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Giusy Ferraina

Felicità alimentare

La felicità alimentare, istruzioni per riconoscerla

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Esiste la felicità alimentare? E soprattutto cos’è?

Questi gli interrogativi di partenza dai quali Alex Revelli Sorini e Susanna Cutini, gastrosofi e docenti dell’Università San Raffaele di Roma, sono partiti per dar vita al loro libro Manuale di Gastrosofia, approccio multidisciplinare alla felicità alimentare, edito da Alieno Editrice.

La felicità alimentare

Secondo i due studiosi di alimentazione non ci sono dubbi, la felicità alimentare esiste ed è il risultato di una combinazione perfetta e consapevole di diversi ingredienti. Ingredienti non solo da cucinare, che troviamo nel piatto, ma anche complementari ad esso come la scelta, la preparazione, l’estetica, la convivialità e la cura del proprio corpo.

Le parole di Alex Revelli Sorini chiariscono ulteriormente il concetto: “la felicità alimentare si basa a nostro avviso su un approccio multidisciplinare legato alla cultura della sostenibilità e del consumo consapevole. La consapevolezza di ciò che mangiamo è alla base di tutto e ci porta a seguire, o inseguire, un’alimentazione virtuosa fonte di benessere”.

La felicità a tavola non si raggiunge, dunque, mangiando tanto, ma mangiando bene e proiettando l’atto del nutrirsi come forma esperienziale e non solo materiale. “In questo senso il cibo è tra le esperienze più in grado di stimolare la socialità e la conseguente felicità della persone – racconta Susanna Cutiniè proprio l’atto del mangiare e la soddisfazione del palato, coinvolgendo pancia e testa che dona felicità. Assolutamente non da sottovalutare ciò che viene prima del piatto, ovvero la preparazione, momento ricco di potenza spirituale. L’atto del cucinare si sublima come dono per chi mangerà con noi. E il discorso forse si amplifica ancora di più se cuciniamo per noi stessi, evitando pranzi precotti e rosticcerie, ma dedicandoci del tempo ai fornelli”.

L’esperienza del cibo

Un concetto quello dell’esperienza del cibo non nuovo, declinato in ogni forma di percorso enogastronomico e turistico, che ha dei fondamenti veri basati sul rapporto diretto tra il cibo e la mente.

“In una società liquida come la nostra c’è bisogno di multidisciplinarietà, è l’unico approccio possibile in cui i saperi si intersecano e si combinano, come nutriente di mente e corpo – sottolinea Alex – il cibo è memoria prima di tutto, è desiderio di conoscenza e non solo di sazietà. Ogni sapore innesca dei processi mentali, partecipa a nuove scoperte, si traduce in linguaggio e racconto. Mangiare va al di là dell’atto fisico, è una raffinatezza cognitiva, è quel piacere di conoscere e riconoscere con tutti i sensi i valori culturali degli oggetti assimilati.”

Come perseguire la felicità alimentare

Ma cosa si deve mangiare per essere felici? Un panino e un bicchiere di vino come cantavano al Bano e Romina, una pizza, gelato, cioccolato o le lasagne della mamma? Forse anche queste cose, ma come ci spiegano gli autori: “Sei felice se la tua dieta prevede con regolarità, oltre a ciò che piace che è portatore di felicità assoluto, cibi stagionali, funzionali per l’organismo, veri, frugali, fascinosi e festosi. E sugli ultimi due punti entrano in gioco l’estetica in quanto la bellezza di un piatto è anche cultura e la convivialità che è fondamentale per la felicità e il benessere. Allo stesso tempo esistono le azioni della felicità alimentare, che sono: nutrirsi, muoversi e appassionarsi”.

Il Manuale di Gastrosofia

Quanto elencato nel loro Manuale di Gastrosofia viene spiegato da più punti di vista, ovvero secondo le diverse discipline che concorrono alla gastrosofia: nutrizione, sociologia, antropologia, analisi sensoriale, fisiologia. Più angolazioni per interpretare il cibo in modo completo e comprenderlo in toto, è questa la chiave interessante di questa visione felice, che a quanto pare è anche misurabile. Esiste, infatti, una formula matematica per misurare l’indice di felicità alimentare di un piatto, che vede la somma dei valori da 4 a 10 della sua Biodiversità, semplicità, bontà e bellezza diviso la sua quantità il tutto moltiplicato per la convivialità.

La sintesi di questo viaggio tra tante discipline e ingredienti si racchiude nel manifesto della felicità alimentare, alla fine del volume, e ancora di più in quelli che sono i diritti e i doveri se volete “assaggiare” la felicità. E tra i cinque punti elencati il secondo è quello che ci fa capire quale direzione prendere: “E’ diritto di tutti ricevere un’educazione del gusto. E’ dovere di ciascuno sviluppare un’educazione al gusto coltivando il risveglio dei sensi e imparando a scoprire i sapori e modi di alimentarsi”.

Da qui deriva la nostra consapevolezza e a questo punto la strada verso la felicità alimentare è tutta in discesa.

Alessandra Farinelli

Alessandra Farinelli: il lato bello della pizza

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Si parla molto, forse troppo, di pizza nell’ultimo periodo. Ma in fondo parlarne è un po’ come mangiarla, difficilmente ci si stanca. La pizza è golosa, semplice o gourmet, al taglio o tonda, non annoia mai, sceglierla da un menu è sempre un’impresa ardua e viene l’acquolina in bocca solo a guardarla.

Le immagini di Alessandra Farinelli

L’ambiente legato alla pizza ed ai pizzaioli sta vivendo un momento di vera gloria. E quando si parla di pizza nella maggior parte dei casi si fa riferimento a quella napoletana, la mamma di tutte le pizze, nominata dop e patrimonio dell’Unesco (o meglio, il mestiere del pizzaiolo napoletano). Una tipologia riscoperta, valorizzata, portata al vertice delle classifiche da pizzaioli sempre più attenti e creativi, da molti chef che incuriositi hanno deciso di mettere le mani in pasta. Ne sa qualcosa in materia Alessandra Farinelli, fotografa professionista e napoletana doc.

Dalla fotografia pubblicitaria alla food photography per chef, aziende e riviste, la sua esperienza è molto ampia, ma la pizza sia per identità territoriale, per affetto e gola è diventata la sua musa ispiratrice e protagonista, quasi assoluta, dei suoi lavori.

Alessandra Farinelli

L’estetica dei piatti

Una storia, la sua, che inizia con macchine fotografiche casalinghe e improvvisate alla ricerca del soggetto ideale: “Scattavo con qualsiasi macchina, anche con quelle use e getta quando non avevo una macchina fotografica sotto mano, andavo in giro a immortalare tramonti, viaggi e luoghi, persone, ma in realtà le mie foto non mi piacevano, fin quando non ho scoperto l’estetica dei piatti. Mi piaceva vederli e crearli. Per un periodo ho addirittura fatto la chef at home pur di poterli realizzare. Il salto l’ho fatto quando ho trasportato l’estetica del piatto nella fotografia, lì ho capito che quella era la mia strada. Avevo trovato il mio soggetto ideale”.

Questo il ricordo di Alessandra, che sottolinea: “sono amante del bello e del godereccio. Tra un reportage di guerra e un shooting in una cucina o un albergo preferisco quest’ultimo. Mi piacciono i luoghi belli, dove vivere momenti speciali, rilassarsi. Dal cibo nei piati, alle cucine, dagli alberghi agli interni di case sono sempre alla ricerca dell’unicità, di quel bello che colpisce, di combinazioni perfette di forme e colori”.

E poi in mezzo a tutto questo bello e buono c’è la pizza.

L’amore per la pizza

Amo la pizza e fa parte della mia alimentazione da sempre e sicuramente è il mio alimento preferito. Ho scoperto, assaggiato, conosciuto e apprezzato tutte le varianti e gli “stili”. La trovo la base perfetta per qualsiasi topping e ingrediente e possiamo dire che oggi i nuovi pizzaioli ci sanno stupire continuamente con le loro creazioni”.

Continua Alessandra Farinelli: “Amo fotografare la pizza, anche se è un alimento molto difficile da immortalare in uno scatto. La forma è sempre la stessa e questo obbliga a giocare con i cromatismi. Da un punto di vista tecnico funzionano molto i cornicioni alti che creano volume e dinamismo, ma non devono esserci bolle di bruciato e poi ci deve essere tanto colore, qualsiasi colore: vivo, acceso che si distacchi dalle nuance tenui della base. Altrimenti si rischia di cadere nella monotonia”.

Il progetto Pizza on the road

Tutta questa esperienza e competenza nel mondo pizza nascono non solo dalla personale passione per questo alimento, ma anche da una lunga collaborazione con Tania Mauri e Luciana Squadrilli, con cui ha formato un trio variegato di professioniste che ha girato l’Italia alla scoperta di pizze, farine, impasti e pizzaioli e realizzato il libro “La Buona Pizza” edito da Giunti. A questo racconto di viaggio attraverso la pizza gourmet d’Italia, dal Piemonte alla Basilicata, in luoghi anche periferici tutti da scoprire, segue poi il blog “Pizza on the road”, punto di riferimento del web per il mondo pizza, sempre curato dalle tre esperte pizzologhe.

Alessandra Farinelli

Gli scatti ai protagonisti

Altro capitolo è fotografare chi la pizza la fa. “E’ bellissimo fotografare le persone mentre lavorano – ci racconta Alessandra –  in questo momento esprimono al meglio la loro personalità, sono liberi di esprimersi per ciò che sono, cadono le barriere e quell’aria schiva di quando ti vedono arrivare. E quando si ritrovano davanti una donna le loro perplessità, o chiamiamole anche puzze sotto al naso, aumentano. Per non parlare dell’approccio che hanno quando vedono arrivare una donna, brigate tutte composte e richiamate all’ordine dagli chef. Scene che a volte mi fanno sorridere. Da qui, però, si intuisce quanto sia importante trovare l’empatia e il connubio giusto tra chef e fotografo. Solo in questo modo hai la possibilità di realizzare lo scatto perfetto”.

Enoturismo

L’Enoturismo e le Cantine Lungarotti

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Torgiano, è un piccolo paese nel cuore dell’Umbria in provincia di Perugia. Qui sorge l’azienda Cantine Lungarotti, celebre agli appassionati ed agli intenditori di vino per la sua storicità e le sue etichette, prima fra tutte il Rubesco. Tra il borgo e la cantina nel tempo si è creato una sorta di simbiosi, un’identità profonda e tangibile, che si può praticamente toccare con mano.

Il vino come cultura ed arte

Il merito delle Cantine Lungarotti non è solo quello d’aver creato un’economia locale stabile, un punto di riferimento per la produzione di qualità del vino, aver costruito un vero e proprio brand, ma anche e soprattutto di aver concretizzato negli anni un’esperienza intorno al concetto di vino, che non è solo qualcosa da bere, ma soprattutto qualcosa da avvicinare, conoscere. Qualcosa definibile cultura e arte e che richiama altrettanta cultura e arte.

Sostare a Torgiano per una giornata o un weekend significa vivere il vino e ciò che esso rappresenta a tutto tondo: storia, arte, natura, produzione, gastronomia. Tutto accade nel raggio di un chilometro appena, da un capo all’altro del paese e si riesce a comprendere cos’è veramente l’enoturismo.

L’enoturismo

Oggi si parla tanto di enoturismo come la nuova frontiera di un’economia sana e intraprendente, come l’opportunità di piccole e grandi cantine di creare indotto, di valorizzare con la loro presenza piccoli centri la cui unica ricchezza sono le vigne. Ben venga quindi l’enoturismo, soprattutto quello intelligente, che ha capito che il vino non è solo un prodotto da vendere o da raccontare, ma soprattutto da vivere, in ogni fase di produzione e in ogni declinazione.

Qui a Torgiano l’enoturismo ha una lunga storia, non è figlio degli ultimi anni, ma si muove di pari passo al successo delle Cantine Lungarotti, grazie alla visione lungimirante e ispirata di una donna, Maria Grazia Marchetti moglie di Giorgio Lungarotti.

La storia della Cantina

È una storia lunga quella di Lungarotti e della sua famiglia. Vigne e terreni messi a produzione con successo già nel ‘700 e che lungo i secoli hanno confermato la potenzialità della terra umbra nella produzione del vino. Una data storica è sicuramente il 1936, quando Giorgio Lungarotti assume la direzione dell’azienda e rivoluziona la produzione sia in vigna che in cantina, con un obiettivo ben preciso: conquistare il mercato nazionale e far conoscere l’Umbria come regione vocata all’enologia anche all’estero. C’è tanta sperimentazione, lavoro e passione dietro a questo grande progetto, rappresentato dal Rubesco Riserva e Torre di Giano, i due vini di punta e più rinomati. Il primo oggi pluripremiato ed esportato in circa 50 paesi.

La fondazione e il museo del vino

Parte da qui l’azione trainante dell’azienda per Torgiano per l’Umbria intera. E se Giorgio si dedica alle vigne, alla vinificazione e a far crescere e conoscere l’azienda, accanto a lui c’è Maria Grazia che capisce fin da subito che il vino è il concetto su cui lavorare. Grazie a lei nasce la Fondazione Lungarotti e il Muvit, Museo del Vino, aperto nel 1974 a Torgiano nel Palazzo Graziani-Baglioni. Un museo interdisciplinare, che si sviluppa in venti sale e oltre 3000 manufatti esposti. Una collezione di reperti archeologici, attrezzi e corredi tecnici per la viticoltura e la vinificazione di varie epoche storiche, ma non solo: troviamo qui dipinti, ceramiche, arte orafa, tessuti ed opere di Mantegna o Picasso oltre a tutto ciò che rappresenta un dialogo tra l’arte e il vino, testimonianze dell’immaginario collettivo dei popoli nel corso dei millenni.

La sua funzione non è solo quella di raccogliere opere ma, come sostiene la Fondazione, che ne gestisce le attività di conoscenza del mondo del vino e della sua lavorazione, anche di educare le nuove generazioni al vino e al bere consapevole grazie alle tante attività didattiche e ai laboratori proposti.

Cantina e degustazione

Ma il vino è anche cucina, degustazioni e abbinamenti ricercati. Si passa ad un altro tipo di percorso, anch’esso sensoriale ed emozionale. Dopo la visita completa delle vigne (dove è possibile fare escursioni o vivere la vendemmia) e della cantina, tra sale, cunicoli ed escursioni termiche notevoli, la grande barricaia e la stanza delle pupitres, i vecchi sistemi di imbottigliamenti e trasporto aereo delle bottiglie, ideate da Giorgio Lungarotti, c’è la stanza delle riserve, in cui riposano bottiglie impolverate di oltre cinquant’anni. Dopo tutto questo arriva il momento della degustazione di quei vini che sono stati raccontati in dettaglio, nella loro evoluzione.

Il percorso gastronomico

Bollicine, bianchi, rosai, rossi e passiti, un percorso completo a cui abbinare la cucina dello chef che propone tutte le materie prime del territorio in un gioco di combinazione e abbinamento a chilometro zero. Tutto studiato per i visitatori in una serie di pacchetti tra cui scegliere, comprensivi anche di ospitalità in agriturismo di proprietà.

E al di fuori della cantina cosa accade? Il piccolo borgo di Torgiano immerso nel verde è vocato al relax e all’enogastronomia, relais con spa e trattamenti al vino, ristoranti gourmet e non, dove ovviamente trovare solo il vino Lungarotti è testimonianza di come il vino in questo paese virtuoso sia divenuto elemento forte di un sistema di promozione integrata che garantisce un insieme produttivo e turistico di grande qualità.

Cirò Revolution

La chiamano Cirò Revolution

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La Doc Cirò spegne quest’anno 50 candeline e la IV edizione del Cirò Wine Festival, che si è tenuta il 9 e il 10 agosto scorso, è stata l’occasione ideale per celebrare questo importante anniversario. Una Doc che è un marchio identitario per la regione, un marchio sempre più conosciuto in Italia e nel mondo, riscoperto ancora di più negli ultimi anni con la nascita di piccole realtà produttive che hanno dato nuova linfa al territorio cirotano.

La Cirò Revolution

Parlare di vino calabrese porta subito a pensare al Cirò e ad una serie di cantine, quali ad esempio Librandi e Ippolito 1845, che sul territorio hanno fatto la storia e sviluppato economia. Ma gli artigiani del Gaglioppo sono tanti, sono giovani e hanno avviato da alcuni anni la cosiddetta Cirò Revolution.

Una vera e propria rivoluzione concettuale prima di tutto, che si rispecchia nell’equazione Cirò = Gaglioppo, senza variazioni sul tema come il disciplinare concede.

L’espressione di un territorio

Il Cirò deve essere espressione di questo territorio, deve portare nella bottiglia la vicinanza del mare, le diverse tipologie di terreno, il nostro lavoro. Il Cirò per come lo intendo io, e tutti gli altri miei amici viticoltori che fanno parte di questo movimento è Gaglioppo al 100% e niente altro”. Queste le parole di Sergio Arcuri, uno degli esponenti del gruppo di vignaioli testardi e orgogliosi che hanno deciso – e questa volta bisogna dire viva la tradizione purista – che il Cirò, nella sua versione sia rossa che rosata, deve essere ottenuto solo da uve Gaglioppo.

La cantina ‘A Vita

Primo fra tutti a “predicare” questa rinascita della denominazione Cirò è stato Francesco de Franco, titolare della cantina ‘A Vita, che ha ereditato le vigne di famiglia e dopo anni passati lontano dalla Calabria, ha deciso di tornare e di puntare su quelle che sono le sue origini (sostenuto dalla moglie friulana).  “Sarà retorica come frase, ma il vino lo facciamo in vigna. Seguiamo le viti passo dopo passo, le curiamo una ad una per poter ottenere un vino che sia espressione di questo territorio. Io non voglio fare il mio Cirò, ma il Cirò”.

Mentre parla dell’impegno che ci vuole in vigna, della scelta di essere un vignaiolo naturale e di affidarsi al ciclo della natura, senza chimica aggiunta, ma curando meticolosamente le proprie piante, ci indica la costa. Sono chilometri di vigna lungo il mare, duemila ettari in tutto, ma soltanto un quarto sono rivendicate a Cirò, divisi in parcelle con caratteristiche organolettiche diverse, che si arrampicano sulle colline dai terreni sabbiosi e guardano la Sila. Gli elementi climatici ci sono tutti, i venti di scirocco e tramontana che determinano la salubrità della vite e le escursioni tra il giorno e la notte che aiutano a tirare fuori gli aromi dell’uva.

Cirò RevolutionLe vigne di Gaglioppo

La maggior parte delle vigne di Gaglioppo sono allevate ad alberello e ciò comporta una presenza in vigna perenne, più volte al giorno, con una lavorazione tutta manuale. La resa è bassa, di alta qualità aromatica e organolettica, piccole produzioni per ogni cantina di qualche migliaio di bottiglie, che arricchiscono il patrimonio enologico della Calabria.

Insieme ad ‘A Vita e Arcuri c’è anche Cataldo Calabretta, tra i fautori e sostenitori della Cirò Revolution, Vicepresidente del Consorzio del Cirò e Melissa, che alla domanda “qual è il vostro obiettivo” risponde subito: “Vogliamo contribuire a migliorare la doc, lavorando tutti insieme. La nostra è una battaglia per il territorio”.

Il vino biologico e naturale

Dalle parole dei rivoluzionari del Cirò si intuisce subito la passione che alimenta questa generazione di vignaioli, che non si fanno concorrenza, ma collaborano, si confrontano puntando a migliorare sempre di più il prodotto. Hanno scelto la strada del biologico e del naturale, dove naturale significa artigianale, prendersi cura della vigna, saper intervenire non in modo artificiale, saper restituire al vino quelle che sono le caratteristiche dell’uvaggio. E come sottolinea Sergio Arcuri, che vinifica in cemento come facevano il nonno e il padre tanti anni fa e come fa anche Calabretta: “il Gaglioppo è un vitigno riconoscibile al primo sorso, dal colore un po’ scarico, con un corpo che è dato dal sole, agli aromi di spezie, frutta rossa, erbe aromatiche e una sensazione tannica particolare e unica, che non ti puoi sbagliare. E ogni Cirò sa essere diverso perché è frutto di quell’uva e di quel lavoro, non possiamo pensare a un gusto standard o a un colore sgargiante, per noi è inammissibile e come perdere identità”.

Il rosato calabrese

Gaglioppo in purezza dicevamo, per il Cirò rosso e rosato, mentre Greco Bianco, sempre in purezza o con aggiunta di Malvasia per il Cirò Bianco. Ed è necessario spendere qualche parola sul rosato calabrese, un vino di tradizione, riconosciuto e consumato. Come spiegano i nostri artigiani questo è sempre stato il vino di casa, quello di tutti i giorni a tavola, mentre il rosso era considerato il vino delle occasioni speciali. Un vino che oggi ha una grande riscontro sul mercato e dà molta soddisfazione negli abbinamenti gastronomici. E poi, vista la lunga tradizione, pare che sia uno dei migliori d’Italia.

Insieme a Francesco, Sergio e Cataldo in questa piccola grande rivoluzione troviamo anche cantina Tenuta del Conte, Dell’Aquila, Cote di Franze, Scala, Cantine Greco,  per citarne alcuni e tanti altri nuovi giovani produttori che guardano a questo movimento sinergico e di identità come la strada maestra, da cui anche i grandi stanno prendendo ispirazione per ridare al territorio e al Cirò il grande valore che merita.

Luigi Lepore

Luigi Lepore e la sua idea di Calabria in cucina, oltre la tradizione

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La mia cucina non avrebbe senso di esistere altrove, lontano dalla mia terra”. Una affermazione sicura e orgogliosa apre la chiacchierata con lo chef Luigi Lepore, al quale abbiamo chiesto di raccontare questa avventura gastronomica “fuori dagli schemi” per una regione come la Calabria.

La terra delle tradizioni

Un territorio profondamente radicato nelle sue tradizioni, dove la cucina dei nonni con i suoi piatti tipici non è stata mai tradita ed è da sempre considerata come un approdo sicuro “se vuoi mangiare bene e abbondante”. Di questa tradizione, di una terra “bella e difficile”, come l’ha definita più volte Corrado Alvaro, e della sua storia, del carattere della sua gente, testarda e dal cuore grande, del sole, del mare e della campagna Luigi Lepore ha preso tutto. Ha assorbito sapori, odori, sensazioni, dando vita alla sua visione enogastronomica.

I vicoli di Nicastro

La nostra degustazione ha luogo nella zona dei vicoli del centro storico di Nicastro (Cz), tra vecchie facciate e palazzi d’epoca, con l’accoglienza del maître Alfredo, con il suo sorriso solare ed il servizio preciso, che accompagna il commensale nella scelta e nella conoscenza dei piatti.

La ricercata eleganza

Un’eleganza minimale ci circonda, pochi coperti, il calore degli elementi in legno e dei tavoli rotondi, illuminati e senza tovaglia, si alterna alle pareti. Unico vezzo la parete specchiata, che riflette i commensali in un gioco quasi cinematografico, per poi scoprirsi quale porta scorrevole che conduce al regno dello chef.

Il percorso di degustazione ci permette di assaggiare e capire immediatamente la filosofia culinaria di Luigi Lepore e della sua brigata. Piatto dopo piatto le sue idee hanno trovato una esplicita conferma: le proposte ci hanno fatto percepire le potenzialità e la volontà di una Calabria che può andare oltre la tradizione senza tradire i sapori originali, definizione sintetica che descrive al meglio il concept gastronomico del Luigi Lepore Ristorante.

Una cucina coraggiosa

Un progetto di ristorazione coraggioso, che cerca e trova la sua identità nelle materie prime del territorio, bagaglio culturale profondo dello chef, interpretato con esperienza. Sono le materie prime della terra, quella povera e contadina, protagoniste assolute della cucina di Lepore: nessun ingrediente manca all’appello, nessun ingrediente è una comparsa. Pochi elementi che danno vita ai piatti, con i loro sapori forti, a tratti audaci, ma sempre equilibrati e alla ricerca dell’emozione. Tutti sapientemente trasformati nella forma, nelle consistenze, ma che riconosci ad ogni assaggio anche ad occhi chiusi.

La prova d’assaggio

C’è il pomodoro nella sua versione “a insalata con basilico” perché il pomodoro è questo al sud, nella versione “Sorbetto di insalata di pomodoro e basilico in acqua di cetriolo” in apertura del nostro percorso. Segue poi il Baccalà prezzemolo e limone con la sua semplicità e genuinità. Ci sono le paste, ricordo di ricette antiche, che giocano sui ripieni e i contrasti, come i Bottoni ripieni di peperone al brodo di liquirizia, dove la dolcezza dell’interno si scioglie nel brodo che domina il palato.

Ma anche la versione gourmet della “stroncatura”, ricetta tipica calabrese, una pasta prodotta con le crusche dello scarto della molitura (si racconta che la farina venisse letteralmente “spazzata” da terra e che per  motivi igienici era  proibita ma venduta di contrabbando nelle botteghe) condita con olio, aglio, peperoncino, sarde, olive, pomodori secchi, “mollica di pane” tostata, riproposta da Lepore sotto forma di tortello con cui fare un viaggio verso le origini e ritorno. Arrivano poi il maiale e l’agnello, dalle cotture lente, accompagnati da crema all’aglio o salsa di pesca merendella (frutto che cresce solo nel catanzarese e nella piana di Lamezia Terme).

La pasticceria

E infine arriviamo ai dolci, ma sarebbe riduttivo chiamarli dessert. Piccoli gioielli di creatività, pensati e curati dal pastry chef Federico Cari, in cui anche gli ingredienti più semplici o poveri come il finocchietto selvatico e il peperoncino, proposti in un sorbetto, trovano un’espressione alta e alternativa, per non parlare del gelato all’alloro, vera esperienza, o dell’assoluto di limone, sorpresa ed emozione per il palato in una verticale di limone che non ti immagini.

La carta dei vini

Ad accompagnare la cucina di Lepore una carta dei vini che ovviamente punta con orgoglio alla territorialità (ma non solo), proponendo prodotti e cantine di nuova generazione, con lavorazioni in anfora, cemento o naturale.

Dal sorbetto iniziale di insalata di pomodoro al gelato all’alloro i sapori dell’infanzia dello chef Lepore, ma anche di chi questi posti li vive e li conosce, prendono una forma e consistenza nuova. La sua è una sfida difficile da affrontare con coraggio, ma i presupposti per lasciare un segno importante nel panorama ristorativo calabrese ci sono tutti.

Il menu degustazione

Sorbetto di insalata di pomodoro e basilico in acqua di cetriolo
Baccalà prezzemolo e limone
Bottoni ripieni di peperone al brodo di liquirizia
Ricordo di stroncatura
Agnello con salsa di aglio e pesca merendella
Guancia di maialino sedano rapa e salsa al mandarino
Gelato all’alloro
Assoluto di limone
Panificazione propria con lievito madre.

Luigi Lepore

Andrea Camilleri

L’effetto Montalbano. L’eroe di Camilleri vero e proprio strumento di marketing.

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Andrea Camilleri ci ha lasciati e con lui se ne va un grande artigiano di storie, uno scrittore che amava raccontare, anche quando non poteva più scrivere, ma che più di ogni altra cosa amava giocare con la lingua e gli intrecci. Ci mancherà quella sua voce roca impastata di fumo, quel dialetto che ha preso il sopravvento sulla lingua italiana, la fotografia di una Sicilia storica e contemporanea, immobile nei suoi paesaggi, nei suoi profumi, nel cibo. E poi ci mancherà lui, Salvo Moltabano, il commissario più amato, quasi come Poirot, Maigret, Pepe Carvalho, Nero Wolfe.

Il commissario Montalbano

Un personaggio entrato nelle case di tutti noi, volenti o nolenti, prima dalle pagine di un libro, poi con la fiction in tv, divenendo quasi un amico, in cui riconoscere pregi e difetti di chi cerca di essere a suo modo un bravo poliziotto, umano fino in fondo e mai un super eroe.

Ma uno dei pregi più grandi di Montalbano non è stata tanto l’ideale lotta contro il crimine o la mafia, ma l’essere diventato nel tempo un vero e proprio strumento di marketing territoriale. Un personaggio che ha con i suoi luoghi e l’amore viscerale per il buon cibo saputo valorizzare un angolo di Sicilia o forse l’intera isola, riaccendendo l’attenzione sulle tradizioni artigiane, vinicole e gastronomiche, rilanciando il turismo e distraendoci in senso positivo da un’immagine stereotipata di una regione immobile e problematica.

Tutto inizia nel 1999 con la messa in onda dei primi episodi delle avventure del commissario di che non solo registrano anno dopo anno, anche nelle repliche, milioni di telespettatori fidelizzati, ma un boom di crescite nel tempo di visite turistiche.

I dati del successo

Si può parlare di un vero e proprio effetto Montalbano, che dura da quasi 18 anni. Secondo i dati il turismo in Sicilia e la sua “attrattiva” nel sud-est è cresciuto, dal 1998, al ritmo del 12-14% l’anno e se nel 2014 nell’area iblea si registrano 829.000 turisti (414.000 italiani e 415.000 stranieri), nel 2017 le presenze passano a 1.200.000 con un 48 % in più. La provincia di Ragusa con il suo territorio di nicchia si è ritrovato a competere, vincendo anche, con quelli da sempre reputati i luoghi culto del turismo siciliano: Siracusa, Agrigento, Taormina, Palermo, isole Eolie.

La Sicilia di Montalbano

I luoghi di Montalbano sono gli scenari delle sue indagini, delle sue abitudini, delle sue lunghe passeggiate, delle “sciarratine” con Livia o con Catarella. Se Andrea Camilleri, ha ambientato i suoi racconti nei più importanti angoli dell’agrigentino, come Porte Empedocle, Sciacca, Menfi, inventandone i nomi ma conservandone le fedeli descrizioni, la tv per logiche di riprese ha trasformato luoghi come Punta Secca nella celebre Marinella con la casa di Montalbano, Donnalucata in Marina di Vigata, Ragusa in Montelusa, il castello di Donnafugata nella casa di Balduccio Sinagra, la Fornace Penna nella famosa Mannara, il Municipio di Scicli nel commissariato.

Simbolo di questo enorme successo e di questa rivitalizzazione turistica è la casa di Montalbano, che ha portato Punta Secca a essere conosciuta in tutto il mondo, in un posto dove di villeggianti fino a vent’anni fa non ce n’era nemmeno l’ombra. Oggi invece la villetta in Corso Aldo Moro 44, che altro non è che un B&B, è meta di migliaia di appassionati della serie, che arrivano fin laggiù anche solo per scattare una foto davanti alla terrazza del commissario.

Montalbano e il cibo

Tra i luoghi di Montalbano due sono quelli tra i suoi preferiti: l’osteria San Calogero teatro di lauti pranzi e cene nei primi romanzi e successivamente la trattoria a mare “da Enzo” e anche in questo caso non si parla di set, ma di ristoranti veri e propri dove i turisti fanno la fila per poter mangiare i piatti amati dal Commissario.

“All’osteria San Calogero lo rispettavano, non tanto perché fosse il commissario quanto perché era un buon cliente, di quelli che sanno apprezzare”.

La tradizione culinaria siciliana

Montalbano non è quindi un comune commensale, ha fatto riscoprire non solo la cucina siciliana al resto d’Italia, ma una profonda ritualità e rispetto per il cibo. Pranzare insieme al commissario significa entrare in una dimensione intima e silenziosa con i piatti cucinati.  L’eroe di Camilleri è un intenditore, un gourmand della tradizione, dalla pasta ‘ncasciata di Adelina, alla pasta coi broccoli o con le sarde, le sarde a beccafico, i crudi di mare, le triglie fresche fritte, passando per gli arancini, i cannoli siciliani e la frutta martorana o le cassate ogni ricetta tipica rivive con famelica energia nei vari romanzi.

Non esiste avventura senza un menu del giorno dedicato, con cui Salvo Montalbano, non solo placa la sua fame, ma vive una sorta di godimento del palato e della mente. Nel suo solitario silenzio (vietato parlare se si è in due), ogni forchettata è un dialogo profondo con quella creazione, con quella materia prima magistralmente trasformata che lo fa letteralmente evadere.

Il cibo di strada

Ecco nuovamente l’effetto Montalbano. Una riscoperta totale della tradizione: materie prime povere, cibo di strada, ricette dei nonni tutto torna fortemente di moda, cercato e voluto, da chi legge le storie del commissario. Ma ancora di più si scopre il piacere della tavola, quello lento, il piacere di assaggiare e gustare, di vivere la cucina in un equilibrio tra la religiosa devozione e l’eros.

“L’antipasto fatto solo di polipi alla strascinasali parse fatto di mare condensato che si squagliava appena dintra alla vucca. La pasta col nìvuro di siccia poteva battersi degnamente con quella di Calogero. E nel misto di triglie, spigole e orate alla griglia il commissario ritrovò quel paradisiaco sapore che aveva temuto perso per sempre. Un motivo principiò a sonargli dintra la testa, una specie di marcia trionfale. Si stinnicchiò, beato, sulla seggia. Appresso tirò un respiro funnuto.
Dopo lunga e perigliosa navigazione, Ulisse finalmenti aviva attrovato la sò tanto circata Itaca”. 

Winelivery

Winelivery: bere bene a domicilio.

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Se finora il food è stato il protagonista del delivery, il sistema consegna a domicilio, è importante non sottovalutare la sempre crescente richiesta per quel che concerne il beverage. Da qualche anno già oltreoceano la tendenza ‘Drink Delivery‘ impazza ottenendo grandi successi, e visto che anche in Italia il vino e il delivery dal 2015 stanno vivendo il loro momento d’oro, perché non pensare a un progetto che li sappia combinare insieme?

Eh sì, abbiamo approfittato della palese mancanza sul nostro mercato di questo tipo di servizio, cercando di sfruttare le due ondate favorevoli di attenzione e aumento del consumo del vino di qualità e del delivery per “inventarci” la nostra App per bere”. Questa la genesi di Winelivery come raccontato dalla sua founder Andrea Antinori.

Andrea Antinori e Francesco Magro sono gli ideatori di questo progetto che da sperimentale nel giro di qualche anno si è trasformato in un’azienda a tutti gli effetti dove lavorano più di 20 persone e quasi 200 riders.

 Come funziona App per Bere

Basta scaricare la app sul proprio cellulare o andare sul sito www.winelivery.com, scegliere tra le 1200 etichette presenti tra i vari prodotti beverage (birre, vini, bollicine, superalcolici, cocktail e ghiaccio) e aspettare appena 30 minuti, giusto il tempo che il riders citofoni a casa.

Il suo successo è chiaramente la funzionalità e velocità del servizio – come fa notare Andrea – una app facile da usare, un ampio catalogo tra cui scegliere e un sistema di logistica efficiente e veloce che recapita a domicilio qualsiasi etichetta alla giusta temperatura di degustazione. Con un servizio attivo tutti i giorni, dalle 11.00 di mattina all’1.00 di notte, il venerdì e il sabato fino alle 2.00”.

Ascolta il podcast dell’intervista ad Andrea Antinori e Alessandro Palmarin

La diffusione del servizio

Winelivery nasce come servizio di consegna di alcolici a domicilio a Milano nel 2016, ma sta già sconfinando in altre città italiane, già attivo a Torino, Bologna, Firenze, Bergamo, con quasi 100.000 download effettuati, sta per approdare a Roma e Napoli. E nella capitale è una questione di giorni.

“Essere a Roma era quasi obbligatorio e ci siamo riusciti, da luglio dovrebbe partire il progetto” – sottolinea Andrea Antinori – “In soli tre anni, Winelivery, è cresciuta in maniera considerevole grazie a tre round di investimento in Crowdfunding cha hanno finanziato la startup per quasi 2 milioni di euro portando a bordo più di 550 soci: oggi Winelivery è una delle startup più partecipate in Italia. Il fatturato di Winelivery è cresciuto più del 500% per due anni di seguito, con un incremento di ordini che ha permesso di passare dalle 2.500 bottiglie del 2016 alle 130.000 attese al termine del 2019”.

L’utente di Winelivery

Il pubblico?Winelovers, appassionati, professionisti, hanno risposto molto bene a questo progetto, e insieme a loro anche il target horeca e il mondo corporate con servizi di regalistica e catering che usufruisce del servizio, con grande agevolazione sul catalogo e sullo stoccaggio della merce. L’ampia user base e le skills di marketing hanno fatto di Winelivery una vera e propria “media-agency” a servizio di produttori e brand del mondo beverage” spiega Andrea.

La selezione

Vini, birre e alcolici vari a catalogo non sono scelti casualmente, un team di esperti sommelier è dedicato all’assaggio e selezione dei prodotti, che cambiano in base alle città, stagionalità, cercando di offrire al pubblico delle carte dinamiche da cui scegliere. Presenti un po’ tutte le regioni e anche vini internazionali: dal Cerasuolo d’Abruzzo, al Chinati, Cannanou o Barbera fino al Cheery Malbec argentino, dai classici brand di champagne alle bollicine siciliane,  In questo modo Winelivery si presenta anche come un ottimo strumento di posizionamento per le cantine e i loro prodotti, un canale di comunicazione dell’etichetta.

Un progetto con enormi potenziali di crescita, che al suo interno ha diversi elementi dal drink delivery alla media agency. Alle volte l’intuizione e la voglia di fare portano in luoghi inaspettati.

Antropologia

Antropologia alimentare per raccontare il cibo

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Si parla spesso di aziende e di prodotti, di come questi vengono venduti e comunicati, ma quanta attenzione si presta al consumatore e alle sue decisioni di acquisto? Marketing emozionale, marketing esperienziale, empatia, coinvolgimento sono tutte leve comunicazionali attraverso cui le aziende cercano di posizionarsi sul mercato, di attrarre il proprio target e fidelizzarlo. Ma dietro a queste strategie di “storie raccontate” ed “emozioni suscitate” ci sono studi dedicati che si basano su sociologia, psicologia e antropologia.

Quest’ultima mette insieme in un mix socio-culturale perfetto le varie discipline per dare quelle risposte di cui il marketing ha bisogno. Se da un lato i marketer fanno appello alle neuroscienze dall’altro lato c’è l’antropologia, ovviamente alimentare nel nostro caso, e questo ci fa capire quanto il consumatore sia al centro dell’attenzione, non solo nella fase di comunicazione ed engagement, ma già all’origine del prodotto e di come deve essere definito e raccontato.

L’intervista all’antropologa

Abbiamo chiesto a Lucia Galasso, antropologa di professione, di cosa si occupa l’antropologia alimentare nello specifico e soprattutto come si applica

L’antropologia in questo caso si declina sul cibo come realtà sociale con le stesse modalità con le quali si analizza una cultura diversa dalla nostra. L’alimentazione e il cibo sono sempre stati merce, valore e simbolo all’interno della storia del genere umano, ecco perché è importante tenere in considerazione queste dinamiche dal punto di vista antropologico, specialmente se vogliamo fare marketing eno-gastronomico” risponde la Galasso.

Dinamiche e processi decisionali studiati attraverso un’osservazione diretta, sul campo, a contatto con campioni di “buyer persona” che interagiscono con un luogo o un prodotto e che come racconta Lucia Galasso riescono a stupire con comportamenti che non ti aspetti.

Ascolta il podcast dell’intervista a Lucia Galasso

Obbligatorio a questo punto chiedere chi sono i consumatori di oggi, quanto sono preparati in relazione al cibo?

Lucia risponde senza esitazioni: “Da un lato abbiamo chi mangia per il piacere ludico del cibo e a cui non interessa cosa sta consumando e poi c’è all’altro estremo chi si interessa fin troppo, super attento alle etichette, alla tracciabilità o altri aspetti, certamente importanti, ma che vengono estremizzati. Tra i consumatori più attenti ci sono i millenials, figli delle nuove tecnologie, nativi digitali che rispondono in modo naturale alla facilità di reperire le informazioni su prodotti, cibi e locali in cui andare; che essendo “socialmente attivi” seguono le tendenze quasi come un dovere e che sono per educazione anche più sensibili ai temi del biologico, ecosostenibile, salubrità. Su questa categoria molte sono le aziende che stanno concentrando i loro studi per costruire un marketing funzionale ed efficace”.

E com’è il lavoro di un antropologo all’interno di un’azienda?

Per capire chi sono i consumatori a cui dobbiamo piacere è necessario studiare la singola persona e non i numeri totali, l’azione e non la generalizzazione o il dato astratto. Se vogliamo aiutare le aziende e risolvere i loro problemi bisogna capire chi è l’azienda e il prodotto da veicolare, poi osservare il potenziale consumatore (che sia in un gruppo di ricerca o che sia un soggetto singolo osservato al mercato o al ristorante in modo ignaro) capire come una persona interagisce con il cibo, come lo sceglie, cosa desidera, dove lo consuma e come lo consuma. Da queste osservazioni sul campo possiamo andare a lavorare sulla creazione di un prodotto e del suo lancio sul mercato o anche su operazioni di re-branding o riposizionamento di un prodotto”.

L’antropologia alimentare nella ristorazione

Ma gli antropologi alimentari non applicano la loro competenza e osservazione solo su prodotti o aziende, perché il cibo è anche ristorazione. E nel ristorante, infatti, si possono trovare tutti i tratti studiati dagli antropologi culturali: forme di scambio, modelli di produzione, di preparazione, consumo materiale e simbolico del cibo, ma non solo.

La pratica di mangiare fuori è diventata un’abitudine e in questa abitudine c’è l’affermazione di gusti e scelte e la loro conferma, c’è la ricerca, la sperimentazione e soprattutto la relazione tra cibo e persone e tra persona e persona. Peccato, come fa notare Lucia Galasso, che ancora non ci sia consapevolezza intorno alla necessità di studi antropologici applicati sul campo che sicuramente migliorerebbero i servizi della ristorazione, la gestione degli spazi e la loro vivibilità. Ma è solo questione di tempo.

NIO Cocktails

NIO Cocktails: experience a domicilio

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Chi l’ha detto che per gustarsi un buon cocktail occorre andare necessariamente in un locale? Quante volte sarà capitato di avere voglia di un drink dopocena comodamente seduti sul proprio divano di casa o di dover preparare un aperitivo per i propri amici? A questo desiderio hanno trovato soluzione due ragazzi, Luca Quagliano e Alessandro Palmarin, che spinti dalle stesse esigenze, ha voluto creare un cocktail che possiamo definire per gioco pret-à-porter e che mette insieme due aspetti essenziali: il buon bere e il delivery. Una staurt up alcolica di tutto rispetto e con le carte in regola il cui nome è Nio Cocktails e che i due founders raccontano con queste parole: “NIO Cocktails è la nuova frontiera del “bere bene”, un cocktail perfetto preparato dal mixologist di fama internazionale Patrick Pistolesi, già pronto da shakerare e versare nel bicchiere. In poche parole serve solo il ghiaccio. Needs Ice Only. NIO, appunto”.

Come funziona il servizio NIO Cocktails

Ma come funziona questo cocktail?  Alessandro Palmarin racconta, con orgoglio misto a entusiasmo: “Nio è il cocktail monodose, perfettamente mixato, pronto all’uso e da bere responsabilmente. Il liquido è custodito in un pack easy&chic sottile come un cd: basta agitare la confezione, strapparne un angolo e versare in un bicchiere con ghiaccio. Et voilà, il cocktail è pronto. Non occorrono barman, shaker, né particolari conoscenze di mixology: solo ghiaccio”.

Al momento esistono 14 differenti proposte tra cui scegliere, che includono i drink più popolari dal Negroni al Daiquiri, passando dal Tommy’s Margarita, Manhattan, Boulevardier, Gin Sour fino al Cosmopolitan, molto amato dal pubblico femminile. Lista in continua evoluzione, dicono, ma senza svelare troppo, sempre a cura di Patrick Pistolesi che firma un vero e proprio “cocktail calendar”.

Ascolta l’intervista ai ragazzi di NIO Cocktails su Radio Food Live

L’intuizione NIO come nasce?

Esattamente un paio di anni fa e come tutte le idee più originali semplicemente osservando la realtà. Eravamo al termine di una cena a casa tra amici, essendo tardi ma avendo ancora voglia di chiudere la serata e bere qualcos’altro senza muoverci da casa, ci siamo accorti che non avevamo molte alternative senza i giusti ingredienti disponibili (e senza le competenze) – racconta Alessandro – Da lì, è nata l’idea: perché non troviamo un modo per portare i cocktail direttamente a casa delle persone, ampliandone i confini al di fuori delle mura dei bar?”.

“Esatto – aggiunge Luca – con la nascita delle mie due figlie io e mia moglie ci siamo ritrovati con meno tempo a disposizione e sempre meno occasioni di uscire dopo cena. È stato lo spunto per creare un concetto rivoluzionario di cocktail che uscisse dalle mura di un bar per entrare a casa nostra, pronto in ogni momento, da assaporare da soli o condividere in compagnia. Se Maometto non va alla montagna…”.

Se guardiamo oltre confine l’idea cavalca una tendenza ben diffusa all’estero e che NIO Cocktails vuole portare anche in Italia: quella dell’house bartending, una pratica molto amata soprattutto dalle celebrities. E come prodotto italiano al 100% non smentisce la sua qualità sotto tutti i punti di vista. La prima cosa che salta all’occhio è il packaging innovativo accattivante e personalizzabile, che tralascia la solita bottiglia o il bicchiere da cocktail, ma si ispira a un design minimal chic, quello del cd, diventando un pezzo di design e di arredo a tutti gli effetti. E già da questo primo dettaglio, poco secondario, si intuisce il voler essere un nuovo modo di vivere il cocktail.

La consulenza di Patrick Pistolesi

A questo si aggiunge il gusto e l’equilibrio perfetto tra i mix esclusivi di Patrick Pistolesi offrono a chiunque la possibilità di assaporare un cocktail garantendo la migliore esperienza di degustazione al di fuori di un cocktail bar. E poi il suo essere al 100% un prodotto Mixed in Italy, come dichiarano Luca e Alessandro: “Con orgoglio sottolineiamo che NIO è al 100% italiano, usiamo i migliori spirits, senza aggiunta di conservanti, additivi o agenti chimici; vantiamo una nostra filiera interna e diretta di produzione, così come è italiana anche l’ideazione e la realizzazione dell’esclusivo packaging di design che custodisce i nostri cocktail”.

Per averlo? A parte lo shop on line sul loro sito www.nio-cocktails.com e la presenza su Amazon, c’è un servizio in più che li distingue come innovativi, la possibilità di avere il prodotto direttamente a casa con un sistema di delivery. Grazie, infatti, alla partnership con Winelivery, che in mezz’ora su Milano consegna NIO completo anche di ghiaccio a casa, e non solo perché NIO è stato pensato anche come proposta e soluzione per Hotel e Ristoranti che non godono della presenza di un bartender. “Non vogliamo fare concorrenza ai bartender o ai cocktail bar – dice Alessandro Palamarin  – amiamo troppo la cultura dei locali e dei cocktail, ma vogliamo proporre il nostro prodotto come prodotto aggiuntivo laddove la figura del mixologist o del semplice barman non c’è: hotel, ristoranti, eventi, catering, sfruttando il sistema di distribuzione b2b a cui ci siamo affidati”.

Anche da questo punto di vista NIO conferma il suo voler essere esclusivo e innovativo. Ora non ci resta che provare.

Scopri le tendenze del Food Delivery

Circuito da lavoro

Circuito da lavoro: lo stile in cucina

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Quando andiamo in un ristorante, siamo ospiti in un albergo o semplicemente prendiamo il caffè al bar, chi ci accoglie indossa una divisa, che per i colori e stile rappresenta il locale, la sua filosofia e diventa elemento di costruzione della sua identità. In questo caso il detto “l’abito non fa il monaco” non ha valore, anzi rafforza “l’essere” e l’essenza del posto nel quale ci troviamo.

Proprio per soddisfare questa esigenza di identità aziendale esiste il settore dell’abbigliamento da lavoro che produce le classiche divise, grembiuli e giacche di ogni foggia. Poi c’è chi come Laura Bottomei, stilista dell’azienda Circuito da Lavoro, riesce a portare l’esperienza della moda nel mondo della cucina e dell’ospitalità. Food & design si sposano nel vero senso della parola, dando vita a capi originali e innovativi che trasformano la divisa tradizionale in un vero e proprio abito, con uno stile ben preciso e ricercato in grado di unire praticità, funzionalità, gusto, ma soprattutto lo stile tessile e sartoriale 100% made in Italy.

Circuito da lavoro

Da tante persone Laura Bottomei è stata definita la promotrice di una rivoluzione di stile nell’ambiente della ristorazione e non solo. Una rivoluzione premiata con la sua presenza alla Fashion Week 2018, grande evento moda che ha visto sfilare le sue creazioni insieme a quelle di brand e artisti internazionali. La motivazione: la creazione di capi che fondono la praticità con l’eleganza e la ricercatezza dei tagli e delle linee, mantenendo un occhio sempre attento alle tendenze della moda per i settori hotellerie, ristorazione, cuochi, top chef, medicale, industria e scuola.

Una affermazione confermata non solo nel mondo dagli addetti del settore – nelle brigate degli chef Carlo Cracco, Renato Bernardi, Marcello Ferrarini, Bartolomeo Errico – ma anche in altri ambiti: gli abiti di Circuito da Lavoro sono comparsi nei film La pazza gioia di Paolo Virzì, il film “Quanto Basta” sul mondo della cucina per la regia di Francesco Falaschi. Nella musica, vestendo gli attori Anna Foglietta e Marco Giallini nel videoclip del brano di Luca Barbarossa ‘La Dieta’, con la regia di Paolo Genovese.

L’intervista a Laura Bottomei

Ma da dove nasce questa intuizione?

“Circuito da lavoro è un brand di abiti professionali nato dall’incontro tra me come stilista e l’imprenditore Fabrizio Silvestri. Una realtà aziendale interamente Made in Italy con cui ho potuto osare nel tempo, seguendo la mia creatività. Vengo da una famiglia di calzaturieri e per oltre vent’anni ho lavorato in diverse grandi aziende di abbigliamento, fino ad arrivare a questo progetto personale. La mia prima collezione firmata nel 2015 aveva al centro della mia attenzione qualità e stile tessile italiano, elementi a cui non ho mai rinunciato. E’ nel 2017 che nasce L’Atelier di Circuito da lavoro dove firmo ben sette collezioni (sei di abiti, una dedicata al decoro della tavola) in cui il concept stilistico è fondere le due grandi eccellenze italiane, la moda e il food” racconta la stilista.

Ascolta l’intervista a Laura Bottomei su Radio Food Live

L’anno 2017 è l’anno della svolta, l’estro di Laura Bottomei esplode in tutta la sua creatività con un progetto creativo “non convenzionale”, che proietta l’abbigliamento professionale nel mondo del lusso e dell’innovazione. Nelle sue collezioni troviamo abiti che ridefiniscono e sanno valorizzare le figure uomo/donna con linee, accessori e tessuti scelti tenendo presente le molteplici declinazioni del food non solo in cucina ma anche in sala per l’accoglienza. Non più divise che sembrano appese più che indossate, ma veri e propri elementi di stile che danno personalità.

Spiega Laura Bottomei: “Basta sfogliare il catalogo per capire la lunga ricerca fatta per realizzare le sei collezioni. Una ricerca innanzitutto fatta sui tessuti, tutti tecnici e made in Italy, tessuti resistenti, traspiranti, adatti a determinati ambienti o naturali come il 100% cotone e lino per il mood vegan. E poi ricerca stilistica che si ritrova nelle varie linee con contaminazioni culturali gastronomiche, come le Giacche Coreane che si evolvono in lunghezza sotto al ginocchio, permettendo movimenti più liberi;  La ‘Terra e Sapori’, omaggio all’Italia con i colori della terra e dei suoi frutti, austera ed elegante di allure bon-ton; La linea ‘Kilt’ o i grembiuli a quadretti stile ‘Contadino’. Fino al comfort e design nella ‘Ristosport’, per un trend giovane che sceglie la comodità di una felpa, una tuta o un poncho come abito da lavoro”.

La certificazione di qualità

Circuito da Lavoro si conferma con queste idee e con la sua produzione un brand giovane, innovativo, e dinamico, riconosciuto e premiato. E anche certificato 100% Made in Italy, dal 2018, infatti, è un marchio con “Certificazione 100% Made in Italy” avente i requisiti del Sistema IT01-100% Qualità Origine Italiana e, per questo, iscritto nel Registro Nazionale dei Produttori Italiani, riconoscimento attribuito esclusivamente a prodotti di stile e confezione italiana.  Tutti punti di forza che permettono a questa azienda di San Cesareo di crescere da tutti i punti di vista e di rispondere al meglio ad ogni esigenza. E con una stilista come Laura Bottomei le risposte giuste non mancheranno.