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Giusy Ferraina

Peperoncino

Il “Peperoncino Festival”, orgoglio di Calabria

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Domenica 13 si è conclusa la ventottesima edizione del Peperoncino Festival di Diamante. Come ogni anno la cittadina calabrese, sede dell’Accademia del Peperoncino, si è accesa per una settimana ricca di eventi, ospiti, convegni, spettacoli, cooking show e degustazioni.

Quest’anno però abbiamo assistito ad una edizione rimodulata rispetto al passato: “Abbiamo voluto un Festival diverso, a misura di Covid per far fronte alla sicurezza dei partecipanti, ma non potevamo mancare” dichiara il presidente dell’Accademia e patron della manifestazione Enzo Monaco.

L’organizzatore Enzo Monaco

Il programma

Dal 5 al 13 settembre il Teatro dei Ruderi di Cirella ha accolto il programma di musica, teatro e cabaret (triplicato il numero degli spettacoli) e poi mostre al Centro d’arte contemporanea, film e vignette sul ring nella Villa comunale, convegni in piazza Savanarola, cooking show nel Parco La Valva nella sede dell’Accademia del peperoncino con visite al campo catalogo “Peperoncino dal mondo”. Nel centro storico e sul Lungomare di Diamante i ristoranti hanno proposto menù piccanti, ma niente stand mercato lungo la passeggiata storica per non creare assembramenti.

Una festa cara ai calabresi, ma non solo. Gli amanti della spezia piccante si ritrovano ogni anno a Diamante anche per partecipare alla gara dei “mangiatori di peperoncino” e ad approfondire sempre di più le conoscenze, le ricette e gli abbinamenti gastronomici ed enologici di questo prodotto.

Il Teatro del Gusto

E anche quest’anno come ogni anno è andato in scena il Teatro del Gusto, lo spazio buono e piccante dedicato alla cucina. Per cinque sere consecutive gli chef dell’Unione Regionale Cuochi Calabresi e quelli dell’Associazione Provinciale Cuochi Cosentini si sono esibiti in un intenso programma di cooking show con una serie di creazioni pensate ad hoc per questo appuntamento piccante.

Accanto alla parte gastronomica non potevano mancare poi gli abbinamenti di “Sorsi Piccanti”, lo spazio curato da ben sette anni dal Master Sommelier Guglielmo Gigliotti che ha ideato il format e studiato per ogni ricetta proposta una serie di abbinamenti con vini e oli di Calabria.

Il vino e l’olio sono due grandi protagonisti di questo festival. E con Sorsi Piccanti, ogni anno vogliamo rendere omaggio a grandi produzioni, facendo anche conoscere sempre aziende nuove del territorio. Tutte le sere abbiamo avuto come da programma una coppia di chef che ha proposto piatti il cui tema obbligatorio era  oltre al peperoncino la Calabria e le sue materie prime. Sono giovani chef della regione e in particolare della provincial di Cosenza che hanno puntato a valorizzare il territorio nelle loro creazioni, da quelle più tradizionali a quelle più fantasiose. Io mi sono divertito invece ad abbinare I loro piatti piccanti con il vino e con l’olio più adatto”.

Guglielmo Gigliotti

Sorsi Piccanti

Sorsi Piccanti ha un duplice valore, una lettura bivalente, come ci fa notare Guglielmo, dove il piccante non vuole essere solo legato al classico sentore del peperoncino, ma anche all’olio e al suo gusto complesso tutto da scoprire. E a proposito di vino e peperoncino è obbligatorio sfatare un mito con l’aiuto proprio di Guglielmo Gigliotti: “il peperoncino può essere abbinato al vino senza problemi, ovviamente non bisogna abusare in quantità, non perchè il senso di piccante copre I sapori, come si è portati a pensare, ma perché si altera il palato stimolando il nervo del dolore. Un vino poco tannico e fresco, con una buona acidità si sposa perfettamente con il gusto del piccante, la stessa capseicina è solubile in alcol quindi non possiamo dire che questo tipo di matrimonio sia sbagliato. Anzi…”.

Gli eventi della settimana

Il Teatro del Gusto e il Festival è partito ufficialmente con il brindisi inaugurale con l’azienda i Greco per poi continuare nelle serate successive dal 9 al 13 settembre con Spadafora 1915, Spirti Ebbri, Giuseppe Calabrese, Terre di Balbia per chiudersi con Verbicaro viti e vini. Per gli oli i protagonisti sono stati Azienda Agricola F.lli Renzo, Dolciterre Sorelle Garzo, Agricola Doria, Olearia San Giorgio F.lli Fazari, Frantoio Figoli. E non meno importanti i dieci giovani chef che hanno avuto il compito di animare con gusto le serate del Festival: hanno aperto le danze la coppia Lady Chef Denisia Congi e Carlo Maria Molinaro e poi è stato il turno di Domenico Trentinella, Maria Teresa Sposato, Daniele Mannarino, Andrea Drago, Maurizio Epifano, Fabio Falsetti, Manuel Deluca e Manlio Bencardino.

Anche i ristoranti della città sono stati tutti coinvolti con menu o singoli piatti dal gusto piccante, omaggio ad un prodotto che rappresenta da sempre la nostra regione nel mondo. Regione che quest’estate è stata piacevolmente riscoperta dal turista italiano, ma anche locale e che sta vivendo un momento di crescita importante da più punti di vista, in particolare una grande attenzione verso una cucina strutturata, più ricca e complessa. Una cucina d’autore per usare un termine che rende subito l’idea. E poi c’è la Calabria del vino, da conoscere, scoprire e studiare. C’è un percorso importante dafare e su investire per dare merito al lavoro di storici e nuovi Vignaioli calabrese”. ha aggiunto Gigliotti.

Il Centro Agroalimentare Roma sarà la nuova Casa della Gastronomia

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Si riparte. È tempo di nuovi progetti sempre più vocati al locale. Il post lockdown ha messo in evidenza la ricerca e la scoperta del territorio, nonché del quartiere e dei prodotti tipici sempre più desiderati dai consumatori e valorizzati nei piatti degli chef.

La Casa della Gastronomia

Tra le novità di questo settembre da Roma e dal Centro Agroalimentare Roma arriva on line un nuovo format video “La Casa della Gastronomia”. Prima puntata il 9 settembre 2020 e poi in onda ogni mercoledì sui canali social del CAR e sulla testata online Promotori di Gusto (www.prodigus.it) di Fabio Campoli. Un format tutto dedicato alla comunicazione del nuovo progetto “Origini” del CAR, che vedrà protagonisti una serie di chef e maestri pizzaioli alle prese con i prodotti della stagione estiva (prodotti disponibili sul mercato fino agli inizi del mese di ottobre, grazie alla raccolta tardiva di alcune specifiche varietà).

I protagonisti

Arcangelo Dandini, Alain Rosica, Maria Luisa Zaia, Giulia Steffanina e Marco Quintili saranno i protagonisti della prima serie di video-ricette per dare voce e valore ad un progetto importante, ideato in quest’anno segnato dal Covid-19 e dai cambiamenti imposti, nonché da una differente necessità di mercato con nuove domande nel comparto dell’ortofrutta e nuove soluzioni di offerta. Proprio con Origini il Centro Agroalimentare Roma cerca di rispondere, avvicinando la ristorazione e i suoi “uomini e donne” alla realtà e alle opportunità che questo grande mercato cittadino offre.

Le parole di Fabio Massimo Pallottini

“Il nostro progetto “Origini” non rappresenta solo l’imprenditoria agroalimentare laziale garantita ogni giorno ai visitatori, ma un vero “percorso verde” che chef, ristoratori e acquirenti di ogni genere possono godersi a piedi negli ampi spazi del Centro Agroalimentare Roma, per respirare la natura e ritrovare il piacere di fare la spesa in un contesto che riporta al recupero delle buone abitudini attraverso nuove scoperte”, spiega Fabio Massimo Pallottini, direttore generale di CAR, che continua: “Presentiamo questo progetto che è stato ideato e immaginato come un percorso per avvicinare sempre di più al nostro Mercato la ristorazione romana e laziale. Vogliamo far conoscere le opportunità che il Mercato offre, con prodotti di origine locale freschissimi, (ma anche provenienti da tutto il territorio nazionale e dal mondo intero ndr), disponibili 365 giorni l’anno, e far scoprire come il CAR sia veramente il cuore della genuinità, della trasparenza e della qualità del prodotto. Questo luogo deve diventare sempre più luogo privilegiato del cibo italiano, una vera e propria Casa della Gastronomia”.

Le finalità del progetto

“La Casa della Gastronomia” nasce dunque con l’intento di dar voce alla cucina italiana d’eccellenza che crede nella qualità autentica, nella ricercatezza, nella valorizzazione del panorama agroalimentare nazionale, e diventa ogni giorno il punto di forza dei più rinomati esercizi di ristorazione di Roma e del Lazio, grazie alle garanzie ed i servizi sempre più attenti alla soddisfazione degli acquirenti che l’hub Centro Agroalimentare Roma implementa costantemente e con grande lungimiranza.

Le parole di Fabio Campoli

Promotore della realizzazione di questo format è Fabio Campoli, resident chef del CAR, affiancato dalla sua azienda Azioni Gastronomiche, che sottolinea con forza i valori di questa idea e il messaggio che se ne deve cogliere:  “I messaggi sono molteplici, ma quello primario è di certo l’importanza della qualità delle materie prime in cucina: presso i nuovi mercati generali della capitale è possibile trovare ogni giorno prodotti provenienti da ovunque, ma in questa prima serie abbiamo voluto dar voce al progetto “Origini”, che mira a comunicare e promuovere gli alimenti del territorio laziale, freschissimi, tracciabili, ma soprattutto a km 0 e di prossimità, fattore che incentiva anche una maggiore sostenibilità. Saranno gli chef dei più noti ristoranti, pizzerie e scuole di cucina del territorio a dimostrare attraverso le loro ricette alla portata di tutti il valore tanto delle tradizioni quanto delle innovazioni a tavola”.

Le radici culturali gastronomiche del territorio

Campoli chef consulente conosciuto in Italia e all’estero, ma di origine laziale, ha sempre sostenuto nella sua cucina la qualità e la grande ricchezza della campagna romana, facendosi promotore di una cultura della tradizione. Cultura soprattutto enogastronomica che deve puntare a far conoscere non solo le ricette, ma anche e soprattutto le materie prime, i luoghi dove si producono, le persone che ci lavorano. Una realtà che ha bisogno di essere comunicata e rafforzata a tutti i livelli, dal consumatore finale al ristoratore stellato, passando per le trattorie, botteghe e mercati. E come lui stesso ci tiene a sottolineare: “Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio che ancora oggi si dimostra molto attaccato alle sue radici culturali gastronomiche, dalla ristorazione alla cucina domestica. Non dimentichiamo inoltre che alcune ricette laziali sono famose in tutto il mondo: si pensi all’amatriciana, alla carbonara, alla porchetta, ai carciofi alla giudia, che sono capisaldi dell’offerta di chi offre la ristorazione italiana all’estero. Ciò che va aumentato puntando su una giusta comunicazione è la percezione della qualità delle materie prime di base laziali. Non è lo stesso piatto se, ad esempio, il carciofo o la zucchina impiegati non sono quelli “romaneschi”. Ciascuna varietà nazionale ha le sue peculiarità e l’esperienza popolare di ciascuna regione ha lavorato proprio sulle note di gusto tipiche dei propri prodotti locali per dar luogo a ricette uniche ancora amatissime sulle nostre tavole”.

I protagonisti della seconda serie

E per chiudere chiediamo ovviamente anticipazioni sulla nuova stagione e le nuove puntate che sono già in programmazione e pronte per essere registrate: “La seconda serie de “La Casa della Gastronomia” sarà dedicata agli alimenti tipici della stagione autunnale. Tra i nomi che firmeranno le video ricette che vedrete prossimamente su Prodigus.it ci saranno anche chef stellati, come Gianfranco Pascucci e Daniele Usai, che ci porteranno alla scoperta delle loro migliori tecniche per esaltare gli ingredienti ittici laziali in cucina”.

La rete e gli influencer: intervista a Matteo Pogliani

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I mesi passati tra le mura domestiche a causa dell’emergenza Covid hanno fatto registrare un’impennata nell’utilizzo di internet e dei social. Ore passate navigando alla ricerca di ricette da rifare a casa, ma soprattutto raccontando la propria quarantena e seguendo le varie dirette dei propri beniamini. E quando si parla di beniamini più che di campioni di calcio, cantanti o attori ci riferiamo agli influencer: da quelli della moda come Chiara Ferragni a quelli del food come Benedetta Rossi che risulta essere il nuovo fenomeno web del momento.

Cosa hanno fatto di così particolare questi influencer durante la pandemia?

Niente di così diverso da quello che hanno fatto tutti gli altri. Rinchiusi in casa hanno saputo condividere con il loro pubblico di followers le loro giornate, in tuta e senza trucco, facendo sport o cucinando. Una condivisione del quotidiano che si è trasformata per molti in un legame stretto tra influencer e consumatore, preso in analisi proprio dall’Osservatorio Influencer Marketing (OIM), che negli scorsi mesi ha condotto un’indagine qualitativa attraverso una community online di 30 persone e un’indagine quantitativa attraverso 500 interviste online a utenti social e follower di influencer con età compresa tra i 18 e i 55 anni.

I numeri nel dettaglio

Gli utenti intervistati – con account Facebook (96%), Instagram (91%) con accesso di almeno una volta a settimana – hanno dichiarato di aver cambiato il proprio modo di utilizzare i social durante il periodo di chiusura totale. Un utente su quattro ha iniziato a seguire nuovi influencer e ben il 18% dichiara di aver cambiato in positivo la propria opinione. Rispetto al periodo ante-covid durante il lockdown il 63% degli utenti intervistati ha dichiarato di aver utilizzato i social per tenersi informato sull’attualità; il 52% per tenersi in contatto con familiari e amici e poi da parte di tutti guardare trend e foto del momento, seguire pagine e profili di marche e prodotti, condividere e commentare contenuti. Il 52% degli utenti intervistati ha compiuto delle azioni perché ispirato dai propri guru digitali, con il 61% che  si è dedicato alla cucina realizzando ricette secondo i consigli dell’influencer di riferimento (percentuale che prima del lockdown era pari al 44%); il 49% ha fatto allenamento insieme a loro (erano solo il 27% prima lockdown) e uno su tre ha addirittura fatto una donazione (il 33% durante il lockdown contro il 19% nel periodo precedente).

L’intervista all’esperto

Dati alla mano abbiamo rivolto qualche domanda a Matteo Pogliani, digital marketer esperto del fenomeno influencer, autore di due libri sull’argomento e fondatore dell’OIM per capire meglio che tipo di rapporto si è costruito tra utenti e influencer, per quali motivi e con quali vantaggi “educativi” e “commerciali” in questo periodo particolare.

Cosa hanno scoperto e trovato gli utenti negli influencer?

“Hanno trovato dei punti di riferimento credibili da cui ricevere supporto, si tratti di informazioni, contenuti utili (lezioni di cucina ad esempio) o intrattenimento. Esigenze emerse prepotentemente durante il lockdown e confermate a più riprese da analisi e report (es. Global Webindex). Un legame rinsaldato e amplificato dalla situazione certo, ma soprattutto dalla maggiore spontaneità che ha contraddistinto i contenuti degli influencer, costretti, giocoforza, a immagini e video casalinghi, più “normali”. Questo ha evidenziato ancor di più l’affinità tra utenti e creator”.

Quali sono gli influencer che hanno lasciato il segno e sono stati i più seguiti, a parte i Ferragnez

“Il comparto food, fitness e intrattenimento, proprio per quanto detto prima, hanno riscontrato un forte aumento di rilevanza e di interazioni, a dimostrare questa loro centralità. Chi non ha abitudine alla centralità del contenuto, celebrities su tutti, hanno invece faticato, incapaci di poter offrire qualcosa di più di fama ed esclusività. Grandi numeri anche sul versante TikTok da figure come Elisa Maino, Zoe Massenti e Valerio Mazzei che forse ai più non diranno tanto, ma che stanno emergendo in modo netto”.

Nel periodo di quarantena gli italiani si sono convertiti alla panificazione e alla cucina. Quali sono i profili più seguiti e cosa cercavano al di là della semplice ricetta?

“Tutto il comparto ha registrato una crescita, ma alcune figure sono emerse. Penso a classici come Sonia Peronaci o Damiano Carrara ad esempio, ma non sono mancate sorprese. Ha lavorato molto bene anche @Cottoaldente, capace di unire ai soliti contenuti food dei veri corsi di allenamento (altra sua passione) per aiutare le persone a restare in forma a casa. Una eterogeneità che, sul suo caso, è stata premiata dagli utenti. pensare “Outside the box” spesso aiuta”.

Un esempio lampante è quello di Massimo Bottura con la sua Bottura Kitchen Quarantine, che ha vinto il Webby Special Achievement Award 2020 come chef dell’anno. Cosa è piaciuto di questa idea e a tuo avviso possiamo definirlo un nuovo influencer?

“Una figura della notorietà, competenza e capacità comunicativa di Bottura è e sarà sempre un opinion leader di settore. Una persona intelligente capace di adattarsi alle diverse situazioni e che ha sempre compreso l’importanza del contenuto e dei media digitali. Basti pensare ai suoi corsi online per Masteclass, nota realtà internazionale che raccoglie il top settore per settore compresi attori, modelli e scrittori o ai video “sonoro” prodotto qualche anno fa. Un contenuto creativo in grado di fare la differenza e differenziarlo proprio come da sempre fa con la sua cucina”. 

In questo periodo tutti gli influencer sono stati meno commerciali del solito, promozioni e sponsorizzazioni quasi azzerate, ma solo condivisione di momenti quotidiani dove fashion o gourmet sono spariti a favore della naturalezza e della “normalità” di tutti i giorni.

“Sì, l’estetica dei post è profondamente cambiata, privilegiando immagini più “reali”, vere, spontanee. Contenuti meno qualitativi forse, ma con una maggiore capacità di creare interazioni e relazione tra utenti e creator. Un approccio a cui gli influencer sono stati costretti, ma che premia. Le interazioni medie dei post “commerciali”, ad esempio, durante il lockdown e con questo stile più “naturale” hanno registrato un incremento importante delle interazioni medie. Risultati che ci ricordano che gli influencer non sono semplici vetrine, ma medium capaci di generare dialogo attorno al brand, accorciando la distanza tra marca e utenti”.

Cosa possono fare gli influencer in questo momento in cui turismo, ristorazione e settori connessi hanno subito un forte rallentamento e sono ripartiti con difficoltà.

“Il focus deve cambiare e spostarsi dai contenuti più di “prodotto” a quelli più legati a purpose e valori. Questo è il momento non della spinta commerciale, ma di lavorare in modo intelligente sul brand e sulla percezione che gli utenti hanno di noi. Un impegno indispensabile, ma che spesso viene accantonato per l’esigenza cieca della conversione immediata. Bello, in tal senso, il progetto di Barilla #athomewithbarilla, che puntava sui valori dell’insieme, della famiglia, dell’aiutarsi, tipici del brand italiano”.

Grande seguito lo hanno avuto gli chef, i sommelier e le stesse cantine che si sono dilettati in dirette instagram, lezioni di cucina ecc. come reputi questa scelta?

“Una scelta necessaria, proprio per adattarsi al meglio alle diverse esigenze palesate dagli utenti. Non è un caso che IGTV e Live siano aumentate incredibilmente. Servivano infatti formati più “ampi”, capaci di dare il giusto spazio ai creator. Una scelta di contenuto che si è dimostrata utile e che, a mio avviso, i brand dovrebbero avere la forza di portare avanti seppur in modo più limitato perché sono questi i contenuti che gli utenti cercano sui social e che sono in grado di fare la differenza. Una promessa di contenuto che spesso viene meno proprio per l’esigenza delle aziende di fare push commerciale, senza capire che esistono strumenti e canali diversi. l’Advertising è fondamentale e va fatto nei giusti modi, i social e gli earned media in generale, hanno un compito diverso, generare conversazioni positive capaci di sedimentare la reputation di marca e prodotto”.

Grande successo anche per il mondo del vino, degustazioni on line improvvisate o meno sono state il file rouge di questo periodo, tutti alla ricerca di degustazioni, di consigli per poi acquistare. Un momento in cui forse (o sicuramente) qualcuno ne ha approfittato per farsi conoscere anche dalle aziende o in cui ci si è lanciati.

“Ho visto tanti “esperimenti” interessanti, nati appunto sulla spinta della necessità. Certo è che, seppur interessanti, nascondono una certa improvvisazione e la mancanza di un approccio strategico, elementi che fanno sì che si perda molto per strada. Una mancanza comprensibile data la poca attenzione di queste realtà alla comunicazione e al digitale, ma che il lockdown deve ribaltare, sottolineando quanto sia fondamentale pianificare e puntare alla qualità. Il mondo del vino è un settore molto verticale, dove la competenza fa realmente la differenza e dove il passaparola di qualità è una leva rilevante”.

Fiducia ed empatia

Da quanto rivela l’OIM e conferma lo stesso Pogliani, non c’è dubbio che gli utenti riconoscono agli influencer il merito di aver avuto anche un ruolo sociale grazie alle informazioni e ai consigli che hanno dato sui comportamenti da tenere per affrontare le criticità del momento e alla capacità che hanno avuto di dare vita o di promuovere iniziative benefiche. È aumentata la fiducia e si dà il merito a molti di loro di aver suggerito attività di loro interesse per poter occupare il tempo da trascorrere chiusi in casa e di averli fatti divertire portando loro un po’ di spensieratezza.

Un ruolo quello dell’influencer che si è evoluto e si è legittimato ancora di più, che può essere definito uno strumento di “comunicazione sociale efficace” anche nell’educazione al comportamento anticovid nel periodo lockdown e post. E come sottolinea l’OIM: “gli influencer rimangono per i propri follower sempre un punto di riferimento e guardando al futuro, possiamo dire che la parola d’ordine sarà Trust: le persone chiedono in maniera ancora più decisa contenuti fatti con professionalità e serietà”.

‘I FOOD DESIGNER’ DIVENTA UN BRAND E RIPENSA L’ESPERIENZA DI CONSUMO

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In Italia si è iniziato a parlare di Food Design nel 2002: tutto nacque da un’intuizione lungimirante di Paolo Barichella che trovò una stretta connessione tra il mondo del food e della ristorazione e il mondo del Design. Ricerca, sostenibilità, innovazione e tecnologia sono i requisiti indispensabili per poter parlare del Design inteso nel suo autentico significato di “processo per progettare un prodotto, un servizio o un’esperienza” e allo stesso tempo sono requisiti importanti anche in cucina e nell’industria alimentare. Senza dimenticare l’aspetto più ludico, la sperimentazione e la creatività che esiste in entrambi i settori.

Il Food Design

Se vogliamo dare una definizione tecnica del Food Design possiamo dire che è “la progettazione degli atti alimentari (Food Facts), ovvero l’attività di elaborazione dei processi più efficaci per rendere corretta e gradevole l’azione di esperire una sostanza commestibile in un dato contesto, ambiente o circostanze di consumo”.

Dal quel lontano 2002 il Food Design come disciplina cresce in modo consistente e si configura sempre più nel dettaglio, grazie al lavoro di un gruppo di professionisti che dal 2006 lavoro in sinergia, ognuno con la sua specificità, mettendo in pratica un vero e proprio Manifesto.

Il Manifesto dei Food Deisgner

Loro sono Paolo Barichella, Mauro Olivieri, Ilaria Legato, Marco Pietrosante e Francesco Subioli, meglio conosciuti come “I Food Designer”.  Un gruppo sempre attivo che fa della ricerca e della formazione la base per la crescita e lo sviluppo di questa affascinante materia che ha mosso i primi passi intorno al singolo prodotto e oggi trova sempre più applicazione nella ristorazione, nella sala e nella creazione di food format, ma anche nel settore ospitalità e nella comunicazione con un discorso più ampio di identità territoriale.  Si fa un salto concreto verso l’esperienza di fruizione del servizio.

Come loro stessi dichiarano: “Crediamo nell’atto creativo ma siamo consapevoli che per arrivare all’obiettivo occorra un’attenta costruzione dei processi progettuali e produttivi. I prodotti, i servizi e i sistemi progettati dal Food Designer, sono atti pensati per animare un progetto «umano centrico» e facilmente fruibile. Crediamo in una progettualità che usi un linguaggio etico e che tenga conto di un processo sostenibile nelle diverse fasi di ideazione, costruzione, produzione, vendita, utilizzo e dismissione. Progettare per il Food significa creare prodotti, servizi e sistemi per «dare forma» a un bisogno di consumo ricco di fattori simbolici oltre che funzionali e prodotti e servizi funzionano e comunicano se si concentrano sul «cliente» come «persona» e mettendo al centro i valori umani.”

Li abbiamo intervistati tutti, ad ognuno di loro abbiamo posto una domanda per indagare sul tema della responsabilità progettuale in un’ottica circolare del prodotto o servizio, sull’applicazione nel mondo sala e sulle declinazioni ed esigenze del momento attuale.

Progettare per il food implica responsabilità nella scelta dei materiali, nel ripensare un riutilizzo o l’assenza di spreco?

Risponde Francesco Subioli: “Nel Dna del progettista dovrebbe far parte un concetto etico di rispetto paritario per il pianeta, gli animali, gli esseri umani. Dunque l’attenzione all’utilizzo delle materie prime, siano esse commestibili o meno mi sembra una fondamentale base di partenza. Ma se è abbastanza facile pensare ad una scelta sostenibile nel caso di materiali per la costruzione di luoghi dedicati alla vendita e al consumo di cibo o alla produzione di oggetti per le cucine e i ristoranti, è un’impresa assai ardua districarsi nel dilemma della conservazione del cibo per lo stoccaggio, il trasporto e la vendita al dettaglio. Siamo ancora in alto mare e la scelta drammatica è tra l’utilizzo della plastica per imballi o sprecare il cibo perché non ci sono modi alternativi per conservarlo. La risposta antispreco è logica, l’unico vero intervento che possiamo fare è una scelta ragionata per il miglior smaltimento o riciclaggio possibile che parta dalle aziende produttrici. Non basta, bisogna non dare per scontato che da qui all’eternità non ci sia alternativa, una partnership fra ingegneri, designer, aziende porterebbe sicuramente a soluzioni meno deleterie, con enormi guadagni economici insieme a infiniti benefici per il pianeta”.

Si parla spesso e in modo abusato di esperienza nell’ambito enogastronomico.  Cos’è la vera esperienza nel food e come si costruisce?

Risponde Mauro Olivieri:Intanto sfatiamo il mito, che l’unica esperienza che si possa fare è soltanto davanti a un piatto pluristellato o in particolari condizioni. Sfatiamo anche l’idea che mangiare con gli occhi a volte basti alla completezza dell’esperienza, ancor più sfatiamo il fatto che l’esperienza bisogna per forza viverla. Per mia convinzione cerco sempre e in tutti i modi di non stare dentro a recinti precostituiti che nascono e proliferano dietro a stereotipate convinzioni come il caso dell’esperienza appunto, dentro e intorno a regole che qualcuno ha messo in circolo. Credere che ogni cosa legata al cibo debba esprimere un’esperienza non può e non deve diventare elemento su cui costruire un trasferimento di qualcosa; il cibo antropologicamente è già l’esperienza più alta. Il piacere del mangiare lo si può costruire su livelli edonistici relativi, in cui la predisposizione gioca un ruolo necessario. Ecco che la mia esperienza non è detto che sia la tua e allora diventa difficile per chi produce esperienza gastronomica e enologica orientare un sistema verso sinestesie e rielaborazioni nella progettazione di un consenso collettivo. È il caso del progetto Ottavo Senso una esperienza che segue un principio base, quello della non esperienza a tutti costi, un approccio progettato con tutti gli attori in campo: il luogo, la luce, la sedia, gli chef, la sala, i rumori, i suoni, i camerieri, il consierge da sala. Ottavo Senso è la sintesi per dare una nuova veste all’idea dell’esperienza non più solo piacere visivo, gustativo, partecipativo ma anche narrativo e esplorativo, secondo una cadenza orientata di avvenimenti che aiutano a esprimere semplicemente piacevolezza. La voglia di esperienza è lecita, purché sia intima, singolare, autentica, sentita, respirata, vibrante, semplice, piena. La ricerca ossessiva dell’esperienza, spesso nasconde delusioni. Guidare all’esperienza deve essere un modo per alimentare una sorta di personalizzazione all’esperienza stessa. Educhiamoci, conosciamoci, elaboriamo un criterio nostro non condizionabile per vivere e partecipare non più a una semplice Esperienza ma a qualcosa di più, come l’Empiria, la capacità di e-sperimentare lo spettacolo di un particolare nella molteplicità di particolari”. 

Esperienza non solo nel piatto ma anche in sala, all’interno di un luogo che diventa un meccanismo sincronizzato fatto di spazi, persone in movimento, accoglienza, atmosfera. Il ristorante può essere pensato come un format esperenziale?

Risponde Ilaria Legato:l Food Design è un processo attraverso cui si arriva a realizzare un prodotto e un servizio per il mondo del food considerando molti aspetti, tra cui l’aspetto umano centrico. Si progetta sempre per dare forma a un bisogno, strettamente legato alle persone e alla loro identità. Questo aspetto identitario che nel progetto acquista un peso incisivo porta con sé una narrazione che lo rende unico e lo arricchisce dal punto di vista valoriale. Si tratta quindi di celebrare il rito ridisegnando completamente tutta la filiera delle attività, prendendo in considerazione le interazioni che intervengono tra gli attori sia interni che esterni agli spazi. Si costruisce un “copione” come in teatro, professionisti destinati a entrare in scena nelle varie fasi, di cui è necessario definire tempi e modalità precise di intervento e relazione”.

Che rapporto c’è tra food design, comunicazione e digitale?

Risponde Ilaria Legato: “La comunicazione e il digitale sono elementi naturali e imprescindibili per diffusione dei valori di un progetto e nello stesso tempo, gli strumenti ormai insiti nella vita contemporanea di tutti noi diventano elementi indispensabili nella progettazione. Per esempio l’utilizzo del web per il delivery o gli stessi menu consultabili tramite qr code dai clienti ristoranti”.

Che lingua parla oggi il food e il food design?

Risponde Marco Pietrosante: “L’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, ha reso palese la centralità del cibo nell’universo del vivente. Il mondo del progetto ha intercettato da tempo questo messaggio e con l’attività legata al food cerca di individuare le questioni più coerenti con la contemporaneità. Per questa ragione il food design oggi pone la sua attenzione sulle discrasie del sistema, su quelle inefficienze che possono diventare ingiustizie sociali. Lo spreco e la mancanza, l’iperproduzione e la carestia, l’obesità e la denutrizione sono tutti fattori che portano all’insicurezza alimentare sia nell’uno che nell’altro verso. È su questo terreno che si vedono le cose più interessanti nel mondo del design, non solo del cibo. Si tratta di una lingua universale che coinvolge migliaia di progettisti in tutto il mondo”.

Cosa devono sapere e saper usare i nuovi food designer?

Risponde Paolo Barichella: “I nuovi Food Designer devono saper usare ad arte la tecnologia alimentare per poter essere in grado di creare prodotti nuovi e innovativi, ma anche sistemi in grado di portare valore aggiunto e risolvere nuovi bisogni. Mai come ora c’è la necessità di ripensare nuovi modelli di ristorazione in grado di dare risposte alle richieste di un pubblico che ha mutato repentinamente il proprio stile di vita e di lavoro.
Saper innovare è la chiave per lo sviluppo dei modelli di ristorazione del futuro
”.

L’emergenza vissuta ha cambiato le nostre abitudini di consumo alimentare e qui il Food Design interviene in modo funzionale su un campo da gioco in cui le regole di prima non sono più valide. Qualche esempio?

Risponde Paolo Barichella:Un esempio è il progetto di Open Innovation al quale noi abbiamo aderito per dar vita a un Self Restaurant all’interno del coworking di DesignTech HUB presso MIND, dove gestiremo l’area food con proposte Smart Meal. Abbiamo riprogettato totalmente il modo di mangiare sui luoghi di lavoro in funzione di come l’effetto Covid lo ha rivoluzionato. La pausa pranzo è stata staccata dal concetto di “pasto” rendendola smart, eliminando per sempre il self service, le sale mensa e i bar “mangiatoia” che sono ormai sistemi figli di un approccio antico e ampiamente superato. Uno Smart Meal deve soprattutto essere flessibile e seguire il collaboratore di un’azienda anche durante lo smart working e in nuovi spazi e modalità di accesso alla food experience quando è in azienda e lavora con il team. Si potrà accedere a una Smart Kitchen dove completare da soli delle proposte di piatti di altissima qualità, progettati per essere ultimati in un paio di minuti in completa autonomia.  

I prodotti che verranno utilizzati sono quelli di Ultimo Tocco, il nostro recente progetto di delivery che è partito da Milano a metà giugno. Un delivery di design grazie a specifiche tecniche di preparazione e speciali metodologie che prevedono due tempi differenti di preparazione e finitura. Ultimo Tocco, progettato da me e Mauro Olivieri, infatti non è un ristorante che fa anche delivery, ma un vero e proprio laboratorio creativo dove i cibi vengono preparati per essere consumati a distanza di luogo e di tempo. Si sceglie, si ordina e si prova il piacere di completare a casa o in ufficio, in pochissimi minuti e all’ultimo momento, quello che si vuole mangiare a pranzo o cena.

Abbiamo “unito” due cucine distanti, ordinando sul sito www.ultimotocco.it si possono scegliere risotti, pasta, piadine, aperitivi, dessert con prezzi accessibili e sempre disponibili. Ordinabili sempre, arrivano a casa o in ufficio tramite Glovo in buste monoporzione o in contenitore di polipropilene completamente riciclabile o riutilizzabile. Tutte cibi inoltre che possono essere anche conservati in frigo anche per 2/3 giorni e consumati quando si vuole, senza l’ansia di doverli ordinare all’ultimo momento quando si ha già fame”.

Angelo Pezzella, un pizzaiolo napoletano a Roma

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Angelo Pezzella è uno che ama le sfide e ama anche vincerle visto che anni fa ha mollato il lavoro di orafo per intraprendere la strada del pizzaiolo e diventare campione mondiale di pizza napoletana e oggi maestro di pizza partenopea affermato nella capitale.

Chiacchierando con lui ci racconta: “Nella mia vita ho rincorso un sogno. Da buon napoletano, la pizza è stata per me l’alimento con cui sono cresciuto insieme ai piatti tipici della mia regione. Da grande ho stravolto la mia vita e la mia famiglia per rincorrere il mio sogno di diventare pizzaiolo. Pizza e famiglia sono il mio mondo a cui trovo la forza per affrontare ogni giorno”.

Passione e amore per la pizza non sono semplici parole usate per definire il suo lavoro, sono veramente gli ingredienti che utilizza nelle sue creazioni e il sapore si sente a ogni morso. Farine selezionate, anche integrali e sapientemente mixate, lunghe lievitazioni per un impasto morbido e digeribile, cornicioni alti e alveolati, materie prime di grande sapore e qualità.

Durante il lockdown

Dopo mesi di stop forzato (Angelo aveva chiuso prima ancora delle disposizioni ministeriali, non ha effettuato né delivery né asporto), il pizzaiolo napoletano ha riaperto le porte del suo ristorante e ha anche inaugurato un dehors dove accogliere in sicurezza, tra il verde e al fresco, i suoi clienti. In questi mesi nessuna pausa, è stato un periodo di ricerca e studio per il suo nuovo menù in cui troviamo la tradizione della pizza napoletana e della cucina partenopea, un viaggio tra i sapori inconfondibili della sua terra. Un viaggio che ci porta nella tradizione della pizza napoletana, ma che gioca anche con la rivisitazione di alcuni classici come con la pizza 1734, una marinara con aggiunta di alici e polvere di olive.

Il nuovo menu

Pizze classiche, pizze fritte, panuozz, pizze integrali e in ognuna l’emozione di assaporare e conoscere il gusto della classica pizzeria napoletana. Tra le pizze classiche non mancano la Margherita, la Marinara e la Verace con pomodoro, mozzarella di bufala campana Dop tagliata a fette, basilico e olio evo a crudo. E poi ci sono le novità, quelle nate dagli “esperimenti” di questi ultimi mesi: “Ho voluto introdurre nel menù delle nuove pizze che omaggiano i miei amici e colleghi pizzaioli napoletani nonché la città di Roma dove vivo e lavoro”.

C’è l’omaggio al suo maestro Martucci, con vellutata di friarielli con acqua di ricotta, calcagno a crosta liscia, salsiccia e provola di Agerola: una vera golosità. C’è l’omaggio ad Antonello Venditti con la sua Roma Capoccia con provola di Agerola, pomodorini gialli e rossi del Piennolo DOP ricotta dura di Montella o la pizza Terra mia, omaggio a Pino Daniele, con provola di Agerola, scarola, olive, capperi di Pantelleria, pinoli.

E l’elenco delle pizze speciali non finisce qui, tra le tante spicca la delicata Rosso di Mazara con tartare di gambero rosso di Mazara, stracciata, valeriano e zeste di limone perfetto come apertura e in abbinamento a una bollicina rosa o la Profumo di Tropea con provola di Agerola, filetti di tonno sott’olio, polvere di olive leccine e croccante di cipolla di Tropea. Due pizze che racchiudono i sapori del sud.

Il costante lavoro di ricerca

Nuove idee, nuove consapevolezze, un mondo nuovo dove ogni sua creazione ha una precisa personalità, sapori equilibrati ma distinti che arrivano al cuore. Una ricerca e una attenta selezione delle materie prime, di altissima qualità, che si combinano perfettamente tra profumo e gusto. E in questa combinazione si miscelano insieme l’originalità e il rispetto della tradizione di Angelo Pezzella.

Dovremo imparare a fare ristorazione in un modo nuovo, in una modalità che garantisca la sicurezza di tutti“, questa la sua ultima dichiarazione durante il lockdown. Ora ci dice: “Abbiamo atteso, sofferto, e studiato senza sosta per ripartire pronti verso un nuovo inizio”. E tra le novità, oltre al menu e al giardino, anche nuovi spazi interni di sala e cucina, ampliati e rinnovati nel look, un menu elettronico fruibile tramite QR code in alternativa a quello classico.

L’adrenalina è tanta e anche la soddisfazione, non solo quella che sale dal cuore dopo aver mangiato la pizza, ma quella che intuisci guardando il sorriso pieno e gli occhi brillanti del maestro Pezzella.

Meno stereotipi e più marketing per una Calabria da scoprire

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Qualche settimana fa la compagnia aerea low cost Easyjet ha pubblicato sul suo sito un post per invogliare turisti e viaggiatori occasionali a scegliere come loro meta la Calabria. Poche frasi, pochi minuti e sul web si è scatenata, non a torto, la bufera. In sintesi lo spot recitava: “Per un assaggio autentico della vivace vita italiana, niente di meglio della Calabria. Questa regione soffre di un’evidente assenza di turisti a causa di mafiosi e terremoti e per la mancanza di città iconiche come Roma o Venezia capaci di attrarre i fan di Instagram”.

Gli inutili stereotipi

Una palese campagna marketing giocata sugli stereotipi, quelli più classici, negativi e banali. Una campagna che mette il dito nella piaga, scegliendo un tone of voice patetico e quasi solidale (come a dire “Povera Calabria!”) sbagliando ancora di più.

Sul web, dalle istituzioni, blogger e giornalisti fino ai cittadini calabresi e non, sono insorti sdegnati chiedendo le scuse della compagnia e la rimozione della campagna. La risposta di Easyjet è stata immediata: con tanto di scuse ufficiali ha sostituito il testo incriminato con uno molto più poetico e descrittivo, per poi – ipotizziamo anche – ordinare la fucilazione del copy.

La vera Calabria

Proviamo a rispondere anche noi (chi scrive ha sangue calabro nelle vene), cercando però di dare una risposta differente dalle tantissime che sono state pubblicate nei giorni passati, in cui si esaltava la Calabria per le sue bellezze naturalistiche, la tradizione, la storia antica e l’enogastronomia. Sono stati tanti i blog e i magazine on line a proporre la Calabria come meta turistica dando gli spunti migliori per il viaggio ideale: tour tra cantine e ristoranti stellati e non, la Sila e le escursioni, il mare e le coste, i Bronzi di Riace, i musei e tutto quello che è doveroso scoprire in questa regione.

Da parte nostra confermiamo la bellezza e la bontà di questi luoghi, ma cerchiamo di rispondere facendo un’analisi prima digitale all’errore o alla gaffe di Easyjet, che sbaglia il suo “content marketing” su tutta la linea e poi su quello che manca ad una regione bella da togliere il fiato.

Google translate, arma a doppio taglio

Per prima cosa rileggendo lo spot pubblicitario ci si accorge subito che si tratta dallo stile più simile a quello di Google translate che di un bravo copy di una traduzione in italiano di qualche testo pescato on line. Questa “sfumatura” diventa subito un’ulteriore aggravante e un esempio di superficialità di chi ha ideato la campagna, che di Calabria non ne sa palesemente niente. Nessuna ricerca o approfondimento, nessun tour virtuale tra coste e montagne di questa regione italiana, confermando che per un efficace content marketing c’è bisogno del contenuto, qui assente a parte un quadro stereotipato fatto di mafia, terremoti e case bizzarre costruite su cime.

Giocare con gli stereotipi nel marketing si può, grandi brand lo hanno fatto e con risultati anche ironici, ma la riuscita sta nel saper ribaltare lo stereotipo a sorpresa, lasciando chi legge o chi guarda spiazzato perché l’eroe della storia si trasforma in un antieroe. Un esempio è il babbo natale di Quattro Salti in Padella, che imbroglia il bambino per mangiare tutto il pollo, trasformandosi da buono in cattivo. Ve lo ricordate?

La poca conoscenza

La mafia c’è, esiste e non si può far finta di non vederla, come spesso accade. La mafia c’è e non è solo in Calabria, la troviamo in tutta Italia e nel mondo, è stata esportata in modo capillare e quindi questo dovrebbe essere un deterrente per qualsiasi turista venga nel nostro paese. I terremoti catastrofici non si registrano poi dai primi del 1900. In compenso ci sono i fan di Instagram, che a quanto pare sono i nuovi marketer del turismo e sono loro a definire i criteri di un posto turisticamente più o meno appetibile e le città o i borghi calabresi pare non lo siano. E anche qui si pecca di scarsa conoscenza. Se proprio si voleva usare un cliché sarebbe stato più indicato parlare dell’accoglienza e dei sorrisi dei calabresi, di come sanno farti sentire in famiglia e di come qualsiasi mamma, zia o nonna in Calabria ha come primo pensiero la cucina e l’obiettivo di farti prendere dei chili, quasi fossero souvenir da portare via.

Se poi di stereotipi vogliamo parlare non rimangono senza critiche anche le risposte che sono state date. Tutte corrette e tutte ricche di particolari, dalla rabbia del Presidente di Regione Iole Santelli all’Assessore al Turismo, passando per i vari tweet dei nostri politici fino agli articoli tipo “10 posti da visitare in Calabria, 5 ristoranti da scoprire in Calabria ecc..”. Risposte repentine e che hanno messo in luce quanto di bello ci sia in questa regione sotto tutti i punti di vista. L’orgoglio calabro si è svegliato e all’onta risponde immediatamente sfoderando i suoi vanti. Alla fine l’intera vicenda diventa fortuitamente un’operazione di promozione e di marketing a vantaggio della Calabria, magari invogliando i turisti e facendo scoprire novità e bellezze a tutti, da chi in Calabria ci vive a chi viene da fuori.

L’importanza del marketing territoriale

Un orgoglio che però dovrebbe palesarsi più spesso, non solo quando ci si sente offesi, e ciò che è definito un vanto dovrebbe essere promosso maggiormente. In poche parole la Calabria dovrebbe fare più marketing territoriale e farlo con la partecipazione attiva delle istituzioni, delle associazioni e delle aziende. C’è tanto da raccontare di questa terra: storie di vite, personaggi iconici, luoghi ameni, borghi, prodotti tipici, una cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità radicata. Negli ultimi anni le nuove generazioni muovono i passi nell’imprenditoria locale, si sono aperti al web, ai social, hanno capito che bisogna saper raccontare ciò che sono e il loro territorio di appartenenza se si vuole far crescere il tessuto economico. Hanno capito che la sinergia vince su tutto e che una regione spettacolare come questa, potrebbe come tante altre, vivere di turismo, enogastronomia compresa. In questa sinergia tra le imprese ci sarebbe bisogno di una maggiore forza e presenza istituzionale, di più investimenti, di progettualità lunghe e costanti che diano linfa e che sappiano portare la Calabria ai primi posti delle classifiche turistiche.

I sapori di Calabria

La grande bellezza sta dovunque, va valorizzata ed è questo che spesso non si trova al Sud. Valorizzare con le parole, con le immagini, con il servizio, con la cultura, valorizzare soprattutto con l’impegno e la passione. E di bellezza ce n’è sempre di più anche in cucina, con il riconoscimento di nuove stelle, di ristoranti fine dining, chef emergenti e non che tornano dopo esperienze importanti in Italia e all’estero, diventando valore aggiunto e rompendo gli schemi di una cucina solo tipica. In un mondo di food e wine lovers la Calabria è veramente la nuova meta da scoprire. Qui ci sono materie prime di eccellenza che il mondo intero invidia come il bergamotto, il cedro o la liquirizia, prodotti tipici come ‘nduja, peperoncino, soppressate e caciocavalli su cui si sono costruite iconiche e ironiche immagini di un popolo, ma che rimangono i must della tradizione; ci sono le grandi aziende come il Gruppo Caffo, Amarelli, Callipo, Librandi; ci sono i grandi oli e i grandi vini che puntano alla riscoperta di specie autoctone e poi ci sono i piccoli imprenditori e gli artigiani che traducono in sapore e forme la loro cultura. E sono proprio questi ultimi quelli che cercano di fare più rumore, di dare voce al sistema, di rompere gli schemi e gli stereotipi e dare una spinta verso la crescita.

Tutto questo rappresenta il content marketing della Calabria, una regione in cui si torna volentieri se si è già stati, ma che nella maggior parte dei casi si è poco curiosi di scoprire. Ecco cosa bisogna far nascere nei turisti la voglia e la curiosità della scoperta. Gli ingredienti ci sono tutti, ora bisogna trovare la ricetta giusta.

Dafne Garden Cafè, un’oasi verde e gourmet a Prati

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C’è un posto a Roma, nel quartiere Prati, che somiglia a un piccolo rifugio verde, un angolo intimo del quartiere in cui le piante e la natura spezzano la monotonia del grigio del cemento e dei palazzi. È un posto nuovo e si chiama Dafne Garden Cafè, un esclusivo caffè, dallo stile minimale ed elegante, che si nasconde all’interno dell’Apollo Boutique Hotel.

Un piccolo giardino in città

Il luogo ideale per una pausa pranzo, una colazione o un brunch, ma anche per un aperitivo per chi è di passaggio, per chi lavora in zona e per gli stessi ospiti dell’hotel. Qui il tempo sembra rallentare, varcare il cancello del Dafne Garden Café è un po’ come entrare in un’oasi e staccare la spina con il traffico e i ritmi frenetici della città. Merito del lavoro accurato fatto dallo studio Doppio Tratto di Francesca e Valentina Angelini insieme a Fleur Garden Trastevere, chiamato per curare l’allestimento del garden design e dello spazio esterno del bar. Uno stile inconfondibile che firma il dehors del palazzo: il verde del giardino crea una vera e propria macchia mediterranea, in cui piante, foglie e fiori giocano come se fossero veri elementi architettonici con le geometrie degli arredi di ispirazione retrò e con le luci, dando vita a un’atmosfera singolare e accogliente.

La proposta gastronomica di Federico Cari

Il “green” non è solo un elemento di arredo, ma anche l’ingrediente principe su cui lo chef freelance Federico Cari ha voluto costruire il suo menu dolce e salato. Dalla colazione all’aperitivo passando per il brunch, i cocktail e vini tutto si ispira alla natura, un continuum cercato e riuscito tra l’ambiente e il piatto.

L’offerta gastronomica, strutturata tra colazione, pranzo e aperitivo, si basa su un’attenta selezione di piccole aziende agricole laziali del circuito di Campagna Amica che fornisce ortaggi, frutta e verdura. Tutti i lievitati e il pane, provengono dallo storico forno Roscioli, mentre la carta dei vini è stata costruita con un’impronta naturale, prediligendo produttori di nicchia italiani.

Le parole dello chef

Federico Cari, pastry chef e consulente con un passato in ristoranti stellati come ‘Il Convivio’ , ‘Caino’ o ‘Dal Pescatore’  e anche socio co-founder di ‘Bompiani’, celebre pasticceria romana, per descrivere il suo menu ci dice: “ Ho voluto creare una proposta food adatta alla zona, molto dinamica e legata al lavoro, ma allo stesso tempo pensata per chi abita il quartiere con ritmi più rilassati e uno stile sofisticato. Ho subito visto nel Dafne Garden cafè una micro oasi verde e volevo che questo si riflettesse anche nelle proposte food”.

I golosi panini

Verdure ed erbe aromatiche sono le regine del menù – ideale e amato dai vegetariani, ma non solo – a partire dalle insalate, così come nei panini gourmet preparati al momento. Primo fra tutti il Club Sandwich Vegetariano che ti conquista al primo morso e ti lascia un ricordo indelebile, con pane integrale e verdure, come pomodoro verde, melanzane e zucchine al forno, profumato con erbette aromatiche estive fantastiche, in un equilibrio perfetto di consistenze e sapori.

Panini gourmet espressi studiati in base agli ingredienti di stagione, che diventano delle coccole per il palato, un esempio è l’Apollo con melanzane grigliate, patè di carciofi, Parmigiano Reggiano 24 mesi, pomodori o lo Sweet con gorgonzola Dop, pere caramellate, radicchio trevigiano, noci vesuviane.

I dolci e il momento della merenda

Da non dimenticare la parte dolce da degustare a colazione o per un break pomeridiano da accompagnare con colorate centrifughe. Anche qui un gioco di colori e frutta di stagione come per i pancake golosi o i waffles proposti anche nella versione con robiola, salmone ed erba cipollina, in un contrasto dolce-salato che non delude. Una proposta mirata, calibrata nel gusto, che soddisfa i palati più golosi senza tradire il mood “wellness e green”. E con l’autunno tante novità dolci e salate, con delle proposte della casa, anche in una versione delivery o pret a manger.

Il progetto della famiglia Pontecorvi

L’intero progetto porta il nome della famiglia Pontecorvi, da sempre nel settore hotellerie, giunta alla terza generazione, che ha deciso di rilevare l’intera struttura ricettiva di via Fornovo e trasformarla in un boutique hotel di categoria superiore. 14 camere diverse tra loro per colori e arredo, qualità ed esclusività dei servizi per accogliere turisti e business traveller. Il Dafne Garden Café fa oggi da apripista allo stesso Boutique Hotel, in un periodo in cui occorre una buona dose di coraggio per dar vita a progetti così importanti, ma che saprà guadagnarsi il meritato successo, considerate le premesse “gourmet”, la posizione di cui gode e l’entusiasmo e la passione con cui è gestito.

Caffo, lo specialista dei liquori storici

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Chi non conosce il Vecchio Amaro del Capo? Prodotto simbolo non solo di una regione, ma di un’azienda, Caffo Antica Distilleria, che ha costruito la sua fama commerciale e oggi anche di brand su questo liquore amata da tutti. Il Gruppo Caffo produce e distribuisce alcolici dal 1915 e si compone di varie distillerie: la storica e più antica con sede a Limbadi in provincia di Vibo Valentia e l’unica distilleria in tutta la Calabria, fiore all’occhiello del gruppo tanto da aggiudicarsi il premio come Miglior Distilleria Italiana 2019 all’Annual Berlin International Spirits Competition, e poi la Distilleria Friulia e Mangilli entrambe in provincia di Udine.

Alla conquista del mercato internazionale

A quanto pare, e i fatti lo confermano, il 2020 è l’anno del Gruppo Caffo 1915, che nell’arco di qualche mese ha portato a termine due importanti acquisizioni nel settore degli alcolici. Ad aprile c’è stato l’acquisto dello storico marchio PetrusBoonekamp, che entra a far parte della gamma di prodotti Caffo mentre all’inizio di giugno 2020 la società calabrese mette a segno un altro colpo grosso con l’acquisizione del marchio storico Ferro China Bisleri. E non dimentichiamo l’acquisizione di Elisir Borsci San Marzano nel 2013, che nell’arco di questi anni è tornato in auge nei consumi, grazie al rilancio studiato proprio da parte del Gruppo Caffo 1915.

Operazioni di successo che portano ad un ampliamento importante del Gruppo Caffo 1915, non solo da un punto di vista produttivo, ma di conquista del mercato nazionale ed estero. Una diversificazione di prodotti che abbraccia gusti e abitudini di consumo altrettanto diversificate come conferma lo stesso Sebastiano Caffo vicepresidente e AD per spiegare l’obiettivo dell’operazione: “Queste acquisizioni fanno parte di un più ampio progetto di crescita per linee esterne, diversificazione e di internazionalizzazione del gruppo”. 

Petrus e il nord Europa

Di Petrus dice: E’ il più antico tra gli amari in commercio (1777), da considerare il padre di tutti gli amari. Essendo noi leader in Italia nella categoria, abbiamo intuito subito le potenzialità di questo prodotto apprezzato dai consumatori che scelgono i cosiddetti ‘amarissimi’ e che non è quindi in concorrenza diretta con Vecchio Amaro del Capo, il nostro brand principale”.

Già di proprietà di Gio.Buton azienda storica bolognese nel settore alcolici, per poi passare al Gruppo Cinzano e successivamente all’inglese Guinness poi confluita nella multinazionale Diageo ora Petrus è passata a pieno titolo al noto gruppo del beverage di qualità, che ne organizzerà nei prossimi mesi il grande rilancio in Italia e nel mondo. Il piano di rilancio di Petrus prevede la riorganizzazione e il potenziamento della presenza dell’amaro all’estero, partendo dai mercati più interessanti come il nord Europa, in particolare l’Olanda, Paese d’origine di Petrus, e i Paesi vicini storicamente interessati al consumo di questa tipologia di amari.

La storia di Petrus

L’amaro Petrus nasce in Olanda nel 1777, all’epoca delle rotte commerciali con le Indie e l’Oriente. Le merci trattate riguardavano spezie, aromi, piante medicinali, erbe officinali e proprio da una selezione di queste erbe, PetrusBoonekamp, liquorista olandese, ricavò un infuso amarissimo che, bevuto dopo i pasti, ne rendeva agevole la digestione. Petrus è un amaro dal gusto ricco, l’amarissimo per antonomasia perché privo di zucchero tra gli ingredienti. Un plus che lo rende unico nella ricetta e nel sapore. È ‘L’amarissimo che fa benissimo’, come recitava il suo famosissimo claim negli anni ’70 e rappresenta nella storia dei liquori il padre di tutti gli amari, l’antesignano di una tradizione di distillati alle erbe di cui il Gruppo Caffo 1915 si sente a tutti gli effetti l’erede. Lo stesso Giuseppe Caffo dice: “Quando ero molto giovane, l’amaro Petrus era un punto di riferimento in quanto all’apice del suo successo in Italia. Un successo così clamoroso che per lanciare Vecchio Amaro del Capo avevo inventato una sorta di pubblicità “comparativa” che iniziava proprio, con “Non è olandese …”. a quei tempi, mai avrei immaginato che un giorno sarebbe entrato a far parte del nostro gruppo aziendale!”

Il rilancio di Ferro China Bisleri

Stesso destino di rilancio internazionale per la new entry Ferro China Bisleri, nota specialità a base di ferro e corteccia china, dapprima di proprietà Cinzano che la deteneva dagli anni Ottanta, poi confluita insieme ad un ampio portafoglio di marchi in Diageo, la multinazionale che ora l’ha ceduta a Gruppo Caffo 1915.  Continua Sebastiano Caffo: “Per molti anni, Ferro China Bisleri è rimasta quiescente nel portafoglio di Diageo che non ha mai puntato al suo rilancio, fino ad arrivare a cessarne la distribuzione. E qui siamo intervenuti noi con il nostro gruppo sempre nell’ottica di un’operazione di rilancio di brand storici italiani, ma anche di tutela, come già fatto in precedenza con l’Elisir Borsci S. Marzano”.

Noi che siamo nati in questo settore, conosciamo bene la potenzialità del marchio Bisleri. Questa acquisizione rappresenta una grande conquista sia per il suo glorioso passato che per la sua storicità. Dal 1881, ha attraversato con gli italiani guerre, epidemie, carestie e viaggiato con i nostri emigrati in ogni angolo del mondo”, racconta Giuseppe Caffo, Presidente di Gruppo Caffo 1915.

Gruppo Caffo 1915 si appropria, dunque, dei grandi marchi storici della liquoristica italiana, operazioni commerciali che implicano anche una scelta di grande responsabilità e di valorizzazione della storicità e del valore di questi prodotti.

Ci raccontano, infatti, i titolari: “Ferro China Bisleri, nasce all’epoca come innovazione ed è divenuto parte della nostra tradizione. Il nostro primo obiettivo sarà riposizionarlo con la sua identità originaria, a metà tra la galenica e la liquoristica; su questo presupposto, abbiamo costituito una nuova società che si occuperà anche di sviluppare nuove specialità e la prima diversificazione è già allo studio.

La storia di Ferro China Bisleri

Ferro China Bisleri vanta, infatti, una grande storicità e memorabilità del marchio, un potenziale che non è passato inosservato alla famiglia Caffo che ha fatto di tutto per riportare ‘a casa’ un’icona del Made in Italy, alla quale puntava da anni.

Fu inventata da Felice Bisleri, un garibaldino con la passione per la chimica, l’erboristeria e i liquori che nel 1881 riesce a portare sul mercato, prima italiano e poi mondiale, il suo prodotto riconosciuto da tutti per le virtù ricostituenti e salutari, tanto da essere ‘prescritto’ dai medici di famiglia come corroborante. Utilizzato nelle case degli italiani come cura per l’astenia, la debolezza, come ricostituente dopo le malattie e persino come rimedio per il corpo durante le epidemie di malaria e di colera. Questo perché il suo ingrediente principale era il ferro e poi era cosa risaputa che dalla China (altro suo elemento base) si estrae il chinino usato per curare per la malaria. E pare siano numerose le testimonianze storiche che ne confermano il successo nel mondo, ovunque erano presenti comunità di emigrati italiani. Egli anni è stato imitato, specialmente nel periodo di oblio, da liquori che si riproponevano con la sua stessa formula, ma l’etichetta Bisleri ha avuto sempre dalla sua l’affetto dei consumatori, rimasti legati al prodotto anche grazie a una prima campagna di marketing che recitava “Volete la salute?” legandola all’immagine di un leone ruggente, che ne ha segnato positivamente l’impatto e che si è protratta negli anni.

Prendendo spunto dalla sua storia e dalle sue stesse caratteristiche intrinseche si pensa anche di far tornare il marchio in farmacia, oltre che attivare una rete commerciale capillare su tutto il territorio per dare il giusto posto nel mercato.  La bottiglia sarà sempre la stessa,originaria del 1881, leggermente rivista con un restyling che manterrà tutto il fascino della sua storia.

La ricetta originale

L’infuso, già in lavorazione negli stabilimenti Caffo, sarà proposto secondo la ricetta originale con una gradazione alcolica di 21 gradi, seguendo per intero e nei dettagli la ricetta storica manoscritta da Felice Bisleri il cui originale è stato ritrovato grazie alla collaborazione di un suo discendente diretto. Una formula segreta che prevede infusi tutti naturali di erbe rare, erbe benefiche e gradevoli, dalle proprietà digestive e dei due ingredienti principali: la corteccia di china calissaya e il citrato di ferro.

Inoltre, in virtù delle sue caratteristiche, Ferro China Bisleri sarà proposta anche in mixology e come vero aperitivo e certamente anche in ristorazione come digestivo.

Con queste due operazioni il Gruppo Caffo si conferma come l’azienda specialista dell’amaro ora non solo italiano, ma anche europeo. Tappe importanti nel percorso di crescita che dimostra come forte sia la volontà di conservare e valorizzare il patrimonio dei migliori spirits italiani e del mondo.

A scuola di Social Food Photography con Vatinee Suvimol

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Con l’avvento dei social network, da Facebook a Instagram passando per i numerosi blog di cucina, la rete parla di cibo ormai in tutte le lingue del mondo: ricette e piatti per tutti i gusti dal junk food al gourmet, dalla pizza ai piatti tradizionali, senza tralasciare calici di vino e cocktail, ma in tutto questo “food and beverage” non è sempre facile trovare delle belle foto.

Oggi che la comunicazione visual ha sorpassato le parole e che una buona immagine diventa la base per costruire un’identità riconoscibile non si può chiudere un occhio sull’importanza di una foto professionale. E non ci riferiamo solo a blogger e food lover oramai instagrammer incalliti, ma anche ai ristoratori e a quella fetta di operatori del settore che si affidano spesso al fai da te per la gestione dei propri profili social e per la loro comunicazione quotidiana.

Vatinee Suvimol, A Thai Pianist

Non vogliamo condannare il fai da te ovviamente, siamo invece critici con l’improvvisazione e la mancanza di cura dei dettagli, che in questo caso particolare fa la differenza. Scelta della location o costruzione di un set, scelta delle luci e dell’inquadratura, tutto deve rispondere a delle esigenze, tutto deve essere messo insieme come gli ingredienti di un piatto per poter raccontare quel piatto con lo stile più avvincente, più personale e più identitario possibile. Avere cura delle sfumature significa proprio questo, riuscire a raccontare una storia che si arricchisce di aggettivi, scene e personaggi.

E tutto ciò diventa possibile anche se non si è un fotografo professionista, ma ti avvicini con passione ad una macchina fotografica e cerchi di guardare le cose in modo nuove per poi presentarle agli altri. Questa è la storia di Vatinee Suvimol, thailandese di nascita e bergamasca di adozione, avvocato di professione e foodblogger conosciuta in tutto il web dal 2011 quando decide di aprire il suo blog di cucina e  lo dedica a quel padre thailandese che non aveva mai conosciuto, un pianista thai: nasce così athaipianist.com.

La sua bravura è stata quella di saper raccontare la sua vita, la Thailandia e i viaggi, la famiglia attraverso le immagini prima di tutto, che si distinguevano da altre per eleganza e leggerezza. In poco tempo Vatinee è diventata un punto di riferimento per i nuovi food blog che dal 2012 cominceranno a popolare il web, nel 2014 è tra i fondatori di iFood.it, portale di ricette e network di oltre 200 food blog italiani, food stylist, coautrice e food photographer di libri di cucina come Cake Roll, Malvarosa Edizioni 2015 e Le Fluffose, iFood 2016 e per arrivare alla sua autobiografia: La Mia Storia Thai nel 2017.

Oggi a distanza di tre anni dal suo ultimo lavoro editoriale torna sulla scena del mondo Food con “Social Food Photography”, edito da Hoepli editore quinto libro della collana DMT Digital Marketing Turismo, curata da Nicoletta Polliotto.

La Social Food Photography

Social Food Photography già dal titolo si ripromette di essere una guida pratica, dedicata a coloro che vogliono approcciarsi al mondo della Food Photography, acquisendo le nozioni e le conoscenze di base necessarie per l’evoluzione digitale della propria attività.

Già leggendo l’indice e guardando le immagini di cui il volume è ricco se ne intuisce l’obiettivo: “questo libro vuole essere un manuale pratico, con esempi di backstage, suggerimenti su come ottenere immagini food accattivanti, analisi su come comunicare il cibo online: un libro utile e ispirazionale per chi vuole avvicinarsi al mondo del food photography e per chi vuole servirsi dello stesso come nuovo strumento di comunicazione” sottolinea Nicoletta Polliotto curatrice della collana.

La passione per la fotografia

Ma questa passione per la fotografia da dove nasce? Ci spiega Vatinee: “Quando cominciai a pubblicare ricette thailandesi sul mio blog, mi chiesi se qualcuno avrebbe mai replicato un mio piatto, considerando che la cucina thai non era ancora conosciuta in Italia. E così, puntai tutto sulla fotografia. I miei noodle dovevano essere così eleganti, così sublimi, così saporiti all’apparenza da creare curiosità nei miei lettori. Poi mio marito mi regalò una reflex entry level e iniziai con i primi scatti di food dal soggiorno di casa mia, sfruttando la luce naturale, ricorrendo a stratagemmi casalinghi per ottenere qualche effetto e puntando sulla bellezza della presentazione. Da lì a poco, le mie foto divennero riconoscibili in tutto il web”.

Un percorso personale che fa capire come la passione e l’impegno messo in ciò che facciamo, insieme allo studio e alla pratica costante, possa portare a grandi risultati. Vatinee nel tempo è riuscita a creare un suo stile fotografico, riconoscibile e riconducibile a lei. E in questo suo volume l’autrice è proprio questa strada che ci vuole indicare: “continuo a ribadire che non sono una professionista, ma mi piace trasmettere l’idea che chiunque può fotografare e diventare fotografo di se stesso e dei propri piatti”.

A chi si rivolge “Social Food Photography”

Tanti consigli, suggerimenti e spunti utili per fare delle fotografie del cibo che siano belle e accattivanti nelle pagine di questo libro, dedicato a chef, ristoratori, strutture ricettive, piccole imprese, food blogger alle prime armi, ma anche a social media manager, instagrammer, food lover e, in generale, a tutte quelle persone che necessitano di alcune nozioni e conoscenze di base per lanciarsi nel mondo della food photography o semplicemente per rinnovare le proprie gallery social.

Cosa trovare nel libro

Chiunque, senza per forza possedere grandi mezzi e con un po’ di inventiva, è in grado di fotografare e diventare fotografo di se stesso e dei suoi piatti, è proprio questo il leitmotiv del libro, che spiega anche in che modo è possibile trasformare le immagini food in un forte strumento di comunicazione sul web e sui social media.

Il manuale è composto da due nuclei: un primo nucleo, dove sono contenuti suggerimenti su come fotografare, sia utilizzando il proprio smartphone, sia utilizzando una reflex; dove viene spiegato come allestire dei set, sfruttando quello che ognuno potrebbe avere a portata di mano all’interno della propria casa, sia set più professionali. Il secondo nucleo, invece, spiega come sfruttare le immagini create sul web per potenziare e far crescere le proprie attività o semplicemente per rinnovare i propri profili social ed aggiornarsi sugli ultimi trend.

Un percorso “didattico” colorato e divertente con la prefazione di Monica Bianchessi, chef e volto tv e all’interno dei vari capitoli si trovano i contributi di di food fotografi, creative designer, food influencer ed esperti del mondo digital come: Luca Perego (pasticcerie e food influencer), Francesco Pruneddu (social media manager e food stylist),  Anna Rita Granata (foodblogger e lifestyle influencer), Marica Milano (graphic designer e instagrammer), Anna Fracassi (art director e foodblogger), Manuela Bonci (fotografa e esperta di comunicazione), The Deers (food & branding fotographers), Alessia Stano (docente e foodblogger), Ilaria Barbotti (digital pr e influencer marketing specialist), Nicoletta Polliotto (project manager e consulente per aziende food) e Monia Taglienti (digital strategist).

Poche regole, molta creatività e altrettanta sperimentazione sono le cose che dobbiamo mettere in gioco per creare immagini appetitose. Perché quando cuciniamo, mangiamo o siamo vicini al cibo, entrano in gioco tutti i sensi. Il cibo è sinestetico e il coinvolgimento totale parte proprio dai nostri occhi. E la vista diventa ancor più protagonista quando siamo obbligati solo a osservare una pietanza, ecco che in questo caso per chi vuole “dire qualcosa” con un piatto ha il compito di stimolare tutti i sensi di chi guarda e far sembrare il cibo così bello da indurre a pensare che sia anche più buono del suo reale sapore.

La pizza stellata di Berberè, un omaggio solidale alla Calabria e ai suoi artigiani

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La Fase 2 è una fase di rilancio per tutti, tempo di riaperture e di ritorni. Si cerca di farlo con entusiasmo e con ottimismo, nonostante le difficoltà del momento, economiche e non solo. Tempo anche di conferme per chi ha proposto durante il lockdown nuovi servizi o nuovi menu o di sperimentazione e restyling come in fondo dovrebbero essere tutti “i ritorni”.

Dalla ristorazione in genere ci aspettiamo tante novità, non solo per la soddisfazione del nostro palato, ma per l’intero sistema agro-alimentare. Inutile negarlo la ristorazione, a qualsiasi livello, ha delle grandi responsabilità nei confronti della filiera. Dalla cantina al piccolo produttore artigiano tutti hanno dovuto rallentare per forza di cose, ma ora è giusto ingranare di nuovo la marcia e partire. E per farlo alla giusta velocità ci vuole sinergia, collaborazione o chiamiamola pure solidarietà gastronomica.

Di esempi se ne sono visti diversi in questi mesi, a partire dalle forme delivery di ristoranti che hanno coinvolto i loro fornitori, ora in questa fase si torna a impiattare e in questo gesto ci deve essere il coinvolgimento di tutti gli attori della filiera.

La “Pizza stellata” di Berberè

Ecco allora l’iniziativa di “Berberè pizzerie” dei fratelli Aloe, che nella stagione del post emergenza sanitaria riaprono i 12 locali, tutti muniti di dehor esterno, presentando il nuovo menù primavera-estate e inserendo, per la prima volta in carta, una “Pizza stellata“.

La pizza di Luca Abbruzzino

Il lievitato è creato in collaborazione con lo chef stellato Luca Abbruzzino ed è dedicato alla Calabria, terra di origine degli Aloe e dello stesso chef. La pizza calabrese, con Nduja di Spilinga, peperoni arrosto, olive nere, capperi, pecorino crotonese, fiordilatte, menta. Tutti ingredienti rigorosamente con accento calabro.

Un omaggio non solo al proprio territorio di appartenenza, ma anche un inno all’artigianalità del Sud. “La crisi che stiamo vivendo e che vivremo da qui ai prossimi anni – afferma lo chef e fondatore di Berberè Matteo Aloe nel commentare le novità introdotte – mette a rischio tutti, ma ancor di più i territori più fragili e quindi anche gli artigiani che lavorano in questi territori. Mi è venuto quindi spontaneo pensare alla Calabria e ai suoi meravigliosi resistenti-artigiani, perché tutti parleremo di Wall street e Piazza Affari, ma sarà difficile parlare di chi produce pecorino nel crotonese, vino nel cosentino, ‘nduja nel vibonese”.

Regione e Tradizione

Questa scelta di regionalità e tradizione porta a un coinvolgimento diretto dei piccoli produttori e a rimettere in moto l’economia di scala, ma non solo. C’è anche, nella scelta di un prodotto artigianale e di qualità, la valorizzazione di uno specifico territorio, la conoscenza nei consumatori di prodotti unici e delle loro tradizioni. La pizza stellata di Abbruzzino e degli Aloe si traduce in una proposta culturale e un atto solidale.

Tutte le pizzerie a marchio Berberè avranno in menu la “Pizza stellata”, confermando anche le loro classiche e super gettonate. A questo punto ci aspettiamo l’abbinamento al tavolo con una birra artigianale made in Calabria o un buon Cirò rosato o un Magliocco Terre di Cosenza.

Un esempio questo che dovrebbe e potrebbe essere accolto e magari moltiplicato per le nostre venti regioni, tutte ricche di bontà, qualità e artigiani che lavorano con passione.