Matera 2026: la città che non ha bisogno di essere scoperta

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Matera non aspetta di essere trovata — aspetta di essere ascoltata. E chi si ferma abbastanza a lungo comincia a capire la differenza.

I sassi come architettura viva

C’è un’ora del mattino a Matera — presto, quando il sole non ha ancora raggiunto il fondo dei Sassi — in cui la città è di pietra nel senso più letterale. Non metaforico, non pittoresco: pietra come materiale da costruzione, da abitazione, da sepoltura. Le case sono scavate nella roccia calcarea del tufo, i vicoli scendono su sé stessi in scale che non vanno da nessuna parte se non verso altre scale, e il silenzio ha una qualità fisica che il rumore urbano non riesce a cancellare completamente, nemmeno d’estate. In questo scenario, la fotografia è sempre tentata. È comprensibile — il paesaggio è uno dei più riconoscibili d’Italia, forse del Mediterraneo. Ma la fotografia rischia di fermare quello che invece si muove: i sassi di Matera non sono un fondale. Sono un’architettura in evoluzione continua, in cui ogni generazione ha trovato il modo di abitare lo stesso spazio con logiche diverse.

La storia degli insediamenti rupestri della Basilicata risale a diecimila anni fa. Non è un’iperbole turistica — è un dato verificabile che pochi luoghi al mondo possono vantare con la stessa continuità. I sassi non sono mai stati abbandonati completamente: lo sgombero forzato degli anni Cinquanta, voluto da Alcide De Gasperi su impulso di Carlo Levi — che aveva visto in quell’abitato una vergogna nazionale — ha prodotto decenni di case vuote e poi, lentamente, un ritorno. Prima degli artisti, poi degli artigiani, poi delle botteghe, poi degli hotel ricavati nelle grotte. La gentrificazione c’è stata, è evidente a chiunque ci metta piede. Ma a differenza di molte città italiane che hanno subito la stessa trasformazione, Matera ha mantenuto qualcosa di grezzo, di non risolto, che la rende ancora capace di sorprendere.

L’architettura rupestre è funzionale a un clima estremo: caldo d’estate, freddo d’inverno, con escursioni termiche che il tufo regola naturalmente meglio di qualunque impianto moderno. Abitare nei sassi significava — significa ancora, per chi ha scelto di farlo — vivere dentro la terra invece che sopra di essa. Una scelta che oggi suona avveniristica, quasi ecologica, e che invece è semplicemente antica. I nuovi residenti che hanno recuperato i vicinato — le unità abitative collettive dove famiglie diverse condividevano uno stesso spazio aperto — hanno spesso riportato in vita una logica comunitaria che le città moderne hanno perduto senza nemmeno accorgersene.

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La cucina lucana dopo l’hype

Il 2019, anno in cui Matera era Capitale Europea della Cultura, ha portato in città una quantità di attenzione mediatica che la ristorazione locale ha gestito con risultati diseguali. Alcuni ristoranti si sono adeguati verso il basso — menù semplificati per turisti frettolosi, ingredienti di provenienza dubbia presentati con nomi geografici rassicuranti. Altri hanno resistito, e sono quelli che vale la pena cercare nel 2026, quando l’onda si è ritirata e sono rimaste le fondamenta.

La cucina lucana è una delle meno conosciute d’Italia, il che è un paradosso considerando quanto sia ricca. I peperoni cruschi — i peperoni di Senise essiccati e fritti fino a diventare croccanti, quasi caramellati nella dolcezza — sono un ingrediente che non ha equivalenti nel resto della penisola. Si mangiano come snack, si sbriciolano sulla pasta, si usano come croccante nei secondi. Hanno una dolcezza intensa e una leggerezza che smentisce la frittura. Le lagane e ceci sono una pasta che risale ai Romani — sfoglia ruvida, irregolare, cotta con i ceci in un brodo denso con aglio e rosmarino. Un piatto che non ha bisogno di presentazioni perché parla da solo, ma che raramente si trova fuori dalla Basilicata con la stessa autenticità. Il pane di Matera IGP, con la sua crosta spessa e la mollica gialla di grano duro, è uno di quei prodotti che reggono il confronto con i pani più celebrati d’Italia senza chiedere permesso.

Chi ha resistito all’overtourism — e ci sono ancora queste realtà, nei vicoli meno fotografati, nelle strade che salgono verso la Civita — propone ancora questa cucina senza filtri. Non rielaborata, non alleggerita, non riposizionata per palati stanchi di tradizione. È una cucina di povertà dignitosa, come quasi tutta la cucina del Sud, con la differenza che qui la povertà ha lasciato tracce architettoniche così visibili che il cibo sembra parte della stessa storia materiale: denso, austero, capace di nutrire davvero.

Il silenzio che rimane fuori stagione

La gente di Matera ha visto la propria città trasformarsi in modo radicale nell’arco di vent’anni. Prima il riconoscimento UNESCO nel 1993, poi il film di Mel Gibson che ha usato i sassi come location per Gerusalemme, poi la capitale culturale, poi i turisti — sempre più turisti, sempre più veloci, sempre meno interessati a fermarsi. C’è una stanchezza in certi sguardi di chi ci abita da sempre, la stanchezza di chi è diventato involontariamente parte di un paesaggio invece che abitante di una città. Non è ostilità — è la conseguenza naturale di un’attenzione spropositata su un luogo che ha le sue stagioni, le sue ore, i suoi angoli che non vogliono essere fotografati.

Aprile è il momento giusto. Non ancora la stagione alta — quella inizia a maggio e diventa intensa a luglio — ma già abbastanza mite per stare fuori a lungo. I prezzi degli alloggi sono ancora ragionevoli, i ristoranti hanno ancora posto, e il Parco della Murgia Materana — la riserva naturale che si estende di fronte ai sassi, sull’altro lato della gravina — è percorribile a piedi senza la calca estiva. Da lì la vista sui sassi è quella che viene sempre scelta per le fotografie istituzionali della città, e da lì si capisce meglio di qualunque altro punto perché Matera è diversa da qualunque altra cosa si sia vista in Italia.

Nel 2026, sette anni dopo la Capitale Europea della Cultura, Matera sta cercando una nuova voce. Non il rimpianto di quel momento, non la nostalgia del prima, ma una continuità che integri l’attenzione ricevuta con l’identità che aveva sempre avuto. È una città che non ha mai avuto bisogno di essere scoperta — era lì da diecimila anni. Ha bisogno, invece, di essere ascoltata: con la lentezza che richiede, nel silenzio che offre, nella cucina che racconta senza spiegare. Andate adesso, che la primavera ha ancora lo spazio e i prezzi per permettervelo. Tornerete con qualcosa che non avevate portato.

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