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Dicembre 2020

capodanno

Capodanno in Italia: la varietà dei primi piatti tradizionali.

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Come ogni festività, anche il Capodanno porta con sé una notevole storia ricca di tradizioni. In Italia, da Nord a Sud, possiamo percorrere un vero e proprio tour gastronomico per scoprire cosa ci offrono le nostre amate regioni.
Dagli antipasti al dolce, ogni località gode di proprie specialità autentiche.

Cibo, convivialità e tradizione sono elementi dominanti, non solo a Natale, ma anche a Capodanno: una meravigliosa festività in cui si dice “Addio!” all’anno passato ed in cui si accoglie il nuovo anno con le migliori aspettative.

Leggi anche: “A Natale le parole d’ordine sono convivialità e tradizione.”

Cotechino e lenticchie: simbolo del buon auspicio

Cibo, convivialità e tradizione, come anticipato, sono alla base di ogni festività. Il Capodanno, però, ha un altro elemento fondamentale: la speranza. La speranza di avere un anno ricco di bei momenti. A capodanno, infatti, si festeggia la voglia di rimettersi in gioco, di iniziare nuovi cammini o riprendere quelli lasciati a metà.

Come simbolo di buon auspicio, si è soliti preparare una ricca portata di lenticchie con cotechino o zampone, da gustare allo scoccare della mezzanotte. Le lenticchie abbinate al cotechino, sono una tradizione di augurio e portafortuna per eccellenza. Le lenticchie perché, sin dai tempi dei Romani, con la loro forma tonda ed appiattita richiamano l’immagine della moneta. Inoltre, secondo la tradizione, ad ogni lenticchia corrisponde una moneta. Il maiale, invece, è simbolo della civiltà contadina ed è da sempre simbolo di abbondanza e di progresso materiale.

Per saperne di più, leggi anche: “Storia secolare del cotechino, simbolo del capodanno” su La Repubblica

I primi piatti tipici di Capodanno

Capodanno al Nord

canederli

In Trentino Alto-Adige non possono certamente mancare i canederli (detti anche gnocchi di pane o knödel). Si tratta di un impasto a forma di polpetta, realizzato con pane, uova, latte, spezie ed aromi. A questi ingredienti base, possono essere aggiunti prodotti tipici come formaggi, carne, salumi o verdure, rendendo i canederli una vera e propria bomba di sapore. Lo speck è sicuramente uno dei salumi più utilizzati, essendo, insieme al formaggio, uno dei capisaldi della gastronomia del Trentino-Alto Adige. I canederli possono essere serviti in diversi modi, ad esempio con brodo di carne o di verdure oppure ripassati con burro e salvia.

Video ricetta per preparare ottimi canederli a casa!

agnolotti del plin

In Piemonte troviamo gli agnolotti del Plin. Il nome deriva dal pizzico che viene dato per chiudere il ripieno all’interno della sfoglia. Gli ingredienti base per preparare la sfoglia sono: farina di grano tipo 00, uova ed un cucchiaio di olio extravergine di oliva. Per il ripieno, invece, possono essere utilizzati: arrosto di vitello e coscia di maiale, uova intere, spinaci, parmigiano, noce moscata, sale e pepe. Il ripieno, una volta cotto, va lasciato raffreddare e successivamente verrà tritato. L’impasto della sfoglia viene steso sottilissimo, per poi procedere alla formazione dei “plin” con il ripieno. Gli agnolotti possono essere conditi con il sugo di carni cotte e con le verdure.

In Emilia non mancano i tortellini in brodo. I tortellini sono scrigni di pasta all’uovo ripiena, ad oggi conosciuti ed apprezzati in tutta Italia. Nella ricetta tradizionale, alla base del ripieno vi è prosciutto crudo, mortadella, lombo di maiale e Parmigiano Reggiano. Il brodo deve essere di carni miste o di cappone.

Capodanno al Centro

Il Lazio ci delizia con gli gnocchi alla romana gratinati, con lasagne e cannelloni in tutte le varianti. Gli gnocchi alla romana, a differenza dei classici gnocchi di patate, sono semplici dischi rotondi, fatti con uno stampino da biscotti. La ricetta tradizionale è a base di semolino, latte e burro. Fondamentale è la spolverata di formaggio grattugiato prima di inserire l’impasto nel forno. Gli gnocchi si possono creare con patate, polenta e farine di ogni tipo.

Nelle Marche, invece, vi sono i vincisgrassi. Sette strati di pasta tirata a mano, bagnati da besciamella e da un ottimo ragù. La differenza sostanziale che rende i vincisgrassi diversi dalle lasagne è il ragù. Il sugo può essere realizzato con diverse carni, come carne di oca, anatra, pollo, coniglio e maiale, ma viene escluso il macinato di manzo. Quando il sugo è a fine cottura è indispensabile aggiungere le regaglie di pollo, precedentemente spezzettate e rosolate con olio in padella. Grazie a questo tocco, il sapore del ragù diventa inconfondibile.

Video ricetta per preparare ottimi vincisgrassi a casa!

Capodanno al Sud

In Calabria i commensali adorano festeggiare il Capodanno accompagnati da ottimi scialatielli conditi con la nduja, un salame morbido e piccante. La nduja è un salame composto da carni suine e peperoncino tipico della zona di Vibo Valentia, ma diffuso ad oggi in tutta la regione. Si è soliti parlare di pane e nduja, ma quest’ultimo è ottimo anche come condimento per la pasta, con il suo sapore deciso ed importante. Il condimento completo è un sugo a base di cipolla di Tropea, polpa di pomodoro e nduja.

A Napoli si va sempre sul sicuro con portate ricche e sontuose. I primi piatti che vengono preferiti sono gli spaghetti con i frutti di mare, linguine con l’astice ed i vermicelli con le vongole. Che siano spaghetti, scialatielli, linguine: in realtà, quando si parla di ricetta perfetta, l’importante è che la pasta sia fatta a mano. Così come vuole la tradizione. Lo stesso vale, ovviamente, per la freschezza dei frutti di mare.

In Sicilia solitamente si opta per una lasagna con ragù. Un piatto bolognese che nelle case siciliane è una delle delizie che non mancano mai a Capodanno. Un altro piatto tipico è la pasta al forno. In Sicilia viene preparata con gli anelletti, pasta tipica della regione che risulta essere piccola e sottile. Gli ingredienti principali per realizzarla sono il ragù di carne e i formaggi tipici.

Ricetta per preparare deliziosi anelletti al forno.

“Roma e Lazio”, la Guida dell’Arte presentata da La Repubblica

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È in edicola l’ultimo capitolo delle preziose guide firmate dal quotidiano, un regalo utile dedicato all’arte per ricominciare a vivere nel segno della bellezza

Era il pezzo del puzzle che mancava, l’ultimo capitolo de Le Guide di Repubblica dedicato ai percorsi artistici più importanti della Regione Lazio e di Roma, suo caposaldo culturale. Un volume che chiude le guide pubblicate nel 2020 con un prezioso viaggio che condurrà i lettori attraverso passeggiate inedite, alla scoperta di luoghi immortali, custodi di un sapere e una bellezza senza tempo ne precedenti. Dalle periferie alle gallerie del centro, dai musei agli atelier. Nelle parole dei Racconti d’Autore, sezione ad opera di scrittori come: Erri De Luca, Melania Mazzucco, Fulvio Abbate, Giulia Carcasi, Ascanio Celestini, Marco Lodoli, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno e Nadia Terranova, si celano gli aneddoti di luoghi pregni di storia, dove si respira arte e si apprende una cultura che non vedrà mai il tramonto.

Leggi la Guida sui Mercati di Roma

Le Passeggiate dell’Arte

Dopo aver fatto il pieno di storia, seguono 120 pagine che costituiscono le Passeggiate dell’Arte. Un vero e proprio libro nel libro, un approfondimento mai visto prima in una Guida, tra rioni, quartieri e fino alle periferie, le passeggiate raccontano i tanti musei, le gallerie e le fondazioni della città. Ad arricchirle ulteriormente ci sono i box di approfondimento su ognuna delle principali istituzioni dell’arte, a firma di direttori e curatori. Le interviste coinvolgono oltre 70 artisti che, idealmente, aprono le porte dei loro studi, da Mimmo Paladino a Piero Pizzi Cannella. Infine, focus ulteriori danno conto del panorama degli istituti di cultura e delle ambasciate che operano nell’ambito artistico.

La sezione enogastronomica

Il volume inoltre, che da anni si rinnova completamente ad ogni edizione, non rinuncia alla sua vocazione enogastronomica, grazie a centinaia di nuovi indirizzi del gusto segnalati e un totale di 1014 ristoranti, 100 pizzerie e 176 botteghe del gusto e indirizzi di street food, in tutti i quartieri di Roma e nelle cinque province del Lazio, dal Pontino alla Tuscia, dai Castelli Romani alla Sabina fino alla Ciociaria, territori a cui sono dedicate anche altrettante passeggiate dell’arte. Completano il volume, la sezione delle Dimore di Charme, con 123 strutture segnalate, tra hotel, b&b e relais; e dei Produttori di Vino, esplorati per la prima volta approfondendo le peculiarità di ciascun terroir laziale.

Le parole di Giuseppe Cerasa

«Ci vuole coraggio. Prendere una Guida come la nostra e declinarla seguendo le mille strade che portano nei musei, nelle gallerie, negli studi degli artisti […] Ci vuole coraggio perché è un progetto editoriale che nessuno aveva mai tentato e realizzato», spiega il direttore delle Guide di Repubblica, Giuseppe Cerasa, nella sua introduzione al volume. «L’impronta contemporanea ispira l’intero percorso proposto da questa guida, che invita il lettore a scoprire i protagonisti dell’arte a Roma […] Ogni viaggio, se ben vissuto, deve poterci cambiare. E chi affronterà una di queste passeggiate, sia esso un romano che decide di dedicare il proprio tempo alla scoperta di una parte a lui poco nota della città, sia esso qualcuno venuto da fuori per ammirare la sua bellezza, ne uscirà cambiato», scrive Dario Franceschini, Ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, nella sua presentazione alla Guida. Mentre Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio, aggiunge: «Questa bella pubblicazione, anno dopo anno, è diventata sempre più una vetrina di grande prestigio e autorevolezza per una regione che ha davvero tanto da offrire».

Per saperne di più: https://www.facebook.com/leguiderepubblica/

L’importanza della blockchain nel settore agroalimentare

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La tecnologia blockchain ha visto raddoppiare il suo utilizzo a livello mondiale in questo campo tra il 2017 ed il 2018, soprattutto per la food safety e la food sustainability.

Avere la certezza della provenienza del cibo e possibilmente conoscerne il livello di sicurezza, in termini sanitari, sono delle esigenze che stanno crescendo tra i consumatori, anche alla luce dell’attuale pandemia di Covid-19.

La tecnologia Blockchain è fondamentale sia nel dare risposte ai consumatori, sia nel tracciare il percorso dei cibi (dagli alimenti originari alle sostanze chimiche impiegate nella loro lavorazione), dal produttore al consumatore, passando per la distribuzione.

L’ESA (European Space Agency) sceglie una Pmi italiana per l’agricoltura sostenibile

Una piattaforma online che acquisisce ed elabora immagini dai satelliti per fornire agli agricoltori dati, tracciati e certificati con tecnologia blockchain, dai quali trarre indicazioni precise sull’utilizzo di acqua e fertilizzanti per i loro terreni. Combattendo così lo spreco di risorse idriche e generando un ciclo virtuoso che può arrivare ad abbattere considerevolmente le emissioni di Co2.

Questo l’obiettivo del progetto “SmartAgrisat”, sviluppato dall’azienda hi-tech EZ Lab, unica realtà in Italia ad aver vinto il bando “Aspire with ESA” lanciato nei mesi scorsi dall’Agenzia Spaziale Europea, al quale hanno partecipato 80 aziende a livello continentale.

Un progetto che ha convinto ESA grazie al know-how dell’azienda innovativa padovana, tra le prime ad aver applicato con successo la tecnologia blockchain all’economia reale, prima nel settore agrifood, e di recente in altri ambiti come medicale, real estate, tessile ed energia. EZ Lab approda ora, per la prima volta, al settore Space Tech, industria emergente e vera e propria nuova frontiera dell’innovazione, con un progetto sul “precision farming”, l’agricoltura di precisione.

Come funziona SmartAgrisat

Il progetto SmartAgrisat parte dall’utilizzo delle fotografie messe a disposizione da satelliti come il Sentinel2, che producono immagini ad altissima risoluzione. Attraverso la raccolta e l’analisi automatica delle immagini multispettrali degli appezzamenti agricoli, che registrano nelle bande dell’infrarosso la luce riflessa dalla vegetazione, la piattaforma realizzata da EZ Lab rielabora mappe dettagliate sullo stato vegetativo delle piante, sulle loro necessità fisiologiche, sull’umidità del suolo e sulle aree soggette a stress idrici.

Da queste mappe, calibrate in base al tipo di coltura e al tipo di suolo presente, si ricavano piani che indicano le dosi variabili di fertilizzanti, prodotti fitosanitari, acqua, da somministrare in base alla zona da trattare. Questi dati vengono poi inviati ai singoli agricoltori attraverso connessioni veloci (anche in 5G) e sicure, garantite dalla tecnologia blockchain, integrata nella piattaforma. Dati che sono inoltre compatibili con i computer di bordo dei trattori a guida semiautomatica e con sistemi di irrigazione automatizzata capaci di variare il volume di distribuzione e la quantità di prodotto erogato in campo.

Che cosa hanno detto ESA ed EZ LAb

Un grande onore per noi essere stati scelti da ESA tra i quattro progetti approvati e finanziati, unici in Italia tra gli 80 provenienti da tutta Europa – afferma Massimo Morbiato, Ceo e fondatore di EZ Lab -. Con questo progetto, grazie al nostro know-how nella blockchain e all’esperienza maturata dal nostro partner Archetipo nella telerilevazione, intendiamo entrare anche nel settore Space Technology, un mercato in rapidissima crescita. Automatizzare i processi decisionali degli imprenditori agricoli aiuterà a migliorare la qualità dei loro prodotti e ad abbattere l’uso di pesticidi e lo spreco di acqua – aggiunge Morbiato – Unendo blockchain, precision farming e tecnologie spaziali contribuiamo cosÏ agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite”.

In questo progetto abbiamo riconosciuto la capacità di perseguire gli obiettivi dell’Agenda 2030, che sono alla base dei requisiti richiesti dal nostro bando” spiega Gonzalo Martin De Mercado, project manager del settore Business Development di ESA. “L’utilizzo della tecnologia blockchain applicata alle colture agricole può produrre effetti benefici in linea con i Sustainable Development Goals: in particolare nel campo della produzione alimentare sostenibile, della preservazione delle risorse idriche del pianeta, della riduzione dell’uso di sostanze chimiche”.

Glossario Gastronomico: Caponata e Cappelletti

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Il Glossario Gastronomico è un “kit di pronto soccorso” per frequentatori assidui di ristoranti, una raccolta di 750 termini per aiutare a comprendere meglio il linguaggio utilizzato nel mondo della ristorazione, ma anche per fornire in poche righe informazioni e curiosità su alcune parole, materie prime, preparazioni e piatti-simbolo della tradizione gastronomica italiana che normalmente compaiono nei menu.

“Le parole della ristorazione: dall’Abbacchio alla Zuppa Inglese” di Roberto Mirandola è un libro utile e dettagliato che consente al lettore di potersi orientare al meglio in un ambito fatto di definizioni, materie prime, tecniche di cottura e ricette tradizionali. Periodicamente pubblicheremo sulle pagine di Radio Food alcuni termini del Glossario Gastronomico, per scoprire il significato dei termini più ricorrenti utilizzati da chef, sommelier, critici e ristoratori.

Glossario Gastronomico: i termini

Caponata

Classica pietanza della tradizione gastronomica siciliana composta da ortaggi fritti, principalmente melanzane lunghe, conditi con sugo di pomodoro, sedano, cipolla, peperoni, olive e capperi in una salsa agrodolce. Esistono numerose varianti (le ricette codificate in tutta la Sicilia sono quasi 40) che cambiano a seconda degli ingredienti. L’etimologia rimanda allo spagnolo “caponada”, termine dal significato affine. Va considerata una vera e propria etimologia popolare quella che fa risalire “caponata” a “capone”, nome con il quale in alcune zone dell’isola viene chiamata la lampuga, un pesce dalla carne pregiata ma piuttosto asciutta che veniva servito nelle tavole dell’aristocrazia condito con la salsa agrodolce tipica della caponata. Il popolo, non potendo permettersi il costoso pesce, lo sostituì con le più economiche melanzane. Ed è questa la ricetta giunta fino ad oggi.

Caponatina

Così chiamata per il piccolo contenitore nel quale viene confezionata per la prima volta nel 1916 dai Fratelli Contorno di Palermo seguendo le innovative tecniche industriali di conservazione a lunga scadenza. Si tratta di una caponata i cui ingredienti principali secondo la ricetta originale provengono da coltivazioni autoctone siciliane come la melanzana Violetta di Palermo, il pomodoro Rosso Primaticcio di Palermo, i capperi di Pantelleria, le olive e l’olio d’oliva extravergine di Nocellara del Belice. Il taglio piccolo degli ortaggi e il dosaggio degli ingredienti rendono  unico il sapore.

Cappelletti

Celebre formato di pasta all’uovo ripiena tipico della Romagna. Sono così chiamati per la particolare forma che ricorda la “galoza”, un goffo copricapo molto usato in passato dalla gente di campagna. Esistono diverse versioni dei cappelletti, che differiscono da zona a zona. La ricetta romagnola, citata da Pellegrino Artusi, prevede un ripieno di ricotta o ricotta e Raviggiolo, petto di cappone o lombata di maiale, Parmigiano Reggiano, uova, noce moscata, sale e, a scelta, scorza di limone, da cuocere rigorosamente nel brodo di cappone. Differiscono dai tortellini per il ripieno diverso, la sfoglia più spessa e per il modo di chiuderli. Una volta messa la farcia nella pasta, infatti, questa viene piegata su se stessa e successivamente, tramite un attrezzo munito di lama circolare seghettata, si tagliano dei fagottini.

Cappello del prete

Conosciuto anche come polpa di spalla, è un taglio di carne leggermente venato di grasso dalla forma stretta ed allungata che ricorda, appunto, il cappello di un prete. Proviene dai muscoli della spalla nel cosiddetto quarto anteriore del bovino. Si usa per bolliti, brasati, lessi e spezzatini. Con questo nome si identifica, inoltre, una variante dello zampone.

Capperi

Boccioli verdi non ancora aperti di una pianta spontanea tipicamente mediterranea, la Capparis Spinosa, dal caratteristico sentore che ricorda l’odore della macchia mediterranea e dal sapore pungente e sapido. Una volta raccolti vengono trattati con sale per una decina di giorni e quindi conservati sottosale, sottaceto o in salamoia. A seconda del tipo e delle dimensioni i capperi (tanto più sono piccoli, tanto più sono considerati di qualità) in cucina si prestano a svariate preparazioni di primi piatti di pasta, secondi di carne e pesce, salse e sughi: MEDIO-GRANDI sono adatti per tutti gli usi; GRANDI sono da tritare per arricchire salse; OVALI sono ottimi per i sughi e per il pesce; CAPPERINI, i più pregiati, per insalate e paste; SOTTOSALE sono adatti a tutti gli usi per via del loro sapore intenso; FRUTTI DEL CAPPERO da accompagnare a cocktail come il Martini o il Negroni.

Enoteca Verso, il luogo dove il vino si vive

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Ci sono luoghi dove il vino si beve, si racconta, ma soprattutto si vive. Uno di questi è Enoteca Verso in zona San Giovanni a Roma. Un punto di riferimento da alcuni anni per gli amanti del bere bene, un posto dove sai di poter trovare la tua bottiglia preferita o qualcosa di nuovo che non conoscevi e non ti delude.

Enoteca Verso è un format che coniuga perfettamente il vino con il cibo, ma soprattutto ha dato vita e forma alla grande passione di Giorgio Mansueti, proprietario di questo wine bar, che ha saputo mettere insieme non solo prodotti eccellenti, ma anche professionisti in sala e in cucina. Non è sempre facile costruire una squadra che funziona, non è facile trovare le giuste competenze. Qui tutto ha un senso, niente è improvvisato, ma studiato, cercato, voluto con una visione lungimirante e progettuale.

L’idea alla base del progetto

“Volevo dare alle persone ciò che piaceva a me, renderli partecipi del mio mondo e di ciò che amo: il buon bere e il buon mangiare. Per me Enoteca Verso è un desiderio che si realizza, non un giocattolo o un investimento casuale. Ecco perché ho voluto con me tra soci, chef e sommelier solo i migliori, quelli con la luce negli occhi quando fanno il loro lavoro”. Così spiega il suo mondo enogastronomico Giorgio, seduto su una delle poltrone vintage in stile cinema americano con il suo calice di rosso in mano.

Una carta con 900 etichette

Enoteca Verso nasce 3 anni fa con l’intento di essere un luogo di ritrovo, convivio e condivisione del piacere del palato. Oggi qui si possono trovare circa 900 etichette, da bere, da portar via, da richiedere a casa. Tutte messe insieme in una carta dei vini che è la vera protagonista, costruita dal fedele e fidato sommelier Mirko di Mambro, che ha saputo collezionare delle vere chicche da ogni parte d’Italia e non solo, dai vini cosiddetti convenzionali a quelli biologici e naturali e per ogni tipologia di spesa. Il comune denominatore è la ricerca, il dialogo con il produttore, l’artigianalità del prodotto. Una carta dei vini in cui si possono trovare i grandi nomi del mondo dell’enologia, ma che fa di tutto per valorizzare piccole realtà territoriali, a conduzione familiare, realtà nuove e innovative, che hanno il coraggio di presentarsi sul mercato con nuovi progetti, alcuni tradizionali e naturali, altri anticonvenzionali e stimolanti.

La cucina di Fulvio Penta

E poi ovviamente c’è la cucina, opera dello chef Fulvio Penta, essenziale e ricercata allo stesso tempo, mette insieme ingredienti di valore ed è pensata per non sovrastare il gusto del bere, ma per dargli sfogo, respiro. Qui, va detto, non è il vino che accompagna il cibo, ma il contrario. Un punto di forza che ha nel tempo sviluppato una sua identità tra piatti ricercati, ma confortevoli, quelli che sanno raccontare, proprio come ogni bottiglia a scaffale, territori, persone e storie. Alla base c’è una scelta attentissima delle materie prime, tra i fornitori d’eccellenza spiccano Colprem e Re Norcino; La Formaggeria di Francesco Loreti di Piazza Epiro, il forno Prelibato.

Dalle tapas fino ai dessert, c’è sempre un piatto e un’etichetta da poter scegliere, consigliata dal sommelier, nella formula aperitivo, pranzo o cena (ora in versione da asporto o delivery). E come fanno notare sia Giorgio che Silvia Cruciani, direttrice di sala: “lo stravolgimento di orario di questo periodo ci ha portato a riformulare l’offerta, notando con nostra sorpresa che dalle 10 alle 18 c’è una domanda continua e diversificata. I clienti si stanno adeguando, cambiando anche abitudini di consumo e orari”.

La proposta gastronomica

Tra i piatti più gettonati  il polpo verace scottato su cicoria ripassata e stracciata vaccina e le costine di suino iberico con rub affumicato e salsa bbq; tra i primi (le paste fresche sono tutte home made), ricette romane come la Cacio e pepe con carciofi croccanti, i ravioli ripieno di branzino e zucchine, pomodoro del piennolo e maggiorana, segue il maialino cotto a bassa temperatura con mostarda di cremona e chutney di peperone e poi i burger. Per chiudere con Tiramisù, Brownie, Cremoso al pistacchio, Cannolo scomposto.

Entrare da Enoteca Verso è quasi come fare un viaggio: un luogo caldo e accogliente dove sentirsi bene e a proprio agio, un’esperienza fatta di gusto e aromi, ma soprattutto dove vivere le storie che Mirko di Mambro racconta al tavolo, mentre apre una bottiglia e ne versa il contenuto nel calice. E’ proprio vero che dietro ogni etichetta c’è una storia da raccontare e quella storia Mirko l’ha vissuta, l’ha osservata da vicino o se l’è sentita raccontare dal produttore in persona in uno dei suoi innumerevoli viaggi alla ricerca di qualcosa di nuovo. Una narrazione affascinante, mai banale, ma soprattutto mai invadente.

La prova di assaggio

Tapas di Carciofo Agnoni e Culatello di Zibello D.O.P e Stracciata vaccina e alici del Mar Cantabrico Reserva su pane di grano duro e di segale. Vino in abbinamento: Asolo Prosecco DOCG “Col Fondo” di Case Paolin.

Tartare di filetto di tonno rosso con dadolata di mele Smith e maionese al nero di seppia e Polpette di maialino speziato con salsa Tzatziki. Vino in abbinamento: Rosato Igt Toscana 2019 Noble Kara di Ficomontanino

Cacio e pepe con carciof croccanti. Vino in abbinamento: Moscato secco  “Sol” di  Ezio Cerruti

Maialino cotto a bassa temperatura con mostarda di cremona e chutney di peperone. Vino in abbinamento: Toscana Igt 2015 Bevilo di Casa Raia

Cremoso al pistacchio, Tiramisù, Cannolo scomposto. Vino in abbinamento: Orvieto Classico Superiore Doc, Vendemmia tardiva 2018 di Palazzone.

pandoro farcito

Il Pandoro farcito: la delizia del Natale.

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Domenico Melegatti , il 14 Ottobre 1894 ricevette il Certificato di Privativa Industriale per aver ideato il nome, la forma e la ricetta del Pandoro.

Un dolce estremamente soffice, dorato e delicato. Parte integrante della tradizione natalizia da oltre un secolo. Un classico delle feste di Natale, sempre in prima linea insieme al panettone ed al torrone.

Anche se la tradizione pone il pandoro semplicemente servito con una spolverata di zucchero a velo, oggi vi sono numerose idee e ricette che rendono questo dolce ancora più versatile, ricco e goloso.

Il pandoro farcito è sicuramente una delle ricette più conosciute. L’impasto morbido del pandoro si abbina meravigliosamente con varie tipologie di farciture: dalle più conosciute come la crema pasticcera, alle più intriganti come la ganache al pistacchio.

Leggi anche: “A Natale le parole d’ordine sono convivialità e tradizione.”

Nadalin: l’antenato del Pandoro

Il Nadalin, afferma StoriEnogastronomiche, è il padre del Pandoro. Il Nadalin è un dolce veronese avente come ingredienti la farina, le uova, il burro, lo zucchero, il latte ed il lievito. Ingredienti simili al pandoro, anche se il Nadalin risulta essere meno burroso e fragrante, ma più compatto e dolce.

Il pandoro è stato ideato a Verona nel 1894. Anno in cui il pasticcere Domenico Melegatti ottenne, da parte del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia, il certificato per aver creato questo prezioso dolce. Secondo la leggenda familiare, un garzone, di fronte alla prima fetta del dolce illuminata da un raggio di sole esclamò stupito: “l’è proprio un pan de oro!”. Da qui il nome Pandoro.

Leggi anche:” L’insostenibile leggerezza del Pandoro di Olivieri 1882″

Uova, burro, zucchero, latte, lievito e vaniglia

Italiangourmet fornisce una dettagliata descrizione del Pandoro firmato Iginio Massari, noto pasticciere. Iginio Massari propone una versione di Pandoro, rispettando la tradizione e la qualità degli ingredienti base che compongono questo gioiello.

Le uova, il burro, lo zucchero a velo, il latte, il lievito madre e la vaniglia, sono gli ingredienti cardine della ricetta del Pandoro a 3 impasti di alta pasticceria. Ingredienti da amalgamare con alta precisione ed armonia. Le uova determinano alcune delle caratteristiche fondamentali del dolce: colore, gusto, struttura. Il burro fresco, ha il vantaggio di una più rapida preparazione, ma bisogna prestare attenzione alla conservazione dello stesso, per non pregiudicare il gusto del pandoro. Lo zucchero a velo viene impiegato in parte nell’impasto ed in parte prima di essere servito. La quantità di zucchero nell’impasto è stata aumentata gradualmente nel tempo, ad oggi il pandoro è più soffice e più dolce.

Per sapere di più sul Pandoro di Iginio Massari, clicca qui!

Il pandoro farcito: preparazione

Come preparare il pandoro?

Per preparare il pandoro bisogna seguire pochi semplici passi. Prima di tutto bisogna tagliare orizzontalmente il pandoro a fette di circa 2-3 cm di spessore. Il risultato sarà creare delle fette a forma di stella. Scegliere un piatto da portata ed adagiare la prima fetta per creare una base. Farcire con la crema scelta e proseguire con la fetta successiva, posizionandola in modo che si vedano le punte della fetta sottostante. Proseguire ricreando l’intero pandoro farcito, così da sembrare un alberello di Natale.

Quale crema scegliere?

Per farcire il pandoro abbiamo una vasta scelta di creme da utilizzare. Dalla semplice crema pasticcera con le fragole alla crema al mascarpone, dalla crema al cioccolato alla ganache al pistacchio, dalla crema al limoncello alla crema al Baileys.

Crema pasticcera e fragole

Latte intero e fresco, tuorli, farina o amido di riso/mais e vaniglia. La crema pasticcera è la crema per eccellenza, essenziale quando parliamo di dolci.

Gli ingredienti per prepararla sono pochi ed il procedimento è semplice. Il risultato finale sarà una crema liscia, con una compattezza equilibrata e che profumi di vaniglia.

Ingredienti per la crema pasticcera:

– 500 ml di latte

– 1/2 baccello di vaniglia

– 3 tuorli

– 60 g di zucchero semolato

– 40 g di farina 00

Preparazione:

Versare in un pentolino il latte, inserire il baccello di vaniglia e portare ad ebollizione. In un’altra ciotola mescolare i tuorli con lo zucchero ed unire la farina, setacciandola. Eliminare la vaniglia e versare il composto nel latte. Tenendo la fiamma bassa, fare addensare la crema continuando a mescolare il composto affinché non si formino grumi. Una volta raggiunta la densità desiderata, fare raffreddare completamente la crema. Il nostro pandoro potrà ora essere farcito con crema e fragole a volontà.

Crema al mascarpone

La crema al mascarpone è la crema base per comporre il tiramisù classico.

Ingredienti:

– 250 g di mascarpone

– 3 uova medie

– 100 g di zucchero

– 1/2 bicchierino di Marsala

Preparazione:

Separare i tuorli dagli albumi. Montare i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso. Ammorbidire il mascarpone con le fruste ed unire il Marsala. Unire il tutto al composto con uova e zucchero. Montare a neve gli albumi e unirli alla crema, mescolando dal basso verso l’alto.

Ganache al pistacchio

Ingredienti:

– 200 g Cioccolato bianco

– 130 g panna fresca

– 60 g pistacchi tritati

Preparazione:

In un recipiente a bagnomaria inserire il cioccolato bianco e panna. Fare sciogliere il cioccolato tenendo la fiamma bassa e mescolando frequentemente. Sciolto il cioccolato ed amalgamata la crema allontanare il recipiente dal fuoco ed aggiungere i pistacchi.

Leggi anche: “Team Panettone o Team Pandoro? a Natale a Casa Manfredi vincono tutti!”

E pensare che molti credono esista solo la Coca-Cola…

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Viaggio nel mondo della Coca-Cola, la bevanda più famosa del mondo.

«Tutte le Coca-Cola sono uguali e tutte le Coca-Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente, lo sa il barbone e lo sai tu». Così affermava Andy Warhol in un’intervista commentando una delle sue tante opere – se ne contano circa 15 – dedicate alla celebre bevanda. E probabilmente ne aveva ben donde: all’epoca era disponibile sui mercati di tutto il mondo solo la Coca-Cola nella versione più classica, quella contenuta nell’iconica bottiglietta Contour in vetro color Georgia green.

Sul finire del secolo scorso The Coca-Coca Company, per contrastare la concorrenza in primis di Pepsi ma anche dei concorrenti nel mercato delle bevande gassate presenti a livello locale, ha iniziato a commercializzare numerose varianti della Coca-Cola. La prima di una lunga serie fu nel 1983 la Diet Coke concepita – all’epoca – principalmente per il pubblico femminile.

Ecco allora una lista comprendente tutte (o quasi) le tipologie di Coca-Cola. Delle 51 differenti versioni presenti nella tabella sottostante alcune non sono più prodotte, mentre altre sono disponibili solo in alcuni Paesi. In gran parte vengono o venivano distribuite in lattina di alluminio o nella classica bottiglietta in versione PET.

La lista delle tipologie di Coca-Cola

CLASSIC
CLASSIC CAFFEINE FREE senza caffeina
LIFE dolcificata con stevia
LIGHT senza zucchero e senza calorie
LIGHT SANGO senza zucchero e senza calorie al sapore di arance rosse
ZERO con dolcificanti alternativi (aspartame e acesulfame K)  al posto dello zucchero
VANILLA con aggiunta di aroma naturale di vaniglia
DIET COKE VANILLA  (successivamente denominata COCA-COLA VANILLA ZERO)

senza zucchero e senza calorie  con aggiunta di aroma naturale di vaniglia

DIET COKE WITH CITRUS ZEST senza zucchero e senza calorie  con aggiunta di aroma di limone e limetta
 DIET COKE WITH LIME FLAVOR senza zucchero e senza calorie con aggiunta di aroma di limetta
 DIET COKE TWISTED STRAWBERRY senza zucchero e senza calorie con aggiunta di aroma alla fragola
 DIET COKE STRAWBERRY GUAVA senza zucchero e senza calorie con aggiunta di  una particolare varietà di guava
CHERRY con aggiunta di aroma di ciliegia
DIET COKE CHERRY senza zucchero e senza calorie con aggiunta di aroma di ciliegia
CHERRY ZERO con dolcificanti alternativi (Aspartame e Acesulfame K)  al posto dello zucchero e aggiunta di aroma di ciiegia
CHERRY VANILLA con aggiunta di aroma alla ciliegia e aroma naturale di vaniglia
BLACK CHERRY VANILLA con aggiunta di aroma all’amarena e aroma naturale di vaniglia
DIET COKE senza zucchero e senza calorie
DIET COKE PLUS (o COCA-COLA LIGHT PLUS) senza zucchero e calorie prodotta in due versioni:

·         con vitamine  B3, B12 e C

·         con antiossidanti e tè verde

DIET COKE SWEETENED WITH SPLENDA® con aggiunta del dolcificante SPLENDA® al posto dell’aspartame
PLUS FIBER+ con aggiunta di destrina
GREEN la caffeina contenuta è ricavata da semi di caffè verde tostati. Non contiene conservanti, aspartame o altri dolcificati
ENERGY bevanda energetica con aggiunta di guaranà  e alto contenuto di caffeina
C2 molto simile alla Diet Coke
NEW COKE o COKE II versione rivisitata nel gusto della Coca-Cola Classic
RASPBERRY con aggiunta di aroma di lampone
DIET COKE RASPEBERRY senza zucchero e senza calorie con aggiunta di aroma di lampone
ORANGE con aggiunta di succo d’arancia 
ORANGE VANILLA con aggiunta di succo d’arancia e aroma naturale di vaniglia
WITH LIME con aggiunta di succo di limetta
 DIET COKE LIME senza zucchero e senza calorie e aggiunta di succo di limetta
 LIGHT LEMON senza zucchero e senza calorie all’aroma di limone
CITRA con aggiunta di aroma di agrumi (limone e limetta)
CLEAR bevanda trasparente a marchio Coca-Cola per il mercato giapponese.  Rispetto alla Coca-Cola tradizionale mantiene solo il nome e la forma della classica bottiglietta (peraltro in plastica).  Ha sapore completamente diverso.
CLEAR LIME come la versione precedente, ma aromatizzata alla limetta.
GREEN TEA con aggiunta di tè verde
GRAPE  con aggiunta di aroma di uva
MEXICAN (o MEXICOKE) prodotta in Messico, corrisponde alla versione Classic.  Viene utilizzato lo zucchero di canna come dolcificante
GEORGIA PEACH con aggiunta di aroma naturale di pesca della Georgia (USA)  e dolcificata con zucchero di canna
BRITISH COLOMBIA RASPBERRY con aggiunta di aroma naturale di lampone della British Colombia (Canada) e dolcificata con zucchero di canna
DIET COKE senza zucchero e senza calorie, sono disponibili nella nuova lattina slim grigio-argento.  Si differenziano per il colore secondario della stessa  che ne identifica il gusto:

NO SUGAR NO CALORIES (rosso) – GINGER LIME (verde) – TWISTED MANGO (giallo) – BLUEBERRY AÇAÍ* (blu)

ZESTY BLOOD ORANGE (arancione) – FEISTY CHERRY (viola) –    

ORANGE SORBET COKE al gusto di sorbetto all’arancia
CINNAMON con aggiunta di aroma di cannella
GINGER con aggiunta di aroma di zenzero
BLĀK ha un contenuto maggiore di caffeina

In Italia, nella GDO, sono attualmente disponibili sette tipologie di Coca-Cola. Di queste solo le prime due sono presenti in bar e ristoranti:

ORIGINAL TASTE
ZERO ZUCCHERI
LIGHT TASTE
GUSTO LIMONE ZERO ZUCCHERI
SENZA CAFFEINA
CON CAFFÈ
ENERGY

Nel 2009 fu commercializzata in Italia una serie limitata denominata Coca-Coca Light Tribute to Fashion. Si trattava di otto bottigliette Contour da 250 ml “vestite” da altrettante famose case di moda: ALBERTA FERRETTI, BLUEMARINE, ETRO, FENDI, MARNI, MISSONI, MOSCHINO, VERSACE a cui nel 2010 si aggiunsero le versioni di SALVATORE FERRAGAMO, GIORGIO ARMANI E GIANFRANCO FERRÈ.  Qualche anno dopo fecero seguito altre sei Coca-Cola Light “modaiole” disegnate rispettivamente da Karl Lagerfeld nel 2011 e da Jean Paul Gautier nel 2012. Le bottigliette, questa volta, furono prodotte in alluminio.

Nell’attuale composizione, quantomeno riferita alla versione commercializzata in Italia, gli ingredienti sono elencati in ordine di peso, tuttavia Coca-Cola Company, come la maggior parte delle aziende alimentari, non ha mai reso pubbliche le proporzioni esatte degli ingredienti, tantomeno la ricetta.

ACQUA
ZUCCHERO
ANIDRIDE CARBONICA
COLORANTE E150d
ACIDO FOSFORICO
AROMI NATURALI  inclusa la caffeina in quantità variabile a seconda delle versioni

Nel 1992 furono resi pubblici gli appunti del suo inventore, il farmacista polacco naturalizzato statunitense John Stith Pemberton (1831-1888) nei quali veniva finalmente rivelata la composizione della miscela di aromi naturali, il misterioso AROMA 7X. A seguito di questa scoperta, gli esperti ed appassionati di Coca-Cola furono in grado di risalire alla formula (quasi certamente) originale:

ESTRATTO FLUIDO DI COCA
ACIDO CITRICO
CITRATO DI CAFFEINA
ZUCCHERO
ACQUA
SUCCO DI LIMETTA
VANIGLIA
CARAMELLO
AROMA 7X  (noto anche come MERCHANDISE #7) un composto di ALCOL ed essenze di ARANCIA, LIMONE,  NOCE MOSCATA, CORIANDOLO, NEROLI e CANNELLA della varietà CASSIA

L’alcol venne in seguito sostituito con un estratto di noci di cola, una pianta tropicale reputata non dannosa per la salute. Dall’uso combinato dei due ingredienti principali – la coca e la cola – la bibita acquisì il nome attuale. Quando nel 1904 la coca venne bandita (dalla pianta si estrae infatti la cocaina), venne scartato l’alcaloide dagli estratti dalle foglie di coca, mentre la cola continuò a essere utilizzata.

Malgrado le presunte scoperte e le ammissioni più o meno esplicite da parte dell’azienda circa la formulazione, The Coca-Cola Company protegge da sempre la segretezza dei componenti contenuti (quelli non presenti sul lattine e bottiglie, per intenderci). Gli ingredienti utilizzati sono inviati agli stabilimenti di produzione in forma anonima, semplicemente identificandoli con una numerazione da 1 a 9 indicando ai responsabili di ogni polo produttivo solo le proporzioni da rispettare. Di sicuro la ricetta è cambiata più volte nel tempo, per allinearsi alle legislazioni nazionali dei vari paesi in cui viene prodotta e/o commercializzata. La formula viene quindi modificata in base al progresso di società e cultura, ma talvolta anche per ridurre i costi di produzione.

A dispetto del mantenimento del nome, non ci sono comunque prove che l’attuale versione del preparato per la produzione della Coca-Cola contenga estratto di noce di cola, originariamente incluso per il suo contenuto di caffeina. Si pensa, comunque, che il gusto principale provenga dalla vaniglia e dalla cannella con tracce di oli essenziali e spezie come la noce moscata.

La Coca-Cola qualitativamente migliore? Paradossalmente non è quella americana. A detta degli appassionati (e del sottoscritto che l’ha provata) è senza dubbio la Mexicoke, la versione Classic prodotta in Messico in bottiglia di vetro dove nella preparazione è utilizzato lo zucchero di canna al posto del fruttosio utilizzato principalmente negli Stati Uniti.

*) È il mirtillo Açaí (si pronuncia “Asai”), una particolare bacca simile al mirtillo prodotta dall’omonima pianta, la palma Açaí. Cresce principalmente nelle foreste settentrionali del Brasile. 

Come ridurre lo spreco alimentare

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Una corretta conservazione degli alimenti comporterebbe la riduzione dello spreco alimentare, una maggiore lotta alla fame e un notevole risparmio economico.

Secondo alcune stime, nel 2050 la popolazione mondiale toccherà i 10 miliardi di individui. Già oggi decine di milioni di persone soffrono la fame, anche se, paradossalmente, produciamo abbastanza cibo per nutrire una popolazione una volta e mezzo quella attuale. La fonte del problema è da individuarsi nello spreco alimentare, un triste fenomeno che ci porta a dilapidare un terzo del cibo che produciamo per problemi legati alla distribuzione, a questioni legate alla commerciabilità dei prodotti e alla loro conservazione.

Una ricerca europea di Samsung sullo spreco alimentare ha dimostrato che oltre la metà del cibo acquistato dagli italiani viene buttato. Sorprendentemente, sono i piatti pronti i più sprecati. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di conservare alimenti come pere, mele e aglio in dispensa, mentre dovrebbero essere messi in frigorifero per evitare sprechi.

Gli alimenti a più alto rischio di spreco

Dalla ricerca condotta è emerso che più della metà delle persone conserva la frutta in modo sbagliato. La maggior parte delle persone, infatti, conserva in una fruttiera sul tavolo o in dispensa, pere (59%), mele (71%) e arance (68%), quando in frigorifero si conserverebbero più a lungo.

I dati hanno però dimostrato che i piatti pronti (70%), la verdura fresca (70%) e le salse/condimenti (67%) sono le tipologie di alimenti che più spesso finiscono nei nostri cestini senza essere consumati.

A meravigliare è il fatto che prodotti mediamente più costosi come i piatti pronti, che in gran parte nascono per essere tenuti in congelatore e poi cotti, vengano invece conservati in frigorifero, occupando spazio prezioso, e finendo poi per non essere consumati.

Lo spreco di salse e condimenti, come ad esempio il ketchup, potrebbe essere dovuto a due motivi: molti non sanno dove conservarlo, con un solo 15% degli intervistati che lo tiene correttamente in frigorifero. In realtà il ketchup può essere riposto in un armadio o dispensa quando ancora sigillato, mentre va conservato in frigorifero una volta aperto.

Salse e condimenti pagano, anche, il fatto di essere spesso posizionati in luoghi poco visibili, fatto che si traduce nell’acquisto di “doppioni” che inevitabilmente producono sprechi.

Solo il 63% degli italiani dichiara di avere un piano per risolvere il problema in casa

Dalla ricerca europea, condotta su 20.000 persone in 11 Paesi, emerge, inoltre, come l’Italia sia al terzo posto come paese a più elevato tasso di spreco alimentare, preceduta dalla Svizzera e seguita da Norvegia e Francia. Gli italiani gettano addirittura il 59% del cibo acquistato senza averlo consumato. Un dato di grande impatto non solo in termini di sostenibilità ma anche economici, visto che si traduce in 5.108 euro per famiglia che ogni anno finiscono nel cestino.

Mentre tre quarti degli italiani (75%) si sentono in colpa per la quantità di rifiuti prodotti e tre su cinque (61%) sono diventati, durante i periodi di lockdown, più consapevoli dei loro sprechi alimentari, solo il 63% dichiara di avere un piano per affrontare e cercare di risolvere il problema in casa.

Ma per fare ciò, è necessario avere una pianificazione dei pasti prima di fare la spesa, cosa che il 35% degli intervistati non fa. E’ necessario, inoltre, controllare le date di scadenza ed evitare di dimenticare ciò che si ha nel frigorifero. Il 30%, infatti, non controlla le date di scadenza, e il 26% si dimentica quello che ha nel proprio frigorifero, spesso perché questo è troppo pieno o perché gli alimenti non sono disposti secondo uno schema adeguato.

Ed è proprio in questo senso che Samsung offre tecnologie all’avanguardia per consentire ai consumatori uno stile di vita più sostenibile. Grazie ad una combinazione di potenti tecnologie come No Frost e Optimal Fresh+ che conservano gli alimenti in condizioni ideali, il frigorifero Samsung EcoFlex, della nuova gamma Air Space è stato progettato per conservare e mantenere la freschezza anche di prodotti altamente deperibili, aiutando i consumatori a far durare il cibo più a lungo.

I suggerimenti di Samsung

Per contribuire a ridurre lo spreco di cibo e educare i consumatori, Samsung ha elaborato una serie di consigli utili per organizzare il frigorifero e far durare più a lungo il cibo.

Personalizzare il frigorifero in base alle proprie esigenze. C’è sempre una bottiglia alta o un contenitore di avanzi che non possono essere riposti come si vorrebbe, e togliere gli scaffali è una seccatura. I ripiani Slide & Fold Samsung possono essere facilmente ripiegati, sollevati e abbassati per creare la soluzione più adatta in base ai prodotti da conservare e alle diverse necessità, in modo da non lasciare nulla fuori.

Frutti e verdure non sono tutti uguali: alcuni tipi, come l’avocado, le pesche e il melone, dovrebbero essere tenuti fuori dal frigorifero fino al completamento della maturazione, ma riposti all’interno una volta maturi per evitare sprechi.

Per mantenere una temperatura uniforme all’interno del frigorifero, è fondamentale scegliere quelli che offrono la tecnologia No Frost. Non solo il cibo rimarrà più fresco più a lungo, si eviterà anche la formazione di ghiaccio, risparmiando il fastidio dello scongelamento e mantenendo il frigorifero frost-free.

Non solo è importante la temperatura, ma anche l’umidità: quindi è importante utilizzare i cassetti che permettono di regolare le impostazioni a seconda delle dell’alimento che contengono…nessuno vuole una lattuga appassita!

È consigliabile conservare sempre la carne cruda, il pollame e il pesce sul ripiano inferiore del frigorifero e tenerli incartati. In questo modo si eviterà che gli odori degli alimenti si diffondano e che i liquidi gocciolino, creando il rischio di contaminazione crociata e causando ulteriori sprechi. La zona Optimal Fresh+ di Samsung consente di conservare le carni accanto a frutta o verdura in modo sicuro e più duraturo: il dispositivo permette di controllare il flusso d’aria, quindi la temperatura può essere impostata da 0 a 3 gradi. Questa piccola variazione fa una grande differenza nel garantire la freschezza di carne, frutta e verdura. Optimal Fresh+ mette a disposizione due zone di temperatura in uno scomparto di facile utilizzo, con un divisorio flessibile che può essere spostato facilmente per rendere lo spazio più grande o più piccolo a seconda delle esigenze.

Natale

A Natale le parole d’ordine sono convivialità e tradizione.

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Stephen Littleword, noto scrittore, afferma “A Natale non importa cosa trovi sotto l’albero, ma chi trovi intorno.”

Il Natale è certamente la festa dell’anno più sentita in Italia. Sin da quando si è bambini, il periodo natalizio riempie di magia e di colori ogni angolo della casa e della città in cui viviamo. Luci di ogni forma e tonalità illuminano le vie della città, gli alberi di Natale colorano le case ed i mercatini prendono spazio in alcune piazze.
L’aria natalizia, tipica del mondo occidentale, inizia a sentirsi con l’avvento, ossia il tempo liturgico che precede il Natale e che è preparatorio allo stesso.

Il Natale è una festività che unisce, avvicina ed elimina le distanze. Innanzitutto per il significato religioso che essa riveste, ma anche per l’atmosfera calda che riesce a ricreare. Atmosfera in cui i bambini si pongono in una condizione di felice attesa legata all’arrivo di Babbo Natale.

La convivialità

La convivialità è il piacere che deriva dallo stare con gli altri a tavola. Il gastrosofo Alex Revelli Sorini, su “Taccuini Gastrosofici”dedica uno spazio al tema della convivialità, permettendoci di capire meglio il termine stesso. Revelli spiega: “Ma cosa vuoi dire, qui, “convivialità”? Vuol dire “mangiare insieme”, come in un convivio/banchetto; ma vuol dire soprattutto “convivere”, vivere insieme qualcosa, condividerla.”. Inoltre, analizzandone l’importanza aggiunge: “Ma a cosa serve “imparare la convivialità”? Una risposta semplice (ma fondamentale) è: a essere più felici. Se, infatti, il piacere condiviso risulta più piacevole, imparare a condividerlo vuol dire imparare a moltiplicarlo.”

Il sentimento che unisce di più è la condivisione, soprattutto quando si parla di cibo e di festività.

Il 2020 è stato un anno complicato e non ci ha permesso di godere a pieno la bellezza della convivialità, di conseguenza anche il Natale non sarà lo stesso.
Ciò che rimarrà invariato sarà la tradizione culinaria che ogni regione porta con sé anno dopo anno, generazione dopo generazione. Le tradizioni hanno la capacità di tenere unite le persone nel tempo: il Natale con tutte le tradizioni tramandate di genitore in figlio, ne è la prova.

Nord, Centro e Sud Italia: alcuni piatti tipici salati del pranzo di Natale

Innanzitutto, la tradizione afferma che la cena della Vigilia sia “di magro”, a base di pesce, mentre il pranzo del giorno di Natale dovrà essere più ricco e sostanzioso.
Dagli agnolotti ai tortellini, dai brodi alle zuppe, dai fritti alle verdure: i piatti della cucina italiana a Natale sono veramente una vastità ed è difficile citarli dal primo all’ultimo. Percorrendo dal Nord al Sud le meravigliose regioni che compongono il nostro paese, scopriamo alcune di queste tradizioni che ci accompagnano da generazioni.

Leggi anche: “La magia del Natale: il pranzo del 25 dicembre”

Il pranzo di Natale al Nord

In Val d’Aosta, la tradizione porta con sé l’importanza di salumi, formaggi, polenta e zuppe. Tra i salumi troviamo il lardo di Arnad, un salume aromatizzato che spesso viene accompagnato da polenta o pane di segale. Tra le zuppe spicca la zuppa Valpellinentze, un’ antica preparazione che prevede l’utilizzo di un brodo di manzo, pane nero raffermo, foglie di verza e fontina. Come secondo, invece, è famoso il capriolo alla valdostana. Il capriolo è marinato con il vino rosso ed aromi come aglio, ginepro, alloro, timo e cannella, e successivamente cotto in padella.
In Piemonte il giorno di Natale sono d’obbligo gli agnolotti del Plin, in brodo o al sugo d’arrosto. Altro grande piatto della tradizione gastronomica del Piemonte è il bollito: sette tagli di carne di bue per sette salse (verdi, rosse o mostarde). Altre ricette sono il brasato al barolo o il cappone ripieno.
In Lombardia, la tradizione tramanda come primo piatto i tortellini o i ravioli serviti in un saporito brodo di gallina o di cappone. Come secondo, invece, esalta il cappone ripieno. L’ingrediente principale per farcire è la carne macinata, impastata con pane raffermo, latte, uova, mortadella, prosciutto cotto o salsiccia e frutta secca.

Il pranzo di Natale al Centro

Nel Lazio, possiamo godere di fritti, bruschette e pane romano ripieno come antipasti. Vi è abbondanza di carne sulle tavole romane. Si inizia con il brodo di gallina, per proseguire con l’abbacchio al forno con le patate e la coratella. Non mancano i cannelloni ed i primi piatti corposi.
In Toscana, il menù include crostini di fegatini, arrosto di faraona, anatra, brodo di cappone e fegatelli. Esso è simile a quello umbro che include anche cappelletti ripieni e cardi umbri.

Al Sud la parola d’ordine è: abbondare

In Campania, il pranzo di Natale prevede tortellini di gallina in brodo, pasta al forno, lasagna, cannelloni, sartù di riso, pollo ripieno e chi più ne ha più ne metta. Un piatto tipico è la minestra maritata: una minestra che gode di ingredienti che vanno dalle verdure alla carne. Le verdure sono stagionali e miste, dalla cicoria alla verza, dalle scarole alla borragine.
La Sicilia non prevede brodi, né zuppe. I piatti tipici siciliani, in generale, sono consistenti, pieni, ricchi. La parola d’ordine è: abbondare. Uno dei piatti famosi è il Falsomagro. Si tratta di una fetta di carne ricavata dal perno o fesa, battuta in modo da spianarla, disposta a rotolo e legata con lo spago. All’interno vi è un insieme di condimenti: una fetta di mortadella adagiata sulla carne a contenere salsiccia, cipollotto, formaggi vari, prezzemolo. La farcitura cambia da città in città.

Leggi anche: “Team panettone o team pandoro? A Natale a casa Manfredi vincono tutti!”

Il burro di arachidi è un alimento salutare?

By | Alimentazione, Articoli | No Comments

Nella cultura alimentare italiana e in generale in quella mediterranea, esistono numerosi alimenti che i consumatori non considerano perché non appartenenti a ciò che è tipico delle nostre dispense.

Spesso influenzati da programmi tv, dall’abitudine o da un generale rifiuto per ciò che non fa parte del proprio quotidiano, nell’alimentazione come nella vita si può arrivare a privarsi di cose da cui in realtà potremmo trarre più di qualche beneficio.

La cultura alimentare statunitense

La cultura alimentare statunitense in particolare è vista come un pessimo esempio per quanto riguarda la salute e il benessere connessi al cibo. Il nostro compito non è certo arrivare a negare determinate realtà che tutt’oggi sussistono oltreoceano. Interessante può essere invece discutere di alcuni alimenti tipicamente appartenenti alle dispense americane, che hanno dimostrato di avere diversi benefici nutrizionali.

Tra questi c’è il burro di arachidi. Quante volte abbiamo visto in tv americani abbuffarsene.

Quindi? Dovremmo seguire il loro esempio? No, di certo. Ma ci sono diverse proprietà nutrizionali che è opportuno approfondire.

Il burro di arachidi

Innanzitutto, va detto che è un alimento classificabile come fonte di grassi, per circa il 50% del suo contenuto. Se ne deduce che il potere calorico è piuttosto elevato, perciò le quantità di consumo consigliate non saranno troppo elevate, bensì contenute.

E allora non vale la pena mangiarlo, è ricco di calorie come tutte le altre fonti di lipidi, giusto? La risposta è no, perché i grassi presenti in natura non sono tutti uguali, specialmente se si confrontano quelli che derivano da organismi animali e quelli che invece vengono prodotti a partire da vegetali, come appunto le arachidi.

I grassi animali, come quelli che si trovano nel burro, nel latte, nei formaggi, nella carne di manzo o di maiale sono prevalentemente saturi. Invece, quelli provenienti da vegetali come avocado, olio di oliva e frutta secca come arachidi, nocciole e noci, sono per lo più insaturi.

La differenza riguarda la composizione chimica della molecola di grasso, in particolare i legami tra gli atomi che la compongono.

Le differenze tra le due tipologie di lipidi

Ma non è questo dettaglio scientifico che andrà a giustificare l’acquisto di burro di arachidi da parte di un consumatore. Ciò che interessa è il differente effetto che queste due tipologie di lipidi hanno sull’organismo.

È noto infatti che i grassi saturi siano più difficili da immagazzinare per il nostro organismo e possono quindi provocare accumuli di grasso molto pericolosi per il sistema cardiovascolare. Al contrario degli insaturi, che invece il corpo non ha problemi ad assimilare. È per questo che in generale, nel contesto di un’alimentazione sana, andrebbero sempre preferiti, per quanto possibile, le fonti di grassi vegetali a discapito di quelle animali.

Il burro di arachidi oltre ad essere un’ottima fonte di grassi è anche molto ricco di proteine, che lo rendono ideale al consumo di chi segue diete sportive.

È inoltre importante il suo contenuto di vitamine e sali minerali, in generale presenti nelle arachidi, tra cui vitamina B3, B5, B9, zinco, magnesio e piccole percentuali di potassio.

Arrivati a questo punto tutte le caratteristiche nutrizionali sopracitate potrebbero bastare a portare un consumatore non molto esperto ad acquistare del burro di arachidi e introdurlo nella propria alimentazione.

Una precisazione utile

È opportuno però fare un’altra precisazione, che risulta forse ancora più importante degli altri parametri.

Nel commercio sono ormai presenti da anni diversi di tipi di burro di arachidi, specialmente nella grande distribuzione.  Molti però sono ricchi di zuccheri aggiunti e di grassi idrogenati, il che li rende tutt’altro che salutari.

La scelta più giusta, sempre da un punto di vista nutrizionale, che il consumatore può fare è scegliere quelli ottenuti da sole arachidi e privi di zuccheri aggiunti.

Come posso quindi riconoscerli? La cosa più facile è leggere sull’etichetta frasi come “senza zuccheri aggiunti” o “ottenuto da sole arachidi”. Ma è possibile anche leggere la tabella nutrizionale e controllare in percentuale le quantità di grassi e soprattutto di zuccheri presenti, che dovrebbero essere in assoluta minoranza rispetto a lipidi e proteine.