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Giusy Ferraina

Fare la spesa al tempo del Coronavirus

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Viviamo tappati in casa da giorni, tanto da cominciare a perdere il conto. Sono passate ben tre settimane dal primo decreto ministeriale che ci ha messo in quarantena preventiva e in quest’arco di tempo molte cose sono cambiate nelle nostre giornate, ma soprattutto nel nostro rapporto con il cibo e la cucina. Il primo forte segnale reiterato e diffuso tra tutti gli italiani è il tempo dedicato alla spesa, sempre più ristretto e quasi acrobatico, e di conseguenza quello passato in cucina. Ma la cosa più importante da studiare è cosa comprano gli italiani quando vanno al supermercato. È qui che si assiste a una vera inversione di tendenza che si potrebbe definire storica.

Nonostante l’emergenza Coronavirus e i ripetuti inviti a restare a casa quasi 1 italiano su 3 non resiste più di 72 ore prima di dover uscire per fare la spesa. Scusa o necessità, istinto di sopravvivenza o quello di avere sempre la dispensa piena, assistiamo a un comportamento quasi irrazionale che ci spinge a metterci in fila, ordinati e distanziati, fuori dai negozi per comprare ciò che prima non era mai entrato nei nostri carrelli.

In fondo perché comprare lievito e farina se il pane, la pizza e i dolci li vendono già pronti?  In effetti prima del 9 marzo, nella maggior parte dei casi, si ragionava in questi termini, dando spazio al già pronto della gastronomia, ai prodotti da forno o pasticceria, più compatibili con i ritmi quotidiani – e limitando le nostre performance culinarie al weekend. Oggi assistiamo a un vero boom del fai da te casalingo.

Come cambia il carrello della spesa

Dai dati rilasciati da Coldiretti in questi giorni si assiste, per la prima volta, ad un calo del 18% degli acquisti di piatti pronti take away e addirittura del 27% per i prodotti di rosticceria. Impennata improvvisa si ha invece per lievito di birra (+122%), farina (+90%), mozzarella (+25%) latte Uht (+21%), conserve di pomodoro (+17%), zucchero (+9%). Un andamento della spesa mai registrato prima e ovviamente dettato dall’esigenza di trascorrere il tempo fra le mura domestiche, causa misure restrittive anti pandemia – con un ritorno prepotente alla cucina casalinga e in particolare ai lievitati di vario genere. Si preparano, infatti, dolci, pane, pizza e pasta fatta in casa per ben il 32% delle famiglie e non solo, torna in auge la cucina tipica e tradizionale con l’aiuto delle nonne vicine o in videochiamata.

Frutta e verdura

Ma non è solo il carboidrato a vincere in cucina, entrano nel carrello della spesa anche molte materie prime fresche, preferite al congelato o al già pronto, con un aumento vistoso delle quote “verdi”. Più frutta e verdura, ben 16% in più rispetto agli standard, come conseguenza del coronavirus, che ha scatenato la caccia alle vitamine per rafforzare il sistema immunitario. I medici in questo momento consigliano un’alimentazione mediterranea, con un occhio agli alimenti ricchi di vitamina B e C, e oligominerali.

Dal supermercato al mercato ortofrutticolo è corsa all’acquisto di arance, kiwi, mele, pere, fragole ma anche insalate, carote, pomodori, cavolfiori, broccoli, carciofi, asparagi e patate che garantiscono una riserva naturale di vitamine. C’è da sperare che l’esigenza dettata dalla paura del contagio porti tanti italiani a imparare a mangiare bene e meglio e ad adottare le “regole” di oggi come sana abitudine alimentare di domani.

La dispensa degli italiani

Dai dati forniti sempre da Coldiretti nelle dispense sono stati accumulati soprattutto pasta, riso e cereali (26%), latte, formaggi, frutta e verdura (17%), prodotti in scatola (15%), carne e pesce (14%), salumi e insaccati (7%) e vino e birra (5%). L’intero comparto alimentare ha subito una crescita notevole, già nel mese di gennaio si registra quasi un 8% in più di consumi, in parallelo al farmaceutico (+10,8%) che di questi periodi sono i due settori che contribuiscono in misura determinante alla crescita del fatturato industriale in Italia.

Gli accaparramenti alimentari che il più delle volte rispondono al timore di rimanere senza cibo, stanno di conseguenza mettendo sotto pressione l’intera filiera produttiva, che parte dai campi per chiudersi sugli scaffali dei negozi. L’approvvigionamento è, comunque e sempre, assicurato in tutta Italia grazie al lavoro continuo delle 740mila aziende agricole, 70mila imprese di lavorazione alimentare e una capillare rete di distribuzione, che operano su tutto il territorio nonostante i vincoli, le difficoltà economiche e gli ostacoli oggettivi all’operatività. E a questo si aggiunge anche una ridotta disponibilità di manodopera che non facilita la situazione.

Tutela filiera Made in Italy

Il lato positivo di questa faccenda è che l’82% degli italiani cerca di acquistare prodotti Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio. Un sentimento condiviso a tutela della nostra filiera e sostenuto da diverse campagne di sensibilizzazione. Tra le tante attività è nata anche di recente l’alleanza “salva spesa Made in Italy” con agricoltori, industrie alimentari e distribuzione commerciale che si impegnano a garantire regolarità delle forniture alimentari agli italiani e a combattere qualsiasi forma di speculazione sul cibo dai campi alle tavole. Lo ha reso noto il presidente della Coldiretti che ha promosso l’iniziativa insieme a Filiera Italia con l’adesione di Conad, Coop, Auchan, Bennet, Cadoro, Carrefour, Decò, Despar, Esselunga, Famila, Iper, Italmark, Metro, Gabrielli, Tigre, Oasi, Pam, Panorama, Penny, Prix, Selex, Superconti, Unes, Vegè.

Tutti in cucina

In questi giorni, dunque, la cucina diventa una delle attività primarie e più gratificante per uomini e donne con il coinvolgimento anche dei più piccoli, un modo per tenerli impegnati e magari fargli acquisire questa passione.  Si comincia dalla prima colazione fino ad arrivare alla cena o ai preparativi complessi per il giorno dopo. Nelle grandi città dove tutto un tempo era veloce, assistiamo ora a un rallentamento generale. Accade quello che si racconta delle mamme e delle nonne del sud, che già a colazione ti chiedono cosa vuoi mangiare per pranzo e cena. Tutto organizzato e programmato e tutto sempre testimoniato da video e foto postate sui social con l’hashtag ufficiale di #iorestoacasa, tra ricette tipiche, improvvisate, cene di gruppo e chef emergenti, nessuno escluso e con tanti vip in prima linea.

Aperitivo social(e)

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Da quando hanno chiuso bar, pub e ristoranti e ci hanno obbligati a stare a casa, abbiamo percepito quanto la situazione Covid19 sia molto più seria di quanto si pensasse. Ma volenti o nolenti, ci siamo messi in gioco tutti (o forse no?) nel provare a combattere questo nemico invisibile, che ci sta mettendo a dura prova da tutti i punti di vista. Abbiamo rinunciato agli amici, a vedere i parenti, ad andare a cena fuori e a fare gli aperitivi dopo l’ufficio.

Le regole vanno rispettate: non si esce se non per motivi strettamente necessari, non si sta in posti affollati, niente baci e abbracci e si mantiene la distanza di sicurezza di un metro. Le giornate trascorrono un po’ tutte uguali tra smart working, per chi ancora lavora, letture, impasti, serie tv, allenamenti in door (e non nei parchi), fritture di vario genere, buttare la spazzatura per sgranchirsi le gambe o andare al più vicino supermercato per fare la spesa. E ovviamente mangiare.

Le giornate in casa

Da quando ci è stato imposto il regolamento anti coronavirus la paura più grande è quella di stare da soli, di rinunciare alle persone che quotidianamente e nel modo più naturale possibile riempivano le nostre giornate, ora fatte dalle solite facce, se si sta in famiglia, o dalla propria riflessa nello specchio per i single.

Ma l’uomo, si sa, è un animale sociale e nemmeno il coronavirus e la quarantena possono fermare questa sua natura. Giusto il tempo di organizzarsi e capire quali tecnologie usare per riattivare la nostra vita sociale. Ovviamente on line.

Gli aperitivi in chat

Già nel primo weekend dopo la stretta di vite dei vari decreti ministeriali siamo partiti con gli aperitivi in chat. In fondo perché rinunciare a un buon calice di vino, una birra o bollicina che sia e quattro chiacchiere con gli amici o le amiche? Ciò che si faceva durante la “vita normale” è fattibile anche ora. Lo slogan “vicini ma distanti” sintetizza il concetto e la tecnologia da Whatsapp a Zoom ci aiuta alla grande.

L’aperitivo in chat è il simbolo massimo di questo momento. Rappresenta l’essere umano nella sua piena espressione sociale, la sua esigenza di convivialità e di aggregazione. Raffigura, soprattutto, il potere del cibo come fattore di unione e confronto.

Elementi che antropologi, storici, sociologi e filosofi hanno studiato ed evidenziato raccontando l’uomo nei secoli e che ancora una volta si conferma in questa situazione, dove la vicinanza non è possibile, ma si riproduce senza rinuncia al contesto.

Un’esigenza di socialità

Non un capriccio consumistico e da buongustaio, ma un’esigenza di socialità: ecco cos’è veramente l’aperitivo o il brindisi virtuale pre e post cena. Una scusa per parlare con qualcuno, raccontarsi la giornata, fare il punto della situazione, ma soprattutto alleggerire l’atmosfera. E l’alcol in questo aiuta.

L’happy hour o aperitivo, come dir si voglia, incarna da tempo ormai una ritualità riconosciuta e rispettata. Come ogni rito ha il suo tempio, anche l’aperitivo ha la sua sede stabilità di celebrazione, che in questo momento diventa altra rispetto al nostro bar di quartiere o bistrot del cuore.

In questo frangente viviamo in una nuova dimensione spazio-temporale distaccata e diversificata, ognuno vive la sua senza possibilità di intersezione reciproca, abbiamo bisogno dunque di una sede e un momento condiviso che per forza di cose diventa virtuale. E grazie alla tecnologia si replica più facilmente e coinvolge più persone diverse insieme. E come diceva qualcuno tra i conoscenti: «Stasera ho il terzo aperitivo di fila, vuoi vedere che faccio più vita sociale adesso di prima?»

L’aperitivo filosofico

Addirittura anche le scuole si organizzano per distrarre i ragazzi, come l’Istituto Colombo di Sanremo che ha lanciato un aperitivo filosofico virtuale, mentre altri trasformano l’aperitivo in un evento solidale, il bar Balthazar di Varese ha invitato i clienti a brindare virtualmente su Instagram e fare una donazione per un ospedale locale.

Aperitivo = socialità, l’equazione è lampante; ce lo ricorda anche Alex Revelli Sorini, docente di gastrosofia: “la cucina e la sua evoluzione hanno umanizzato il pasto e trasformato l’impulso a sfamarsi nell’atto di gustare, che è un’esperienza conviviale e linguistica tipicamente umana. E la condivisione del cibo è una passione universale”.  E del vino ci dice: “sul vino nasce la grande cultura, esempio ne sono gli antichi simposi in Grecia e a Roma, occasioni formali create per bere insieme, dove si discuteva di politica e filosofia. E in cui si generavano idee e grandi teorie”. Il vino e il ritrovarsi in compagnia intorno a un calice diventa momento di confronto, di dialogo, di diffusione delle idee. Ieri come oggi. E la riprova di questa natura e voglia di socialità è forte.

I social e le app a disposizione

Per ritrovarsi insieme ai tempi del Coronavirus ci son numerose app che potete usare sia da smartphone che da pc e che vi danno la possibilità di mettere insieme anche gruppi di dieci persone: Whatsapp (videochiamate fino a 4 amici), Google Hangouts, FbMessenger, Zoom, Facetime, Skype, e Houseparty. Per chi non conoscesse quest’ultima è l’app preferita dai più giovani, utilizzata per festeggiare compleanni e lauree, ci si registra tramite Facebook o Snapchat, si trovano le persone digitando il nome utente e ogni volta che qualcuno entra in una «stanza» virtuale Houseparty avvisa tutti gli altri e così la room si riempie di amici.

A parte la tecnologia serve anche la materia prima: vino, birra, cocktail e qualcosa da sgranocchiare. Se avete già dato fondo a tutte le riserve in cantina e in dispensa, nessun problema. La tendenza dell’aperitivo on line, quasi quotidiano, è stato preso seriamente da shop on line di alcolici, enoteche e distributori con consegna a domicilio che mai e poi mai vi farebbero trascorrere una serata in solitudine e a bocca asciutta.

Il Delivery cresce con #iorestoacasa e offre di più

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L’emergenza #coronavirus non ha dato solo vita al movimento #iorestoacasa ma ha anche notevolmente aumentato i volumi del food & wine Delivery

Con il decreto #iorestoacasa le nostre abitudini sono cambiate totalmente. Non baciamo e non abbracciamo gli amici, si sta a un metro di distanza da tutti, si lavora da casa, si esce poco o per niente. Sicuramente abbiamo imparato a rinunciare, a malincuore ma per motivi di forza maggiore, ad aperitivi e cene fuori. E in questo sono stati più responsabili i ristoratori che hanno scelto di chiudere per evitare ed evitarci problemi di possibili contagi che noi consumatori, pronti magari a rischiare l’uscita conviviale.

A ben pensarci il termine “rinunciare” potrebbe anche essere non appropriato. È vero, non si va fuori, ma una buona pizza, un hamburger, un dolce o una cena potrebbero arrivare a casa nostra. Se, dunque, una di queste sere siete stanchi di cucinare e volete qualcosa di diverso il servizio delivery c’è, pronto a soddisfarvi. E proprio in questa situazione i vari marchi hanno messo in campo più efficienza, sconti e promozioni, creatività nel servizio, rispondendo alle esigenze del momento e soprattutto riuscendo ad essere maggiormente competitivi.

Contactless Delivery

Un esempio è stata Domino’s Pizza, che anche stavolta ha bruciato le tappe e ha trovato una soluzione in tempo reale: il primo servizio di Contactless Delivery per la consegna della pizza, che si affianca al servizio di consegna tradizionale.

Come funziona? Si ordina la pizza tramite sito o App; si paga online e nelle note per la consegna si può richiedere il servizio Contactless Delivery, specificando se si preferisce la consegna alla porta o all’androne d’ingresso. Rispetto alla consegna tradizionale, il driver appoggerà i prodotti sullo scooter, se si sceglie la consegna all’androne, o davanti la porta di casa al piano e si allontanerà. Il cliente potrà ritirare i prodotti direttamente.

Tutto questo per rendere più “sereno” il consumo a domicilio, come spiega Alessandro Lazzaroni, master franchisee di Domino’s Italia: “Per l’Italia è un momento particolare e siamo molto vicini alle persone che in questo momento stanno vivendo una situazione difficile. Noi di Domino’s, con il nostro servizio, vogliamo far vivere ai nostri clienti momenti di serenità e benessere e lo facciamo a modo nostro puntando sulla qualità del servizio a 360°. Grazie alla nostra forte spinta innovativa, abbiamo deciso di introdurre questa nuova modalità di servizio e speriamo che possa essere apprezzato”.

Un’idea lanciata qualche giorno fa e presa in prestito da molti servizi di delivery.

Vino e bevande a domicilio

E se parliamo di delivery non possiamo non parlare di bevande a domicilio, settore in forte crescita che vede in queste settimane un incremento notevole dei consumi e delle consegne. Lo conferma Winelivery, l’App per bere, nata a Milano nel 2016 e oggi presente anche a Bologna, Torino Napoli, Roma, Catania, Firenze, Prato, Bergamo e Rimini. “Queste ultime due settimane hanno fatto registrare un +25% generale nelle vendite con un +50% nelle città del nord (Milano, Torino, Bologna). Le abitudini di consumo dei clienti sono repentinamente cambiate, da un lato, essendo sempre più le persone costrette a casa è aumentata la frequenza degli ordini, al tempo stesso anche il carrello medio ha avuto un rialzo: i clienti ci scelgono non solo per i consumi dell’ultimo minuto ma anche per fare delle piccole scorte o la spesa settimanale di bevande approfittando del servizio di consegna a domicilio al piano” ci racconta Andrea Antinori founder di Winelivery.

Di conseguenza per rispondere alle nuove richieste e alla nuova situazione Winelivery ha scelto di continuare le consegne, offrendo nuove opportunità di aperitivo a chi decide di non uscire di casa. “Vogliamo che le nostre città non rinuncino totalmente alle proprie abitudini come godersi un buon vino  o fare l’aperitivo, si può fare in maniera responsabile per tutti” – continua il management team di Winelivery  – “Per  questo abbiamo potenziato  il servizio di consegna e implementato le misure di sicurezza sia per i nostri clienti che per il nostro personale, dalla sanificazione continua delle bag alla disinfezione pre e post consegna e dotando tutti i fattorini di soluzioni alcoliche, mascherine e guanti monouso.”

Spesa a domicilio

Anche i supermercati non sono da meno. C’è Easycoop a portata di smartphone, Esselunga introduce la consegna gratuita per gli over 65, Eataly da tempo offre un servizio di delivery con  gratuita su qualsiasi fascia oraria prescelta per tutti gli ordini superiori a 39 euro e offre anche il delivery sulla pizza.

Take away

Poi c’è il versante asporto. Molti ristoranti hanno abbassato temporaneamente le serrande, altri ancora resistono, rispettando le ordinanze di servizio fino alle ore 18 e puntando a un servizio di asporto per pranzo e cena, sempre regolamentato negli orari possibili e con le debite distanze se si crea una fila. Tipologia di servizio più a rischio sopravvivenza: ci sarà fin quando non decideranno di fermare le attività, dipende dalle decisioni dall’alto e dall’affluenza ovviamente. Tra questi a Milano e a Roma si sono declinati in versione delivery dopo l’orario limite.

Delivery e asporto sono due modi efficaci di far continuare a lavorare almeno una parte del settore ristorativo, che si sforza di rimanere a galla offrendo un servizio nuovo e per la legge di mercato adeguandosi alla situazione. Pertanto in questo periodo di #iorestoacasa, quanto lungo non si sa, ogni tanto, se possibile, ordiniamo la cena o una bottiglia di vino o scendiamo a prendere la pizza, tonda o al taglio, della pizzeria sotto casa. E se poi siete attenti allo spreco alimentare, magari aiutando quei posti che sono aperti, ma che per insufficienza di clientela non hanno venduto tutto, ricordatevi dell’app To Good To Go che vi dà la possibilità di prendere con poco una mistery box con il rimanente della giornata a un prezzo conveniente.

Anche queste piccole scelte sono un modo per sostenere chi lavora. Sarete serviti come sempre con il sorriso. E sorridere in questi giorni serve!

Chi resta a casa #Mangiaitaliano

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Per sostenere i produttori del nostro paese nel periodo di emergenza per il Coronavirus Coldiretti lancia la campagna #MangiaItaliano

Il decreto emanato la sera del 9 marzo scorso ha trasformato l’intero paese in zona rossa. Ciò che fino a qualche giorno prima era obbligatorio solo in Lombardia e in alcune province del nord ora è una norma da rispettare sensatamente in tutta Italia. Niente differenze tra nord e sud, siamo tutti uguali e tutti dobbiamo adottare l’impegno, prima di tutto etico, di #iorestoacasa.

Le conseguenze sono state immediate e in primis si è scatenata la paura, comprensibile ma anche immotivata, che ha fatto assaltare a Roma e a Napoli i supermercati. La mattina seguente molti ristoranti, bistrot e servizi di ristorazione che potevano continuare a lavorare hanno “responsabilmente e altruisticamente” deciso di chiudere. Rimanere aperti è oggettivamente svantaggioso sia dal punto di vista della salute dei clienti e di chi lavora, sia dal punto di vista economico. L’appello è unanime restiamo a casa il più possibile, usciamo solo per andare a lavorare, per fare la spesa, per provvedere ai bisogni necessari. Non è una vacanza, né un’esercitazione per le prossime ferie.

Tutto questo porterà inevitabilmente a un blocco produttivo del comparto manifatturiero italiano e in particolare dell’agroalimentare. Se la ristorazione si ferma e si fermano i consumi “alternativi” a quelli casalinghi si fermeranno di conseguenza i circuiti distributivi. Già all’indomani delle chiusure si segnalano ordini food e beverage cancellati o posticipati – com’è giusto che sia – e si tocca con mano la preoccupazione di un’economia che non gira più per il verso giusto.

Come si legge nel decreto saranno garantiti i rifornimenti di merci alimentari per i supermercati e per tutte le botteghe dedicate, non ci sarà il pericolo di rimanere a digiuno, e siamo anche liberi di uscire per acquistare ciò che serve. La spesa per colazione, pranzi e cene a casa sarà garantita ed è l’unico motore che rimane acceso del circuito agroalimentare.

L’appello di Coldiretti

Da qui l’appello di Coldiretti per la grande distribuzione commerciale “affinché sostenga il consumo di prodotti alimentari Made in Italy con la scelta di fornitori in grado di garantire la provenienza nazionale di alimenti e bevande”. È quanto afferma il presidente Ettore Prandini, nel sottolineare l’esigenza di sostenere l’economia, il lavoro ed il territorio nazionale in questo momento di difficoltà a causa dell’emergenza Coronavirus.

Chiediamo a supermercati, ipermercati e discount di aderire con atti concreti alla campagna di mobilitazione #MangiaItaliano privilegiando negli approvvigionamenti sugli scaffali le mozzarelle con il latte italiano al posto di quelle ottenute da cagliate straniere, salumi ottenuti con la carne dei nostri allevamenti, frutta e verdura nazionale ed extravergine Made in Italy al 100%” ha precisato Prandini. Un appello forte e giusto al “senso di responsabilità, che serve anche a fermare le speculazioni in atto sulla domanda di prodotti agricoli e alimentari dopo la paralisi del turismo, i ristoranti vuoti, la chiusura forzata delle mense scolastiche e le difficoltà per l’export.

La posizione di Confali

Anche Federalimentare pone l’attenzione sul rischio che corrono le nostre eccellenze alimentari e tutto un settore che finora si è dimostrato in controtendenza al resto dell’industria. “L’emergenza Coronavirus potrebbe comportare per la nostra economia complessivamente una perdita di Pil di oltre 5 miliardi”. È quanto afferma Donatella Prampolini, coordinatrice nazionali di Confali, il coordinamento della filiera agroalimentare di Confcommercio-Imprese per l’Italia, facendo riferimento alle stime di queste ultime settimane. C’è da parte dei vertici il timore sulla gestione del normale svolgimento delle attività di distribuzione dei prodotti agro-industriali, vista la riduzione drastica dei consumi del canale food service. E come sottolinea la Prampolini: “Ci auguriamo che l’attività possa continuare senza limitazioni o danni alle imprese del dettaglio, dell’ingrosso, della produzione che insieme sono fornitrici di servizi necessari per le comunità locali e le città di riferimento”.  Inoltre la libera circolazione dei prodotti serve e va tutelata anche per evitare psicosi da “scaffale vuoto” come quelle viste nei giorni scorsi.

L’export

L’export è l’altra nota dolente. Una azienda su due (53%) che esporta nell’agroalimentare ha ricevuto disdette negli ordini dall’estero secondo l’indagine Coldiretti/Ixé.  Al via il piano salva export alimentare che vale 44,6 miliardi di euro e rappresenta un elemento di traino per l’intero Made in Italy, in difficoltà sui mercati esteri sempre per l’emergenza coronavirus. Una campagna necessaria per combattere la disinformazione, gli attacchi strumentali e la concorrenza sleale che ha portato alcuni Paesi – come denuncia Coldiretti – a richiedere addirittura insensate certificazioni sanitarie “virus free” su merci alimentari provenienti da Lombardia e Veneto.

Una vera e propria azione di difesa del territorio, dell’economia e del lavoro Made in Italy che trova la sua matrice nell’iniziativa #MangiaItaliano che serve a far conoscere il valore enogastronomico del Paese. E che deve partire da noi.

#Mangiaitaliano

Un appello quello di Coldiretti #Mangiaitaliano che deve essere accolto da tutti, da chi vende il cibo, ma anche di chi lo compra. Anche in una situazione difficile come questa che stiamo vivendo possiamo (e dobbiamo) proteggere e aiutare il nostro paese, sotto ogni punto di vista.

Scegliamo il quartiere per fare la spesa, prediligiamo i piccoli negozi sotto casa, acquistiamo prodotti da filiera tutta italiana, prediligiamo nella nostra scelta, magari produttori locali (contadini, casari, cantine, ecc.), mantenendo viva la produttività regionale. Sosteniamo in grande il made in Italy e nel nostro piccolo la nostra regione. Compriamo il giusto, evitiamo l’esagerazione che porta allo spreco, e impariamo stando a casa a consumare tutto e a riciclare in cucina. Questo aiuterà anche l’economia di casa e non solo quella dell’Italia.

Food Bag, la buona pratica contro lo spreco alimentare

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Quante volte vi è capitato di mangiare al ristorante e non finire ciò che si aveva nel piatto, non perché non piacesse, ma perché era una porzione particolarmente abbondante o perché avevamo ordinato troppe cose? È successo, e anche spesso, a tutti. Accade in trattoria, in pizzeria, in enoteca, alle feste e nei buffet. E cosa si fa in questo caso? Di solito si rispedisce al mittente, preoccupandosi di dire che non abbiamo più fame o non riusciamo a finire la pietanza, per non offendere la sensibilità dello chef.

Ma se invece imparassimo a chiedere ciò che è nostro, ciò che in fondo abbiamo pagato e ritroviamo sul conto a fine serata? Non solo per una questione economica, ma per un semplice motivo legato allo “spreco alimentare”. Sarebbe una richiesta etica, un atto molto utile che dovrebbe diventare obbligatorio.

La Food Bag

E se riportare a casa la pizza nei cartoni o una bottiglia di vino è più semplice dal punto di vista del trasporto e della conservabilità del prodotto, come possiamo fare con la carne, il pesce, il sushi o qualsiasi altro alimento cucinato o crudo? Ci vorrebbe una bella Food Bag, un contenitore funzionale disegnato ad hoc, in cui mettere il cibo ordinato al ristorante e non consumato, che ogni cucina, da quelle stellate a quelle delle osterie di quartiere, dovrebbe offrire come servizio. Un’opportunità all’avanguardia per il cliente, per la propria economia di gestione, per il mondo stesso.

La petizione

Pensare ad una Food Bag permetterebbe infatti di ridurre notevolmente gli sprechi alimentari che si verificano nei consumi fuori casa. Questa è l’idea proposta dagli organizzatori del Festival del Giornalismo Alimentare, svoltosi a Torino dal 20 al 22 febbraio scorso, e che hanno lanciato una petizione su Change.org che, ad oggi, ha raccolto oltre 14.000 firme. Il sostegno arriva da tutta Italia, consumatori e chef uniti in questa iniziativa, dimostrando che molti italiani sono sensibili al tema degli sprechi alimentari.

Si potrebbe (e dovrebbe) seguire l’esempio della Francia che già da 4 anni ha in vigore una legge che obbliga i ristoranti a consegnare il cibo avanzato dai clienti se questi lo richiedono. In Italia ancora siamo lontani da prassi di questo tipo sia dal punto di vista legislativo che culturale. Alla base la difficoltà più grande è il timore o l’imbarazzo di chiedere il cibo avanzato.

Il Panel

L’argomento Food Bag con annessa proposta di legge fatta al Ministero delle politiche agricole e forestali è stato anche oggetto di un nutrito panel durante il Festival del Giornalismo Alimentare, che ha messo insieme Maria Chiara Gadda, della Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati, prima firmataria della Legge antisprechi, Susanna Cenni, Vicepresidente della Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati, Ugo Alciati per l’Associazione Ambasciatori del Gusto, e Milvia Panico, Head of Corporate Communication and Public Relations Metro Italia.

La Legge Antispreco

Il percorso che conduce all’adozione della Food Bag è stato avviato con l’introduzione della legge che prevedela donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”. “Una legge nata con l’intento di far dialogare chi produce con chi consuma. – spiega l’On. Gadda – Proviamo a dare valore ai prodotti: quando hanno perso il loro valore commerciale, possono ancora soddisfare una necessità. Riusciamo così a far dialogare il profit con il non profit. In questo, il cibo diventa elemento fondamentale. Il salto di qualità, oggi, è riuscire a intervenire sullo spreco dei prodotti più difficili, come il fresco, e nei luoghi più complessi, come la ristorazione.”

La ristorazione in questa operazione può avere un ruolo di grande responsabilità nell’arginare gli sprechi. Ne è certa l’ On. Cenni che ha parlato di un provvedimento in fase di preparazione, atto a incentivare un sistema concreto per recuperare il cibo non consumato nei ristoranti:  “l’obiettivo principale è intervenire a livello culturale e fare in modo che il consumatore non abbia più l’imbarazzo nel chiedere il cibo avanzato e possa preferire i luoghi in cui sa di poterlo fare.”

La proposta

La proposta prevede che su richiesta del cliente il ristoratore sia tenuto a consegnare il cibo non consumato. Che il costo del contenitore sia a carico delle aziende che si occupano di smaltimento e un sistema di incentivi e sgravi per chi adotta questa buona pratica. Insomma una vera e propria forma di economia circolare nella ristorazione. E se poi volessimo facilitare questa iniziativa e agevolare il cliente “timido”, dovrebbe essere proprio il ristoratore a proporre o, senza troppi giri di parole, a mettere in mano ai propri clienti la loro food bag prima dei saluti, con tanto di istruzioni su come e per quanto tempo conservare il cibo e come riciclarlo. Si avvierebbe così una buona pratica interna che nel tempo creerebbe abitudine e cultura. Ciò che prima poteva sembrare “disdicevole e imbarazzante” diventerebbe una cosa normale.

L’opinione dello chef

Di questo stesso parere è anche lo chef Ugo Alciati, che sottolinea convinto: “è compito di noi ristoratori togliere dall’imbarazzo il cliente, soprattutto nei ristoranti da un certo livello in su. Stiamo pensando ad un progetto di promozione culturale nelle scuole, perché innescare buone pratiche a partire dai bambini può essere più semplice che intervenire sugli adulti. Io per esempio ho imparato dai miei genitori a non sprecare il cibo”.

Dall’altro lato per chi si sente più “sfacciato” bisognerebbe provare a chiedere, testare la reazione dei camerieri e dei ristoratori, quanto siano culturalmente e materialmente preparati (non sempre sanno dove mettere il cibo avanzato e non per colpa loro). Anche in questo caso come nelle leggi del marketing la domanda genera l’offerta. E se poi si analizza bene questo piccolo strumento “porta vivande” ancora da studiare nella forma per la conservazione e il trasporto, diventa simultaneamente un mezzo di comunicazione, uno strumento di marketing che rafforza l’identità e i valori del ristorante stesso.

L’uso della Food Bag è un piccolo grande gesto, che mette in circolo tutti i protagonisti della filiera, dal momento della spesa che deve essere mirata fino al consumo. E in questa circolarità ancora più importante diventa la comunicazione, che come sempre riveste un ruolo e ha potere centrale, se vogliamo trasformare le buone pratiche dalla teoria ad un modus operandi quotidiano e non straordinario.

Per consultare il testo della petizione e l’emendamento di legge:

https://www.festivalgiornalismoalimentare.it/petizione

Vignaioli Artigiani di Cosenza: cultura del vino e coesione

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Può sembrare uno strano gioco di parole, ma il modo migliore per essere unici è non stare da soli. Perché sarà banale, ma è risaputo che “l’unione fa la forza”, soprattutto laddove di forza e intraprendenza ce ne vogliono tante. E di intraprendenza ed entusiasmo i Vignaioli Artigiani di Cosenza ne hanno da vendere.

Conosciuti a ottobre a Milano durante l’ultima edizione di Golosaria, ritrovati a Roma a Beviamoci Sud, sempre con lo stesso format sinergico, sempre con gli stessi sorrisi e un accento che non lascia dubbi sulla loro provenienza. Sono giovani vignaioli calabresi, ragazzi che per passione, tradizione familiare o investimento professionale hanno deciso di scendere in campo, o meglio dire scendere in vigna, e produrre il loro vino.

Fare vino in Calabria

E se non è difficile fare il vino in Calabria, terra votata al sole, divisa tra il mare che la circonda e i promontori di Sila e Pollino, non è invece facile “vendere” il vino, creare mercato, posizionamento e richiesta. E proprio per superare queste difficoltà, riconosciute e consolidate, che diverse cantine che vanno dalla costa tirrenica a quella ionica della regione, si sono unite per lavorare insieme sulla promozione e diffusione della cultura del vino calabrese e del territorio.

Una struttura sinergica interessante, che non è il solito concetto di rete, ma si fonda su una coesione profonda e sul senso di appartenenza. Una sinergia che finalmente al sud rompe gli schemi dell’individualismo, del micro sistema aziendale, facendoci scoprire un’altra Calabria.

Vignaioli Artigiani di Cosenza

Ma chi e quanti sono i Vignaioli Artigiani di Cosenza? Ce lo racconta Valerio Cipolla, classe 87, tra i più giovani del gruppo e portavoce ufficiale, nonché titolare di Tenuta Celimarro.

“Siamo tanti e in un certo senso rappresentiamo l’altra Calabria del vino, che vuole farsi conoscere sempre di più. Spesso la nostra regione si identifica con il rinomato Cirò, prima Doc e vino che ci ha “promosso” fuori e dentro i confini locali. Ma da un punto di vista enologico la Calabria sta crescendo, sta dimostrando di essere un territorio vivo. Le nostre realtà produttive coprono l’area che va da Donnici al Pollino (l’intera provincia di Cosenza) comprendendo ovviamente tutte le zone di produzione della Doc Terre di Cosenza”.

Un territorio ampio con moltissime differenze microclimatiche e di suolo, su cui si allevano Greco bianco, Montonico e Magliocco, vitigni autoctoni su cui si pone grande attenzione, sia da un punto di vista produttivo sia da parte del pubblico consumatore. Gli ultimi anni in Calabria, soprattutto in queste zone, c’è stato un gran fervore e una riscoperta di vitigni antichi, Magliocco e Montonico tra tutti, che stanno ridando quel senso di appartenenza profondo, che è uno dei fattori emotivamente più diffuso.

Come ci racconta lo stesso Valerio: “Siamo tutti vignaioli giovani, con aziende con pochi anni di vita – salvo qualche accezione che per noi diventa esempio –  e abbiamo deciso di puntare sui vitigni autoctoni, Magliocco Dolce in primis. Perché far conoscere questi “gioielli” significa per noi promuovere il nostro territorio. L’idea di coesione e sinergia ci serve proprio in questo secondo passaggio: diffondere la cultura dei nostri vini e dei nostri vitigni, di cui ancora si sa troppo poco”.

I protagonisti

In poche parole il gruppo dei Vignaioli Artigiani di Cosenza è una specie di sponsor territoriale, di squadra testimonial che sta lavorando non solo per far crescere il proprio sistema aziendale, ma soprattutto l’immagine e la conoscenza di una provincia e di una regione. Come abbiamo più volte convenuto con Valerio, Andrea Caputo di Cantine Elisium o le sorelle Belmonte e gli altri del gruppo nei vari incontri, se non si fa cultura del territorio e dei suoi prodotti, nessuna singola azienda riuscirà mai a crescere veramente.

L’aspetto che più mi piace e mi fa brillare gli occhi (per un senso di spudorato campanilismo) è sentire l’entusiasmo che traspare dalle loro parole, l’impegno delle idee, la voglia di crescere. Tutti elementi che si percepiscono quando li ascolti raccontare di vendemmie, dei lavori in cantina, delle vigne belle anche in inverno e cariche di speranze. Così giovani e così appassionati, e tra loro anche tante ragazze, sempre più determinate a costruire in casa il loro futuro in modo autonomo.

La meglio gioventù

La vigna e la terra sono sempre state parte della nostra infanzia, tutti noi partecipavamo alle vendemmie – ci racconta Valerio Cipolla – per noi ora è un riavvicinarsi a ciò che ci appartiene con più responsabilità e provare a raccontarlo in modo diverso. Tra di noi c’è chi aveva già l’azienda di famiglia e quindi la fortuna di una passione tramandata e anche un bel bagaglio di conoscenze. Molti di noi hanno studiato enologia per mettere concretamente mano al prodotto, altri sono specializzati in marketing e comunicazione. Poi c’è anche chi ha avuto il coraggio di iniziare da zero, come gli amici di Rocca Brettia, investendo tempo, denaro e forza in un progetto enologico votato alla valorizzazione del territorio. La cosa bella e fondamentale è che nella nostra diversità rappresentiamo un unico luogo e un’unica grande esperienza enologica. Tra di noi c’è alla base un sano concetto di confronto, di scambio e reciprocità. Se vogliamo diventare grandi la strada è questa!”

C’è da dire che la Calabria è conosciuta per la cipolla di Tropea, il peperoncino o la ‘nduja ma non per il vino, nonostante esista una tradizione vitivinicola millenaria risalente alla Magna Grecia. Una storicità importante che però – come sottolineano nel gruppo dei Vignaioli – in Calabria non si è riusciti a dare valore e continuità, facendosi sorpassare da altre regioni.

Gli obiettivi

Bisogna recuperare molto tempo e molta strada e una buona soluzione per migliorare lo stato di salute del vino qui al Sud è porre l’accento sulla comunicazione, sulla presenza dentro e fuori regione. Non basta solo produrre un buon vino, c’è bisogno di saperlo raccontare da per tutto. Ecco perché abbiamo scelto di mettere insieme più voci, farci vedere insieme come territorio. È quello che noi rappresentiamo, è quello su cui vogliamo fare cultura su tutti i livelli, dal consorzio al buyer, dal winelover al sommelier professionista, partendo da casa nostra per arrivare il più lontano possibile.”

Sono cariche di energia le parole di Valerio, che rappresenta il pensiero e il lavoro di tutti, cosciente anche che far parte di una nuova generazione di “comunicatori del vino” non può che far bene al progetto. E lo dice proprio lui, vincitore del Premio Enosocial 2019 ricevuto a Merano a novembre scorso: “Cavalchiamo l’onda delle nuove tecnologie e dei nuovi media, abbiamo bisogno di raccontarci facendo rumore nel modo giusto, non è più tempo di rimanere indietro oramai”.

Le Cantine che fanno parte del gruppo Vignaioli Artigiani di Cosenza sono:

Tenuta Celimarro – Valerio Cipolla
Cantine Elisium – F.lli Caputo
Cervinago – F.lli Cerchiara
Diana – Biagio Diana
Maradei – Gina Bavasso
Ten Ferrari – Costantino Ferrari
Terre del Gufo – Eugenio Muzzillo
Cantine Giraldi – F.lli Giraldi
Chimento – Vincenzo Chimento
Rocca Brettia – Alessandro Volpe
Az. Vinicola Manna – Ernesto Manna
Ciavola Nera – Fabio Lento
Acroneo – Bafaro
L’Antico Fienile  – Sorelle Belmonte
Cerzaserra – Francesco Filice
Terre di Balbia – Giuseppe Chiappetta
Tenute Paese – Andrea Paese
Cantine Viola – F.lli Viola

vinhood

Semplificare il linguaggio del vino si può. Parola di Vinhood!

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L’interesse per il vino è cresciuto in modo esponenziale, numericamente più delle vendite. Sempre più persone si avvicinano al mondo del vino e lo fanno con curiosità, interesse e anche sano divertimento. Il vino è tante cose insieme: è cultura, storia, convivialità, stile di vita. Ognuno sceglie di avvicinarsi a questo “nettare” in modo diverso, in base a un solo fattore, quello che vogliono ricevere dal vino.

Vinhood

Questo moltiplicarsi del pubblico “enofilo” ha comportato un nuovo approccio da parte delle aziende e di chi comunica il vino, sempre più sotto i riflettori e declinato da sommelier, produttori e giornalisti o blogger, tra tecnicismi, vocaboli forbiti di sentori e aromi. Ma chi invece vuole dal vino solo una piacevole bevuta, un momento di relax e condivisione, un approccio curioso ma non eccessivamente tecnico? Insomma chi vuole provare a capirne un po’ di più senza ubriacarsi di paroloni incomprensibili, cosa fa? A questa risposta hanno provato a rispondere i ragazzi di Vinhood, start up innovativa, che si è data come mission la “semplificazione del linguaggio del vino per facilitarne il consumo”.

Il pensiero di Matteo Parisi

Matteo Parisi, tra gli ideatori di questo progetto, ci spiega come funziona: “La sfida nasce da un problema tanto semplice quanto diffuso: il mondo del vino utilizza un linguaggio incomprensibile alla maggior parte delle persone, risultando spesso molto complicato poter parlare di questo prodotto senza avere conoscenze specifiche. Vinhood colma questa distanza tra le persone e il mondo enologico, trasformando la confusione in linguaggio semplice e immediato, servendosi di basi scientifiche di neuroscienze e con un approccio tecnologico. Sono stati messi da parte le regioni di provenienza, i vitigni e le denominazioni per dare risalto al gusto di ciò che ci si trova nel calice creando un match con l’impronta gustativa di ogni persona ed è così che sono nati i nostri #Caratteri. La mission è dunque quella di educare, prima e di semplificare poi, arricchendo con informazioni e chiarezza un’esperienza quotidiana di cui sappiamo troppo poco”.

La semplicità del linguaggio

Vinhood si rivolge dagli appassionati winelover ai curiosi ma poco ferrati sull’argomento vino, fino ad approdare al consumatore in cerca di divertimento e di un approccio più frendly. “Tutte persone sempre più assetate di informazioni e conoscenza sul prodotto quando devono acquistarlo – ci racconta Matteo.  Tuttavia queste informazioni, non devono essere né troppo tecniche né troppo approfondite perché è importante che siano di facile e veloce fruizione”.  A tutto questo si aggiunge l’aspetto gaming.  Vinhood, infatti, grazie agli eventi e alle tantissime degustazioni proposte in questi anni ha avuto modo di capire sempre meglio ciò che piace, cosa diverte e incuriosisce sviluppando un’esperienza unica nel suo genere.

L’utente tipo

Ma chi si rivolge a VINHOOD cosa cerca?  Continua Matteo Parisi:Innanzi tutto cerca un approccio diverso al mondo del vino e del gusto. Il nostro pubblico è alla ricerca di un consiglio, amichevole ma sicuro allo stesso tempo, in un luogo in cui non c’è una vera e propria vendita assistita o dove si può sentire intimorito dal contesto. Da quando siamo attivi abbiamo osservato che il 91 % delle persone testate si identifica con #Carattere del vino che gli è stato consigliato e lo stress legato alla scelta del vino diminuisce del 50%”.

Matteo Parisi

L’obiettivo di Vinhood

Vinhood per raggiungere il suo obiettivo mette insieme personalizzazione, educazione, semplicità e divertimento. Alla base c’è un software che funge da sommelier virtuale, che non parla con un lessico complesso ma suggerisce il vino ideale basandosi sui gusti personali di ognuno. “Si comincia con un test – ci racconta Matteo.  Il test è la bussola made in Vinhood che aiuta le persone ad orientarsi in una nuova geografia del gusto. Attraverso sei domande sulle proprie abitudini alimentari, profila il palato, gli attribuisce un #Carattere gustativo e suggerisce una tipologia di vini più in linea con i propri gusti. Quelli che chiamiamo i #Caratteri permettono di descrivere un vino eliminando del tutto, l’uso del linguaggio tradizionale. E con questa classificazione è più semplice avere un’idea del sapore di un vino ancor prima di assaggiarlo senza essere un esperto.

Abbiamo quindi disegnato la mappa del gusto, pensando alle caratteristiche del prodotto, alle sensazioni che esprime e che può suscitare in base anche ai diversi momenti di consumo. Ogni #Carattere è stato poi denominato con un aggettivo riconducibile a un carattere umano. Perché in effetti, ci siamo resi conto che i vini assomigliano molto alle persone!”

Il sommelier virtuale

Questa sorta di sommelier virtuale non è un gioco, anche se può sembrare divertente, visto che il suo funzionamento si basa su scienze come la neurogastronomia e neuromarketing, e su test di verifica sugli algoritmi, sempre in evoluzione e in via di perfezionamento, fatti con il laboratorio di neuromarketing dello IULM e altre università come il Politecnico di Milano, Pollenzo Food Lab, la Bocconi e l’Università di Amsterdam.

Gli eventi

E poi ci sono gli eventi, la parte ludica e conviviale che va al di là di ogni algoritmo. Eventi per il pubblico o per aziende, finora organizzati a Milano, dove ha sede Vinhood, ma presto anche a Roma e in altre città. Stiamo parlando dei Wineshow, come li definisce Matteo Parisi, dei format di degustazione durante il quale ci si diverte con il vino attraverso dei giochi guidati dai sommelier, che spiegano il vino con termini semplici e si impara a conoscerlo da vicino, smorzando anche il timore con cui il pubblico di giovani e giovanissimi si avvicinano al vino. E mai detto di “giocando si impara” in questo caso è più veritiero.

Per chi volesse conoscere meglio Vinhood, testare il proprio carattere enologico, partecipare ai wineshow potete seguirli sul loro sito o sui loro canali social.

Federico Artico

Federico Artico, il vignaiolo 2.0

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Il tema vino è diventando sempre di più moda, arrivando talvolta a parlarne anche troppo in alcuni casi, con linguaggi differenti che spesso risultano di tendenza e semplicistici, mal interpretati. Ciò è dovuto all’innovazione tecnologica che ci permette di dire, postare, raccontare storie intorno al vino più di quanto si accadeva in precedenza attraverso i classici media (riviste specializzate e guide), ma soprattutto ad un cambio generazionale. Il vino forse sta diventando più giovane e questo non deve essere un difetto, ma un pregio. Sempre più giovani e contemporanei sono i vignaioli, che scoprono un legame forte con la terra, che prendono in mano e con nuove visioni il lavoro in vigna dei nonni. E sempre più giovani sono i consumatori che si avvicinano curiosi al vino, per conoscerlo, ma ancora di più per berlo. Da questi due protagonisti viene fuori un approccio produttivo moderno che sa guardare al passato e poi un approccio comunicativo fresco, alternativo, che non si può sottrarre ai social network e alle nuove figure divulgatrici e dove il marketing gioca un ruolo importante.

Federico Artico, il vignaiolo 2.0

Ecco perché ci piace parlare di vino giovane o forse sarebbe meglio dire contemporaneo. E di questa generazione moderna fa parte Federico Artico, che da Lanuvio, all’interno del parco regionale dei Castelli Romani, con i suoi vini e soprattutto per le sue etichette, si sta facendo conoscere in tutto il Lazio e non solo. Lui si definisce un normale vignaiolo inserito nella contemporaneità. Un vignaiolo 2.0 che non disdegna i nuovi mezzi e i nuovi linguaggi, necessari nel panorama che si sta delineando nel settore.

“Amo il mio lavoro, sono sempre molto curioso e assetato di conoscere nuove tecniche e soluzioni anche perché sono convinto del fatto che coltivare un’ottima materia prima sia la base fondamentale per produrre un vino di qualità. Con la stessa semplicità e trasparenza comunico tutto ciò, senza troppe strategie o sovrastrutture, attraverso i canali di comunicazione che abbiamo a disposizione e che ci aiutano non poco”. 

Federico Artico

Gli inizi

Facciamo un piccolo passo indietro e facciamoci raccontare come questo ragazzo, classe 1985, si avvicina al vino e alla vigna, decidendo poi di tracciare la sua strada. “Tutto ha inizio una mattina quando mia madre mi sveglia prima del solito e mi dice che quel giorno non sarei andato a scuola perché bisognava vendemmiare. Avrò avuto più o meno 8 o 9 anni e mio padre aveva da poco acquistato un vigneto a tendone dove per arrivare ai grappoli dovevo mettermi in piedi su un secchio appoggiato a terra. Oggi quel tendone è stato spiantato per dare spazio ad una nuova vigna e da un solo ettaro siamo arrivati a 11. Ho intrapreso studi umanistici, mi sono laureato, ho lavorato nell’organizzazione di eventi di cinema, di animazione sapendo però che prima o dopo sarei ritornato a tempo pieno in vigna, mai del tutto abbandonata. Non è stata una folgorazione, un sogno da realizzare o un’opportunità per fare business; era semplicemente la mia vocazione naturale e questa cosa l’ho sempre saputa”.

Sei un produttore giovane e dal tuo modo di comunicare è chiaro che ti rivolgi a quel pubblico che con il vino hanno un approccio più immediato dettato dal piacere di bere un buon bicchiere.

“Il profilo del consumatore di vino è totalmente cambiato sia dal punto di vista anagrafico che nel modo di acquistare e bere vino. Tempo fa al tavolo vicino a cena da un cliente c’erano due ragazze di 19 anni che hanno chiesto al cameriere se avessero in carta dei vini un Cabernet Sauvignon; sono rimasto particolarmente colpito dal momento che fino ad una decina di anni fa la distinzione era tra vino bianco e rosso ed il mercato del vino in bottiglia era limitato alle grandi aziende ed ai vini più blasonati delle solite regioni. Col tempo le cose si stanno ribaltando, i corsi per diventare sommelier e degustatori sono sempre di più frequentatissimi, gli eventi sul vino spuntano come funghi, degustazioni in ogni dove e questo significa grande curiosità e voglia di scoprire nuovi territori e nuove realtà, almeno per togliersi la soddisfazione di portare alla cena dagli amici appassionati quella bottiglia di qualche varietà autoctona dimenticata e poi riscoperta dal piccolo produttore artigianale che coltiva la sua vigna su un piccolo appezzamento di un angolo sperduto della Basilicata orientale. D’altra parte c’è anche un tipo di consumatore meno “colto” che magari non riconoscerà alla cieca vitigno, regione ed annata, non avvertirà il sentore di bergamotto ma che comunque vuole bere bene. Il vero successo secondo me lo ottieni quando si trovano a cena il nerd del vino ed il consumatore più basico, stappano una tua bottiglia e piace ad entrambi; mi piace molto l’idea di un vino “pop”, un prodotto di qualità, con una forte identità ed allo stesso tempo estremamente fruibile. Un po’ tipo David Bowie”.

Chi si avvicina ai vini di Artico cosa si aspetta allora?

“Beh da quello che vedo io le aspettative sono estremamente diverse; alcuni, vedendo le etichette, si immaginano che io sia un estremista del vino aspettandosi di avere poi nel calice un prodotto al limite molto di nicchia. Altre volte mi capita di persone che si immaginano il ragazzo annoiato che si è messo a fare il vino tanto per divertimento, ma che in fondo ne sa poco e niente con in bottiglia dei vini insignificanti. Diciamo che dopo 8 vendemmie i vini sono abbastanza conosciuti, ho dei collaboratori che a livello commerciale sono molto bravi a comunicare il mio lavoro e quindi chi ne ha sentito solo parlare si ritrova a bere i vini che si era immaginato”.

E’ giunto il momento di parlare delle tue etichette. I vini di Artico sono infatti conosciuti per la loro scelta grafica-artistica, un chiaro rimando alla street art. Perché hai deciso questo tipo di immagine?

“Sì, di solito chi arriva ad assaggiare i nostri vini parte inizialmente dalla curiosità per le etichette. L’idea delle etichette mi è venuta fin a subito, ero all’inizio della mia produzione, esattamente nel 2012, quando una sera sono stato invitato ad una mostra di Diamond, uno dei più grandi street artist italiani e mi sono innamorato da subito delle sue opere che condensavano in maniera fluida un’estrema contemporanea ed immediatezza usando cifre stilistiche proprie del liberty e dell’art nouveau. Quest mix mi piacque tantissimo e mi sembrava calzante per costruire delle etichette per delle bottiglie di vino, prodotto che parte da una base estremamente tradizionale ma che attraversa e muta nelle varie epoche storiche”.

Federico Artico

Quando produci un vino nuovo hai già in mente che tipo di etichetta avrà?

“Non c’è una regola. Ogni etichetta come ogni vino ha una storia a sé. Ad esempio per Amaltea, Ossidiana ed il Sauvignon ho deciso di usare delle opere prese dalla serie Flora e Fauna ed Araldica che avevo già visto esposte in alcune mostre di Diamond. Per quanto riguarda Leda l’idea del cigno in etichetta veniva prima ancora di scegliere il nome e decidere di produrre un rosato. Stardust è nata dall’idea di fare un omaggio a David Bowie”.

L’etichetta è un po’ la carta d’identità del vino e da qui si capisce la sua filosofia, qual è la tua?

“Il vino secondo me deve principalmente raccontarti un terroir, farti capire come una varietà di uva si adatta ad esso e la cosa più banale ma non meno importante, essere buono, fruibile e non un prodotto “da capire”, “di nicchia”, a cui magari “non siamo ancora pronti come consumatori”.

Federico, tu sei molto sensibile al tema comunicazione del vino, su cui ti sei sempre espresso in modo genuino. Secondo te oggi tenendo conto di social, influencer, foto, video, cosa si dice troppo del vino che si potrebbe fare a meno e cosa invece bisognerebbe dire di più.

“Cose di cui si potrebbe fare a meno sono tante secondo me, innanzitutto si dovrebbe evitare di cadere nella solita retorica dell’immagine in bianco e nero iper contrastata della mano dell’anziano signore che raccoglie l’opulento grappolo d’uva con la solita citazione di Mario Soldati (per carità, meravigliosa, sublime ed inimitabile… ma a questo punto anche il caro Mario si sarà stancato di sentire che “il vino è la poesia della terra”), l’immancabile foto delle varie generazioni dell’azienda ingessati con alle spalle i vigneti appena spuntati tipo famiglia Addam’s ed il calice di vino bello pieno in mezzo ai filari per ribadire, come tutti gli anni, che quella è “un’annata eccezionale”. Altra cosa di cui si sta abusando è questa deriva che vede il vino come frutto dell’apertura dei chakra del vignaiolo piuttosto che dal lavoro e dal saper fare; sicuramente è importante raccontare nella maniera più poetica possibile il proprio lavoro, però secondo me dovremmo ricordarci che fare il vino è sì molto poetico, ma nello stesso tempo è una poesia che parte da una base estremamente prosaica e (non a caso) terrena”.

Federico Artico

Chi ti conosce sa che Federico Artico è un ragazzo che ha scelto la vigna come suo habitat naturale e che si presenta in modo trasparente, sincero e senza troppa costruzione strategica. Cosa ti piace raccontare del tuo mondo e come?

“Ad oggi secondo me chi va a “sfogliare” i social network di un’azienda che produce vino è curioso di sapere chi c’è dietro a quella bottiglia, c’è molta voglia di conoscere l’anima e l’identità di un prodotto; ho avuto questa impressione per esperienza diretta. Sui social sono sempre stato più incline a parlare di me più che strettamente di vino, cosa di cui inevitabilmente si affronta praticamente sempre dal momento che gran parte della mia vita la passo tra vigneti, enoteche e degustazioni. Lo sforzo maggiore è quello di raccontare a volte cose estremamente tecniche, che secondo me è bello ed importante divulgare, con un linguaggio comprensibile a tutti e non strettamente dedicato agli addetti ai lavori; usando parole semplice crei interesse, con i paroloni tecnici aumenti il distacco”.

Dalla tua esperienza qual è la difficoltà maggiore di oggi nel mondo del vino? Mercato, comunicazione, produzione?

“Dal punto di vista produttivo le difficoltà sono sempre dietro l’angolo, la cosa più difficile è capire che questo, specie quando hai Madre Natura come grande capo. E’ un ambito in cui devi avere uno spirito di adattamento e sempre pronto ed elastico ad incassare i colpi più forti e meno attesi. Il mercato sicuramente non è semplice da leggere ed interpretare, l’errore che spesso si fa è vedere dove hanno venduto i tuoi colleghi e seguire a ruota, mentre sarebbe più produttivo capire chi sei, cosa hai tra le mani ed a quel punto arrivi a riconoscere chi può essere l’interlocutore ottimale per impostare un bel rapporto di lavoro. Funziona come nei rapporti di coppia”.

Da quanto dici potresti essere tacciato dalle vecchie guardie del vino come una specie di rivoluzionario o dissacratore del mestiere. E questa voglia di controtendenza o semplicemente di fare qualcosa di diverso si trova anche nella tua produzione. Tu ti sei distaccato dal discorso vitigni autoctoni e hai puntato nel territorio di Lanuvio ai vitigni internazionali. Risultati?

“Seguo parallelamente la strada dell’autoctono e dell’internazionale. Produciamo Trebbiano ed in progetto c’è una malvasia puntinata, il merlot inoltre in questa zona di confine tra Lanuvio ed Aprilia è ormai considerabile come un vero e proprio autoctono. D’altra parte abbiamo anche varietà di Sauvignon e Chardonnay, secondo me sono allo stesso modo importanti, in quanto sul vitigno internazionale riesci a percepire maggiormente le caratteristiche di un territorio. Essendo varietà molto diffuse, è divertente fare i paragoni tra stesse tipologie allevate in altre parti del mondo. I risultati? Sicuramente soddisfatto, ma secondo me il positivo o negativo non dipende dalla scelta dell’autoctono o dell’internazionale, piuttosto dipende da quanto credi in quello che fai e se ci metti l’anima, ingrediente insostituibile”.

Beviamoci Sud

Beviamoci Sud: i grandi vini rossi del Sud a Roma

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Quel rosso intenso simbolo della passione della gente del Sud, che sarà in assoluto protagonista di un evento speciale. Sabato 1 e domenica 2 febbraio arriva nella capitale la I edizione di BEVIAMOCI SUD, primo Festival dei Grandi Rossi Del Sud. 

Dopo due edizioni di “Aglianico a Roma”, l’agenzia Riserva Grande, Luciano Pignataro ed Andrea Petrini (Percorsi di Vino), ideatori di questo nuovo format, hanno deciso di ampliare ulteriormente la sfida creando per la prima a volta a Roma il primo festival dei vini rossi del Sud Italia.

Gli organizzatori

Dopo due edizioni di Aglianico a Roma – dichiara Andrea Petrini, promotore dell’evento assieme a Riserva Grande e Luciano Pignataro – crediamo sia arrivato al momento giusto di portare nella Capitale tutti i grandi vini rossi del Sud e non soltanto una piccola rappresentanza. È tempo che tutti i wine lover romani abbiano una manifestazione dove possano degustare tutte le eccellenze vinicole nostro Meridione che è culla di grandi vini intrisi di storia, cultura e territorialità unica al mondo. Siamo davvero orgogliosi di questo evento che segnerà un ulteriore passo per incrementare la conoscenza del vino a Roma”.

L’appuntamento per operatori ed appassionati è per questo prossimo weekend (sabato 1 febbraio, dalle 14 alle 20, e domenica 2 febbraio 2018, dalle 11 alle 19) presso il Radisson Blu Hotel dove tra banchi di assaggio e seminari tematici, si potranno scoprire e degustare oltre 200 vini rossi provenienti da Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e anche un po’ di Lazio con una piccola delegazione di vignaioli del sud della regione.

La selezione

La selezione non è stata facile, ma molto accurata e articolata – come sottolineano gli organizzatori – cercando di trovare aziende vinicole attente al territorio e alla sua tipicità, che non è solo una questione di valorizzazione, ma vero e proprio sentimento identitario che accomuna tutti i nostri vignaioli”.

Quando si parla di vini rossi del Sud troviamo Aglianico, Etna Rosso, Nero D’Avola, Primitivo, Negroamaro, Nero Di Troia, Cirò, Magliocco e tanti altri. Tutti da conoscere nelle loro sfumature, prodotti di piccoli territorio, con condizioni climatiche e microclimatiche capaci di diversificare e regalare personalità diversi a quei vini facilmente associabili alla tradizione del sud.

Dietro ogni cantina c’è un percorso più o meno lungo, impegno, lavoro, ricerca. C’è una storia di famiglia o d’impresa, sicuramente c’è la storia di una terra e di chi la vive tutti i giorni. C’è la volontà, in un Sud che si propone dinamico e intraprendente di farsi conoscere al di fuori degli stereotipi. C’è un Sud sempre più attento al nuovo, con vini che riflettono visioni rivoluzionarie quasi, ma con un rispetto assoluto e sacro della tradizione e del terroir.

Le nuove generazioni del Mezzogiorno

Tante nuove generazioni del vino arrivano dal nostro Mezzogiorno, giovani capaci, competenti consapevoli delle difficoltà, a tratti temerari. Tra questi, per la prima volta a Roma con un progetto sinergico, di cui si parlerà in futuro il gruppo dei Vignaioli Artigiani di Cosenza. Presenti all’evento sei cantine in rappresentanza dei produttori di Magliocco e della doc Terre di Cosenza. Sempre dalla Calabria i Cirò boy (e non solo boy) che hanno da alcuni anni dato nuova vita al Cirò e all’espressione naturale e pura del Gaglioppo, tra questi ‘A Vita, Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri e Tenuta del Conte. Risalendo per Basilicata e Molise, non poteva mancare il Re Aglianico del Vulture e la Tintilia, due vini che si stanno facendo apprezzare al di fuori dei confini regionali.

Le altre cantine

Da Rionero in Vulture arrivano Le Cantine del Notaio, marchio forse conosciuto ai più, da Venosa arriva Grifalco e da Melfi il giovane progetto, proprio come chi la rappresenta, di Masseria dell’Imperatore. La Puglia ci propone la sua realtà biodinamica con la cantina Ognissole, che arriva dalla Murgia, mentre per la Sicilia c’è la produzione esclusiva di Etna Rosso di Ciro Biondi. E poi c’è la Campania, con una grande presenza di cantine che spaziano dall’Aglianico al Piedirosso, al Taurasi, ognuna con la loro personale versione, come fa Villa Raiano. E infine arriviamo al sud del Lazio con una parte del distretto del Cesanese tra il Piglio e Affile e i suoi rappresentanti.

Il programma

L’Evento, quasi necessario, si propone come vera e propria promozione culturale dei territori enologici del sud, di cui si conosce poco e forse poche volte sotto i riflettori. Due giorni per incontrare questi vignaioli del Sud e assaggiare, ma soprattutto conoscere dalle loro parole, i loro vini. Due giorni anche di Seminari di degustazione, che vogliono approfondire i vari terroirs attraverso vini in comparazione e vari approfondimenti dove verranno messe in evidenza le caratteristiche peculiari delle diverse zone di produzione.  Un programma fitto di appuntamenti, curati e guidati da Luciano Pignataro, e in cui non è facile scegliere. Si parte il sabato con un seminario dedicato a La Puglia di Gianfranco Fino e a seguire la degustazione “Sulle Ali Di Mercurio”, dove Vincenzo Mercurio, consulente vitivinicolo porterà in degustazione piccoli gioielli enologici, di aziende che segue, in un viaggio tra i rossi di Campania, Molise, Puglia e Sardegna. La domenica è la volta della “Verticale storica di Patrimo di Feudi di San Gregorioe della degustazioneI Grandi Rossi del Sud Italia”, dal negroamaro all’aglianico, dal gaglioppo alla tintilia fino ad arrivare al nerello mascalese, si andrà alla (ri)scoperta di quei grandi rossi del Sud Italia che tutto il mondo ci invidia grazie all’unicità del territorio di produzione.

Beviamoci Sud – Festival dei Vini Rossi del Sud Italia

Sabato 1 febbraio 2020 ore 14.00 – 20.00
Domenica 2 febbraio 2020 – ore 11.00 – 19.00

Radisson Blu Hotel, Via Filippo Turati 181 – Roma
Per i seminari iscrizione obbligatoria: eventi@riservagrande.com
Tutte le info sulla pagina ufficiale di Beviamoci Sud

Beviamoci Sud

food trend 2020

Food Trend 2020: seconda parte

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Cosa mangeremo nel 2020? e cosa acquisteremo al mercato o presso la grande distribuzione? prosegue il racconto di Giusy Ferraina (qui la prima parte) alla scoperta dei Food Trend 2020.

Nella produzione agroalimentare cosa accadrà?

I cambiamenti climatici ci mettono a dura prova e non saranno a breve termine. Si punta sempre più sulla biodiversità e sostenibilità delle coltivazioni, su un impatto positivo del suolo. Due i trend principali: l’agricoltura rigenerativa, ovvero coltivazioni e allevamenti che mirano a recuperare terreni degradati e impoveriti da eccessivo sfruttamento; e l’applicazione dell’economia circolare, produrre il nuovo dai rifiuti anche nel mondo agricolo e del food, che potrebbe magari trovare applicazione anche nella ristorazione.

Facciamo ora un salto al ristorante e vediamo quale strada si traccerà in questo anno appena iniziato.

Si è già detto di verdure, superfood, panificazione. Torna in auge la pasta, quella fresca, fatta in casa. Un consumo riscoperto nei locali tradizionali, specializzati e in quelli gourmet, di gran voga all’estero e tra le nuove generazioni. La pasta – economica, gustosa e capace di suscitare memorie di gesti antichi – ci riempie di un senso di grande conforto e il 2020 può essere l’anno della buona pasta fatta in casa.

La ricerca degli chef e la loro sensibilità ci porta su un tema importante, di cui si parla da un po’ di tempo, ma che ha bisogno di radicarsi sempre più nella testa e nel cuore di chi cucina e di chi mangia. Parliamo di sprechi alimentari e cucina di recupero. Lo spreco di cibo è una realtà del nostro sistema alimentare e la sua criticità si prevede diventerà sempre più grande, più forte e più globale. Problema che non si risolverà presto, ma che ha bisogno di “attivisti” e tra questi gli chef di alto profilo possono essere simbolo di una possibile soluzione.

La fermentazione

Tra le tecniche uno dei metodi di cottura più antichi e più primitivi, sta facendo un grande ritorno. Il sapore “affumicato” è stato di tendenza negli ultimi mesi, e la sua fumosità e aroma legnoso si confermano come nuove espressioni di gusto naturale. Al fumo poi si affianca la fermentazione, tendenza scaturita dall’effetto Noma e dalla cucina di René Redzepi, che ne ha parlato come un passo avanti in termini gourmand. Ci si aspettano nuovi laboratori di fermentazione, su cibi e sapori ancora non sperimentati e anche in forma domestica.

Il tema della Sala

food trend 2020

Il tema dell’accoglienza e della sala è un tema caldo, messo in evidenza spesso dal cliente, che si trova a pretendere ma non a capire gli ingranaggi e meccanismi complessi che regolano il servizio.

Sulle tendenze di sala – o chiamiamole “sensibilità” visto che la strada da percorrere è lunga – abbiamo interpellato Luca Sessa, speaker di Radio Food che nel suo programma dedica una pillola all’argomento:

Siamo in una fase iniziale, soprattutto se guardiamo la cosa dall’interno. La Sala non ha ancora fatto breccia nel cuore dei giovani. Servirebbe un reality o un programma tv? un esempio da seguire? Forse sì. Anche in questo caso il problema è culturale perché il mestiere di cameriere viene ancora visto come un ripiego”.

Cosa sta succedendo nel sistema domanda-offerta ristorativa e delle nuove aperture?

Ci dice Luca:Aprono sempre più trattorie ed osterie. Probabilmente il momento economico condiziona le scelte imprenditoriali. E poi c’è il cliente medio, poco acculturato e che guarda con ammirazione la quantità. A questo ci aggiungiamo una ricerca della semplicità, dei sapori genuini e della cucina tradizionale, o meglio dire tipica. E’ anche vero che la ristorazione di alto livello è sempre più difficile da gestire dal punto di vista economico e forse aprono locali “semplici” anche per questo motivo”.

food trend 2020

E infine cosa berremo?

Sono aumentati i consumi di bevande a basso contenuto, ideali per chi vuole assaggiare i sapori unici offerti dai mix alcolici e anche con meno calorie. Trend che risponde ovviamente all’aumento dei consumatori attenti alla salute. Nei menu dei bar fanno capolino quindi drink analcolici che cercano di ricreare il sapore dei cocktail classici, grazie all’uso di ingredienti ottenuti con metodi tipici di distillazione. Esempi massimo il gin analcolico per un gin tonic alcol free o i finti spiriti con infusione botanica. Insomma i nostri bar tender avranno modo di sbizzarrirsi.

Per il mondo vino, risponde alla nostra domanda Chiara Giannotti di Vino Tv: “Trend in crescita secondo me sono i vini che puntano su sapidità e freschezza, sempre più attenzione verso i vitigni autoctoni e troveremo nelle carte dei vini finalmente più vini del Lazio, che sta dimostrando una buona crescita e un trend di ascesa”.

Passiamo alla birra e qui intervengono Salvatore Cosenza e Andrea Turco (Cronache di Birra) che indicano come trend di questo 2020 la crescita delle Pastry Stout e un aumento di produttori nazionali che si confronteranno con questa particolare tipologia. Crescono sempre di più e si distinguono come punti di ritrovo, di convivialità e buon bere i pub di quartiere, soprattutto quelli fuori dalla movida e capaci di sviluppare comunità. Ma la cosa che più ci incuriosisce è la previsione dell’ingresso di birre crafty (o comunque industriali) nelle tap list di locali insospettabili.

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