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Giusy Ferraina

Con.tro: alla (ri)scoperta della colazione

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La colazione è un un momento irrinunciabile e da vivere con ritualità, la prima coccola della giornata a cui gli italiani non rinunciano. Da soli o in compagnia, i cosiddetti coffe lovers  da un osservatorio promosso Nescafé, sono tanti e confermano quanto questo momento sia indispensabile per “partire con il piede giusto”. Niente caffè frettolosi, dunque, a casa o al bar, ma almeno 30 minuti da dedicare a sé stessi, ricchi di bontà e, perché no, anche di salute. Fanatici del wellness, golosi o amanti della colazione salata l’importante è scegliere il proprio stile e adottarlo anche fuori casa. E le colazioni fuori in questo periodo, con bar, ristoranti e bistrot in chiusura alle 18, stanno diventando sempre più protagoniste della vita gastronomica di ogni città.

Il momento della colazione

Colazione solitamente è sinonimo di casa, dedicata a pianificare mentalmente la giornata, a leggere un giornale o consultare i social e le e-mail. Un modo per riconnettersi gradualmente con il mondo prima di immergersi nella routine della nuova giornata. C’è chi punta la sveglia prima del dovuto proprio per allungare questo rito e goderselo un po’ di più, non accontentandosi solo di un caffè, ma abbinando una tazza fumante di latte con lievitati di vario genere o biscotti da inzuppare, ma anche frutta, yogurt e cereali per i più wellness. Le cose cambiano nel weekend, quando siamo tutti più rilassati e senza il ticchettio dell’orologio possiamo goderci le golosità della mattina, soprattutto fuori casa, dove scatta la seconda colazione o il brunch.

Cosa succede dopo le restrizioni del dpcm del 24 ottobre

La chiusura del servizio di ristorazione e caffetteria alle 18, si sa, ha annullato la possibilità dell’aperitivo e delle cene fuori e di conseguenza – e anche in modo molte veloce – ristoranti e bar si sono riadattati proponendo dalla colazione alla merenda. I protagonisti del settore, tra l’obbligo e la sfida, rivalutano il rito della colazione e la fascia mattutina diventa protagonista al 100%. E se prima era un discorso generalizzato, valido per tante metropoli e tutte le regioni, ora la nuova tendenza si concentra nelle regioni “gialle” e la Capitale si schiera in prima linea.

Il Covid e le sue restrizioni ci hanno rallentato e ci regalano (pare brutto dirlo, ma in fondo è così) la lentezza adatta a gustare una piacevole colazione, che non è più un caffè volante nel bar sotto casa o vicino  all’ufficio, ma diventa una parentesi da ricercare nel quartiere o in zone più lontane da casa. E i clienti hanno una gran bella scelta in questi giorni, visto che pasticceri e ristoratori sanno prenderli veramente per la gola con un’offerta sostanziosa, non solo in quantità, ma soprattutto in qualità. Assistiamo ad un utilizzo a 360 gradi del laboratorio interno, ad una riscoperta dei lievitati “fatti in casa”, dei prodotti da forno semplici e profumati, dei sapori nuovi, delle miscele, dei frullati, dei sapori internazionali. Che sia colazione o brunch vale la pena stilare la lista dei posti che incuriosiscono e ingolosiscono di più e provarli.

La nostra colazione da CON.TRO Contemporary Bistrot

Tra i protagonisti di questa nuova dimensione c’è  CON.TRO Contemporary Bistrot, nuova insegna nel quartiere di Monte Mario (Via dell’Acquedotto del Peschiera), nato come formula all day long, che continua a mantenere combinando colazione, pranzo, un aperitivo anticipato con formula cicchetteria con lo special menu dello chef Daniel Celso per la cena in versione da asporto.

Un passaggio obbligato quello della colazione qui al Con.Tro, considerata anche la lunga carriera nel settore della caffetteria dei due soci Marco Tosti e Francesco Matteucci. Una scelta fatta fin dall’inizio che in questi giorni si è confermata e consolidata ancora di più sia dalla richiesta degli abitanti del quartiere, conquistati in poco tempo, sia dalla curiosità dei food lovers romani. La formula proposta dal bistrot di Monte Mario gioca tra il tocco creativo dello chef Daniel Celso, con una proposta che va al di là di ogni aspettativa.

La versione “breakfast” segue la filosofia “home made” e “naturale”: no semilavorati, no aromi chimici e no coloranti, ma lavorazioni accurate con ingredienti di qualità selezionati. Solo farine italiane, anche integrali, per i prodotti da forno e i lievitati, cornetti e saccottini con burro belga e lunghe lievitazioni, confetture 130% di frutta, cioccolato di alta qualità, frutta di stagione e poi tanta fantasia.

La proposta per la colazione

Ogni assaggio ha trovato conferma nelle papille gustative, senza essere stucchevole o pesante al palato o allo stomaco.  Cornetti sfogliati, alti, ben lievitati, profumati di burro e sofficissimi in bocca; ripieni di pezzi di cioccolato, colorati con ingredienti tutti naturali, un brownies al cioccolato che è stato un viaggio intenso; una crostata con frolla friabile e uno strato consistente di marmellata alle fragole, un plumcake semplice, perfetto, profumato e ideale per l’inzuppo  e la torta di mele, diversa dal solito, con le mele macerate nel rum sottovuoto per qualche giorno, ottima con il te o una buona cioccolata all’ora di merenda, e poi c’è anche lui il principe romano, il maritozzo. Ai vari caffè e cappuccino, è possibile aggiungere spremute, centrifughe, frullati e smoothies preparati al momento, bevande coloratissime a base di frutta e verdura di stagione.

Inoltre, merita un’attenzione particolare la carta dei tè e delle tisane con selezione Dammann e i quattro tipi di cioccolata calda con l’inconfondibile gusto del cioccolato Domori. Tutte queste dolci tentazioni si ritrovano in bella mostra al banco delle colazioni fin dalle 6 del mattino e oltre al bakery classico si può scegliere anche tra tranci di torte con i gusti del giorno e le monoporzioni di pasticceria. Se invece amate la colazione salata e sfiziosa l’angolo forno offre pizze, focacce e calzoni. Insomma qualsiasi gusto abbiate Con.tro fa di tutto per non deludervi.

Pacco da giù

Il pacco da giù, uno stereotipo che ispira il marketing

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Chi non ha mai sentito parlare del “pacco da giù”?

Un punto di riferimento e di approdo sicuro per chi lo riceve, un’immagine mitica per chi lo conosce: il pacco da giù è tradizione, storia e cultura di ogni meridionale che si allontana da casa per studio o lavoro. Il vantaggio di essere un “emigrante” sta proprio in questo, nonostante l’età e le esperienze fatte la famiglia non trascurerà mail il frigo di un figlio che vive da solo.

Ed ecco prendere forma il pacco da giù con tutto il suo contenuto, ovviamente crudo e cotto, tipico, tradizionale, da mangiare subito, da congelare, da mangiare con gli amici. I cosiddetti vuoti si riempiono: barattoli, Tupperware o più banalmente vaschette di gelato ottime da riciclare e da incastrare nel pacco, vera e propria operazione di Tetris.

Un simbolo del legame familiare

Il pacco da giù è la sintesi e simbolo di una famiglia che ti pensa, mamme e nonne soprattutto, che quando torni a casa ti vedono sciupato (pallido e dimagrito) e decidono di prendersi cura di te, inviandoti ogni ben di dio. Cosa si può trovare in questo mitico pacco? Sicuramente l’olio di giù (che a comprarlo costa troppo e si sa gli studenti per risparmiare mangiano poi cose assurde), la salsa e i pomodori pelati fatti in casa, le varie conserve (melanzane, peperoni, funghi, olive e chi più ne ha più ne metta sottolio), le salsicce anche queste home made, i formaggi della zona, verdure lesse e pronte all’uso, sughi già pronti, legumi lessati, parmigiane, polpette, pane.

Vero e proprio “oggetto del desiderio”, agognato dagli amici del nord che non capiscono minimamente perché si fa tutto questo, ma che apprezzano e in cuor loro invidiano.

Ogni pacco ha la sua durata, dipende da quante persone ne beneficiano, ma guai a non condividerlo con coinquilini e amici. L’egoismo a tavola non è consentito. Appena le scorte finiscono scatta la telefonata e la catena di montaggio si riattiva per la prossima spedizione.

MammaPack e Staisciupacco

Il nostro vuole essere un racconto ironico e colorito, su un qualcosa che è diventata un’usanza diffusa tra gli studenti e i lavoratori del sud che si trovano fuori casa. Il pacco è un aiuto economico soprattutto, in quanto ti fa risparmiare i soldi per la spesa, ma è anche uno strumento di ottimizzazione del tempo e dello spazio, in quanto ci troviamo tutto ben organizzato e cucinato, pronto da essere scaldato e mangiato. Più facile di così…

Attorno all’idea di pacco alimentare sono nati due progetti interessanti negli ultimi tempi. Sempre ad opera di protagonisti meridionali ovviamente. Stiamo parlando di MammaPack, pensato più in generale per tutti gli italiani all’estero e Staisciupacco, che è il pacco di Casa Surace.

Due concetti di pacco simili ma profondamente differenti, che hanno creato intorno al concetto della box da spedire un progetto di aggregazione di brand, di promozione del territorio e anche di e-commerce e di content digital marketing, creativo e di intrattenimento.

Casa Surace

Chi non conosce infatti Casa Surace? Divenuta nel tempo una vera e propria sit-com del web in cui si raccontano gli stereotipi, le abitudini, la vita tra nord e sud e dove protagonista assoluta è la cucina, quella della nonna soprattutto. E con il tempo video e sketch sono diventati canali anche di product placement e di marketing vero e proprio, facendo addirittura divenire la nonna Rosetta e i suoi nipoti dei food influencer.

E proprio sullo stereotipo del “pacco da giù” la banda di Casa Surace ha fatto un altro passo in avanti nella loro strategia web, si lancia nel mondo e-commerce con il Pacco Da Giù, che diventa a tutti gli effetti Staisciupacco, (un gioco di parole tra stai sciupato e pacco) una vera e propria vetrina per l’agroalimentare del Sud.

Sul loro sito (www.staisciupacco.com) lo descrivono così: “Lo StaisciuPacco non è solo cibo, ma racchiude tutti i valori presenti all’interno dei pacchi da giù: emozioni, sentimenti, ricordi, tradizione, genuinità, casa”.

L’idea nasce da un momento particolare che stiamo vivendo, dove abbiamo ridotto al minimo gli spostamenti e le distanze si sono acuite per forza di cose. La soluzione è ridurre la mancanza della famiglia condividendo il cibo e la cucina che crea identità, ricordo e tradizione. In questo Staisciupacco si trovano una serie di prodotti con l’obiettivo di favorire una rete di piccole e medie aziende dell’agroalimentare del Sud, offrendo una vetrina per far conoscere i propri prodotti e venderli. Le aziende aderenti non fanno altro che investire sul singolo prodotto inserito, in cambio di una visibilità attraverso i canali di Casa Surace e sulle nuove pagine social di ‘StaisciuPacco’. Un modo per dare un ampio pubblico a piccole realtà che non hanno strumenti e mezzi per arrivare.

Un “cuofano” di prodotti

Il pacco è in edizione limitata, è sempre legato a un tema diverso e rispetta le stagionalità. Nella prima edizione Summer 2020 anche detta “un cuofano di prodotti” e andata presto sold out, si poteva trovare: pomodorini del Piennolo, freselle, filetti di tonno sott’olio, origano a mazzetti mozzarella di bufala, cipolle sott’olio e molto altro ancora. Anche un mazzo di carte da gioco e una “nonna tascabile”. Ora on line due edizioni autunnali, entrambi monotematiche: “la casa di pasta” che inneggia all’amore che noi italiani abbiamo per la pasta, ma in particolare al legame tra pasta, casa e famiglia, un trionfo dunque di pasta e sughi; “la cantina di zio Tonino” una collezione di conserve tipiche, degne di ogni cantina del sud.

Altro progetto più di respiro nazionale, slegato dallo stereotipo nord e sud, è MammaPack. Un progetto nato da un’esigenza di sopravvivenza vera di due ragazzi napoletani e amici, all’estero per lavoro. Dall’amore per l’talia e per il cibo italiano, affezionati ai brand di sempre con cui siamo e sono cresciuti, l’idea di MammaPack è aiutare chi sta fuori paese a mangiare bene, mangiare italiano e ad un prezzo trasparente e sincero. Come dichiarano i due ideatori: “Siamo sinceri perché applichiamo i prezzi di mercato italiani, mentre sappiamo per esperienza che comprare i prodotti italiani all’estero sarebbe quasi improponibile, visti i prezzi triplicati”.  I due sono Flavio Nappi e Romolo Ganzerli, prima insieme a Parigi, ora il secondo a Ginevra, che sul loro espatrio hanno sperimentato la struggente mancanza dei biscotti dell’infanzia della pasta o dei sughi made in Italy, sentendosi anche imbarazzati e spiazzati di fronte a prezzi fuori misura nei supermercati stranieri.

Anche MammaPack, nato nel 2018, ha avuto un successo immediato e gli italiani all’estero hanno trovato in esso una soluzione ai loro problemi: mangiare come a casa, al prezzo di casa e fare la spesa scegliendo dall’ampio catalogo on line trovando gli stessi prodotti del supermercato, che oggi offre ben 10 mila prodotti in tutta Europa. E sul sito di MammaPack non si trovano solo prodotti food and beverage, ma anche prootti per la casa, per le pulizie personali e tutte le cose con cui siamo abituati a relazionarci nella nostra vita italiana e a cui non vogliamo rinunciare se viviamo fuori sede. In poche parole la spesa fatta su MammaPack è esattamente tutto quello che una mamma e un papà potrebbero mettere nel pacco da spedire a un figlio all’estero.

Flavio e Romolo hanno dato vita a un vero e proprio supermercato virtuale che raggiunge i loro oltre 5 mila clienti a domicilio entro 48/72 ore dall’ordine. La convenienza della consegna a domicilio è garantita da una tariffa “flat” per ognuno dei 20 Paesi in cui la startup opera; non c’è nessun sovrapprezzo, nessun vincolo di quantità e il pagamento online è facile e immediato. Con MammaPack portiamo all’estero la nostra spesa quotidiana, ma soprattutto la nostra spesa tutta italiana.

Effetto Covid, italiani più attenti allo spreco alimentare

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L’emergenza Coronavirus ha rivoluzionato le nostre vite quotidiane, tra lockdown, dpcm vari e regole da rispettare fuori casa e con gli altri, gli italiani sono messi a dura prova, ma in questa visione negativa e obbligata c’è anche uno scenario positivo che si delinea, quello dei consumi e dei relativi scarti. Durante il lockdown, lo abbiamo sottolineato più volte, sono cambiati i consumi, si sono trasformati i carrelli degli italiani, che si avvicinano al km 0, alle botteghe di quartiere, sono più attenti allo spreco alimentare e si approcciano con più facilità ed entusiasmo al digitale anche per fare la spesa e al delivery per sopperire ai ristoranti chiusi e alle cene fuori.

L’approccio alla raccolta differenziata

La pandemia ha cambiato lo scenario della raccolta differenziata e del riciclo dei rifiuti nel nostro Paese. L’aumento dei “nuovi scarti” legati al Covid (mascherine e guanti) e dell’utilizzo di plastica monouso per consumazione e asporto rende ancora più importante una corretta raccolta e differenziazione da una parte e maggiore necessità di riciclo e sostenibilità ambientale dall’altra.

Nel nostro Paese la raccolta differenziata funziona e dà buoni risultati

Gli ultimi dati Eurostat disponibili confermano questo trend positivo, assegnando al nostro Paese la più alta percentuale in Europa per recupero e riciclo dei rifiuti urbani e industriali (78,9%). Percentuale più che doppia rispetto alla media UE e molto superiore a Francia (55%), Germania (42,7%) e Spagna (37,1%).

Anche il quadro che emerge dal sondaggio dipinge gli italiani come molto attenti e diligenti nella raccolta differenziata: il 76% degli intervistati dichiara, infatti, di seguire costantemente le indicazioni per il corretto smaltimento dei rifiuti, con gli over 55 tra quelli più “scrupolosi” alle regole di riciclo.

Oggi l’89% degli italiani riconosce l’utilità delle iniziative di sostenibilità attuate dalle aziende, da quelle più piccole che operano a livello locale, fino a quelle più conosciute come Barilla, Mulino Bianco per citarne due che hanno pensato anche a degli spot tv dedicati, e anche multinazionali come Nestlé che stanno cercando di adottare pack sostenibili e riciclabili. Da un sondaggio condotto proprio per Nestlé emerge che c’è una maggiore attenzione degli italiani per la raccolta differenziata rispetto a sei mesi fa che parte già al momento dell’acquisto, dove il 62%  è influenzato dal materiale del packaging dei prodotti. Ecco, dunque, che in questa prospettiva le iniziative promosse dalle aziende per rendere gli imballaggi sempre più sostenibili vengono premiate. Nello specifico, le azioni più diffuse tra gli intervistati sono l’uso di confezioni con ridotto utilizzo di plastica (64%), confezioni in plastica riciclata (56%) e utilizzo di bioplastiche (46%).

Sempre più attenzione per l’ambiente e i materiali riciclabili, attitudine che stimola le aziende a muoversi in maniera sempre più strategica verso un business sostenibile, a studiare soluzioni innovative e campagne di comunicazione anche per non essere “fuori mercato”.

Spreco alimentare, il lockdown ha cambiato in meglio le nostre abitudini

Secondo un’indagine sullo spreco di cibo condotta da Altroconsumo la quarantena della scorsa primavera ha generato un cambiamento positivo nelle nostre abitudini, ben il 41% dei rispondenti al sondaggio ha dichiarato di aver ridotto le quantità di cibo sprecato, anche grazie a comportamenti più attenti, il 38% ha compilato più spesso la lista della spesa, il 37% ha pianificato con più metodicità i pasti e il 32% ha riutilizzato più spesso gli avanzi. E se nella prima parte dell’anno solo il il 42% degli italiani aveva dichiarato di non sprecare cibo in casa a distanza di qualche mese il dato è salito al 68%.

La cosa ancora più positiva, che ci fa sperare in meglio, è una maggiore consapevolezza sul valore del cibo, il ritorno del fai da te, la riscoperta del piatti con gli avanzi e la preparazione delle conserve. Attività che tra lockdown e smart working ci hanno impegnato e che in modo involontario stiamo traducendo in nuove buone abitudini.

Il dato è confermato anche da Coldiretti, secondo cui più di 1 italiano su 2 (54%) ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari adottando strategie che vanno dal ritorno in cucina degli avanzi ad una maggiore attenzione alla data di scadenza, fino alla spesa dal campo alla tavola con prodotti più freschi che durano di più. Nonostante la maggiore attenzione il problema resta però rilevante: secondo i dati raccolti nelle case degli italiani circa 36 kg di cibo all’anno finisce nella spazzatura, numero che tende a salire in estate per via del caldo che incide sulla conservazione corretta degli alimenti. Questi numeri tradotti in valore economico sono 4,91 euro la settimana per un totale di 6,5 miliardi, che sale notevolmente se si considera l’intera filiera dai campi alla ristorazione.

La fotografia delle abitudini che portano allo spreco

Da un’analisi fatta ascoltando le abitudini di comportamento degli italiani in materia di cibo e consumo casalingo basterebbero delle piccole accortezze per aiutarci a ridurre la quantità di alimenti che rischiano di finire nella spazzatura. Dalle risposte si registra che prima di fare la spesa il 50% degli italiani non ha l’abitudine di pianificare i pasti, il 33% di compilare la lista della spesa e il 22% di controllare cosa ha già in casa. Andrebbero evitati anche gli approcci impulsivi alla spesa: al supermercato, 1 famiglia su 4 compra spesso alimenti che non aveva previsto, quasi 1 su 10 finisce per comprare troppo cibo a causa delle promozioni e il 7% per acquisti di impulso.

A casa poi un italiano su tre non ripone gli alimenti secondo le date di scadenza, tendendo così a consumare prima il nuovo e poi il vecchio che inevitabilmente si butta perché “fuori tempo massimo”. Tra gli altri fattori che influiscono sul “food waste” secondo gli intervistati ci sono la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” che per il 56% andrebbe modificata per chiarire meglio che i prodotti possono essere consumati in sicurezza anche oltre la data indicata e la possibilità di acquistare alimenti sfusi, che secondo il 39%  farebbe sprecare meno cibo.

Cosa accade fuori casa?

Vediamo invece cosa succede fuori casa e quali sono le motivazioni che portano allo spreco alimentare quando si mangia al ristorante: 3 italiani su 4 affermano che non hanno la possibilità di ordinare porzioni ridotte con il risultato che al 48% avanza cibo nel piatto, ma solo 1 su 4 di questi chiede di poterlo portare via. Chi non lo fa è perché ritiene che la quantità di cibo avanzato sia troppo poca (57%), per imbarazzo (46%) o per scomodità (29%). Dall’analisi Coldiretti si evidenzia però che il 18% lo fa solo raramente mentre il 14% degli italiani ritiene che sia da maleducati, da poveracci e volgare o ha vergogna a richiederla.

Dall’altro lato della medaglia con l’esperienza Covid più del 34% degli italiani quando esce dal ristorante porta con sé con la cosiddetta “doggy bag” le porzioni avanzate che possono essere consumate a casa semplicemente riscaldandole o utilizzate come base per altre ricette. E se non capita sempre, l’avverbio spesso prende il posto di qualche volta. A spingere i cittadini a superare l’imbarazzo e chiedere di portare via quanto rimasto nel piatto è anche il fatto che l’emergenza pandemia ha ridotto di molto le uscite al ristorante per tanti motivi, dalla paura a quelli economici,  e quando si riesce ad andare si cerca di non “sprecare nulla”

Una abitudine che non ha ancora contagiato capillarmente l’Italia e anche se stiamo facendo dei passi in avanti, siamo ancora lontani da altri paesi dove la doggy bag è una prassi consolidata. E forse in questo frangente è la ristorazione che deve intervenire aiutando il cliente con un approccio più riservato, per evitare imbarazzi, e mettendo a disposizione confezioni o vaschette ad hoc  per portare a casa il cibo o le bottiglie di vino non finite.

Too Good To Go, l’app virtuosa contro lo spreco di cibo

Nella lotta allo spreco alimentare fuori casa c’è Too Good To Go, che continua la sua scalata tra gli utenti virtuosi e attenti. Sia in Italia che all’estero aumentano le registrazioni e l’utilizzo dell’app, che permette di acquistare ad un costo irrisorio ciò che il bar, pizzeria o supermercato mette a disposizione a fine giornata. Ciò che è avanzato non si butta, ma si trasforma nella cosiddetta Magic Box.

In un anno e mezzo dal suo lancio in Italia raggiunge il traguardo di un milione di Magic Box vendute, dato fornito in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre scorso. Se vogliamo fare due conti un milione di box equivalgono a mille tonnellate di cibo non sprecato e 2.500 tonnellate di CO2 non emesse. Ogni pasto salvato grazie all’applicazione equivale a circa 1 kg di cibo e permette di risparmiare 2,5 Kg di CO2, quindi recuperare cibo attraverso una Magic Box significa anche ridurre le emissioni di gas serra e abbracciare così uno stile di alimentazione più sostenibile.

E Roma è la città che risponde meglio e con più frequenza: salvate 185.000 Magic Box, ovvero 185 tonnellate di ottimo cibo che altrimenti sarebbe andato sprecato, l’equivalente in emissioni di CO2 di 60 cittadini per un anno. In città sono attivi sull’app 650 esercizi commerciali, che comprendono panetterie, pasticcerie, sushi, ristoranti, ma anche supermercati e grandi catene.

L’impegno di Too Good To Go non si ferma però al solo uso della app, l’obiettivo è quello di generare un cambiamento in tutti i settori della società, dalla filiera fino ad arrivare all’ambiente domestico. E allora  fa un passo ulteriore con il progetto originale di video ricette Food Unboxed: una serie di contenuti pensati  per il digitale e che mescolano cucina a impegno ambientale, con un linguaggio fresco, irriverente e frizzante, come i piatti proposti partendo dal contenuto delle Magic Box, senza dimenticare il recupero degli ingredienti rimasti in dispensa e il corretto utilizzo delle varie parti degli alimenti. I protagonisti, Marco Giarratana – alias l’Uomo senza Tonno, “sciéf” a domicilio e food writer per Munchies – e Silvia Boniardi – appassionata di comunicazione, sostenibilità e curatrice del blog Conversazioni tra Orto e Giardino – si confrontano sulla cucina e sull’ambiente, per trasmettere il messaggio che combattere gli sprechi alimentari non significa (solo) recuperare gli scarti, ma può diventare una pratica e una buona abitudine di tutti i giorni, basta infatti un po’ di fantasia e creatività per trasformare pochi ingredienti in ricette gustose e particolari. Food Unboxed è partita ovviamente il 16 ottobre con una serie di 10 puntate che troverete ogni venerdì sugli account social di Too Good To Go Italia (Instagram, Facebook, Youtube).

“I capolavori a denominazione di origine”, un progetto sinergico per la valorizzazione di DOP e IGP

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Può un prodotto dell’agroalimentare italiano diventare un capolavoro? La risposta è sì, implicita nella sua domanda, perché nasce già capolavoro e perché viene fatto nei territori più belli del paese. Prodotti che sono plasmati dalla terra e dal sole, dalle mani di artigiani che somigliano ad artisti, prodotti che affondano le radici in tradizioni e una lunga storia, che riflettono anche disciplinari e una qualità garantita.

Parliamo delle oltre 830 denominazioni italiane del settore agroalimentare e vitivinicolo DOP IGP, 830 prodotti che rendono grande e “buono” il nostro paese, che ci portano a essere quel made in Italy così invidiato ed imitato.

I capolavori a denominazione di origine

Questi prodotti rappresentano la nostra identità, la nostra eredità culturale, di cui va sottolineato molti italiani non sono a conoscenza. C’è, infatti, una mancanza di informazione diffusa, un’ignoranza a volte anche nelle proprie regioni di quelli che sono i prodotti IGP o DOP che fanno grandi i nostri luoghi di appartenenza. Se questi prodotti ci rappresentano bisogna di conseguenza raccontarli per formare ed educare i consumatori, per portarli a una scelta consapevole e anche culturale di ciò che mettono in tavola. Proprio da questo quadro prende vita “I capolavori a denominazione di origine”, la prima iniziativa nata dall’accordo tra Eataly, Federdoc, Fondazione Qualivita, oriGIn Italia e Treccani, che propone ai consumatori un modello di informazione completo su tutte le denominazioni italiane.

Il progetto è stato presentato in digitale lo scorso 27 ottobre con la partecipazione di Nicola Farinetti – Amministratore delegato Eataly, Massimo Bray – Direttore Generale Treccani, Riccardo Ricci Curbastro – Presidente Federdoc, Cesare Mazzetti – Presidente Qualivita, Cesare Baldrighi – Presidente Origin Italia, Paolo De Castro – Presidente del Comitato scientifico di Qualivita, Manlio Di Stefano – Sotto Segretario Ministero degli Esteri.

Palcoscenico di questa iniziativa corale, che mette insieme istituzioni, imprese e associazioni sono gli store di Eataly. Sarà proprio tra gli scaffali e i banchi di degustazione che si potrà cogliere l’opportunità di approfondire la conoscenza di questi capolavori italiani a denominazione di origine attraverso numerosi materiali di comunicazione originali.

Le parole di Nicola Farinetti

Il racconto del Made in Italy di qualità è il presupposto su cui si basa il modello di Eataly – dichiara Nicola Farinetti. Abbiamo creato punti vendita in grado di ospitare percorsi di approfondimento e di didattica con l’obiettivo di dare ai nostri clienti occasioni per diventare più consapevoli attraverso ogni esperienza vissuta insieme a noi. Accogliamo questo progetto con grande soddisfazione avendo la possibilità di collaborare con i maggiori rappresentanti dei prodotti italiani DOP e IGP”.

Un percorso tra una serie di prodotti selezionati, che si alterneranno nei mesi, costruito e fruibile grazie a grandi pannelli illustrati, mentre gli aspetti più attuali sulle produzioni sono affidati a un “manuale” contenente l’elenco aggiornato delle denominazioni italiane, a una brochure dedicata all’approfondimento sulle produzioni di qualità europee e sul significato dei marchi DOP IGP e a etichette dotate di QR-code presenti sugli scaffali che accolgono i prodotti DOP IGP.

Attraverso l’utilizzo dei QR-code sulle etichette dei prodotti, si potranno, infatti, aprire dei veri e propri viaggi di scoperta del “DNA culturale” delle Indicazioni Geografiche italiane, delle produzioni e dei territori; con l’accesso a “schede prodotto” multimediali, pubblicate sulla piattaforma qualigeo.eu, complete delle principali informazioni sulle denominazioni come metodo di lavorazione, storia, normative, caratteristiche nutrizionali e organolettiche. Un viaggio divulgativo e di approfondimento che va dalle caratteristiche dei prodotti, agli elementi di tracciabilità e sicurezza alimentare, fino a toccare alcuni di quegli elementi storici e culturali a cui prodotti agroalimentari e vitivinicoli si sono legati nel tempo: monumenti, opere letterarie, personaggi storici, caratteristiche dell’ambiente e del territorio.

Il patrimonio culturale di Treccani

Ogni attore coinvolto mette sul piatto il suo know-how per formulare un discorso più complesso e strutturato: c’è il grande patrimonio culturale di Treccani, il sistema di conoscenza sulle Indicazioni Geografiche della Fondazione Qualivita, la capacità di Eataly di creare un dialogo con i consumatori su scala globale e la rappresentanza istituzionale del mondo dei Consorzi di Tutela Federdoc e Origin Italia. L’obiettivo de “I capolavori a denominazione di origine” è quello di promuovere il Made in Italy agroalimentare a livello globale, ma soprattutto formare un consumatore sempre più consapevole, partendo dall’Italia per coinvolgere progressivamente gli altri store di Eataly all’estero.

La scelta è quella di promuovere l’Italia a partire dalla cultura enogastronomica attraverso un progetto nuovo e come sottolinea Riccardo Ricci Curbastro – Presidente Federdoc: “un progetto ambizioso, frutto di una collaborazione sinergica quanto mai necessaria nel comparto eno-agroalimentare nazionale, che intende valorizzare e mettere a sistema gli elementi fondanti di un patrimonio culturale unico al mondo”.

Le parole di Teresa Bellanova

Un patrimonio che questa nuova alleanza ha l’obiettivo di organizzare in un ecosistema crossmediale, facendo emergere le molteplici esperienze del mondo rurale italiano, al fine di renderle un patrimonio culturale accessibile al nostro Paese e al resto del pianeta. C’è sempre più bisogno di cultura del cibo e proprio partendo da ciò che affascina di più si riesce a promuovere il nostro paese e il suo immenso patrimonio di gusto, di bellezza, di arte e natura. L’agroalimentare rappresenta la prima filiera dell’economia italiana, con 538 miliardi di euro di fatturato, pari al 25% del Pil nazionale, e il secondo comparto per volumi di export, con 44,6 miliardi di euro.  E come la ministra Teresa Bellanova afferma: “Il made in Italy parla al mondo così: cibo di eccellenza, territori di grande bellezza, cultura enogastronomica, distribuzione di qualità. Un biglietto da visita che ci rende forti anche in questo momento difficile, spingendoci ancora di più a sostenere e valorizzare questo patrimonio così unico, frutto del lavoro e dell’impegno di tantissime donne e uomini a cui va il nostro grazie”.

Calabria (povera) Terra Mia!

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Festa del Cinema di Roma. Proiezione del corto di Gabriele Muccino realizzato per la Regione Calabria con Raul Bova e Rocìo Muñoz Morales. 8 minuti di immagini patinate, cartoline di un tempo passato, stereotipi e cliché, bergamotti e fichi, muli, coppole e partite a carte. Una narrazione artefatta, qualche scorcio di mare. La montagna? Non pervenuta. Alla fine della proiezione sarebbe dovuto scattare l’applauso, ma da quando lo spot gira on line, è insorto a gran voce il furore dei calabresi che si sa sono molto orgogliosi. Ma qui non si tratta solo di orgoglio, è quasi una questione di onore verrebbe da dire.

Già da questa estate, quando sono iniziate le riprese, si parlava di questo corto promozionale della Calabria: non un documentario, non uno spot, ma qualcosa di più pensato e voluto  per raccontare una regione così poco conosciuta. Costo di questa operazione 1,7 milioni di euro di soldi pubblici. Iniziativa lodevole, soprattutto in un momento in cui il turismo si gioca sul locale e c’è sempre più bisogno di far crescere questa regione, che comincia a sgomitare e far vedere il meglio di sé.

Cosa non ha funzionato

Qualcosa, però, non ha funzionato. Non ha funzionato l’idea, la forma narrativa, la recitazione, il contenuto. Tutto ciò che viene raccontato in questi 8 minuti è vecchio, trascorso, già visto. E’ la Calabria del ricordo, una Calabria ferma nel tempo, cristallizzata. Scene di vita bucolica che traggono ispirazione da vecchie cartoline sbiadite, ridipinte con i colori del sole, del grano e del mare, che scorrono su note vintage.

La “trama”

Ma vediamo la trama di questo cortometraggio: lui, Roul Bova, un po’ smunto e imbiancato, porta la sua bella Rocìo in vacanza in Calabria, nella sua terra, quella che suo nonno (non lui) lascò tanti anni fa, in cerca di lavoro e fortuna altrove. E in questo viaggio ideale, fatto in una delle regioni più ricche di bellezze naturalistiche, ciò che viene mostrato sono piazzette, trattorie con pergolati, fontane e strade di campagna che somigliano più ad un set cinematografico; uomini, vecchi e giovani, in coppola e camicia, seduti al bar a giocare a carte e in piazza, su sedie rigorosamente impagliate, a non far nulla (forse questa una traduzione poetica della disoccupazione giovanile), contadini che vanno in campagna affiancati dal fedele asino, mare verde, campi di grano già tagliato e distese infinite di clementine e bergamotti. Tutto senza una precisa localizzazione, senza identità. Immagini che potrebbero appartenere a un sud generico, che non dicono niente di più, anzi sicuramente molto di meno di questa regione che racchiude in sé storia, cultura, bellezze architettoniche dalla Magna Grecia in poi, mare, montagna, colline. Ci sono chilometri di coste e spiagge frastagliate in Calabria, c’è la Sila, l’Aspromonte e un versante del Pollino.

La cultura enogastronomica

C’è la tradizione e una forte cultura enogastronomica: ettari di vigneti sparsi per tutta la regione con i suoi vitigni autoctoni e le sue doc, i salumi, i formaggi (che non compaiono nemmeno al tavolo della trattoria), lo stoccafisso, le melanzane e chi più ne ha più ne metta. Tante sono le bontà calabresi conosciute in tutto il mondo e nemmeno menzionate, evocate, in un’epoca dove il turismo enogastronomico vince, dove l’esperienza del piatto tipico quasi è più “attrattiva e forte” di una visita ad un museo. Qui non si fa cenno alcuno alla storia – in questo caso orgogliosamente contadina che sopravvive – di ciò che i calabresi mettono in tavola. C’è, invece, l’inno alla vitamina C e alla domanda se il bergamotto si mangia, la risposta è prettamente didascalica “anche ma si usa soprattutto in profumeria”. Un frutto che sta vivendo a pieno la sua valorizzazione gastronomica diventando il protagonista della ristorazione locale, italiana e internazionale. Ma questa è un’altra storia.

I tanti, troppi, cliché

La Calabria viene riassunta così, in uno scorrere di cliché che portano alla memoria alcune scene del Padrino, con una regia che fa il verso ad alcuni film di Tornatore o agli spot di Dolce & Gabbana. E’ una narrazione che mette in luce in modo lampante la non conoscenza di una terra da parte del regista o di chi ha scritto la scenografia da un lato e dall’altro l’ignoranza da un punto di vista del marketing e della comunicazione da parte delle istituzioni, che hanno dato il “visto si giri”.

Noi abbiamo commissionato un corto per emozionare e incuriosire chi ha voglia di visitare la Calabria. È un video per sprovincializzare e sdoganare il nostro territorio dai soliti cliché” queste sono le parole dell’assessore regionale al turismo Fausto Orsomarso, riportate sui giornali. In effetti i soliti cliché non erano tutti presenti, mancava il richiamo mafioso, per chiudere il cerchio. E il dubbio più grande e se il copy di Easyjet messo alla gogna qualche mese fa non faccia parte degli autori. Gabriele  Muccino da parte sua dice: “Le critiche allo spot non mi preoccupano fa parte del gioco, dovevo solo emozionare, non potevo far vedere di più“.

A questo punto scatta una riflessione seria sull’emozione, sul turismo esperienziale e sul termine sprovincializzare e sulle annesse strategie e forme di rappresentazione. Abbiamo visto in questo spot una Calabria che non esiste, una narrazione superflua che non emoziona, che non dice nulla di nuovo o  di più.

L’autentica Calabria

Chi viene in Calabria va via con gli occhi pieni di meraviglia, di bellezza e di stupore nel conoscere qualcosa di cui non aveva nemmeno l’idea, per poi tornare puntuale. “Non pensavo la Calabria fosse così bella”, sono queste le frasi che si sentono spesso e proprio da queste affermazioni nasce l’esigenza di raccontare questa terra al di fuori, per farla scoprire, per incuriosire il turista, per mettere “fame” al viaggiatore alla ricerca di bellezza.

E se sono bastati due classici stereotipi per far affermare a Rocìo “io da qui non me ne vado più” pensate avessimo raccontato meglio e di più, forse avrebbe invitato amici e parenti a trasferirsi.

La Calabria, invece, ha bisogno di un racconto diverso più moderno e contemporaneo. La gentilezza, l’amicizia e l’accoglienza dei calabresi si potrebbe raccontare i mille modi diversi, così come la tenacia, la voglia di crescere e di fare impresa. Esiste una Calabria che emoziona, che fa cultura, che produce, che crea economia e identità. C’è la Calabria de Bronzi, dei festival culturali, dei grandi marchi noti in tutta Italia e non solo, c’è la nuova generazione che non vuole andare via per poi tornare, ma vuole rimanere, radicata profondamente in questa terra con l’obiettivo di farla diventare più forte sotto tutti i punti di vista.

Quale voce dare allora alla Calabria? Forse quella dei calabresi stessi, con il loro accento, la loro vita e la loro conoscenza profonda, sarebbe stata più azzeccata. Uno storytelling che nasce da dentro, un narratore che ti spalanca le porte e ti accoglie in un viaggio bello, buono e profondo. E senza errori, perché i calabresi possono perdonare tutto, ma non la soppressata con il finocchietto. Quella no!

Pranzo

Aperti (solo) a pranzo: la ristorazione romana non si ferma!

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Mai come in questo momento la parola “resilienza” è il termine più adeguato da usare: con il Dpcm del 24 ottobre è stato imposto un nuovo giro di vite su una serie di attività lavorative e sulla nostra “libertà personale”: per tenerci lontano da qualsiasi contagio ci raccomandano di non uscire se non per lavoro o casi strettamente necessari e di evitare ogni forma di assembramento. Questo si traduce in coprifuoco dalle 24 alle 5, chiusura alle 21di piazze e strade molto popolate, chiusura di ristoranti e bar alle ore 18, chiusura di cinema, teatri, palestre e piscine.

Dall’ultima conferenza stampa di Giuseppe Conte sono nate numerose manifestazioni pacifiche – stendiamo un velo pietoso su quelle violente che in questo momento non risolvono nessun problema – che chiamano all’appello il buon senso politico su una categoria già sotto pressione e che con queste nuove regole rischia di fare altri passi indietro con pesanti ripercussioni sull’economia generale.  Ancora una volta è emersa la forza della ristorazione italiana e il desiderio di continuare a lavorare, dimostrazione già avvenuta in occasione degli adeguamenti post-lockdown.

Le forti limitazioni per la ristorazione

Su quanto abbia senso chiudere bar e ristoranti alle ore 18 si è detto di tutto. L’obiettivo è solo uno ed è anche molto chiaro: far stare le persone a casa, limitare spostamenti e potenziali contagi. Chiudere un ristorante alle 18, che per molti è l’orario di apertura è un delitto a tutti gli effetti, non solo nei confronti della categoria, ma dell’intera filiera agroalimentare. Ma visto che gli italiani sono un popolo che non molla facilmente, se prima si sono dati al delivery e all’asporto, ora convertono le cene con i pranzi, dilatando addirittura l’orario del pranzo, che inizia dalla mattina e si chiude alle 18. C’è tutto: colazione, spuntino, pranzo e merenda. Aperitivo e cena? Anche, in formato asporto e delivery, perché si sa che ciò che è stato messo a frutto con successo prima non può essere abbandonato.

Conversioni culinarie

Riconversione obbligatoria, forse per molti forzata e non naturale, pensiamo a chi era abituato a gestire solo turni serali come le pizzerie. E anche se per altri può sembrare più semplice per tutti si è imposta una revisione della propria struttura e del management, per capire se ci fossero i presupposti per lavorare e anche bene dal mattino fino all’ora di stop. C’è chi con onestà ha preferito chiudere, sapendo che la loro formula tipica di ristorazione non avrebbe trovato forma in questo spaccato, un esempio su tutti sono i cocktail bar e la categoria mixologist; c’è chi ha mantenuto fede alla propria identità continuando a fare quello che ha sempre fatto per non snaturarsi, c’è poi chi ha voluto trovare ispirazione nelle tendenze estere, nello smartworking per inventarsi e reinventarsi, offrendo un servizio ampio e continuato e cercando di soddisfare le esigenze più disparate del cliente.

Nuove abitudini per i clienti

Di riflesso da questo riassetto ne viene fuori un adeguamento delle abitudini dei consumatori, che a dirla tutta con questa pandemia sono diventati dei veri esseri mutanti digitalmente avanzati. Se da marzo a giugno siamo un po’ tutti fan dei delivery, della spesa e delle cene a domicilio, anche quelle gourmet, ora i nostri momenti conviviali si sposteranno nelle ore diurne, con i pranzi del sabato e della domenica e sfruttando ogni ora dalle 5 di mattina alle 18 per incontrare gli amici al bar. Impareremo ad apprezzare la pizza anche a pranzo, e non solo la sera, impareremo a passare più tempo nei locali con wi-fi, mangiando qualcosa e bevendo litri di caffè, per riunioni, appuntamenti di lavoro o solamente un tranquillo smart-working lontano dai figli che imprecano contro la didattica a distanza.

Molto dipenderà anche dalle città dove viviamo, piccoli paesi di provincia ovviamente rischiano maggiormente di non riuscire nell’intento di cambiare e far cambiare le abitudini. Con lo sforzo di entrambi le parti, perché se il cliente non risponde alle nuove proposte, non sarà facile sopravvivere (e ci si augura che sia una questione limitata al mese imposto) in pochissimi giorni sono fioriti nuovi menu, più ricchi, più light, alternativi, fantasiosi.

Cosa succede nella Capitale

Roma, una città turistica (ora non proprio) è abituata agli orari no stop, ai doppi turni pranzo e cena, e alla cucina sempre attiva anche nelle ore più strane, soprattutto in centro, che purtroppo è la zona più sofferente. Se ristoranti storici come Alfredo alla Scrofa o l’Osteria de Grappolo d’Oro sono sempre operativi a pranzo 7 giorni su 7, Osteria dei Fratelli Mori (Via dei Conciatori) mette in atto anche il servizio take away, ma il trend di molti locali è il cambio turno aprendo soloa pranzo come fa Trattoria Pennestri (da martedì a domenica 12-15) o Pastificio San Lorenzo (via Tiburtina, tutti i giorni 12-15) da poco rinnovato e rilanciato per i buongustai romani, all’interno dello storico Pastificio Cerere, dove propone un’osteria gastronomica moderna e uno spaccio di pasta artigianale dove mangiare e acquistare tutti i formati tipici dal nord al sud dell’Italia. Anche La Dispensa dei Mellini (Lungotevere dei Mellini) apre solo a pranzo (martedi – domenica 12:30 – 15:30) e qui il pranzo deve essere un vero momento di relax per chi lavora e non vuole rinunciare al suo piatto di pasta, ogni giorno sia il menù a la carta sia un menù diverso ma sempre contraddistinto da qualità delle materie prime. Una cucina di pancia come la definisce Lorenzo Biancolella, che punta sul gusto, creando un luogo con meno giudizi e più apertura, dove si può fare “la scarpetta” come la si fa a casa, anzi da fare anche a casa grazie all’asporto e delivery  per la cena.

I nuovi orari

Altri che affiancano il servizio delivery su prenotazione o l’asporto per pranzo o cena sono  BucaVino, dei fratelli Palmieri che apre a pranzo da martedì a domenica e propone il suo menu dalle ricette della nonna (che abbiamo presentato qualche settimana fa) in versione asporto o delivery ma solo nel raggio di un km dal via Po; Romeow Cat Bistrot (via Negri) propone il suo nuovo chetomenu tutto da scoprire se siete amanti della sana alimentazione in versione delivery (ma da venerdì a domenica).  Poi c’è anche chi propone il delivery anche per il beverage, perché si sa che una buona cena si accompagna sempre a una buona bottiglia di vino come fa per esempio Ditirambo (Piazza della Cancelleria) che prevede il 30% di sconto sul menu e sulla lista dei vini.

Esempio eclettico è Aqualunae, il bistrot di Piazza dei Quiriti guidato dallo Chef Emanuele Paoloni che apre tutti i giorni (8-18) con proposte dolci e salate per la colazione, un pranzo ricco, tè e tisane con dolci da forno per accompagnare la merenda e la domenica l’immancabile brunch. Altra offerta “all day long” la propone Proloco Trastevere (da martedì a domenica 9 -18) sempre in linea con la filosofia Proloco: colazione con croissant, panna e creme fatte in casa, pane burro e marmellata e torte da dispensa homemade, la giornata continua con i pranzi golosi a base di maritozzi salati o zuppe calde con ingredienti a km 0 e la sera Pizza e fritti, per il delivery e l’asporto. Durante il giorno è sempre attiva la bottega di Casa Proloco, con i suoi prodotti di Origine laziale acquistabili in piccole porzioni da banco o nei golosi kit già pronti. Il sabato e la domenica (12-15.30) da non perdere il Pranzo Contadino, il primo brunch della domenica ideato da Proloco Trastevere dedicato ai prodotti dei piccoli artigiani della selezione D.O.L.

La flessibilità delle botteghe

Pranzo caldo, aperitivo diurno con le sue specialità anche per Beppe e i suoi Formaggi, la formaggeria di Beppe Giovale al Ghetto di Roma aperta tutti i giorni dalle 9.30 alle 18. E tutto quello che c’è nella bottega può essere ordinato anche delivery: formaggi, salumi, pasta, conserve, farina, tartufo e vino, ma anche piatti già pronti come il vitello tonnato e le vellutate di verdura di stagione.

Anche insegne storiche come La Danesina Fatto in casa a Via del Governo Vecchio che ha aperto più di venti anni fa rispondono con un’apertura dalle 9 alle 18. Annalisa Polo e Roberto Tomasini che accolgono i loro ospiti con la loro cucina autentica, che ha il gusto della famiglia aprono a partire dalla colazione con cornetti e dolci fatti in casa, proposte per la colazione salata , a pranzo i grandi primi della tradizione romana e nel pomeriggio si prosegue con caffetteria italiana, cioccolata calda, torte, crostate, muffin e ogni giorno tanti dolci diversi fatti in casa.

Sul versante fine dining c’è Jacopa, l’insegna di Daniele Frontoni a Trastevere (Via Jacopa de’ Settesoli) ha deciso di proporre varie alternative in questo periodo. Jacopa Caffè resta aperto con il Pranzo e il Delivery. Il Week end poi – approfittando delle belle giornate – il pranzo si sposta nella terrazza panoramica. Mentre il ristorante Jacopa per cena e cocktail bar è disponibile per chi ha anche la camera nell’albergo San Francesco, come da dpcm e proprio a tal proposito è stato ideato un pacchetto con camera e cena inclusa per i clienti dell’albergo stesso.

Le novità

Le novità della Capitale le firmano quei locali ampi e versatili da gestire tutto il giorno in modo creativo, gustoso e funzionale. Queen Makeda Grand Pub (Via San Saba) con lo Smart Worker Menu + Power bank e wifi gratuito, menu lunch completi composti da Wok, zuppe, burger, focacce e sandwich con succo o caffè americano incluso, ampi spazi power bank, prese e wifi per lavorare e dopo pranzo, si continua con le merende a base di té, tisane e dolci (tutti i giorni 12-18). Continua il sabato e la domenica il Grand Brunch Tour di Queen Makeda, un vero e proprio excursus gastronomico servito al tavolo e realizzato nel loro inconfondibile stile con piatti a scelta tra english breakfast, zighinì, sunday roast, pancake salati, bagel e burger e per concludere dolci al kaiten illimitati, succhi di frutta e caffè americano.

Cus Cus (via Arezzo)  locale ideato dalla chef Simona Iacono è un angolo di Sicilia a Roma. Aperto tutti i giorni, anche in versione take away e delivery, amplia ora la sua offerta con  “Cu mancia fa muddichi” la merenda dal lunedì al sabato dalle 15:30 alle 18:00 con diverse golosità salate a base di cus cus e dolci tutti fatti in casa come il tortino di carote con panna montata, la brioche siciliana con crema al mascarpone e cioccolato oppure la crostata alle noci di Carmelo e l’immancabile granita di caffè con panna. Il tutto da accompagnare con caffè, tisane, spremute, ma anche moscato e zibibbo.

Per gli amanti dell’aperitivo in ogni momento della giornata The Court Rome con la sua vista magnifica sul Colosseo non vi tradisce, barman all’opera dalle 12 alle 18 e nel weekend c’è il Morning Glory Brunch con Dj Set dalle 11 alle 18.

Servizio completo lo offre pure  Con.tro Contemporary Bistrot (via dell’Acquedotto del Peschiera) che apre alle 6.30 per la colazione, dalle 12 è operativo per il pranzo e dalle 16 alle 18 aperitivo gourmet con la chicchetteria firmata. E per chi arriva in ritardo c’è il delivery o l’asporto.

Tra le novità c’è anche una nuova apertura come Osteria del Piatto nel quartiere Gianicolense, che ha aperto solo una settimana fa ed è subito messo a dura prova, ma la passione e la voglia di trasmettere un’idea di cucina romana, contemporanea e divertente è più forte di ogni dpcm. Garantito un pranzo semplice e tradizionale, in un ambiente elegante e al tempo stesso familiare tutti i giorni dalle 12 alle 15.30 e per la sera il concept dell’osteria i trasferisce a casa vostra nella soluzione delivery o asporto.

Per fortuna c’è chi può rimanere aperto un po’ di più, almeno fino alle 20, come l’Antico Forno Roscioli (Via dei Chiavari), aperto tutti i giorni con consumazione al tavolo per mangiare uno dei piatti della gastronomia fino alle 18, per fare la spesa e portar via fino alle 20. Consigliato ai ritardatari. E dopo scatta il il servizio delivery.

Pizza & Vino: la parola agli esperti

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Basta con l’idea che la pizza vada per forza accompagnata ad una buona birra! La pizza si è emancipata e ora sceglie il vino. Da alcuni anni si parla di pizza e vino, soprattutto da quando la pizza ha trovato nuove forme, ha incontrato la cucina in modo creativo, ha un occhio più attento alla selezione degli ingredienti di qualità e una consapevolezza più forte per quanto riguarda gli impasti. Questa evoluzione ha portato anche a sperimentare abbinamenti beverage alternativi che vanno dalle grandi birre artigianali, al vino e perché no al cocktail.

C’è però ancora molta reticenza nell’accoppiare madama pizza a Dioniso, forse per ignoranza o mancanza di curiosità, forse per facilità di approccio o abitudine, ma sono molti  ancora a ordinare la classica bionda o una bibita gassata quando vanno in pizzeria. E davanti alla proposta di un buon vino sgranano gli occhi interrogativi e stupiti.

C’è da dire che il vino con la pizza non è assolutamente una bestemmia enogastronmica, ma un abbinamento perfetto  e ideale da molti punti di vista, compreso quello alimentare e nutrizionale, a prescindere dalla gola.

Pizza&Falanghina Tour

Per raccontarvi qualcosa in più e darvi anche qualche consiglio, in occasione dell’edizione del Pizza&Falanghina Tour da poco partita, un progetto di Gambero Rosso e Consorzio di Tutela dei Vini del Sannio che punta alla divulgazione della cultura del buon vino e della buona tavola, abbiamo intervistato sommelier, pizzaioli, ristoratori, giornalisti di settore per sapere non solo cosa pensano di questo matrimonio, ma per scoprire il loro abbinamento del cuore.

La prima cosa da mettere in evidenza è che se la pizza è simbolo dell’Italia nel mondo, il vino non è da meno e l’associazione viene fuori spontanea solo per contiguità territoriale, geografica e culturale. Certo le birre non sono da demonizzare, ma se parliamo di birra escludiamo a priori le birre più note e industriali e scegliamo quelle artigianali, che i piccoli birrifici nazionali ci offrono.

Come abbinare pizza e vino

La tradizionale lager o pils (quelle industriali per capirci) con una luppolatura tendente all’amaro e a bassa fermentazione che troviamo nella stragrande maggioranza delle pizzerie, da un punto di vista sensoriale si scontra con il fiordilatte e la mozzarella di bufala. Per una buona birra che si abbina bene ci sono  almeno sei vini che si abbinano meglio”. Così esordisce Alessandro Brizi, docente Onav, sommelier e giornalista su L’Assaggiatore, che continua: “senza parlare poi della concentrazione di carboidrati quando mangiamo pizza con la birra, che altro non è che “pane liquido”. Quindi assolutamente sì al vino, che sceglieremo in base al condimento della pizza e alla sua complessità. La prima associazione che mi viene in mente è quella più tradizionale e di territorio, legando la pizza ad un vino ovviamente campano come un Asprino d’Aversa, una Falanghina o una Coda di Volpe, o un Gragnano se vogliamo un rosso, vini leggeri per pizze classiche. Che si riassume poi nel mio abbinamento preferito, perché amo la pizza di tradizione. Se puntiamo alla pizza gourmet possiamo scegliere anche vini più importanti. Sicuramente non sbagliamo prediligendo una bollicina, che abbraccia e diluisce la grassezza della mozzarella e dell’olio. E qui consiglierei un buon spumante italiano metodo classico Trento Doc più fresco o se vogliamo omaggiare il Lazio un Bellone brut”.

Il ruolo delle bollicine

E sull’accoppiata pizza e bolle le conferme sono tante, tanto da far nascere menu dedicati se non addirittura locali come il Sant’isidoro pizza e bolle a Roma. Il primo a lanciare l’azzardo fu anni fa il critico Erik Asimov nella sua rubrica sul New York Times che proponeva la pizza abbinata allo champagne, e in particolare con il Bollinger Special Cuvée.

Di questo stesso parere è Luciana Squadrilli, giornalista, curatrice del blog Pizza on the road e grande esperta dell’arte bianca. “Io direi bollicine sempre e comunque, in particolare Champagne dosaggio zero o extra brut con la pizza fritta o per esempio con una bianca con salumi, mentre per la marinara opterei per un rosato. Con la mia esperienza sono molto a favore dell’abbinamento pizza-vino, ma non rinnego quello con una buona birra artigianale, specialmente quando penso ad una pizza con carciofi o una troppo ricca di ingredienti per cui trovare un vino ideale risulterebbe abbastanza faticoso”.

Bianco, rosso o rosato?

Qualche altro buon consiglio su come abbinare la pizza al vino ce lo dà Andrea Petrini di Percorsi di Vino. “Un abbinamento “culturale” e non solo gastronomico che a mio parere va promosso sempre di più. Ci sono tantissime tipologie di vino che si possono abbinare alla pizza, basta stare attenti a qualche regola d’oro. Per esempio evitare i vini troppo tannici, che disidratando il palato e si scontrano con la parte grassa della mozzarella. Da preferire invece i vini tendenzialmente giovani. Con la pizza rossa per stemperare l’acidità del pomodoro via libera a vini morbidi e profumati, come un Arneis o un Montapulciano rosato. Per la pizza versione bianca più ricca di formaggio e quindi più grassa, si può osare, qui il vino ha la funzione di sgrassare la bocca e un vino acido, anche strutturato, è un’ottima scelta. Un buon abbinamento potrebbe essere un Frascati o una Barbera. Se vogliamo giocare con la tradizione non ho dubbi e scelgo un vino campano come il Gragnano. Poi ci sono le pizze gourmet e qui l’abbinamento diventa più complesso in quanto si lega con gli ingredienti usati sopra la pizza, a questo punto scegliamo una bollicina che si sposa benissimo come un Trento Doc rosato o un Berlucchi sempre rosato. La mia pizza preferita? Una pizza della tradizione, la Margherita sbagliata di Franco Pepe, una grande pizza come questa merita un gran vino, quindi Champagne Bollinger rosè o rimaniamo in Campania con un Metodo classico Dubl rosato di Feudi di San Gregorio.”

Abbinamenti al femminile

Se la bollicina vince, in molti casi la bollicina è rosa, come anche il vino, che risulta sempre più fresco, profumato, poco acido e che si sposa bene con il pomodoro, con la mozzarella o il formaggio e anche con gli ingredienti piccanti.  Simona Geri, sommelier e nota wine blogger sul web non ha dubbi, per lei l’abbinamento topico è una buona pizza margherita con un buon rosato. Quale? “i miei preferiti sono due Casavyc Toscana IGT 100% Grenache o Lugherino Vallepicciola 100% Pinot Nero sempre Toscana IGT. Mi piacciono anche i Crémant abbinati alla margherita, ovviamente sempre rose’.

Idee molto chiare su cosa bere con una margherita con bufala anche da parte di Chiara Giannotti, wine blogger e volto di Vino.tv: “Scelgo a colpo sicuro Ottouve di Salvatore Martusciello con la regina delle pizze. Per me questo è un abbinamento che rispecchia il territorio e la tradizione, parliamo di un Gragnano Doc, che con la sua parte frizzante bilancia la grassezza della pizza, ha una bella freschezza, un tannino levigatissimo e un piacevole fruttato a chiudere il cerchio”.

Ma cosa accade nelle pizzerie?

Sono molti i ristoranti e pizzerie che hanno creato una carta dei vini così come una carta per le birre artigianali da abbinare alle pizze e in queste non mancano mai vini importanti, spumanti o champagne. E visto che il tour Pizza&Falanghina è partito proprio lo scorso 22 ottobre da Seu Pizza Illuminati a Roma, abbiamo chiesto, non a caso, ai padroni di casa, qual è la loro filosofia in merito: “Abbiamo sempre promosso l’abbinamento pizza-vino perché è qualcosa che personalmente prediligiamo e ci piace proporlo anche ai nostri clienti. La nostra carta dei vini, sicuramente non è esaustiva, ma racchiude in particolare ciò che amiamo di più, con una sostanziosa sezione dedicata alle bollicine italiane e francesi (Valeria Zuppard0 ama le bollicine in ogni declinazione e i bianchi fermi con la pizza, mentre Pier Daniele è un amante delle bollicine rosa ndr) In occasione della serata Pizza&Falanghina abbiam laniato anche il nostro nuovo menù autunnale e un abbinamento che ci piace proporre è la pizza con maialino nel sottobosco con patate viola a mimosa, mozzarella, salame santoro, besciamella al tartufo, foglie di senape e gel di aceto di lamponi accanto a un orange wine come il Costa di Riavolo di San Fereolo o  un  Grosjean, Extra Brut Montmary Rosé”.

Gli abbinamenti con il territorio

Una buona tecnica di abbinamento, che dovrebbe valere come regola aurea per tutti i ristoratori sono gli abbinamenti di territorio. Ogni ristorante o pizzeria con la sua cucina dovrebbe cercare di creare identità territoriale e culturare, dalla scelta delle materie prime da usare come topping ai vini in abbinamento, avvicinando così il consumatore anche ai produttori locali, che hanno sempre più bisogno di essere conosciuti e promossi.

Cosa che fa Roberto Davanzo di Bob Alchimia a Spicchi, a Montepaone (Cz). “La nostra pizzeria da sempre predilige e spinge l’accoppiata pizza e vino. Cosa che all’inizio ha fatto fatica, ma che ora è diventata tra i nostri clienti un’abitudine. Un buon 40% dei commensali al tavolo sceglie di consumare un buon vino, che sia bottiglia o calice. A mio avviso la scelta migliore ricade sul rosato, fresco fruttato e dalla spalla acida, ma non escludiamo dei bianchi strutturati o le classiche bollicine. Per esempio da Bob in carta abbiamo una rivisitazione delle 5 stagionature di Parmigiano di Massimo Bottura, chiamata “lode al maestro” e in questo caso il cuore si divide in due opposti: una buona bollicina “sgrassante” o un rosso strutturato di buon corpo. Non manca l’interazione con il territorio, più difficili i rossi perché più tannici, ma non si sbaglia scegliendo tra i rosati il Marinetto di Sergio Arcuri, Pescanera di Ippolito Neostos rosato Spiriti Ebbri, tra i bianchi assolutamente lo Zibibbo di Cantine Benvenuto, Zero rosso di Cantine Brigante. E metto anche lo spumante Almaneti brut di Librandi. La lista non è finita ma vi cito i miei preferiti. E a fine pasto con una pizza dolce magari non sottovalutiamo un passito”.

I vini d’Italia

Il legame con il territorio è una caratteristica forte, una buona carta di identità per il locale, un riferimento per chi deve scegliere soprattutto se non proprio avvezzo al mondo dei sentori e degli abbinamenti per contrasto o struttura. Sostenitore di questo concetto è il direttore responsabile di Pizza e Pasta Italiana Giampiero Rorato che  non segue le mode o il must delle bollicine, ma preferisce vini fermi e di territorio, in un visione di conoscenza sempre più profonda delle produzioni italiane.

Al territorio non rinuncia Giuseppe Petronio, al secolo per i suoi follower Peppetronio, wine influencer, sommelier e ambascitore di numerose cantine: “La grande varietà di ingredienti per le pizze e la vasta numerosità di vini, nonchè il rispetto della regionalità negli abbinamenti, rendono il vino maggiormente flessibile e abbinabile secondo le tradizioni mediterranee, inoltre alcune birre hanno una presenza di lieviti che possono interagire con i lieviti della pizza, rendendo pesante la digestione, per questo preferisco sempre abbinare un vino a ciascuna pizza. Da calabrese direi Cirò Rosato con pizza tonno e cipolla di tropea o se andiamo al nord un Barbaresco con pizza tartufo e patate”.

E sul Gaglioppo in versione rosata è concorde anche il master sommelier Guglielmo Gigliotti  che abbina pizza con salsiccia piccante pensando al legame geografico, ma come ci tiene a sottolineare: “con la pizza nello specifico senza dubbio preferisco il vino alla birra, per me eccezionale. L’abbinamento classico che amo sono le bollicine dallo champagne alle grandi bollicine italiane”.

Il punto di vista della Sala

Se pensiamo a un altro abbinamento di territorio che sta prendendo sempre più piede e allo stesso tempo è un must è quello con il Lambrusco, per alcuni scontato e banale, ma non per Piero Pompili direttore di sala de Al Cambio a Bologna che ci racconta l’amore per i vini della sua terra che nel tempo migliorano in qualità e con cui lui si diverte a creare abbinamenti con i piatti sia a lavoro che per gusto personale.  “Amo i vini della mia terra che per anni sono stati abbondantemente sottovalutati, uno dei vini maggiormente snobbati in passato è senza ombra di dubbio il Lambrusco un vino che molto spesso veniva considerato il vino del contadino, il classico bere da pasto tutto i giorni. Con gli anni però c’è stata una grande inversione di tendenza è si è iniziato a fare un certo lavoro in vigna e in cantina dando vita a una nuova consapevolezza del territorio elevando il Lambrusco ad eccellenza del territorio Emiliano. È un vino giovane, fresco, flessibile, gioioso tutte caratteristiche che lo rendono un vino versatile e per questo tremendamente moderno così come la versione metodo classico che con il suo sorso sapido, elegante e cremoso ben si abbina alla mia pizza del cuore gourmet che mangio spesso a Bologna da Pummà: la Nuovo Fiore, Fior di latte, Burrata Pugliese, Prosciutto di Parma 24mesi”.

Ma cosa pensa di questo binomio uno come Piero Pompili che la pizza la mangia per diletto, ma allo stesso tempo lavora nella ristorazione prendendosi croce e delizia di questo mondo?

L’abbinamento pizza vino penso che sia uno dei modi più belli per far conoscere un territorio in giro per il mondo, da un lato abbiamo la pizza e la sua arte nell’impasto, da un altro i prodotti che la compongono e dall’altro ancora il vino che l’abbina. Basta poco perché anche le pizzerie (come per i ristoranti) possano diventare il primo biglietto da visita di una città, in Italia e nel mondo”.

Se siete arrivati fino in fondo a questo articolo, ora non resta che passare alla pratica. La prossima volta che andrete in pizzeria ordinate o fatevi consigliare un vino in abbinamento, siamo sicuri che non ve ne pentirete.

BucaVino

Le ricette della nonna nel nuovo menu di BucaVino

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Quante volte avete detto che in quel ristorante si mangia bene come a casa? E quanti di voi affermano che se si mangia come a casa non c’è bisogno di andare al ristorante? C’è anche da dire che non in tutte le case si mangia bene, ammettiamolo, e trovare un luogo dove rivivere vecchie emozioni gastronomiche è sempre un piacere.

BucaVino

Questo l’intento dei fratelli Palmieri di BucaVino, ristorante nel quartiere Coppedé a Roma, che mette nel nuovo menu le ricette della nonna. Potrebbe sembrare uno stereotipo, un’immagine retorica che ritorna, quello dello chef che si ispira alle ricette della sua antenata. Forse. Ma dietro a questa scelta c’è un’altra storia. Complice il lockdown dei mesi passati, quando in una delle tante giornate trascorse a casa lo chef Andrea Palmieri ritrova un vecchio ricettario della nonna, una raccolta di foglietti, quaderni, appunti dove erano trascritti tutti i suoi piatti, quelli classici, ancora impressi nella memoria, costruiti su sapori autentici. E oggi queste preparazioni sono state tradotte in un invitante menù disponibile anche in versione da asporto.

BucaVino

Andrea e Francesca Romana Palmieri

Andrea e la sorella Francesca Romana, che è la sommelier, responsabile di sala e della selezione dei vini, non hanno avuto alcun dubbio su questa operazione amarcord. Riportare al presente i sapori di quando erano bambini, farli rivivere e condividerli anche con altri, regalando un pranzo o una cena confortevole, fatta di ingredienti conosciuti e di piatti rassicuranti.

La domenica, seduti davanti alla stufa, fremevamo in attesa che il pranzo della nonna fosse pronto” raccontano i fratelli Palmieri. Da questa foto del loro album dei ricordi arriva l’ispirazione di provare e riadattare per BucaVino queste ricette, dai classici della cucina romana alle revisioni casalinghe del tiramisù o della zuppa inglese prende forma il menu “come lo faceva nonna”.

Il percorso gastronomico

Un percorso gastronomico, a carattere prevalentemente laziale, dove le ricette della cucina romana vanno per la maggiore. Si parte dagli antipasti dove troviamo Alici e Puntarelle fritte, le puntarelle in questa versione sono molto sfiziose, quasi come delle chips da intingere assolutamente in qualche salsa acida e che mangeresti senza sosta; le Zucchine ripiene, il Baccalà in Pastella e la Trippa alla romana da leccarsi i baffi. Tra i primi piatti trionfa la Cacio e Pepe, simbolo di una romanità anche pastorale che nonno Palmieri conosceva benissimo all’epoca della transumanza. Poi c’è la Carbonara, fatta in modo particolare in quanto la versione di nonna prevede la mantecazione direttamente sul fuoco di uovo, pecorino e parmigiano, un’emulsione studiata a regola d’arte che lega benissimo pasta e singoli ingredienti.

I piatti della degustazione

Tra i secondi, troviamo i piatti che non deludono mai, quelli del pranzo della domenica: le Vitello tonnato, Polpette al sugo, il Maialino e il Petto alla fornara con patate al forno e l’Abbacchio con i carciofi. Tutto è ovviamente espresso e fatto in casa, compreso il purè e il pane, fino ai dolci che meritano un capitolo a parte. È proprio quando si arriva al dessert, nell’ultima tappa di questo viaggio a tavola che ti porta indietro nel tempo, che si tocca l’apice. La Zuppa inglese con ciambellone, imbevuta di alchermes e con la crema fatta in casa, è un tuffo al cuore al primo cucchiaio, la Crostata di Visciole e il Maritozzo con la panna sono altri due omaggi alla cucina romana e poi il Tiramisù con gli Osvego, una originale rivisitazione che Andrea Palmieri ci spiega così: “Ricordo benissimo la cena di mia nonna, semplicemente caffè latte e biscotti. Ho voluto trasformare questa tazza fumante nel nostro Gelato al caffè latte con Osvego, una dedica personale a chi ci ha dato tanto prima e continua a tenerci compagnia anche oggi”.

La Ristocceria

Ma il menu di BucaVino non è solo da consumare in loco, ma anche in versione “Ristocceria” – ovvero un ristorante in versione rosticceria da asporto – come ci raccontano i due fratelli: “Considerando il periodo che stiamo vivendo e pensando anche alla clientela del quartiere, abbiamo deciso di puntare sulle ricette della tradizione realizzate con ingredienti di qualità. La rosticceria a Roma è un must e in questo modo i clienti posso decidere come e dove degustare i nostri piatti”.

Tra le buone pratiche di BucaVino, oltre all’asporto, c’è anche la possibilità di portar via la bottiglia non terminata a tavola e la vendita a scaffale per chi volesse acquistare il vino a un prezzo da enoteca. Due proposte nate dalla sommelier di casa, Francesca, che si diverte nella scelta dei vini e degli abbinamenti ideali con la cucina del fratello (e pure della nonna ora). Ha costruito una carta dei vini che comprendono tutta l’Italia, con un focus sul Lazio e un posto speciale riservato alle nuove realtà e a chi rispetta il territorio.

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L’evoluzione di BucaVino

Una bella evoluzione quella di Andrea e Francesca Romana, alla guida di BucaVino dal 2007, quando rilevarono il ristorante dove lei lavorava come cameriera per pagarsi gli studi  all’Accademia di Regia Cinematografica e Televisiva. “Siamo cresciuti a Roma ma la nostra famiglia è di Leonessa, nel reatino. Qui mio nonno faceva il maître di sala, quando ancora fare questo mestiere significava essere un semplice cameriere. Con la sua determinazione e il suo impegno – aggiunge – è riuscito a nobilitare il suo ruolo e farlo sembrare ai nostri occhi di bambini il più bello del mondo”. Un percorso che è evidentemente avevano nel dna come fa notare Francesca Romana e che negli anni sta diventando sempre più identificativo, fatto di una tradizione moderna, un amarcord di sapori spensierati e immediati che fa molto bene al cuore.

La nostra prova di assaggio:

Chips di buccia di patate
Polpette di melanzana con calamaro marinato al lime
Fiori di zucca fritti
Alici e puntarelle fritte
Trippa
Zucchine ripiene
Cacio e Pepe
Carbonara
Vitello Tonnato
Polpette al Sugo con purè
Maialino con patate al forno
Tiramisù con gli Osvego
Zuppa inglese
Maritozzo con la panna

BucaVino

Via Po 45/A – Roma
Aperto dalle ore 12.00 alle ore 15.00 e dalle ore 19.00 alle 23.00
Chiuso la domenica a cena e il lunedì tutto il giorno.

BucaVino

Elettroforno Frontoni

ELETTROFORNO FRONTONI FA IL BIS!

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In origine era Garbatella il quartiere in cui lo storico Elettroforno Frontoni ha regnato. Due punti vendita, una lunga tradizione di famiglia e tanto amore per il pane e l’Arte Bianca.  Era il 1950 quando Gino Frontoni comincia a sfornare pane e pizze e lo fa per circa 40 anni.

Settembre 2020 l’Elettroforno Frontoni si sdoppia e oltre alla sua sede di via Ostiense a Roma eccolo approdare a via Eurialo 73, alla conquista del quartiere Appio Tuscolano, che negli ultimi mesi sta ritrovando vita, fermento e tante nuove interessanti aperture.

“I quattro Moschettieri”

Sono quattro, come i moschettieri, i nomi che firmano il progetto Elettroforno Frontoni, già da tempo riferimento per gli amanti del buon pane nel quartiere San Paolo-Ostiense di Roma, Luca Frontoni, Valerio Migliorati, Nicolò Monti, Federico Norvo.

Appena trentenni quando iniziò questa avventura, capitanati da Luca nipote del sor Gino Frontoni. Oggi, a distanza di sei anni e con qualche capello bianco in più (e non a causa della farina), sono sempre innamorati di questo mondo e del loro lavoro, forse ancora di più. La loro missione è quella di portare la grande tradizione panettiera italiana nel loro Elettroforno Frontoni e lo fanno anche con una gran voglia di mettersi in gioco, oltre che con studio, ricerca, rispetto e selezione delle materie prime.

Da quel 1950 sono passati tanti anni, ma non è mai venuta meno la cura per i sapori, le sperimentazioni e lo studio per ottenere sempre un prodotto buono, sano, fragrante e soprattutto altamente digeribile. “L’idea iniziale era quella di aprire uno studio di architettura e un forno in unico locale, poi l’aspetto della panetteria ha vinto – racconta Luca che in origine è anche architetto.  Il focus è sempre stato ben chiaro: proporre un prodotto tradizionale, buono, fatto con i giusti tempi e la stessa attenzione ai dettagli che contraddistingueva i vecchi forni di una volta”.

Elettroforno Frontoni

I prodotti di Elettroforno Frontoni

I prodotti di Elettroforno Frontoni sono, infatti, frutto di un’attenta ricerca della qualità: una lunghissima lievitazione, utilizzo di farine biologiche macinate a pietra e poco raffinate del Molino Paolo Mariani, il lievito madre, e poi tutti ingredienti di prima scelta, tra cui le verdure fresche che arrivano direttamente dall’orto, e quindi stagionali.

Tutta questa passione salta subito all’occhio appena entri nella nuova sede di via Eurialo, un piccolo regno profumato di pane croccante, di pizze appena sfornate, di biscotti e non solo. Accogliente come la cucina di una casa, dove sedersi e mangiare al volo un pezzo di pizza, dopo aver passato magari oltre dieci minuti davanti al banco per scegliere la pizza giusta, o fare un happy hour con qualche birra artigianale selezionata e un amico. Il design è moderno ed essenziale, interamente curato dal collettivo Post Factory.

La “carta” delle pizze

L’offerta è varia e golosa. Ovviamente non manca la pizza bianca con il sesamo, oramai vera signature Frontoni, e poi le varie stagionali e le ever green. Tra gli assaggi fatti nei giorni successivi all’apertura segnaliamo la bianca con i semi misti e quella al sesamo, con una lievitazione perfetta, bordi alveolati, impasto leggero, croccante all’esterno e scioglievole in bocca, ideale da farcire sia con il dolce che con il salato. E che ovviamente torvate già in versione “imbottita con la mortazza”.

Per non sbagliare c’è la classica margherita o la napoletana, se invece abbiamo voglia di qualcosa di diverso c’è la Cesanese che ti conquista al primo morso, ma anche al solo profumo, con cipolla di Tropea, olive taggiasche e due tipi di pomodoro, datterino e ciliegino e un battuto di prezzemolo realizzato con la salsa Harissa; e poi quella con cicoria e finocchiona dove i sapori si bilanciano alla perfezione, e quella melanzane, bufala e nduja, vera goduria per chi vuole un sapore più meridionale. Senza tralasciare le ever green come la pizza con le patate e rosmarino o prosciutto e fichi, annoverata tra le migliori di Roma.

Elettroforno Frontoni

Il pane

Tutte le pizze sono fatte con miscela di farine realizzata con grano tenero tipo 0, tipo 2, integrale e farro integrale, una lievitazione fino a 72h e idratazione fino all’85%. Condite con più di 100 ricette interamente preparate nel laboratorio interno la stagionalità dei prodotti freschi lavorati quotidianamente.

E il pane? Ben 10 tipologie di Pane a lievitazione naturale di 24h con lievito madre, sfornato rigorosamente fresco ogni giorno da lunedì al sabato. Oltre al classico pane di grano duro e al semi integrale, realizzato con farine bio, si trovano a rotazione nei vari giorni il pane con le olive taggiasche, alle noci e ai 5 cereali, energetico e salutare, ideale anche per chi ha un basso consumo di carboidrati e chi fa sport; con l’uvetta e le noci e il pane di Sorrento con Frutta secca (mirtillo rosso, albicocca, datteri, uvetta e noci) che a colazione, anche nei giorni successivi, con un po’ di marmellata o un miele profumato è matrimonio perfetto (ovviamente lo abbiamo testato per voi).

Elettroforno Frontoni

Supplì e tanto altro

Ci sono anche i supplì artigianali realizzati con pangrattato Elettroforno e ingredienti sempre stagionali e i dolci da forno realizzati con più tipologie di farina con particolare attenzione alle ricette tradizionali italiane.

I ragazzi di Elettroforno Frontoni sfornano continuamente e ora siamo in attesa delle nuove ricette per la collezione autunno-inverno, intanto da quanto si vede in giro e dalla fila che c’è per entrare pare che siano stati ben accolti dagli abitanti di via Eurialo e dintorni. Addirittura c’è chi confessa di dover fare il giro più lungo per non passare davanti al negozio e avere tentazioni a cui non si può resistere.

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#FREISAFRIDAY, le storie dei sapori delle colline torinesi passano dai social

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Il mondo dell’enogastronomia e del turismo con il Covid ha scoperto il grande potere narrativo del digitale. Paesi, campagne, cantine e prodotti tipici hanno tutti una storia da raccontare, per farla funzionare va narrata con lo stile più idoneo, ma soprattutto attraverso i canali giusti se vogliamo far scoprire bellezze, profumi e sapori a un pubblico nuovo. Cantine, aziende e ancor più consorzi che rappresentano il territorio nella sua complessità hanno compreso la potenzialità dei social network più di prima. Hanno trovato in essi una porta sul mondo, una porta da cui far entrare visitatori virtuali pronti a scoprire prodotti e luoghi.

#FREISAFRIDAY

A quante dirette Instagram abbiamo assistito nei mesi di lockdown? Degustazioni virtuali, visite in cantina, racconti di ricette, molto di questo è stato improvvisato, un modo per occupare il tempo e non uscire dal circuito comunicativo, ma che ha saputo portare risultati.

Poi da queste dirette “genuine” sono venuti fuori format narrativi, storytelling più strategici, degustazioni confezionate ad hoc con ospiti, live che non lasciano più nulla al caso. Siamo ora alla seconda fase quella dell’applicazione teorica di strategie di mercato con tecnologie e media finora poco sfruttati. Attività da tempo ipotizzate, ma ferme lì sul trampolino di lancio, sperimentate solo dai più coraggiosi o dagli alternativi. Poi l’alternativa è diventata sinonimo di necessità e ora i social sono eletti a regno dello storytelling del food, specialmente per le prossime stagioni turistiche che presentano una grande serie di incognite.

Un esempio virtuale e virtuoso è #FREISAFRIDAY, il nuovo progetto ideato dal Consorzio Freisa di Chieri e Collina torinese per promuovere i produttori consorziati e i tesori enogastronomici del territorio e sostenere la ripartenza in questo periodo critico. Progetto avviato ad agosto e che sarà on line ogni venerdì, fino alla fine dell’anno, sulle pagine facebook e Instagram del Consorzio. Si tratta di un insieme di mini – documentari di alta qualità che racconteranno storie di eccellenza e artigianalità, di sapore e passione, ma anche di resilienza e imprenditoria virtuosa, per dare voce al territorio in un modo inedito e trasversale.

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Un tour culturale

Un dinamico e coinvolgente tour culturale alla scoperta di luoghi, profumi e sapori in compagnia di coloro che portano avanti la ricchissima tradizione vitivinicola di Chieri e collina torinese, attraverso esperienze e aneddoti legati alla loro professione e alla loro passione. Accanto alle voci dei protagonisti principali – sette produttori del Consorzio Freisa di Chieri e Collina Torinesi, alcuni Maestri del Gusto selezionati dalla Camera di commercio  di Torino e numerosi ristoratori di Chieri e Torino – anche quelle di giornalisti, influencer, winetellers ed esperti del settore, che metteranno la loro competenza a servizio della narrazione per offrire un quadro più completo delle numerose tipicità che caratterizzano il territorio.

Le parole di Marina Zopegni

Come conferma Marina Zopegni, Presidente del Consorzio Freisa di Chieri e Collina Torinese: “l’attività turistica 2020 è stata pesantemente influenzata dall’attuale situazione sanitaria, che ha penalizzato la ristorazione e le attività di promozione cittadine. Nonostante ciò possiamo sostenere con grande orgoglio che si è registrato un incremento del turismo di prossimità, che ha beneficiato di alcune iniziative pensate ad hoc, soprattutto dedicate al cicloturismo e alla valorizzazione del territorio e dei prodotti agro alimentare. Ed è proprio questa la grande sfida che il momento storico attuale ci offre: l’opportunità di riscoprire il bello di casa nostra, valorizzando ciò che fino a ieri si dava per scontato con genio, competenza, fantasia e innovazione”.

La riscoperta del territorio italiano e la sua valorizzazione è stato il focus di quest’estate per molti, finalmente si assiste alla riscoperta di luoghi da parte di chi quei luoghi li vive tutti i giorni.  E piemontesi Piemonte di Chieri e Torino cosa hanno riscoperto?

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La necessità di donare nuovo impulso turistico

“Viviamo in uno scrigno di tesori inesplorati – risponde Marina Zopegni – e per certi versi poco conosciuti anche dagli stessi abitanti: un patrimonio artistico, storico e architettonico da scoprire o riscoprire, arricchito da eccellenze enogastronomiche tutte da gustare. Aggiungerei la bellezza e la biodiversità di un paesaggio incantevole, patrimonio e riserva MAAB UNESCO. Tutto questo va raccontato con gli ingredienti giusti, che sono conoscenza, passione, senso di appartenenza al territorio, unite all’uso sapiente degli strumenti tecnologici oggi a disposizione. Sono questi gli ingredienti principali per dare un nuovo impulso turistico al nostro territorio e che noi abbiamo miscelato all’interno del progetto FreisaFriday”.

Il ruolo di ristoratori e artigiani

I ristoratori dal canto loro si sentono oggi sempre di più ambasciatori del territorio di appartenenza e lo esprimono scegliendo determinate materie prime o nella definizione di una carta dei vini che rispecchi l’interland e le sue tradizioni. A conferma di ciò la presidentessa Zopegni racconta: “Proprio attraverso FreisaFriday mi sono accorta una volta di più di come i ristoratori, gli artigiani e i produttori di Freisa siano degli ottimi ambasciatori e possano offrire un intrigante biglietto da visita per il territorio. Da parte di tutti c’è grande attenzione nella scelta delle materie prime e nella qualità dei singoli prodotti.  Con FreisaFriday abbiamo voluto permettere a tutti loro di raccontarsi e di raccontare il loro lavoro quotidiano. Un tassello in più a sostegno della loro promozione e dell’interazione tra le varie anime del territorio, perché, se è vero che nessuno è profeta in patria, credo sia necessario favorire le sinergie e nello stesso tempo far conoscere all’esterno le numerose specialità enogastronomiche di cui andiamo orgogliosi e che tante persone continuano a valorizzare in perfetto stile sabaudo: “lontano dai riflettori” con discrezione e competenza”.

Il ruolo chiave dei cittadini

L’ultimo tassello di questo percorso è l’utente finale, che in questo caso è l’abitante del luogo, colui che spesso dà per scontato prodotti e tradizioni, ma che sarebbe necessario educare per fargli ritrovare il senso di identità. E al Consorzio Freisa di Chieri e Collina Torinese hanno le idee chiare: “C’è bisogno di favorire le occasioni di conoscenza e degustazione dei prodotti, lavorando in sinergia e superando una certa timidezza…  incentivando il dialogo e il confronto, lasciando spazio alla sperimentazione e alla condivisione. Essere orgogliosi di ciò che si produce e si propone è fondamentale. Spesso, infatti, c’è il rischio che le persone apprezzino di più le eccellenze di altri territori per il semplice fatto che vengono raccontate di più e in modo migliore. In certi casi, infatti, è tristemente vero il detto che “L’erba del vicino è sempre più verde!”

I giovani

E i giovani? – Continua marina Zopegni: “I giovani stanno rispondendo molto bene, c’è un crescente interesse da parte loro nei confronti del vino, soprattutto se legato alla storia della produzione e dei produttori. Sono il nostro futuro e anche per questo motivo FreisaFriday si rivolge principalmente a loro, raccontando il patrimonio che hanno in casa tramite i social, primo mezzo di comunicazione proprio tra i giovani. Un modo diretto per arrivare a loro con nuovi contenuti e per spingerli ad interessarsi sempre di più al territorio in cui vivono”.

A questo unto non ci resta che seguire ogni venerdì FreisaFriday e iniziare questo  vivace viaggio attraverso la tipicità di tutto il territorio della provincial di Torino, ricca di enogastronomia, di ambiente, di tradizione, di cultura.

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