Rapporto Ristorazione 2026 FIPE: 100 miliardi di consumi, ma il conto vero è il lavoro

Rapporto Ristorazione 2026 FIPE

 

Dietro il numero tondo, rassicurante, dei consumi c’è un Paese che mangia fuori “quasi come prima” e un settore che lavora come sempre, ma con meno persone, meno bar e più ansia di futuro.

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La sala è piena, il rumore dei piatti si impasta con quello dei bicchieri, e per un attimo sembra davvero di essere tornati al 2019: lo stesso sabato sera, lo stesso rito, lo stesso desiderio di essere altrove anche restando in città. Poi guardi meglio. Vedi un cameriere che corre due volte, vedi un turno che si accorcia perché manca personale, vedi una carta più essenziale perché la cucina non può permettersi di “tenere in piedi” tutto. È qui che il Rapporto Ristorazione 2026 FIPE diventa interessante: non come documento da citare, ma come specchio che rimanda un’immagine meno comoda.

Secondo FIPE-Confcommercio, nel 2025 i consumi della ristorazione hanno toccato quota 100 miliardi di euro, in crescita dello 0,5% sul 2024 ma ancora sotto i livelli pre-Covid (-5,4%) ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). E già qui c’è un primo paradosso: il pubblico c’è, la spesa tiene, eppure l’ecosistema perde pezzi. Le imprese risultano 324.436, in lieve flessione (-1%), con il canale bar che arretra di più (-2,2%) ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)).

Il settore resiste. Ma con quali muscoli?

FIPE parla di “moderata crescita” e di un comparto che resiste al rallentamento dell’economia, ma il lessico prudente non basta a raccontare cosa succede davvero quando una filiera vive di margini sottili e di turni lunghi. Il valore aggiunto nel 2025 si stabilizza a 59,3 miliardi di euro (+0,5% sul 2024) ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). È un dato buono, in astratto. Ma diventa più ambiguo quando lo incroci con la produttività e, soprattutto, con la fatica.

È importante dirlo senza retorica: una buona parte dell’energia della ristorazione italiana è ancora energia umana non replicabile. È la testa che decide la cottura al punto giusto, sono le mani che “sentono” il sale e la consistenza, è l’occhio che corregge il piatto prima che esca. Se togli persone, non togli solo costo del lavoro. Togli intelligenza operativa.

Il rapporto registra una diminuzione dell’occupazione dipendente: oltre 114.000 unità in meno (-10,3%) ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). E segnala che una impresa su due dichiara difficoltà nel reperimento del personale ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). È la frase che, da sola, spiega perché oggi molti ristoranti “sembrano” funzionare ma in realtà stanno stringendo i denti.

Rapporto Ristorazione 2026 FIPE

Prezzi +3,2%: il cliente lo sente, il ristoratore lo subisce

Sui prezzi FIPE registra listini in aumento del 3,2% sul 2024 ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). È poco? È tanto? Dipende da dove guardi. Per il cliente, ogni ritocco è un segnale: “mangiare fuori costa”. Per chi lavora dentro il locale, spesso è un tentativo di mettere una pezza all’aumento di materie prime, energia, affitti, oneri, e soprattutto di quel costo invisibile che è la gestione dell’incertezza.

La ristorazione italiana, dice FIPE, rimane tra le più virtuose d’Europa sul fronte dei prezzi ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). Ma “virtuosa” non significa “sana”. A volte significa solo che non c’è spazio per fare diversamente: aumentare troppo e perdere pubblico, non aumentare e perdere margini. È un corridoio stretto, e chi ci cammina lo fa spesso senza rete.

Il modello familiare: forza identitaria, limite strutturale

Nel rapporto c’è un passaggio che merita attenzione: la ristorazione come impresa di famiglia. FIPE rileva che il 37,3% guida un’impresa familiare e che il 70% è coadiuvato da familiari ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). È una fotografia che conosciamo: il locale come casa allargata, come romanzo generazionale, come identità di quartiere.

Ma oggi quel modello è anche un campanello d’allarme. Perché se l’impresa vive di legami, quando i legami si assottigliano (figli che non subentrano, famiglie più piccole, orari incompatibili con la vita), il locale perde il suo “motore interno”. FIPE nota che quasi la metà degli imprenditori ha figli coinvolti in azienda, ma una quota significativa preferirebbe per loro un percorso diverso ([FIPE](https://www.fipe.it/2026/04/09/ristorazione-consumi-a-quota-100-miliardi-di-euro-in-calo-imprese-e-lavoratori-dipendenti/)). È un dettaglio che pesa più di mille slogan: chi conosce il mestiere non sempre lo augura a chi ama.

Allora la domanda, per chi fa informazione gastronomica, non è solo “quanto vale la ristorazione?”. È: che tipo di ristorazione vogliamo lasciare in eredità? Quella fatta di turni infiniti e vocazione eroica? O quella che riesce a essere professione, e non solo destino?

Forse i 100 miliardi non sono un traguardo. Sono un promemoria: continuiamo a sedere a tavola fuori casa, ma il sistema che regge quella tavola è più fragile di quanto vogliamo ammettere. E ogni volta che diciamo “siamo tornati alla normalità”, dovremmo chiederci quale normalità stiamo celebrando.

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