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Calabria (povera) Terra Mia!

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Festa del Cinema di Roma. Proiezione del corto di Gabriele Muccino realizzato per la Regione Calabria con Raul Bova e Rocìo Muñoz Morales. 8 minuti di immagini patinate, cartoline di un tempo passato, stereotipi e cliché, bergamotti e fichi, muli, coppole e partite a carte. Una narrazione artefatta, qualche scorcio di mare. La montagna? Non pervenuta. Alla fine della proiezione sarebbe dovuto scattare l’applauso, ma da quando lo spot gira on line, è insorto a gran voce il furore dei calabresi che si sa sono molto orgogliosi. Ma qui non si tratta solo di orgoglio, è quasi una questione di onore verrebbe da dire.

Già da questa estate, quando sono iniziate le riprese, si parlava di questo corto promozionale della Calabria: non un documentario, non uno spot, ma qualcosa di più pensato e voluto  per raccontare una regione così poco conosciuta. Costo di questa operazione 1,7 milioni di euro di soldi pubblici. Iniziativa lodevole, soprattutto in un momento in cui il turismo si gioca sul locale e c’è sempre più bisogno di far crescere questa regione, che comincia a sgomitare e far vedere il meglio di sé.

Cosa non ha funzionato

Qualcosa, però, non ha funzionato. Non ha funzionato l’idea, la forma narrativa, la recitazione, il contenuto. Tutto ciò che viene raccontato in questi 8 minuti è vecchio, trascorso, già visto. E’ la Calabria del ricordo, una Calabria ferma nel tempo, cristallizzata. Scene di vita bucolica che traggono ispirazione da vecchie cartoline sbiadite, ridipinte con i colori del sole, del grano e del mare, che scorrono su note vintage.

La “trama”

Ma vediamo la trama di questo cortometraggio: lui, Roul Bova, un po’ smunto e imbiancato, porta la sua bella Rocìo in vacanza in Calabria, nella sua terra, quella che suo nonno (non lui) lascò tanti anni fa, in cerca di lavoro e fortuna altrove. E in questo viaggio ideale, fatto in una delle regioni più ricche di bellezze naturalistiche, ciò che viene mostrato sono piazzette, trattorie con pergolati, fontane e strade di campagna che somigliano più ad un set cinematografico; uomini, vecchi e giovani, in coppola e camicia, seduti al bar a giocare a carte e in piazza, su sedie rigorosamente impagliate, a non far nulla (forse questa una traduzione poetica della disoccupazione giovanile), contadini che vanno in campagna affiancati dal fedele asino, mare verde, campi di grano già tagliato e distese infinite di clementine e bergamotti. Tutto senza una precisa localizzazione, senza identità. Immagini che potrebbero appartenere a un sud generico, che non dicono niente di più, anzi sicuramente molto di meno di questa regione che racchiude in sé storia, cultura, bellezze architettoniche dalla Magna Grecia in poi, mare, montagna, colline. Ci sono chilometri di coste e spiagge frastagliate in Calabria, c’è la Sila, l’Aspromonte e un versante del Pollino.

La cultura enogastronomica

C’è la tradizione e una forte cultura enogastronomica: ettari di vigneti sparsi per tutta la regione con i suoi vitigni autoctoni e le sue doc, i salumi, i formaggi (che non compaiono nemmeno al tavolo della trattoria), lo stoccafisso, le melanzane e chi più ne ha più ne metta. Tante sono le bontà calabresi conosciute in tutto il mondo e nemmeno menzionate, evocate, in un’epoca dove il turismo enogastronomico vince, dove l’esperienza del piatto tipico quasi è più “attrattiva e forte” di una visita ad un museo. Qui non si fa cenno alcuno alla storia – in questo caso orgogliosamente contadina che sopravvive – di ciò che i calabresi mettono in tavola. C’è, invece, l’inno alla vitamina C e alla domanda se il bergamotto si mangia, la risposta è prettamente didascalica “anche ma si usa soprattutto in profumeria”. Un frutto che sta vivendo a pieno la sua valorizzazione gastronomica diventando il protagonista della ristorazione locale, italiana e internazionale. Ma questa è un’altra storia.

I tanti, troppi, cliché

La Calabria viene riassunta così, in uno scorrere di cliché che portano alla memoria alcune scene del Padrino, con una regia che fa il verso ad alcuni film di Tornatore o agli spot di Dolce & Gabbana. E’ una narrazione che mette in luce in modo lampante la non conoscenza di una terra da parte del regista o di chi ha scritto la scenografia da un lato e dall’altro l’ignoranza da un punto di vista del marketing e della comunicazione da parte delle istituzioni, che hanno dato il “visto si giri”.

Noi abbiamo commissionato un corto per emozionare e incuriosire chi ha voglia di visitare la Calabria. È un video per sprovincializzare e sdoganare il nostro territorio dai soliti cliché” queste sono le parole dell’assessore regionale al turismo Fausto Orsomarso, riportate sui giornali. In effetti i soliti cliché non erano tutti presenti, mancava il richiamo mafioso, per chiudere il cerchio. E il dubbio più grande e se il copy di Easyjet messo alla gogna qualche mese fa non faccia parte degli autori. Gabriele  Muccino da parte sua dice: “Le critiche allo spot non mi preoccupano fa parte del gioco, dovevo solo emozionare, non potevo far vedere di più“.

A questo punto scatta una riflessione seria sull’emozione, sul turismo esperienziale e sul termine sprovincializzare e sulle annesse strategie e forme di rappresentazione. Abbiamo visto in questo spot una Calabria che non esiste, una narrazione superflua che non emoziona, che non dice nulla di nuovo o  di più.

L’autentica Calabria

Chi viene in Calabria va via con gli occhi pieni di meraviglia, di bellezza e di stupore nel conoscere qualcosa di cui non aveva nemmeno l’idea, per poi tornare puntuale. “Non pensavo la Calabria fosse così bella”, sono queste le frasi che si sentono spesso e proprio da queste affermazioni nasce l’esigenza di raccontare questa terra al di fuori, per farla scoprire, per incuriosire il turista, per mettere “fame” al viaggiatore alla ricerca di bellezza.

E se sono bastati due classici stereotipi per far affermare a Rocìo “io da qui non me ne vado più” pensate avessimo raccontato meglio e di più, forse avrebbe invitato amici e parenti a trasferirsi.

La Calabria, invece, ha bisogno di un racconto diverso più moderno e contemporaneo. La gentilezza, l’amicizia e l’accoglienza dei calabresi si potrebbe raccontare i mille modi diversi, così come la tenacia, la voglia di crescere e di fare impresa. Esiste una Calabria che emoziona, che fa cultura, che produce, che crea economia e identità. C’è la Calabria de Bronzi, dei festival culturali, dei grandi marchi noti in tutta Italia e non solo, c’è la nuova generazione che non vuole andare via per poi tornare, ma vuole rimanere, radicata profondamente in questa terra con l’obiettivo di farla diventare più forte sotto tutti i punti di vista.

Quale voce dare allora alla Calabria? Forse quella dei calabresi stessi, con il loro accento, la loro vita e la loro conoscenza profonda, sarebbe stata più azzeccata. Uno storytelling che nasce da dentro, un narratore che ti spalanca le porte e ti accoglie in un viaggio bello, buono e profondo. E senza errori, perché i calabresi possono perdonare tutto, ma non la soppressata con il finocchietto. Quella no!

La pizza stellata di Berberè, un omaggio solidale alla Calabria e ai suoi artigiani

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La Fase 2 è una fase di rilancio per tutti, tempo di riaperture e di ritorni. Si cerca di farlo con entusiasmo e con ottimismo, nonostante le difficoltà del momento, economiche e non solo. Tempo anche di conferme per chi ha proposto durante il lockdown nuovi servizi o nuovi menu o di sperimentazione e restyling come in fondo dovrebbero essere tutti “i ritorni”.

Dalla ristorazione in genere ci aspettiamo tante novità, non solo per la soddisfazione del nostro palato, ma per l’intero sistema agro-alimentare. Inutile negarlo la ristorazione, a qualsiasi livello, ha delle grandi responsabilità nei confronti della filiera. Dalla cantina al piccolo produttore artigiano tutti hanno dovuto rallentare per forza di cose, ma ora è giusto ingranare di nuovo la marcia e partire. E per farlo alla giusta velocità ci vuole sinergia, collaborazione o chiamiamola pure solidarietà gastronomica.

Di esempi se ne sono visti diversi in questi mesi, a partire dalle forme delivery di ristoranti che hanno coinvolto i loro fornitori, ora in questa fase si torna a impiattare e in questo gesto ci deve essere il coinvolgimento di tutti gli attori della filiera.

La “Pizza stellata” di Berberè

Ecco allora l’iniziativa di “Berberè pizzerie” dei fratelli Aloe, che nella stagione del post emergenza sanitaria riaprono i 12 locali, tutti muniti di dehor esterno, presentando il nuovo menù primavera-estate e inserendo, per la prima volta in carta, una “Pizza stellata“.

La pizza di Luca Abbruzzino

Il lievitato è creato in collaborazione con lo chef stellato Luca Abbruzzino ed è dedicato alla Calabria, terra di origine degli Aloe e dello stesso chef. La pizza calabrese, con Nduja di Spilinga, peperoni arrosto, olive nere, capperi, pecorino crotonese, fiordilatte, menta. Tutti ingredienti rigorosamente con accento calabro.

Un omaggio non solo al proprio territorio di appartenenza, ma anche un inno all’artigianalità del Sud. “La crisi che stiamo vivendo e che vivremo da qui ai prossimi anni – afferma lo chef e fondatore di Berberè Matteo Aloe nel commentare le novità introdotte – mette a rischio tutti, ma ancor di più i territori più fragili e quindi anche gli artigiani che lavorano in questi territori. Mi è venuto quindi spontaneo pensare alla Calabria e ai suoi meravigliosi resistenti-artigiani, perché tutti parleremo di Wall street e Piazza Affari, ma sarà difficile parlare di chi produce pecorino nel crotonese, vino nel cosentino, ‘nduja nel vibonese”.

Regione e Tradizione

Questa scelta di regionalità e tradizione porta a un coinvolgimento diretto dei piccoli produttori e a rimettere in moto l’economia di scala, ma non solo. C’è anche, nella scelta di un prodotto artigianale e di qualità, la valorizzazione di uno specifico territorio, la conoscenza nei consumatori di prodotti unici e delle loro tradizioni. La pizza stellata di Abbruzzino e degli Aloe si traduce in una proposta culturale e un atto solidale.

Tutte le pizzerie a marchio Berberè avranno in menu la “Pizza stellata”, confermando anche le loro classiche e super gettonate. A questo punto ci aspettiamo l’abbinamento al tavolo con una birra artigianale made in Calabria o un buon Cirò rosato o un Magliocco Terre di Cosenza.

Un esempio questo che dovrebbe e potrebbe essere accolto e magari moltiplicato per le nostre venti regioni, tutte ricche di bontà, qualità e artigiani che lavorano con passione.

food trend 2020

Food Trend 2020: seconda parte

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Cosa mangeremo nel 2020? e cosa acquisteremo al mercato o presso la grande distribuzione? prosegue il racconto di Giusy Ferraina (qui la prima parte) alla scoperta dei Food Trend 2020.

Nella produzione agroalimentare cosa accadrà?

I cambiamenti climatici ci mettono a dura prova e non saranno a breve termine. Si punta sempre più sulla biodiversità e sostenibilità delle coltivazioni, su un impatto positivo del suolo. Due i trend principali: l’agricoltura rigenerativa, ovvero coltivazioni e allevamenti che mirano a recuperare terreni degradati e impoveriti da eccessivo sfruttamento; e l’applicazione dell’economia circolare, produrre il nuovo dai rifiuti anche nel mondo agricolo e del food, che potrebbe magari trovare applicazione anche nella ristorazione.

Facciamo ora un salto al ristorante e vediamo quale strada si traccerà in questo anno appena iniziato.

Si è già detto di verdure, superfood, panificazione. Torna in auge la pasta, quella fresca, fatta in casa. Un consumo riscoperto nei locali tradizionali, specializzati e in quelli gourmet, di gran voga all’estero e tra le nuove generazioni. La pasta – economica, gustosa e capace di suscitare memorie di gesti antichi – ci riempie di un senso di grande conforto e il 2020 può essere l’anno della buona pasta fatta in casa.

La ricerca degli chef e la loro sensibilità ci porta su un tema importante, di cui si parla da un po’ di tempo, ma che ha bisogno di radicarsi sempre più nella testa e nel cuore di chi cucina e di chi mangia. Parliamo di sprechi alimentari e cucina di recupero. Lo spreco di cibo è una realtà del nostro sistema alimentare e la sua criticità si prevede diventerà sempre più grande, più forte e più globale. Problema che non si risolverà presto, ma che ha bisogno di “attivisti” e tra questi gli chef di alto profilo possono essere simbolo di una possibile soluzione.

La fermentazione

Tra le tecniche uno dei metodi di cottura più antichi e più primitivi, sta facendo un grande ritorno. Il sapore “affumicato” è stato di tendenza negli ultimi mesi, e la sua fumosità e aroma legnoso si confermano come nuove espressioni di gusto naturale. Al fumo poi si affianca la fermentazione, tendenza scaturita dall’effetto Noma e dalla cucina di René Redzepi, che ne ha parlato come un passo avanti in termini gourmand. Ci si aspettano nuovi laboratori di fermentazione, su cibi e sapori ancora non sperimentati e anche in forma domestica.

Il tema della Sala

food trend 2020

Il tema dell’accoglienza e della sala è un tema caldo, messo in evidenza spesso dal cliente, che si trova a pretendere ma non a capire gli ingranaggi e meccanismi complessi che regolano il servizio.

Sulle tendenze di sala – o chiamiamole “sensibilità” visto che la strada da percorrere è lunga – abbiamo interpellato Luca Sessa, speaker di Radio Food che nel suo programma dedica una pillola all’argomento:

Siamo in una fase iniziale, soprattutto se guardiamo la cosa dall’interno. La Sala non ha ancora fatto breccia nel cuore dei giovani. Servirebbe un reality o un programma tv? un esempio da seguire? Forse sì. Anche in questo caso il problema è culturale perché il mestiere di cameriere viene ancora visto come un ripiego”.

Cosa sta succedendo nel sistema domanda-offerta ristorativa e delle nuove aperture?

Ci dice Luca:Aprono sempre più trattorie ed osterie. Probabilmente il momento economico condiziona le scelte imprenditoriali. E poi c’è il cliente medio, poco acculturato e che guarda con ammirazione la quantità. A questo ci aggiungiamo una ricerca della semplicità, dei sapori genuini e della cucina tradizionale, o meglio dire tipica. E’ anche vero che la ristorazione di alto livello è sempre più difficile da gestire dal punto di vista economico e forse aprono locali “semplici” anche per questo motivo”.

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E infine cosa berremo?

Sono aumentati i consumi di bevande a basso contenuto, ideali per chi vuole assaggiare i sapori unici offerti dai mix alcolici e anche con meno calorie. Trend che risponde ovviamente all’aumento dei consumatori attenti alla salute. Nei menu dei bar fanno capolino quindi drink analcolici che cercano di ricreare il sapore dei cocktail classici, grazie all’uso di ingredienti ottenuti con metodi tipici di distillazione. Esempi massimo il gin analcolico per un gin tonic alcol free o i finti spiriti con infusione botanica. Insomma i nostri bar tender avranno modo di sbizzarrirsi.

Per il mondo vino, risponde alla nostra domanda Chiara Giannotti di Vino Tv: “Trend in crescita secondo me sono i vini che puntano su sapidità e freschezza, sempre più attenzione verso i vitigni autoctoni e troveremo nelle carte dei vini finalmente più vini del Lazio, che sta dimostrando una buona crescita e un trend di ascesa”.

Passiamo alla birra e qui intervengono Salvatore Cosenza e Andrea Turco (Cronache di Birra) che indicano come trend di questo 2020 la crescita delle Pastry Stout e un aumento di produttori nazionali che si confronteranno con questa particolare tipologia. Crescono sempre di più e si distinguono come punti di ritrovo, di convivialità e buon bere i pub di quartiere, soprattutto quelli fuori dalla movida e capaci di sviluppare comunità. Ma la cosa che più ci incuriosisce è la previsione dell’ingresso di birre crafty (o comunque industriali) nelle tap list di locali insospettabili.

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Petit Palais: con JRE Italia, ricette per bambini su Radio Food

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Da un’idea di Andrea Febo, ricette per bambini ma non solo. Prende forma un progetto complesso che vede la prestigiosa associazione JRE Italia, sposare un’idea di divulgazione trasversale rivolta ai più piccoli: Petit Palais. Letteralmente Piccoli palati, ed è così che i giovani ristoratori italiani s’impegnano a raccontare in una rubrica radiofonica, all’interno del GRFood in onda il lunedì mattina dalle 10:00 alle 12:00 su Radio Food Live, delle ricette per bambini. L’intento è chiaramente quello di divulgare la cultura di una sana alimentazione, partendo dall’età più importante per costruire un palato consapevole.

Attraverso semplici ricette per bambini, l’Italia viene attraversata nel rispetto delle tradizioni territoriali e delle stagionalità, con il desiderio di poter educare le future generazioni a un’educazione alimentare consapevole, grazie al contributo di chi ha fatto della cucina la propria vita. Cuochi, ristoratori, ma soprattutto uomini capaci di andare oltre tecniche e ricerca per dedicarsi alla tavola tanto semplice, quanto fondamentale, dei piccoli palati.

Ché poi, chi lo ha detto che non si possono far mangiare cose che abitualmente i bambini non mangiano, se cucinate con i consigli giusti?

alcuni degli chef aderenti

Petit Palais è un progetto editoriale complesso e trasversale, che dalla diretta radiofonica si trasforma in un podcast distribuito sulle maggiori piattaforme di ascolto, per poi diventare prima un ricettario digitale e poi un volume cartaceo.

40 chef, altrettante ricette per bambini con una variazione gourmet che le adattino anche per chi tanto bambino non lo è più, una trasmissione in diretta su Radio Food Live e l’obiettivo che tutto questo diventi un libro firmato da JRE Italia.

#BuongiornoAmiciDiRadioFood

Radio Food Live

app gratuita per mobile e in streaming su www.radio-food-live.com

GRFood

Live dalle 10:00 alle 12:00 del lunedì

  • 10:00 / 10:30 Rassegna Stampa con Livia Montagnoli
  • 10:35 / 10:45 Curiosità e prodotti con Il Gastronauta
  • 10:50 / 11:00 Viaggi con Sara De Bellis
  • 11:00 / 11:10 Petit Palais con JRE Italia
  • 11:15 / 11:45 Salotto di approfondimento con intervista

Repliche dal martedì al sabato dalle 08:00 alle 10:00 e dal martedì al venerdì dalle 19:00 alle 21:00

Podcast delle trasmissioni – https://www.mixcloud.com/RadioFood/

Podcast Petit Palais – https://www.spreaker.com/show/petit-palais

Città della Pizza

La Città della Pizza approda a Milano

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“LA CITTÀ DELLA PIZZA” APPRODA A MILANO: PER LA PRIMA VOLTA L’EVENTO DEDICATO AL PRODOTTO ITALIANO PIÙ AMATO NEL MONDO VA IN SCENA NEL CAPOLUOGO LOMBARDO 

L’avanguardia il tema della manifestazione. Presenti oltre 30 tra i migliori pizzaioli d’Italia per decine di pizze differenti. Ricco il programma di workshop per addetti ai lavori e di laboratori per adulti e bambini. Degustazioni, approfondimenti e spazio market dedicato alle materie prime della pizza.

Dopo tre anni di successi a Roma (con 90.000 ingressi in tre edizioni, 35.000 solo nel 2019), La Città della Pizza approda per la prima volta a Milano. La manifestazione ideata da Vinòforum, e dedicata al prodotto italiano più amato nel mondo, andrà in scena sabato 26 e domenica 27 ottobre presso Fabbrica Orobia (via Orobia, 15), uno spazio eventi di 6.000 mq al coperto, situato nel cuore della città, in una zona che sta divenendo rapidamente polo di riferimento dell’arte, della cultura e della moda.

I protagonisti

Saranno presenti a Milano oltre 30 tra i migliori pizzaioli d’Italia, provenienti da Nord a Sud della Penisola e rappresentanti delle diverse scuole stilistiche. A selezionarli il team di autori composto da Emiliano De Venuti, ideatore de La Città della Pizza e CEO di Vinòforum, dai giornalisti Luciano Pignataro, Luciana Squadrilli, Tania Mauri e, new entry per la tappa meneghina, dal maestro pizzaiolo Matteo Aloe, del marchio Berberè. Ai consueti criteri per la selezione, enunciati nel “manifesto” de La Città della Pizza (www.lacittadellapizza.it/il-manifesto), e quindi passione, qualità, ricerca, cura e attenzione per tutte le fasi della produzione, si è aggiunto quello dell’avanguardia, tema conduttore scelto per La Città della Pizza Milano.

Gli organizzatori

“La Città della Pizza – sottolinea Emiliano De Venuti – nasce già con l’idea di diventare un format replicabile. E dopo tre edizioni romane, con un successo che ha superato le più rosee previsioni e durante le quali siamo riusciti a perfezionare diversi aspetti della manifestazione, fare tappa a Milano rappresenta un’evoluzione quasi naturale. È sotto gli occhi di tutti il fatto che Milano è diventata un punto di riferimento fondamentale per il mondo dell’enogastronomia in generale e della pizza in particolare. Quindi sede perfetta per La Città della Pizza, che rimane un luogo d’incontro aperto a tutti, dai semplici appassionati agli addetti ai lavori, ai quali si offre anche un’occasione di dialogo e confronto. Ovviamente l’ingresso è gratuito, per dare la possibilità a chiunque di approfondire le mille sfaccettature di questo goloso universo”.

Le tipologie di pizza

La Città della Pizza Milano presterà particolare attenzione a tutte quelle che sono le materie prime della pizza, da quelle “base”, come la farina, il pomodoro, l’olio extravergine di oliva e la mozzarella, a quelle protagoniste dei topping più fantasiosi, come i salumi, le conserve e i formaggi. Sarà presente dunque un ampio spazio market dove conoscere, degustare e acquistare i prodotti di piccole e grandi aziende italiane vocate all’eccellenza. Mentre per chi vorrà testare i prodotti direttamente sulla pizza, sarà sufficiente affidarsi all’arte dei maestri pizzaioli; per ognuna delle due giornate sono previste ben otto “case”. Otto postazioni suddivise nelle categorie “Napoletana”, “All’italiana”, “A degustazione”, “Al taglio”, “Fritta” e “Senza Glutine. Ogni pizzaiolo proporrà un menu composto da tre diversi tipi di pizza: una tra le due grandi classiche, margherita o marinara, un proprio cavallo di battaglia e una pizza d’avanguardia, in linea con il tema della manifestazione e creata appositamente per l’occasione. A ciò andranno aggiunte le fragranti creazioni che usciranno dalla casa dei “Fritti all’italiana”, che vedrà la partecipazione di due grandi interpreti, su scala nazionale, dell’arte del fritto. Non mancherà la possibilità di sperimentare abbinamenti, a partire da quelli con la Birra Artigianale firmata Baladin. Mentre per gli amanti del vino saranno diverse le etichette da poter accostare alle tante proposte presenti.

I laboratori

Molte le iniziative a cui potranno prendere parte sia gli adulti che i bambini. I grandi maestri pizzaioli terranno infatti, di persona, laboratori per appassionati su argomenti come la lievitazione, la pizza in teglia, il pane, i condimenti, la pizza senza glutine, il pomodoro e molti altri ancora. I più piccoli invece, nei tanti kids lab della due giorni, potranno imparare, divertendosi, cosa è una merenda sana. Interessantissimi infine i workshop pensati per tutti gli addetti ai lavori, durante i quali verranno approfondite, con l’aiuto di personalità di spicco del mondo della pizza, tematiche sempre più attuali e rilevanti inerenti la sostenibilità, l’imprenditoria, gli aspetti salutistici e tante altre questioni tecniche.

LA CITTÀ DELLA PIZZA MILANO 2019
LOCATION: Fabbrica Orobia – Via Orobia, 15 – Milano
GIORNI E ORARI DI APERTURA: Sabato 26 ottobre ore 11.00 – 24.00 / Domenica 27 ottobre ore 11.00 – 22.00
Ingresso gratuito.
Per tutte le info e le prenotazioni www.lacittadellapizza.it

IL MARE DI CIRCE È CITTÀ DELLA CULTURA DELLA REGIONE LAZIO 2019

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San Felice Circeo evoca racconti straordinari, miti e leggende che sono patrimonio intimo di tutti, in tutto il mondo. Chiunque, tra i bambini e gli adulti, è affascinato dal mito della Maga Circe e dal racconto di Ulisse che, nel suo peregrinare, sbarca su quell’isola e incontra la bellissima Maga dai riccioli d’Oro.

Poco importa se l’Isola di Enea sia o non sia in realtà un’isola, dal punto di vista geografico, poco importa se l’isola evocata da Omero sia davvero il Monte Circeo o, come affermano alcune teorie peraltro non prive di fondamento, sia invece l’isola di Ponza. Poco importa se qualcuno non crede che Ventotene sia l’isola delle sirene. Poco importa, perché le narrazioni e i miti non si fermano alla ricerca di prove documentali, ma volano alto ed entrano nei sogni,affrontando i misteri dell’immaginario e della fantasia, alimentando il cuore e l’anima di visioni, di storie, di emozioni e di bellezza.

CULTURA E SVILUPPO

San Felice Circeo è una perla della costa laziale. Il turismo estivo, balneare, ma anche mondano, ha sempre visto in San Felice Circeo il simbolo del benessere e la rappresentazione di uno status d’elezione. Una villa sul promontorio del Circeo è un tesoro da potersi permettere e tale modello ha funzionato bene fino agli anni ’70. cominciando a scricchiolare negli anni ’80 ed entrando in crisi, definitivamente, negli anni ’90.

Oggi San Felice Circeo conserva solo l’ombra di quel turismo e di quella mondanità che portava benessere, ricchezza e tanta attenzione dei media, vedendosi costretta a vivere, invece, l’invasione chiassosa di un turismo balneare mordi e fuggi. Molti infatti sono coloro che si riversano sulle spiagge di San Felice Circeo, nelle domeniche d’estate, arrivando la mattina prevalentemente da Roma e da Frosinone, per andare via nel pomeriggio.

I motivi sono diversi e molti nascono ancora prima della crisi generale di questi ultimi anni. San Felice Circeo, negli anni dello sviluppo e della crescita, forse non ha saputo interpretare tanto le dinamiche sociali quanto quelle legate all’industria turistica. In particolare, rispetto ai nuovi quanto diversi modelli che si sono andati affermando e diffondendo, adagiandosi su un modello che già stava diventando obsoleto, rimanendo tagliato fuori dai grandi flussi del turismo balneare attrezzato e non incentivando il turismo di tipo culturale che può essere l’unica leva in grado di garantire presenze tutto l’anno.

Ponza, ancora di più di San Felice Circeo, l’isola emporio dei Fenici e rotta dell’Odissea, sembra sopportare malamente la presenza chiassosa del turismo domenicale, riuscendo ad intercettare troppo poco rispetto alla bellezza autentica, sacra, antica e selvaggia che esprime.

Ventotene, la più lontana dalla costa, distante e avulsa dal caos ferragostano, è l’isola delle perfide sirene da cui l’astuto Ulisse non si fece incantare, è l’isola che più di tutte vive la sua bellezza silenziosa e si nutre dell’esclusiva bellezza dei suoi fondali. Oltreché del turismo legato alla sua storia recente, quella del novecento, della politica, del Manifesto Federalista e dell’Europa.

Guardare, con occhi attenti, alle potenzialità di tale arcipelago straordinariamente bello, unico e sorprendente, abitato fin dall’antichità e raccontato da narratori e poeti di ogni epoca, è anche rimanere incantati dalla unicità di un mare bellissimo, solcato dai fenici, dai greci, dai romani e già teatro di naufragi e di grandi battaglie, che ancora oggi dona pesce buonissimo e ci restituisce antichi tesori, dopo averli conservati per migliaia di anni.

Guardare con occhi attenti alle potenzialità di queste isole, come sorprendenti e straordinari gioielli, è ciò che finalmente si sta facendo, avendo scelto di mettere in rete la forza e la bellezza identitaria e connotante del Mare di Circe e delle sue isole, intorno al filo conduttore delle narrazioni e del mito.

Il progetto è ambizioso e ricerca nuovi modelli di crescita e nuovi indirizzi per l’industria turistica, legati alla cultura come cardine dello sviluppo, innovativi, sostenibili, partecipati e capaci di assicurare crescita economica e coesione e inclusione sociale, nel medio e lungo periodo.

Il MARE di Circe, che comprende i comuni di San Felice Circeo, Ponza e Ventotene, è la Città della Cultura della Regione Lazio 2019.