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Food e sostenibilità

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Solo attraverso una produzione di cibo sostenibile si può garantire un futuro alimentare migliore.

Il concetto di sostenibilità nell’ambito del cibo è estremamente attuale perché la nostra società è arrivata ad un punto tale che non può più far finta che questo argomento non sia di fondamentale importanze per il futuro. Lo spreco di cibo, il consumo indiscriminato di energie e risorse per produrlo e l’impatto sull’ambiente sono dei punti chiave da risolvere affinché la società possa progredire e guardare al futuro con speranza e fiducia.

Il concetto di sostenibilità può essere definito come la proprietà di essere ecologicamente compatibile, economicamente efficiente, socialmente equo e culturalmente accettabile.

Il sistema alimentare che vogliamo

Il sistema alimentare che vogliamo deve essere un sistema alimentare sostenibile sia dal punto di vista ambientale ed economico sia dal punto di vista socio-economico. Esso deve conservare la qualità e la rinnovabilità delle risorse naturali nel tempo, preservare la biodiversità e garantire l’integrità degli ecosistemi.

Deve generare reddito a lungo termine e creare posti di lavoro, garantire l’efficienza ecologica e offrire un ambiente competitivo, dove la qualità prevale sulla quantità e i prezzi riflettono il reale valore del cibo.

Inoltre deve garantire l’equo accesso ai diritti fondamentali (sicurezza, salute, istruzione, ecc.) e a condizioni di benessere (istruzione, relazioni sociali, ecc.) all’interno di una comunità; offrire opportunità di creazione e sviluppo di relazioni interne ed esterne che coinvolgano la comunità e riconoscere il valore culturale di un prodotto.

Tutti questi aspetti della sostenibilità sono fortemente interconnessi e devono essere analizzati in una visione integrata e olistica.

Gli strumenti per raggiungere l’obiettivo di un sistema alimentare sostenibile.

In questo scenario globale in via di trasformazione, la conservazione della biodiversità e il recupero e la protezione degli ecosistemi devono diventare una priorità. La conservazione della biodiversità richiede lo sviluppo di modalità diverse di governance a livello globale, nazionale e locale. Essa può essere efficace solo se si aumenta la consapevolezza e l’interesse del pubblico.

La protezione e lo sviluppo della produzione alimentare su piccola-media scala e delle economie locali diventa pertanto di importanza vitale. Un sistema di produzione alimentare locale ha il vantaggio di generare cibo sano e nutriente con responsabilità sociale, dando la giusta priorità ai sistemi ecologici, eliminando o riducendo l’impiego di sostanze chimiche e salvaguardando le tecniche e i sapori tradizionali.

L’allontanamento da un sistema agroalimentare industriale e l’adozione di pratiche agricole sostenibili può svolgere un ruolo molto importante per combattere e prevenire conseguenze negative sulle risorse naturali. L’agricoltura sostenibile implica minor dipendenza dai carburanti fossili, usa tecniche che preservano l’umidità e il biossido di carbonio presenti nel terreno, protegge il suolo dall’erosione, rallenta e combatte la desertificazione e utilizza l’acqua più efficacemente.

È necessaria la promozione di un sistema energetico efficiente. I biocarburanti hanno ripercussioni negative sul settore agricolo laddove entrano in diretta concorrenza con i prodotti destinati al consumo umano. L’attuale modello di produzione energetica, che si affida principalmente a petrolio, energia nucleare, solare, eolica e idroelettrica, biocarburanti e idrogeno, pone numerosi problemi e grandi preoccupazioni in un’economica globale fondata sull’uso incondizionato delle risorse. Ciò che occorre è una metodologia olistica e interrelata (una struttura sistemica) che metta in connessione esigenze economiche, sociali, culturali e ambientali per strutturare la relazione tra esseri umani e natura, produzione energetica e ambiente.

Infine è indispensabile ridurre al minimo le perdite e gli sprechi in tutte le fasi della filiera alimentare ed è, altresì fondamentale, avviare un percorso di educazione affinché si possa garantire un futuro alimentare migliore.

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Carne artificiale, Churchill aveva ragione, un futuro sostenibile esiste

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Carne Artificiale, nel 1931 Winston Churchill aveva già immaginato un futuro senza allevamenti. Egli affermò: “Dovremmo lasciarci alle spalle l’assurdità di allevare un pollo intero per poi mangiarne solo il petto o le ali, facendo crescere separatamente solo queste parti in un mezzo appropriato. Nel futuro, questo è certo, mangeremo anche cibo sintetico”.

Ma facciamo subito una distinzione.

Distinzione tra carne artificiale e carne finta

Innanzitutto bisogna saper distinguere la carne artificiale dalla carne cosiddetta finta. Quest’ultima comprende tutti quei prodotti di origine vegetale che, ad oggi, vengono commercializzati con definizioni che richiamano la carne, ma che non hanno niente a che fare con la stessa. Esempi tipici sono: il salame vegano, le bistecche di soia e le salsicce vegetali.

Gli scaffali dei supermercati e dei negozi biologici sono saturi di prodotti di origine vegetale. Essi riportano la mente del consumatore agli alimenti a base di carne, ma essendo prodotti vegetali va ricordato che sono prodotti a base di legumi, verdure ed olii vegetali. Questo li pone su un livello differente non solo nel sapore, ma soprattutto in campo nutrizionale. Mettendo da parte la carne finta, parliamo di quella che oggi è pura innovazione: poter ricreare in laboratorio carne vera. Ricostruire in tutte le sue caratteristiche la fibra muscolare, se non addirittura migliorarne i valori nutrizionali, è possibile.

La carne artificiale o anche definita carne “coltivata” o ancora “sintetica”, ancora non in commercio, è il risultato di un prodotto creato totalmente in laboratorio. Vengono utilizzate cellule staminali prelevate dall’animale tramite una biopsia in anestesia e successivamente, vengono inoculate in un bioreattore. Fantascienza? No, scienza. Una tecnologia avanzata che giorno dopo giorno raggiunge ottimi risultati, portando alla luce una vera e propria idea di produzione di carne. Il tutto senza permettere la macellazione di nessun animale.

Partiamo dal concetto di carne

La carne è parte integrante della nostra cultura alimentare fin dai tempi più antichi. Essa è una fonte proteica ad alto valore biologico ed ha un ottimo contenuto di minerali e vitamine, in particolare ferro e vitamina B12.

Nel 2018 il quotidiano “La Stampa” riporta la tesi della giornalista americana Katy Keiffer. Quest’ultima affermava che la produzione di carne è diventata insostenibile, sia in termini economici che ambientali. Questo perché negli ultimi anni la produzione globale di carne bovina è raddoppiata. Quella di carne suina triplicata e quella di pollo è sei volte maggiore. Continuando con questi numeri l’ONU stima che nel 2050 consumeremo 450 milioni di tonnellate di carne all’anno, ossia il doppio della carne consumata negli anni 2000.

Keiffer, inoltre, sostiene che l’allevamento sia causa di un grande consumo di acqua, affermando che “ l’acqua è un bene sempre più prezioso e più  scarso, di cui l’industria della carne ne fa un uso spesso spropositato”.

Greenpeace, famosa organizzazione ambientalista, descrive come gli allevamenti siano una delle principali cause di deforestazione. Nel report “Foreste al macello” viene esposta un’indagine condotta da Greenpeace, dove emerge quanto alcune grandi aziende argentine dedicate alla produzione e alla lavorazione di carne, sono alla base della deforestazione del Gran Chaco.

La deforestazione provoca perdita di biodiversità. Infatti, nel report “Il pianeta nel piatto”, Greenpeace sostiene che l’allevamento è considerato uno dei maggiori fattori di perdita di biodiversità a livello mondiale.

Cosa si può fare per un futuro sostenibile?

Negli ultimi anni ci si interroga spesso a livello globale su cosa sia possibile fare per un futuro più sostenibile. In questo senso grande rilievo spetta alla ricerca nell’ambito delle biotecnologie per la produzione di carne sintetica. Essa potrebbe fornirci, secondo quanto afferma la ricerca, una soluzione eticamente ed economicamente vantaggiosa, ricreando carne vera e propria in laboratorio grazie ai bioreattori. Ché sembrerebbe un’ottima soluzione, poiché non richiede la presenza di allevamenti e non prevede l’utilizzo del suolo e dell’acqua. Nè per la crescita dell’animale, nè per la produzione di mangime e infine, si eviterebbe la macellazione dell’animale stesso.

A proposito di ricerca, per dare credibilità a quanto scritto, è stato un piacere intervistare Matteo Brognoli, CEO di Solaris Biotech. Solaris Biotechnology è un’azienda italiana con sede a Porto Mantovano fondata nel 2002. Tra le tante specializzazioni, l’azienda vanta la produzione di fermentatori e bioreattori che, come vedremo, sono tecnologie fondamentali per la coltivazione cellulare della carne. L’azienda esporta bioreattori e fermentatori in tutto il mondo e si colloca tra i leader del settore.

Leggi anche l’articolo sul Food e Sostenibilità

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Come viene prodotta la carne artificiale?

All’interno del bioreattore avviene la coltivazione delle cellule staminali animali, esse proliferano formando vere e proprie fibre muscolari. Le fibre vengono raccolte e compattate come se fosse un macinato di carne, dandogli successivamente la forma di un hamburger. Il bioreattore è un apparecchio in grado di fornire un ambiente adeguato alla crescita di microrganismi, fornendo alle cellule tutto ciò di cui necessitano e, inoltre, permette di monitorare la crescita degli stessi grazie al controllo di diversi parametri.

Per produrre una certa quantità di carne artificiale le coltivazioni durano attorno alle 7-8 settimane. Ne servono alcune migliaia per formare un hamburger, ma la cosa più stimolante è che queste fibre sono rigenerabili. Da un singolo campione prelevato da una mucca, ad esempio,  si possono produrre più di 800 milioni di filamenti di tessuto muscolare.

Curiosità: vi sono in commercio carni finte che tendono a rispecchiare sempre di più il sapore della carne, ad esempio aggiungendo emoglobina prodotta in laboratorio. Beyond the meat e The impossible foods, producono anche questa tipologia di carne finta avanzata ed utilizzano la tecnologia dei bioreattori Solaris Biotech per produrre emoglobina.

Dal 1900 ad oggi: quando è nata l’esigenza di creare una carne artificiale?

L’idea della carne in vitro coltivata in laboratorio nacque a partire dai primi del ‘900 e si è evoluta sempre di più.

I primi esperimenti sulla riproduzione delle cellule in vitro risalgono al 1912, quando il premio Nobel Alexis Carrel inserì una piccola parte di muscolo cardiaco di pollo in una soluzione, al Rockefeller Institute. La coltivazione in vitro di fibre muscolari venne eseguita nel 1971 da Russell Ross. Le cellule furono coltivate ​​per otto settimane in coltura cellulare e mantennero la morfologia del muscolo liscio in tutte le fasi della loro crescita.

Nel 1995, il ricercatore olandese Willem van Eelen depositò il primo brevetto in Olanda riguardante la produzione industriale di cellule di tessuto di carne aventi completa somiglianza sia dal punto di vista estetico che organolettico.

E poi c’è il XXI° secolo

Nel 2009 spiccò il ruolo del professore di angiogenesi e specialista in ingegneria dei tessuti Mark Post. Il professore affermò che a distanza di pochi anni avremmo ottenuto un hamburger cresciuto in laboratorio. E così fu. Mark Post è inoltre fondatore della startup Mosa Meat. Egli affermò che voler creare la carne sintetica è una risposta logica ad un problema sin troppo evidente, riferendosi ovviamente alle problematiche relative agli allevamenti intensivi, all’impatto ambientale ed alla richiesta sempre maggiore di carne. Inoltre aggiunse che creando carne in laboratorio, vi è la possibilità di ottenere carne qualitativamente migliore e con meno grassi, modificando il contenuto in base al tipo di coltura.

Nello stesso anno, Peter Verstrate, allora direttore di una delle maggiori industrie olandesi di processamento carni ed uno dei maggiori sponsor del progetto carne in vitro, parlò del potenziale commerciale della carne prodotta in laboratorio. Egli affermò che, con un procedimento simile a quello delle stampanti a getto d’inchiostro, avremmo potuto ottenere delle bistecche. Verstrate affermò, inoltre, che i consumatori avrebbero optato per salvare l’ambiente, risparmiando soldi e sofferenze agli animali.

Nel 2013 avvenne la prima degustazione in tv di un hamburger di carne bovina coltivata.

L’hamburger da 330.000 dollari di Mark Post, Mosa Meat, venne cucinato ed assaggiato in diretta tv.

Nel 2016 Memphis Foods pubblicò il video di uno show cooking in cui si mostrava la cottura di una polpetta di carne bovina sintetica.

Memphis Meats ha sviluppato una nuova piattaforma multi-animale che consente di produrre diversi tipi di carne intervenendo su gusto, innovazione e profilo nutrizionale. Uma Valeti, CEO di questa azienda americana , affermò che il pollame è al centro dell’alimentazione di tante culture nel mondo. Evidenziando però come il modo tradizionale con cui viene allevato causa enormi problemi all’ambiente, al benessere degli animali e alla salute degli esseri umani.

Considerazioni finali

Seguendone l’evoluzione ancora troppo da lontano, secondo i progressi della tecnologia e le aziende come Solaris Biotech, la carne artificiale sembrerebbe presentare una serie di pro e pochi contro. A prescindere dalle filosofie di alimentazione, analizzando i fattori positivi si può citare certamente il rispetto di una scelta etica, compresa quella sulla riduzione dello spreco e dell’inquinamento ambientale, con una più armonica gestione delle risorse idriche.

Forse un futuro più sostenibile, grazie a tecnologie che non sostituiscono la carne ma che siano in grado di garantirne un sistema produttivo diverso, sarà possibile. Per ora, però, i costi di produzione sono ancora troppo elevati per permettere il commercio della carne artificiale sul mercato.

Il futuro dell’Agroecologia all’interno della politica agricola

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Agroecologia: serve intervenire per migliorare la Politica agricola comune ed evitare il peggioramento dei problemi economici, sanitari e ambientali.

Del futuro dell’agroecologia all’interno della politica agricola europea e italiana e delle modifiche apportate dal Parlamento e dal Consiglio Europeo sulla PAC (Politica agricola comune) si è discusso durante il seminario on line su “Agro-ecologia e PAC post 2020”, svoltosi Mercoledì 18 Novembre. Il seminario è stato organizzato da Coalizione #CambiamoAgricoltura, in collaborazione con la Fondazione Cariplo.

Agroecologia come scienza, pratica innovativa e movimento

L’agroecologia propone di innovare i sistemi agroalimentari attraverso la diffusione di principi e pratiche ispirate all’ecologia al fine di garantire la sostenibilità integrale. L’agroecologia, nel progettare i futuri sistemi agroalimentari sostenibili, si propone come luogo d’incontro fra discipline scientifiche, pratiche di innovazione e istanze sociali.

Essa è una scienza sistemica che unisce e non divide, un paradigma unico con uno sfondo etico.

L’agroecologia è l’approccio alternativo all’agricoltura industriale che emerge dalle migliori pratiche realizzate in questi decenni, come, ad esempio, il biologico e il biodinamico. Un approccio sistemico, che consente non di guardare al singolo campo, ma ad una visione complessiva dell’azienda e del territorio, oggi coerente con le strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 proposte dalla Commissione Europea. Per questo serve una PAC post 2020 in grado di sostenere realmente questa transizione agroecologica.

L’agroecologia come scienza adotta l’approccio sistemico e partecipativo funzionale e sostiene la transdisciplinarità. Come pratica innovativa promuove l’uso sostenibile delle risorse locali rinnovabili, le conoscenze e le priorità delle aziende agricole multifunzionali locali per la difesa della biodiversità, la riduzione degli impatti negativi sulle risorse naturali e la fornitura di servizi ecosistemici necessari per garantire la salute al Pianeta.

Come movimento supporta l’agricoltura famigliare, le comunità rurali, le catene di commercializzazione locali e brevi, la diversità delle sementi, le razze autoctone per la produzione di alimenti sani, di qualità all’interno di diete sostenibili.

I passi indietro dell’Europa sulla Pac

La nuova Politica agricola europea sarebbe dovuta diventare uno degli strumenti del Green Deal, ma le revisioni uscite dal voto dall’Europarlamento e dalla decisione del Consiglio AgriFish non hanno impresso quella spinta innovativa, anzi è stato fatto un passo indietro. La proposta della Pac del 2018 ha, infatti, visto degli arretramenti.

“Come coalizione abbiamo accolto con favore il Green Deal Europeo e le strategie Farm to Fork e la Strategia sulla Biodiversità perché abbiamo individuato in esse la volontà di cambio di rotta dell’UE. Bisogna tenere la barra dritta sulle Strategie  Farm to Fork e Biodiversità 2030 che indicano obiettivi concreti e misurabili per il Green Deal dell’agricoltura europea. Le pressioni dell’agribusiness non possono e non devono fermare una rivoluzione sostenibile che non è solo eticamente necessaria, ma è anche la più economicamente redditizia, per il futuro del settore agricolo.”

“Tra le proposte più dannose concordate da S&D, PPE e Renew Europe ci sono quelle di non concedere spazio reale alla natura nelle aziende agricole invece di fissare l’obiettivo di almeno il 10% aree per la tutela della biodiversità, attraverso la creazione di stagni, siepi e piccole zone umide, come prevede la Strategia UE Biodiversità 2030. – prosegue la coalizione – Secondo l’accordo adottato dai partiti, si continuerebbe a drenare le torbiere, una fonte massiccia di carbonio responsabile del 25% di tutte le emissioni di gas serra agricole dell’UE e il 5% di tutte le emissioni di gas serra in Europa. Si vorrebbe inoltre rimuovere il divieto di arare e convertire i prati permanenti nei siti Natura 2000, che sono aree protette ai sensi delle direttive comunitarie”.

“Queste proposte, unitamente ad altre gravissime, potrebbero già significare la fine dell’ambizioso Green Deal dell’UE, che ha disperatamente bisogno di una riforma radicale della PAC per avere successo. Anche sotto il profilo dell’equità per le aziende votate al biologico e all’agroecologia questo accordo potrebbe essere devastante drenando le risorse verso pratiche che solo le grandi aziende potrebbero permettersi, in una sorta di greenwashing finanziato con fondi europei”.

L’appello di #CambiamoAgricoltura

“Serve un cambiamento di rotta radicale verso la transizione ecologica dell’agricoltura, per un’agricoltura che produce beni pubblici per tutti i cittadini e che mette al centro le capacità dell’agricoltore e del territorio rurale, dando valore al ruolo e al lavoro dell’agricoltore. – Ha  dichiarato Mari Grazia Mammuccini Presidente di FederBio – Oggi sappiamo che con il continuo abbassamento dei prezzi gli agricoltori non riescono ad avere un reddito dignitoso e le aziende non riescono a garantire i diritti dei lavoratori. Quindi il cambio radicale serve non solo sul piano ambientale ma anche sia sul piano economico e sociale.”

“Proteggere la natura significa anche proteggere tutti quegli agricoltori impegnati in una sera transizione agroecologica. I cittadini lo stanno chiedendo a gran voce, i politici non possono continuare ad ignorarli ascoltando solo le sirene dell’agroindustria” concude la coalizione.

Anche il Nostro Paese potrà e dovrà fare la sua parte attraverso il Piano Strategico Nazionale. Occorre, quindi, che il confronto sulla riforma della PAC e sulla redazione in Italia del PSN si apra con maggiore trasparenza a tutti gli interlocutori interessati: ambientalisti, associazioni del biologico e consumatori.

Effetto Covid, italiani più attenti allo spreco alimentare

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L’emergenza Coronavirus ha rivoluzionato le nostre vite quotidiane, tra lockdown, dpcm vari e regole da rispettare fuori casa e con gli altri, gli italiani sono messi a dura prova, ma in questa visione negativa e obbligata c’è anche uno scenario positivo che si delinea, quello dei consumi e dei relativi scarti. Durante il lockdown, lo abbiamo sottolineato più volte, sono cambiati i consumi, si sono trasformati i carrelli degli italiani, che si avvicinano al km 0, alle botteghe di quartiere, sono più attenti allo spreco alimentare e si approcciano con più facilità ed entusiasmo al digitale anche per fare la spesa e al delivery per sopperire ai ristoranti chiusi e alle cene fuori.

L’approccio alla raccolta differenziata

La pandemia ha cambiato lo scenario della raccolta differenziata e del riciclo dei rifiuti nel nostro Paese. L’aumento dei “nuovi scarti” legati al Covid (mascherine e guanti) e dell’utilizzo di plastica monouso per consumazione e asporto rende ancora più importante una corretta raccolta e differenziazione da una parte e maggiore necessità di riciclo e sostenibilità ambientale dall’altra.

Nel nostro Paese la raccolta differenziata funziona e dà buoni risultati

Gli ultimi dati Eurostat disponibili confermano questo trend positivo, assegnando al nostro Paese la più alta percentuale in Europa per recupero e riciclo dei rifiuti urbani e industriali (78,9%). Percentuale più che doppia rispetto alla media UE e molto superiore a Francia (55%), Germania (42,7%) e Spagna (37,1%).

Anche il quadro che emerge dal sondaggio dipinge gli italiani come molto attenti e diligenti nella raccolta differenziata: il 76% degli intervistati dichiara, infatti, di seguire costantemente le indicazioni per il corretto smaltimento dei rifiuti, con gli over 55 tra quelli più “scrupolosi” alle regole di riciclo.

Oggi l’89% degli italiani riconosce l’utilità delle iniziative di sostenibilità attuate dalle aziende, da quelle più piccole che operano a livello locale, fino a quelle più conosciute come Barilla, Mulino Bianco per citarne due che hanno pensato anche a degli spot tv dedicati, e anche multinazionali come Nestlé che stanno cercando di adottare pack sostenibili e riciclabili. Da un sondaggio condotto proprio per Nestlé emerge che c’è una maggiore attenzione degli italiani per la raccolta differenziata rispetto a sei mesi fa che parte già al momento dell’acquisto, dove il 62%  è influenzato dal materiale del packaging dei prodotti. Ecco, dunque, che in questa prospettiva le iniziative promosse dalle aziende per rendere gli imballaggi sempre più sostenibili vengono premiate. Nello specifico, le azioni più diffuse tra gli intervistati sono l’uso di confezioni con ridotto utilizzo di plastica (64%), confezioni in plastica riciclata (56%) e utilizzo di bioplastiche (46%).

Sempre più attenzione per l’ambiente e i materiali riciclabili, attitudine che stimola le aziende a muoversi in maniera sempre più strategica verso un business sostenibile, a studiare soluzioni innovative e campagne di comunicazione anche per non essere “fuori mercato”.

Spreco alimentare, il lockdown ha cambiato in meglio le nostre abitudini

Secondo un’indagine sullo spreco di cibo condotta da Altroconsumo la quarantena della scorsa primavera ha generato un cambiamento positivo nelle nostre abitudini, ben il 41% dei rispondenti al sondaggio ha dichiarato di aver ridotto le quantità di cibo sprecato, anche grazie a comportamenti più attenti, il 38% ha compilato più spesso la lista della spesa, il 37% ha pianificato con più metodicità i pasti e il 32% ha riutilizzato più spesso gli avanzi. E se nella prima parte dell’anno solo il il 42% degli italiani aveva dichiarato di non sprecare cibo in casa a distanza di qualche mese il dato è salito al 68%.

La cosa ancora più positiva, che ci fa sperare in meglio, è una maggiore consapevolezza sul valore del cibo, il ritorno del fai da te, la riscoperta del piatti con gli avanzi e la preparazione delle conserve. Attività che tra lockdown e smart working ci hanno impegnato e che in modo involontario stiamo traducendo in nuove buone abitudini.

Il dato è confermato anche da Coldiretti, secondo cui più di 1 italiano su 2 (54%) ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari adottando strategie che vanno dal ritorno in cucina degli avanzi ad una maggiore attenzione alla data di scadenza, fino alla spesa dal campo alla tavola con prodotti più freschi che durano di più. Nonostante la maggiore attenzione il problema resta però rilevante: secondo i dati raccolti nelle case degli italiani circa 36 kg di cibo all’anno finisce nella spazzatura, numero che tende a salire in estate per via del caldo che incide sulla conservazione corretta degli alimenti. Questi numeri tradotti in valore economico sono 4,91 euro la settimana per un totale di 6,5 miliardi, che sale notevolmente se si considera l’intera filiera dai campi alla ristorazione.

La fotografia delle abitudini che portano allo spreco

Da un’analisi fatta ascoltando le abitudini di comportamento degli italiani in materia di cibo e consumo casalingo basterebbero delle piccole accortezze per aiutarci a ridurre la quantità di alimenti che rischiano di finire nella spazzatura. Dalle risposte si registra che prima di fare la spesa il 50% degli italiani non ha l’abitudine di pianificare i pasti, il 33% di compilare la lista della spesa e il 22% di controllare cosa ha già in casa. Andrebbero evitati anche gli approcci impulsivi alla spesa: al supermercato, 1 famiglia su 4 compra spesso alimenti che non aveva previsto, quasi 1 su 10 finisce per comprare troppo cibo a causa delle promozioni e il 7% per acquisti di impulso.

A casa poi un italiano su tre non ripone gli alimenti secondo le date di scadenza, tendendo così a consumare prima il nuovo e poi il vecchio che inevitabilmente si butta perché “fuori tempo massimo”. Tra gli altri fattori che influiscono sul “food waste” secondo gli intervistati ci sono la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” che per il 56% andrebbe modificata per chiarire meglio che i prodotti possono essere consumati in sicurezza anche oltre la data indicata e la possibilità di acquistare alimenti sfusi, che secondo il 39%  farebbe sprecare meno cibo.

Cosa accade fuori casa?

Vediamo invece cosa succede fuori casa e quali sono le motivazioni che portano allo spreco alimentare quando si mangia al ristorante: 3 italiani su 4 affermano che non hanno la possibilità di ordinare porzioni ridotte con il risultato che al 48% avanza cibo nel piatto, ma solo 1 su 4 di questi chiede di poterlo portare via. Chi non lo fa è perché ritiene che la quantità di cibo avanzato sia troppo poca (57%), per imbarazzo (46%) o per scomodità (29%). Dall’analisi Coldiretti si evidenzia però che il 18% lo fa solo raramente mentre il 14% degli italiani ritiene che sia da maleducati, da poveracci e volgare o ha vergogna a richiederla.

Dall’altro lato della medaglia con l’esperienza Covid più del 34% degli italiani quando esce dal ristorante porta con sé con la cosiddetta “doggy bag” le porzioni avanzate che possono essere consumate a casa semplicemente riscaldandole o utilizzate come base per altre ricette. E se non capita sempre, l’avverbio spesso prende il posto di qualche volta. A spingere i cittadini a superare l’imbarazzo e chiedere di portare via quanto rimasto nel piatto è anche il fatto che l’emergenza pandemia ha ridotto di molto le uscite al ristorante per tanti motivi, dalla paura a quelli economici,  e quando si riesce ad andare si cerca di non “sprecare nulla”

Una abitudine che non ha ancora contagiato capillarmente l’Italia e anche se stiamo facendo dei passi in avanti, siamo ancora lontani da altri paesi dove la doggy bag è una prassi consolidata. E forse in questo frangente è la ristorazione che deve intervenire aiutando il cliente con un approccio più riservato, per evitare imbarazzi, e mettendo a disposizione confezioni o vaschette ad hoc  per portare a casa il cibo o le bottiglie di vino non finite.

Too Good To Go, l’app virtuosa contro lo spreco di cibo

Nella lotta allo spreco alimentare fuori casa c’è Too Good To Go, che continua la sua scalata tra gli utenti virtuosi e attenti. Sia in Italia che all’estero aumentano le registrazioni e l’utilizzo dell’app, che permette di acquistare ad un costo irrisorio ciò che il bar, pizzeria o supermercato mette a disposizione a fine giornata. Ciò che è avanzato non si butta, ma si trasforma nella cosiddetta Magic Box.

In un anno e mezzo dal suo lancio in Italia raggiunge il traguardo di un milione di Magic Box vendute, dato fornito in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre scorso. Se vogliamo fare due conti un milione di box equivalgono a mille tonnellate di cibo non sprecato e 2.500 tonnellate di CO2 non emesse. Ogni pasto salvato grazie all’applicazione equivale a circa 1 kg di cibo e permette di risparmiare 2,5 Kg di CO2, quindi recuperare cibo attraverso una Magic Box significa anche ridurre le emissioni di gas serra e abbracciare così uno stile di alimentazione più sostenibile.

E Roma è la città che risponde meglio e con più frequenza: salvate 185.000 Magic Box, ovvero 185 tonnellate di ottimo cibo che altrimenti sarebbe andato sprecato, l’equivalente in emissioni di CO2 di 60 cittadini per un anno. In città sono attivi sull’app 650 esercizi commerciali, che comprendono panetterie, pasticcerie, sushi, ristoranti, ma anche supermercati e grandi catene.

L’impegno di Too Good To Go non si ferma però al solo uso della app, l’obiettivo è quello di generare un cambiamento in tutti i settori della società, dalla filiera fino ad arrivare all’ambiente domestico. E allora  fa un passo ulteriore con il progetto originale di video ricette Food Unboxed: una serie di contenuti pensati  per il digitale e che mescolano cucina a impegno ambientale, con un linguaggio fresco, irriverente e frizzante, come i piatti proposti partendo dal contenuto delle Magic Box, senza dimenticare il recupero degli ingredienti rimasti in dispensa e il corretto utilizzo delle varie parti degli alimenti. I protagonisti, Marco Giarratana – alias l’Uomo senza Tonno, “sciéf” a domicilio e food writer per Munchies – e Silvia Boniardi – appassionata di comunicazione, sostenibilità e curatrice del blog Conversazioni tra Orto e Giardino – si confrontano sulla cucina e sull’ambiente, per trasmettere il messaggio che combattere gli sprechi alimentari non significa (solo) recuperare gli scarti, ma può diventare una pratica e una buona abitudine di tutti i giorni, basta infatti un po’ di fantasia e creatività per trasformare pochi ingredienti in ricette gustose e particolari. Food Unboxed è partita ovviamente il 16 ottobre con una serie di 10 puntate che troverete ogni venerdì sugli account social di Too Good To Go Italia (Instagram, Facebook, Youtube).

Obesità infantile: l’importanza della prevenzione

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L’obesità è il disturbo alimentare più frequente nei Paesi occidentali. In una recente indagine statistica condotta in Italia dall’Istituto Nazionale della Nutrizione e dall’ISTAT, si rileva che circa il 25% della popolazione infantile italiana è in sovrappeso. La prevalenza del sovrappeso infantile ha mostrato un lento e progressivo incremento negli anni. Si è passati dal 6% degli anni ’60 al 15% degli anni ’80, al 20% degli anni ’90, al 25% del 2000. Si rileva un continuo incremento di questa percentuale, il dato più allarmante è che l’obesità comparsa nell’età evolutiva persista nell’età adulta in una percentuale variabile dal 40% al 60%. La persistenza di obesità nell’età adulta dipende da diversi fattori che includono: età d’insorgenza, grado di obesità e presenza di obesità in almeno uno dei genitori.

L’obesità infantile ha una genesi multifattoriale e, come tale, è il risultato di diverse cause più o meno evidenti che interagiscono tra loro. In primo luogo, è dovuta ad un’eccessiva e cattiva alimentazione, legata o meno ad una ridotta attività fisica ed a fattori di tipo genetico/familiare. Rari sono i casi di obesità legati ad alterazioni ormonali quali ipotiroidismo o disfunzioni surrenali.

L’iperalimentazione nei primi anni

Parlando di alimentazione, se è vero che una dieta insufficiente può portare a deficit nutrizionale, per contro, un introito calorico eccessivo determina dapprima un sovrappeso del bambino, poi, nella maggioranza dei casi, obesità. L’iperalimentazione nei primi due anni di vita, oltre a causare un aumento di volume delle cellule adipose (ipertrofia), determina anche un aumento del loro numero (iperplasia). Da adulti, pertanto, si avrà una maggiore predisposizione all’obesità ed una difficoltà a scendere di peso, perché sarà possibile ridurre le dimensioni delle cellule, ma non sarà possibile eliminarle. Intervenire e prevenire durante l’età evolutiva è quindi di fondamentale importanza. Una delle cause che facilita l’insorgenza di obesità è l’eccedere con i fast-food ed in generale i junk-food. Il cosiddetto junk-food è tutto quel cibo che è povero di vitamine, antiossidanti, acidi grassi essenziali e di altri elementi nutrizionali importanti, al contrario, è ricco di colesterolo, glucidi raffinati, sale da cucina, grassi saturi. Un cibo che è quindi fortemente calorico, ma che non fornisce gli elementi nutritivi essenziali per una dieta equilibrata. Il “cibo spazzatura” è del tutto inappropriato per la crescita dei bambini e può rappresentare la prima causa di diversi problemi e patologie: non a caso rappresenta il primo fattore che porta all’obesità nella società odierna.

La ridotta attività fisica

Oltre all’alimentazione scorretta e squilibrata, non è da sottovalutare, come fattore di rischio, la ridotta attività fisica o la sedentarietà, frutto di uno stile di vita sbagliato, ma sempre di più frequente riscontro. L’esercizio fisico è di fondamentale importanza per il bambino che cresce, in quanto, oltre a farlo dimagrire lo rende più attivo, contribuendo a ridistribuire le proporzioni tra massa magra e massa grassa. Ancora meglio sarebbe individuare uno sport che il bambino pratichi con molto interesse ed in cui si diverta, così da vedere lo sport non come un impegno noioso, bensì come alleato del proprio benessere.

Infine, il fattore familiarità, non è meno determinante dei precedenti. L’obesità, sotto certi aspetti, può considerarsi un problema di natura ereditaria e, sotto altri, una conseguenza di fattori ambientali. Un’indagine realizzata dall’ISTAT nel 2000 dimostra che circa il 25% dei bambini ed adolescenti in sovrappeso ha un genitore obeso o in sovrappeso, mentre la percentuale dei bambini sale a circa il 34% quando sono obesi o in sovrappeso entrambi i genitori. L’esempio della famiglia è fondamentale: non si può parlare di educazione alimentare se i genitori non iniziano per primi a seguire una dieta equilibrata. Per quanto riguarda la natura ereditaria dell’obesità, sono state evidenziate alterazioni di alcuni geni aventi un ruolo nella produzione delle cellule adipose, ma gli studi sono tutt’ora in corso.

Le conseguenze sul fisico

Fino poco tempo fa, le complicanze dell’obesità infantile erano clinicamente evidenti solo dopo molti anni. Studi clinici su bambini obesi hanno suggerito una serie di condizioni mediche per le quali i bambini obesi sono più a rischio. Tra le conseguenze dell’obesità, le più frequenti sono rappresentate dai disturbi di tipo polmonare, ortopedico, cardiovascolare, endocrino, gastroenterico e psicologico.

Entrando nel dettaglio, tra le conseguenze di tipo polmonare, vi è un possibile affaticamento nella respirazione, possibile apnea notturna ed asma; a livello ortopedico, l’eccesso di peso può provocare dolori articolari e ridurre la mobilità; a livello cardiovascolare, possibilità di ipertensione arteriosa e di dislipidemia; a livello endocrino, diabete di tipo 2 (insulino-resistente) ed ipersurrenalismo; a livello gastroenterico, possibili disturbi alimentari, colelitiasi (presenza di calcoli formati da colesterolo all’interno delle vie biliari o della cistifellea), steatosi epatica (processo degenerativo del tessuto epatico dovuto alla massiccia presenza di tessuto adiposo nel fegato) e tumori del tratto gastroenterico.

Da non sottovalutare, infine, le conseguenze di natura psicologica, che possono trascinarsi ed amplificarsi negli anni. I bambini con eccesso di peso possono sentirsi a disagio e vergognarsi, fino ad arrivare ad un vero e proprio rifiuto del proprio corpo. Spesso sono bambini derisi, vittime di scherzi da parte dei coetanei e con un forte rischio di sostituire l’autostima con un forte senso di insicurezza ed inadeguatezza.

La prima regola per evitare il possibile rischio di obesità è la prevenzione. La cura, come sempre, richiede molta più fatica, tempo ed attenzione. La prevenzione si può attuare solo quando si hanno i mezzi e la conoscenza per evitare che il problema giunga a noi, quando conosciamo le possibili cause e le possibili conseguenze che potranno portare un determinato comportamento errato, dobbiamo far attenzione a non eccedere nello stesso e a non ripeterlo quotidianamente, quindi, dobbiamo agire responsabilmente.

Ristorante Orlando “consegna a casa” tutto il sapore della Sicilia

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La tradizione culinaria di Chef Carlo Alberto D’Audino è pronta per il delivery e il takeaway del ristorante Orlando a Roma

La cucina siciliana è tra le più rappresentative della tradizione italiana ed è su questa fondamenta che si erge il pensiero enogastronomico del Ristorante Orlando, che prende dalle radici siciliane la sua più penetrante essenza, fatta di tutti quegli odori e sapori che riempiono di un gusto inarrivabile la terra della Trinacria. Un’attenzione che si fa dedizione, nel costante rispetto delle ricette antiche e dei suoi intoccabili ingredienti che nel ristorante di Via Sicilia rivivono in tutta la loro atavica forza. Un sapore unico nel suo genere, forgiato dalla complessità delle miscelazioni etniche e speziali, tra memorie arabe, normanne e della Grecia antica, che oggi si contaminano nuove e più contemporanee influenze, espresse al massimo dallo Chef Carlo Alberto D’Audino. Tutto questo amore di stampo siciliano, dopo le nuove restrizioni dell’ultimo DPCM, sarà possibile riceverlo direttamente a casa, dove il ristorante consegnerà tutta la tradizione di una tra le isole più belle del mondo.

La proposta gastronomica

La carta dei vini, studiata dal Direttore di Sala Andrea Sgamma, fonde sapori della terra a profumi più moderni, partendo sempre e comunque dagli ingredienti autoctoni siciliani. Il menu propone dalle tradizionali caponate, come U Puppiteddu Capuliato (Calamaro ripieno), U Purpu Arricriatu (Polpo Arrosto), gli spaghetti con i ricci di mare, il cannolo e la pastiera (prodotti in esclusiva per noi da I Dolci di Nonna Vincenza, la più siciliana delle pasticcerie) e si estende fino alla proposta più sperimentale. Tra le nuove proposte c’è Ombrina à la Plancha, Fico d’India, Mela e germogli di Insalata, nella Ricciola Cotta Cruda, Ricotta al Pistacchio, Radicchio e Uva oppure la Busiata con Ragù di Agnello in Agrodolce, il tutto accompagnato con olio di oliva siciliano ed una attenta selezione di aziende vitivinicole tra le più interessanti della Regione.

Il Delivery

Il Ristorante Orlando è un luogo elegante, in grado di garantire ampio distanziamento tra i tavoli e di mantenere la privacy e la tranquillità per ogni avventore. Grazie alla sua tranquillità e alla sua cucina autentica è da anni segnalato nelle pagine della prestigiosa guida “Michelin”, ed è considerato il ritrovo preferito per la comunità siciliana a Roma. Il ristorante è solitamente aperto a pranzo e cena tutti i giorni, con domenica come giorno di chiusura. Dati i recenti avvenimenti l’orario si modifica in base alle regolamentazioni statali, con l’apertura per tutti i giorni a pranzo, dalle 12:30 alle 15:00, con particolare attenzione al pranzo del sabato e della domenica e servizio delivery, attivo dal lunedì al sabato dalle 19:00 alle 21:30. E’ in una situazione come quella odierna che Ristorante Orlando ha composto una carta dedicata al delivery ed all’asporto: da sempre la cucina siciliana più verace ha trovato casa tra i fornelli domestici e per le domeniche in famiglia. Orlando ha quindi deciso di organizzare un servizio di consegne privato, nel pieno rispetto delle normative vigenti, per portare direttamente a casa i piatti ed i vini, con gli odori ed i colori della Sicilia e del suo mare, del suo sole e delle sue molteplici ed affascinanti storie antiche e contemporanee.

Per saperne di più: https://www.facebook.com/orlandosaporidisicilia

Ogni mattina … Ovomaltina!

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Per chi come me a metà degli anni ’70 era bambino, se la ricorderà ancora: la polvere solubile da aggiungere al latte caldo per la prima colazione. Le più diffuse, almeno sul mercato italiano erano, o forse lo sono ancora, Nesquik, Ovomaltina, Orzoro e Nescafé. La mia preferita era l’Ovomaltina, dalla tipica confezione cilindrica in cartone arancione e bianco e il coperchio a pressione di plastica anch’esso arancione.

Per coloro che non la conoscono o non l’hanno mai assaggiata, Ovomaltina è una miscela a base di estratto di malto d’orzo, zucchero, latte, cacao, sali minerali e vitamine. Va diluita in una bevanda calda o fredda – latte per lo più – ma anche acqua, dosandone due o tre cucchiaini per tazza. Leggermente tonificante, ha un sapore dolciastro che ricorda il cacao e il malto d’orzo tostato.

Il brevetto

Ovomaltina è la parola italianizzata di Ovomaltine, termine derivato dal latino unendo le parole ovum (uovo) e maltum (malto). Da qualche tempo, tuttavia, anche in Italia viene commercializzata con il nome originale. Si tratta di un prodotto  inventato e brevettato nel 1865 a Berna dal farmacista svizzero Georg Wander (1841-1897) fondatore dell’omonimo laboratorio “chimico-tecnico ed analitico” WANDER. Fu solo nel 1897 che il figlio Albert (1867-1950), anch’egli chimico e farmacista, alla morte del padre perfezionò la preparazione arricchendola di vitamine per lanciarla nel 1904 sul mercato svizzero e, due anni più tardi, in quelli italiano e inglese.

In Svizzera è considerata una bevanda nazionale, tanto è grande la sua diffusione sull’intero territorio della Confederazione. Solo nei paesi anglosassoni è commercializzata come Ovaltine a causa di un errore di scrittura all’epoca della sua prima esportazione nel Regno Unito.

Ovomaltine ha spopolato tra gli anni ‘60 e ’80 del secolo scorso grazie ad un’ottima campagna pubblicitaria che lo associava alla colazione perfetta per i bambini garantendo energia e forze sufficienti ad affrontare la giornata. Negli anni ‘90 si verificò un sensibile calo delle vendite dovuto al maggiore consumo di orzo solubile e ad un agguerrito concorrente – Nesquik di Nestlè, anch’esso svizzero –  che lo superò per popolarità e diffusione. Recentemente ha ripreso quote di mercato (un terzo della produzione è destinato al mercato interno, mentre il resto viene venduta fuori dai confini elvetici) grazie all’introduzione di alcuni prodotti collaterali sempre a marchio Ovomaltine come la crema spalmabile, ma anche biscotti, ovetti di cioccolato ripieni, muesli, bevande energetiche, croissant farciti, gelati, barrette e le immancabili tavolette di cioccolato.

Gli ingredienti

Nonostante sia commercializzato in circa 50 Paesi in diversi formati – 200g, 400g, 500g, 750g e 1kg –  gli ingredienti di base sono ancora oggi materie prime non raffinate come malto d’orzo e latte e sostanze energetiche naturali (sono state eliminate le uova), a cui nel corso degli anni  è stato aggiunto il cacao. La ricetta, tuttavia, talvolta viene leggermente modificata per incontrare i gusti dei clienti locali o rientrare nelle normative vigenti in alcuni mercati esteri. Nella lista degli ingredienti della versione italiana compare, ad esempio, lo zucchero e una minore percentuale di estratto di malto d’orzo (39% contro 65% della versione svizzera) oltre a una diversa tipologia di vitamine presenti. La versione originale, destinata principalmente al mercato interno, tedesco e francese, è così composta:

estratto di malto d’orzo
latte scremato concentrato
cacao magro in polvere
sali minerali: fosfato di calcio, carbonato di magnesio, pirofosfato ferrico
vitamine: A, del gruppo B (B1, riboflavina, niacina, B6, acido folico, B12), C, D, E, K
biotina, acido pantotenico
olio di colza
sale
aroma di vanillina

Nel 1927 lo stabilimento fu spostato dalla capitale Berna a Neuenegg sempre nel Canton Berna, mentre nel 1997 venne inaugurato il nuovo impianto di produzione. Dal 2002 WANDER AG, proprietaria di Ovomaltine, è passata sotto il controllo di Associated British Food che a sua volta la acquistò nel 1967 dall’industria farmaceutica, anch’essa svizzera, Sandoz divenuta alcuni anni dopo Novartis a seguito fusione del 1996 con Ciba-Geigy.

Molte sono le curiosità legate a Ovomaltine e all’azienda produttrice. Eccone di seguito alcune:

  • WANDER AG è l’azienda che ha inventato il FORMITROL (nel 2004 la formula di queste pastiglie per la gola fu modificata in quanto l’antibatterico contenuto – la formaldeide – risultò altamente cancerogeno) e CAOTINA nel 1963, un’altra bevanda solubile a base di cioccolato in polvere non disponibile nel nostro Paese.
  • Nel 1913 a Kings Langley nella contea del Hertfordshire in Inghilterra, venne costruito il primo stabilimento Ovomaltina / Ovaltine all’estero la cui produzione cessò solo nel 2002, quando l’edificio, in stile art déco, fu riconvertito in appartamenti di lusso.
  • Ovaltine sponsorizzò due celebri programmi radiofonici per bambini trasmessi negli USA: Little Orphan Annie (1931-1940) e Captain Midnight (1938-1949) e la successiva serie televisiva Captain Midnight (1954-1956). Tra il 1935 e il 1939 Radio Luxembourg trasmise The League of Ovaltineys, un programma per bambini destinato agli ascoltatori del Regno Unito interrotto a causa del conflitto bellico, ma ripreso nel 1952. Come per i programmi americani anche quello inglese prevedeva premi a coloro che inviavano prove d’acquisto presenti sulle confezioni.
  • A Berna la fermata del tram in prossimità della storica sede, ormai dismessa, continua ad essere chiamata Wander.
  • Nel 1932 Ovomaltine divenne per la prima volta la bevanda ufficiale dei Giochi Olimpici estivi di Los Angeles e invernali di Lake Placid e per 19 delle successive edizioni fino al 1976.
  • Nel 1962 in occasione dei Campionati del Mondo – Pelè – il leggendario calciatore brasiliano, divenne testimonial di Ovomaltine.
  • Nel 2011 la vendita di Ovomaltine venne vietata in Danimarca poiché l’autorizzazione alla vendita, necessaria per alimenti addizionati con vitamine, non fu richiesta alle competenti autorità locali. Tre anni dopo questo divieto venne revocato.
  • Dal 2016 è disponibile la crema spalmabile Ovomaltine Crunchy Cream come principale concorrente in alcuni mercati europei della celebre Nutella. Come per altri prodotti WANDER, non è commercializzata in Italia.

Come il Dpcm colpisce il settore agro-alimentare

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Sono circa 128mila i bar, i ristoranti, le pizzerie e gli agriturismi chiusi nelle 6 regioni arancioni e rosse determinate dal nuovo Dpcm. Il lockdown costa 2,7 mld e colpisce 4 locali su 10 in italia.

La serrata imposta dalle misure anti contagio contenute nel nuovo Dpcm riguarda regioni dove il consumo alimentare è molto diffuso fuori casa e colpisce quasi 4 locali su 10 (38%) di quelli esistenti in Italia compresi oltre 5mila agriturismi.

L’analisi della Coldiretti

Nelle regioni rosse e arancioni individuate con il nuovo Dpcm la ristorazione viene praticamente azzerata dalle limitazioni imposte dall’ultimo DPCM per frenare l’ondata di contagi. Gli effetti della chiusura delle attività di ristorazione si fanno sentire a cascata sull’intera filiera agroalimentare con disdette di ordini per le forniture di molti prodotti agroalimentari, dal vino all’olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sulle conseguenze dell’entrata in vigore del nuovo DPCM. Lombardia e Piemonte rappresentano oltre la metà (58%) delle strutture colpite dalle misure più restrittive sul fronte dei consumi fuori casa, mentre il resto è concentrato fra Puglia, Sicilia, Calabria e Valle d’Aosta.

In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato. Le limitazioni alle attività d’impresa devono dunque prevedere un adeguato e immediato sostegno economico lungo tutta la filiera per salvare l’economia e l’occupazione in un settore chiave del Made in Italy.

Limitazioni permangono però anche nel resto del territorio nazionale non compreso nelle due fasce più critiche dove le attività di ristorazione (bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite solo dalle ore 5,00 alle 18,00 con la possibilità sempre della consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22,00 della ristorazione con asporto.

Smart working e pochi soldi fanno volare il low cost del food

Volano gli acquisti di cibo low cost con i discount alimentari che fanno segnare un balzo dell’8,6% nelle vendite rispetto allo scorso anno. “Una situazione che – è il commento in una nota di Coldiretti – evidenzia la situazione di difficoltà in cui si trovano le famiglie italiane che per risparmiare  orientano le proprie spese su canali a basso prezzo e su beni  essenziali come cibi e bevande, nel tempo del Covid”.

“Le vendite degli alimentari infatti – precisa Coldiretti – non  diminuiscono su base mensile e annua. Esse contribuiscono a mantenere positivo l’andamento delle vendite nel commercio al dettaglio. Un andamento sostenuto anche dal crollo dei consumi fuori casa, in bar, ristoranti e mense per la  preoccupazione del contagio. Lo smart working e le minori disponibilità economiche hanno favorito, infatti, l’acquisto di alimenti da consumare tra le mura domestiche”.

Le eccellenze italiane in difficoltà

La chiusura del canale Horeca, causa Covid, crea enormi difficoltà a tutta la filiera alimentare, l’allarme lanciato da Italia Olivicola e Consorzio del Prosciutto di Parma.

La crisi di ristoranti, bar, alberghi, causa Covid, ha comportato, da marzo ad oggi, un notevole incremento della quantità di olio extravergine d’oliva italiano in giacenza. Urgono interventi del governo per sbloccare il mercato e aiutare i produttori in difficoltà, a partire dalla pubblicazione del Bando Agea da 20 milioni per l’acquisto di olio extravergine d’oliva 100% italiano della campagna scorsa da destinare agli indigenti.

E’ il grido d’allarme lanciato da Italia Olivicola, all’indomani della pubblicazione del report “Frantoio Italia” dell’Icqrf sulla situazione complessiva in Italia, fotografata in base ai dati contenuti sul registro telematico dell’olio. Rispetto allo stesso periodo del 2019, infatti, lo stock di olio extravergine d’oliva italiano è salito a 42.904 tonnellate con un incremento super (+85,9%). Puglia, Toscana, Calabria e Umbria hanno in giacenza il 67,5% dell’intero stock nazionale, mentre a livello di oli Dop, che rappresentano il 4.1% della giacenza totale in Italia in questo momento, le cisterne di Dop Terra di Bari sono quelle che occupano più spazio con il 44.9%.

Alla vigilia dell’inaugurazione della “Settimana del Prosciutto italiano Dop”, Claudio Leporati, responsabile Marketing Italia del Consorzio del Prosciutto di Parma, ha tracciato con Adnkronos/Labitalia, un primo bilancio dell’andamento delle vendite di uno dei prodotti d’eccellenza del made in Italy, colpito dalle conseguenze della pandemia come tutto il settore agroalimentare.

“Sicuramente siamo stati toccati in modo significativo anche noi, c’è stato un calo dei consumi che  abbiamo stimato intorno al 30%, legato al lockdown, alla chiusura dei  ristoranti e di tutto il canale Horeca, ma anche al banco taglio che è stato parzialmente, ma solo parzialmente, sostituito dal consumo del  prodotto preaffettato. Abbiamo avuto grande difficoltà, sia in Italia e sia soprattutto all’estero dove il nostro prodotto spesso viene consumato nel mondo della ristorazione. Quindi, queste chiusure ci hanno danneggiato in modo significativo”.

Alimenti autunnali, quali consumare? Eccone 5!

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È arrivato l’autunno. Stagione che porta via gli strascichi dell’estate, che ci fa tirare fuori i maglioni, le felpe e la legna per accendere il camino. È forse il periodo che ci riporta un po’ tutti più dentro casa e, perché no, a sperimentare ai fornelli. Generalmente, in estate, complice il caldo e la frequente umidità, troviamo tutti difficile passare molto tempo in cucina, rimandando parecchie idee culinarie all’arrivo dei primi freddi. Molte di queste idee spesso includono alimenti che è possibile acquistare e dunque consumare solo in questo determinato periodo dell’anno.

Inoltre, in un momento del genere, dove siamo avvolti da una drastica incertezza sul futuro dovuta alla diffusione incontrollata di un virus che pensavamo di esserci lasciati alle spalle, probabilmente molti di noi preferiranno mangiare più spesso dentro casa.

È perciò opportuno citare cinque alimenti caratteristici del periodo autunnale. Si tratta di cibi molto versatili in cucina ma che sono soprattutto molto preziosi dal punto di vista nutrizionale.

Eccoli di seguito:

  1. Zucca: è forse l’emblema dell’autunno. Negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale di utilizzi in cucina. Sembra che si sposi con tutto, carne, formaggi, paste, risotti. Ma che parametri nutrizionali presenta?

La zucca è un alimento con potere calorico bassissimo, pari a circa 15-20 kcal per 100g di prodotto. È evidente dunque che la sua composizione è prevalentemente acqua, seguita da una piccola percentuale di carboidrati, con grassi e proteine praticamente inesistenti. È però importante il contenuto di carotenoidi, fondamentali precursori della vitamina A e quello di sostanze minerali come potassio, ferro e fosforo.

  1. Funghi: quante pappardelle, quanti risotti, quanta fretta di andare a comprarli quando arriva l’autunno.

Anche per quanto riguarda i funghi l’apporto calorico che l’organismo ne trae è davvero limitato. È perciò possibile consumarli in quantità più o meno elevate a seconda delle proprie necessità nutrizionali.

I funghi, in particolare i tanto amati porcini, apportano importanti quantità di sali minerali e vitamine, specialmente la tanto discussa vitamina D. Ricordate quando ci raccomandavano di esporci al sole per favorire la produzione endogena di vitamina D? Bene, possiamo farne scorta anche in autunno-inverno, quando l’esposizione del nostro corpo al sole è per forza di cose molto ridotta.

  1. Castagne: quante volte le abbiamo sentite scoppiettare nel forno o le abbiamo comprate calde per strada. Ma hanno anche benefici sulla salute? Assolutamente sì.

Le castagne apportano buone quantità di minerali come potassio e fosforo, oltre a un’importante quantità di vitamina B2 e vitamina B9, fondamentale per la salute cardiovascolare del nostro organismo.

  1. Uva: “Se il vino non lo reggi l’uva magnatela a chicchi”. Tipico modo di dire romano solitamente usato in argomentazioni del tutto distanti da tematiche riguardanti la salute, ma che si può in questo caso sfruttare al meglio. Sì, perché l’uva consumata a chicchi è un frutto dal grande potere saziante, visto il suo elevato contenuto di acqua (circa 80%). Come tutti gli alimenti della categoria il contenuto di zuccheri è medio-alto, ma il contenuto di vitamina A, B e C presenti ne giustifica un consumo moderato.
  2. Tartufo: alimento tra i più amati dalla popolazione. Ha un costo piuttosto elevato ma il suo profumo risulta talvolta irrinunciabile quando arriva l’autunno e i piatti ne richiamano almeno una grattugiata.

Lasciando da parte le qualità organolettiche del tartufo, l’apporto calorico è di circa 30-33 kcal per 100 g di prodotto. Per quanto riguarda i micro nutrienti invece, si tratta di una buona fonte di minerali importanti come calcio e magnesio.

Pandoro Olivieri

L’insostenibile leggerezza del Pandoro di Olivieri 1882

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Il mio amore nei confronti del pandoro è nato probabilmente a causa del consumo di prodotti solo ed esclusivamente commerciali. Può sembrare una brutta cosa, ma fondamentalmente è un modo per capire quanto possa influire su un prodotto, di qualunque tipo, la scarsa qualità delle materie prime. A mio personale avviso infatti, a parità di livello, il pandoro da grande distribuzione è mediatamente più buono di un panettone. Non perché abbia un quid particolare, ma solo perché consumandolo quasi sempre come elemento “da inzuppo” il suo valore viene accresciuto dal latte. Ciò che odiavo infatti da piccolo del panettone erano i pessimi canditi, quasi artificiali, e la terribile uvetta.

Crescendo e scoprendo il valore dell’artigianalità ho imparato ad amare anche il panettone, ma i primi anni caratterizzati dal basso prezzo quale elemento prioritario al momento dell’acquisto, mi hanno fatto diventare un fan del pandoro. Quando poi ho “incontrato” il pandoro artigianale, quello preparato con materie prime vere, selezionate, ho potuto gustare un qualcosa di indescrivibile. A Roma ho i miei riferimenti per regalarmi il mio lievitato preferito, ma se penso ad una dimensione nazionale, il primo nome che mi viene in mente è sempre quello di Olivieri 1882.

L’azienda a conduzione familiare di sesta generazione Olivieri 1882, oggi leader nel settore dei lievitati, presenta con orgoglio il suo Pandoro

Dopo una Pasqua che ha visto un numero record di vendite della sua colomba, Olivieri 1882 torna in questo periodo di festa 2020 facendo ciò che sa fare meglio: produrre ottimi lievitati da ricorrenza per i quali il brand di Arzignano (VI) è riconosciuto e premiato a livello nazionale e internazionale. Insieme ovviamente al Panettone, il Natale 2020 vedrà il rilancio del Pandoro. Realizzato a mano e rigorosamente artigianale, Olivieri 1882 presenta un Pandoro che farà riscoprire al pubblico un prodotto che negli ultimi anni è stato messo in ombra dal panettone.

Le parole di Nicola Olivieri

Si parla sempre moltissimo di panettone, ma il pandoro è un prodotto altrettanto interessante e, per certi aspetti, anche più affascinante del panettone – spiega Nicola Olivieri, titolare e capo pasticcere – È giunto il momento di portarlo alla ribalta . Il fatto che sia molto più difficile da realizzare rispetto ad un panettone è stata per noi la spinta decisiva, una sfida che abbiamo raccolto e che ha richiesto almeno 5 anni di lavoro e di perfezionamento. Oggi siamo davvero molto soddisfatti del Pandoro Olivieri 1882” .

Oltre all’amore per i lievitati e per le sfide, c’è un’altra ragione che ha spinto la famiglia Olivieri ha dedicare gli ultimi anni alla messa a punto del Pandoro: “Rappresenta il dolce natalizio delle nostre zone e la sua storia si intreccia con la nostra: il nostro primo forno era al confine tra Verona e Vicenza, il territorio in cui Natale coincideva con Pandoro e non con Panettone – racconta Nicola Olivieri – “ Vogliamo essere i custodi di una tradizione che deve essere rispolverata e a cui va data la sua importanza. In un momento storico come questo specialmente dove si tende spesso a lanciare novità concepite per stupire, noi vogliamo andare in controtendenza”.

Il Pandoro Olivieri 1882

Una lavorazione manuale, come vuole la tradizione. Il Pandoro Olivieri 1882 nasce al termine di un lungo e complesso processo che prevede tre giorni totali di lavorazione , con un giorno intero dedicato solamente ai rinfreschi del lievito madre e alla sua maturazione. Quando il lievito madre è pronto la lavorazione del Pandoro, più delicata rispetto a quella del panettone, e quindi più complessa, può iniziare con la sequenza dei tre diversi impasti.
Alla fine di questo processo si passa alla fase della pirlatura , dopodiché il pandoro va in lievitazione lenta per altre 14-16 ore. Si procede poi con la cottura che si rivela la fase più complessa, il Pandoro deve risultare soffice ma anche non troppo alveolato.

Gli ingredienti

Riconosciuto dal Gambero Rosso tra i migliori pandori artigianali d’Italia nel 2018, il dolce natalizio firmato Olivieri 1882 si rivela molto ricco ma allo stesso tempo estremamente digeribile grazie alla lunga maturazione e all’utilizzo di materie prime di altissima qualità. La totale assenza di conservanti, aromi e grassi vegetali rende questo prodotto artigianale al 100%. Nessun segreto tra gli ingredienti quindi, solo materie prime scelte con cura:

– lievito madre vivo, ogni giorno rinfrescato
– limoni canditi artigianalmente e tritati all’interno dell’impasto
– bacche di vaniglia Bourbon e Madagascar
– farine rigorosamente di grani italiani
– zucchero di canna grezzo
– burro Belga ottenuto per centrifuga
– miele di acacia italiano

Olivieri 1882 – Il Brand

Tradizione, passione e ingredienti attentamente selezionati sono il segreto del brand Olivieri 1882 , sinonimo di qualità nel mondo dei lievitati a tutto tondo , dalle croissanteria ai dolci, pasticceria e gelateria, dalla pizza al pane e alla cucina. La determinazione nello sperimentare e le coraggiose scelte imprenditoriali hanno permesso all’Azienda di ricevere negli anni importanti riconoscimenti tra cui i Tre Pani e Due Spicchi Gambero Rosso per il pane e la pizza Olivieri, a testimonianza della qualità dei lievitati salati.

Dal 2017 l’inserimento nella classifica delle Migliori Colazioni d’Italia , con il traguardo ambito dei Tre Chicchi Gambero Rosso per l’eccellenza dell’offerta di caffetteria e le Tre Tazzine per quella dell’offerta colazione del locale.
Nel mondo della Pasticceria e dei lievitati da ricorrenza, oltre a Pandoro e Panettone Classico, da sempre ai vertici delle classifiche nazionali, da segnalare il Panettone al Cioccolato che ha raggiunto il podio nazionale nel 2019 e la Colomba Olivieri , che viene premiata come Miglior Colomba Artigianale d’Italia 2019.

Olivieri 1882 – La storia

I vertici raggiunti in questi anni sono però frutto di un lungo processo che parte da lontano: è proprio nella provincia vicentina che più di un secolo fa un antenato di famiglia, Luigi, apre il primo forno. Sarà poi Bianco Olivieri, padre di Oliviero, ad aprire prima una panetteria e poi un laboratorio più grande dal quale intorno agli anni ’70 inizia a vendere per primo il Pan Biscotto e la biscotteria confezionata , mentre la moglie Miranda inizia a produrre i primi dolci da forno.

Con la prematura scomparsa del padre, Oliviero appena diciottenne, insieme alla moglie Patrizia , prende in mano il negozio e il laboratorio dove era cresciuto, aggiungendo la caffetteria. A lui si affiancherà il figlio Nicola — con la moglie Michela — nel 2006, studiando la realizzazione di un progetto legato anima e corpo alla grande eccellenza di famiglia: i lievitati.