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Giusy Ferraina

Brado, la baita urbana di Roma

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Tre anni fa Manuel, Christian e Mirko Catania, tre fratelli appassionati di montagna e di caccia e che hanno voluto ricreare le atmosfere conviviali delle tavolate in baita e hanno deciso di aprire Brado, la loro “baita urbana”. Oggi dopo tre anni Brado si conferma un punto di riferimento per gli amanti della cucina rurale, dei sapori decisi e delle carni “differenti”, e non meno importante per le birre artigianali di cui qui c’è una grande passione e cultura.

Nuovo chef

Con la riapertura di questi mesi c’è anche un’interessante novità: cambio di testimone in cucina e a guidare la brigata c’è Simone Cacciotti. Nuovo chef e nuovo menu dunque, ma nel segno della continuità, perché già da cliente Simone ha sempre condiviso la filosofia del posto, oltre a essere anche un grande appassionato di boschi, di cacciagione, con una visione molto chiara delle materie prime da usare in cucina.

La nostra proposta gastronomica parte dal principio etico del locale: lo stato brado. Uno stile di vita, un modo di essere e di pensare che ci lega alla nostra terra, alle nostre origini ed alle nostre passioni. Questo principio parte per noi dal rispetto per il bosco, per gli animali, per la loro vita e per i cicli naturali delle stagioni, e finisce nei piatti, garantendovi un sapore unico con valori nutrizionali d’eccellenza”. Il manifesto di Brado esplica un approccio che comprende passione, qualità, etica e sostenibilità, principi che da sempre caratterizzano lo spazio di Viale Amelia. La carne o il pesce non deve provenire da allevamenti intensivi, quindi pesci pescati all’amo e poi daini, anatre, maiali, cinghiali, lepri, cervi allevati e cresciuti allo stato brado, liberi di nutrirsi e di vivere il loro habitat. Tutto questo garantisce sapore, gusto, consistenze dei piatti.

Avevamo l’esigenza di affidare la nostra proposta gastronomica ad una grande figura professionale perché da Brado si servono materie prime senza compromessi, e vanno valorizzate da chi conosce in maniera profonda quei prodotti. Serve la giusta sensibilità per lavorare la carne selvatica proveniente dall’appennino tosco-emiliano. Noi non serviamo carne da allevamento intensivo perché significherebbe rinnegare la nostra filosofia: non si può mangiare il capriolo in un momento sbagliato dell’anno, servendo carne proveniente da altri paesi, perché sapore e consistenza della carne cambiano e non sono quelle giuste. Il nostro lavoro ha una finalità, avvicinare il bosco alla città” confida Christian. Ecco perché la scelta è ricaduta su Simone Cacciotti e sulle sue esperienze tra cui il Butterfly in Toscana e Aroma al fianco di Giuseppe Di Iorio a Roma.

Nuovo menu

Il nuovo corso gastronomico di Brado è espresso da un menu identitario, ovviamente di stagione, più fresco e giocato molto sui crudi nel quale c’è spazio per piatti come la Tartare di selvaggina di stagione, cialda al finocchietto selvatico, tuorlo marinato e riduzione di susine, il Maialino da latte brado, mela verde marinata, purea di barbabietole rosse e foglie di bieta saltate, il Petto d’anatra con fichi caramellati, ma anche la Ricciola scottata, riduzione di Trombolotto, caviale di rapa rossa affumicata con legno di melo, insalata di cerfoglio e salicornia e il Salmone selvaggio Sockeye crudo e cotto, affumicato con legno di conifera, erbe selvatiche e crema di lemongrass, perché da Brado anche il pesce avrà un ruolo importante nella carta, rispecchiando i valori di Brado.

Ricerca e selezione

I piatti qui sanno di casa, di tradizione, pur avendo una marcia in più. Non c’è manipolazione eccessiva delle materie prime, quello che si vuole fare è ricercare gli elementi del bosco da valorizzare attraverso la semplicità. C’è un gran lavoro creativo e di ricerca dei fornitori, che devono condividere valori e idee, così da costruire una dispensa con pochi eguali. Si parte dai taglieri, salumi sia di selvaggina che di maiale brado, insaccati di vario tipo (coppa, prosciutto, spalletta, salami) fatti fare ad aziende specializzate secondo precise indicazioni e lavorano carni provenienti da allevamento liberi come Agricola Nera e L’azienda agricola La Mascionara, situata sull’Altopiano di Campotosto nel parco Nazionale d’Abruzzo e Monti della Laga, che alleva pecore in totale libertà a 1400 metri di altitudine.

C’è anche un’interessante ricerca sulle paste, fatte in casa con miscele di farine e con l’utilizzo di erbe selvatiche boschive. Un esempio fra tutti le Tagliatelle alle erbe, burro salato all’aglio nero e crudo di capriolo, un piatto che rimane impresso e che gioca tra rotondità e freschezza dei suoi ingredienti, ma anche gli gnocchetti con battuto di cinghiale, ortica e tricotta (ricotta infornata) al profumo di ginepro è un piatto goloso che sa proporre diverse forme si sapidità senza risultare pesante.

I piatti di Simone Cacciotti lavorano sul concetto della scoperta dei sapori, nessuna copertura, nessun impiattamento che contamini i sapori, ma elementi distanziati per poter conoscere in purezza il sapore della carne, che è protagonista, e poi combinarla insieme agli ingredienti proposti ad accompagnarla.

Carta dei vini e birre artigianali

Ad accompagnare il tutto carta dei vini che punta sul biologico e sul naturale con diverse scelte di territorio laziale e poi fiore all’occhiello la birra. Da Brado, infatti,  hanno voluto utilizzare uno dei migliori impianti della città, che consente loro di servire esclusivamente birre prodotte da micro birrifici artigianali che possono essere abbinati ad ogni portata per giocare con i gusti a tutto tondo.

Infine non possiamo non parlare dell’atmosfera del locale, elementi artigianali ispirati al bosco, ferro battuto che strizza l’occhio allo stile industriale e legno, tanto legno per creare un luogo avvolgente. Cucine a vista per rimanere in contatto con tutti e anche dehors esterno con 50 coperti, per gustare selvaggina e buona birra in un ambiente unico.

Bob Alchimia a Spicchi, identità e territorio in una pizza

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La prima cosa da tenere bene in mente quando si va da Bob Alchimia a Spicchi e che qui la pizza si mangia rigorosamente con le mani, vietato chiedere le posate secondo la filosofia di casa. E a quanto pare i commensali si sono adeguati molto bene alla cosa e poi come diceva una nota pubblicità “se non ti lecchi le dita godi solo a metà”. Bob Alchimia a Spicchi è il regno del pizzaiolo Roberto Davanzo e Anna Rotella, una coppia giovane, appassionata e creativa, che con impegno ha fatto diventare il loro posto del cuore in una vera istituzione  per gli amanti della pizza in Calabria.

La storia di Bob

Bob Alchimia a Spicchi nasce nel 2016 a Montepaone (Cz) da un’idea di Roberto e della sua compagna Anna, inizialmente come piccola pizzeria d’asporto, per diventare in meno di un anno una pizzeria con sala e tavoli.  Da allora la fama dei suoi impasti e della filosofia di questo luogo per autentici golosi cresce sempre di più e comincia a collezionare la prima segnalazione in Pizzerie d’Italia Gambero Rosso e nel 2019 ha il premio sempre del Gambero Rosso come miglior pizza dolce dell’anno. Poi arriva il 2020, il Covid e il lockdown, ma Roberto e Anna due veri vulcani appassionati non solo di lievitazione e cucina, non si fermano neanche un momento. Ampliano il menu e inseriscono le pizze dolci, studiano una collaborazione con lo chef stellato di Catanzaro Luca Abbruzzino con box pizze delivery in tutta Italia, a Natale lanciano i “Bobettoni”, i panettoni di Bob, con nuovi impasti e ricette, in questa prima parte dell’anno si attrezzano con il BOB DRIVE per l’asporto delle pizze. Tra maggio e giugno con l’ufficialità della zona gialla anche in Calabria inaugurano un locale più grande, a loro immagine e somiglianza, con un confortevole giardino e una sala vista forni dove lo staff si muove veloce tra impasti e farciture.

Il menu

Dall’antipasto al dolce la pizza regna sovrana nel menu di Roberto Davanzo, che propone impasti differenti per momenti diversi della cena. C’è uno studio attento degli impasti, delle farine e dei cereali mixati, c’è una ricerca sulle cotture, a vapore, con forno a legna o forno elettrico, che diventa un gioco divertente di consistenze e sapori per chi assaggia. Se si riesce ad assaggiare tutto, si vive un’esperienza in crescendo che ogni pizza lovers dovrebbe fare.

Per iniziare

La prima voce del menu è “Per iniziare” e le proposte sono variegate e tutte golose. Già a prima vista si entra in crisi su cosa scegliere o se ordinare tutto per non far torto a nessuno. In questa prima sezione sono presenti le pizze al vapore, una versione alternativa anche nella forma della pizza fritta. Si presenta, infatti, come una montanara classica, ma la cottura dell’impasto viene fatta a vapore per poi essere passata in ultima battuta in forno elettrico che le rende croccanti in superficie, mentre l’interno è alto e morbido.

Ci sono poi le pizze al taglio, primo amore di Bob, in vari gusti e portate su tagliere e poi la Pizza Sandwich che bisogna ammettere è una gran bella invenzione. Basi differenti per ripieni fantastici: base orzo e anice con petto di piccione, cipolla stufata, scaglie di pecorino di Ciminà, anice e fondo bruno, una vera delizia, dal sapore elegante ed avvolgente oppure quella a base mais con baccalà, emulsione di ceci, insalata di cicoria, cedro in carpione, un equilibrio perfetto tra il croccante e il morbido del ripieno e un esempio di come ingredienti semplici possono avere sempre nuovi sapori.

Le pizze

La sezione pizze si divide tra due alternative: la pizza classica e la pizza in caduta. Spieghiamo subito cos’è la pizza in caduta: si tratta di una pizza che fa un primo passaggio in forno a legna e poi in quello elettrico. In questo modo la “caduta” della temperatura regala quel piacevole effetto di crunch esterno senza togliere morbidezza e sviluppo all’impasto. Le opzioni di scelta sono poche, per fortuna, tutte tendenti ad abbinamenti classici e semplici per poter godere meglio della base che è la vera protagonista.

Sul versante delle classiche la scelta diventa più ardua, in menu sono presenti 17 pizze, una diversa dall’altra, il loro comune denominatore sta nell’impasto di scuola napoletana, studiato da Roberto in dettaglio per avere elasticità, la giusta croccantezza dei bordi che racchiude un cuore morbido e ben alveolato, idratazione e digeribilità. Altro punto in comune, che resta il punto forte e identitario delle pizze di Bob e Anna sono le materie prime:  ogni pizza ha un forte legame con il territorio ed è in un certo qual modo sensato parlare di una pizza calabrese doc.

Un esempio tra tutte è Amatricalabra, un’amatriciana nella forma dal sapore calabrese, fatta con prodotti del territorio e di aziende locali: granella di guanciale grecanico, crema di pecorino del Monte Poro DOP peperoncino candito, datterini confit, olio di cipolla rossa di Tropea bruciata. Stesso discorso vale per la “patate e peperoni” che ripropone in versione pizza un piatto tipico della regione o “Ricordo Mammola” con aglio rosa di Nicastro, ‘nduja di Spilinga, ricotta di Mammola grattuggiata.

In tutte le sue creazioni Roberto sperimenta abbinamenti, consistenze che vanno dal croccante alle creme, dalle polveri alle riduzioni, contrasti tra sapido e dolce mettendo in primo piano una grande cultura della propria regione. Sono tutti ingredienti calabresi a km quasi 0, quelli scelti per impreziosire le sue pizze. Tutte aziende locali che trovano qui non solo una vetrina, ma una valorizzazione di livello.  Il risultato è che le pizze di Roberto Davanzo hanno il sapore del territorio

Le pizze dolci

E poi ci sono le pizze dolci al latte, un nuovo impasto a metà tra la pizza e una brioche super farcita con una serie di topping golosi e mai banali.  Tra queste merita una menzione obbligatoria la ricotta e bergamotta  (pizza dolce dell’anno 2020 Gambero Rosso) con crema alla ricotta, gel e coulis di bergamotto, crumble di liquirizia, mandorle e menta. Pizze intere da dividere a tavola o da prendere in singolo trancio per non esagerare.

La carta dei vini e delle birre

Se Roberto e Anna sono attenti alla selezione regionale non potevano fare di meno in fatto di vini. Da Bob Alchimia a Spicchi c’è, infatti, la filosofia dell’abbinamento pizza-vino che si fa rigorosamente con vini calabresi. Bianchi, rossi, rosati o bollicine compaiono i vitigni autoctoni da nord a sud della Calabria. E per chi non lo sapesse in carta anche una selezione di birre locali.

 

Borgo DiVino in tour, 5 tappe per conoscere i vini d’eccellenza

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Turismo ed enogastronomia sarà il binomio perfetto per far ripartire l’Italia. Con i riflettori puntati sulla bellezza e sul (buon) gusto prende il via “Borgo DiVino in tour”, iniziativa dedicata al mondo del vino e del turismo enogastronomico, promossa dall’Associazione “I Borghi più belli d’Italia” e organizzata da Valica, la prima tourist marketing company in Italia, in collaborazione con il Consorzio Ecce Italia.

C’è voglia di libertà, di riscoperta e anche di stare insieme. E su quelle che sono le esigenze di vita di tutti è stato strutturato questo format itinerante che unisce la bellezza dei borghi italiani alla conoscenza e degustazione del vino. Una doppia scoperta, quindi, storia e cultura da una parte, artigianalità e gusto dall’altra. Come sottolinea Fiorello Primi, Presidente dell’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”: “Anche per questa estate i borghi si candidano ad essere le mete preferite di un turismo domestico che sceglie di trascorrere le vacanze in sicurezza alla scoperta dell’Italia più autentica e genuina. I Borghi più belli d’Italia si preparano quindi ad accogliere i visitatori con l’offerta che da sempre li contraddistingue: un mix di Bellezza, arte, storia, natura, tradizioni ed eccellenze enogastronomiche che raccontano l’unicità dei nostri territori e ci riconducono alle nostre origini”.

L’evento

“Borgo DiVino in tour” sarà un evento estivo itinerante, da luglio a settembre, in 5 tappe che si preannunciano come altrettante esperienze sensoriali in alcune delle cornici più suggestive del nostro Paese, certificate tra “I Borghi più belli d’Italia”. Sapori e profumi del vino nei vicoli, nelle piazze, rocche e meravigliosi scorci di terra e di mare, da esplorare a passo lento e calice alla mano. L’evento da sempre organizzato da Valica nella caratteristica cornice di Nemi, piccolo centro di grande fama dei Castelli Romani, quest’anno si arricchisce di con nuovi momenti di viaggio e scoperta. La trasformazione in tour itinerante è stata fortemente voluta ed è anche una scommessa per questa riapertura di attività, come spiega Luca Cotichini di Valica, che è la prima società in Italia per “suggerimenti” turistici ed enogastronomici, un vero Travel & Food data developer, con oltre 40 siti.  “Per Valica si tratta di una integrazione profonda con la propria attività di editore e concessionario di siti online, leader nel mondo del turismo e dell’enogastronomia. Dal web al territorio, dal digitale al fisico, per proporre esperienze di gusto che coinvolgano i nostri utenti. Non li accompagniamo più solo nella scelta della meta, attraverso i nostri consigli online, ma li vogliamo incontrare a tu per tu, in un luogo, coinvolgendoli in un evento pensato per loro, utenti web, curiosi, golosi, attenti all’esperienza turistica ed enogastronomica, capaci di suggerire e socializzare a loro volta l’esperienza vissuta” .

Le tappe di Borgo DiVino in tour

La tappa inaugurale di Borgo DiVino, dal 2 al 4 luglio, sarà a Cisternino (BR), uno dei “paesi bianchi” più amati di Puglia, nel cuore della Valle d’Itria. Dal 9 all’11 luglio sarà la volta di Cefalù (PA), uno dei più celebri affacci sul mare della Sicilia e… d’Italia! Terza e quarta tappa sul versante Adriaco ospiti di due piccole perle tra Marche e Romagna: il Borgo antico di Grottammare (AP), in programma dal 23 al 25 luglio, e Brisighella (RA), dal 6 all’8 agosto. In chiusura appuntamento per la tappa finale del tour, dal 10 al 12 settembre, a Nemi (RM): il borgo, pur se non rientra fra quelli appartenenti all’Associazione dei Borghi più belli d’Italia, non poteva mancare in quanto è la location “storica” che ha ospitato le prime 6 edizioni di Borgo DiVino.

 

I protagonisti

Protagonista sarà il vino con i suoi produttori. Saranno più di 100 le cantine italiane presenti nelle cinque tappe di “Borgo DiVino in tour”, con circa 400 etichette di qualità proposte in degustazione e raccontate direttamente dai produttori o da sommelier professionisti. In ogni tappa ci sarà una forte rappresentanza di vini locali e regionali e in degustazione troveremo i vini classici – rossi, bianchi, bollicine – e produzioni di nicchia, tradizionali o ancestrali, tornate oggi alla ribalta, come ad esempio gli “orange wines” e i rifermentati. Inoltre in ciascuna delle cinque tappe sarà allestito un percorso formativo sul vino che toccherà tre filoni di interesse: la degustazione del vino, l’abbinamento cibo-vino e i territori del vino in Italia.

 

Come partecipare alle singole tappe

Per partecipare alle singole tappe è consigliata la prenotazione sul sito www.borgodivino.it. In alternativa, è possibile presentarsi alle casse dei singoli eventi, sperando che ci sia ancora posto…!

Vegetariano con gusto si può. La sfida di Misticanza, Osteria dalla Terra.

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Misticanza, Osteria dalla Terra  è un giovane ristorante romano di matrice vegetariana e vegana. Ci troviamo in zona Appio Latino (Via Cesare Baronio), qualche passo più su c’è Hopificio, la storica birreria di zona, ritrovo di tanti nel quartiere, da dove nasce questo progetto “verde” che promette di crescere e di fare anche tendenza.

 

Da Hopificio a Misticanza

Ci piace definire Misticanza come uno spin off di Hopificio, che a gennaio dello scorso anno decide di allargare il giro con questa nuova attività, complice la loro chef, Marta Maffucci. “Sono vegetariana da oltre 12 anni e da 7 anni lavoravo come cuoca da Hopificio – ci racconta Marta – l’amore per la cucina e la sfida dello stile vegetariano mi ha dato l’input per lanciarmi in una nuova avventura come imprenditrice, insieme a Claudio e Valentina Lattanzi e Marco Mascherini (sempre della famiglia Hopificio). L’idea era quella di offrire in zona qualcosa che non c’era, un ristorante dedicato a chi è vegetariano o vegano non esisteva ancora o c’erano pochi esempi, ma soprattutto avevamo e abbiamo l’intenzione di dare un’impronta e una visone nuova e differente della cucina vegetariana”. Questa idea si concretizza a febbraio 2020, per poi interrompersi con il lockdown e vivere tra asporto e aperture a singhiozzi per un anno. Un primo anno in cui il team di Misticanza è stato messo alla prova in tutti i sensi, ma ora è pronto a ripartire e conquistare tutti i palati curiosi.

L’idea

Sfogliando il menu –  ovviamente e rigorosamente stagionale come sottolinea la giovane chef – si intuisce subito che siamo di fronte a un luogo dove sperimentare, abbinare, creare sono parole d’ordine. Nessun rimando all’etnico, nessun utilizzo smodato di superfood o di ricette healthy, quello che trovate qui da Misticanza sono una serie di piatti studiati ad hoc in cui sapore e colore si ritrovano in armonia, ma soprattutto danno vita a combinazioni nuove, che sorprendono e che fanno vivere un’esperienza.

E proprio sul concetto di esperienza Marta Maffucci ha le idee molto chiare: “per anni mangiando in altri posti la versione vegetariana era sempre l’insalata o la pasta con i funghi, o se vai nei locali di nuova generazione si parla di cottura al vapore,l crudo o formule healthy. Io non volevo offrire il già noto, volevo far capire a chi è “onnivoro” che un piatto vegetariano è buono, gustoso, ti sazia e fa anche bene. Ecco perché il pay off del nostro ristorante è Osteria dalla Terra, regaliamo lo stesso gusto di un’osteria, ma in forma differente. Da noi non si sente la mancanza della carne o del pesce, cerchiamo sempre di proporre delle alternative creative e originali come il Carpaccio di Anguria che è tra i miei piatti preferiti, o il Seitan con crema di cipolle e ciliegie”.

 

Il menu

Il menu di Misticanza, Osteria dalla Terra è essenziale, sono 16 piatti, dall’antipasto al dolce, che cambiano in base alle stagioni e alle disponibilità dei fornitori, tutti biologici, tutti scelti con attenzione. Frutta e verdura arrivano dall’Abruzzo, le uove sono  di Galline Felici, Riso Acquerello, Burro di Fattoria Fiandino e formaggi con caglio vegetali, al resto ci pensa Marta con i suoi collaboratori in cucina.

In cucina sono autodidatta, sempre attaccata ai libri e alle padelle, ho sperimentato tanto e continuo a sperimentare sempre. La cucina di Hopificio è stata la mia palestra, avevo dedicato una sezione del menu alla cucina vegetariana e ora ispirata dallo stile gastronomico nordeuropeo mi diverto molto di più, paste all’uovo, pizze e pani fatti in casa, fermentazioni, l’uso dei vegetali sempre mai uguale a se stesso, dolci di nostra produzione. Tutto questo senza essere una estremista del veganesimo, ma sempre con un occhio attento per tutti i gusti, ricercando l’esperienza di cui parlavamo prima”, ci racconta Marta.

Uno stile che piace, incuriosisce e nel tempo sta diventando trasversale. Se prima la gente si avvicinava per curiosità ed era di quartiere, nel tempo il pubblico si è diversificato,  ai abbassa l’età media e arriva anche da altre zone, sintomo che la fama di questo ristorante rivoluzionario sta crescendo.

La nostra degustazione

Ci accomodiamo nel dehors esterno, un piccolo salottino in fondo alla piazza, lungo il viale alberato, che riprende l’arredo interno fresco e chic. Saltiamo l’antipasto e andiamo direttamente al primo con un doppio assaggio di Pappardelle ai carciofi e mollica croccante (pappardelle lunghe, ruvide e fatte a mano), un classico rivisitato che non deluce e poi Ravioli di feta e rosmarino con datterini e maggiorana, quest’ultimi sorprendenti per il profumo e la dolcezza dei pomodori, quasi canditi, che si legavano alla feta a al tono pungente del rosmarino. Si continua con Radicchio Marinato con crema di patate acida, di cui colpisce la consistenza e il retrogusto agrumato e per dovere di cronaca, Seitan, crema di cipollotti buciati, ciliegie e rughetta. Un piatto di grande equilibrio nei sapori che andavano dall’acido al dolce al croccante, bello anche a vedersi.  Seitan fatto proprio da Marta, gusto delicato e morbido al palato. Il dolce è il pezzo forte, è sempre Marta Maffucci l’artefice, e su questi mette d’accordo tutti, vegani, vegetariani, carnivori, onnivori. Sempre due le scelte: Frolla al cacao, frangipane e sorbetto ai lamponi e poi Fondente al pistacchio e yogurt gelato. Il tutto accompagnato da un Grechetto biologico di Sergio Mottura, scelto in una carta dei vini che cerca di accontentare tutti, ma che punta molto sul biologico, sul Lazio e che è pronto anche a sperimentare il naturale.

Misticanza. Osteria dalla Terra, via Cesare Baronio 181 Roma

 

Luce Experience

Giardino chic e cucina pop per la nuova stagione di Luce Experience

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Con l’arrivo dell’estate si riaccende Luce Experience, locale nato lo scorso anno dopo il primo lockdown, che anche per questa nuova stagione promette di illuminare le serate di molti romani. Una splendida location da vivere e un format ristorativo ispirato alla natura nel cuore del Parco Archeologico dell’Appia Antica.

Nato dall’idea di Iolanda Ambrosini, imprenditrice e titolare della Ambrosini Banqueting, riferimento della banquettistica per cerimonie e meeting, che ha saputo dare nuova vita a Villa dei Cesari, riformulando un’offerta ristorativa tra cocktail bar e ristorante, e soprattutto rimettendosi in pista dopo lo stop forzato del settore. Come sottolinea lo stesso direttore di Luce Experience Giovanni Monaco: “Abbiamo rinnovato radicalmente l’offerta food&beverage, partendo da un menu dall’anima pop e da una cocktail list davvero intrigante. Grande spazio sarà dedicato anche all’intrattenimento e ai contenuti artistici.

Luce Experience

La Location

La bellezza naturale della location è stata raddoppiata dai preziosi allestimenti e giochi di luce che fanno da sfondo a chi decide di trascorrere qui una serata in completo relax.

Il giardino al tramonto, che si illumina lentamente di lucine sparse, è il pezzo forte di questa location sull’Ardeatina. Qui tra le fronde degli alberi, i cuscini sparsi sull’erba e i tavolini, dalle 18 fino a tarda sera è possibile sorseggiare uno dei tanti cocktail della nuova drink list pensata dal bar manager Marco Rimedio, per poi continuare la serata nell’area dehors che dispone di ben 200 posti a sedere distanziati, (all’interno della villa invece due saloni attualmente da 150 coperti distanziati, ma per ora non utilizzabili). Qui si potrà degustare il menu firmato da Massimo Pedico, giovane chef di talento che ha saputo rinnovare con delle belle intuizioni l’offerta food.

“Cocktail Bar, cucina e location mozzafiato sono i punti di forza di questa nuova stagione di Luce”, non ha dubbi a riguardo la manager Iolanda Ambrosini entusiasta della ripartenza e anche della riconversione della location in un format poliedrico e raffinato.

Luce Experience

Il Cocktail Bar

Marco Rimedio e Massimo Pedico, coadiuvati dal direttore Giovanni Monaco promettono di fare scintille. Marco ha studiato una cocktail list, insieme ad Edoardo Mattarino, tra drink classici, 6 diversi Gin Tonic e diversi signature che si ispirano ai colori e agli elementi naturali che caratterizzano il posto, come Luce, cocktail fresco con base Vodka e liquore all’arancia, Blue Curaçao, pompelmo, limone, zucchero e soda o il Flamingo a base di liquore ai fiori di sambuco, pompelmo rosa, prosecco, menta e lime. “Sono drink che prendono spunto dal nome del nostro locale, con tonalità di colore che possono stare bene in un’ambiente accogliente e fresco come solo il nostro giardino può offrire, e proprio quest’ultimo è stato fonte di ispirazione per i nomi dei cocktail. Sono miscelazioni relativamente semplici, ma dai sapori decisi. Inoltre quest’anno abbiamo arricchito il bar con etichette di prestigio per poter personalizzare con i distillati preferiti dai clienti i loro cocktail. l tutto  si accompagna sempre da sushi, qualche frittino o una selezione di focacce” spiega lo stesso Marco.

Luce Experience

La cucina

Nella cucina di Luce Experience c’è Massimo Pedico, chef classe 1990, giovane e di belle promesse per chi ha avuto modo di conoscerlo attraverso i piatti di Magazzino Scipioni in Prati e del Treefolk’s Public House. Qui a Luce stravolge il precedente menu con l’intento di dare forma a quel concetto di rinascita che è il leitmotiv del momento. E proprio “Rinascendo dalle origini” il titolo del nuovo menu che cerca ispirazione nelle cose normali, quelle perse di vista come lui stesso sottolinea e che si colorano con modernità e intuizioni di sapori.

La sua cucina è come un racconto personale, che piace in modo trasversale. Un racconto fatto di elementi classici con tocchi originali che la rendono contemporanea, giochi di colori e contrasti, combinazioni di consistenze, una ricerca sapiente delle materie prime. Non ci sono eccessi, né brusche sterzate, ma soprattutto non risulta mai banale.

Spazio quindi a fritti, dai classici supplì al baccalà in tempura passando per delle fantasiose crocchette, sempre in apertura tacos e tartare, tra i primi regna lo Spaghettone Mancini ai 3 pomodori o la versione con le vongole, o il Tonnarello al burro salato di Normandia, alici limone candito. Pesce e carne nei secondi ben declinati in pietanze leggere, ma sempre di gran sapore come la Tartare di Scottona con uovo croccante, che si presenta in modo scenografico e divertente. Alto pezzo forte del menu sono i dessert, pieni di fantasia nelle forme e nei colori, equilibrati nel gusto.

Luce Experience

La Pizzeria

Oltre al ristorante da Luce Experience troviamo anche la pizzeria. Questo è il regno di Raffaele Rozzi, grande appassionato di impasti, la sua pizza è morbida e fragrante al tempo stesso, stesa a mano, molto idratata e lievitata per 48/72 ore. In carta sono presenti pizze classiche come la Margherita, ma anche proposte originali come la Mari e Monti con tonno, pomodori secchi e olive taggiasche o la Focaccia 2.0 con pomodorini gialli e rossi, mozzarella di bufala e prosciutto crudo.

La nostra degustazione

La nostra serata è partita in giardino con un primo brindisi a base di Flamingo e dei piccoli appetizer dello chef ripresi dal menu come la ceviche con pescato del giorno, tataki di tonno, maionese al passion fruit e katsuobush, tacos al pulled pork e un krapfen di parmigiano reggiano con coulis di frutti rossi e menta, questi ultimi due con una bella spinta di gusto. Il percorso pensato da Massimo Pedico inizia con un goloso Spring Roll con pollo alla cacciatora e maionese di peperoni e La Tartare di Scottona con uovo croccante, per poi continuare con Tortelli ripieni con sfilacci di faraona e melanzana bruciata (rigorosamente fatti a mano e dall’impasto ruvido). Non ci fanno mancare un assaggio di pizza margherita e pizza prosciutto e tartufo (quest’ultima veramente buona). Per concludere in extremis visto l’orario con il dolce, Sfera di cioccolato bianco, che racchiude una spuma di ricotta e mandarino, ma in versione asporto.

Luce Experience

[Crediti fotografici: Alessandro Barattelli]
Quintili

Gusto, colore e leggerezza per le pizze di Marco Quintili

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Identità territoriale e tradizione sono le due parole chiave per I Quintili Pizzeria. Tre locali, tra Napoli e Roma all’attivo, e un quarto work in progress nel quartiere Laurentino della capitale, stanno delineando il successo sempre in crescita di Marco Quintili. Giovane talento che negli ultimi anni colleziona premi su premi, tra gli ultimi il 18 posto nella classifica 50 Top Pizza, il premio Solania come Migliore Novità dell’Anno 2 spicchi nella guida del Gambero Rosso e premio come Migliore Pizzeria Emergente del Lazio secondo Le Guide di Repubblica.

Studio e passione

Alle spalle del pluripremiato pizzaiolo casertano c’è passione e studio. Niente nella sua cucina è lasciato al caso, ogni ingrediente utlizzato viene scelto con attenzione, trovando un ruolo ben preciso nella composizione delle sue pizze. A partire dalle farine, da lui stesso studiate e miscelate per avere l’impasto perfetto.  Se poi aggiungiamo che dal 2014 è formatore di tecniche di autolisi e bighe e per anni è stato consulente di importanti molini e produttori di farine, si inutisce facilmente che Marco sa dove e come mettere le mani in pasta.

Due le sedi nella Capitale, Tor Bella Monaca  e Furio Camillo che hanno portato I Quintili Pizzeria a diventare un vero e proprio brand, che sa incarnare la tradizione partenopea e anche declinarla per i palati dei romani, sposando e rivisitando ricette tipiche come nella sua pizza alla Carbonara con crema di pecorino e e uovo disidratato 40 ore e infine grattugiato come bottarga a fine cottura o la frittata di pasta all’Amatriciana e Cacio e Pepe.

Quintili

I nuovi spazi all’aperto

Con le riaperture di maggio I Quintili hanno inaugurato i loro dehors esterni e i menu estivi con le sue iconiche pizze caratterizzate da una straordinaria leggerezza, di equilibrio e gusto. Le pizze di Marco Quintili sono leggere, nonostante la ricchezza e la complessità degli ingredienti che sono combinati con equilibrio di gusto e anche con perfetto cromatismo, quasi da sembrare dei quadri. C’è  una visione precisa e matematica degli impasti ad alta idratazione, 24 ore di maturazione, che assicurano importanti alveolature, cornici morbidi, elastici e mai gommosi, e un’altrettanta alta digeribilità.

La sua meticolosità la si denota con l’impasto per pizza studiato dal Quintili Lab e voluto appositamente per la pizza delivery. Come lui stesso ammette: “la pizza va mangiata in pizzeria, ma per poter avere un’ottima pizza anche a casa abbiamo pensato ad un impasto su misura, studiato nell’ultimo anno e consegnato dallo stesso personale del locale per non perdere troppo tempo e per dare anche un servizio più familiare”.

La carta delle pizze

Ogni pizza proposta è la sintesi di un territorio, come per esempio la Casertana con provola di Agerola, patate viola e gialla alla brace, salsiccia di maialino nero casertano, crema di pecorino e papaccella napoletana o la Sutrianella con pomodoro cesarino, bufala affumicata, salsiccia maialino nero casertano, tarallo napoletano e formaggio in foglie di castagno di Beppino Occelli o ancora la più classica Salsiccia e Friarelli.

Diverse le novità nel menu stagionale, a partire dalla Trevigiana con Fiordilatte dei Monti Lattari, radicchio trevigiano con uvetta e pinoli, cornicione ripieno di ricotta e olive taggiasche trifolate, ed in uscita lardo di cinta senese e terriccio di oliva; l’Amatriciana in fiamme, con filetti di San Marzano DOP, cacio, pepe-cuvée della Tasmania, mozzarella di bufala, guanciale di maialino lucano allevato allo stato brado; la Sei Formaggi con fior di latte dei Monti Lattari, Parmigiano, provola di Agerola, gorgonzola e crema di pecorino. In uscita formaggio in foglie di castagno di Beppino Occelli.

Da Marco Quintili si assapora e si vive la tradizione partenopea non solo degli impasti ma anche dei classici fritti, la storia della sua terra e della sua famiglia. C’è anche un racconto preciso del menu e di come ogni pizza o piatto viene realizzato, qui anche la besciamella e il pan grattato per le crocchette si fanno in casa.

Quintili

Il menu dei fritti

Sugli antipasti c’è un grande gioco di sapori e di composizione e anche qui il colore non manca mai, elemento imprescindibile per Marco Quintili. Croccanti fuori, grazie alla panatura studiata ad hoc, morbide dentro e mai troppo unte, sono così le crocchette di Marco Quintili. La sua preferita è quella con spuma di burro e alici, il cui sapore è la riproposizione di pane burro e alici, la merenda preferita di Marco quand’era piccolo. Altro particolare abbinamento è quella con il prosciutto di pecora, ingrediente originale e dal sapore deciso, che si unisce alla delicatezza della ricotta nell’altro assaggio fatto.

E per chiudere in dolcezza il pasto, ci sono anche i dolci curati dallo stesso Marco, anche in questo caso sempre alla ricerca dell’originalità e della perfezione, tra le sue invenzioni i soffietti alla crema di pistacchio, che pare creino dipendenza.

La nostra degustazione

  • Crocchetta con prosciutto di pecora
  • Crocchetta alla spuma di burro e alici
  • Frittatina di pasta all’Amatriciana
  • Pizza alla Carbonara
  • Pizza Casertana
  • Tiramisù al frutto della passione

Contatti

iQuintili Furio Camillo
Via Eurialo, 7c,
00181 Roma
Tel.: +39 06 8007 7157
Aperto tutti i giorni a pranzo e a cena

iQuintili Tor Bella Monica
Via S. Biagio Platani, 320,
00133 Roma
Tel.: +39 06 201 6003
Aperto a cena tutti i giorni, a pranzo solo sabato e domenica

Quintili

Löwengrube

La Baviera in Italia con Löwengrube, il franchising che continua a crescere

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Riaperture nel segno della crescita, una risposta positiva alla crisi e alla pandemia dopo un anno di restrizioni. Parliamo di Löwengrube che ha di recente inaugurato a Modena il suo nuovo punto vendita e che promette di essere la più grande Bierstube Löwengrube d’Italia con numeri da record.

Per chi non lo conoscesse Löwengrube, che a dispetto del nome e del format è un’iniziativa tutta italiana, nata dall’idea di Pietro Nicastro e Monica Fantoni, è una catena di locali italiani, ma in autentico stile bavarese, un vero franchising che oggi conta, Modena compresa, ben 25 punti. Un percorso iniziato nel 2005 a pochi chilometri da Firenze con il primo locale, che si è rivelato subito un successo, replicandosi in 11 regioni italiane, da nord a sud, isole incluse e una extra a Tirana, in Albania, aperta all’inizio di maggio. E dal 2014 ad oggi il piano di crescita non si è fermato, nonostante tutto questa catena conquista sulla cartina geografica un nuovo territorio.

Modena, un locale da record

Inaugurato lo scorso 14 maggio, il locale di Modena è il secondo ad aprire in Emilia Romagna. A puntare sul territorio sono gli stessi imprenditori locai che avevano già avviato nel 2018 la sede di Bologna: Filippo Fochi, Ferruccio Perdisa, Fabio Pasini e Gianni Ugolini, che a quanto pare non hanno intenzione di fermarsi. Visto che hanno già in programma, altre due aperture a Ravenna e Reggio Emilia.

Eravamo pronti a inaugurare nel secondo semestre 2020. La pandemia ha rallentato i nostri programmi e nonostante questo abbiamo investito ugualmente e assunto decine di persone.” – ci racconta l’imprenditore Gianni Ugolini, illustrandoci la grandezza progettuale e fisica del locale di Modena.

 

Il Löwengrube di Modena è un locale da record: la più grande bierstube Löwengrube d’Italia con una superficie di 1.400 metri quadri su due piani e oltre 500 coperti, suddivisi tra spazi al chiuso e biergarten all’aperto, il caratteristico “giardino della birra” che contraddistingue i tipici locali della Baviera. Il locale ha trovato spazio in un edificio sulla via Emilia Est che è stato completamente ristrutturato e ripensato secondo principi di ecosostenibilità, bioarchitettura e bioedilizia: come le grandi vetrate a bassa emissione che sfruttano la luce naturale abbattendo i consumi di energia elettrica senza disperdere calore e l’impianto fotovoltaico installato sul tetto, in grado di coprire il 70% del fabbisogno energetico del locale, alimentando le cucine, gli impianti caldo-freddo, i dispositivi illuminanti interni ed esterni e le dotazioni delle sale, oltre alle colonnine di ricarica per i veicoli elettrici che saranno installate nel parcheggio adiacente al locale. Inoltre Modena registra 68 nuove assunzioni, facendo salire ad oltre 400 unità il numero delle persone impiegate dalla rete Löwengrube.

Löwengrube

Dopo il successo di Bolognaconclude l’imprenditore bolognese Filippo Fochiabbiamo deciso di replicare a Modena con le stesse caratteristiche del format che hanno conquistato noi come i nostri clienti: ambienti in legno, colori tipici della Baviera, personale in costume tradizionale, birre storiche dell’Oktoberfest spillata rigorosamente alla tedesca, con quel perfetto cappello di schiuma che conserva aroma, fragranza e leggerezza, piatti della tradizione bavarese e alto-atesina.”

La Baviera in Italia e l’Oktoberfest tutto l’anno

Löwengrube Original Münchner Bierstube rappresenta in Italia l’autentica esperienza di ristorazione tipica delle tradizionali bierstube bavaresi. Galeotto fu un viaggio a Monaco di Baviera di Pietro Nicastro e Monica Fantoni, fondatori del marchio. I due giovani imprenditori vengono letteralmente conquistati dalla beer experience tipica dei locali bavaresi: cibo, tradizioni, balli, costumi e decidono di importarla in Italia. L’obiettivo era riproporre al pubblico italiano l’emozione bavarese in tutto il suo realismo: quando si entra in un locale Löwengrube, si viene infatti catapultati in un’autentica bierstube di Monaco, atmosfera originale compresa, con tanto di costumi bavaresi e musiche, oltre che al cibo e alla birra.  E come nella migliore tradizione bavarese, non può mancare il Biergarten, o “Giardino della Birra”, spazio aperto attrezzato, prezioso di questi periodi. La mission realizzata fin dall’apertura del primo locale in Toscana, è di garantire agli Italiani un luogo in cui è possibile vivere sempre, tutto l’anno, l’Oktoberfest, ma a casa propria.

La cucina, stinco e birra

La cucina propone le specialità della tradizione culinaria della Baviera. Alla base c’è un approccio rigoroso alla ricerca di materie prime di qualità e al made in Italy, come lo speck Igp, wurstel e stinco Made in Alto Adige, prodotti da un salumificio di tradizione famigliare. I piatti sono accompagnati dalle migliori birre bavaresi, come i grandi marchi degli storici birrifici Löwenbräu, Spaten e Franziskaner. Il menu Löwengrube offre i prodotti iconici delle tavole bavaresi e alto-atesine, cucinati seguendo le ricette tradizionali. Si apre con una selezione di antipasti, perfetti per accompagnare una birra all’aperitivo, o con ricchi taglieri di salumi e formaggi tipici; gustosi primi piatti e secondi di carne, anche in versione degustazioni per permettere di assaggiare e condividere il meglio dei piatti Löwengrube. Particolare attenzione è riservata alle famiglie, con il “Menü Kinder” dedicato ai più piccoli, ai vegetariani e al gluten free per soddisfare le esigenze di tutti.

Tutto ruota attorno alla birra, spillata rigorosamente con la tecnica tedesca, secondo la tradizione, in tre colpi, con un procedimento che dura circa 7 minuti (operazione oggetto di una speciale formazione del personale), che permette di eliminare l’eccesso di anidride carbonica, ottenendo il caratteristico cappello di schiuma, fondamentale per conservare aroma, fragranza e leggerezza della bevanda.

Il successo Löwengrube

La trasversalità del target e la forza del franchising sono due elementi chiavi del progetto Löwengrube. Come Gianni Ugolini ci tiene a sottolineare: “la forza del franchising risiede nel sostegno della rete, che ti permette di fare l’imprenditore senza l’ansia di fronteggiare da solo ogni difficoltà, ma con la certezza che gli ostacoli che incontrerai hanno già una soluzione”. Considerazione che acquisisce maggiore significato in un’epoca storica come questa: la sinergia del franchising rappresenta per l’impresa quell’unione che dà la forza e permette di programmare nonostante l’incertezza.

Löwengrube

Divina Commedia

In carcere si serve la Divina Commedia. Chef e detenuti cucinano Dante.

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Chissà se Dante Alighieri sapeva cucinare, a quanto pare doveva essere un buongustaio, quello che sappiamo per certo è che per celebrare il Sommo Poeta in questo 2021, a 700 anni dalla sua morte, le iniziative a tavola sono state numerose. Dai grandi brand agli chef stellati, dai libri di ricette agli eventi la Divina Commedia è stata interpretata dall’antipasto al dolce.

Uno degli eventi più recenti e forse tra i più speciali per la sua valenza si è svolto lo scorso 11 maggio 2021 presso la Casa di Reclusione di San Gimignano (SI) dove la Chef Claudia Fraschini, autrice del libro “Beata o dannata? La Divina Commedia è servita” (edito da Trentaeditori), assieme allo chef Andrea Lavacca, ha incontrato i detenuti studenti dell’istituto di Istruzione Superiore “Bettino Ricasoli” di Siena che opera all’interno della struttura penitenziaria come Istituto professionale per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera.

Dal libro al piatto

Dal libro al piatto, studiare Dante diventa una prova di laboratorio culinario, un gioco di associazione e abbinamenti fra materie prime, un’interpretazione dei sensi. È stato così per la chef Fraschini, che su questo tema ha messo insieme una raccolta di ricette, suddivise tra inferno, purgatorio e paradiso, ed è stato così anche per questi studenti particolari, che attraverso la cucina puntano alla loro rivalsa e rieducazione.

L’evento “La Divina Commedia è servita” si inserisce in un percorso letterario – culinario intrapreso nelle classi per celebrare il sommo poeta a 700 anni dalla sua morte – ci spiega la professoressa di Italiano e Storia Gilda Penna, ideatrice e curatrice del progetto per la parte letteraria. – L’idea nasce dalla voglia di mettere a confronto le due esperienze concepite sì in modalità e in contesti differenti ma, inevitabilmente, collegate dalla stessa passione per Dante e per il cibo. Per gli studenti che hanno preso parte attiva, l’evento è stato il punto di arrivo di un percorso letterario-culinario sul rapporto cibo-Divina Commedia. Un evento fortemente voluto anche dal direttore del carcere, una mente innovativa, che crede fermamente nella rieducazione”.

Divina Commedia

Una brigata speciale

La chef Fraschini, coadiuvata dagli studenti della III A, ha realizzato tre ricette, scelte dagli stessi studenti, ispirate al capolavoro dantesco e tratte dal suo libro: “Seppie e ‘nduja” per il girone degli iracondi dell’Inferno, “Occidentalis gyoza” per il girone degli invidiosi del Purgatorio e la “Paris Brest” per il cerchio degli spiriti trionfanti del Paradiso. A seguire da remoto la realizzazione dei tre piatti anche gli studenti detenuti del Triennio (III B, IV A, V A) con i quali la chef ha interagito, rispondendo alle loro domande e soddisfacendo in pieno le loro curiosità.

I piatti realizzati dagli studenti rappresentano non solo il percorso dantesco, ma anche il loro percorso di vita, come ci tiene a sottolineare la prof. Penna: “Questa giornata è stata il punto di arrivo di un percorso che ha impegnato i corsisti per mesi. La base è stata quella letteraria, gli studenti hanno affrontato uno studio attento e approfondito della Divina Commedia, hanno potuto fare un confronto con sé stessi e con il proprio percorso di vita, per poi trasferire le loro sensazioni a tavola, traducendo ogni Cantica in un piatto. Hanno potuto inoltre sperimentare le conoscenze acquisite dimostrando competenza e professionalità e vivere il momento come crescita e formazione con tecnici del settore”.

Soddisfatti gli studenti e il corpo docente, nonché il Direttore del carcere di San Gimignano, Giuseppe Renna, il funzionario giuridico-pedagogico Rita Favente, e il vice comandante della Penitenziaria Giuseppe Bonfitto, che hanno lavorato in squadra per realizzare questo evento didattico e anche il magistrato di sorveglianza, Maria Letizia Venturini, presente all’evento.

Le parole della chef

Molto soddisfatta anche la stessa Claudia Fraschini che ci racconta così la sua esperienza: “Non sapevo cosa aspettarmi da un’esperienza di questo tipo e devo confessare che la preparazione dei ragazzi e l’impegno che ci hanno messo ha reso tutto molto facile e divertente. Non ero mai entrata in un carcere in vita mia e tanto meno ero mai venuta a contatto con persone in regime di lunga detenzione. Il mio timore era di non essere adeguata nel portare a loro la mia solita leggerezza ed allegria. Mi chiedevo se potevo argomentare la mia passione con amore, cura, attenzione per l’altro senza sembrare retorica e fuori luogo. Contro ogni aspettativa è stato tutto molto naturale e ci siamo sentiti tutti a nostro agio, le mura del carcere sono in parte scomparse, lasciando spazio all’unica vera forza che ci animava: umanità, amore per la cucina, voglia di fare bene. I loro volti nascosti dalle mascherine lasciavano in mostra solo gli occhi, che brillavano come quelli dei bambini che scoprono che il 25 dicembre è arrivato Babbo Natale e li ha riempiti di regali. I ragazzi si sono impegnati a mettere loro stessi, la loro parte migliore in quel che facevano e ci sono riusciti. I piatti erano fatti bene, raccontavano emozioni di rivalsa, desiderio di amare ed essere amati senza giudizi e preconcetti”.

Il valore della Divina Commedia

“La Divina Commedia è servita” testimonia come la cucina sia formativa e costruttiva e non ha dubbi su questo Claudia, che aggiunge: “il senso del cucinare è la scelta di uno stile di vita preciso: prendersi cura dell’altro, partendo da sé stessi e mettendo in un piatto tutto ciò che siamo. La cucina è soprattutto trasformazione e l’ingrediente segreto più potente è l’amore. Perdonare sé stessi e ritornare nel mondo con intenti nuovi credo sia lo sforzo più gravoso per questi uomini, che provano a offrirsi agli altri imparando il linguaggio della cucina. Attraverso la cucina viaggiano, immaginano e scoprono profumi, consistenze, colori, raccontano le loro storie, cosi come hanno fatto nelle loro preparazioni dedicate a Dante”.

La cucina come opportunità

Anche la cucina è fatta di studio ed è “farcita” da libri di altre materie a cui questi studenti si avvicinano per scelta, per curiosità, per svago come ci racconta in conclusione Gilda Penna: “La cucina e la scuola rappresentano per i nostri studenti una seconda occasione, una nuova occasione per cambiare, per mettersi in gioco e per riscattarsi. Nella maggior parte dei casi, i detenuti si iscrivono a scuola per curiosità, per ‘passare il tempo’ o per vedere gente diversa ma, poi, piano piano iniziano ad appassionarsi, iniziano a provare una certa soddisfazione in quelle mattinate trascorse tra i banchi, rendendosi conto che la cultura rende liberi. Sono molti i progetti che annualmente realizziamo, per esempio oltre che su Dante gli iscritti dell’istituto alberghiero sono impegnati quest’anno in un corso di apicoltura, tecnica e produzione del miele e in tempi “normali” l’anno scolastico si concludeva con l’evento “Insieme con gusto”, un pranzo aperto alla comunità esterna che speriamo di realizzare appena superata questa situazione epidemiologica”.

Ovviamente l’evento si è concluso a tavola con la degustazione dei piatti realizzati e se volete sapere quali sono stati i loro commenti e scoprire in dettaglio le ricette e i piatti realizzati trovate tutto sul blog Scriviamocongusto curato dagli stessi detenuti dove sono raccolti lavori e piatti realizzati durante l’intero anno scolastico.

Parco Appio

Parco Appio firma l’estate romana

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Torna anche per l’estate 2021 l’esperienza gastronomica di Parco Appio. Dopo la stagione scorsa di successo e considerate le restrizioni covid il Parco romano di fronte alla fonte Egeria si mette il vestito migliore e divertente e promette un’estate en plein air dalle mille facce. In sintesi trattoria, pizzeria, griglieria, Natural Bar, che si traduce nei fritti e nelle pizze di Mirko Rizzo e Federico Feliziani, birre artigianali, mixology, colazione con la migliore pasticceria di Roma, pokè per le pause pranzo light e la cucina romana per quella più golosa e sostanziosa, la carne e per concludere un calendario di eventi realizzati in collaborazione con Tlon, (dpcm permettendo), che daranno vita ad un vero e proprio Festival targato Parco Appio, con concerti, spettacoli, presentazioni di libri e dischi, dj-set e talk. Insomma dalla colazione al dopo cena (sempre dpcm permettendo), Parco Appio regala la formula che mancava nella capitale, adatta a tutti, famiglie, bambini, vacanzieri, smartworker compresi, a chi ha voglia di normalità, di stare insieme agli altri e stare all’aria aperta e in sicurezza.

Restart

Anche questo 2021 sarà un anno particolare e proprio per questo Federico Feliziani, ideatore del format, ha voluto mettere a punto un programma per la stagione spring/summer che eleggesse Parco Appio a “il posto” di Roma. Si tratta di un restart totale, come lui stesso sottolinea: “ma non solo ripartire da dove avevamo lasciato l’estate scorsa, questo è ripartire per non fermarsi, rimettiamo in moto i sensi, la mente, il gusto e il piacere di ritrovarsi insieme”.

 Cosa c’è di bello a Parco Appio vi chiederete? Noi lo abbiamo provato anche quest’anno e possiamo dire che fin dall’entrata, dal viale illuminato dalla cascata di luci la sera o con il sole di giorno si respira la voglia di spensieratezza, la voglia di stare fuori all’aria aperta e di vivere ogni momento della giornata in piena normalità. A farti sentire a tuo agio e come in una grande famiglia o in un circolo di amici sono gli stessi ragazzi dello staff. Questa è la sensazione iniziale, a cui segue poi il divertimento del palato. E qui possiamo dire che il duo Rizzo-Feliziani si è impegnato riuscendo a mettere a menu una molteplicità di scelta che mette d’accordo tutti: carnivori, pizzalovers, fan dei fritti, vegani e vegetariani. E ora vi raccontiamo come.

Il Natural Bar

Si parte dal bar con il servizio bar/caffetteria e i lievitati per la colazione. Tanti, buoni e tutti speciali realizzati da pasticcerie e forni romani a rotazione (si parte per i primi 15 giorni con quelli di Casa Manfredi). All’ora di pranzo passa tutto nelle mani della chef sicula e vegetariana Antonella Giuffrè (scuola Bonci), che propone pokè bowl mediterranee: una cucina made in italy, con cous cous, fregola e molto altro, tutto healty.  A questi si affiancano i ‘panini del contadino’, con il pane che arriva fresco tutti i giorni dal Forno Feliziani di Prati e le ‘imbottiture’ provenienti da piccoli artigiani italiani selezionati con cura da Natural Born Drinkers. Per l’aperitivo anche questo rigorosamente ‘contadino’ con salumi e formaggi provenienti dalla selezione di Natural Born Drinkers.

Cosa si beve? Centrifughe, vini naturali e birre artigianali sempre by Natural Born Drinkers; il chiosco è anche cocktail bar, con una proposta mixology fino al dopocena. La grande novità è l’incursione giapponese di Umami nel weekend (sab/dom), quando il Natural Bar si trasforma nel pop-up della trattoria giapponese del quartiere San Giovanni con rolls, gyoza, sushi, bun al vapore ecc.

 

Parco Appio

L’Elementare Pizzeria

Come l’anno scorso, il must rimane la pizza bassa e scrocchiarella, quella tipica romana come Mirko Rizzo sa fare e ritorna con la pizzeria L’Elementare. Quest’anno c’è uno spazio più ampio con più coperti. La carta è identica a quella de L’Elementare Trastevere: stesse pizze e stessi fritti, stessa goduria da provare sul posto o a casa se si preferisce l’asporto.

Sui fritti si gioca duro pizze fritte classica, genovese e con mortadella, burrata e zeste di limone, da mangiarne in quantità; pasta fritta, come la lasagna e cacio e pepe, da definire peccaminose e poi i supplì, tanti supplì classici, filanti e ghiotti. Anche i vegetariani possono trovare la loro dimensione nel fritto di Mirko Rizzo con la polpetta che abbiamo assaggiato in un fuori menu chiamata “capra e cavoli” a base di cavoli e un saporitissimo formaggio di capra. Le Pizze? Dalla classica margherita, capricciosa e marinara alla fiori e alici o bufala e reggiano fino a quella chiamata Vacanze romane. Fanno tutto lo stesso effetto: belle da vedere, buone da mangiare, impasto ben idratato, materie prime di territorio selezionate e digeribilità garantita.

Parco Appio

L’Elementare Trattoria

Altra grande news di Parco Appio 2021 è la trattoria by L’Elementare. Menù classico da trattoria romana, le stesse materie prime utilizzate in pizzeria, cucina sincera, atmosfera da fraschetta. Dai fritti al dolce, caffè e ammazza caffè anche per un pranzo semplice e conviviale con familiari e amici. Taglieri abbondanti, manzo, salsiccia, hamburger alla griglia succulenti e da leccarsi i baffi, carne saporita e tenera e dalla cottura perfetta, primi piatti abbondanti e che onorano la tradizione.

Perché andare a parco Appio

Se quello fin qui descritto, new entry comprese, non vi ha convinto, un altro buon motivo è la location che si trova tra Appia Antica, Ardeatina, Parco della Caffarella e Appia Pignatelli, che vi dà la possibilità di lunghe passeggiate a piedi o in bici, le visite alle catacombe o un tour sull’Appia Antica se volete dedicarvi una giornata da turisti; il mercato di Campagna Amica nel weekend nel parcheggio di Parco Egeria, e poi per tutti i giorni sempre disponibili postazioni per lo smart-working con tavoli provvisti di prese elettriche per lavorare open air senza stress con laptop e tablet, tra il verde e gli uccellini, una birra o altro per stimolare la creatività.

E poi Parco Appio fa rima con sostenibilità: tutte le strutture sono realizzate con materiali di recupero fatti rivivere per l’occasione e pensate per un nuovo utilizzo dopo la chiusura del village. Ovviamente il verde è tutto “vero” e il progetto Parco Appio traccia dallo scorso anno un percorso di recupero delle aree verdi comunali, con l’obiettivo di riportare al centro l’importanza e la bellezza degli spazi all’area aperta da condividere.  Ultimo ma non meno importante, dopo essere stato a Parco Appio, vai via rilassato, felice e amico di tutti.

PARCO APPIO
via dell’Almone 105 – 0179 Roma
lun-dom – h 9.00 – 2.00
Facebook/Instagram: @parcoappio

Parco Appio

Billo

Ecco BILLO, il piatto bilanciato progettato dal food designer Mauro Olivieri

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Esiste il piatto perfetto?  A questa domanda non cercate di rispondere cercando di ricordare il nome dello chef o la ricetta di un piatto che vi ha colpito il cuore e avete trovato “perfetto”. Non stiamo parlando di perfezione creativa, culinaria o estetica, ma di perfezione alimentare, che risponde anche al nome di bilanciamento.

La teoria del “piatto ideale

Secondo la dieta mediterranea l’alimentazione ideale si compone di tutti i macronutrienti in quantità diverse e da mangiare più o meno frequentemente. Il piatto bilanciato prende origine proprio da questo concetto base per poi essere approfondito nel tempo da studi dedicati. Il Piatto del Mangiar Sano o Piatto Unico Bilanciato è stato studiato, infatti, come metodo alimentare all’inizio del decennio scorso dagli esperti di nutrizione della Harvard T.H. Chan School of Public Health che hanno redatto anche una guida per creare pasti salutari e bilanciati. Un’iniziativa di educazione alimentare importante che si fonda sul concetto della ripartizione equilibrata del piatto in base al fabbisogno dei vari nutrienti e del giusto apporto energetico completo.

L’Healthy Eating Plate si schematizza in un’area circolare, che rappresenta un piatto ideale, divisa in quadranti, le diverse porzioni: uno spazio per proteine sane (pesce, pollo, legumi), uno spazio per i cereali, preferibilmente integrali (riso, pasta, pane), un altro per gli ortaggi e infine uno spazio per una porzione di frutta o dolce.

E la pratica?

Questa la teoria del “piatto ideale studiata da esperti nutrizionisti della Harvard School of Public Health, ma la pratica? A questa ci ha pensato di recente, dopo studi e prove di alcuni anni, Mauro Olivieri, studioso di “food del territorio” e “food production” e pluripremiato food designer, da sempre appassionato di cucina e attento ai cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi 20 anni.

Insieme ad un team formato da Emanuele Gnemmi, Amministratore della Emanuele Gnemmi Consulting che vanta una trentennale esperienza nel mondo del Food and Beverage e la dietista Consuelo Vecchio, Mauro Olivieri ha cercato di creare un contenitore vero e proprio, funzionale a quella composizione schematica teorizzata. Un lavoro di ricerca nell’ambito del food design applicato che va avanti dal 2018 e che ha portato alla creazione di Billo.

Billo è un contenitore pratico, comodo e veloce che risponde a questa esigenza. Un piatto in cui ogni alimento ha il suo spazio e la sua quantità esatta e non un impiattamento unico.  In poche parole Billo è un “luogo” dove comporre insieme i cibi crudi o cotti, da mangiare o cucinare in un secondo momento, senza tradire le quantità ideali e di conseguenza aiutandoci a mantenerci in forma e in salute.

Come è fatto Billo

La forma circolare, dal diametro di 27 cm, riporta al tradizionale piatto e la sua suddivisione in aree calcolate definisce il sistema e la collocazione dei vari alimenti consentendo di determinare pesi e calorie in modo controllato tale da conferire al piatto le giuste quantità e il corretto bilanciamento dei vari alimenti presenti. Le anse di forma triangolare aiutano ad avere la percezione visiva di una quantità di cibo maggiore in modo da offrire anche agli occhi appagamento e valore per ciò che verrà mangiato e l’arrotondamento ai vertici dei triangoli aiuta nella raccolta del cibo contenuto.

Il piatto presenta poi una cosiddetta mantovana esterna che lo circonda, seguendo appunto il perimetro, con lo scopo di creare una comoda maniglia di presa che evita il contatto diretto del palmo della mano con il piatto se caldo e soprattutto agevola la manovra di presa anche con due mani per le persone anziane.

Per la frutta o il dolce è stata creata poi una piccola ciotola, già incorporata, che può essere rimossa prima del posizionamento/riscaldamento del piatto in un forno a microonde.

È in plastica riciclabile al 100%, prodotto a Genova dall’azienda Stefano Carlucci, attenta alle tematiche ambientali, e può essere messo sottovuoto, grazie alla partnership con “Vacutech” sono, infatti, disponibili gli stampi per il confezionamento in Atmosfera Protettiva per garantire maggior Shelf Life degli alimenti. Il confezionamento di Billo è stato progettato ad hoc per evitare lo scambio di liquidi e il sottovuoto è gestito in modo tale che ciascuna insenatura del piatto sia perfettamente sigillata e chiusa singolarmente evitando così fuoriuscite e commistioni tra le parti.

Billo

Dove si utilizza Billo

Billo è un piatto pensato come strumento di educazione alimentare applicata nella ristorazione collettiva, soprattutto quella scolastica, ospedaliera o nelle RSA dove ha particolare importanza l’età, lo stato di salute, l’operatività.

Ma anche in altre situazioni della vita di tutti i giorni potrebbe essere un utile accessorio, che agevola in cucina single o chi in cucina è poco pratico. Billo trova facile applicazione ai banchi della gastronomia per comporre dei pasti per una persona, ma anche nei marchi della grande distribuzione, luoghi dove c’è una forte richiesta di praticità e di riduzione del tempo di consumo.

Da una ricerca fatta dall’Osservatorio Immagino Nielsen GS1 Italy, risulta, infatti, che in Italia tra ipermercati e supermercati, c’è un forte aumento nel carrello della spesa di acquisto di piatti pronti e i soggetti coinvolti spesso sono donne lavoratrici, sportivi, businessmen, famiglie mononucleari, che quotidianamente consumano pasti fuori casa in momenti sempre più limitati di pausa dal lavoro per il pranzo.

Billo sarebbe, dunque, la soluzione ideale e sana che ti dà la possibilità di avere un pasto già confezionato e con cibi scelti anche a seconda della propria dieta, (vegana, proteica, onnivora, vegetariana) con il perfetto bilanciamento tra minerali, vitamine, grassi, zuccheri, proteine. Il mezzo più semplice per ottenere un risparmio di tempo, di denaro con il massimo beneficio anche grazie a chef esperti che sappiano elaborare dei menu completi e pronti che coniugano la dieta sana a gusto, qualità e praticità.

Aspettiamoci presto di vederlo tra i banchi frigo dei supermercati o proposto al nostro nutrizionista.