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Giusy Ferraina

Antropologia

Antropologia alimentare per raccontare il cibo

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Si parla spesso di aziende e di prodotti, di come questi vengono venduti e comunicati, ma quanta attenzione si presta al consumatore e alle sue decisioni di acquisto? Marketing emozionale, marketing esperienziale, empatia, coinvolgimento sono tutte leve comunicazionali attraverso cui le aziende cercano di posizionarsi sul mercato, di attrarre il proprio target e fidelizzarlo. Ma dietro a queste strategie di “storie raccontate” ed “emozioni suscitate” ci sono studi dedicati che si basano su sociologia, psicologia e antropologia.

Quest’ultima mette insieme in un mix socio-culturale perfetto le varie discipline per dare quelle risposte di cui il marketing ha bisogno. Se da un lato i marketer fanno appello alle neuroscienze dall’altro lato c’è l’antropologia, ovviamente alimentare nel nostro caso, e questo ci fa capire quanto il consumatore sia al centro dell’attenzione, non solo nella fase di comunicazione ed engagement, ma già all’origine del prodotto e di come deve essere definito e raccontato.

L’intervista all’antropologa

Abbiamo chiesto a Lucia Galasso, antropologa di professione, di cosa si occupa l’antropologia alimentare nello specifico e soprattutto come si applica

L’antropologia in questo caso si declina sul cibo come realtà sociale con le stesse modalità con le quali si analizza una cultura diversa dalla nostra. L’alimentazione e il cibo sono sempre stati merce, valore e simbolo all’interno della storia del genere umano, ecco perché è importante tenere in considerazione queste dinamiche dal punto di vista antropologico, specialmente se vogliamo fare marketing eno-gastronomico” risponde la Galasso.

Dinamiche e processi decisionali studiati attraverso un’osservazione diretta, sul campo, a contatto con campioni di “buyer persona” che interagiscono con un luogo o un prodotto e che come racconta Lucia Galasso riescono a stupire con comportamenti che non ti aspetti.

Ascolta il podcast dell’intervista a Lucia Galasso

Obbligatorio a questo punto chiedere chi sono i consumatori di oggi, quanto sono preparati in relazione al cibo?

Lucia risponde senza esitazioni: “Da un lato abbiamo chi mangia per il piacere ludico del cibo e a cui non interessa cosa sta consumando e poi c’è all’altro estremo chi si interessa fin troppo, super attento alle etichette, alla tracciabilità o altri aspetti, certamente importanti, ma che vengono estremizzati. Tra i consumatori più attenti ci sono i millenials, figli delle nuove tecnologie, nativi digitali che rispondono in modo naturale alla facilità di reperire le informazioni su prodotti, cibi e locali in cui andare; che essendo “socialmente attivi” seguono le tendenze quasi come un dovere e che sono per educazione anche più sensibili ai temi del biologico, ecosostenibile, salubrità. Su questa categoria molte sono le aziende che stanno concentrando i loro studi per costruire un marketing funzionale ed efficace”.

E com’è il lavoro di un antropologo all’interno di un’azienda?

Per capire chi sono i consumatori a cui dobbiamo piacere è necessario studiare la singola persona e non i numeri totali, l’azione e non la generalizzazione o il dato astratto. Se vogliamo aiutare le aziende e risolvere i loro problemi bisogna capire chi è l’azienda e il prodotto da veicolare, poi osservare il potenziale consumatore (che sia in un gruppo di ricerca o che sia un soggetto singolo osservato al mercato o al ristorante in modo ignaro) capire come una persona interagisce con il cibo, come lo sceglie, cosa desidera, dove lo consuma e come lo consuma. Da queste osservazioni sul campo possiamo andare a lavorare sulla creazione di un prodotto e del suo lancio sul mercato o anche su operazioni di re-branding o riposizionamento di un prodotto”.

L’antropologia alimentare nella ristorazione

Ma gli antropologi alimentari non applicano la loro competenza e osservazione solo su prodotti o aziende, perché il cibo è anche ristorazione. E nel ristorante, infatti, si possono trovare tutti i tratti studiati dagli antropologi culturali: forme di scambio, modelli di produzione, di preparazione, consumo materiale e simbolico del cibo, ma non solo.

La pratica di mangiare fuori è diventata un’abitudine e in questa abitudine c’è l’affermazione di gusti e scelte e la loro conferma, c’è la ricerca, la sperimentazione e soprattutto la relazione tra cibo e persone e tra persona e persona. Peccato, come fa notare Lucia Galasso, che ancora non ci sia consapevolezza intorno alla necessità di studi antropologici applicati sul campo che sicuramente migliorerebbero i servizi della ristorazione, la gestione degli spazi e la loro vivibilità. Ma è solo questione di tempo.

NIO Cocktails

NIO Cocktails: experience a domicilio

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Chi l’ha detto che per gustarsi un buon cocktail occorre andare necessariamente in un locale? Quante volte sarà capitato di avere voglia di un drink dopocena comodamente seduti sul proprio divano di casa o di dover preparare un aperitivo per i propri amici? A questo desiderio hanno trovato soluzione due ragazzi, Luca Quagliano e Alessandro Palmarin, che spinti dalle stesse esigenze, ha voluto creare un cocktail che possiamo definire per gioco pret-à-porter e che mette insieme due aspetti essenziali: il buon bere e il delivery. Una staurt up alcolica di tutto rispetto e con le carte in regola il cui nome è Nio Cocktails e che i due founders raccontano con queste parole: “NIO Cocktails è la nuova frontiera del “bere bene”, un cocktail perfetto preparato dal mixologist di fama internazionale Patrick Pistolesi, già pronto da shakerare e versare nel bicchiere. In poche parole serve solo il ghiaccio. Needs Ice Only. NIO, appunto”.

Come funziona il servizio NIO Cocktails

Ma come funziona questo cocktail?  Alessandro Palmarin racconta, con orgoglio misto a entusiasmo: “Nio è il cocktail monodose, perfettamente mixato, pronto all’uso e da bere responsabilmente. Il liquido è custodito in un pack easy&chic sottile come un cd: basta agitare la confezione, strapparne un angolo e versare in un bicchiere con ghiaccio. Et voilà, il cocktail è pronto. Non occorrono barman, shaker, né particolari conoscenze di mixology: solo ghiaccio”.

Al momento esistono 14 differenti proposte tra cui scegliere, che includono i drink più popolari dal Negroni al Daiquiri, passando dal Tommy’s Margarita, Manhattan, Boulevardier, Gin Sour fino al Cosmopolitan, molto amato dal pubblico femminile. Lista in continua evoluzione, dicono, ma senza svelare troppo, sempre a cura di Patrick Pistolesi che firma un vero e proprio “cocktail calendar”.

Ascolta l’intervista ai ragazzi di NIO Cocktails su Radio Food Live

L’intuizione NIO come nasce?

Esattamente un paio di anni fa e come tutte le idee più originali semplicemente osservando la realtà. Eravamo al termine di una cena a casa tra amici, essendo tardi ma avendo ancora voglia di chiudere la serata e bere qualcos’altro senza muoverci da casa, ci siamo accorti che non avevamo molte alternative senza i giusti ingredienti disponibili (e senza le competenze) – racconta Alessandro – Da lì, è nata l’idea: perché non troviamo un modo per portare i cocktail direttamente a casa delle persone, ampliandone i confini al di fuori delle mura dei bar?”.

“Esatto – aggiunge Luca – con la nascita delle mie due figlie io e mia moglie ci siamo ritrovati con meno tempo a disposizione e sempre meno occasioni di uscire dopo cena. È stato lo spunto per creare un concetto rivoluzionario di cocktail che uscisse dalle mura di un bar per entrare a casa nostra, pronto in ogni momento, da assaporare da soli o condividere in compagnia. Se Maometto non va alla montagna…”.

Se guardiamo oltre confine l’idea cavalca una tendenza ben diffusa all’estero e che NIO Cocktails vuole portare anche in Italia: quella dell’house bartending, una pratica molto amata soprattutto dalle celebrities. E come prodotto italiano al 100% non smentisce la sua qualità sotto tutti i punti di vista. La prima cosa che salta all’occhio è il packaging innovativo accattivante e personalizzabile, che tralascia la solita bottiglia o il bicchiere da cocktail, ma si ispira a un design minimal chic, quello del cd, diventando un pezzo di design e di arredo a tutti gli effetti. E già da questo primo dettaglio, poco secondario, si intuisce il voler essere un nuovo modo di vivere il cocktail.

La consulenza di Patrick Pistolesi

A questo si aggiunge il gusto e l’equilibrio perfetto tra i mix esclusivi di Patrick Pistolesi offrono a chiunque la possibilità di assaporare un cocktail garantendo la migliore esperienza di degustazione al di fuori di un cocktail bar. E poi il suo essere al 100% un prodotto Mixed in Italy, come dichiarano Luca e Alessandro: “Con orgoglio sottolineiamo che NIO è al 100% italiano, usiamo i migliori spirits, senza aggiunta di conservanti, additivi o agenti chimici; vantiamo una nostra filiera interna e diretta di produzione, così come è italiana anche l’ideazione e la realizzazione dell’esclusivo packaging di design che custodisce i nostri cocktail”.

Per averlo? A parte lo shop on line sul loro sito www.nio-cocktails.com e la presenza su Amazon, c’è un servizio in più che li distingue come innovativi, la possibilità di avere il prodotto direttamente a casa con un sistema di delivery. Grazie, infatti, alla partnership con Winelivery, che in mezz’ora su Milano consegna NIO completo anche di ghiaccio a casa, e non solo perché NIO è stato pensato anche come proposta e soluzione per Hotel e Ristoranti che non godono della presenza di un bartender. “Non vogliamo fare concorrenza ai bartender o ai cocktail bar – dice Alessandro Palamarin  – amiamo troppo la cultura dei locali e dei cocktail, ma vogliamo proporre il nostro prodotto come prodotto aggiuntivo laddove la figura del mixologist o del semplice barman non c’è: hotel, ristoranti, eventi, catering, sfruttando il sistema di distribuzione b2b a cui ci siamo affidati”.

Anche da questo punto di vista NIO conferma il suo voler essere esclusivo e innovativo. Ora non ci resta che provare.

Scopri le tendenze del Food Delivery

Circuito da lavoro

Circuito da lavoro: lo stile in cucina

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Quando andiamo in un ristorante, siamo ospiti in un albergo o semplicemente prendiamo il caffè al bar, chi ci accoglie indossa una divisa, che per i colori e stile rappresenta il locale, la sua filosofia e diventa elemento di costruzione della sua identità. In questo caso il detto “l’abito non fa il monaco” non ha valore, anzi rafforza “l’essere” e l’essenza del posto nel quale ci troviamo.

Proprio per soddisfare questa esigenza di identità aziendale esiste il settore dell’abbigliamento da lavoro che produce le classiche divise, grembiuli e giacche di ogni foggia. Poi c’è chi come Laura Bottomei, stilista dell’azienda Circuito da Lavoro, riesce a portare l’esperienza della moda nel mondo della cucina e dell’ospitalità. Food & design si sposano nel vero senso della parola, dando vita a capi originali e innovativi che trasformano la divisa tradizionale in un vero e proprio abito, con uno stile ben preciso e ricercato in grado di unire praticità, funzionalità, gusto, ma soprattutto lo stile tessile e sartoriale 100% made in Italy.

Circuito da lavoro

Da tante persone Laura Bottomei è stata definita la promotrice di una rivoluzione di stile nell’ambiente della ristorazione e non solo. Una rivoluzione premiata con la sua presenza alla Fashion Week 2018, grande evento moda che ha visto sfilare le sue creazioni insieme a quelle di brand e artisti internazionali. La motivazione: la creazione di capi che fondono la praticità con l’eleganza e la ricercatezza dei tagli e delle linee, mantenendo un occhio sempre attento alle tendenze della moda per i settori hotellerie, ristorazione, cuochi, top chef, medicale, industria e scuola.

Una affermazione confermata non solo nel mondo dagli addetti del settore – nelle brigate degli chef Carlo Cracco, Renato Bernardi, Marcello Ferrarini, Bartolomeo Errico – ma anche in altri ambiti: gli abiti di Circuito da Lavoro sono comparsi nei film La pazza gioia di Paolo Virzì, il film “Quanto Basta” sul mondo della cucina per la regia di Francesco Falaschi. Nella musica, vestendo gli attori Anna Foglietta e Marco Giallini nel videoclip del brano di Luca Barbarossa ‘La Dieta’, con la regia di Paolo Genovese.

L’intervista a Laura Bottomei

Ma da dove nasce questa intuizione?

“Circuito da lavoro è un brand di abiti professionali nato dall’incontro tra me come stilista e l’imprenditore Fabrizio Silvestri. Una realtà aziendale interamente Made in Italy con cui ho potuto osare nel tempo, seguendo la mia creatività. Vengo da una famiglia di calzaturieri e per oltre vent’anni ho lavorato in diverse grandi aziende di abbigliamento, fino ad arrivare a questo progetto personale. La mia prima collezione firmata nel 2015 aveva al centro della mia attenzione qualità e stile tessile italiano, elementi a cui non ho mai rinunciato. E’ nel 2017 che nasce L’Atelier di Circuito da lavoro dove firmo ben sette collezioni (sei di abiti, una dedicata al decoro della tavola) in cui il concept stilistico è fondere le due grandi eccellenze italiane, la moda e il food” racconta la stilista.

Ascolta l’intervista a Laura Bottomei su Radio Food Live

L’anno 2017 è l’anno della svolta, l’estro di Laura Bottomei esplode in tutta la sua creatività con un progetto creativo “non convenzionale”, che proietta l’abbigliamento professionale nel mondo del lusso e dell’innovazione. Nelle sue collezioni troviamo abiti che ridefiniscono e sanno valorizzare le figure uomo/donna con linee, accessori e tessuti scelti tenendo presente le molteplici declinazioni del food non solo in cucina ma anche in sala per l’accoglienza. Non più divise che sembrano appese più che indossate, ma veri e propri elementi di stile che danno personalità.

Spiega Laura Bottomei: “Basta sfogliare il catalogo per capire la lunga ricerca fatta per realizzare le sei collezioni. Una ricerca innanzitutto fatta sui tessuti, tutti tecnici e made in Italy, tessuti resistenti, traspiranti, adatti a determinati ambienti o naturali come il 100% cotone e lino per il mood vegan. E poi ricerca stilistica che si ritrova nelle varie linee con contaminazioni culturali gastronomiche, come le Giacche Coreane che si evolvono in lunghezza sotto al ginocchio, permettendo movimenti più liberi;  La ‘Terra e Sapori’, omaggio all’Italia con i colori della terra e dei suoi frutti, austera ed elegante di allure bon-ton; La linea ‘Kilt’ o i grembiuli a quadretti stile ‘Contadino’. Fino al comfort e design nella ‘Ristosport’, per un trend giovane che sceglie la comodità di una felpa, una tuta o un poncho come abito da lavoro”.

La certificazione di qualità

Circuito da Lavoro si conferma con queste idee e con la sua produzione un brand giovane, innovativo, e dinamico, riconosciuto e premiato. E anche certificato 100% Made in Italy, dal 2018, infatti, è un marchio con “Certificazione 100% Made in Italy” avente i requisiti del Sistema IT01-100% Qualità Origine Italiana e, per questo, iscritto nel Registro Nazionale dei Produttori Italiani, riconoscimento attribuito esclusivamente a prodotti di stile e confezione italiana.  Tutti punti di forza che permettono a questa azienda di San Cesareo di crescere da tutti i punti di vista e di rispondere al meglio ad ogni esigenza. E con una stilista come Laura Bottomei le risposte giuste non mancheranno.

BeCheffy

BeCheffy, la community dei “cuochi per passione”

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La tavola quale luogo e momento di incontro, di convivialità assoluta. La cucina quale esperienza, didattica e confronto, che sempre più spesso diviene social dinner, social eating, food experience. Mille definizioni per un unico obiettivo: fare comunità intorno al cibo. Perché il cibo si mangia, si cucina, si prepara, si impara, ma prima di ogni cosa si vive, meglio se in compagnia.

Su questo concetto di “socialità”, è nata a dicembre 2018 BeCheffy, la community dei “cuochi per passione”, di coloro che amano la cucina e vogliono imparare divertendosi i segreti degli chef.  Un nuovo progetto nel mondo del food che mette insieme lezioni di cucina, socialità reale e cene negli spazi eccellenti della Campania (regione di partenza) e non solo.

Un progetto che nasce da un sogno e dalla caparbietà di Ciro Antinolfi, ideatore e founder:Becheffy nasce da una personale rivoluzione, dal voler dare forma alle mie passioni che sono sempre state il marketing innovativo, la comunicazione e la cucina, che combinate insieme hanno generato questa community di appassionati della cultura enogastronomica, che per una sera vivranno l’esperienza di brigata facendo comunità intorno al cibo”.

Una community social, dove la parola social non sta per social network, ma per socializzazione reale, che è la nostra parola d’ordine. – continua a spiegare Antonio Puzzi, project manager di Becheffy – Vogliamo portare la gente dal cosiddetto “food porn” alla food experience, vera e propria, vissuta in prima persona con le mani in pasta. Al giorno d’oggi siamo sempre di più leoni da tastiera o chef da computer e mettere le mani nell’artigianato non è mai facile come sembra. Noi siamo riusciti a farci aprire le porte delle cucine dei grandi chef, viste come luoghi segreti e inavvicinabili”.  

Scopri le 25 cose che rovinano l’atmosfera al ristorante

Alla scoperta del progetto

Come funziona BeCheffy?

BeCheffy vuole essere una piattaforma digitale multicanale che consente agli iscritti di scoprire i segreti dei locali più amati d’Italia per conoscerne ricette, tecniche, ingredienti, ma soprattutto “fare comunità” intorno al cibo. Quattro i format previsti: Back to Basics dedicato a far conoscere le ricette della tradizione; Evolution ci racconta l’innovazione in cucina con le sue affascinanti tecniche; Italian Academy, pensato per i turisti affinché imparino ricette classiche della nostra cucina e All Stars con gli chef stellati. E partendo da Napoli non poteva mancare la sezione dedicata alla pizza e agli impasti. In ogni puntata di ogni forma si prepareranno tre piatti diversi, selezionati tra quelli che hanno portato al successo gli chef”. Ci raccontano i due soci, entusiasti e divertiti.

E il divertimento è alla base di questi momenti.  Non solo si impara in questi appuntamenti di “Social Cooking & Lessons”, come recita il claim di Becheffy, ma si ride, si fa amicizia, ci si confronta, si mangia, ci si abbraccia anche, come piace dire ad Antonio Puzzi: “cosa che nella sfera virtuale dei social non puoi fare, ma è proprio in questi gesti quotidiani e questi momenti alternativi che riscopri il valore della socialità e il potere del cibo”.

I protagonisti

Una community nutritissima: fanno già parte della squadra di BeCheffy gli chef Paolo Barrale, Gianluca D’Agostino, Pasquale Palamaro, Ciro Scamardella, Alfonso Crisci, Francesco Fusco, Maurizio De Riggi e Anna Chiavazzo, Giuseppe Vesi, Salvatore De Rinaldi. E poi 16 membri dello staff dove operano digital marketer, social media manager, video maker, digital strategist, ecc, ognuno con un preciso ruolo e poi i produttori di eccellenze agroalimentari e vitivinicole, collegati in una rete con l’obiettivo di diffondere e contaminare i consumatori con la propria esperienza e i prodotti eccellenti del nostro territorio nazionale.

Rete sì, dunque, ma concreta e commestibile. Per seguire BeCheffy e farne parte: www.becheffy.com

Miss Chef, la gara in rosa della cucina

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La cucina si tinge di rosa con MISS CHEF, la prima competizione tra chef donne italiane che si sfidano ai fornelli con i piatti della tradizione culinaria del nostro bel Paese lungo un tour che prevede varie tappe.

Nata nel 2012 dall’idea di Marinagela Petruzzelli, giornalista, autrice tv, nonché presidente dell’Associazione MISS CHEF e direttrice artistica del format, la competizione ha come obiettivo principe raccontare l’italianità con le sue eccellenze gastronomiche. “Perché – come afferma la stessa Petruzzelli – è proprio grazie alla bravura e all’intraprendenza di queste donne chef, che riusciamo a valorizzare le eccellenze enogastronomiche e il nostro amato Made in Italy nel mondo. Questa gara non vuole essere solo una sfida tra piatti e ricette, ma una combinazione vincente di tradizioni, diversità, tipicità, innovazione e di tutti i saperi e i sapori territoriali”.

Particolarità di questo format gastronomico è la sua formula dinamica e itinerante, che prevede un vero e proprio tour da nord a sud del nostro paese e una tappa finale negli Stati Uniti. Si parte l’8 e il 9giugno a Roma presso gli studi di Cinecittà World; per poi continuare il 20 e 21 giugno in Calabria, a luglio in Piemonte mentre ad Agosto sarà Matera ad essere palco di questa gara; a settembre due tappe tra nord e sud, prima il Veneto e poi la Puglia; il tour si conclude in autunno con due tappe internazionali New York e Malta. 

Il Premio Miss Chef con la sua formula innovativa e dinamica, vuole contribuire ancor più a sottolineare il valore socio-culturale dell’italianità, facendo della cucina il simbolo “etico e buono”, in cui si racchiude valore, qualità, tradizione, cultura e la convivialità.

Ma come funziona questa gara nello specifico? Chi sono le concorrenti che ambiscono al titolo di Miss Chef?

Le miss chef sono quattro concorrenti per ogni tappa regionale – spiega Mariangela Petruzzelli – selezionate per curriculum professionale e meriti, che dovranno cimentarsi nella realizzazione di un piatto in base al loro repertorio in cucina. La gara consiste in uno show-cooking con la successiva degustazione dei piatti realizzati davanti a due giurie una tecnica e una istituzionale, formate da personaggi del mondo politico e culturale, imprenditori, giornalisti ed esperti enogastronomi e che daranno un giudizio globale che tiene conto della creatività del piatto realizzato, del gusto, della genuinità e bontà, dei valori nutrizionali, della presentazione e dei tempi di realizzazione. Ogni tappa ha una sua vincitrice che partecipa alla finale per l’elezione del titolo nazionale”.

Le Miss Chef oltre a cucinare racconteranno la propria vita professionale e privata con brevi interviste mirate per farsi conoscere a tutto tondo: “Sì, questa è una delle mission di questo format è narrare le storie autentiche di queste donne chef che portano avanti la cucina con passione di generazione in generazione come prezioso “tesoro” di famiglia e memoria di valori” conferma l’ideatrice.

La vincitrice del titolo MISS CHEF® EXPO UNIVERSALE 2019 verrà proclamata il giorno 9 giugno 2019. Il premio assegnato sarà la partecipazione in veste di madrina nella sesta edizione di MISS CHEF® New York 2019. A latere della competizione ogni edizione ha un fitto programma di attività didattiche, convegni e incontri. L’ 8 giugno a dopo la gara si svolgerà il convegno  “L’universo delle Donne che intraprendono nel mondo: esempi virtuosi”, dove saranno protagoniste una serie di ospiti tutte al femminile rappresentanti di diversi settori.

Per ulteriori informazioni: www.misschef.net

C’è un segreto in una scatola di alici in salsa piccante

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Era il 1898 quando Luigi Rizzoli fondò a Torino la prima azienda di filettatura e confezionamento di alici. Siamo sull’antica via del sale, terra di grandi tradizioni conserviere e lavorazione del pesce, e proprio qui la prima generazione Rizzoli apprende i segreti del mestiere. Bisogna aspettare qualche anno, fino al 1906 quando i fratelli Luigi ed Emilio Zefirino Rizzoli e Aldo e Antonietta Emanuelli, moglie di Emilio, si trasferirono a Parma per apprendere moderne tecnologie conserviere e fondare la Rizzoli-Emanuelli. Da quel momento il successo di questa azienda si è rinnovato di generazione in generazione, mantenendo sempre fede ad una lavorazione artigianale e manuale del pesce. Ma, cosa ancora più affascinante, il tramandare di padre in figlio la ricetta segreta delle Alici in salsa piccante, prodotto su cui si è costruita l’intera brand-identity del marchio e la sua storia.

Il valore della tradizione

Un’azienda che cresce e si struttura su due cardini fondamentali: la tradizione da una parte e l’innovazione dall’altra. Come conferma lo stesso Francesco Rizzoli, rappresentante della quinta generazione e key-account dell’azienda: “Per noi tradizione non significa immobilismo, ma vuol dire lavorare unendo l’esperienza con un forte spirito innovativo: questo ci ha permesso di rinnovarci e mantenere giovane la nostra storia. Un binomio non semplice da gestire, che parte proprio da una innovazione forte che è quella delle Alici in salsa piccante, prodotto che esiste da cento anni ormai e che all’epoca era completamente nuovo sul mercato. Ciò che ieri era innovativo, oggi è la nostra base”.

Le Alici in salsa piccante sono il prodotto must da cui poi si è sviluppata una ampia gamma di prodotti. Sono proprio queste alici con la loro ricetta segreta, mai scritta ma solo tramandata a voce, a essere diventate quasi un prodotto mitologico e a rappresentare quell’efficace storytelling che tutte le aziende vorrebbero. Come spiega Federica Siri, responsabile marketing: “Questa mitica salsa è prodotta con una serie di ingredienti combinati insieme e di spezie, che vengono macinate a mano in azienda, ma senza che nessuno conosca le misure di questa miscela. Da oltre cent’anni le proporzioni sono super segrete e vengono pesate con antichi oggetti tenuti in cassaforte dal presidente Massimo Rizzoli. E poi esiste una fase della lavorazione che completa lo stesso presidente in persona e nessun altro”.

Una produzione praticamente rituale, custodita gelosamente e tramandata di padre in figlio. E come sottolinea Francesco Rizzoli, in attesa di conoscere questo “segreto di famiglia”: “la ritualità continua con la stagionatura della salsa che avviene per sei mesi in botti di rovere precedentemente usate per l’invecchiamento del marsala. Gli stessi fornitori delle spezie e delle botti sono rimasti invariati da oltre cent’anni, proprio per non alterare o variare il sapore del prodotto. Fedeli al 100%”.

Ascolta il podcast dell’intervista a Rizzoli-Emanuelli

La manualità

Ciò fa capire come tradizione è voler mantenere inalterato il gusto di un pesce di qualità, che viene pescato in mare aperto con la tecnica della Lampara dal Cantabrico all’Adriatico e lavorato allo stesso modo di un tempo. La Rizzoli-Emmanuelli può essere definita, infatti, tra i pionieri del settore, e anche nel caso della lavorazione mantiene fede ai vecchi sistemi. “Facciamo tutto rigorosamente in modo manuale – dice orgoglioso Francesco – nell’epoca dell’industria 3.0 noi forse risultiamo anacronistici ma sicuramente autentici. Il pesce fresco viene conservato nel ghiaccio già sui pescherecci e arriva nello stabilimento nel minor tempo possibile, viene selezionato in base alla pezzatura desiderata, messo in salamoia, pulito, messo sotto sale e sotto pressa e lasciato a stagionare per sei mesi, dopo di che si sfiletta e si confeziona. Il tutto sempre a mano”.

E partendo da questo prodotto “must” la gamma della Rizzoli – Emanuelli si amplia in una serie di lavorazioni di qualità, che hanno quale comune denominatore gli ingredienti d’eccellenza: oltre al pesce ci sono il sale, le spezie e l’olio di oliva, che garantiscono il risultato finale.

Il packaging

Altro elemento “magico e tradizionale allo stesso tempo” di questo brand è il packaging, le lattine dorate che esistono da anni, confezione fornita all’esercito durante la prima guerra mondiale perché “rinvigoriva il corpo”; e poi il logo che rappresenta “tre gnomi” scelti quale simbolo portafortuna e, come ci racconta Federica: “i novelli sposi Emilio e Antonella acquistarono un’ottima partita di pesce dal Nord Europa che venne consegnata in degli involucri con sopra rappresentati questi gnomi, che decisero di inserire come marchio aziendale con la scritta “Mangiar Bene” proprio come auspicio di fortuna, prosperità e salute”.

Anche nel caso dell’immagine la tradizione non si tocca, anzi forse è proprio il volerla reiterare con forza e riadattarla alle novità senza stravolgerla il vero segno di innovazione di questa azienda.

L’enogastromondo oltre lo storytellig con le immagini di Andrea Moretti

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Suggerire è creare. Descrivere è distruggere” Queste le parole del grande fotografo Robert Doisneau che prendo in prestito per parlare di fotografia e identità aziendale e ancor di più di storytelling.

Raccontare e raccontarsi per immagini è la cosa più difficile da fare: provate ad usare una sola foto senza alcuna parola che vi aiuti a rafforzare o spiegare un concetto. La foto, se è significativa, parla da sola, dice tutto senza doversi far aiutare da frasi scritte o didascalie, che nella maggior parte dei casi tendono più a togliere che a dare. Oggi, invece, assistiamo ad una inflazione di claim e frasi evocative che si accompagnano a una molteplicità di immagini. C’è quasi un inquinamento grafico e fotografico sul web, in gran parte dovuto ai social che hanno innescato una iper-produzione di scatti di ogni genere.

Saper raccontare è ben altro” – le prime parole di Andrea Moretti, fotografo fiorentino dell’enogastronomondo, come lo chiama lui, che su questo argomento è molto chiaro e a tratti polemico.  “Ci sono foto che parlano, altre che urlano e queste non hanno bisogno di testi accessori. Sono protagoniste assolute del tuo racconto, della tua identità. Questo dovrebbe essere lo storytelling vero, quello fatto sulle immagini. E invece capita spesso di imbattersi in immagini pensate appositamente per determinati contenuti, dove si perde la forza narrativa e qui polemicamente affermo che lo storytelling diventa una triste pratica”.

Quali caratteristiche deve avere una fotografia che possa racconta le aziende e le sue storie?

“Non invento storie, traduco solo o perlomeno ci provo, delle idee in immagini. Cerco di fare il fotografo e basta – puntualizza Moretti – Sono graditi i suggerimenti e le idee, il confronto con le agenzie laddove sono presenti. Per ogni storia che si vuole raccontare il segreto sta nel vivere quella storia. E’ solo vivendo il lavoro di un ristorante, le persone, la sala e la cucina, vivendo la cantina e i suoi momenti di lavorazione, che si riesce a capire. Diventi quasi uno di loro, solamente osservando e cambiando continuamente punto di vista. E’ da questo esercizio pratico di “vita” che poi nasce la sequenza di immagini utili al racconto”.

E di esperienze di vita Andrea Moretti ne ha fatte tante. Fotografo di numerose aziende food, di cantine, di eventi e di chef: Sangiovese Purosangue, Guida Espresso, Slowine, Scuola Intrecci, Castello di Monsanto, Ristorante Pipero a Roma, Pizzeria Ciro Oliva a Napoli, Macelleria Fracassi, Ristorante Lume a Milano, solo per citarne alcuni.

Valfredo Tozzetti, macellaio a Mercatale Valdipesa, in un momento della preparazione della soprassata a Casa Luciana

Sono nato 50 anni fa in un paese in provincia di Firenze. Complice la macchina fotografica di mio padre ferroviere che mi ha sempre spinto al viaggio in sé più che alla metà. Fin da piccolo sono stato attratto prima dall’oggetto gelosamente utilizzato dal babbo, poi sempre più da quel che ne poteva scaturire scattando foto negli anni dell’adolescenza. Complice il mio lavoro nel mondo website e digitale, la fotografia e le immagini mi hanno sempre accompagnato, sia come elemento di gioco e passatempo che come elemento professionale”. Questo è Andrea Moretti, fotografo quasi per caso, come succede sempre a chi riesce poi a farsi guidare dall’istinto e dal talento innato.

Ma come lui stesso sottolinea con la sua parlata fiorentina: “nei miei viaggi e in questo enogastromondo ho sempre cercato il “fattore umano”. La mia ricerca va verso la persona più che verso la cucina in quanto tale, con l’intento di rappresentare il lavoro dell’uomo da un lato e dall’altro cogliere l’idea che può suscitare un piatto e non la mera rappresentazione didascalica del piatto stesso”.                                                                                                  

E infatti quando gli si chiede cosa ami raccontare del mondo e della vita, lui non ha dubbi e risponde di getto: “la gente, con le sue espressioni gioiose, i sorrisi o i dolori. Sono i frammenti di realtà da isolare e in cui isolarsi, quelli fatti di lavoro, di volti e sguardi, di contatto fisico, che alimentano la sua ricerca fotografica. Un percorso in bianco e nero, dove il colore si trasforma in contrasti e la luce regala ancora di più forza narrativa, congelando il momento”. Non a caso è c’è chi lo ha definito “individuatore di momenti perfetti”.

Al posto del piatto nella sua espressività staticamente golosa, Moretti preferisce l’azione, la preparazione, preferisce l’uomo e le sue forme di convivialità che il mondo del cibo riesce a creare intorno a sé. Per lui raccontare un’azienda o un brand significa riuscire a racchiudere in uno scatto una filosofia e una fetta di quella storia (“ah se fossi capace di racchiudere l’intera storia in uno scatto, nemmeno Salgado!”) e lo si percepisce benissimo guardando le sue foto fatte in giro per i ristoranti o i grandi eventi, guardando i volti luminosi e i sorrisi, le pose naturali, le azioni colte al volo.

“Quello che mi piace fotografare nel mondo del cibo e del vino sono le persone e il lavoro delle persone, l’elemento umano deve sempre accompagnare il prodotto. Non potrei mai riuscire a fotografare una bottiglia immobile da sola, mi annoierei. Intorno a quella bottiglia ci dovranno essere degli elementi vivi che rendono vivo il momento”. Il tutto sempre nella cristallizzazione del momento perfetto.

C’è un segreto per riuscirci?

Cerco sempre di instaurare una micro-relazione con quella persona, osservandola e cercando in uno sguardo profondo di conoscerla e rappresentare in quel click la sua essenza”.

E guardando le sue foto è evidente quanto Andrea Moretti ci riesca davvero bene.

Andrea Moretti durante il servizio di Eugenio Boer a EinProsit 2018

Diamoci un taglio, l’evento fuori dal coro

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“Darci un taglio”, è una frase sovente utilizza quando interrompiamo un percorso (anche di vita) e cambiamo strada, con il desiderio di qualcosa di nuovo. Voler invertire la rotta e tagliare con il classico modo di proporre e comunicare il vino è l’incipit di “Diamoci un taglio”, l’evento organizzato da Pecora Nera in programma il 12 e 13 maggio presso lo Spazio Wegil (Trastevere) a Roma e che vuole valorizzare i vini ottenuti da monovitigni solitamente utilizzati come uva da taglio,  .

Ma come nasce l’idea di questo tipo di evento “fuori dal coro”? Lo abbiamo chiesto direttamente agli organizzatori Simone Cargiani di Pecora Nera e Pasquale Livieri fondatore de Il Sorì (una delle migliori enoteche della Capitale) e grande appassionato del settore.

Parola agli organizzatori

Sono due anni che come casa editrice – spiega Cargianiabbiamo attuato una diversificazione nel campo degli eventi. Lo abbiamo fatto perché tanti appassionati lettori delle nostre guide enogastronomiche ci chiedevano consigli su prodotti di qualità ed abbiamo pensato che metterli in contatto, insieme ai tanti operatori di settore da noi censiti, potesse essere un ottimo servizio reso a loro e ai produttori stessi. Abbiamo scelto un format preciso: avere come partner per ogni evento un esperto del settore. Sull’olio è Simona Cognoli di Oleonauta, sul formaggio Vincenzo Mancino di Dol, mentre sul vino abbiamo scelto Pasquale Livieri, fondatore dell’enoteca Il Sorì e di Matière bar-a-vin, inaugurata proprio in questi giorni. Visto il proliferare degli eventi sul vino, abbiamo scelto, è proprio il caso di dirlo, un “taglio” diverso decidendo di valorizzare chi vinifica in purezza vitigni normalmente usati per il taglio”.

Ecco spiegato dunque il nome “Diamoci un taglio”, che è a tutti gli effetti un cambio di rotta, anche necessario nella promozione del vino, settore forse anche un po’ stanco delle solite vetrine e fiere. In questa prima edizione i numeri sono già interessanti: oltre 30 espositori e più di 200 vini da degustare. La selezione curata ex-ante da Pasquale Livieri che ha degustato tutti i vini: “Il prerequisito per poter prendere parte all’evento è ovviamente il produrre in purezza un vino con un vitigno da taglio da noi selezionato. L’unico parametro che ho tenuto in considerazione è la qualità del prodotto, non vincolandoci,  solo a produttori che hanno sposato una filosofia particolare (es. in “naturali”). L’aver ristretto il campo a determinati vitigni ha ovviamente reso più complicato trovare delle cantine per l’evento, ma in tante hanno capito la validità del progetto”.

I vitigni protagonisti

Incuriositi da quanto affermato, chiediamo in anteprima se ci sono cantine che hanno colpito maggiormente in questa scelta, ma non trapela nessuna indiscrezione. “Non ci sembra il caso di fare nomi per non penalizzare nessuno, visto che tutte le aziende presenti ci hanno dato fiducia in questa che è la prima edizione dell’evento, senza poter contare quindi su uno storico. È evidente che accanto a vitigni da taglio conosciuti da tutti, quali Trebbiano, Grechetto, Cabernet Franc, Ciliegiolo, ne abbiamo selezionati altri meno famosi quali il Centesimino, il Guarnacino, la Tintilia, solo per citarne alcuni e sono forse questi i vini che ci hanno maggiormente colpito per la loro originalità” sottolinea Pasquale, da tutti conosciuto come Paky.

Alla figura di Pasquale quale selezionatore severo dei vitigni e delle cantine, si affianca Alfonso Isinelli come curatore scientifico dei seminari che animeranno le due giornate.  A completare il programma anche l’Oleoteca dei monovarietali, uno spazio dedicato all’olio di qualità gestito da Simona Cognoli di Oleonauta che guiderà i presenti alla scoperta delle cultivar che rendono incredibilmente ricco il nostro Paese. A tutti i seminari bisognerà iscriversi precedentemente. Tra gli aspetti più interessanti, c’è quello della  fiera mercato in cui gli appassionati visitatori potranno acquistare direttamente dal produttore i vini degustati, a prezzi senza intermediazione e quindi particolarmente vantaggiosi.

Pecora nera cerca quindi ancora una volta di offrire nella sua comunicazione e visione del food e wine un altro punto di vista personale ed unico. Questa volta protagonista è il vino e tutto ciò che ruota attorno ad esso. E quando chiediamo da che punto di vista scelgono di raccontarcelo, Simone non ha dubbi: “Sostanzialmente il nostro approccio è orientato a valorizzare la qualità della proposta: nelle nostre guide lo facciamo per i ristoranti e le botteghe del gusto, negli eventi vogliamo farlo per i produttori cercando di scovare storie da raccontare ed evitando di sposare in massa aziende aderenti a filosofie produttive particolari in quanto anche questa sarebbe a nostro avviso una forma di omologazione e standardizzazione, parole che ci terrorizzano”.

DIAMOCI UN TAGLIO
Spazio WEGIL
Largo Ascianghi, 5 Roma

Domenica 12 maggio 11-20
Lunedì 13 maggio 10-16

BIGLIETTI
Domenica 12 maggio 10 euro per tutti
Lunedì 13 maggio 8 euro per gli appassionati
GRATUITO per gli operatori (uno per attività, previa consegna di un biglietto da visita)
Biglietto per le due giornate: 15 euro
Per informazioni info@diamociuntaglio.eu

Chiara Giannotti e la sua “cantina perfetta”

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Chissà se esiste veramente “la cantina perfetta”, quella che conserva gelosamente i vini da sogno che tutti conoscono e desiderano possedere o degustare almeno una volta nella vita.

Una raccolta quasi universale di bottiglie iconiche – dal Tignanello di Marchesi Antinori al Dom Pérignon P3 Troisième Plénitude, dall’Opus One al Vega Sicilia Unico – che per la loro unicità, notorietà, personalità e identità territoriale rappresentano nell’immaginario collettivo una vera e propria collezione di capolavori. A disegnare questo museo del vino ci ha pensato la wine & spirits expert Chiara Giannotti nel suo libro “La Cantina perfetta – Grandi vini da collezione” (edito da Rizzoli), presentato per la prima volta nel corso dell’ultima edizione del Vinitaly e che sarà nuovamente protagonista domenica 28 aprile alle ore 15.30 nell’ambito dell’Only Wine Festival a Città di Castello.

Chiara Giannotti, donna del vino, esperta sommelier, collaboratrice di importanti testate di settore e ideatrice del blog Vino.tv, è anche una banditrice d’aste, una delle poche donne, nel suo caso anche esperta del mondo enologico, che ricopre questo ruolo. Ed è proprio partendo da qui che è arrivata a raccontare le etichette più pregiate del panorama enoico mondiale, ricercate da appassionati e intenditori come oggetti di culto e da investimento, al pari di opere d’arte, auto d’epoca e gioielli.

Come lei stessa ci racconta: “Proprio per la casa d’aste Ansuini curo la stesura del catalogo dei vini di lusso, cosa che mi ha permesso di diventare banditrice e di conseguenza di essere selezionata da Rizzoli per realizzare questo libro. Naturalmente è stata una sfida che ho accettato con orgoglio e senza esitazioni, lavorando ininterrottamente per più di un anno e mezzo, al fine di ricreare ciò che dal mio punto di vista rappresenta una cantina ideale”.

Un lavoro lungo, ma sicuramente appassionante, come le stesse parole di Chiara, che racconta la meticolosità e lo studio analitico per proporre questa selezione di settanta “oggetti del desiderio”: “Sono stata molto attenta e severa, tenendo conto sia di parametri oggettivi e dati statistici che di valutazioni squisitamente soggettive. Non ho puntato tutto e solo sul prezzo, ma ho cercato di tenere in conto il valore intrinseco di ogni bottiglia, dato dal nome della cantina, dal suo valore immutabile nel tempo, della capacità di rappresentare nel nome e nel prodotto il territorio di appartenenza, dall’annata, dal valore storico alla longevità, dal posizionamento sul mercato ai livelli di performance nelle aste”.

A questi parametri oggettivi si aggiunge anche il gusto e la predilezione personale della stessa autrice, che confida rammaricata di aver dovuto lasciare fuori dalla lista dei prescelti molti nomi interessanti: “In questa cantina perfetta troviamo vini che partono dai 200 euro fino ad arrivare anche a 15mila euro, prodotti che fanno parte a tutti gli effetti della categoria “vino da investimento”, ovvero quel vino che nel tempo acquista valore e che sta diventando uno dei beni di pleasure asset nel settore luxury alla stessa stregua delle macchine d’epoca”. “Questo – sottolinea Chiara – ovviamente è legato alla conservazione del vino. Se la bottiglia non è conservata nel modo adeguato il vino rischia di perdere valore. Ecco perché ho voluto nel mio libro un capitolo dedicato alla sua conservazione e allo stappo di queste bottiglie pregiate, curato in collaborazione con Luciano Mallozzi, firma di Bibenda e docente FIS”.

Sfogliando questo prezioso volume troviamo le settanta etichette catalogate per territorio e raccontate da Chiara Giannotti in una sorta di percorso museale lungo dieci stanze-capitoli che descrivono le diverse aree di origine di ogni bottiglia, la storia delle cantine, i vitigni, le denominazioni, le zone e i metodi di produzione. Si parte dalle regioni francesi di Bordeaux, Borgogna, Champagne e Rodano, si arriva in Italia con tre sezioni dedicate rispettivamente all’intero Paese, al Piemonte e alla Toscana; per poi continuare il viaggio tra Germania Austria, Portogallo, Spagna e Ungheria, e concludere all’esperienza del Nuovo Mondo con Stati Uniti, Argentina, Cile e Australia. 

Ad arricchire il tutto, dieci speciali introduzioni affidate ad altrettanti esperti nazionali e internazionali, chiamati a fornire una personale riflessione su quelle che sono indiscutibilmente riconosciute come le zone vinicole più apprezzate: “Per raccontare e spiegare questa cantina perfetta ho voluto l’apporto, a mio avviso fondamentale, di tanti amici esperti che hanno reso ancora più completo ed emozionale questo racconto sui vini più amati e ricercati del mondo. Grazie dunque a Thierry Desseauve, Armando Castagno, Alberto Lupetti, Massimo Billetto, Umberto Gambino, Gianni Fabrizio, Riccardo Viscardi, Stefania Vinciguerra, Jens Priewe, Antonio Paolini, Debra Meiburg e Daniele Cernilli, che ha firmato l’introduzione fino al non ultimo Massimo Troiani del Convivio di Troiani di Roma, che in una breve intervista racconta le storie legate alla ricerca della singola bottiglia, da inserire in alcune carte dei vini, alla fatica per ottenerla, all’orgoglio di possederla e come la cantina spesso si trasformi in un tempio sacro che può fortemente caratterizzare il locale, quasi quanto la sua cucina”.

Un libro, dunque, che narra il vino da un nuovo punto di vista, quello del suo valore concreto, dato non solo dal gusto nel bicchiere e dalle sue caratteristiche organolettiche, ma da una somma di fattori e di storie che aspettavano solo di essere scritte, come ha saputo fare Chiara Giannotti.

Il libro è in vendita online e nelle librerie Mondadori di tutta Italia.

(link allo shop on line : https://www.electa.it/prodotto/la-cantina-perfetta/)

Only Wine Festival: giovani produttori e piccole cantine

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Tra pochi giorni andrà in scena Only Wine Festival, il Salone Nazionale dei Giovani Produttori di Vino e delle piccole Cantine a Città di Castello. Due giorni, il 27 e 28 aprile, in cui il centro della piccola cittadina umbra sarà animato da produttori nazionali e internazionali di vino, ma soprattutto da appassionati e degustatori alla scoperta di nuovi e interessanti prodotti. Due giornate di festa, come solo il vino sa creare intorno a sé.

Only Wine Festival è il primo salone-mostra mercato, organizzato da AC Company, in collaborazione con AIS Italia e patrocinato dal Ministero delle Politiche Agricole. Protagonisti assoluti le migliori 100 piccole cantine e i produttori “under 40” italiani selezionati, che esporranno e faranno degustare il meglio della propria produzione. Un progetto nato sei anni fa, unico nel suo genere in Italia, che cresce nel tempo divenendo un punto di riferimento sia per le cantine sia per i buyer e gli amanti del buon bere.

L’intervista ad Andrea Castellani

Abbiamo incontrato Andrea Castellani, ideatore e organizzatore dell’evento, per capire nel dettaglio cosa significa “Salone dei giovani produttori e delle piccole cantine” e come funziona questa manifestazione: “Ogni edizione di Only Wine Festival è il frutto di un attento lavoro di selezione fatto dalle varie sedi regionali AIS. Ogni presidente di regione segnala e sceglie le piccole migliori cantine in Italia, secondo i criteri che ci siamo posti: meno di 7 ettari per le piccole cantine o titolare con meno di 40 anni per i giovani produttori e anche cantine con meno di 15 anni di età. Questo focus sulle nuove generazioni del vino ci porta così a scoprire ogni anno cantine interessanti, prodotti nuovi, ma soprattutto un nuovo modo di pensare e comunicare il vino”.

Le cantine che espongono a Città di Castello sono cento, tra queste c’è chi torna ma ci sono anche delle new entry: “C’è uno zoccolo duro che rimane, ovviamente mantenendo i criteri per essere presenti e poi ci sono le novità. – continua il patron del festival – Tra queste quello a cui tengo maggiormente è premiare il passaggio generazionale e le innovazioni introdotte. Chiedo all’AIS di fiutare le potenzialità dei giovani produttori, di portare oggi in mostra quelle cantine che domani saranno sicuramente di successo. Capiterà, inoltre, di trovare da noi cantine rinomate, con prodotti importanti e conosciuti, ma capitanati dalle nuove generazioni che sono portatori di un nuovo modo di raccontare il vino e fare marketing. Cosa di cui abbiamo estremamente bisogno”.

Only Wine Festival si profila come una sorta di talent dei nuovi produttori, oltre che un promotore del cambiamento. Il cambio generazionale il più delle volte non è sinonimo di una variazione e innovazione del prodotto, ma di ciò che sta intorno al prodotto stesso. Andrea Castellani non ha dubbi in merito: “I giovani produttori sono letteralmente più votati al web marketing e ai social network e questo li aiuta nella comunicazione della loro realtà. L’Italia con le sue migliaia di cantine si attesta come maggiore produttore di vino al mondo e con dei vini di pregio, non abbiamo esigenza di variare il prodotto, ma solo di saperlo raccontare in modo più contemporaneo. C’è necessità di dimostrare che i nostri vini sono i numeri uno nel mondo lavorando sull’immagine, sul marketing e sul loro posizionamento. E in questo le nuove generazioni stanno percorrendo la strada giusta”.

Ci chiediamo invece che strada vuole percorrere il festival, sempre più attenta anche a ciò che accade al di là dei confini nazionali. Tanti, infatti, i nomi delle cantine straniere presenti insieme alle cento ufficiali “made in Italy”.

Spiega Andrea: “Due anni fa nasce l’esigenza insieme a Luca Martini, uno dei sommelier nostri testimonial, di allargare l’offerta guardando all’estero. Nasce così l’area international dedicata, che per questo 2019 vede 30 cantine selezionate con vini della Champagne, della Borgogna, della Mosella, della Spagna, della Georgia e della Croazia. Il nostro tentativo di allargare i confini è stato fatto nell’ottica ambiziosa di trasformarci nel Salone Europeo dei Giovani produttori di vino, è un mio grande sogno. In questi cinque anni di vita Only Wine (e la scelta del nome già la dice lunga) ha guadagnato credibilità, la risposta che arriva dall’estero è forte e positiva. Siamo una manifestazione emergente, con requisiti unici, non abbiamo nessun tipo di evento con le stesse caratteristiche in Italia. Destiamo curiosità e le cantine rispondono subito all’invito.  Città di Castello punta a diventare il centro di ritrovo annuale dei giovani produttori d’Europa. Immaginatevi l’atmosfera che si potrà vivere: io lo sto già facendo”.

Ma cosa succederà in questi giorni? E perché vale la pena partecipare a Only Wine Festival? “Bhè ci sono oltre 100 cantine da degustare, assaggi liberi e degustazioni guidate condotte dai migliori sommelier AIS d’Italia, un intenso programma di master class dedicato a specifiche tipologie e regioni, e quest’anno per avvicinare i giovani consumatori ad un bere consapevole e più “educato” ci siamo inventati gli Speed Wine, mini corsi di avvicinamento al vino e alla sua degustazione”.

Non vi resta che segnare in agenda l’appuntamento. Tutte le info su Only Wine Festival e il programma completo con espositori e degustazioni guidate lo trovate su: http://www.onlywinefestival.it