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Giusy Ferraina

Cirò Revolution

La chiamano Cirò Revolution

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La Doc Cirò spegne quest’anno 50 candeline e la IV edizione del Cirò Wine Festival, che si è tenuta il 9 e il 10 agosto scorso, è stata l’occasione ideale per celebrare questo importante anniversario. Una Doc che è un marchio identitario per la regione, un marchio sempre più conosciuto in Italia e nel mondo, riscoperto ancora di più negli ultimi anni con la nascita di piccole realtà produttive che hanno dato nuova linfa al territorio cirotano.

La Cirò Revolution

Parlare di vino calabrese porta subito a pensare al Cirò e ad una serie di cantine, quali ad esempio Librandi e Ippolito 1845, che sul territorio hanno fatto la storia e sviluppato economia. Ma gli artigiani del Gaglioppo sono tanti, sono giovani e hanno avviato da alcuni anni la cosiddetta Cirò Revolution.

Una vera e propria rivoluzione concettuale prima di tutto, che si rispecchia nell’equazione Cirò = Gaglioppo, senza variazioni sul tema come il disciplinare concede.

L’espressione di un territorio

Il Cirò deve essere espressione di questo territorio, deve portare nella bottiglia la vicinanza del mare, le diverse tipologie di terreno, il nostro lavoro. Il Cirò per come lo intendo io, e tutti gli altri miei amici viticoltori che fanno parte di questo movimento è Gaglioppo al 100% e niente altro”. Queste le parole di Sergio Arcuri, uno degli esponenti del gruppo di vignaioli testardi e orgogliosi che hanno deciso – e questa volta bisogna dire viva la tradizione purista – che il Cirò, nella sua versione sia rossa che rosata, deve essere ottenuto solo da uve Gaglioppo.

La cantina ‘A Vita

Primo fra tutti a “predicare” questa rinascita della denominazione Cirò è stato Francesco de Franco, titolare della cantina ‘A Vita, che ha ereditato le vigne di famiglia e dopo anni passati lontano dalla Calabria, ha deciso di tornare e di puntare su quelle che sono le sue origini (sostenuto dalla moglie friulana).  “Sarà retorica come frase, ma il vino lo facciamo in vigna. Seguiamo le viti passo dopo passo, le curiamo una ad una per poter ottenere un vino che sia espressione di questo territorio. Io non voglio fare il mio Cirò, ma il Cirò”.

Mentre parla dell’impegno che ci vuole in vigna, della scelta di essere un vignaiolo naturale e di affidarsi al ciclo della natura, senza chimica aggiunta, ma curando meticolosamente le proprie piante, ci indica la costa. Sono chilometri di vigna lungo il mare, duemila ettari in tutto, ma soltanto un quarto sono rivendicate a Cirò, divisi in parcelle con caratteristiche organolettiche diverse, che si arrampicano sulle colline dai terreni sabbiosi e guardano la Sila. Gli elementi climatici ci sono tutti, i venti di scirocco e tramontana che determinano la salubrità della vite e le escursioni tra il giorno e la notte che aiutano a tirare fuori gli aromi dell’uva.

Cirò RevolutionLe vigne di Gaglioppo

La maggior parte delle vigne di Gaglioppo sono allevate ad alberello e ciò comporta una presenza in vigna perenne, più volte al giorno, con una lavorazione tutta manuale. La resa è bassa, di alta qualità aromatica e organolettica, piccole produzioni per ogni cantina di qualche migliaio di bottiglie, che arricchiscono il patrimonio enologico della Calabria.

Insieme ad ‘A Vita e Arcuri c’è anche Cataldo Calabretta, tra i fautori e sostenitori della Cirò Revolution, Vicepresidente del Consorzio del Cirò e Melissa, che alla domanda “qual è il vostro obiettivo” risponde subito: “Vogliamo contribuire a migliorare la doc, lavorando tutti insieme. La nostra è una battaglia per il territorio”.

Il vino biologico e naturale

Dalle parole dei rivoluzionari del Cirò si intuisce subito la passione che alimenta questa generazione di vignaioli, che non si fanno concorrenza, ma collaborano, si confrontano puntando a migliorare sempre di più il prodotto. Hanno scelto la strada del biologico e del naturale, dove naturale significa artigianale, prendersi cura della vigna, saper intervenire non in modo artificiale, saper restituire al vino quelle che sono le caratteristiche dell’uvaggio. E come sottolinea Sergio Arcuri, che vinifica in cemento come facevano il nonno e il padre tanti anni fa e come fa anche Calabretta: “il Gaglioppo è un vitigno riconoscibile al primo sorso, dal colore un po’ scarico, con un corpo che è dato dal sole, agli aromi di spezie, frutta rossa, erbe aromatiche e una sensazione tannica particolare e unica, che non ti puoi sbagliare. E ogni Cirò sa essere diverso perché è frutto di quell’uva e di quel lavoro, non possiamo pensare a un gusto standard o a un colore sgargiante, per noi è inammissibile e come perdere identità”.

Il rosato calabrese

Gaglioppo in purezza dicevamo, per il Cirò rosso e rosato, mentre Greco Bianco, sempre in purezza o con aggiunta di Malvasia per il Cirò Bianco. Ed è necessario spendere qualche parola sul rosato calabrese, un vino di tradizione, riconosciuto e consumato. Come spiegano i nostri artigiani questo è sempre stato il vino di casa, quello di tutti i giorni a tavola, mentre il rosso era considerato il vino delle occasioni speciali. Un vino che oggi ha una grande riscontro sul mercato e dà molta soddisfazione negli abbinamenti gastronomici. E poi, vista la lunga tradizione, pare che sia uno dei migliori d’Italia.

Insieme a Francesco, Sergio e Cataldo in questa piccola grande rivoluzione troviamo anche cantina Tenuta del Conte, Dell’Aquila, Cote di Franze, Scala, Cantine Greco,  per citarne alcuni e tanti altri nuovi giovani produttori che guardano a questo movimento sinergico e di identità come la strada maestra, da cui anche i grandi stanno prendendo ispirazione per ridare al territorio e al Cirò il grande valore che merita.

Luigi Lepore

Luigi Lepore e la sua idea di Calabria in cucina, oltre la tradizione

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La mia cucina non avrebbe senso di esistere altrove, lontano dalla mia terra”. Una affermazione sicura e orgogliosa apre la chiacchierata con lo chef Luigi Lepore, al quale abbiamo chiesto di raccontare questa avventura gastronomica “fuori dagli schemi” per una regione come la Calabria.

La terra delle tradizioni

Un territorio profondamente radicato nelle sue tradizioni, dove la cucina dei nonni con i suoi piatti tipici non è stata mai tradita ed è da sempre considerata come un approdo sicuro “se vuoi mangiare bene e abbondante”. Di questa tradizione, di una terra “bella e difficile”, come l’ha definita più volte Corrado Alvaro, e della sua storia, del carattere della sua gente, testarda e dal cuore grande, del sole, del mare e della campagna Luigi Lepore ha preso tutto. Ha assorbito sapori, odori, sensazioni, dando vita alla sua visione enogastronomica.

I vicoli di Nicastro

La nostra degustazione ha luogo nella zona dei vicoli del centro storico di Nicastro (Cz), tra vecchie facciate e palazzi d’epoca, con l’accoglienza del maître Alfredo, con il suo sorriso solare ed il servizio preciso, che accompagna il commensale nella scelta e nella conoscenza dei piatti.

La ricercata eleganza

Un’eleganza minimale ci circonda, pochi coperti, il calore degli elementi in legno e dei tavoli rotondi, illuminati e senza tovaglia, si alterna alle pareti. Unico vezzo la parete specchiata, che riflette i commensali in un gioco quasi cinematografico, per poi scoprirsi quale porta scorrevole che conduce al regno dello chef.

Il percorso di degustazione ci permette di assaggiare e capire immediatamente la filosofia culinaria di Luigi Lepore e della sua brigata. Piatto dopo piatto le sue idee hanno trovato una esplicita conferma: le proposte ci hanno fatto percepire le potenzialità e la volontà di una Calabria che può andare oltre la tradizione senza tradire i sapori originali, definizione sintetica che descrive al meglio il concept gastronomico del Luigi Lepore Ristorante.

Una cucina coraggiosa

Un progetto di ristorazione coraggioso, che cerca e trova la sua identità nelle materie prime del territorio, bagaglio culturale profondo dello chef, interpretato con esperienza. Sono le materie prime della terra, quella povera e contadina, protagoniste assolute della cucina di Lepore: nessun ingrediente manca all’appello, nessun ingrediente è una comparsa. Pochi elementi che danno vita ai piatti, con i loro sapori forti, a tratti audaci, ma sempre equilibrati e alla ricerca dell’emozione. Tutti sapientemente trasformati nella forma, nelle consistenze, ma che riconosci ad ogni assaggio anche ad occhi chiusi.

La prova d’assaggio

C’è il pomodoro nella sua versione “a insalata con basilico” perché il pomodoro è questo al sud, nella versione “Sorbetto di insalata di pomodoro e basilico in acqua di cetriolo” in apertura del nostro percorso. Segue poi il Baccalà prezzemolo e limone con la sua semplicità e genuinità. Ci sono le paste, ricordo di ricette antiche, che giocano sui ripieni e i contrasti, come i Bottoni ripieni di peperone al brodo di liquirizia, dove la dolcezza dell’interno si scioglie nel brodo che domina il palato.

Ma anche la versione gourmet della “stroncatura”, ricetta tipica calabrese, una pasta prodotta con le crusche dello scarto della molitura (si racconta che la farina venisse letteralmente “spazzata” da terra e che per  motivi igienici era  proibita ma venduta di contrabbando nelle botteghe) condita con olio, aglio, peperoncino, sarde, olive, pomodori secchi, “mollica di pane” tostata, riproposta da Lepore sotto forma di tortello con cui fare un viaggio verso le origini e ritorno. Arrivano poi il maiale e l’agnello, dalle cotture lente, accompagnati da crema all’aglio o salsa di pesca merendella (frutto che cresce solo nel catanzarese e nella piana di Lamezia Terme).

La pasticceria

E infine arriviamo ai dolci, ma sarebbe riduttivo chiamarli dessert. Piccoli gioielli di creatività, pensati e curati dal pastry chef Federico Cari, in cui anche gli ingredienti più semplici o poveri come il finocchietto selvatico e il peperoncino, proposti in un sorbetto, trovano un’espressione alta e alternativa, per non parlare del gelato all’alloro, vera esperienza, o dell’assoluto di limone, sorpresa ed emozione per il palato in una verticale di limone che non ti immagini.

La carta dei vini

Ad accompagnare la cucina di Lepore una carta dei vini che ovviamente punta con orgoglio alla territorialità (ma non solo), proponendo prodotti e cantine di nuova generazione, con lavorazioni in anfora, cemento o naturale.

Dal sorbetto iniziale di insalata di pomodoro al gelato all’alloro i sapori dell’infanzia dello chef Lepore, ma anche di chi questi posti li vive e li conosce, prendono una forma e consistenza nuova. La sua è una sfida difficile da affrontare con coraggio, ma i presupposti per lasciare un segno importante nel panorama ristorativo calabrese ci sono tutti.

Il menu degustazione

Sorbetto di insalata di pomodoro e basilico in acqua di cetriolo
Baccalà prezzemolo e limone
Bottoni ripieni di peperone al brodo di liquirizia
Ricordo di stroncatura
Agnello con salsa di aglio e pesca merendella
Guancia di maialino sedano rapa e salsa al mandarino
Gelato all’alloro
Assoluto di limone
Panificazione propria con lievito madre.

Luigi Lepore

Andrea Camilleri

L’effetto Montalbano. L’eroe di Camilleri vero e proprio strumento di marketing.

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Andrea Camilleri ci ha lasciati e con lui se ne va un grande artigiano di storie, uno scrittore che amava raccontare, anche quando non poteva più scrivere, ma che più di ogni altra cosa amava giocare con la lingua e gli intrecci. Ci mancherà quella sua voce roca impastata di fumo, quel dialetto che ha preso il sopravvento sulla lingua italiana, la fotografia di una Sicilia storica e contemporanea, immobile nei suoi paesaggi, nei suoi profumi, nel cibo. E poi ci mancherà lui, Salvo Moltabano, il commissario più amato, quasi come Poirot, Maigret, Pepe Carvalho, Nero Wolfe.

Il commissario Montalbano

Un personaggio entrato nelle case di tutti noi, volenti o nolenti, prima dalle pagine di un libro, poi con la fiction in tv, divenendo quasi un amico, in cui riconoscere pregi e difetti di chi cerca di essere a suo modo un bravo poliziotto, umano fino in fondo e mai un super eroe.

Ma uno dei pregi più grandi di Montalbano non è stata tanto l’ideale lotta contro il crimine o la mafia, ma l’essere diventato nel tempo un vero e proprio strumento di marketing territoriale. Un personaggio che ha con i suoi luoghi e l’amore viscerale per il buon cibo saputo valorizzare un angolo di Sicilia o forse l’intera isola, riaccendendo l’attenzione sulle tradizioni artigiane, vinicole e gastronomiche, rilanciando il turismo e distraendoci in senso positivo da un’immagine stereotipata di una regione immobile e problematica.

Tutto inizia nel 1999 con la messa in onda dei primi episodi delle avventure del commissario di che non solo registrano anno dopo anno, anche nelle repliche, milioni di telespettatori fidelizzati, ma un boom di crescite nel tempo di visite turistiche.

I dati del successo

Si può parlare di un vero e proprio effetto Montalbano, che dura da quasi 18 anni. Secondo i dati il turismo in Sicilia e la sua “attrattiva” nel sud-est è cresciuto, dal 1998, al ritmo del 12-14% l’anno e se nel 2014 nell’area iblea si registrano 829.000 turisti (414.000 italiani e 415.000 stranieri), nel 2017 le presenze passano a 1.200.000 con un 48 % in più. La provincia di Ragusa con il suo territorio di nicchia si è ritrovato a competere, vincendo anche, con quelli da sempre reputati i luoghi culto del turismo siciliano: Siracusa, Agrigento, Taormina, Palermo, isole Eolie.

La Sicilia di Montalbano

I luoghi di Montalbano sono gli scenari delle sue indagini, delle sue abitudini, delle sue lunghe passeggiate, delle “sciarratine” con Livia o con Catarella. Se Andrea Camilleri, ha ambientato i suoi racconti nei più importanti angoli dell’agrigentino, come Porte Empedocle, Sciacca, Menfi, inventandone i nomi ma conservandone le fedeli descrizioni, la tv per logiche di riprese ha trasformato luoghi come Punta Secca nella celebre Marinella con la casa di Montalbano, Donnalucata in Marina di Vigata, Ragusa in Montelusa, il castello di Donnafugata nella casa di Balduccio Sinagra, la Fornace Penna nella famosa Mannara, il Municipio di Scicli nel commissariato.

Simbolo di questo enorme successo e di questa rivitalizzazione turistica è la casa di Montalbano, che ha portato Punta Secca a essere conosciuta in tutto il mondo, in un posto dove di villeggianti fino a vent’anni fa non ce n’era nemmeno l’ombra. Oggi invece la villetta in Corso Aldo Moro 44, che altro non è che un B&B, è meta di migliaia di appassionati della serie, che arrivano fin laggiù anche solo per scattare una foto davanti alla terrazza del commissario.

Montalbano e il cibo

Tra i luoghi di Montalbano due sono quelli tra i suoi preferiti: l’osteria San Calogero teatro di lauti pranzi e cene nei primi romanzi e successivamente la trattoria a mare “da Enzo” e anche in questo caso non si parla di set, ma di ristoranti veri e propri dove i turisti fanno la fila per poter mangiare i piatti amati dal Commissario.

“All’osteria San Calogero lo rispettavano, non tanto perché fosse il commissario quanto perché era un buon cliente, di quelli che sanno apprezzare”.

La tradizione culinaria siciliana

Montalbano non è quindi un comune commensale, ha fatto riscoprire non solo la cucina siciliana al resto d’Italia, ma una profonda ritualità e rispetto per il cibo. Pranzare insieme al commissario significa entrare in una dimensione intima e silenziosa con i piatti cucinati.  L’eroe di Camilleri è un intenditore, un gourmand della tradizione, dalla pasta ‘ncasciata di Adelina, alla pasta coi broccoli o con le sarde, le sarde a beccafico, i crudi di mare, le triglie fresche fritte, passando per gli arancini, i cannoli siciliani e la frutta martorana o le cassate ogni ricetta tipica rivive con famelica energia nei vari romanzi.

Non esiste avventura senza un menu del giorno dedicato, con cui Salvo Montalbano, non solo placa la sua fame, ma vive una sorta di godimento del palato e della mente. Nel suo solitario silenzio (vietato parlare se si è in due), ogni forchettata è un dialogo profondo con quella creazione, con quella materia prima magistralmente trasformata che lo fa letteralmente evadere.

Il cibo di strada

Ecco nuovamente l’effetto Montalbano. Una riscoperta totale della tradizione: materie prime povere, cibo di strada, ricette dei nonni tutto torna fortemente di moda, cercato e voluto, da chi legge le storie del commissario. Ma ancora di più si scopre il piacere della tavola, quello lento, il piacere di assaggiare e gustare, di vivere la cucina in un equilibrio tra la religiosa devozione e l’eros.

“L’antipasto fatto solo di polipi alla strascinasali parse fatto di mare condensato che si squagliava appena dintra alla vucca. La pasta col nìvuro di siccia poteva battersi degnamente con quella di Calogero. E nel misto di triglie, spigole e orate alla griglia il commissario ritrovò quel paradisiaco sapore che aveva temuto perso per sempre. Un motivo principiò a sonargli dintra la testa, una specie di marcia trionfale. Si stinnicchiò, beato, sulla seggia. Appresso tirò un respiro funnuto.
Dopo lunga e perigliosa navigazione, Ulisse finalmenti aviva attrovato la sò tanto circata Itaca”. 

Winelivery

Winelivery: bere bene a domicilio.

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Se finora il food è stato il protagonista del delivery, il sistema consegna a domicilio, è importante non sottovalutare la sempre crescente richiesta per quel che concerne il beverage. Da qualche anno già oltreoceano la tendenza ‘Drink Delivery‘ impazza ottenendo grandi successi, e visto che anche in Italia il vino e il delivery dal 2015 stanno vivendo il loro momento d’oro, perché non pensare a un progetto che li sappia combinare insieme?

Eh sì, abbiamo approfittato della palese mancanza sul nostro mercato di questo tipo di servizio, cercando di sfruttare le due ondate favorevoli di attenzione e aumento del consumo del vino di qualità e del delivery per “inventarci” la nostra App per bere”. Questa la genesi di Winelivery come raccontato dalla sua founder Andrea Antinori.

Andrea Antinori e Francesco Magro sono gli ideatori di questo progetto che da sperimentale nel giro di qualche anno si è trasformato in un’azienda a tutti gli effetti dove lavorano più di 20 persone e quasi 200 riders.

 Come funziona App per Bere

Basta scaricare la app sul proprio cellulare o andare sul sito www.winelivery.com, scegliere tra le 1200 etichette presenti tra i vari prodotti beverage (birre, vini, bollicine, superalcolici, cocktail e ghiaccio) e aspettare appena 30 minuti, giusto il tempo che il riders citofoni a casa.

Il suo successo è chiaramente la funzionalità e velocità del servizio – come fa notare Andrea – una app facile da usare, un ampio catalogo tra cui scegliere e un sistema di logistica efficiente e veloce che recapita a domicilio qualsiasi etichetta alla giusta temperatura di degustazione. Con un servizio attivo tutti i giorni, dalle 11.00 di mattina all’1.00 di notte, il venerdì e il sabato fino alle 2.00”.

Ascolta il podcast dell’intervista ad Andrea Antinori e Alessandro Palmarin

La diffusione del servizio

Winelivery nasce come servizio di consegna di alcolici a domicilio a Milano nel 2016, ma sta già sconfinando in altre città italiane, già attivo a Torino, Bologna, Firenze, Bergamo, con quasi 100.000 download effettuati, sta per approdare a Roma e Napoli. E nella capitale è una questione di giorni.

“Essere a Roma era quasi obbligatorio e ci siamo riusciti, da luglio dovrebbe partire il progetto” – sottolinea Andrea Antinori – “In soli tre anni, Winelivery, è cresciuta in maniera considerevole grazie a tre round di investimento in Crowdfunding cha hanno finanziato la startup per quasi 2 milioni di euro portando a bordo più di 550 soci: oggi Winelivery è una delle startup più partecipate in Italia. Il fatturato di Winelivery è cresciuto più del 500% per due anni di seguito, con un incremento di ordini che ha permesso di passare dalle 2.500 bottiglie del 2016 alle 130.000 attese al termine del 2019”.

L’utente di Winelivery

Il pubblico?Winelovers, appassionati, professionisti, hanno risposto molto bene a questo progetto, e insieme a loro anche il target horeca e il mondo corporate con servizi di regalistica e catering che usufruisce del servizio, con grande agevolazione sul catalogo e sullo stoccaggio della merce. L’ampia user base e le skills di marketing hanno fatto di Winelivery una vera e propria “media-agency” a servizio di produttori e brand del mondo beverage” spiega Andrea.

La selezione

Vini, birre e alcolici vari a catalogo non sono scelti casualmente, un team di esperti sommelier è dedicato all’assaggio e selezione dei prodotti, che cambiano in base alle città, stagionalità, cercando di offrire al pubblico delle carte dinamiche da cui scegliere. Presenti un po’ tutte le regioni e anche vini internazionali: dal Cerasuolo d’Abruzzo, al Chinati, Cannanou o Barbera fino al Cheery Malbec argentino, dai classici brand di champagne alle bollicine siciliane,  In questo modo Winelivery si presenta anche come un ottimo strumento di posizionamento per le cantine e i loro prodotti, un canale di comunicazione dell’etichetta.

Un progetto con enormi potenziali di crescita, che al suo interno ha diversi elementi dal drink delivery alla media agency. Alle volte l’intuizione e la voglia di fare portano in luoghi inaspettati.

Antropologia

Antropologia alimentare per raccontare il cibo

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Si parla spesso di aziende e di prodotti, di come questi vengono venduti e comunicati, ma quanta attenzione si presta al consumatore e alle sue decisioni di acquisto? Marketing emozionale, marketing esperienziale, empatia, coinvolgimento sono tutte leve comunicazionali attraverso cui le aziende cercano di posizionarsi sul mercato, di attrarre il proprio target e fidelizzarlo. Ma dietro a queste strategie di “storie raccontate” ed “emozioni suscitate” ci sono studi dedicati che si basano su sociologia, psicologia e antropologia.

Quest’ultima mette insieme in un mix socio-culturale perfetto le varie discipline per dare quelle risposte di cui il marketing ha bisogno. Se da un lato i marketer fanno appello alle neuroscienze dall’altro lato c’è l’antropologia, ovviamente alimentare nel nostro caso, e questo ci fa capire quanto il consumatore sia al centro dell’attenzione, non solo nella fase di comunicazione ed engagement, ma già all’origine del prodotto e di come deve essere definito e raccontato.

L’intervista all’antropologa

Abbiamo chiesto a Lucia Galasso, antropologa di professione, di cosa si occupa l’antropologia alimentare nello specifico e soprattutto come si applica

L’antropologia in questo caso si declina sul cibo come realtà sociale con le stesse modalità con le quali si analizza una cultura diversa dalla nostra. L’alimentazione e il cibo sono sempre stati merce, valore e simbolo all’interno della storia del genere umano, ecco perché è importante tenere in considerazione queste dinamiche dal punto di vista antropologico, specialmente se vogliamo fare marketing eno-gastronomico” risponde la Galasso.

Dinamiche e processi decisionali studiati attraverso un’osservazione diretta, sul campo, a contatto con campioni di “buyer persona” che interagiscono con un luogo o un prodotto e che come racconta Lucia Galasso riescono a stupire con comportamenti che non ti aspetti.

Ascolta il podcast dell’intervista a Lucia Galasso

Obbligatorio a questo punto chiedere chi sono i consumatori di oggi, quanto sono preparati in relazione al cibo?

Lucia risponde senza esitazioni: “Da un lato abbiamo chi mangia per il piacere ludico del cibo e a cui non interessa cosa sta consumando e poi c’è all’altro estremo chi si interessa fin troppo, super attento alle etichette, alla tracciabilità o altri aspetti, certamente importanti, ma che vengono estremizzati. Tra i consumatori più attenti ci sono i millenials, figli delle nuove tecnologie, nativi digitali che rispondono in modo naturale alla facilità di reperire le informazioni su prodotti, cibi e locali in cui andare; che essendo “socialmente attivi” seguono le tendenze quasi come un dovere e che sono per educazione anche più sensibili ai temi del biologico, ecosostenibile, salubrità. Su questa categoria molte sono le aziende che stanno concentrando i loro studi per costruire un marketing funzionale ed efficace”.

E com’è il lavoro di un antropologo all’interno di un’azienda?

Per capire chi sono i consumatori a cui dobbiamo piacere è necessario studiare la singola persona e non i numeri totali, l’azione e non la generalizzazione o il dato astratto. Se vogliamo aiutare le aziende e risolvere i loro problemi bisogna capire chi è l’azienda e il prodotto da veicolare, poi osservare il potenziale consumatore (che sia in un gruppo di ricerca o che sia un soggetto singolo osservato al mercato o al ristorante in modo ignaro) capire come una persona interagisce con il cibo, come lo sceglie, cosa desidera, dove lo consuma e come lo consuma. Da queste osservazioni sul campo possiamo andare a lavorare sulla creazione di un prodotto e del suo lancio sul mercato o anche su operazioni di re-branding o riposizionamento di un prodotto”.

L’antropologia alimentare nella ristorazione

Ma gli antropologi alimentari non applicano la loro competenza e osservazione solo su prodotti o aziende, perché il cibo è anche ristorazione. E nel ristorante, infatti, si possono trovare tutti i tratti studiati dagli antropologi culturali: forme di scambio, modelli di produzione, di preparazione, consumo materiale e simbolico del cibo, ma non solo.

La pratica di mangiare fuori è diventata un’abitudine e in questa abitudine c’è l’affermazione di gusti e scelte e la loro conferma, c’è la ricerca, la sperimentazione e soprattutto la relazione tra cibo e persone e tra persona e persona. Peccato, come fa notare Lucia Galasso, che ancora non ci sia consapevolezza intorno alla necessità di studi antropologici applicati sul campo che sicuramente migliorerebbero i servizi della ristorazione, la gestione degli spazi e la loro vivibilità. Ma è solo questione di tempo.

NIO Cocktails

NIO Cocktails: experience a domicilio

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Chi l’ha detto che per gustarsi un buon cocktail occorre andare necessariamente in un locale? Quante volte sarà capitato di avere voglia di un drink dopocena comodamente seduti sul proprio divano di casa o di dover preparare un aperitivo per i propri amici? A questo desiderio hanno trovato soluzione due ragazzi, Luca Quagliano e Alessandro Palmarin, che spinti dalle stesse esigenze, ha voluto creare un cocktail che possiamo definire per gioco pret-à-porter e che mette insieme due aspetti essenziali: il buon bere e il delivery. Una staurt up alcolica di tutto rispetto e con le carte in regola il cui nome è Nio Cocktails e che i due founders raccontano con queste parole: “NIO Cocktails è la nuova frontiera del “bere bene”, un cocktail perfetto preparato dal mixologist di fama internazionale Patrick Pistolesi, già pronto da shakerare e versare nel bicchiere. In poche parole serve solo il ghiaccio. Needs Ice Only. NIO, appunto”.

Come funziona il servizio NIO Cocktails

Ma come funziona questo cocktail?  Alessandro Palmarin racconta, con orgoglio misto a entusiasmo: “Nio è il cocktail monodose, perfettamente mixato, pronto all’uso e da bere responsabilmente. Il liquido è custodito in un pack easy&chic sottile come un cd: basta agitare la confezione, strapparne un angolo e versare in un bicchiere con ghiaccio. Et voilà, il cocktail è pronto. Non occorrono barman, shaker, né particolari conoscenze di mixology: solo ghiaccio”.

Al momento esistono 14 differenti proposte tra cui scegliere, che includono i drink più popolari dal Negroni al Daiquiri, passando dal Tommy’s Margarita, Manhattan, Boulevardier, Gin Sour fino al Cosmopolitan, molto amato dal pubblico femminile. Lista in continua evoluzione, dicono, ma senza svelare troppo, sempre a cura di Patrick Pistolesi che firma un vero e proprio “cocktail calendar”.

Ascolta l’intervista ai ragazzi di NIO Cocktails su Radio Food Live

L’intuizione NIO come nasce?

Esattamente un paio di anni fa e come tutte le idee più originali semplicemente osservando la realtà. Eravamo al termine di una cena a casa tra amici, essendo tardi ma avendo ancora voglia di chiudere la serata e bere qualcos’altro senza muoverci da casa, ci siamo accorti che non avevamo molte alternative senza i giusti ingredienti disponibili (e senza le competenze) – racconta Alessandro – Da lì, è nata l’idea: perché non troviamo un modo per portare i cocktail direttamente a casa delle persone, ampliandone i confini al di fuori delle mura dei bar?”.

“Esatto – aggiunge Luca – con la nascita delle mie due figlie io e mia moglie ci siamo ritrovati con meno tempo a disposizione e sempre meno occasioni di uscire dopo cena. È stato lo spunto per creare un concetto rivoluzionario di cocktail che uscisse dalle mura di un bar per entrare a casa nostra, pronto in ogni momento, da assaporare da soli o condividere in compagnia. Se Maometto non va alla montagna…”.

Se guardiamo oltre confine l’idea cavalca una tendenza ben diffusa all’estero e che NIO Cocktails vuole portare anche in Italia: quella dell’house bartending, una pratica molto amata soprattutto dalle celebrities. E come prodotto italiano al 100% non smentisce la sua qualità sotto tutti i punti di vista. La prima cosa che salta all’occhio è il packaging innovativo accattivante e personalizzabile, che tralascia la solita bottiglia o il bicchiere da cocktail, ma si ispira a un design minimal chic, quello del cd, diventando un pezzo di design e di arredo a tutti gli effetti. E già da questo primo dettaglio, poco secondario, si intuisce il voler essere un nuovo modo di vivere il cocktail.

La consulenza di Patrick Pistolesi

A questo si aggiunge il gusto e l’equilibrio perfetto tra i mix esclusivi di Patrick Pistolesi offrono a chiunque la possibilità di assaporare un cocktail garantendo la migliore esperienza di degustazione al di fuori di un cocktail bar. E poi il suo essere al 100% un prodotto Mixed in Italy, come dichiarano Luca e Alessandro: “Con orgoglio sottolineiamo che NIO è al 100% italiano, usiamo i migliori spirits, senza aggiunta di conservanti, additivi o agenti chimici; vantiamo una nostra filiera interna e diretta di produzione, così come è italiana anche l’ideazione e la realizzazione dell’esclusivo packaging di design che custodisce i nostri cocktail”.

Per averlo? A parte lo shop on line sul loro sito www.nio-cocktails.com e la presenza su Amazon, c’è un servizio in più che li distingue come innovativi, la possibilità di avere il prodotto direttamente a casa con un sistema di delivery. Grazie, infatti, alla partnership con Winelivery, che in mezz’ora su Milano consegna NIO completo anche di ghiaccio a casa, e non solo perché NIO è stato pensato anche come proposta e soluzione per Hotel e Ristoranti che non godono della presenza di un bartender. “Non vogliamo fare concorrenza ai bartender o ai cocktail bar – dice Alessandro Palamarin  – amiamo troppo la cultura dei locali e dei cocktail, ma vogliamo proporre il nostro prodotto come prodotto aggiuntivo laddove la figura del mixologist o del semplice barman non c’è: hotel, ristoranti, eventi, catering, sfruttando il sistema di distribuzione b2b a cui ci siamo affidati”.

Anche da questo punto di vista NIO conferma il suo voler essere esclusivo e innovativo. Ora non ci resta che provare.

Scopri le tendenze del Food Delivery

Circuito da lavoro

Circuito da lavoro: lo stile in cucina

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Quando andiamo in un ristorante, siamo ospiti in un albergo o semplicemente prendiamo il caffè al bar, chi ci accoglie indossa una divisa, che per i colori e stile rappresenta il locale, la sua filosofia e diventa elemento di costruzione della sua identità. In questo caso il detto “l’abito non fa il monaco” non ha valore, anzi rafforza “l’essere” e l’essenza del posto nel quale ci troviamo.

Proprio per soddisfare questa esigenza di identità aziendale esiste il settore dell’abbigliamento da lavoro che produce le classiche divise, grembiuli e giacche di ogni foggia. Poi c’è chi come Laura Bottomei, stilista dell’azienda Circuito da Lavoro, riesce a portare l’esperienza della moda nel mondo della cucina e dell’ospitalità. Food & design si sposano nel vero senso della parola, dando vita a capi originali e innovativi che trasformano la divisa tradizionale in un vero e proprio abito, con uno stile ben preciso e ricercato in grado di unire praticità, funzionalità, gusto, ma soprattutto lo stile tessile e sartoriale 100% made in Italy.

Circuito da lavoro

Da tante persone Laura Bottomei è stata definita la promotrice di una rivoluzione di stile nell’ambiente della ristorazione e non solo. Una rivoluzione premiata con la sua presenza alla Fashion Week 2018, grande evento moda che ha visto sfilare le sue creazioni insieme a quelle di brand e artisti internazionali. La motivazione: la creazione di capi che fondono la praticità con l’eleganza e la ricercatezza dei tagli e delle linee, mantenendo un occhio sempre attento alle tendenze della moda per i settori hotellerie, ristorazione, cuochi, top chef, medicale, industria e scuola.

Una affermazione confermata non solo nel mondo dagli addetti del settore – nelle brigate degli chef Carlo Cracco, Renato Bernardi, Marcello Ferrarini, Bartolomeo Errico – ma anche in altri ambiti: gli abiti di Circuito da Lavoro sono comparsi nei film La pazza gioia di Paolo Virzì, il film “Quanto Basta” sul mondo della cucina per la regia di Francesco Falaschi. Nella musica, vestendo gli attori Anna Foglietta e Marco Giallini nel videoclip del brano di Luca Barbarossa ‘La Dieta’, con la regia di Paolo Genovese.

L’intervista a Laura Bottomei

Ma da dove nasce questa intuizione?

“Circuito da lavoro è un brand di abiti professionali nato dall’incontro tra me come stilista e l’imprenditore Fabrizio Silvestri. Una realtà aziendale interamente Made in Italy con cui ho potuto osare nel tempo, seguendo la mia creatività. Vengo da una famiglia di calzaturieri e per oltre vent’anni ho lavorato in diverse grandi aziende di abbigliamento, fino ad arrivare a questo progetto personale. La mia prima collezione firmata nel 2015 aveva al centro della mia attenzione qualità e stile tessile italiano, elementi a cui non ho mai rinunciato. E’ nel 2017 che nasce L’Atelier di Circuito da lavoro dove firmo ben sette collezioni (sei di abiti, una dedicata al decoro della tavola) in cui il concept stilistico è fondere le due grandi eccellenze italiane, la moda e il food” racconta la stilista.

Ascolta l’intervista a Laura Bottomei su Radio Food Live

L’anno 2017 è l’anno della svolta, l’estro di Laura Bottomei esplode in tutta la sua creatività con un progetto creativo “non convenzionale”, che proietta l’abbigliamento professionale nel mondo del lusso e dell’innovazione. Nelle sue collezioni troviamo abiti che ridefiniscono e sanno valorizzare le figure uomo/donna con linee, accessori e tessuti scelti tenendo presente le molteplici declinazioni del food non solo in cucina ma anche in sala per l’accoglienza. Non più divise che sembrano appese più che indossate, ma veri e propri elementi di stile che danno personalità.

Spiega Laura Bottomei: “Basta sfogliare il catalogo per capire la lunga ricerca fatta per realizzare le sei collezioni. Una ricerca innanzitutto fatta sui tessuti, tutti tecnici e made in Italy, tessuti resistenti, traspiranti, adatti a determinati ambienti o naturali come il 100% cotone e lino per il mood vegan. E poi ricerca stilistica che si ritrova nelle varie linee con contaminazioni culturali gastronomiche, come le Giacche Coreane che si evolvono in lunghezza sotto al ginocchio, permettendo movimenti più liberi;  La ‘Terra e Sapori’, omaggio all’Italia con i colori della terra e dei suoi frutti, austera ed elegante di allure bon-ton; La linea ‘Kilt’ o i grembiuli a quadretti stile ‘Contadino’. Fino al comfort e design nella ‘Ristosport’, per un trend giovane che sceglie la comodità di una felpa, una tuta o un poncho come abito da lavoro”.

La certificazione di qualità

Circuito da Lavoro si conferma con queste idee e con la sua produzione un brand giovane, innovativo, e dinamico, riconosciuto e premiato. E anche certificato 100% Made in Italy, dal 2018, infatti, è un marchio con “Certificazione 100% Made in Italy” avente i requisiti del Sistema IT01-100% Qualità Origine Italiana e, per questo, iscritto nel Registro Nazionale dei Produttori Italiani, riconoscimento attribuito esclusivamente a prodotti di stile e confezione italiana.  Tutti punti di forza che permettono a questa azienda di San Cesareo di crescere da tutti i punti di vista e di rispondere al meglio ad ogni esigenza. E con una stilista come Laura Bottomei le risposte giuste non mancheranno.

BeCheffy

BeCheffy, la community dei “cuochi per passione”

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La tavola quale luogo e momento di incontro, di convivialità assoluta. La cucina quale esperienza, didattica e confronto, che sempre più spesso diviene social dinner, social eating, food experience. Mille definizioni per un unico obiettivo: fare comunità intorno al cibo. Perché il cibo si mangia, si cucina, si prepara, si impara, ma prima di ogni cosa si vive, meglio se in compagnia.

Su questo concetto di “socialità”, è nata a dicembre 2018 BeCheffy, la community dei “cuochi per passione”, di coloro che amano la cucina e vogliono imparare divertendosi i segreti degli chef.  Un nuovo progetto nel mondo del food che mette insieme lezioni di cucina, socialità reale e cene negli spazi eccellenti della Campania (regione di partenza) e non solo.

Un progetto che nasce da un sogno e dalla caparbietà di Ciro Antinolfi, ideatore e founder:Becheffy nasce da una personale rivoluzione, dal voler dare forma alle mie passioni che sono sempre state il marketing innovativo, la comunicazione e la cucina, che combinate insieme hanno generato questa community di appassionati della cultura enogastronomica, che per una sera vivranno l’esperienza di brigata facendo comunità intorno al cibo”.

Una community social, dove la parola social non sta per social network, ma per socializzazione reale, che è la nostra parola d’ordine. – continua a spiegare Antonio Puzzi, project manager di Becheffy – Vogliamo portare la gente dal cosiddetto “food porn” alla food experience, vera e propria, vissuta in prima persona con le mani in pasta. Al giorno d’oggi siamo sempre di più leoni da tastiera o chef da computer e mettere le mani nell’artigianato non è mai facile come sembra. Noi siamo riusciti a farci aprire le porte delle cucine dei grandi chef, viste come luoghi segreti e inavvicinabili”.  

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Alla scoperta del progetto

Come funziona BeCheffy?

BeCheffy vuole essere una piattaforma digitale multicanale che consente agli iscritti di scoprire i segreti dei locali più amati d’Italia per conoscerne ricette, tecniche, ingredienti, ma soprattutto “fare comunità” intorno al cibo. Quattro i format previsti: Back to Basics dedicato a far conoscere le ricette della tradizione; Evolution ci racconta l’innovazione in cucina con le sue affascinanti tecniche; Italian Academy, pensato per i turisti affinché imparino ricette classiche della nostra cucina e All Stars con gli chef stellati. E partendo da Napoli non poteva mancare la sezione dedicata alla pizza e agli impasti. In ogni puntata di ogni forma si prepareranno tre piatti diversi, selezionati tra quelli che hanno portato al successo gli chef”. Ci raccontano i due soci, entusiasti e divertiti.

E il divertimento è alla base di questi momenti.  Non solo si impara in questi appuntamenti di “Social Cooking & Lessons”, come recita il claim di Becheffy, ma si ride, si fa amicizia, ci si confronta, si mangia, ci si abbraccia anche, come piace dire ad Antonio Puzzi: “cosa che nella sfera virtuale dei social non puoi fare, ma è proprio in questi gesti quotidiani e questi momenti alternativi che riscopri il valore della socialità e il potere del cibo”.

I protagonisti

Una community nutritissima: fanno già parte della squadra di BeCheffy gli chef Paolo Barrale, Gianluca D’Agostino, Pasquale Palamaro, Ciro Scamardella, Alfonso Crisci, Francesco Fusco, Maurizio De Riggi e Anna Chiavazzo, Giuseppe Vesi, Salvatore De Rinaldi. E poi 16 membri dello staff dove operano digital marketer, social media manager, video maker, digital strategist, ecc, ognuno con un preciso ruolo e poi i produttori di eccellenze agroalimentari e vitivinicole, collegati in una rete con l’obiettivo di diffondere e contaminare i consumatori con la propria esperienza e i prodotti eccellenti del nostro territorio nazionale.

Rete sì, dunque, ma concreta e commestibile. Per seguire BeCheffy e farne parte: www.becheffy.com

Miss Chef, la gara in rosa della cucina

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La cucina si tinge di rosa con MISS CHEF, la prima competizione tra chef donne italiane che si sfidano ai fornelli con i piatti della tradizione culinaria del nostro bel Paese lungo un tour che prevede varie tappe.

Nata nel 2012 dall’idea di Marinagela Petruzzelli, giornalista, autrice tv, nonché presidente dell’Associazione MISS CHEF e direttrice artistica del format, la competizione ha come obiettivo principe raccontare l’italianità con le sue eccellenze gastronomiche. “Perché – come afferma la stessa Petruzzelli – è proprio grazie alla bravura e all’intraprendenza di queste donne chef, che riusciamo a valorizzare le eccellenze enogastronomiche e il nostro amato Made in Italy nel mondo. Questa gara non vuole essere solo una sfida tra piatti e ricette, ma una combinazione vincente di tradizioni, diversità, tipicità, innovazione e di tutti i saperi e i sapori territoriali”.

Particolarità di questo format gastronomico è la sua formula dinamica e itinerante, che prevede un vero e proprio tour da nord a sud del nostro paese e una tappa finale negli Stati Uniti. Si parte l’8 e il 9giugno a Roma presso gli studi di Cinecittà World; per poi continuare il 20 e 21 giugno in Calabria, a luglio in Piemonte mentre ad Agosto sarà Matera ad essere palco di questa gara; a settembre due tappe tra nord e sud, prima il Veneto e poi la Puglia; il tour si conclude in autunno con due tappe internazionali New York e Malta. 

Il Premio Miss Chef con la sua formula innovativa e dinamica, vuole contribuire ancor più a sottolineare il valore socio-culturale dell’italianità, facendo della cucina il simbolo “etico e buono”, in cui si racchiude valore, qualità, tradizione, cultura e la convivialità.

Ma come funziona questa gara nello specifico? Chi sono le concorrenti che ambiscono al titolo di Miss Chef?

Le miss chef sono quattro concorrenti per ogni tappa regionale – spiega Mariangela Petruzzelli – selezionate per curriculum professionale e meriti, che dovranno cimentarsi nella realizzazione di un piatto in base al loro repertorio in cucina. La gara consiste in uno show-cooking con la successiva degustazione dei piatti realizzati davanti a due giurie una tecnica e una istituzionale, formate da personaggi del mondo politico e culturale, imprenditori, giornalisti ed esperti enogastronomi e che daranno un giudizio globale che tiene conto della creatività del piatto realizzato, del gusto, della genuinità e bontà, dei valori nutrizionali, della presentazione e dei tempi di realizzazione. Ogni tappa ha una sua vincitrice che partecipa alla finale per l’elezione del titolo nazionale”.

Le Miss Chef oltre a cucinare racconteranno la propria vita professionale e privata con brevi interviste mirate per farsi conoscere a tutto tondo: “Sì, questa è una delle mission di questo format è narrare le storie autentiche di queste donne chef che portano avanti la cucina con passione di generazione in generazione come prezioso “tesoro” di famiglia e memoria di valori” conferma l’ideatrice.

La vincitrice del titolo MISS CHEF® EXPO UNIVERSALE 2019 verrà proclamata il giorno 9 giugno 2019. Il premio assegnato sarà la partecipazione in veste di madrina nella sesta edizione di MISS CHEF® New York 2019. A latere della competizione ogni edizione ha un fitto programma di attività didattiche, convegni e incontri. L’ 8 giugno a dopo la gara si svolgerà il convegno  “L’universo delle Donne che intraprendono nel mondo: esempi virtuosi”, dove saranno protagoniste una serie di ospiti tutte al femminile rappresentanti di diversi settori.

Per ulteriori informazioni: www.misschef.net

C’è un segreto in una scatola di alici in salsa piccante

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Era il 1898 quando Luigi Rizzoli fondò a Torino la prima azienda di filettatura e confezionamento di alici. Siamo sull’antica via del sale, terra di grandi tradizioni conserviere e lavorazione del pesce, e proprio qui la prima generazione Rizzoli apprende i segreti del mestiere. Bisogna aspettare qualche anno, fino al 1906 quando i fratelli Luigi ed Emilio Zefirino Rizzoli e Aldo e Antonietta Emanuelli, moglie di Emilio, si trasferirono a Parma per apprendere moderne tecnologie conserviere e fondare la Rizzoli-Emanuelli. Da quel momento il successo di questa azienda si è rinnovato di generazione in generazione, mantenendo sempre fede ad una lavorazione artigianale e manuale del pesce. Ma, cosa ancora più affascinante, il tramandare di padre in figlio la ricetta segreta delle Alici in salsa piccante, prodotto su cui si è costruita l’intera brand-identity del marchio e la sua storia.

Il valore della tradizione

Un’azienda che cresce e si struttura su due cardini fondamentali: la tradizione da una parte e l’innovazione dall’altra. Come conferma lo stesso Francesco Rizzoli, rappresentante della quinta generazione e key-account dell’azienda: “Per noi tradizione non significa immobilismo, ma vuol dire lavorare unendo l’esperienza con un forte spirito innovativo: questo ci ha permesso di rinnovarci e mantenere giovane la nostra storia. Un binomio non semplice da gestire, che parte proprio da una innovazione forte che è quella delle Alici in salsa piccante, prodotto che esiste da cento anni ormai e che all’epoca era completamente nuovo sul mercato. Ciò che ieri era innovativo, oggi è la nostra base”.

Le Alici in salsa piccante sono il prodotto must da cui poi si è sviluppata una ampia gamma di prodotti. Sono proprio queste alici con la loro ricetta segreta, mai scritta ma solo tramandata a voce, a essere diventate quasi un prodotto mitologico e a rappresentare quell’efficace storytelling che tutte le aziende vorrebbero. Come spiega Federica Siri, responsabile marketing: “Questa mitica salsa è prodotta con una serie di ingredienti combinati insieme e di spezie, che vengono macinate a mano in azienda, ma senza che nessuno conosca le misure di questa miscela. Da oltre cent’anni le proporzioni sono super segrete e vengono pesate con antichi oggetti tenuti in cassaforte dal presidente Massimo Rizzoli. E poi esiste una fase della lavorazione che completa lo stesso presidente in persona e nessun altro”.

Una produzione praticamente rituale, custodita gelosamente e tramandata di padre in figlio. E come sottolinea Francesco Rizzoli, in attesa di conoscere questo “segreto di famiglia”: “la ritualità continua con la stagionatura della salsa che avviene per sei mesi in botti di rovere precedentemente usate per l’invecchiamento del marsala. Gli stessi fornitori delle spezie e delle botti sono rimasti invariati da oltre cent’anni, proprio per non alterare o variare il sapore del prodotto. Fedeli al 100%”.

Ascolta il podcast dell’intervista a Rizzoli-Emanuelli

La manualità

Ciò fa capire come tradizione è voler mantenere inalterato il gusto di un pesce di qualità, che viene pescato in mare aperto con la tecnica della Lampara dal Cantabrico all’Adriatico e lavorato allo stesso modo di un tempo. La Rizzoli-Emmanuelli può essere definita, infatti, tra i pionieri del settore, e anche nel caso della lavorazione mantiene fede ai vecchi sistemi. “Facciamo tutto rigorosamente in modo manuale – dice orgoglioso Francesco – nell’epoca dell’industria 3.0 noi forse risultiamo anacronistici ma sicuramente autentici. Il pesce fresco viene conservato nel ghiaccio già sui pescherecci e arriva nello stabilimento nel minor tempo possibile, viene selezionato in base alla pezzatura desiderata, messo in salamoia, pulito, messo sotto sale e sotto pressa e lasciato a stagionare per sei mesi, dopo di che si sfiletta e si confeziona. Il tutto sempre a mano”.

E partendo da questo prodotto “must” la gamma della Rizzoli – Emanuelli si amplia in una serie di lavorazioni di qualità, che hanno quale comune denominatore gli ingredienti d’eccellenza: oltre al pesce ci sono il sale, le spezie e l’olio di oliva, che garantiscono il risultato finale.

Il packaging

Altro elemento “magico e tradizionale allo stesso tempo” di questo brand è il packaging, le lattine dorate che esistono da anni, confezione fornita all’esercito durante la prima guerra mondiale perché “rinvigoriva il corpo”; e poi il logo che rappresenta “tre gnomi” scelti quale simbolo portafortuna e, come ci racconta Federica: “i novelli sposi Emilio e Antonella acquistarono un’ottima partita di pesce dal Nord Europa che venne consegnata in degli involucri con sopra rappresentati questi gnomi, che decisero di inserire come marchio aziendale con la scritta “Mangiar Bene” proprio come auspicio di fortuna, prosperità e salute”.

Anche nel caso dell’immagine la tradizione non si tocca, anzi forse è proprio il volerla reiterare con forza e riadattarla alle novità senza stravolgerla il vero segno di innovazione di questa azienda.