Bisogna rassegnarsi: l’unico dato certo quando si decide di viaggiare in aereo è l’aeroporto da dove si parte. Tutto il resto – orario di partenza, orario di arrivo e destinazione finale – è molto spesso aleatorio. Troppi voli, pochi aeromobili, troppe persone che scelgono di spostarsi volando, condizioni metereologiche a volte estreme e scioperi del personale aeroportuale sempre più frequenti fanno sì che ormai un viaggio aereo senza intoppi sia spesso una chimera. E questa volta è toccato a me: il volo delle 16:55 da Londra Gatwick con arrivo previsto a Verona per le 20:05 è decollato con circa 2 ore di ritardo per un non meglio precisato ‘problema tecnico all’aeromobile’. Risultato: ho lasciato il Valerio Catullo con la mia automobile solo alle 22:00. Il ‘capriccioso contrattempo’ mi ha però dato l’opportunità di vedere gli autogrill che scorgevo nel percorso di ritorno a casa sotto una luce diversa – in tutti i sensi, considerato anche l’orario notturno – e di dedicare a loro un approfondimento.
Per milioni di automobilisti che ogni anno utilizzano le autostrade, è da sempre il luogo per una pausa caffè, per fare colazione, pranzare o cenare, ma anche dove trovare servizi igienici in linea di massima puliti. Si è arrivati a chiamare comunemente autogrill non solo il ristorante che sovrasta o costeggia l’autostrada, ma genericamente qualsiasi area di servizio fornita di ristoro indipendentemente dal gestore o dall’insegna.

L’avvento degli autogrill, unito all’incremento della rete autostradale italiana, cambiano il modo di spostarsi in automobile. Dopo un viaggio illuminante negli Stati Uniti alla fine degli anni ’40 Mario Pavesi, imprenditore lombardo fondatore dell’omonima industria alimentare apre, in prossimità dell’autostrada Milano-Torino all’altezza di Novara, il chiosco di Veveri (un quartiere situato a nord della città) per la ristorazione e la vendita dei prodotti dell’ agli automobilisti in transito. Riedificato nel 1952 da Angelo Bianchetti, ‘archistar’ come si direbbe oggi, specializzato in edilizia industriale, il chiosco diventerà di fatto il primo autogrill, modello capostipite della futura espansione dell’azienda in un settore che nel giro di pochi anni si sarebbe trasformato in un affare fiorente.
Negli anni, oltre a nuovi autogrill Pavesi, entreranno altre due realtà già operanti nel settore alimentare (stranamente anch’esse produttrici di dolci e lievitati): Alemagna e Motta. Nel 1976 dopo un susseguirsi di fusioni, fallimenti, accorpamenti e cessioni, le tre aziende daranno vita ad Autogrill. Saranno poi Sarni (negli anni ‘90), Chef Express (dal 2003) e My Chef (dal 2012) ad aggiungersi al mercato della ristorazione autostradale.
I tempi che cambiano
Se fino a circa 15-20 anni fa una sosta in autogrill oltre che essere ritemprante era anche conveniente, considerato il rapporto qualità-prezzo dei panini proposti e soprattutto del ristorante annesso, oggi non è più così. I rapporti annuali sui prezzi dei prodotti in vendita negli autogrill della rete autostradale italiana sono a dir poco preoccupanti: bottigliette di acqua proposte al quintuplo del prezzo rispetto a un supermercato tradizionale, panini che arrivano a costare quasi 11 euro, caffè maggiorato del 20-22% rispetto a un bar per citare i casi più eclatanti. Non va meglio se si sceglie di pranzare o cenare: qui, per un antipasto, un primo o un secondo, acqua e caffè difficilmente si spendono meno di 26-28 euro.

Concessioni onerose, costi di gestione alti e concorrenza limitata
Ma perché tutto è diventato così caro in autogrill? Innanzitutto, chi decide di entrare nella ristorazione autostradale deve far fronte a contratti particolarmente onerosi stipulati con le concessionarie delle diverse tratte. Per poter operare, infatti, queste aziende versano canoni elevati alle concessionarie autostradali, costi che vengono inevitabilmente trasferiti sui prezzi finali. A questi si aggiungono le spese per l’affitto degli spazi commerciali (anch’essi gravosi) e i diritti sui marchi utilizzati. Un altro fattore che gioca a sfavore del consumatore finale è limitata concorrenza tra chi offre servizi di ristoro: gli automobilisti, una volta entrati in autostrada, si trovano praticamente privi di alternative competitive per lunghe tratte, dovendo necessariamente ricorrere ai servizi offerti dalle aree di sosta. Questa condizione di ‘dipendenza forzata’ consente ai gestori di applicare politiche di prezzo che difficilmente troverebbero spazio in un mercato caratterizzato da maggiore concorrenza. L’ultimo, non meno importante, è dato dai costi operativi supplementari ossia l’apertura continuata 24 ore su 24, 365 giorni all’anno che giustamente, impone le quattro ‘sorelle’ a corrispondere al personale che vi lavora le maggiorazioni salariali per i turni disagiati, festivi e notturni, elementi che incidono sui costi totali di gestione.



