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Brado, la baita urbana di Roma

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Tre anni fa Manuel, Christian e Mirko Catania, tre fratelli appassionati di montagna e di caccia e che hanno voluto ricreare le atmosfere conviviali delle tavolate in baita e hanno deciso di aprire Brado, la loro “baita urbana”. Oggi dopo tre anni Brado si conferma un punto di riferimento per gli amanti della cucina rurale, dei sapori decisi e delle carni “differenti”, e non meno importante per le birre artigianali di cui qui c’è una grande passione e cultura.

Nuovo chef

Con la riapertura di questi mesi c’è anche un’interessante novità: cambio di testimone in cucina e a guidare la brigata c’è Simone Cacciotti. Nuovo chef e nuovo menu dunque, ma nel segno della continuità, perché già da cliente Simone ha sempre condiviso la filosofia del posto, oltre a essere anche un grande appassionato di boschi, di cacciagione, con una visione molto chiara delle materie prime da usare in cucina.

La nostra proposta gastronomica parte dal principio etico del locale: lo stato brado. Uno stile di vita, un modo di essere e di pensare che ci lega alla nostra terra, alle nostre origini ed alle nostre passioni. Questo principio parte per noi dal rispetto per il bosco, per gli animali, per la loro vita e per i cicli naturali delle stagioni, e finisce nei piatti, garantendovi un sapore unico con valori nutrizionali d’eccellenza”. Il manifesto di Brado esplica un approccio che comprende passione, qualità, etica e sostenibilità, principi che da sempre caratterizzano lo spazio di Viale Amelia. La carne o il pesce non deve provenire da allevamenti intensivi, quindi pesci pescati all’amo e poi daini, anatre, maiali, cinghiali, lepri, cervi allevati e cresciuti allo stato brado, liberi di nutrirsi e di vivere il loro habitat. Tutto questo garantisce sapore, gusto, consistenze dei piatti.

Avevamo l’esigenza di affidare la nostra proposta gastronomica ad una grande figura professionale perché da Brado si servono materie prime senza compromessi, e vanno valorizzate da chi conosce in maniera profonda quei prodotti. Serve la giusta sensibilità per lavorare la carne selvatica proveniente dall’appennino tosco-emiliano. Noi non serviamo carne da allevamento intensivo perché significherebbe rinnegare la nostra filosofia: non si può mangiare il capriolo in un momento sbagliato dell’anno, servendo carne proveniente da altri paesi, perché sapore e consistenza della carne cambiano e non sono quelle giuste. Il nostro lavoro ha una finalità, avvicinare il bosco alla città” confida Christian. Ecco perché la scelta è ricaduta su Simone Cacciotti e sulle sue esperienze tra cui il Butterfly in Toscana e Aroma al fianco di Giuseppe Di Iorio a Roma.

Nuovo menu

Il nuovo corso gastronomico di Brado è espresso da un menu identitario, ovviamente di stagione, più fresco e giocato molto sui crudi nel quale c’è spazio per piatti come la Tartare di selvaggina di stagione, cialda al finocchietto selvatico, tuorlo marinato e riduzione di susine, il Maialino da latte brado, mela verde marinata, purea di barbabietole rosse e foglie di bieta saltate, il Petto d’anatra con fichi caramellati, ma anche la Ricciola scottata, riduzione di Trombolotto, caviale di rapa rossa affumicata con legno di melo, insalata di cerfoglio e salicornia e il Salmone selvaggio Sockeye crudo e cotto, affumicato con legno di conifera, erbe selvatiche e crema di lemongrass, perché da Brado anche il pesce avrà un ruolo importante nella carta, rispecchiando i valori di Brado.

Ricerca e selezione

I piatti qui sanno di casa, di tradizione, pur avendo una marcia in più. Non c’è manipolazione eccessiva delle materie prime, quello che si vuole fare è ricercare gli elementi del bosco da valorizzare attraverso la semplicità. C’è un gran lavoro creativo e di ricerca dei fornitori, che devono condividere valori e idee, così da costruire una dispensa con pochi eguali. Si parte dai taglieri, salumi sia di selvaggina che di maiale brado, insaccati di vario tipo (coppa, prosciutto, spalletta, salami) fatti fare ad aziende specializzate secondo precise indicazioni e lavorano carni provenienti da allevamento liberi come Agricola Nera e L’azienda agricola La Mascionara, situata sull’Altopiano di Campotosto nel parco Nazionale d’Abruzzo e Monti della Laga, che alleva pecore in totale libertà a 1400 metri di altitudine.

C’è anche un’interessante ricerca sulle paste, fatte in casa con miscele di farine e con l’utilizzo di erbe selvatiche boschive. Un esempio fra tutti le Tagliatelle alle erbe, burro salato all’aglio nero e crudo di capriolo, un piatto che rimane impresso e che gioca tra rotondità e freschezza dei suoi ingredienti, ma anche gli gnocchetti con battuto di cinghiale, ortica e tricotta (ricotta infornata) al profumo di ginepro è un piatto goloso che sa proporre diverse forme si sapidità senza risultare pesante.

I piatti di Simone Cacciotti lavorano sul concetto della scoperta dei sapori, nessuna copertura, nessun impiattamento che contamini i sapori, ma elementi distanziati per poter conoscere in purezza il sapore della carne, che è protagonista, e poi combinarla insieme agli ingredienti proposti ad accompagnarla.

Carta dei vini e birre artigianali

Ad accompagnare il tutto carta dei vini che punta sul biologico e sul naturale con diverse scelte di territorio laziale e poi fiore all’occhiello la birra. Da Brado, infatti,  hanno voluto utilizzare uno dei migliori impianti della città, che consente loro di servire esclusivamente birre prodotte da micro birrifici artigianali che possono essere abbinati ad ogni portata per giocare con i gusti a tutto tondo.

Infine non possiamo non parlare dell’atmosfera del locale, elementi artigianali ispirati al bosco, ferro battuto che strizza l’occhio allo stile industriale e legno, tanto legno per creare un luogo avvolgente. Cucine a vista per rimanere in contatto con tutti e anche dehors esterno con 50 coperti, per gustare selvaggina e buona birra in un ambiente unico.

L’Almanacco Gastronomico di Luglio

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Ogni giorno, in Italia e nel mondo, si festeggia il cibo: dai semplici ingredienti alle ricette, più o meno tradizionali, quotidianamente si celebra una Giornata Nazionale. Una alternanza di prodotti tipici, di piatti divenuti famosi, di preparazioni che caratterizzano i pranzi in famiglia, le domeniche a casa o i giorni di festa. Ma anche sapori iconici della colazione, della merenda o di un particolare angolo del pianeta, senza dimenticare novità e cibo-spazzatura.

Roberto Mirandola, appassionato e preparato conoscitore del mondo del cibo, ha raccolto tutte le ricorrenze del mese di luglio, una sorta di Almanacco Gastronomico riassunto in due tabelle, una relativa all’Italia e una internazionale.

 

ALMANACCO GASTRONOMICO ITALIANO

1 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL BRODETTO, DELLA BURIDDA E DELLE ZUPPE DI PESCE
2 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEGLI SPAGHETTI AGLIO OLIO E PEPERONCINO
3 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEI CROSTACEI
4 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELL’APERITIVO ALL’ITALIANA
5 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEI SALTIMBOCCA ALLA ROMANA
6 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA SPAGHETTATA DI MEZZANOTTE
7 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL MELONE
8 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA PASTA ALLA PUTTANESCA
9 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELL’INSALATA DI RISO E DELLE INSALATE DI PASTA
10 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA BRIOSCIA E GRANITA
11 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA PIADINA ROMAGNOLA
12 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELL’INSALATA MISTA
13 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL COCOMERO
14 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEGLI ARROSTICINI
15 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEI PANZEROTTI
16 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA PORCHETTA
17 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEI SUPPLÌ E DELLE CROCCHETTE
18 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELL’ACCIUGA E DELL’ALICE
19 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL PANE E PANELLE
20 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA SARDENAIRA
21 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL TONNO
22 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEGLI ARANCINI E DELLE ARANCINE
23 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL PESCE DIMENTICATO
24 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL BIANCOMANGIARE
25 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA PARMIGIANA DI MELANZANE
26 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL PESCE AL SALE
27 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA PASTA ALLA NORMA
28 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL LIMONE
29 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA CAPONATA
30 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL SORBETTO
31 LUGLIO

GIORNATA NAZIONALE DEI FAGIOLINI

ALMANACCO GASTRONOMICO INTERNAZIONALE

1 LUGLIO GIORNATA DEL GUSTO DI GELATO CREATIVO (USA)
2 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELL’ANISETTA (USA)
3 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL ’MANGIATE FAGIOLI’ (USA)
4 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA CESAR SALAD (USA)
5 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELL’APPLE TURNOVER (USA)

triangoli di pasta sfoglia ripieni di composta di mele

6 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL POLLO FRITTO (USA)
7 LUGLIO GIORNATA MONDIALE DEL CIOCCOLATO
8 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL CHOCOLATE WITH ALMONDS (USA)

si tratta di mandorle ricoperte singolarmente di cioccolato

9 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLO SUGAR COOKIE (USA)

semplice biscotto di forma rotondeggiante preparato con zucchero,

farina, burro, uova e aroma di vaniglia

10 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA PIÑA COLADA (USA)
11 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL MUFFIN AI MIRTILLI  (USA)
12 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL JELLO (USA)

prodotta da Kraft Foods, è una celebre gelatina ( il nome commerciale è Jell-O), molto popolare negli Stati Uniti. Da alcuni anni rappresenta una vasta gamma di prodotti.

13 LUGLIO GIORNATA MONDIALE DELLE FRENCH FRIES

in Italia corrispondono alle patate tagliate a bastoncino fritte

14 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL GRAND MARNIER (USA)
15 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL RIBES NERO (UK)

GIORNATA NAZIONALE DELLA TORTA DI TAPIOCA (USA)

16 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA CILIEGIA (USA)

GIORNATA NAZIONALE DEGLI SPINACI (USA)

17 LUGLIO GIORNATA DELL GELATO ALLA PESCA (USA)
18 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL CAVIALE (USA)
19 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL DAIQUIRI (USA)
20 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL LECCA-LECCA (USA)
21 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL CIBO SPAZZATURA (USA)

GIORNATA NAZIONALE DELLA LAMINGTON (AUS)

soffice torta ricoperta di cioccolato e guarnita con sottili scaglie di cocco disidratato

22 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLO SCIROPPO D’ACERO (USA)
23 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL GELATO ALLA VANIGLIA (USA)

GIORNATA NAZIONALE DELL’HOT DOG (USA)

24 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA TEQUILA (USA)

GIORNATA NAZIONALE DEL DRIVE-THRU (USA)

cibo per asporto ritirato rimanendo in automobile

25 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL VINO E FORMAGGIO (FRA)
26 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL MILKSHAKE AL CAFFÈ (USA)

frullato a base di gelato al gusto di caffè

27 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA CREME BRÛLÉE E DELLA CREMA CATALANA (USA)
28 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DEL CIOCCOLATO AL LATTE (USA)
29 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLE ALETTE DI POLLO FRITTE (USA)
30 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLA CHEESECAKE (USA)
31 LUGLIO GIORNATA NAZIONALE DELLO ZUCCHERO FILATO (USA)

Il pranzo è servito! Ma nel portavivande

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Solitamente più un oggetto è familiare, più ha una biografia densa di aneddoti, persone, fatti, luoghi che si intrecciano all’evoluzione degli usi e dei costumi ed evolvono insieme a un pezzo di storia di un Paese. Accade così anche per il portavivande, che tutti conosciamo e abbiamo incontrato almeno una volta, se non ogni giorno. Oggetto comunissimo e indispensabile, ci accompagna per i nostri pasti fuori casa in particolare di questi tempi per colpa della crisi. Ma anche perché a lavoro si è sempre di corsa e al panino, in piedi al bar, si preferisce un cibo più sano e curato.

 

La storia del portavivande

L’esigenza di trasportare e conservare il cibo è antica e diffusa in tutte le culture anche ai giorni nostri: è famoso il bento giapponese, elegante scatola in legno laccato divisa in scomparti o il tiffin carrier indiano, insieme di contenitori in acciaio, tondi e schiacciati, impilati uno sull’altro.

In Italia già nel 1833 la gavetta o marmitta faceva parte del corredo militare e serviva per contenere il rancio. Era in ferro battuto e pesantissimo. E infatti venne riprogettata nel 1930 in lamiera di alluminio, leggera e senza saldature. Negli anni ’50 divenne popolare la schiscetta (termine dialettale milanese – curiosamente difficilissimo da pronunciare per un straniero – derivato da schiscià, perché il cibo veniva schiacciato nel contenitore), simbolo della fabbriche e del lavoro. Fu Renato Caimi, titolare insieme al fratello Mario della Caimi Brevetti S.p.A. ad avere l’intuizione di produrre nel 1952 “La 2000”, un contenitore a chiusura ermetica destinato a contenere il pranzo di operai, impiegati e studenti. All’epoca non c’erano mense aziendali, distributori automatici o locali di produzione e vendita di cibi per asporto, i cosiddetti take-away.

 

L’alternativa ecologica al pranzo fuori casa

Se un tempo portavivande e borracce erano l’unica possibilità per portare un pasto fuori casa, oggi rappresentano un’alternativa ecologica e salutare per la pausa, perché permettono la riduzione delle confezioni usa e getta e, soprattutto consentono di mangiare cibo sano, preparato nella propria cucina. Sono stati scritti libri di ricette e molti  chef  si sono ispirati al portavivande per creare ricette concepite per resistere alcune ore in un contenitore, essere trasportate, eventualmente riscaldate e consumate nel contenitore stesso.

Anch’io qualche volta uso il portavivande per la mia pausa di mezzogiorno. Recentemente il mio portapranzi conteneva: insalata di riso nello scomparto inferiore, roast beef con patate bollite e prezzemolo nello scomparto superiore e una macedonia di frutta fresca con fichi, albicocche, mango e fragoline di bosco nel recipiente più piccolo. Un pasto completo, ma soprattutto sano ed economico.

 

L’MB Square grigio Coton monbento® è l’interpretazione in chiave moderna del portavivande

Il design

Colorati e multiformi, sono disponibili in vari materiali. I due più diffusi sono certamente l’acciaio e la termoplastica. Due le caratteristiche principali di questi oggetti: la capacità di conservare il cibo alla stessa temperatura – ossia l’isolamento termico – e la chiusura ermetica. Alla base della prima vi è una scoperta importante, conosciuta come “vaso di Dewar” dal nome del fisico britannico James Dewar (1842-1923) che nel 1892 intuì per primo come un vaso con due pareti separate da una cavità sottovuoto avrebbe permesso al liquido contenuto all’interno di mantenere la temperatura iniziale pià a lungo. Il primo “vaso a vuoto” fu prodotto nel 1904 da un’azienda tedesca, la Thermos GmbH, che ne diede quindi per sempre il nome che oggi conosciamo.

Sull’intuizione di Dewar si fondano ancora i portavivande e le borracce termiche contemporanee che abbinano un design moderno all’antica idea del multistrato con sottovuoto. Sono nuovi modelli leggeri e maneggevoli, economici, colorati, tecnologici e tutti con l’indispensabile chiusura ermetica. Perfetti come regalo per chi non è indifferente alle tematiche ambientali e pronti a diventare un vero e proprio oggetto di culto. Bella invenzione il portavivande!

ACCATTATEVE ‘O CORNETTO, è iRRRResistibile!

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Per noi italiani i cornetti possono essere tanti. C’è quello che si ordina al bar con il cappuccino, quello rosso che si tiene in tasca come talismano contro la sfortuna, quello verde ricurvo, commestibile, di alcune varietà di fagioli e quello, ormai in disuso, per sopperire ai difetti di udito. Ma quando si aggiunge una lettera maiuscola e si avvicina l’estate, ecco allora che il Cornetto diventa inequivocabilmente quello prodotto da ALGIDA che dopo 62 anni non sembra assolutamente intenzionato ad abbandonare il proprio posto d’onore nei frigoriferi di bar e supermercati.

L’invenzione e il brevetto

È infatti il 30 gennaio 1959 quando il gelataio Spica, proprietario di una bottega in via Gianturco, a pochi passi dalla Stazione Centrale di Napoli, brevettò il Cornetto, un prodotto destinato a diventare due anni dopo, quando iniziò ad essere commercializzato, un’icona globale e l’emblema del gelato da passeggio. Il colpo di genio dell’artigiano partenopeo, oltre alla particolare forma evocante il tradizionale amuleto napoletano, fu quello di creare uno strato isolante di olio, zucchero e cioccolato per rivestire internamente la cialda, evitando così di non ammorbidirsi eccessivamente a contatto con il gelato. Unico e inimitabile, nonostante i tentativi di numerosi produttori, rimane lui il re incontrastato di tutti i coni gelato.

Il gelato di tutti

Chiunque, almeno una volta nella vita, ha assaggiato un Cornetto: cialda croccante e biscottata, morbido “cuore” di gelato alla crema di latte, copertura di granella di mandorle e nocciole, guarnizione di cioccolato fuso che dà l’inconfondibile suono croccante del primo morso e, dulcis in fundo, la punta della cialda ripiena di cioccolato, quella che per molti bambini – e non solo – è una sorta di conquista finale, la meta da raggiungere per l’apoteosi del gusto.

Un po’ di storia

Per capire meglio questa storia va ricordato che quando ALGIDA lanciò il nuovo gelato, il cono conteneva solo grassi nobili come burro e panna ed era considerato un prodotto superiore per gli ingredienti e per il felice abbinamento tra gelato, cialda e cioccolato. Il Cornetto ALGIDA era realizzato con materie prime di alta qualità selezionate e certificate, come l’uso di “100% panna fresca italiana” e la presenza di vero cioccolato nella punta. Ad oggi la panna fresca rappresenta un ingrediente secondario e forse per questo motivo il gelato non viene più pubblicizzato con il popolare slogan “Cuore di panna” come avveniva in passato. Facendo un confronto con le etichette di 15 anni fa si evince che la panna era il 40% di più: il 3,5% contro il 2,5% del totale degli ingredienti. Se poi prendiamo la ricetta di 50 anni fa la differenza risulta ancora più marcata.

La fondazione di Algida

ALGIDA fu fondata a Roma nel 1946 da Italo Barbiani, un ex lavoratore della Gelateria Fassi e dall’ingegnere ebreo di origine austriaca Alfred Wiesner dapprima internato nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia (CS) e successivamente nel carcere di Fossombrone (PU). Evaso nell’ottobre del 1943, partecipò alla Resistenza e collaborò con le truppe alleate e la Croce Rossa. Al termine del conflitto bellico, gli alleati regalarono a Wiesner, in segno di gratitudine, due macchine per produrre gelati.

A seguito dell’acquisizione del marchio ALGIDA da parte della multinazionale anglo-olandese Unilever avvenuta nel 1974, la produzione venne spostata in provincia di Napoli. Da lì a due anni Spica cedette loro il brevetto, consentendo così al Cornetto  una maggiore diffusione e di trasformarsi – purtroppo o per fortuna – in prodotto industriale.

Lo stabilimento di Caivano

Oggi lo stabilimento di Caivano (NA) è il più grande “gelatificio” europeo e uno dei maggiori a livello mondiale producendo ogni giorno oltre due milioni di pezzi. Di questi, circa il 60-65% rimangono in Italia, mentre il resto viene esportato. Qui si preparano (o si sono preparate perché alcune sono uscite di produzione) anche le varianti per incontrare le esigenze di tutti: dal classico alla panna – il più amato – all’Olimpia Cuore di fragola, alla vaniglia e amarena, al caramello, al cocco, veggy, senza glutine, ma anche Miniature, Cheesecake, Esagerato XXL, fino alle serie limitate o ai gusti più originali come Love Potion, Sbagliato, Super o Enigma. Addirittura nel 2018 fu lanciato il Cornetto al gusto unicorno: l’UniCornetto, composto da improbabili colori nei toni dell’azzurro e del rosa, tanto stucchevoli quanto esageratamente artificiali, a guisa di grazioso arcobaleno. Per assaggiarlo, tuttavia (…e per fortuna), è necessario intraprendere un viaggio in Siam, l’odierna Thailandia.

L’evento

«Gelato soltanto d’estate e rigorosamente sotto il sole cocente?» No, se si tratta di battere un record del mondo. Poco importa se il freddo è quello pungente dei giorni della merla. Qualche tempo prima del fatidico anniversario Unilever Italia aveva deciso che Salerno avrebbe stabilito un record mondiale organizzando la Festa del Gelato – l’Ice Cream Party – più grande del mondo e così è stato. A garantire la correttezza della prova, oltre ai rappresentanti delle istituzioni locali, c’erano anche i giudici del Guinness World of Records. E così il Cornetto, IL GELATO per eccellenza, simbolo di momenti di gioia e gusto condivisi, il 19 gennaio 2019 è riuscito a radunare in Piazza della Concordia per i suoi primi 60 anni di vita quasi 1.000 persone (962 per la precisione) che nell’arco di un’ora hanno gustato un gelato in simultanea. Risultato: appassionati di “cuore di panna” infreddoliti ma contenti e, soprattutto, primato raggiunto. Con buona pace della Gelati PEPINO 1884 inventori del Pinguino, il primo gelato in stecco. Ma questa è un’altra storia. Anche questa da “bRRRRivido”!

Il mercato agroalimentare diventa sempre più “smart”

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Un numero crescente di aziende del settore agroalimentare opta per soluzioni digitali per garantire la tracciabilità dei prodotti a tutela della loro qualità.

In un mercato così dinamico anche l’offerta tecnologica cresce a livello globale. Tra le startup italiane c’è Apio che ha sviluppato la piattaforma “Trusty”, dedicata alle aziende del settore agrifood e realizzata in collaborazione con Var Group, che utilizza diverse tecnologie blockchain tra cui anche uno dei network principali nel mercato agroalimentare, ovvero Ibm Food Trust.

Il 60% delle aziende nel settore agroalimentare – spiega Lorenzo Di Berardino, Ceo e co-fondatore di Apio – decide di sviluppare progetti in ambito digitale per aprire un canale di comunicazione nuovo con il consumatore. Trusty nasce proprio per dare una risposta a questa esigenza e, al tempo stesso, dal desiderio di rendere fruibili questi strumenti tecnologici a tutti”.

Ma perché un’azienda del settore agrifood dovrebbe investire in tecnologia blockchain?

Uno dei pensieri più erroneamente diffusi – continua Lorenzo Di Berardino è che la blockchain sia una piattaforma che sostituisce i sistemi di  certificazione delle informazioni. Questa tecnologia è, invece, uno strumento di condivisione di informazioni, che ne amplificano la  portata, rendendole accessibili al grande pubblico e creando un canale sicuro del quale tutte le aziende possono servirsi per scambiare  informazioni”.

Ci sono diverse  tecnologie – prosegue Alessandro Chelli, Ceo e co-fondatore di Apio –  e diversi modi di utilizzare la blockchain e noi abbiamo deciso di utilizzare un approccio blockchain Agnostic. Puntiamo a creare un  sistema che adotti standard di tracciabilità, tra cui anche il GSEpcis che è uno dei più aperti all’interoperabilità, e che normalizzi le informazioni rispetto a questi standard permettendo poi attraverso  le opportune integrazioni di andare su più piattaforme“.

Apio e il progetto food

Apio, che propone strumenti innovativi per la digitalizzazione delle aziende ed è cresciuta con progetti nel settore dell’energia, ha deciso di lanciarsi in un progetto verticale per le aziende del  settore food perché sono tra le più attente a creare un legame con il  cliente finale e, molto spesso, hanno una lunga storia da raccontare  per la realizzazione dei loro prodotti.

Una storia fatta di passione e impegno, anche per ottenere  certificazioni internazionali che attestano la qualità della  produzione e la proteggono da fenomeni come la contraffazione o l’Italian Sounding. La blockchain diventa, quindi, il ponte che permette di trasmettere all’utente finale tutto questo bagaglio d’informazioni, con un semplice gesto: la scansione di un Qr Code apposto sul prodotto.

Una filiera trasparente consente, inoltre, al consumatore di sviluppare una maggiore consapevolezza negli acquisti: la generazione Z, nata a cavallo del nuovo Millennio, è molto più attenta al tema della sostenibilità ed è disposta a tradurre questa sensibilità in comportamenti concreti e, ad esempio, a spendere di più per un prodotto realizzato in modo etico e sostenibile. Per le piccole e medie imprese del settore agroalimentare scegliere, dunque, una tecnologia blockchain può davvero trasformarsi in un vantaggio competitivo perché, rafforzando l’identità del brand, aiuta il consumatore a scegliere consapevolmente il prodotto di quel  marchio.

L’indagine di IBM Food Sustainability Study

In una nova indagine di IBM, dal titolo “IBM Food Sustainability Study”, condotta tra Stati Uniti ed Europa, a cui hanno partecipato circa 3500 consumatori, di cui 988 italiani, è emersa una crescente attenzione alla provenienza dei cibi, alla loro sostenibilità e ai benefici per la salute.

Nella valutazione degli acquisti, gli italiani danno precedenza alla provenienza locale (58%) e ai cibi sani (45%) piuttosto che all’origine sostenibile o alla riduzione degli sprechi. In particolare, sono le generazioni più anziane a dare peso alla provenienza del cibo, mentre i giovani danno più importanza ai benefici per la salute.

La pandemia di Covid-19, tuttavia, ha apportato cambiamenti anche nell’educazione alimentare degli italiani: circa la metà degli intervistati ora è più propensa a preoccuparsi della sostenibilità del cibo che acquista, con la GenZ in testa per l’attenzione a questi aspetti (55%).

Stando all’indagine, il 92% degli italiani ha affermato che la blockchain e la tracciabilità degli alimenti è preziosa: in particolare, “sono le donne (3 su 5) e i baby boomers (63%) a ritenere che la tracciabilità dei cibi dovrebbe diventare una costante perché permette di garantire l’autenticità dei prodotti, fornendo informazioni certificate su provenienza, freschezza e processo di lavorazione”.

Calabria (povera) Terra Mia!

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Festa del Cinema di Roma. Proiezione del corto di Gabriele Muccino realizzato per la Regione Calabria con Raul Bova e Rocìo Muñoz Morales. 8 minuti di immagini patinate, cartoline di un tempo passato, stereotipi e cliché, bergamotti e fichi, muli, coppole e partite a carte. Una narrazione artefatta, qualche scorcio di mare. La montagna? Non pervenuta. Alla fine della proiezione sarebbe dovuto scattare l’applauso, ma da quando lo spot gira on line, è insorto a gran voce il furore dei calabresi che si sa sono molto orgogliosi. Ma qui non si tratta solo di orgoglio, è quasi una questione di onore verrebbe da dire.

Già da questa estate, quando sono iniziate le riprese, si parlava di questo corto promozionale della Calabria: non un documentario, non uno spot, ma qualcosa di più pensato e voluto  per raccontare una regione così poco conosciuta. Costo di questa operazione 1,7 milioni di euro di soldi pubblici. Iniziativa lodevole, soprattutto in un momento in cui il turismo si gioca sul locale e c’è sempre più bisogno di far crescere questa regione, che comincia a sgomitare e far vedere il meglio di sé.

Cosa non ha funzionato

Qualcosa, però, non ha funzionato. Non ha funzionato l’idea, la forma narrativa, la recitazione, il contenuto. Tutto ciò che viene raccontato in questi 8 minuti è vecchio, trascorso, già visto. E’ la Calabria del ricordo, una Calabria ferma nel tempo, cristallizzata. Scene di vita bucolica che traggono ispirazione da vecchie cartoline sbiadite, ridipinte con i colori del sole, del grano e del mare, che scorrono su note vintage.

La “trama”

Ma vediamo la trama di questo cortometraggio: lui, Roul Bova, un po’ smunto e imbiancato, porta la sua bella Rocìo in vacanza in Calabria, nella sua terra, quella che suo nonno (non lui) lascò tanti anni fa, in cerca di lavoro e fortuna altrove. E in questo viaggio ideale, fatto in una delle regioni più ricche di bellezze naturalistiche, ciò che viene mostrato sono piazzette, trattorie con pergolati, fontane e strade di campagna che somigliano più ad un set cinematografico; uomini, vecchi e giovani, in coppola e camicia, seduti al bar a giocare a carte e in piazza, su sedie rigorosamente impagliate, a non far nulla (forse questa una traduzione poetica della disoccupazione giovanile), contadini che vanno in campagna affiancati dal fedele asino, mare verde, campi di grano già tagliato e distese infinite di clementine e bergamotti. Tutto senza una precisa localizzazione, senza identità. Immagini che potrebbero appartenere a un sud generico, che non dicono niente di più, anzi sicuramente molto di meno di questa regione che racchiude in sé storia, cultura, bellezze architettoniche dalla Magna Grecia in poi, mare, montagna, colline. Ci sono chilometri di coste e spiagge frastagliate in Calabria, c’è la Sila, l’Aspromonte e un versante del Pollino.

La cultura enogastronomica

C’è la tradizione e una forte cultura enogastronomica: ettari di vigneti sparsi per tutta la regione con i suoi vitigni autoctoni e le sue doc, i salumi, i formaggi (che non compaiono nemmeno al tavolo della trattoria), lo stoccafisso, le melanzane e chi più ne ha più ne metta. Tante sono le bontà calabresi conosciute in tutto il mondo e nemmeno menzionate, evocate, in un’epoca dove il turismo enogastronomico vince, dove l’esperienza del piatto tipico quasi è più “attrattiva e forte” di una visita ad un museo. Qui non si fa cenno alcuno alla storia – in questo caso orgogliosamente contadina che sopravvive – di ciò che i calabresi mettono in tavola. C’è, invece, l’inno alla vitamina C e alla domanda se il bergamotto si mangia, la risposta è prettamente didascalica “anche ma si usa soprattutto in profumeria”. Un frutto che sta vivendo a pieno la sua valorizzazione gastronomica diventando il protagonista della ristorazione locale, italiana e internazionale. Ma questa è un’altra storia.

I tanti, troppi, cliché

La Calabria viene riassunta così, in uno scorrere di cliché che portano alla memoria alcune scene del Padrino, con una regia che fa il verso ad alcuni film di Tornatore o agli spot di Dolce & Gabbana. E’ una narrazione che mette in luce in modo lampante la non conoscenza di una terra da parte del regista o di chi ha scritto la scenografia da un lato e dall’altro l’ignoranza da un punto di vista del marketing e della comunicazione da parte delle istituzioni, che hanno dato il “visto si giri”.

Noi abbiamo commissionato un corto per emozionare e incuriosire chi ha voglia di visitare la Calabria. È un video per sprovincializzare e sdoganare il nostro territorio dai soliti cliché” queste sono le parole dell’assessore regionale al turismo Fausto Orsomarso, riportate sui giornali. In effetti i soliti cliché non erano tutti presenti, mancava il richiamo mafioso, per chiudere il cerchio. E il dubbio più grande e se il copy di Easyjet messo alla gogna qualche mese fa non faccia parte degli autori. Gabriele  Muccino da parte sua dice: “Le critiche allo spot non mi preoccupano fa parte del gioco, dovevo solo emozionare, non potevo far vedere di più“.

A questo punto scatta una riflessione seria sull’emozione, sul turismo esperienziale e sul termine sprovincializzare e sulle annesse strategie e forme di rappresentazione. Abbiamo visto in questo spot una Calabria che non esiste, una narrazione superflua che non emoziona, che non dice nulla di nuovo o  di più.

L’autentica Calabria

Chi viene in Calabria va via con gli occhi pieni di meraviglia, di bellezza e di stupore nel conoscere qualcosa di cui non aveva nemmeno l’idea, per poi tornare puntuale. “Non pensavo la Calabria fosse così bella”, sono queste le frasi che si sentono spesso e proprio da queste affermazioni nasce l’esigenza di raccontare questa terra al di fuori, per farla scoprire, per incuriosire il turista, per mettere “fame” al viaggiatore alla ricerca di bellezza.

E se sono bastati due classici stereotipi per far affermare a Rocìo “io da qui non me ne vado più” pensate avessimo raccontato meglio e di più, forse avrebbe invitato amici e parenti a trasferirsi.

La Calabria, invece, ha bisogno di un racconto diverso più moderno e contemporaneo. La gentilezza, l’amicizia e l’accoglienza dei calabresi si potrebbe raccontare i mille modi diversi, così come la tenacia, la voglia di crescere e di fare impresa. Esiste una Calabria che emoziona, che fa cultura, che produce, che crea economia e identità. C’è la Calabria de Bronzi, dei festival culturali, dei grandi marchi noti in tutta Italia e non solo, c’è la nuova generazione che non vuole andare via per poi tornare, ma vuole rimanere, radicata profondamente in questa terra con l’obiettivo di farla diventare più forte sotto tutti i punti di vista.

Quale voce dare allora alla Calabria? Forse quella dei calabresi stessi, con il loro accento, la loro vita e la loro conoscenza profonda, sarebbe stata più azzeccata. Uno storytelling che nasce da dentro, un narratore che ti spalanca le porte e ti accoglie in un viaggio bello, buono e profondo. E senza errori, perché i calabresi possono perdonare tutto, ma non la soppressata con il finocchietto. Quella no!

La pizza stellata di Berberè, un omaggio solidale alla Calabria e ai suoi artigiani

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La Fase 2 è una fase di rilancio per tutti, tempo di riaperture e di ritorni. Si cerca di farlo con entusiasmo e con ottimismo, nonostante le difficoltà del momento, economiche e non solo. Tempo anche di conferme per chi ha proposto durante il lockdown nuovi servizi o nuovi menu o di sperimentazione e restyling come in fondo dovrebbero essere tutti “i ritorni”.

Dalla ristorazione in genere ci aspettiamo tante novità, non solo per la soddisfazione del nostro palato, ma per l’intero sistema agro-alimentare. Inutile negarlo la ristorazione, a qualsiasi livello, ha delle grandi responsabilità nei confronti della filiera. Dalla cantina al piccolo produttore artigiano tutti hanno dovuto rallentare per forza di cose, ma ora è giusto ingranare di nuovo la marcia e partire. E per farlo alla giusta velocità ci vuole sinergia, collaborazione o chiamiamola pure solidarietà gastronomica.

Di esempi se ne sono visti diversi in questi mesi, a partire dalle forme delivery di ristoranti che hanno coinvolto i loro fornitori, ora in questa fase si torna a impiattare e in questo gesto ci deve essere il coinvolgimento di tutti gli attori della filiera.

La “Pizza stellata” di Berberè

Ecco allora l’iniziativa di “Berberè pizzerie” dei fratelli Aloe, che nella stagione del post emergenza sanitaria riaprono i 12 locali, tutti muniti di dehor esterno, presentando il nuovo menù primavera-estate e inserendo, per la prima volta in carta, una “Pizza stellata“.

La pizza di Luca Abbruzzino

Il lievitato è creato in collaborazione con lo chef stellato Luca Abbruzzino ed è dedicato alla Calabria, terra di origine degli Aloe e dello stesso chef. La pizza calabrese, con Nduja di Spilinga, peperoni arrosto, olive nere, capperi, pecorino crotonese, fiordilatte, menta. Tutti ingredienti rigorosamente con accento calabro.

Un omaggio non solo al proprio territorio di appartenenza, ma anche un inno all’artigianalità del Sud. “La crisi che stiamo vivendo e che vivremo da qui ai prossimi anni – afferma lo chef e fondatore di Berberè Matteo Aloe nel commentare le novità introdotte – mette a rischio tutti, ma ancor di più i territori più fragili e quindi anche gli artigiani che lavorano in questi territori. Mi è venuto quindi spontaneo pensare alla Calabria e ai suoi meravigliosi resistenti-artigiani, perché tutti parleremo di Wall street e Piazza Affari, ma sarà difficile parlare di chi produce pecorino nel crotonese, vino nel cosentino, ‘nduja nel vibonese”.

Regione e Tradizione

Questa scelta di regionalità e tradizione porta a un coinvolgimento diretto dei piccoli produttori e a rimettere in moto l’economia di scala, ma non solo. C’è anche, nella scelta di un prodotto artigianale e di qualità, la valorizzazione di uno specifico territorio, la conoscenza nei consumatori di prodotti unici e delle loro tradizioni. La pizza stellata di Abbruzzino e degli Aloe si traduce in una proposta culturale e un atto solidale.

Tutte le pizzerie a marchio Berberè avranno in menu la “Pizza stellata”, confermando anche le loro classiche e super gettonate. A questo punto ci aspettiamo l’abbinamento al tavolo con una birra artigianale made in Calabria o un buon Cirò rosato o un Magliocco Terre di Cosenza.

Un esempio questo che dovrebbe e potrebbe essere accolto e magari moltiplicato per le nostre venti regioni, tutte ricche di bontà, qualità e artigiani che lavorano con passione.

food trend 2020

Food Trend 2020: seconda parte

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Cosa mangeremo nel 2020? e cosa acquisteremo al mercato o presso la grande distribuzione? prosegue il racconto di Giusy Ferraina (qui la prima parte) alla scoperta dei Food Trend 2020.

Nella produzione agroalimentare cosa accadrà?

I cambiamenti climatici ci mettono a dura prova e non saranno a breve termine. Si punta sempre più sulla biodiversità e sostenibilità delle coltivazioni, su un impatto positivo del suolo. Due i trend principali: l’agricoltura rigenerativa, ovvero coltivazioni e allevamenti che mirano a recuperare terreni degradati e impoveriti da eccessivo sfruttamento; e l’applicazione dell’economia circolare, produrre il nuovo dai rifiuti anche nel mondo agricolo e del food, che potrebbe magari trovare applicazione anche nella ristorazione.

Facciamo ora un salto al ristorante e vediamo quale strada si traccerà in questo anno appena iniziato.

Si è già detto di verdure, superfood, panificazione. Torna in auge la pasta, quella fresca, fatta in casa. Un consumo riscoperto nei locali tradizionali, specializzati e in quelli gourmet, di gran voga all’estero e tra le nuove generazioni. La pasta – economica, gustosa e capace di suscitare memorie di gesti antichi – ci riempie di un senso di grande conforto e il 2020 può essere l’anno della buona pasta fatta in casa.

La ricerca degli chef e la loro sensibilità ci porta su un tema importante, di cui si parla da un po’ di tempo, ma che ha bisogno di radicarsi sempre più nella testa e nel cuore di chi cucina e di chi mangia. Parliamo di sprechi alimentari e cucina di recupero. Lo spreco di cibo è una realtà del nostro sistema alimentare e la sua criticità si prevede diventerà sempre più grande, più forte e più globale. Problema che non si risolverà presto, ma che ha bisogno di “attivisti” e tra questi gli chef di alto profilo possono essere simbolo di una possibile soluzione.

La fermentazione

Tra le tecniche uno dei metodi di cottura più antichi e più primitivi, sta facendo un grande ritorno. Il sapore “affumicato” è stato di tendenza negli ultimi mesi, e la sua fumosità e aroma legnoso si confermano come nuove espressioni di gusto naturale. Al fumo poi si affianca la fermentazione, tendenza scaturita dall’effetto Noma e dalla cucina di René Redzepi, che ne ha parlato come un passo avanti in termini gourmand. Ci si aspettano nuovi laboratori di fermentazione, su cibi e sapori ancora non sperimentati e anche in forma domestica.

Il tema della Sala

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Il tema dell’accoglienza e della sala è un tema caldo, messo in evidenza spesso dal cliente, che si trova a pretendere ma non a capire gli ingranaggi e meccanismi complessi che regolano il servizio.

Sulle tendenze di sala – o chiamiamole “sensibilità” visto che la strada da percorrere è lunga – abbiamo interpellato Luca Sessa, speaker di Radio Food che nel suo programma dedica una pillola all’argomento:

Siamo in una fase iniziale, soprattutto se guardiamo la cosa dall’interno. La Sala non ha ancora fatto breccia nel cuore dei giovani. Servirebbe un reality o un programma tv? un esempio da seguire? Forse sì. Anche in questo caso il problema è culturale perché il mestiere di cameriere viene ancora visto come un ripiego”.

Cosa sta succedendo nel sistema domanda-offerta ristorativa e delle nuove aperture?

Ci dice Luca:Aprono sempre più trattorie ed osterie. Probabilmente il momento economico condiziona le scelte imprenditoriali. E poi c’è il cliente medio, poco acculturato e che guarda con ammirazione la quantità. A questo ci aggiungiamo una ricerca della semplicità, dei sapori genuini e della cucina tradizionale, o meglio dire tipica. E’ anche vero che la ristorazione di alto livello è sempre più difficile da gestire dal punto di vista economico e forse aprono locali “semplici” anche per questo motivo”.

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E infine cosa berremo?

Sono aumentati i consumi di bevande a basso contenuto, ideali per chi vuole assaggiare i sapori unici offerti dai mix alcolici e anche con meno calorie. Trend che risponde ovviamente all’aumento dei consumatori attenti alla salute. Nei menu dei bar fanno capolino quindi drink analcolici che cercano di ricreare il sapore dei cocktail classici, grazie all’uso di ingredienti ottenuti con metodi tipici di distillazione. Esempi massimo il gin analcolico per un gin tonic alcol free o i finti spiriti con infusione botanica. Insomma i nostri bar tender avranno modo di sbizzarrirsi.

Per il mondo vino, risponde alla nostra domanda Chiara Giannotti di Vino Tv: “Trend in crescita secondo me sono i vini che puntano su sapidità e freschezza, sempre più attenzione verso i vitigni autoctoni e troveremo nelle carte dei vini finalmente più vini del Lazio, che sta dimostrando una buona crescita e un trend di ascesa”.

Passiamo alla birra e qui intervengono Salvatore Cosenza e Andrea Turco (Cronache di Birra) che indicano come trend di questo 2020 la crescita delle Pastry Stout e un aumento di produttori nazionali che si confronteranno con questa particolare tipologia. Crescono sempre di più e si distinguono come punti di ritrovo, di convivialità e buon bere i pub di quartiere, soprattutto quelli fuori dalla movida e capaci di sviluppare comunità. Ma la cosa che più ci incuriosisce è la previsione dell’ingresso di birre crafty (o comunque industriali) nelle tap list di locali insospettabili.

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Petit Palais: con JRE Italia, ricette per bambini su Radio Food

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Da un’idea di Andrea Febo, ricette per bambini ma non solo. Prende forma un progetto complesso che vede la prestigiosa associazione JRE Italia, sposare un’idea di divulgazione trasversale rivolta ai più piccoli: Petit Palais. Letteralmente Piccoli palati, ed è così che i giovani ristoratori italiani s’impegnano a raccontare in una rubrica radiofonica, all’interno del GRFood in onda il lunedì mattina dalle 10:00 alle 12:00 su Radio Food Live, delle ricette per bambini. L’intento è chiaramente quello di divulgare la cultura di una sana alimentazione, partendo dall’età più importante per costruire un palato consapevole.

Attraverso semplici ricette per bambini, l’Italia viene attraversata nel rispetto delle tradizioni territoriali e delle stagionalità, con il desiderio di poter educare le future generazioni a un’educazione alimentare consapevole, grazie al contributo di chi ha fatto della cucina la propria vita. Cuochi, ristoratori, ma soprattutto uomini capaci di andare oltre tecniche e ricerca per dedicarsi alla tavola tanto semplice, quanto fondamentale, dei piccoli palati.

Ché poi, chi lo ha detto che non si possono far mangiare cose che abitualmente i bambini non mangiano, se cucinate con i consigli giusti?

alcuni degli chef aderenti

Petit Palais è un progetto editoriale complesso e trasversale, che dalla diretta radiofonica si trasforma in un podcast distribuito sulle maggiori piattaforme di ascolto, per poi diventare prima un ricettario digitale e poi un volume cartaceo.

40 chef, altrettante ricette per bambini con una variazione gourmet che le adattino anche per chi tanto bambino non lo è più, una trasmissione in diretta su Radio Food Live e l’obiettivo che tutto questo diventi un libro firmato da JRE Italia.

#BuongiornoAmiciDiRadioFood

Radio Food Live

app gratuita per mobile e in streaming su www.radio-food-live.com

GRFood

Live dalle 10:00 alle 12:00 del lunedì

  • 10:00 / 10:30 Rassegna Stampa con Livia Montagnoli
  • 10:35 / 10:45 Curiosità e prodotti con Il Gastronauta
  • 10:50 / 11:00 Viaggi con Sara De Bellis
  • 11:00 / 11:10 Petit Palais con JRE Italia
  • 11:15 / 11:45 Salotto di approfondimento con intervista

Repliche dal martedì al sabato dalle 08:00 alle 10:00 e dal martedì al venerdì dalle 19:00 alle 21:00

Podcast delle trasmissioni – https://www.mixcloud.com/RadioFood/

Podcast Petit Palais – https://www.spreaker.com/show/petit-palais

Città della Pizza

La Città della Pizza approda a Milano

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“LA CITTÀ DELLA PIZZA” APPRODA A MILANO: PER LA PRIMA VOLTA L’EVENTO DEDICATO AL PRODOTTO ITALIANO PIÙ AMATO NEL MONDO VA IN SCENA NEL CAPOLUOGO LOMBARDO 

L’avanguardia il tema della manifestazione. Presenti oltre 30 tra i migliori pizzaioli d’Italia per decine di pizze differenti. Ricco il programma di workshop per addetti ai lavori e di laboratori per adulti e bambini. Degustazioni, approfondimenti e spazio market dedicato alle materie prime della pizza.

Dopo tre anni di successi a Roma (con 90.000 ingressi in tre edizioni, 35.000 solo nel 2019), La Città della Pizza approda per la prima volta a Milano. La manifestazione ideata da Vinòforum, e dedicata al prodotto italiano più amato nel mondo, andrà in scena sabato 26 e domenica 27 ottobre presso Fabbrica Orobia (via Orobia, 15), uno spazio eventi di 6.000 mq al coperto, situato nel cuore della città, in una zona che sta divenendo rapidamente polo di riferimento dell’arte, della cultura e della moda.

I protagonisti

Saranno presenti a Milano oltre 30 tra i migliori pizzaioli d’Italia, provenienti da Nord a Sud della Penisola e rappresentanti delle diverse scuole stilistiche. A selezionarli il team di autori composto da Emiliano De Venuti, ideatore de La Città della Pizza e CEO di Vinòforum, dai giornalisti Luciano Pignataro, Luciana Squadrilli, Tania Mauri e, new entry per la tappa meneghina, dal maestro pizzaiolo Matteo Aloe, del marchio Berberè. Ai consueti criteri per la selezione, enunciati nel “manifesto” de La Città della Pizza (www.lacittadellapizza.it/il-manifesto), e quindi passione, qualità, ricerca, cura e attenzione per tutte le fasi della produzione, si è aggiunto quello dell’avanguardia, tema conduttore scelto per La Città della Pizza Milano.

Gli organizzatori

“La Città della Pizza – sottolinea Emiliano De Venuti – nasce già con l’idea di diventare un format replicabile. E dopo tre edizioni romane, con un successo che ha superato le più rosee previsioni e durante le quali siamo riusciti a perfezionare diversi aspetti della manifestazione, fare tappa a Milano rappresenta un’evoluzione quasi naturale. È sotto gli occhi di tutti il fatto che Milano è diventata un punto di riferimento fondamentale per il mondo dell’enogastronomia in generale e della pizza in particolare. Quindi sede perfetta per La Città della Pizza, che rimane un luogo d’incontro aperto a tutti, dai semplici appassionati agli addetti ai lavori, ai quali si offre anche un’occasione di dialogo e confronto. Ovviamente l’ingresso è gratuito, per dare la possibilità a chiunque di approfondire le mille sfaccettature di questo goloso universo”.

Le tipologie di pizza

La Città della Pizza Milano presterà particolare attenzione a tutte quelle che sono le materie prime della pizza, da quelle “base”, come la farina, il pomodoro, l’olio extravergine di oliva e la mozzarella, a quelle protagoniste dei topping più fantasiosi, come i salumi, le conserve e i formaggi. Sarà presente dunque un ampio spazio market dove conoscere, degustare e acquistare i prodotti di piccole e grandi aziende italiane vocate all’eccellenza. Mentre per chi vorrà testare i prodotti direttamente sulla pizza, sarà sufficiente affidarsi all’arte dei maestri pizzaioli; per ognuna delle due giornate sono previste ben otto “case”. Otto postazioni suddivise nelle categorie “Napoletana”, “All’italiana”, “A degustazione”, “Al taglio”, “Fritta” e “Senza Glutine. Ogni pizzaiolo proporrà un menu composto da tre diversi tipi di pizza: una tra le due grandi classiche, margherita o marinara, un proprio cavallo di battaglia e una pizza d’avanguardia, in linea con il tema della manifestazione e creata appositamente per l’occasione. A ciò andranno aggiunte le fragranti creazioni che usciranno dalla casa dei “Fritti all’italiana”, che vedrà la partecipazione di due grandi interpreti, su scala nazionale, dell’arte del fritto. Non mancherà la possibilità di sperimentare abbinamenti, a partire da quelli con la Birra Artigianale firmata Baladin. Mentre per gli amanti del vino saranno diverse le etichette da poter accostare alle tante proposte presenti.

I laboratori

Molte le iniziative a cui potranno prendere parte sia gli adulti che i bambini. I grandi maestri pizzaioli terranno infatti, di persona, laboratori per appassionati su argomenti come la lievitazione, la pizza in teglia, il pane, i condimenti, la pizza senza glutine, il pomodoro e molti altri ancora. I più piccoli invece, nei tanti kids lab della due giorni, potranno imparare, divertendosi, cosa è una merenda sana. Interessantissimi infine i workshop pensati per tutti gli addetti ai lavori, durante i quali verranno approfondite, con l’aiuto di personalità di spicco del mondo della pizza, tematiche sempre più attuali e rilevanti inerenti la sostenibilità, l’imprenditoria, gli aspetti salutistici e tante altre questioni tecniche.

LA CITTÀ DELLA PIZZA MILANO 2019
LOCATION: Fabbrica Orobia – Via Orobia, 15 – Milano
GIORNI E ORARI DI APERTURA: Sabato 26 ottobre ore 11.00 – 24.00 / Domenica 27 ottobre ore 11.00 – 22.00
Ingresso gratuito.
Per tutte le info e le prenotazioni www.lacittadellapizza.it