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Giusy Ferraina

Vignaioli Artigiani di Cosenza: cultura del vino e coesione

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Può sembrare uno strano gioco di parole, ma il modo migliore per essere unici è non stare da soli. Perché sarà banale, ma è risaputo che “l’unione fa la forza”, soprattutto laddove di forza e intraprendenza ce ne vogliono tante. E di intraprendenza ed entusiasmo i Vignaioli Artigiani di Cosenza ne hanno da vendere.

Conosciuti a ottobre a Milano durante l’ultima edizione di Golosaria, ritrovati a Roma a Beviamoci Sud, sempre con lo stesso format sinergico, sempre con gli stessi sorrisi e un accento che non lascia dubbi sulla loro provenienza. Sono giovani vignaioli calabresi, ragazzi che per passione, tradizione familiare o investimento professionale hanno deciso di scendere in campo, o meglio dire scendere in vigna, e produrre il loro vino.

Fare vino in Calabria

E se non è difficile fare il vino in Calabria, terra votata al sole, divisa tra il mare che la circonda e i promontori di Sila e Pollino, non è invece facile “vendere” il vino, creare mercato, posizionamento e richiesta. E proprio per superare queste difficoltà, riconosciute e consolidate, che diverse cantine che vanno dalla costa tirrenica a quella ionica della regione, si sono unite per lavorare insieme sulla promozione e diffusione della cultura del vino calabrese e del territorio.

Una struttura sinergica interessante, che non è il solito concetto di rete, ma si fonda su una coesione profonda e sul senso di appartenenza. Una sinergia che finalmente al sud rompe gli schemi dell’individualismo, del micro sistema aziendale, facendoci scoprire un’altra Calabria.

Vignaioli Artigiani di Cosenza

Ma chi e quanti sono i Vignaioli Artigiani di Cosenza? Ce lo racconta Valerio Cipolla, classe 87, tra i più giovani del gruppo e portavoce ufficiale, nonché titolare di Tenuta Celimarro.

“Siamo tanti e in un certo senso rappresentiamo l’altra Calabria del vino, che vuole farsi conoscere sempre di più. Spesso la nostra regione si identifica con il rinomato Cirò, prima Doc e vino che ci ha “promosso” fuori e dentro i confini locali. Ma da un punto di vista enologico la Calabria sta crescendo, sta dimostrando di essere un territorio vivo. Le nostre realtà produttive coprono l’area che va da Donnici al Pollino (l’intera provincia di Cosenza) comprendendo ovviamente tutte le zone di produzione della Doc Terre di Cosenza”.

Un territorio ampio con moltissime differenze microclimatiche e di suolo, su cui si allevano Greco bianco, Montonico e Magliocco, vitigni autoctoni su cui si pone grande attenzione, sia da un punto di vista produttivo sia da parte del pubblico consumatore. Gli ultimi anni in Calabria, soprattutto in queste zone, c’è stato un gran fervore e una riscoperta di vitigni antichi, Magliocco e Montonico tra tutti, che stanno ridando quel senso di appartenenza profondo, che è uno dei fattori emotivamente più diffuso.

Come ci racconta lo stesso Valerio: “Siamo tutti vignaioli giovani, con aziende con pochi anni di vita – salvo qualche accezione che per noi diventa esempio –  e abbiamo deciso di puntare sui vitigni autoctoni, Magliocco Dolce in primis. Perché far conoscere questi “gioielli” significa per noi promuovere il nostro territorio. L’idea di coesione e sinergia ci serve proprio in questo secondo passaggio: diffondere la cultura dei nostri vini e dei nostri vitigni, di cui ancora si sa troppo poco”.

I protagonisti

In poche parole il gruppo dei Vignaioli Artigiani di Cosenza è una specie di sponsor territoriale, di squadra testimonial che sta lavorando non solo per far crescere il proprio sistema aziendale, ma soprattutto l’immagine e la conoscenza di una provincia e di una regione. Come abbiamo più volte convenuto con Valerio, Andrea Caputo di Cantine Elisium o le sorelle Belmonte e gli altri del gruppo nei vari incontri, se non si fa cultura del territorio e dei suoi prodotti, nessuna singola azienda riuscirà mai a crescere veramente.

L’aspetto che più mi piace e mi fa brillare gli occhi (per un senso di spudorato campanilismo) è sentire l’entusiasmo che traspare dalle loro parole, l’impegno delle idee, la voglia di crescere. Tutti elementi che si percepiscono quando li ascolti raccontare di vendemmie, dei lavori in cantina, delle vigne belle anche in inverno e cariche di speranze. Così giovani e così appassionati, e tra loro anche tante ragazze, sempre più determinate a costruire in casa il loro futuro in modo autonomo.

La meglio gioventù

La vigna e la terra sono sempre state parte della nostra infanzia, tutti noi partecipavamo alle vendemmie – ci racconta Valerio Cipolla – per noi ora è un riavvicinarsi a ciò che ci appartiene con più responsabilità e provare a raccontarlo in modo diverso. Tra di noi c’è chi aveva già l’azienda di famiglia e quindi la fortuna di una passione tramandata e anche un bel bagaglio di conoscenze. Molti di noi hanno studiato enologia per mettere concretamente mano al prodotto, altri sono specializzati in marketing e comunicazione. Poi c’è anche chi ha avuto il coraggio di iniziare da zero, come gli amici di Rocca Brettia, investendo tempo, denaro e forza in un progetto enologico votato alla valorizzazione del territorio. La cosa bella e fondamentale è che nella nostra diversità rappresentiamo un unico luogo e un’unica grande esperienza enologica. Tra di noi c’è alla base un sano concetto di confronto, di scambio e reciprocità. Se vogliamo diventare grandi la strada è questa!”

C’è da dire che la Calabria è conosciuta per la cipolla di Tropea, il peperoncino o la ‘nduja ma non per il vino, nonostante esista una tradizione vitivinicola millenaria risalente alla Magna Grecia. Una storicità importante che però – come sottolineano nel gruppo dei Vignaioli – in Calabria non si è riusciti a dare valore e continuità, facendosi sorpassare da altre regioni.

Gli obiettivi

Bisogna recuperare molto tempo e molta strada e una buona soluzione per migliorare lo stato di salute del vino qui al Sud è porre l’accento sulla comunicazione, sulla presenza dentro e fuori regione. Non basta solo produrre un buon vino, c’è bisogno di saperlo raccontare da per tutto. Ecco perché abbiamo scelto di mettere insieme più voci, farci vedere insieme come territorio. È quello che noi rappresentiamo, è quello su cui vogliamo fare cultura su tutti i livelli, dal consorzio al buyer, dal winelover al sommelier professionista, partendo da casa nostra per arrivare il più lontano possibile.”

Sono cariche di energia le parole di Valerio, che rappresenta il pensiero e il lavoro di tutti, cosciente anche che far parte di una nuova generazione di “comunicatori del vino” non può che far bene al progetto. E lo dice proprio lui, vincitore del Premio Enosocial 2019 ricevuto a Merano a novembre scorso: “Cavalchiamo l’onda delle nuove tecnologie e dei nuovi media, abbiamo bisogno di raccontarci facendo rumore nel modo giusto, non è più tempo di rimanere indietro oramai”.

Le Cantine che fanno parte del gruppo Vignaioli Artigiani di Cosenza sono:

Tenuta Celimarro – Valerio Cipolla
Cantine Elisium – F.lli Caputo
Cervinago – F.lli Cerchiara
Diana – Biagio Diana
Maradei – Gina Bavasso
Ten Ferrari – Costantino Ferrari
Terre del Gufo – Eugenio Muzzillo
Cantine Giraldi – F.lli Giraldi
Chimento – Vincenzo Chimento
Rocca Brettia – Alessandro Volpe
Az. Vinicola Manna – Ernesto Manna
Ciavola Nera – Fabio Lento
Acroneo – Bafaro
L’Antico Fienile  – Sorelle Belmonte
Cerzaserra – Francesco Filice
Terre di Balbia – Giuseppe Chiappetta
Tenute Paese – Andrea Paese
Cantine Viola – F.lli Viola

vinhood

Semplificare il linguaggio del vino si può. Parola di Vinhood!

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L’interesse per il vino è cresciuto in modo esponenziale, numericamente più delle vendite. Sempre più persone si avvicinano al mondo del vino e lo fanno con curiosità, interesse e anche sano divertimento. Il vino è tante cose insieme: è cultura, storia, convivialità, stile di vita. Ognuno sceglie di avvicinarsi a questo “nettare” in modo diverso, in base a un solo fattore, quello che vogliono ricevere dal vino.

Vinhood

Questo moltiplicarsi del pubblico “enofilo” ha comportato un nuovo approccio da parte delle aziende e di chi comunica il vino, sempre più sotto i riflettori e declinato da sommelier, produttori e giornalisti o blogger, tra tecnicismi, vocaboli forbiti di sentori e aromi. Ma chi invece vuole dal vino solo una piacevole bevuta, un momento di relax e condivisione, un approccio curioso ma non eccessivamente tecnico? Insomma chi vuole provare a capirne un po’ di più senza ubriacarsi di paroloni incomprensibili, cosa fa? A questa risposta hanno provato a rispondere i ragazzi di Vinhood, start up innovativa, che si è data come mission la “semplificazione del linguaggio del vino per facilitarne il consumo”.

Il pensiero di Matteo Parisi

Matteo Parisi, tra gli ideatori di questo progetto, ci spiega come funziona: “La sfida nasce da un problema tanto semplice quanto diffuso: il mondo del vino utilizza un linguaggio incomprensibile alla maggior parte delle persone, risultando spesso molto complicato poter parlare di questo prodotto senza avere conoscenze specifiche. Vinhood colma questa distanza tra le persone e il mondo enologico, trasformando la confusione in linguaggio semplice e immediato, servendosi di basi scientifiche di neuroscienze e con un approccio tecnologico. Sono stati messi da parte le regioni di provenienza, i vitigni e le denominazioni per dare risalto al gusto di ciò che ci si trova nel calice creando un match con l’impronta gustativa di ogni persona ed è così che sono nati i nostri #Caratteri. La mission è dunque quella di educare, prima e di semplificare poi, arricchendo con informazioni e chiarezza un’esperienza quotidiana di cui sappiamo troppo poco”.

La semplicità del linguaggio

Vinhood si rivolge dagli appassionati winelover ai curiosi ma poco ferrati sull’argomento vino, fino ad approdare al consumatore in cerca di divertimento e di un approccio più frendly. “Tutte persone sempre più assetate di informazioni e conoscenza sul prodotto quando devono acquistarlo – ci racconta Matteo.  Tuttavia queste informazioni, non devono essere né troppo tecniche né troppo approfondite perché è importante che siano di facile e veloce fruizione”.  A tutto questo si aggiunge l’aspetto gaming.  Vinhood, infatti, grazie agli eventi e alle tantissime degustazioni proposte in questi anni ha avuto modo di capire sempre meglio ciò che piace, cosa diverte e incuriosisce sviluppando un’esperienza unica nel suo genere.

L’utente tipo

Ma chi si rivolge a VINHOOD cosa cerca?  Continua Matteo Parisi:Innanzi tutto cerca un approccio diverso al mondo del vino e del gusto. Il nostro pubblico è alla ricerca di un consiglio, amichevole ma sicuro allo stesso tempo, in un luogo in cui non c’è una vera e propria vendita assistita o dove si può sentire intimorito dal contesto. Da quando siamo attivi abbiamo osservato che il 91 % delle persone testate si identifica con #Carattere del vino che gli è stato consigliato e lo stress legato alla scelta del vino diminuisce del 50%”.

Matteo Parisi

L’obiettivo di Vinhood

Vinhood per raggiungere il suo obiettivo mette insieme personalizzazione, educazione, semplicità e divertimento. Alla base c’è un software che funge da sommelier virtuale, che non parla con un lessico complesso ma suggerisce il vino ideale basandosi sui gusti personali di ognuno. “Si comincia con un test – ci racconta Matteo.  Il test è la bussola made in Vinhood che aiuta le persone ad orientarsi in una nuova geografia del gusto. Attraverso sei domande sulle proprie abitudini alimentari, profila il palato, gli attribuisce un #Carattere gustativo e suggerisce una tipologia di vini più in linea con i propri gusti. Quelli che chiamiamo i #Caratteri permettono di descrivere un vino eliminando del tutto, l’uso del linguaggio tradizionale. E con questa classificazione è più semplice avere un’idea del sapore di un vino ancor prima di assaggiarlo senza essere un esperto.

Abbiamo quindi disegnato la mappa del gusto, pensando alle caratteristiche del prodotto, alle sensazioni che esprime e che può suscitare in base anche ai diversi momenti di consumo. Ogni #Carattere è stato poi denominato con un aggettivo riconducibile a un carattere umano. Perché in effetti, ci siamo resi conto che i vini assomigliano molto alle persone!”

Il sommelier virtuale

Questa sorta di sommelier virtuale non è un gioco, anche se può sembrare divertente, visto che il suo funzionamento si basa su scienze come la neurogastronomia e neuromarketing, e su test di verifica sugli algoritmi, sempre in evoluzione e in via di perfezionamento, fatti con il laboratorio di neuromarketing dello IULM e altre università come il Politecnico di Milano, Pollenzo Food Lab, la Bocconi e l’Università di Amsterdam.

Gli eventi

E poi ci sono gli eventi, la parte ludica e conviviale che va al di là di ogni algoritmo. Eventi per il pubblico o per aziende, finora organizzati a Milano, dove ha sede Vinhood, ma presto anche a Roma e in altre città. Stiamo parlando dei Wineshow, come li definisce Matteo Parisi, dei format di degustazione durante il quale ci si diverte con il vino attraverso dei giochi guidati dai sommelier, che spiegano il vino con termini semplici e si impara a conoscerlo da vicino, smorzando anche il timore con cui il pubblico di giovani e giovanissimi si avvicinano al vino. E mai detto di “giocando si impara” in questo caso è più veritiero.

Per chi volesse conoscere meglio Vinhood, testare il proprio carattere enologico, partecipare ai wineshow potete seguirli sul loro sito o sui loro canali social.

Federico Artico

Federico Artico, il vignaiolo 2.0

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Il tema vino è diventando sempre di più moda, arrivando talvolta a parlarne anche troppo in alcuni casi, con linguaggi differenti che spesso risultano di tendenza e semplicistici, mal interpretati. Ciò è dovuto all’innovazione tecnologica che ci permette di dire, postare, raccontare storie intorno al vino più di quanto si accadeva in precedenza attraverso i classici media (riviste specializzate e guide), ma soprattutto ad un cambio generazionale. Il vino forse sta diventando più giovane e questo non deve essere un difetto, ma un pregio. Sempre più giovani e contemporanei sono i vignaioli, che scoprono un legame forte con la terra, che prendono in mano e con nuove visioni il lavoro in vigna dei nonni. E sempre più giovani sono i consumatori che si avvicinano curiosi al vino, per conoscerlo, ma ancora di più per berlo. Da questi due protagonisti viene fuori un approccio produttivo moderno che sa guardare al passato e poi un approccio comunicativo fresco, alternativo, che non si può sottrarre ai social network e alle nuove figure divulgatrici e dove il marketing gioca un ruolo importante.

Federico Artico, il vignaiolo 2.0

Ecco perché ci piace parlare di vino giovane o forse sarebbe meglio dire contemporaneo. E di questa generazione moderna fa parte Federico Artico, che da Lanuvio, all’interno del parco regionale dei Castelli Romani, con i suoi vini e soprattutto per le sue etichette, si sta facendo conoscere in tutto il Lazio e non solo. Lui si definisce un normale vignaiolo inserito nella contemporaneità. Un vignaiolo 2.0 che non disdegna i nuovi mezzi e i nuovi linguaggi, necessari nel panorama che si sta delineando nel settore.

“Amo il mio lavoro, sono sempre molto curioso e assetato di conoscere nuove tecniche e soluzioni anche perché sono convinto del fatto che coltivare un’ottima materia prima sia la base fondamentale per produrre un vino di qualità. Con la stessa semplicità e trasparenza comunico tutto ciò, senza troppe strategie o sovrastrutture, attraverso i canali di comunicazione che abbiamo a disposizione e che ci aiutano non poco”. 

Federico Artico

Gli inizi

Facciamo un piccolo passo indietro e facciamoci raccontare come questo ragazzo, classe 1985, si avvicina al vino e alla vigna, decidendo poi di tracciare la sua strada. “Tutto ha inizio una mattina quando mia madre mi sveglia prima del solito e mi dice che quel giorno non sarei andato a scuola perché bisognava vendemmiare. Avrò avuto più o meno 8 o 9 anni e mio padre aveva da poco acquistato un vigneto a tendone dove per arrivare ai grappoli dovevo mettermi in piedi su un secchio appoggiato a terra. Oggi quel tendone è stato spiantato per dare spazio ad una nuova vigna e da un solo ettaro siamo arrivati a 11. Ho intrapreso studi umanistici, mi sono laureato, ho lavorato nell’organizzazione di eventi di cinema, di animazione sapendo però che prima o dopo sarei ritornato a tempo pieno in vigna, mai del tutto abbandonata. Non è stata una folgorazione, un sogno da realizzare o un’opportunità per fare business; era semplicemente la mia vocazione naturale e questa cosa l’ho sempre saputa”.

Sei un produttore giovane e dal tuo modo di comunicare è chiaro che ti rivolgi a quel pubblico che con il vino hanno un approccio più immediato dettato dal piacere di bere un buon bicchiere.

“Il profilo del consumatore di vino è totalmente cambiato sia dal punto di vista anagrafico che nel modo di acquistare e bere vino. Tempo fa al tavolo vicino a cena da un cliente c’erano due ragazze di 19 anni che hanno chiesto al cameriere se avessero in carta dei vini un Cabernet Sauvignon; sono rimasto particolarmente colpito dal momento che fino ad una decina di anni fa la distinzione era tra vino bianco e rosso ed il mercato del vino in bottiglia era limitato alle grandi aziende ed ai vini più blasonati delle solite regioni. Col tempo le cose si stanno ribaltando, i corsi per diventare sommelier e degustatori sono sempre di più frequentatissimi, gli eventi sul vino spuntano come funghi, degustazioni in ogni dove e questo significa grande curiosità e voglia di scoprire nuovi territori e nuove realtà, almeno per togliersi la soddisfazione di portare alla cena dagli amici appassionati quella bottiglia di qualche varietà autoctona dimenticata e poi riscoperta dal piccolo produttore artigianale che coltiva la sua vigna su un piccolo appezzamento di un angolo sperduto della Basilicata orientale. D’altra parte c’è anche un tipo di consumatore meno “colto” che magari non riconoscerà alla cieca vitigno, regione ed annata, non avvertirà il sentore di bergamotto ma che comunque vuole bere bene. Il vero successo secondo me lo ottieni quando si trovano a cena il nerd del vino ed il consumatore più basico, stappano una tua bottiglia e piace ad entrambi; mi piace molto l’idea di un vino “pop”, un prodotto di qualità, con una forte identità ed allo stesso tempo estremamente fruibile. Un po’ tipo David Bowie”.

Chi si avvicina ai vini di Artico cosa si aspetta allora?

“Beh da quello che vedo io le aspettative sono estremamente diverse; alcuni, vedendo le etichette, si immaginano che io sia un estremista del vino aspettandosi di avere poi nel calice un prodotto al limite molto di nicchia. Altre volte mi capita di persone che si immaginano il ragazzo annoiato che si è messo a fare il vino tanto per divertimento, ma che in fondo ne sa poco e niente con in bottiglia dei vini insignificanti. Diciamo che dopo 8 vendemmie i vini sono abbastanza conosciuti, ho dei collaboratori che a livello commerciale sono molto bravi a comunicare il mio lavoro e quindi chi ne ha sentito solo parlare si ritrova a bere i vini che si era immaginato”.

E’ giunto il momento di parlare delle tue etichette. I vini di Artico sono infatti conosciuti per la loro scelta grafica-artistica, un chiaro rimando alla street art. Perché hai deciso questo tipo di immagine?

“Sì, di solito chi arriva ad assaggiare i nostri vini parte inizialmente dalla curiosità per le etichette. L’idea delle etichette mi è venuta fin a subito, ero all’inizio della mia produzione, esattamente nel 2012, quando una sera sono stato invitato ad una mostra di Diamond, uno dei più grandi street artist italiani e mi sono innamorato da subito delle sue opere che condensavano in maniera fluida un’estrema contemporanea ed immediatezza usando cifre stilistiche proprie del liberty e dell’art nouveau. Quest mix mi piacque tantissimo e mi sembrava calzante per costruire delle etichette per delle bottiglie di vino, prodotto che parte da una base estremamente tradizionale ma che attraversa e muta nelle varie epoche storiche”.

Federico Artico

Quando produci un vino nuovo hai già in mente che tipo di etichetta avrà?

“Non c’è una regola. Ogni etichetta come ogni vino ha una storia a sé. Ad esempio per Amaltea, Ossidiana ed il Sauvignon ho deciso di usare delle opere prese dalla serie Flora e Fauna ed Araldica che avevo già visto esposte in alcune mostre di Diamond. Per quanto riguarda Leda l’idea del cigno in etichetta veniva prima ancora di scegliere il nome e decidere di produrre un rosato. Stardust è nata dall’idea di fare un omaggio a David Bowie”.

L’etichetta è un po’ la carta d’identità del vino e da qui si capisce la sua filosofia, qual è la tua?

“Il vino secondo me deve principalmente raccontarti un terroir, farti capire come una varietà di uva si adatta ad esso e la cosa più banale ma non meno importante, essere buono, fruibile e non un prodotto “da capire”, “di nicchia”, a cui magari “non siamo ancora pronti come consumatori”.

Federico, tu sei molto sensibile al tema comunicazione del vino, su cui ti sei sempre espresso in modo genuino. Secondo te oggi tenendo conto di social, influencer, foto, video, cosa si dice troppo del vino che si potrebbe fare a meno e cosa invece bisognerebbe dire di più.

“Cose di cui si potrebbe fare a meno sono tante secondo me, innanzitutto si dovrebbe evitare di cadere nella solita retorica dell’immagine in bianco e nero iper contrastata della mano dell’anziano signore che raccoglie l’opulento grappolo d’uva con la solita citazione di Mario Soldati (per carità, meravigliosa, sublime ed inimitabile… ma a questo punto anche il caro Mario si sarà stancato di sentire che “il vino è la poesia della terra”), l’immancabile foto delle varie generazioni dell’azienda ingessati con alle spalle i vigneti appena spuntati tipo famiglia Addam’s ed il calice di vino bello pieno in mezzo ai filari per ribadire, come tutti gli anni, che quella è “un’annata eccezionale”. Altra cosa di cui si sta abusando è questa deriva che vede il vino come frutto dell’apertura dei chakra del vignaiolo piuttosto che dal lavoro e dal saper fare; sicuramente è importante raccontare nella maniera più poetica possibile il proprio lavoro, però secondo me dovremmo ricordarci che fare il vino è sì molto poetico, ma nello stesso tempo è una poesia che parte da una base estremamente prosaica e (non a caso) terrena”.

Federico Artico

Chi ti conosce sa che Federico Artico è un ragazzo che ha scelto la vigna come suo habitat naturale e che si presenta in modo trasparente, sincero e senza troppa costruzione strategica. Cosa ti piace raccontare del tuo mondo e come?

“Ad oggi secondo me chi va a “sfogliare” i social network di un’azienda che produce vino è curioso di sapere chi c’è dietro a quella bottiglia, c’è molta voglia di conoscere l’anima e l’identità di un prodotto; ho avuto questa impressione per esperienza diretta. Sui social sono sempre stato più incline a parlare di me più che strettamente di vino, cosa di cui inevitabilmente si affronta praticamente sempre dal momento che gran parte della mia vita la passo tra vigneti, enoteche e degustazioni. Lo sforzo maggiore è quello di raccontare a volte cose estremamente tecniche, che secondo me è bello ed importante divulgare, con un linguaggio comprensibile a tutti e non strettamente dedicato agli addetti ai lavori; usando parole semplice crei interesse, con i paroloni tecnici aumenti il distacco”.

Dalla tua esperienza qual è la difficoltà maggiore di oggi nel mondo del vino? Mercato, comunicazione, produzione?

“Dal punto di vista produttivo le difficoltà sono sempre dietro l’angolo, la cosa più difficile è capire che questo, specie quando hai Madre Natura come grande capo. E’ un ambito in cui devi avere uno spirito di adattamento e sempre pronto ed elastico ad incassare i colpi più forti e meno attesi. Il mercato sicuramente non è semplice da leggere ed interpretare, l’errore che spesso si fa è vedere dove hanno venduto i tuoi colleghi e seguire a ruota, mentre sarebbe più produttivo capire chi sei, cosa hai tra le mani ed a quel punto arrivi a riconoscere chi può essere l’interlocutore ottimale per impostare un bel rapporto di lavoro. Funziona come nei rapporti di coppia”.

Da quanto dici potresti essere tacciato dalle vecchie guardie del vino come una specie di rivoluzionario o dissacratore del mestiere. E questa voglia di controtendenza o semplicemente di fare qualcosa di diverso si trova anche nella tua produzione. Tu ti sei distaccato dal discorso vitigni autoctoni e hai puntato nel territorio di Lanuvio ai vitigni internazionali. Risultati?

“Seguo parallelamente la strada dell’autoctono e dell’internazionale. Produciamo Trebbiano ed in progetto c’è una malvasia puntinata, il merlot inoltre in questa zona di confine tra Lanuvio ed Aprilia è ormai considerabile come un vero e proprio autoctono. D’altra parte abbiamo anche varietà di Sauvignon e Chardonnay, secondo me sono allo stesso modo importanti, in quanto sul vitigno internazionale riesci a percepire maggiormente le caratteristiche di un territorio. Essendo varietà molto diffuse, è divertente fare i paragoni tra stesse tipologie allevate in altre parti del mondo. I risultati? Sicuramente soddisfatto, ma secondo me il positivo o negativo non dipende dalla scelta dell’autoctono o dell’internazionale, piuttosto dipende da quanto credi in quello che fai e se ci metti l’anima, ingrediente insostituibile”.

Beviamoci Sud

Beviamoci Sud: i grandi vini rossi del Sud a Roma

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Quel rosso intenso simbolo della passione della gente del Sud, che sarà in assoluto protagonista di un evento speciale. Sabato 1 e domenica 2 febbraio arriva nella capitale la I edizione di BEVIAMOCI SUD, primo Festival dei Grandi Rossi Del Sud. 

Dopo due edizioni di “Aglianico a Roma”, l’agenzia Riserva Grande, Luciano Pignataro ed Andrea Petrini (Percorsi di Vino), ideatori di questo nuovo format, hanno deciso di ampliare ulteriormente la sfida creando per la prima a volta a Roma il primo festival dei vini rossi del Sud Italia.

Gli organizzatori

Dopo due edizioni di Aglianico a Roma – dichiara Andrea Petrini, promotore dell’evento assieme a Riserva Grande e Luciano Pignataro – crediamo sia arrivato al momento giusto di portare nella Capitale tutti i grandi vini rossi del Sud e non soltanto una piccola rappresentanza. È tempo che tutti i wine lover romani abbiano una manifestazione dove possano degustare tutte le eccellenze vinicole nostro Meridione che è culla di grandi vini intrisi di storia, cultura e territorialità unica al mondo. Siamo davvero orgogliosi di questo evento che segnerà un ulteriore passo per incrementare la conoscenza del vino a Roma”.

L’appuntamento per operatori ed appassionati è per questo prossimo weekend (sabato 1 febbraio, dalle 14 alle 20, e domenica 2 febbraio 2018, dalle 11 alle 19) presso il Radisson Blu Hotel dove tra banchi di assaggio e seminari tematici, si potranno scoprire e degustare oltre 200 vini rossi provenienti da Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e anche un po’ di Lazio con una piccola delegazione di vignaioli del sud della regione.

La selezione

La selezione non è stata facile, ma molto accurata e articolata – come sottolineano gli organizzatori – cercando di trovare aziende vinicole attente al territorio e alla sua tipicità, che non è solo una questione di valorizzazione, ma vero e proprio sentimento identitario che accomuna tutti i nostri vignaioli”.

Quando si parla di vini rossi del Sud troviamo Aglianico, Etna Rosso, Nero D’Avola, Primitivo, Negroamaro, Nero Di Troia, Cirò, Magliocco e tanti altri. Tutti da conoscere nelle loro sfumature, prodotti di piccoli territorio, con condizioni climatiche e microclimatiche capaci di diversificare e regalare personalità diversi a quei vini facilmente associabili alla tradizione del sud.

Dietro ogni cantina c’è un percorso più o meno lungo, impegno, lavoro, ricerca. C’è una storia di famiglia o d’impresa, sicuramente c’è la storia di una terra e di chi la vive tutti i giorni. C’è la volontà, in un Sud che si propone dinamico e intraprendente di farsi conoscere al di fuori degli stereotipi. C’è un Sud sempre più attento al nuovo, con vini che riflettono visioni rivoluzionarie quasi, ma con un rispetto assoluto e sacro della tradizione e del terroir.

Le nuove generazioni del Mezzogiorno

Tante nuove generazioni del vino arrivano dal nostro Mezzogiorno, giovani capaci, competenti consapevoli delle difficoltà, a tratti temerari. Tra questi, per la prima volta a Roma con un progetto sinergico, di cui si parlerà in futuro il gruppo dei Vignaioli Artigiani di Cosenza. Presenti all’evento sei cantine in rappresentanza dei produttori di Magliocco e della doc Terre di Cosenza. Sempre dalla Calabria i Cirò boy (e non solo boy) che hanno da alcuni anni dato nuova vita al Cirò e all’espressione naturale e pura del Gaglioppo, tra questi ‘A Vita, Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri e Tenuta del Conte. Risalendo per Basilicata e Molise, non poteva mancare il Re Aglianico del Vulture e la Tintilia, due vini che si stanno facendo apprezzare al di fuori dei confini regionali.

Le altre cantine

Da Rionero in Vulture arrivano Le Cantine del Notaio, marchio forse conosciuto ai più, da Venosa arriva Grifalco e da Melfi il giovane progetto, proprio come chi la rappresenta, di Masseria dell’Imperatore. La Puglia ci propone la sua realtà biodinamica con la cantina Ognissole, che arriva dalla Murgia, mentre per la Sicilia c’è la produzione esclusiva di Etna Rosso di Ciro Biondi. E poi c’è la Campania, con una grande presenza di cantine che spaziano dall’Aglianico al Piedirosso, al Taurasi, ognuna con la loro personale versione, come fa Villa Raiano. E infine arriviamo al sud del Lazio con una parte del distretto del Cesanese tra il Piglio e Affile e i suoi rappresentanti.

Il programma

L’Evento, quasi necessario, si propone come vera e propria promozione culturale dei territori enologici del sud, di cui si conosce poco e forse poche volte sotto i riflettori. Due giorni per incontrare questi vignaioli del Sud e assaggiare, ma soprattutto conoscere dalle loro parole, i loro vini. Due giorni anche di Seminari di degustazione, che vogliono approfondire i vari terroirs attraverso vini in comparazione e vari approfondimenti dove verranno messe in evidenza le caratteristiche peculiari delle diverse zone di produzione.  Un programma fitto di appuntamenti, curati e guidati da Luciano Pignataro, e in cui non è facile scegliere. Si parte il sabato con un seminario dedicato a La Puglia di Gianfranco Fino e a seguire la degustazione “Sulle Ali Di Mercurio”, dove Vincenzo Mercurio, consulente vitivinicolo porterà in degustazione piccoli gioielli enologici, di aziende che segue, in un viaggio tra i rossi di Campania, Molise, Puglia e Sardegna. La domenica è la volta della “Verticale storica di Patrimo di Feudi di San Gregorioe della degustazioneI Grandi Rossi del Sud Italia”, dal negroamaro all’aglianico, dal gaglioppo alla tintilia fino ad arrivare al nerello mascalese, si andrà alla (ri)scoperta di quei grandi rossi del Sud Italia che tutto il mondo ci invidia grazie all’unicità del territorio di produzione.

Beviamoci Sud – Festival dei Vini Rossi del Sud Italia

Sabato 1 febbraio 2020 ore 14.00 – 20.00
Domenica 2 febbraio 2020 – ore 11.00 – 19.00

Radisson Blu Hotel, Via Filippo Turati 181 – Roma
Per i seminari iscrizione obbligatoria: eventi@riservagrande.com
Tutte le info sulla pagina ufficiale di Beviamoci Sud

Beviamoci Sud

food trend 2020

Food Trend 2020: seconda parte

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Cosa mangeremo nel 2020? e cosa acquisteremo al mercato o presso la grande distribuzione? prosegue il racconto di Giusy Ferraina (qui la prima parte) alla scoperta dei Food Trend 2020.

Nella produzione agroalimentare cosa accadrà?

I cambiamenti climatici ci mettono a dura prova e non saranno a breve termine. Si punta sempre più sulla biodiversità e sostenibilità delle coltivazioni, su un impatto positivo del suolo. Due i trend principali: l’agricoltura rigenerativa, ovvero coltivazioni e allevamenti che mirano a recuperare terreni degradati e impoveriti da eccessivo sfruttamento; e l’applicazione dell’economia circolare, produrre il nuovo dai rifiuti anche nel mondo agricolo e del food, che potrebbe magari trovare applicazione anche nella ristorazione.

Facciamo ora un salto al ristorante e vediamo quale strada si traccerà in questo anno appena iniziato.

Si è già detto di verdure, superfood, panificazione. Torna in auge la pasta, quella fresca, fatta in casa. Un consumo riscoperto nei locali tradizionali, specializzati e in quelli gourmet, di gran voga all’estero e tra le nuove generazioni. La pasta – economica, gustosa e capace di suscitare memorie di gesti antichi – ci riempie di un senso di grande conforto e il 2020 può essere l’anno della buona pasta fatta in casa.

La ricerca degli chef e la loro sensibilità ci porta su un tema importante, di cui si parla da un po’ di tempo, ma che ha bisogno di radicarsi sempre più nella testa e nel cuore di chi cucina e di chi mangia. Parliamo di sprechi alimentari e cucina di recupero. Lo spreco di cibo è una realtà del nostro sistema alimentare e la sua criticità si prevede diventerà sempre più grande, più forte e più globale. Problema che non si risolverà presto, ma che ha bisogno di “attivisti” e tra questi gli chef di alto profilo possono essere simbolo di una possibile soluzione.

La fermentazione

Tra le tecniche uno dei metodi di cottura più antichi e più primitivi, sta facendo un grande ritorno. Il sapore “affumicato” è stato di tendenza negli ultimi mesi, e la sua fumosità e aroma legnoso si confermano come nuove espressioni di gusto naturale. Al fumo poi si affianca la fermentazione, tendenza scaturita dall’effetto Noma e dalla cucina di René Redzepi, che ne ha parlato come un passo avanti in termini gourmand. Ci si aspettano nuovi laboratori di fermentazione, su cibi e sapori ancora non sperimentati e anche in forma domestica.

Il tema della Sala

food trend 2020

Il tema dell’accoglienza e della sala è un tema caldo, messo in evidenza spesso dal cliente, che si trova a pretendere ma non a capire gli ingranaggi e meccanismi complessi che regolano il servizio.

Sulle tendenze di sala – o chiamiamole “sensibilità” visto che la strada da percorrere è lunga – abbiamo interpellato Luca Sessa, speaker di Radio Food che nel suo programma dedica una pillola all’argomento:

Siamo in una fase iniziale, soprattutto se guardiamo la cosa dall’interno. La Sala non ha ancora fatto breccia nel cuore dei giovani. Servirebbe un reality o un programma tv? un esempio da seguire? Forse sì. Anche in questo caso il problema è culturale perché il mestiere di cameriere viene ancora visto come un ripiego”.

Cosa sta succedendo nel sistema domanda-offerta ristorativa e delle nuove aperture?

Ci dice Luca:Aprono sempre più trattorie ed osterie. Probabilmente il momento economico condiziona le scelte imprenditoriali. E poi c’è il cliente medio, poco acculturato e che guarda con ammirazione la quantità. A questo ci aggiungiamo una ricerca della semplicità, dei sapori genuini e della cucina tradizionale, o meglio dire tipica. E’ anche vero che la ristorazione di alto livello è sempre più difficile da gestire dal punto di vista economico e forse aprono locali “semplici” anche per questo motivo”.

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E infine cosa berremo?

Sono aumentati i consumi di bevande a basso contenuto, ideali per chi vuole assaggiare i sapori unici offerti dai mix alcolici e anche con meno calorie. Trend che risponde ovviamente all’aumento dei consumatori attenti alla salute. Nei menu dei bar fanno capolino quindi drink analcolici che cercano di ricreare il sapore dei cocktail classici, grazie all’uso di ingredienti ottenuti con metodi tipici di distillazione. Esempi massimo il gin analcolico per un gin tonic alcol free o i finti spiriti con infusione botanica. Insomma i nostri bar tender avranno modo di sbizzarrirsi.

Per il mondo vino, risponde alla nostra domanda Chiara Giannotti di Vino Tv: “Trend in crescita secondo me sono i vini che puntano su sapidità e freschezza, sempre più attenzione verso i vitigni autoctoni e troveremo nelle carte dei vini finalmente più vini del Lazio, che sta dimostrando una buona crescita e un trend di ascesa”.

Passiamo alla birra e qui intervengono Salvatore Cosenza e Andrea Turco (Cronache di Birra) che indicano come trend di questo 2020 la crescita delle Pastry Stout e un aumento di produttori nazionali che si confronteranno con questa particolare tipologia. Crescono sempre di più e si distinguono come punti di ritrovo, di convivialità e buon bere i pub di quartiere, soprattutto quelli fuori dalla movida e capaci di sviluppare comunità. Ma la cosa che più ci incuriosisce è la previsione dell’ingresso di birre crafty (o comunque industriali) nelle tap list di locali insospettabili.

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Food Trend 2020: prima parte

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Alla fine (o all’inizio) di ogni anno si tirano le somme e si parla di trend futuri, curiosi di indagare e conoscere le novità, le mode e i percorsi alimentari dei prossimi 365 giorni.

Cosa mangeremo nel 2020? Quali saranno le tendenze a tavola, nei ristoranti o al supermercato? Quali sono i nuovi valori e gli interessi che guideranno le scelte ristorative e i consumi del food?

Come ogni anno Whole Foods Market fa la sua previsione annuale stilando i dieci trend in fatto di cibo per l’anno che verrà e da quanto si legge su magazine e siti on line questo 2020 guarda all’alimentazione sana e al benessere, all’equilibrio e alla sostenibilità. Ci sono molte conferme di trend passati che si sono radicati nella mente di chi produce il cibo e di chi lo consuma.

Aumentano i consumatori sempre più “educati” e sono loro con nuove esigenze, richieste precise a indicare la strada agli chef e al mercato. Partiamo proprio dall’anello finale della nostra catena e vediamo cosa metteremo nel carrello e sulla tavola nei prossimi mesi.

Il 2020 è l’anno dell’equilibrio.

I consumatori stanno cambiando le proprie abitudini, sperimentando nuovi stili di vita e provando nuove opzioni alimentari nel tentativo di vivere in modo più felice, più responsabile e sostenibile. C’è il trionfo della frutta e della verdura, il gusto vegetale prende il sopravvento. Una sorta di “antica” riscoperta in cucina, e non solo a casa, dagli snack al ristorante fino alla pizzeria le verdure la fanno da padrone. Come suggerisce la stessa Luciana Squadrilli in fatto di pizza che sottolinea l’attenzione al mondo vegetale, con l’utilizzo sempre più intelligente e approfondito delle verdure.

Ma l’attenzione verso il mondo vegetale non si traduce solo in frutta e verdura, ma anche nella richiesta di super food come alghe, germogli, cioccolato, spirulina, zenzero, curcuma, spezie e alimenti ricchi di sostanze nutritive, sempre più presenti nei menu e negli scaffali dei supermercati, grazie ai loro benefici funzionali per l’organismo.

Il settore Healthy

E sempre per i patiti del settore healthy, non possono mancare le farine speciali che forniscono proteine ​​e fibre, sempre più ricercate, integrali, di grani antichi e cereali, usate per fare pane, pizze e focacce. Trend già in atto, sia a casa che al ristorante. Abbiamo assistito, infatti, negli ultimi anni al boom della panificazione e del lievito madre, oggi questo si abbina alle super farine per avere un pane che al ristorante riesce ad essere ricercato quasi come una portata del menu.

Il vegetale conquista anche la produzione del burro e dei dolcificanti. Pare che il 2020 si prospetti come l’anno dei burri e delle salse derivanti da ogni tipo di seme – anguria, sesamo, zucca, noci, mandorle, ceci – quindi preparatevi a spalmare e a far posto ai grassi insaturi nella vostra dieta. E se avete voglia di dolce anche in questo caso non rimarrete delusi, arrivano da tutto il mondo nuovi dolcificanti vegetali da vari tipi di frutta come cocco, datteri, melograno o fatti con amidi come sorgo e patate dolci che promettono pochissime calorie e indici glicemici bassi.

Gli ingredienti del 2020

Continuiamo la nostra indagine tra gli ingredienti della tavola del 2020 e strizziamo l’occhio anche ai carnivori, anch’essi contagiati dalla passione green. Dopo l’arrivo del beyond burger, tutto vegetale, che si conferma tra i vegani e non solo, come tra i piatti da scoprire e che conquisterà anche il delivery, la verde mania arriva anche in macelleria, quella vera, senza tuttavia imporre la dieta vegetariana agli amanti della carne. La tendenza è quella di proporre hamburger che alla carne mescolano una parte vegetale (almeno un 25%). Il risultato è un prodotto più sano, più rispettoso dell’ambiente e più economico.

food trend 2020

Sempre sul versante carne, come ha affermato Stella Romagnoli, direttore generale di Italy, International Advertising Association: “il consumo di alimenti vegani è in crescita, mangeremo ancora carne, ma con moderazione e in modo più consapevole e responsabile. Il consumatore spende meglio i propri soldi e nella sua scelta mette al primo posto la qualità delle materie prime e la produzione a chilometro zero, per impattare meno sull’ambiente”.

Tirando le somme l’alimentazione di questo nuovo anno si disegna nella sua versione più salutare, promettendo tanti benefici per l’organismo, una variazione di gusto e soprattutto più freschezza, stagionalità e meno conservanti nella lista degli ingredienti.

(Fine della prima parte)

Magnifici

“I Magnifici”, voce e forma del food

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Durante l’ultima edizione di Excellence è stato presentato il libro “I Magnifici” (gli chef, i prodotti d’eccellenza, le ricette 2019). Definirlo solamente libro sarebbe riduttivo, si tratta infatti di un prezioso volume che fa parte della collana Cataloghi d’Arte della Giorgio Mondadori Editore, nato da un’idea del fotografo Stefano Mileto e di Domenico Monteforte, artista internazionale.

“I Magnifici”

Un’opera editoriale che va al di là dei soliti schemi, in quanto decide di raccontare la cucina e il cibo da un punto di vista differente, come ci spiega lo stesso Stefano Mileto: “Quando a tavola ci viene presentato un piatto, spesso si descrive e si esalta la provenienza delle materie prime. Ho pensato che sarebbe stato bello far conoscere in un libro prodotti tipici locali o di nicchia presentati da grandi chef con foto ad alta risoluzione. Sono molte le piccole aziende del settore agroalimentare, spesso a conduzione familiare, che forniscono prodotti di eccellenza alla ristorazione, ma sconosciuti al grande pubblico. Ho pensato allora diamogli voce, chiamiamo gli chef e diamogli un compito speciale da svolgere. Se ci riusciamo sarebbe magnifico!

Magnifici

La genesi del progetto

È questa la genesi del progetto e del titolo, dove i “Magnifici” non sono gli chef come si potrebbe subito pensare, o forse sono anche loro, ma sono i prodotti, i produttori e i piatti che li rappresentano. In queste pagine gli chef, sono 18 in tutto e di tutta Italia, diventano strumento di presentazione e valorizzazione, ambasciatori di realtà aziendali, agricole e produttive del nostro Paese. In Italia sono, infatti, molteplici le piccole aziende che sanno produrre bene e con qualità, e proprio perché sono piccole non hanno forza o voce spesso per farsi conoscere più lontano e nel modo giusto. Attraverso i loro piatti si cerca allora di costruire una storia di territorio che sappia raccontare e far conoscere le materie prime.

Lo stile fotografico

E questo aspetto ci viene confermato dalle parole di Mileto quando spiega il suo obiettivo artistico: “ho adottato uno stile fotografico essenziale che porta ad avere la massima concentrazione sulla ricetta, senza l’utilizzo del piatto, per avere un focus solo sul contenuto. E in ogni foto c’è un punto di vista strategico per guidare il lettore osservatore nella comprensione della ricetta”.

Magnifici

18 chef italiani accompagnati dalle aziende fornitrici, ci danno occasione non solo di conoscere le storie di lavoro e artigianato, legate alla terra e alla tradizione locale, ma anche di scoprire delle vere prelibatezze regionali.

Questo libro è nato dal desiderio di mettere insieme dei grandi chef e dei piccoli produttori per vedere cosa poteva nascere da questo connubio tra eccellenze italiche, quali piatti sarebbero nati dalla fantasia degli uni rispetto alla qualità indiscutibile dei prodotti degli altri”, questa la scommessa che si è posto Domenico Monteforte artista, pittore e direttore editoriale del volume.

La prefazione è del giornalista Rai Bruno Gambacorta, che definisce l’opera come “un grande affresco delle diversità enogastronomica del nostro Paese, esaltata dalla bravura di Stefano Mileto che ha saputo cogliere e sintetizzare nei suoi scatti i momenti più veri di ciascuno chef”.

I protagonisti

Ma chi sono gli chef protagonisti con le loro ricette e la loro filosofia? 18 i nomi proposti per due ricette ciascuno e una storia personale da raccontare: Roberto Antonioli, Roberto Balgisi, Christoph Bob, Plinio BossioRoberto Bottero, Alessandro Caputo, Giovanni Cifarelli, Filippo Cogliandro, Giuseppe Di Iorio, Oliver Glowig, Nicola Giancarlo Gronchi, Giuseppe Mancino, Antonio Morelli, Stefano Novello, Tano Simonato, Luigi Tramontano, Andrea Incerti Vezzani, William Zonfa.

Le altro voci

Ma la grande novità del libro è proprio quella di raccontare la storia della cucina italiana percorrendo strade alternative, dalla scelta di volti nuovi e non delle solite star della ristorazione alla scelta di dar voce a chi lavora nel mondo del food con ruoli diversi e sinergici, utili alla promozione della nostra cultura enogastronomica. Ecco allora le interviste di Alberto Sacchetti giornalista e membro dell’Accademia Italiana della Cucina a professionisti del settore, che non sono quelli che il food lo producono o lo trasformano, ma quelli che lo raccontano, lo comunicano e lo rendono visibile, come giornalisti, uffici stampa, blogger, speaker radiofonici, marketer.  Tra questi Antonio Cellie, CEO Fiere di Parma Spa; Belinda Bortolan giornalista esperta di food e ufficio stampa; Pietro Pio Pitzalis, fondatore di Reporter Gourmet; Vincenzo Liccardi, Presidente della F.I.MA.R. (Federazione Italiana Manager della Ristorazione) per citarne alcuni.

Un modo di raccontare il cibo creando spazio a quelle figure collaterali della ristorazione, che ogni giorno lavorano per farla diventare sempre più grande e celebre. La loro è una testimonianza preziosa, che sottolinea quanto lavoro c’è dietro al mondo degli chef, della ristorazione e al sistema del food, che attira tanti curiosi e golosi.

Magnifici

Storytelling

Trend 2020. Le storie del cibo raccontate da chi lo fa.

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Il cibo si guarda, si annusa, si mangia e si ascolta. Ed è proprio attraverso le storie di cui si fa portatore che si impara a comprenderlo, a degustarlo e a rispettarlo. Quante storie ci sono intorno al cibo, quanti aneddoti, parole scritte e dette. Il cibo prodotto, cucinato, mangiato racchiude in sé simboli, significati, ritualità, valori. C’è un universo narrante intorno a un piatto, c’è una rete di storie che si intrecciano e di mani che lavorano intorno a ogni singolo prodotto. Questo meccanismo potente ed evocativo capace di trasmettere passioni, sapori, atmosfere si racchiude poi in modo sintetico in ciò che noi del mestiere chiamiamo “storytelling”.

Lo storytelling

Il termine storytelling nell’ultimo anno è una delle parole più abusate nel marketing e nella comunicazione, insieme a qualità, innovazione ed eccellenza; nonostante ciò è lo strumento chiave, in fondo da sempre esistito, capace di avvicinare i prodotti e le aziende al consumatore.

Le storie ci accompagnano e questo il marketing lo sa bene. Ogni persona o cosa rappresenta una storia e l’uomo da quando è nato è un essere narrante. Il racconto è la sua forma espressiva e non può farne a meno, c’è dentro di noi un continuo bisogno di raccontare o di ascoltare delle storie. E queste le troviamo ovunque.

Il fascino della “fabula”

Non c’è mercato senza contenuto da dare agli utenti, non c’è contenuto senza una storia forte da condividere con i lettori. Una storia in cui riconoscersi e ritrovare valori e idee, una storia da condividere e da fare propria, una storia con cui creare identità. A questo punto il gioco è fatto, la storia del prodotto e del marchio diventa la nostra e noi siamo e vogliamo quel prodotto e quel marchio. Questa è un po’ la sintesi estrema di molti manuali di marketing, che racchiude una grande verità: il fascino della “fabula”, la forza della narrazione che vive nella forma.

I nuovi protagonisti

Il “c’era una volta” diventa un assioma del content marketing nell’era dei social network. Ed è proprio questa dimensione narrativa il futuro del “mondo food”, che impazza da anni e che continua a trasformarsi senza annoiare. Se finora abbiamo scritto le ricette della nonna e dei grandi chef, se abbiamo raccontato le cucine degli stellati e degli osti, ora è il momento del contadino, del vignaiolo e di chi con le mani in pasta regala ciò che noi troviamo nel piatto al ristorante o sullo scaffale di un supermercato. Sono loro le nuove star, i creatori di quella materia prima tanto decantata, protagonisti del nuovo storytelling.

Perché è proprio dalle loro voci che possiamo capire ed educarci, sono questi piccoli imprenditori i primi affabulatori che ci conducono avanti e indietro nel tempo, ci fanno vivere le stagioni, annusare la terra, toccare con mano un grappolo o un frutto. E poi basta guardarli negli occhi, quando si perdono tra i minuziosi dettagli per capire l’innamoramento profondo di quell’idea, di quel modo di vivere.

Storytelling

I trend 2020

Quindi più spazio alle voci di questi produttori, più spazio al racconto tra le pagine dei giornali, a un microfono in radio o in un video sul web, più spazio al racconto anche al tavolo di un ristorante o tra le pagine di un menù. Più spazio a tutte quelle storie che non annoiano, soprattutto, ma che conquistano e incuriosiscono, quelle che ti fanno entrare con parole calde e vive dentro la produzione, dentro un mondo “bucolico” e non che ti tengono a distanza con termini tecnici, a volte inutili e iperbolici. Questa è la chiave del successo, la lingua con cui decidiamo di raccontare, perché la facilità espressiva non è mancanza di conoscenza o superficialità, ma il modo più “educato” per far entrare gli utenti nel nostro mondo.

Storytelling

[Crediti Foto: Andrea Federici e Andrea Moretti]
Panettone

Il Natale ha il sapore del Panettone

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Natale vuol dire fondamentalmente Panettone. Sì certo, anche pandoro, torrone, luci, presepi, abete, cannella, ma il panettone rimane il principe indiscusso di questa festa. Un dolce storico relegato per anni in trenta giorni, forse poco più, di consumo, che da qualche anno ha visto accendersi la creatività degli chef e una domanda e una proposta che esce fuori dal classico calendario.

Si riscopre il panettone artigianale, che sta diventando un must sulle tavole degli italiani, un prodotto che spazia dal classico, con canditi e uvetta, indiscusso e che vince la classifica del gusto, fino a quello più gourmet firmato dagli chef stellati o grandi pasticceri, dalla versione con gelato a quella salata lanciata lo scorso anno dal Salumificio Santoro con il Pancapocollo. Panettoni per tutti i gusti, ma il migliore quale sarà?

Tutto ciò che vorreste sapere sul Panettone e non avete mai osato chiedere

Non stileremo una classifica dei migliori prodotti, a quella già ci hanno pensato numerosi panel di degustatori e testate specializzate, cercheremo però di darvi qualche indicazione su come scegliere un buon panettone, come e dove farlo e suggerendovi qualche nome di forno o pasticceria dove siamo stati.

Dallo scorso weekend in tutta Italia si alternano le manifestazioni dedicate al panettone artigianale e la novità di quest’anno è che al di là dei celebri pasticceri sono scesi in campo anche gelatieri, fornai, pizzaioli tutti pronti a cimentarsi con questo dolce. Quindi cercate il vostro evento e mettete al lavoro occhi, naso e bocca per testare. Ma dove degustare un po’ di panettoni artigianali a Roma prima delle feste?

 Gli appuntamenti

Tra gli appuntamenti più originali c’è stata di recente la Cosaporto Experience, che ha inaugurato nella Capitale gli eventi dedicati ai panettoni. Apre i festeggiamenti natalizi Cosaporto, il primo Quality Delivery d’Italia, che cresce ogni anno di più e nel suo personale percorso di eccellenza gastronomica e non solo a domicilio ha già conquistato Milano, Torino e ora punta a Londra con una nuova avventura, che si inaugura proprio in questi giorni.

7 e 8 dicembre sono state le due giornate di Cosaporto Experience,  Panettoni a regola d’arte, dove l’alta pasticceria si è unita all’arte in un’esperienza unica al Chiostro del Bramante. Un luogo magico, antico che aggiunge arte all’arte. Qui è stato possibile, oltre a visitare la mostra ‘Francis Bacon, Lucian Freud e la Scuola di Londra’, degustare una selezione top dei panettoni dei quattro indiscussi maestri della pasticceria e panificazione romana, presenti sulla piattaforma di Cosaporto.it Antico Forno Roscioli, Bonci, Bompiani e De Bellis.

I Panettoni da provare

Diversi tra loro per forma, consistenze e aromi. Da quello tradizionale di Bonci, al classico mandorlato, senza canditi e al cioccolato di De Bellis, dal pluripremiato Roscioli fino a quello di Bompiani, in comune hanno tutti le materie prime di qualità (burro, farine, uova, canditi, vaniglia, cioccolato e mandorle), una lavorazione artigianale garantita e una lunga lievitazione.  Assolutamente tutti da provare, in pasticceria o ordinandoli direttamente a casa vostra.

Panettone

Panettone Maximo a Roma

Mentre domenica prossima, 15 dicembre, presso l’hotel Boscolo Circo Massimo a Roma è la volta di Panettone Maximo, festival gastronomico organizzato da MangiaeBevi alla sua prima edizione. Dalle 11.30 alle 19.30, si potranno degustare i panettoni di numerosi artigiani di Roma e dintorni presenti Achilli Caffè, Antonini, Barberini, Bompiani, Casa Manfredi, D’Antoni, Grué, Le Levain, Nero Vaniglia, Pompi, Santi Sebastiano e Valentino, Panzini e Patrizi, assistere anche agli incontri sul tema e alle dimostrazioni di pasticceria a cura di Marion Lichtle, Giuseppe Amato e Marco Nuzzo e in programma anche la competizione per eleggere il “Miglior panettone di Roma” sia tradizionale che al cioccolato.

Qui troverete maggiori informazioni sul programma

Panettone

E cosa bisogna sapere per degustare bene?

La degustazione

Innanzi tutto la forma, bassa (tipo galup) o alta, può avere o meno la glassatura (oramai sdoganata e accettata dalla tradizione), all’occhio – come suggerisce Igino Massari  – non deve risultare bruciato, al taglio deve essere soffice, senza difetti evidenti, gli alveoli vi daranno indicazione sulla lievitazione. Se il panettone è lievitato bene, sarà morbido e soffice con un’alveolatura larga. Poi ci sono i canditi e uvetta che sono la caratteristica principale del panettone, più ce ne sono in superficie, più ne troverete nell’impasto e la loro distribuzione deve essere uniforme, non devono essere piccoli e duri.

Un buon panettone si riconosce anche dal colore, dall’intensità del giallo che è data dal tuorlo dell’uovo (presenza minima 4%). Al naso e al palato l’impasto deve essere soffice, profumato, con le caratteristiche degli impasti lievitati, se il sapore risulta alterato potrebbe dipendere da canditi di scarsa qualità o da un’eccessiva cottura. Inoltre non dimenticate che i prodotti completamente naturali, senza additivi e conservanti hanno una vita di massimo tre o quattro settimane.

A questo punto dovreste essere abbastanza preparati per l’avventura “panettone”. Anche se un po’ di storia non guasta mai…

La storia del Panettone

Secondo la leggenda il panettone nasce a Milano alla corte degli Sforza in modo del tutto casuale, come succede il più delle volte. Pare, infatti, che durante la vigilia di Natale, il cuoco bruciò il dolce destinato al banchetto e Toni, lo sguattero impastò a più riprese il suo panetto di lievito con farina, uova, zucchero, uvetta e canditi. Ottenne un impasto soffice e molto lievitato che conquistò il palato di tutti, lo apprezzarono così tanto che gli stessi Sforza decisero di chiamarlo, in suo onore, “pan de Toni”, e da qui il termine “panettone”. Le prime prove dell’esistenza del panettone risalgono al 1606, e due secoli dopo si comincia a parlare di questo “panatton de Natal” come dolce delle feste. Inizialmente basso e non lievitato, per poi introdurre lievito e canditi nel tempo. Per avere la forma che tutti conosciamo dobbiamo aspettare gli anni Venti e Angelo Motta, che decise di fasciarlo con carta paglia, donandogli l’attuale forma “alta”.

Panettone

Manifesto Giovani Vino

Il Manifesto dei Giovani del Vino

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Lo scorso ottobre durante la Milano Wine Week un folto gruppo di comunicatori, operatori e produttori di vino si è riunito per volere dell’AGIVI (Associazione Giovani Imprenditori Vinicoli Italiani) per confrontarsi e discutere sulle attuali esigenze del mondo del vino, quello delle nuove generazioni. Da un intenso pomeriggio fatto di racconti esperienziali, criticità, successi e insuccessi aziendali, il tutto sintetizzato in una serie di parole chiave si è arrivati alla definizione del Manifesto dei Giovani del Vino Italiano, presentato il 9 novembre in occasione del Merano Wine Festval 2019.

Un documento unico che si fonda su quattro settori pilastro: la comunicazione, il commercio, la normativa e la sostenibilità, che secondo le conclusioni per essere efficaci devono lavorare e muoversi in coesione.

È proprio la parola coesione ad essere rappresentativa di questo primo Manifesto dei Giovani del Vino, che si sono dati appuntamento tra un anno per verificare se quanto proposto sia stato messo in pratica e con quali risultati.

Ma quali sono i bisogni espressi in questo Wine Generation Forum?

Per quanto riguarda il tema normativo al primo posto c’è la revisione delle Doc con un’ottimizzazione delle denominazioni stesse, considerate complesse e poco chiare, e che invece devono far comprendere e comunicare meglio il vino italiano all’estero.

Il punto di vista commerciale

Dal punto di vista commerciale invece i punti messi sotto i riflettori sono stati diversi: innanzitutto più spazio per le piccole aziende vinicole grazie a marketplace italiani, capaci di rappresentare produttori e prodotti sia in Italia che oltre confine, una revisione delle franchigie a livello europeo uniformando l’e-commerce al commercio tradizionale e ciliegina sulla torta una maggiore formazione del personale di sala. Necessità quest’ultima che riflette una tendenza sempre più crescente nel comparto ristorativo, che riconosce come esigenza viva una competenza sempre più alta della sala nel suo servizio di gestione e management, che non può prescindere dalla conoscenza del prodotto.

La sostenibilità

Dal lato della sostenibilità si avverte il bisogno di maggiori competenze tecniche, quindi nuove leve formate al confezionamento di un prodotto sostenibile, senza tralasciare il consumo. Sui consumatori finali ancora c’è molto da lavorare, c’è bisogno di più cultura e sensibilizzazione verso la tutela del territorio. Aspetto che non si deve tradurre solo in pratiche agricole e produttive, ma in stili di vita condivisi.

La comunicazione

E poi si arriva al grande tema, quello della comunicazione, filo conduttore di questo manifesto, perché sono proprio la competenza, la formazione e le parole con cui queste si manifestano a dare vita a questa new generation del vino.

E su come si può e si deve comunicare un vino, o il vino, le teorie sono tante, come tante sono le forme, e ognuna riflette filosofia, retaggi aziendali, visioni vecchie e nuove. Sicuramente c’è il riconoscimento unanime di adottare e sfruttare al massimo le opportunità offerte dal web e dai suoi strumenti. Dai social alle app, dagli e-commerce ai blog il vino si fa anche su internet. E’ questo uno dei luoghi nuovi del suo racconto. Alle nuove tecnologie si sposa anche un nuovo linguaggio, semplice, diretto, meno tecnico. O forse meglio sarebbe dire un linguaggio misurato alle circostanze e ai momenti di consumo, dove i tecnicismi sono in netto contrasto con la condivisione, convivialità, piacere e tutte quelle atmosfere che un bicchiere di vino sa generare.

L’importanza della narrazione

La comunicazione è una combinazione di strumenti e strategie che si devono adattare su misura agli obiettivi che si vogliono raggiungere, alla forma che si vuole assumere. C’è chi oggi rimane convinto e persegue la forma austera e blasonata del vino, rifuggendo la presenza on line e sui social network (e anche questa scelta è strategica al nome che l’accompagna), c’è chi nasce da poco e si sente “nativo digitale” e non solo enologico, e chi si adegua al trend. Qualunque sia la forma scelta la carta vincente è quella della narrazione, non autoreferenziale, fuori dai soliti cliché di vigne secolari tramandate da generazione in generazione, e scevra da parole forzatamente incomprensibili, che vanno bene e servono tra gli addetti ai lavori, ma sono inutili se vogliamo regalare al vino più poesia e meno quei sentori di “sasso di ruscello” che forse alcuni non hanno voglia di sentire o sapere e che i più non sanno riconoscere.

I protagonisti del mondo del vino

Raccontare il vino ha ovviamente tante angolature: c’è la voce del produttore, quella del consumatore, c’è il giornalista, il sommelier, il wineinfluencer e il critico, tanti sono quelli che sanno parlare di vino e ognuno deve saperlo fare nel modo più comprensibile possibile. Ecco perché è importante affidarsi alle persone giuste, anche quando si sceglie di raccontare il proprio lavoro. E la parte positiva e propositiva di questa nuova generazione del vino è saper riconoscere come indispensabile la comunicazione e i suoi professionisti, perché in fondo è solo così che riesce a venire fuori quell’unicità, quella diversità che rende la tua storia più bella e interessante delle altre.

Prendendo spunto dai “dictat” di questo manifesto, torneremo presto a riflettere sul linguaggio del vino e sulle diverse forme di racconto. Stay tuned!

Manifesto Giovani Vino