Oggi, lunedì 26 ottobre, negli Stati Uniti qualcuno celebrerà la Giornata Nazionale degli Stuzzicanti, indubbiamente una delle ricorrenze più bizzarre e, per dirla tutta, difficili da festeggiare.
Le origini
Lo stuzzicadenti è un piccolo oggetto in legno, lungo circa 7 centimetri, di uso quotidiano per molte persone che, una volta utilizzato, finisce distrattamente buttato nella spazzatura. Nonostante la sua semplicità, la storia di questo bastoncino appuntito è antichissima – addirittura risalente a 1,8 milioni di anni fa – e ha visto la sua forma evolversi nel corso del tempo. Lo stuzzicadenti divenne un oggetto comune per le classi più agiate già ai tempi dei Greci e dei Romani. Sono arrivati a noi grazie al materiale con cui venivano costruiti, che poteva essere osso o metallo prezioso. La scelta del metallo per realizzare uno stuzzicadenti era indice dell’elevata considerazione che questo strumento godeva fra i benestanti dell’epoca. Nel Medioevo, portare un simile dono in oro o argento era un regalo prezioso e molto gradito. Nel XIX secolo, Luisa Maria di Borbone-Francia (1819-1864), prima duchessa e poi reggente di Parma, aveva nella propria dote una dozzina di pregiati stuzzicadenti.
Stuzzicadenti portoghesi…
Gli stuzzicadenti furono prodotti in serie già nel XVI secolo dalle suore del Mosteiro de Lorvão nel distretto di Coimbra, in Portogallo. In origine non venivano utilizzati per pulire i denti, ma per rimuovere dalle dita i residui appiccicosi dei confetti prodotti in loco. Con il tempo Coimbra divenne una polo di eccellenza per gli stuzzicadenti tanto da venire esportati in Europa e nelle Americhe.
…e stuzzicadenti (latino) americani
Verso la fine degli anni ’50 del XIX secolo Charles Forster (1826-1901) mentre lavorava nel commercio di import-export per suo zio nello stato di Pernambuco in Brasile, notò che i nativi avevano denti particolarmente puliti grazie all’uso di stuzzicadenti da loro prodotti in maniera rudimentale e ne rimase colpito. Una volta ritornato a Boston nel 1859, iniziò a pensare su come produrre a livello industriale questi particolari stecchini. Non avendo alcuna competenza meccanica, ma acume e intuito imprenditoriale da vendere, decise di appoggiarsi a Benjamin Franklin Sturtevant, un produttore locale di macchine per calzature, al quale propose di modificare un suo macchinario che serviva a unire la suola della scarpe alla tomaia tramite piccoli pioli in legno. Forster, infatti, aveva notato che il procedimento per la lavorazione di questi perni poteva essere simile per produrre stuzzicadenti. Nel 1863 l’idea divenne realtà e il macchinario brevettato (inizialmente erano piatti, ma in seguito divennero cilindrici). Nel 1869, la produzione raggiungeva già 16 milioni di pezzi all’anno.
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Marketing aggressivo… ma vincente
L’invenzione presentava, tuttavia, un problema: come generare la domanda per uno strumento che quasi tutte le persone, dai meno abbienti ai ricconi, erano solite produrre in proprio? Forster ebbe quindi un colpo di genio: assunse degli attori per visitare più volte i negozi domandando degli stuzzicadenti. Quando l’esercente rispondeva negativamente alla richiesta, Forster poco tempo dopo si presentava nella bottega proponendo l’acquisto degli stuzzicadenti. La sua particolare forma di marketing non raggiunse solo i negozianti, ma anche i ristoranti. Organizzò delle messinscene dove alcuni attori andavano a cena e, a fine pasto, chiedevano degli stuzzicadenti ai camerieri. Alla risposta negativa di questi, gli attori si producevano in scenate rumorose apostrofando l’assurdità di non avere a disposizione degli stuzzicadenti in un ristorante. Fu così che la domanda di stuzzicadenti divenne sempre più forte. Addirittura girare con lo stecchino di legno sul lato della bocca, magari vicino a un hotel di lusso per far credere di avere mangiato nel ristorante interno, divenne una moda. Da lì, la necessità del suo inventore di aprire alcuni siti di produzione, questa volta nel vicino stato del Maine dove l’approvvigionamento di legno di legno era garantito.

Il Samurai mantovano
Gli stuzzicadenti in Italia si sono diffusi nel 1965 grazie all’intuito di Enzo Lotti (1932-2019) e Giovanni Lotti (1935-2015). In quell’anno, in pieno boom economico, i due fratelli mantovani agenti di commercio in mille traffici occupati, conoscono un commerciante giapponese di legno che ha bisogno di smerciare una partita di legno di betulla dell’isola di Hokkaido, zona fredda e boscosa nell’estremo nord del Giappone. I due decidono di rischiare decidendo di farne invece che sedie e tavoli un uso apparentemente poco nobile ma tutto sommato utile: degli stuzzicadenti. Fino ad allora erano oggetti realizzati con il meno pregiato legno di pioppo, ma l’evocazione nipponica permise di ingentilirli ispirandosi ai tumayouji, i tipici stuzzicadenti giapponesi. Anche da qui l’idea del samurai come nome e simbolo del prodotto. I Lotti, in questo modo, resero meno volgare un oggetto che per sua natura non era (e ancora adesso) sempre ben visto dagli osservanti del galateo.

L’utilizzo degli stuzzicadenti: cosa dice il galateo
Al ristorante, ma più in generale a tavola, il galateo impone regole ben precise per ogni aspetto del pasto, compreso l’utilizzo degli accessori cosiddetti ‘umili’ come gli stuzzicadenti. La loro presenza a tavola può rivelare molto sui modi e sul senso di decoro di una persona. Il primo principio dell’etichetta sugli stuzzicadenti è assoluto: non devono mai essere utilizzati a tavola. Per evitare imbarazzi e mantenere la dignità del pranzo o della cena che sia, è considerato estremamente maleducato il loro utilizzo. Se davvero necessario, il bon ton consente di utilizzare lo stuzzicadenti in un luogo appartato, come il bagno. Tuttavia, anche in questo caso, ci sono delle regole di decoro: è bene lasciare il tavolo con discrezione e ricordando, ‘a lavoro finito’, di sciacquare bene la bocca prima di tornare al proprio posto.
Curiosità

- In origine venivano utilizzati legni di salice e acero (nel nostro Paese, invece, il pioppo). Oggi si usano la betulla bianca in quanto insapore e per la presenza di sottili venature che ne valorizzano l’aspetto estetico e il bambù, un materiale di alta qualità scelto per robustezza, flessibilità e resistenza all’umidità.
- Strong, un villaggio nello stato americano del Maine, fu per molti decenni la capitale mondiale dello stuzzicadenti. A fine ‘800 contava poco più di 600 abitanti, ma qui venivano prodotti sino a 500 milioni di stuzzicadenti l’anno! Il mercato globale e la produzione cinese a basso costo hanno messo in ginocchio la Forster Manufacturing Company di Strong, l’azienda leader a livello mondiale, tanto da decretarne la chiusura nel 2003 dopo oltre un secolo di storia.
- Gli stuzzicadenti giapponesi – detti tumayouji – hanno una particolarità: nella parte superiore è presente una lavorazione con due scanalature. Queste servono per facilitarne la rotture e ottenere in questo modo una base per appoggiare lo stuzzicadenti quando non viene più usato. Anni addietro, l’ingegnere newyorkese Henry Petroski (1942-2023) scrisse una serie di libri dedicati alla storia, al design, all’estetica e all’ingegneria di alcuni oggetti di uso quotidiano come matite, graffette, posate e, in questo caso, dello stuzzicadenti dal titolo Stuzzicadenti: tecnologia e cultura.

