“La verità del gusto è il mercato”, il pioniere del vino biodinamico si prende la sua rivincita.

Il vino convenzionale è morto? A Convivium Renaissance, l’evento internazionale dedicato al vino biodinamico organizzato da Renaissance des Appellations, Nicolas Joly fa luce su quello è fino ad oggi è stato il nemico da combattere e invita a sperimentare per credere la verità scomoda sul vino convenzionale.

Dal 16 al 19 gennaio Roma caput biodynamicae grazie a Lorenzo Macinanti e Giulia Arimattei di Vini Selvaggi e Solovino – due realtà radicate nella diffusione della cultura del vino basata su autenticità, territorio e sostenibilità – ha riunito sessanta vignaioli provenienti da tutto il mondo, professionisti del settore e operatori horeca, chiamati a condividere visioni, esperienze e un approccio alla viticoltura fondato su autenticità e rispetto dei territori. Un evento esclusivo a margine della Renaissance des Appellations, un’associazione di vignaioli creata da Nicolas Joly, storico produttore della Loira, che dal 2001 raggruppa più di 200 produttori da tutto il mondo che pensano e agiscono sul terreno comune dell’agricoltura biodinamica. Oggi 81enne, non ha perso il vizio di dire le cose come stanno; anzi, più passa il tempo e più diventa “chirurgico” nelle sue affermazioni, nel vero senso della parola, picchiando duro al vino industriale, che più che vino proveniente dalla terra e dalla vigna, è un’invenzione artefatta da lunghe elaborazioni in cantina con 200 lieviti aromatici, proprio come una donna si avvale della chirurgia estetica per acquisire più charme. E stavolta nessuno può dire che stia esagerando.  

Visionario o lungimirante?

Nicolas Joly, inizia a costruire il suo profilo di pioniere della biodinamica nel 1984 quando, da banchiere alla JP Morgan, tornato tra i filari di famiglia a Savennières, abbraccia la biodinamica, circondato dal pensiero comune che fosse impazzito; un ragazzo che stava distruggendo la vigna di famiglia, un dramma. “In realtà non avevo capito che stavamo distruggendo molti interessi economici nel settore agroalimentare”, ammette oggi con un sorriso amaro. Ora quei sette ettari di Chenin Blanc in biodinamica valgono più di mille discorsi. E il mercato, alla fine, gli ha dato ragione. “La verità del gusto è il mercato”, dice Joly. E i consumatori stanno votando coi portafogli. Il suo Clos de la Coulée de Serrant produce tra le 20mila e le 25mila bottiglie all’anno, poche, certo. Ma quelle che la terra può davvero dare, senza aiuti esterni, senza uve comprate chissà dove, senza trucchetti. Biodinamica pura: niente chimica di sintesi, ritmi lunari e cosmici, preparati naturali in dosi omeopatiche, fermentazioni spontanee. “Abbiamo distrutto l’espressione del luogo e si è costretti a ricreare in cantina un gusto che sia buono, ma che non abbia nulla a che fare con la denominazione. Insomma quando bevete vino che non è biodinamico o naturale state bevendo una bevanda inventata, che tradisce l’uva e il suo territorio, che spinge sull’artificio chimico standardizzato e spesso confermato come gusto superiore dagli enologi di grido per inseguire il mero profitto industriale”. È come aiutare un luogo a esprimersi in modo che in cantina non ci sia quasi più nulla da fare. Aiutarlo ad esprimersi in modo che tutto avvenga naturalmente. Tradotto: quello che beviamo quando stappiamo una bottiglia “normale” non è vino, è un prodotto di laboratorio, costruito in cantina a colpi di lieviti aromatici, correttori, additivi vari. Un’invenzione legale, per carità, ma che con la vigna e il territorio ha ben poco a che fare. “Al 90%, anche il 92%, il vino si fa in vigna”, martella Joly.

Vino vero o vino perfetto? La crisi dell’identità nel calice

L’obiettivo di alcuni produttori, e dei gruppi che li sostengono, non è semplicemente fare un buon vino, ma permettere al consumatore di assaggiare gusti autentici, senza denaturarli. È da qui che nasce il senso profondo di una denominazione come Renaissance des Appellations: restituire nel bicchiere quel gusto che l’ha originata, che racconta un luogo prima ancora di piacere. Si possono amare o non amare questi vini, è una scelta personale, legittima. Ma quando un vino esprime davvero l’originalità del suo territorio, il suo valore va oltre il consenso immediato: diventa testimonianza. È un atto culturale, non solo tecnico. Se questo principio viene meno, si arriva alla crisi del vino che viviamo oggi. Ma in cosa consiste davvero questa crisi?

Oggi sappiamo fare tecnicamente dei buoni vini. Le competenze sono cresciute, le tecniche si sono diffuse ovunque, i modelli di qualità, anche grazie a figure influenti come Robert Parker, hanno viaggiato per il mondo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: vini ben fatti, corretti, spesso piacevoli, ma sempre più simili tra loro. Li troviamo ovunque, anche sugli scaffali della grande distribuzione, a prezzi accessibili. Ed è qui il paradosso: la perfezione tecnica ha prodotto omologazione. Da una parte esistono i vini “veri”, quelli che possono essere più o meno riusciti, ma che conservano un’identità. Non sono tutti impeccabili, ma quando sono buoni, lo sono in modo memorabile. Dall’altra parte troviamo vini perfetti, levigati, senza difetti apparenti, eppure privi di fascino. Sono corretti, ma anonimi. Questo è l’estetismo del vino: la ricerca della forma perfetta a discapito dell’anima. A questo punto la domanda diventa inevitabile: “come può il consumatore capire se un vino è vero o no, in mezzo a tanto rumore, storytelling e “bla bla bla”?, spiega Joly, “la risposta può essere sorprendentemente semplice. Prendete una bottiglia di vino autentico, versatene un bicchiere ogni giorno e lasciatela a temperatura ambiente, senza proteggerla dall’aria. L’ossidazione arriverà, inevitabilmente. Se il vino ha davvero assorbito la vita del luogo, l’ossidazione sarà coerente con la sua natura: evolverà, cambierà, ma resterà sé stesso. Un vino costruito, invece, reagirà in modo aggressivo, perdendo rapidamente equilibrio e identità. Forse è proprio lì, in quella fragilità viva, che si riconosce il vino vero”.

Le voci controcorrente (che però non lo sono)

Le aziende agricole italiane che fanno parte di Renaissance Italia sono attualmente una cinquantina, ognuna con la propria identità, la propria storia, il proprio terroir. Una delle voci più autorevoli della biodinamica, nonché referente, è Elisabetta Foradori, anche lei categorica: “Non parliamo solo di una conversione agricola, ma di qualcosa di più profondo che presuppone prima di tutto una conversione interiore”. Davanti ai cambiamenti climatici che stanno mettendo in ginocchio il biologico tradizionale, il biodinamico regge. “Se fai biodinamico da sempre, il sistema agricolo è più rafforzato. Le piante reagiscono con resilienza, come se fossero più reattive allo stress”, spiega Foradori, “Chi fa viticoltura convenzionale continua ad incrementare l’uso di pesticidi e alla fine, non ottenendo risultati, non sa più cosa fare”. La biologia rispetta la vita della Terra. La biodinamica riconnette il sistema solare che dà vita alla Terra. È molto diverso. Filosofico quanto vuoi, ma il concetto è chiaro: il biodinamico va oltre. Non è solo un insieme di regole tecniche, è una visione olistica della viticoltura. Lei non ha mai avuto la tentazione di mollare. “Neanche quando agli inizi non ero capita e venivo considerata una pazza”.

Martin Hofstätter, di J. Hofstätter, sottoscrive tutto: “Ha ragione Joly, il vino si fa per il 90% in vigna. Lo credo fermamente”. La sua battaglia per i vini da singolo vigneto va esattamente in quella direzione: valorizzare l’origine, il luogo, il carattere inconfondibile che solo un territorio può dare. L’origine di un vino, il vigneto da cui nasce, ne determina il carattere e lo rende inconfondibile. In molti parlano di “origine”, ma pochi vini possono vantare un legame reale e tangibile con il luogo da cui provengono». Quel “luogo” di cui parla Joly. Alessio Planeta preferisce toni più diplomatici: “Joly è una persona così seria che non merita questa semplificazione, la gran parte delle cose che dice le condivido”. L’imprenditore siciliano, che con il gruppo di famiglia ha scelto di affrontare la sfida biodinamica, contesta però alcune affermazioni rispetto ai vini che vivono di meno. “. A tal proposito porta esempi di vini tedeschi fatti 50/60 anni fa che sono perfetti, per i quali sono stati usati lieviti senza troppa paura.

Un dialogo-dibattito sicuramente ancora aperto da una e altra parte, ma alla fine, come dice Joly, la verità è nel mercato. E nel bicchiere. Provate un vino biodinamico serio, poi provate un vino industriale “corretto” in cantina e tirate le vostre conclusioni. Senza farvi condizionare dagli enologi di grido che spingono sull’artificio chimico standardizzato per inseguire il profitto. Joly ha 81 anni e continua a mescolare gli schemi e spara a zero. Mette comunque in discussione e spinge alla riflessione. D’accordo o meno, possiamo però ammettere “per fortuna”.