta: lo era diventarlo
Francesca arriva al liceo classico perché sua madre lo voleva. Non per ribellione, ma per inerzia familiare affettuosa — la forma più comune con cui si prendono le decisioni importanti a quattordici anni. “La scelta delle superiori è stata molto indirizzata da mia madre. Lei ci teneva che facessi il liceo classico, io ero portata per le materie umanistiche, e quindi è stata una decisione presa un po’ così.”
Quello che succede dopo è più interessante. Il liceo classico, scelto senza convinzione, finisce per appassionarla davvero. Non il greco e il latino — “nella loro complessità mi affascinavano, però” — ma la storia, l’italiano, il modo di ragionare che quella scuola costruisce. È un meccanismo che si vede spesso: la scelta non tua diventa tua nel momento in cui ci metti dentro il tempo e l’attenzione.
Il problema arriva a diciassette anni, quando cominciano a chiederti di pensare al futuro. E lì Francesca scopre che le materie umanistiche non bastano più. “Mi ero cominciata ad appassionare alle scienze, anche se al liceo classico non sono trattate così tanto. E quindi, contro tutto e tutti, ho deciso di iscrivermi a Scienze Forestali.”
“Che guardi gli alberi? Che vai a tagliarli?”
La reazione dell’ambiente è quella che chiunque abbia fatto una scelta fuori percorso conosce bene. I genitori perplessi — il padre informatico si aspettava ingegneria, la madre voleva agraria. Le amiche con i loro percorsi “socialmente accettati”, come li chiama lei: lettere, architettura, archeologia. E le domande, quelle domande. “Che vuol dire Scienze Forestali? Che guardi gli alberi? Che vai a tagliarli?”
È lo stesso meccanismo che vedo ogni volta che giro per gli istituti alberghieri. Ai ragazzi che scelgono la ristorazione le famiglie chiedono: “Ma sei sicuro che vuoi lavorare il sabato e la domenica mentre gli altri escono?” A chi studia odontoiatria nessuno chiede se è sicuro di voler mettere le mani in bocca alla gente per tutta la vita. Le pressioni arrivano sempre da chi non ha fatto quella scelta. È quasi una legge.
Francesca tiene duro. “Ho tanto insistito, non perché mi dovessero dare il permesso, però li ho convinti che quella era la strada che faceva per me, senza sapere poi realmente che cosa mi aspettasse dall’università.” Onestà fondamentale, questa. Non stava scegliendo per certezza, stava scegliendo per direzione.
L’università forma, poi ti butta fuori e ti senti senza strumenti
Scienze Forestali va bene. “Un percorso che mi ha fatto crescere sia umanamente che dal punto di vista delle conoscenze.” Ma quando finisce, rimane qualcosa che manca. “Uscita dall’università mi sentivo con un bagaglio culturale molto importante addosso, però mi sentivo mancante di competenze specifiche per il settore. Ti forma tanto, poi però ti butta sul mondo del lavoro e ti senti di non avere strumenti.”
Non è una critica originale all’università italiana — è una critica giusta e ripetuta. Le nostre scuole superiori, all’estero, equivalgono a corsi universitari per rigore e profondità. Ma siamo talmente concettuali, talmente orientati alla teoria, che usciamo spesso con la testa piena e le mani vuote. L’ITS nasce esattamente per coprire quel vuoto: prende un’aspirazione, la trasforma in competenze pratiche, te le restituisce in forma di lavoro. Non è in alternativa all’università — è il pezzo che mancava dopo.
L’ansia da ritardo e il bugiardino della vita
C’è un momento della conversazione in cui Francesca smette di raccontare il percorso formativo e racconta qualcosa di più personale. Le chiedo qual è la cosa che l’ha spaventata di più, la paura più comune che ha condiviso con i suoi coetanei. La risposta è immediata.
“Quella relativa all’età. A un certo punto ti trovi che hai venticinque, ventisei, ventisette anni e ancora non sei arrivato da nessuna parte. In giro vedi conoscenze, amicizie che sembravano sempre un passo più avanti rispetto a me. Chi si sposa, chi ha il figlio, chi ha il contratto a tempo indeterminato.“
È il bugiardino della vita — quella scatoletta con su scritto “società” che dentro ha il foglietto con le controindicazioni. Lo ha scritto qualcun altro, ma lo leggiamo tutti e misuriamo le nostre scelte su quello che c’è scritto. Col tempo, dice Francesca, ha cambiato prospettiva: “Non sto in ritardo. Sto fuori contesto.” Una distinzione sottile ma decisiva. Il ritardo implica che esista un traguardo comune, un cronometro uguale per tutti. Stare fuori contesto vuol dire semplicemente che il tuo contesto è altrove, e bisogna trovarlo.

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Il migliore non esiste
C’è un principio che porto in tutte le scuole quando parlo di comunicazione, e l’ho proposto anche a Francesca: è meglio avere il prodotto migliore o essere i primi in un mercato? Lei risponde prodotto migliore. Risposta sbagliata — nel senso che la domanda è una trappola.
Il migliore non esiste, perché non ha un indice referenziale. “La migliore carbonara di Roma” non è un dato, è un’affermazione senza misura. Il concetto di migliore ti butta in una scala di confronti che non potrà mai essere reale, e ti condanna a un tempo stretto: oggi il mio amico guadagna di più, oggi il mio amico ha già una casa. Il problema non è il confronto — è l’orizzonte temporale sbagliato.
Francesca ci arriva. “A questo ci sono arrivata tardi.” Non è tardi: è il tempo che ci vuole. E adesso sa cosa fare con quella consapevolezza. Le competenze pratiche che sta costruendo all’ITS — il suo interesse si orienta verso le certificazioni nel settore agricolo — non sono un piano B. Sono la corazza. “Entri in un posto e dici: lo so fare. Non solo perché l’ho studiato. Lo so fare.“
Il passaparola, l’open day e il cugino agrimanager
Come ha trovato l’ITS Agro? Per caso, come spesso succede con le cose giuste. Un cugino che aveva già fatto Agrimanager e le diceva di guardarlo. Lei che non ci faceva caso. Poi un ragazzo conosciuto a un altro corso che glielo ha segnalato. L’open day. E lì, ascoltando la presentazione di Agrimanager, qualcosa ha fatto clic. “Ho detto: vabbè, riprendiamo, ritorniamo alla tradizione familiare, facciamo contenta pure mamma.”
Il passaparola rimane, nell’era dei social e degli algoritmi, la forma di comunicazione più efficace che esiste — a condizione che le cose funzionino davvero. Quando funzionano, il passaparola positivo si muove lento ma arriva lontano. Francesca è la prova.
Tra sei mesi finisce lo stage, poi il mondo del lavoro. Dove andrà? Non lo sa ancora. Sta ancora scegliendo la sede, confrontandosi con il tutor, ascoltando i compagni di corso — tutti sui vent’anni, con quella voglia che un giorno punta in una direzione e il giorno dopo in un’altra. “Sto ricominciando a sognare insieme a loro un pochino”, dice. È forse la cosa più bella che ha detto in tutta la conversazione.
I prossimi open day di ITS Agro sono il 18 aprile e il 16 maggio a Roma, sede sulla Laurentina. Informazioni su itsagro.it.


