Avevano tra i 19 e i 29 anni e sono stati bruciati vivi. Il caporalato è un sistema che ci appartiene più di quanto immaginiamo.

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Amendolara è una strage di caporalato che rappresenta il prodotto di un sistema che ci appartiene. Yvan Sagnet, presidente di No Cap, e Anna Prandoni, direttrice di Gastronomika, spiegano perché’ il caporalato non è un’emergenza, ma un sistema strutturale in cui ognuno di noi può fare qualcosa.

Lunedi’ 2 giugno, lungo la Statale Jonica 106 all’altezza di Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti agricoli sono stati rinchiusi in un minivan, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili sarebbero i loro caporali. Si chiamavano Wazim, Ullah, Amin e Safir: tre afghani e un pakistano. Il piu’ grande aveva 29 anni, il piu’ piccolo 19. Erano venuti in Europa cercando una vita migliore. Sono morti chiedendo il salario che era stato loro promesso. Ho voluto dedicare la puntata di Stacce dell’8 giugno a questa vicenda perché, guardando in rete, non ho trovato quasi nessuno nel mondo della gastronomia che ne avesse parlato. Tranne Anna Prandoni, che ne ha scritto subito su Gastronomika. Così, con lei e con Yvan Sagnet, attivista, scrittore camerunense e presidente dell’associazione No Cap, abbiamo cercato di capire cosa è successo davvero, e perché continuerà a succedere finché non cambieremo tutti.

Il caporalato non è un’emergenza, è un sistema

Il primo punto su cui mi sono sentito di insistere all’inizio della conversazione e’ questo: il caporalato non è una deriva geografica o sociale. Non appartiene solo al Sud, non riguarda solo i migranti irregolari. I fatti del cantiere del Consolato USA a Milano raccontano che stiamo parlando di un sistema strutturale, presente da nord a sud, radicato anche nella gestione politica delle cose. Yvan Sagnet vive di questo, anzi, vive per questo e sa bene cosa dice: “La legge sul caporalato è stata un passo avanti nell’ordinamento giuridico nel nostro Paese nel contrasto al grave sfruttamento delle persone. Solo che una parte di quella legge, ovvero la più importante che prevede misure di prevenzione, non è stata mai applicata. L’articolo 6 di quella legge, che introduce la cosiddetta rete del lavoro agricolo di qualità sono parole vuote, perché pensare di lasciare tutto nelle mani della magistratura, a fatti compiuti, da’ una risposta molto parziale quando si tratta di fenomeni strutturali. Un fenomeno strutturale si affronta alla radice, non dopo.”

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I numeri che porta Sagnet sono impietosi. “Non è possibile che un Paese come l’Italia abbia soltanto 5.000 ispettori del lavoro a fronte di più di 20 milioni di aziende. Significa un ispettore ogni tre anni per una singola azienda. I controlli nel Paese sono scarsi, e da anni No Cap sollecita una riforma dell’ispettorato del lavoro a partire dal reclutamento delle forze ispettive. Ma il problema non è solo quantitativo.” I quattro braccianti partivano ogni giorno da Amendolara in Calabria e percorrevano 150 chilometri fino a Scanzano in Basilicata, per lavorare nella raccolta delle fragole. Quel viaggio, sottolinea Sagnet, è un servizio che i caporali forniscono non perché nessuno sapesse che l’area è una di quelle con il maggior bisogno di manodopera stagionale, ma perché non si è mai costruito un sistema alternativo. Il caporalato si infila dove lo Stato è assente. Tutti i sistemi criminali colmano lacune sociali che diventano voragini indipendenti dalle regole comuni.

La dinamica che ha portato alla strage, spiega Sagnet, rivela un vuoto normativo preciso: “I centri per l’impiego nel nostro Paese non funzionano, il collocamento pubblico non funziona. E quindi i caporali hanno sostituito ciò che dovrebbe essere l’intermediazione legale di un lavoro.” L’agricoltura italiana si basa sul trasporto di grandi masse di lavoratori da una campagna all’altra. Il caporalato è nato sul tema del trasporto e senza un sistema pubblico efficace, che sappia gestire domanda e offerta di lavoro in maniera legale e tutelata, facilitando l’erogazione di un servizio,la verità è che il caporale continua a essere insostituibile. “Tutta una serie di meccanismi legislativi rendono la vita difficile per i braccianti, ma anche per le imprese”, dice Sagnet, che nel suo lavoro con la rete No Cap si confronta quotidianamente anche con aziende agricole legali che faticano a regolarizzare i propri dipendenti. “Senza i lavoratori migranti in Italia ci sarebbero interi settori, a partire da quello dell’agricoltura, che sarebbero oggi in ginocchio.”

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Il consumatore, il carrello e i limiti della responsabilità individuale

Anna Prandoni, nella sua analisi, parte da un punto che ha scritto anche su Gastronomika: siamo consumatori prima ancora che cittadini, e le nostre scelte di spesa hanno un peso. Comprare un prodotto a un euro senza chiederci cosa c’è dietro è una forma di complicità passiva. “Il mio appello è ad essere dei consumatori migliori e più attenti, bisogna fare di più per capire realmente quanto il cibo sia politica, fino in fondo. Dobbiamo essere dei consumatori migliori, avere una consapevolezza politica migliore quando votiamo, con la speranza che poi a livello strutturale possano essere fatte scelte coerenti con la giustizia che vogliamo.” Il nodo che pongo nella conversazione è un dubbio sempre più certezza: è giusto che sia il cittadino a dover sempre indagare dietro ogni acquisto, o è lo Stato a dover garantire che un prodotto a un euro in un supermercato sia il frutto di una filiera controllata e legale? La risposta, nei fatti, è ovviamente scomoda, perché se tutto questo succede è ovvio che qualcosa nelle filiere di controllo non funziona. La logica degli interessi economici è la madre del ricatto del lavoro. Sul ruolo della grande distribuzione, Anna è diretta: “Le scelte della GDO spesso sono scelte economiche che noi consumatori viviamo come un privilegio, quasi. Vado in quel supermercato perché lì so che avrò l’offerta, senza farci troppe domande sul fatto che quell’offerta possa avere dietro di sé una filiera malata. Smettere di essere sedotti dalle offerte e fare scelte più consapevoli è possibile, ma richiede anche che qualcuno ci metta nelle condizioni di farlo con fiducia.”

Editoriale Anna Prandoni: Gastronomika

Io credo che quella condizione si chiami informazione e non parlo di quella che arriva sui social dopo una strage, quella che dovrebbe essere strutturale, quotidiana, accessibile a tutti, e non solo a chi ha già il tempo e la cultura per cercarla. “La qualità deve avere un costo accessibile. – continua Anna Prandoni al telefono – Va bene parlare di prodotti eccellenti, ma poi è necessario trovare un sistema che agisca sulle logiche del consumismo, dobbiamo diminuire il consume o gli sprechi, a favore di una redistribuzione della qualità. Finchè non badiamo a spese per l’olio della macchina e risparmiamo su quello che mettiamo nell’insalata, avremo un problema serio.”

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No Cap: People before Profit

Il bollino No Cap: un’etica che si deve certificare

Uno strumento concreto esiste. Sagnet lo descrive: “Come associazione No Cap abbiamo creato anni fa il bollino etico, che consente al consumatore di poter scegliere. Molti ci chiedono: io come faccio a distinguere un prodotto che deriva dallo sfruttamento, da un prodotto legale?” Il bollino No Cap risponde a questa domanda. Si trova su prodotti commercializzati in alcune catene, tra cui Coop e DOC; per saperne di più possiamo trovarlo anche sul sito www.associazionenocap.it.

Trovo assurdo che debba esistere una certificazione che standardizzi l’etica verso le persone, ma per fortuna esiste. E per fortuna qualcuno l’ha costruita. Quello che rimane alla fine della puntata è una sensazione di disarmo, non di impotenza, ma di disarmo. Quattro ragazzi bruciati vivi su una statale calabrese mentre chiedevano il loro stipendio; un sistema legislativo che li ha resi vulnerabili; una politica che discute di immigrazione ogni giorno e non riesce a garantire controlli sui luoghi di lavoro; un’industria agroalimentare tra le prime al mondo che dovremmo tutelare, non chiudendo gli occhi.

Non è una questione di migranti, non è un regolamento di conti tra di loro, quella di Amendolara è stata una strage prevista, che poteva accadere ed è accaduta. Un fatto che ci appartiene più di quanto possiamo immaginare.

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