Il 17,18 e 19 maggio 2026 presso la Stazione Marittima, l’edizione di VitignoItalia 2026 incoronerà Napoli riferimento per l’intero settore enologico campano e nazionale da ben vent’anni; il 24 e 25 novembre Anteprima VitignoItalia ha fatto da preview all’omonimo evento, organizzando un educational tour immersivo in una esclusiva “degustazione del ventennale” dedicata agli operatori del settore, stampa nazionale e internazionale e visita alle cantine più rappresentative dell’affascinante paesaggio dei Campi Flegrei. Un programma alla ri-scoperta di terroir ricchi di storia e tradizione.

L’Importanza di VitignoItalia per la Viticoltura Campana e nazionale
Vent’anni non sono pochi, specialmente quando parliamo di una manifestazione nata in un periodo difficile per Napoli e che oggi celebra il suo anniversario in piena sintonia con la rinascita turistica ed enogastronomica della città. Il 2025 si è rivelato un anno d’oro per la Campania, e Napoli nello specifico, che proprio in questi giorni, secondo la classifica di TasteAtlason con un punteggio di 4.9, si aggiudica il primo posto nella categoria “Best Food Cities in the World”; nessuna occasione migliore di questa per affidare a VitignoItalia il ruolo di testimone e portavoce non solo di vetrina commerciale, ma di spunto culturale sulla viticoltura campana. Vent’anni che raccontano l’evoluzione di un territorio, la capacità di produttori visionari e l’autenticità di una regione che ha molto da dire nel panorama vinicolo italiano e internazionale; e tutto questo fa capire come una comunicazione dedicata, costante e puntuale sia importante ai fini divulgatori e consolidanti di qualsiasi tradizione e cultura, soprattutto quando abbraccia secoli. In funzione di ciò, lavora per favorire uno spazio di networking per nuove sinergie e opportunità per i produttori partecipanti, dedicando sempre più rilievo alla collaborazione con ICE, Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, partner strategico dell’iniziativa che, con la sua attività, continua a costruire un ponte solido tra la manifestazione e la stampa estera. Giornalisti da Francia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Germania hanno preso parte alla Degustazione Orizzontale storica 2005 dei vini campani e al successivo educational tour nei Campi Flegrei, alla scoperta dei vini e delle Aziende di uno dei territori più interessanti dell’enologia campana. Una ventiquattr’ore intensa, ma esaustiva e sempre appagante in una delle città più belle del mondo nonostante vento e pioggia, che slittano in secondo piano quando si è immersi nelle sue bellezze. Dopotutto, come recita il titolo di un film, “a Napoli non piove mai”.
Dalla “Degustazione del Ventennale” ad Anteprima Vitignoitalia, il press tour rivela un mosaico di eccellenze.
A dare il benvenuto alla stampa al Grand Hotel Santa Lucia, per Anteprima Vitignoitalia, la giornalista Chiara Giorleo ha illustrato l’imminente “La degustazione del ventennale”, Degustazione Orizzontale storica 2005 dei vini campani, e il ricchissimo programma che ha impegnato i partecipanti per 24 ore. Ad inaugurare la degustazione il Direttore di VitignoItalia Maurizio Teti: “siamo pronti a dare il via alla nuova edizione di Anteprima VitignoItalia, come ogni anno riuniamo grandi produttori, affiancando alle aziende storicamente presenti al nostro evento alcune nuove realtà d’eccellenza, con l’obiettivo di valorizzare la straordinaria varietà del patrimonio vitivinicolo italiano. Un risultato possibile grazie al lavoro di squadra con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, da sempre in prima linea nel supportare la nostra manifestazione”,affiancato da Luciano D’Aponte, funzionario della Regione Campania, che ha ribadito il sostegno dell’Assessorato all’Agricoltura fin dalla prima edizione: “La viticoltura e l’approccio delle istituzioni sono cambiati in questi vent’anni, ma Vitignoitalia rimane la manifestazione più importante nel nostro programma di valorizzazione”.


Ad aprire il percorsola voce esperta di Luciano Pignataro, organizzatore dell’evento: “Vitignoitalia, appuntamento di riferimento per la viticoltura campana e italiana, ha confermato ancora una volta il suo ruolo centrale nella valorizzazione del patrimonio vinicolo regionale. Siamo qui per raccontare l’autenticità della città di Napoli dal punto di vista turistico e gastronomico, andando oltre i semplici racconti di marketing”. Un messaggio chiaro che si è tradotto in una degustazione itinerante attraverso le diverse anime vinicole della Campania accompagnati dal Presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Tommaso Luongo e Adele Granieri, scrittrice e collaboratrice storica di Vitignoitalia; un excursus tra i territori e i vitigni più identitari dell’enologia regionale, dal Taburno con la Falanghina “Facetus” di Fontanavecchia, arrivando poi in Cilento con “Pietraincatenata” di Luigi Maffini, una delle espressioni più mediterranee e luminose del Fiano, per poi risalire la costa con Marisa Cuomo e il suo “Fiorduva”, un inno alla ricchezza enologica della Costiera Amalfitana. E ancora: scoprire il Taurasi tra la Riserva “Vigna Quintodecimo” della cantina Quintodecimo e il “Pago dei fusi” di Terredora Di Paolo, per poi arrivare sulle pendici del Vesuvio con “Vigna del Vulcano”, il Lacryma Christi bianco di Villa Dora fino al cuore del casertano con il “Vigna Camarato”, il Falerno del Massico Rosso di Villa Matilde.
La degustazione celebrativa ha riservato sorprese significative, smontando pregiudizi consolidati sui vini meridionali. Il Vigna del Vulcano, etichetta di punta pensata per l’invecchiamento, ha dimostrato come i vini bianchi del Vesuvio possano invecchiare splendidamente. Contrariamente alla percezione comune che i vini vesuviani fossero di pronta beva, questa dovuta principalmente alla produzione di piccoli coltivatori che vendevano il vino fresco a Napoli. Libero Rillo, presidente del Consorzio Sannio Tutela Vini e produttore del vino, ha raccontato come il progetto sia nato nel 1999 con selezione delle uve, macerazione sulle bucce, fermentazione e affinamento in bottiglia. “Inizialmente proporre vini bianchi campani era difficile. È importante migliorare la comunicazione sulla Campania, valorizzando non solo il vino ma anche la cultura, il mare e le peculiarità uniche della regione”, ha sottolineato Rillo. L’introduzione della tipologia Riserva ha aiutato a superare il pregiudizio sui vini bianchi da invecchiamento. Vitigni come Fiano del Sannio, Fiano del Cilento, autoctoni della Costa d’Amalfi e Caprettone si sono dimostrati estremamente longevi, apprezzabili anche a distanza di vent’anni. I produttori che vent’anni fa hanno creduto in questa visione meritano elogi, è stato il riconoscimento unanime. Il Fior d’Uva della Costa d’Amalfi ha rappresentato un altro momento significativo: frutto della promiscuità di varietà autoctone, questo vino di vigna ha mostrato un progressivo imbrunimento del colore con aumento della materia cromatica. Al naso, una nuvola affumicata si è mescolata a sensazioni di frutta a pasta gialla, macchia mediterranea riscaldata dal sole, note speziate orientali e sentori di zenzero candito. “Al palato offre grande avvolgenza, materia e volume. La progressione verticale è caratterizzata da una spinta di freschezza e salinità, con note marine che richiamano il mare e la costa d’Amalfi”, è stata l’analisi sensoriale. L’Aglianico, principale vino rosso campano, ha confermato la sua reputazione di longevità, è caratterizzato da un equilibrio tra acidità e tannicità, una combinazione che condivide con pochi altri vitigni a bacca rossa nel mondo, come il Nebbiolo. Questo equilibrio è considerato la filosofia dei vini rossi campani e un segreto della loro longevità. Il Quintodecimo, con esposizione nord-ovest che favorisce un clima più fresco, ha presentato un’evoluzione cromatica dal granato con sfumature aranciate. Al naso, piccoli frutti rossi e neri, frutta scura, note balsamiche e fiori hanno composto un bouquet stratificato e dominante. Il Vigna Camarato di Villa Matilde ha portato in degustazione la Doc Falerno del Massico, a nord della Campania nella piana dell’Ager Falernum, di antica tradizione vinicola romana cara a Plinio il Vecchio, Orazio e Virgilio. Questo Aglianico, a differenza di quelli irpini, si confronta con un ambiente pedoclimatico differente: “al naso si percepiscono sentori di frutta scura, confetture, frutta sotto spirito, spezie dolci, cioccolato, caffè e sensazioni di torrefazione. Dopo vent’anni, il vino mostra ancora la sua forza e la sua struttura intatta”, è stata l’analisi finale. Durante l’evento è emerso l’auspicio di ottenere nuove DOCG in Campania, come quella per il Falerno del Massico e la Falanghina del Sannio. “Un processo che potrebbe richiedere tempo ma che rappresenta un passo importante per la regione”, hanno commentato gli esperti presenti.
L’Hotel Excelsior celebra Vitignoitalia 2026

La Degustazione del Ventennale ha ceduto il passo a Anteprima VitignoItalia 2026, altro evento di successo in un Hotel Excelsior già pervaso da un’atmosfera natalizia che ha ospitato oltre 1500 visitatori e 500 operatori del settore per conoscere le 500 etichette di 100 aziende che hanno dato vita a un tour più che mai rappresentativo dei territori e delle realtà enologiche più interessanti del nostro Paese. I saluti del Direttore di Vitignoitalia Maurizio Teti hanno sottolineato come l’inaugurazione in grande stile abbia visto la partecipazione di un pubblico sempre più attento e curioso, accanto a grandi professionisti e le firme più autorevoli del settore, questo nonostante le condizioni meteo particolarmente avverse. La massiccia presenza di ospiti, infatti, è una testimonianza di come in questi venti anni la manifestazione annuale abbia costruito una relazione solida e profonda con tutti i player di una filiera importante come quella del vino. E in tutta questa avventura ha citato dei compagni di viaggio come ICE, nell’internazionalizzazione della manifestazione e nuovamente l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania per il supporto costante e, con grande entusiasmo, rinnovando l’appuntamento di maggio con la promessa di una nuova edizione di livello.
Cantine Astroni e Cantine Carputo: quando il vino incontra il vulcano, il mare e il respiro della terra

Dodici per quindici chilometri quadrati di terra ardente, una caldera invisibile che a differenza del Vesuvio non si impone con una montagna, il vulcano si vive da dentro. I Campi Flegrei, etimologia dal greco “flego”, ardente, sono un unicum geologico che ha plasmato non solo il territorio ma anche la cultura vinicola di Napoli. La collina dei Camaldoli è il punto più alto di Napoli, da cui si gode di una vista panoramica sulla città, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina, le isole e persino Ponza e Ventotene nelle giornate limpide. Il Vesuvio è un punto di riferimento visivo costante per la città, a differenza dei Campi Flegrei, di cui ci si ricorda principalmente durante gli eventi sismici, come se per dimostrare la sua presenza avesse fin da principio avuto bisogno di lasciare un segno potente. La formazione della caldera flegrea è il risultato dell’eruzione più violenta del Mediterraneo avvenuta 40.000 anni fa, il cui prodotto fu il piperno, materiale compatto e resistente usato per scale e colonne portanti. La seconda avvenuta circa 10.000 anni fa, fu cruciale per la formazione di gran parte dei Campi Flegrei (Baia, Bacoli, Miseno, Camaldoli, Posillipo) e del materiale con cui fu costruita Napoli; il terzo periodo interessa aree come Astroni, Agnano e Monte Sant’Angelo, caratterizzate da lapilli più grandi e leggeri rispetto a quelli vesuviani. Da allora, i Campi Flegrei manifestano fenomeni di vulcanesimo secondario come quelli della Solfatara e attività termale. Tre importanti eventi sismici che hanno dato origine alla peculiarità del terreno fertile per vini di straordinaria autenticità. La DOC Campi Flegrei nata nel 1994, ha la peculiarità di essere parte significativa di quelle che ricadono all’interno della città di Napoli, rendendola la seconda città europea, dopo Vienna, per estensione di vigneti urbani; centovent’ettari di vigneti urbani, per la precisione, che ricordano come Napoli sia storicamente legata alla viticoltura, un aspetto spesso trascurato a favore di altre sue caratteristiche come la pizza, la mozzarella e il caffè. Dal punto di vista geologico, i suoli flegrei sono sabbiosi e privi di scheletro, la gestione degli allevamenti richiedono lavori di contenimento per preservare la fertilità, evitando movimentazioni di terra eccessive, un terreno particolare che ospita anche piante a piede franco.


Il suggestivo preambolo di Cantine Astroni ha aperto la degustazione itinerante attraverso le eccellenze dei Campi Flegrei, raccontando di sé attraverso la terra d’origine, come un binomio imprescindibile: “la memoria è un valore essenziale per chi pone le proprie radici nella terra. La famiglia Varchetta si dedica alla produzione vinicola da oltre cento anni, mettendo da sempre alla base del proprio lavoro l’attenzione al territorio senza mai perdere di vista l’importanza del piacere”. L’azienda si erige sulle pendici esterne del cratere degli Astroni, tra Napoli e Pozzuoli, un tempo riserva di caccia Borbonica ed oggi oasi naturale WWF Italia, pone quale sua mission la valorizzazione dei vitigni autoctoni attraverso la salvaguardia della biodiversità e la difesa delle tradizioni vitivinicole del territorio, un tema di stringente attualità e di grande interesse nell’ottica di tutela dell’ambiente. Negli ultimi anni, l’azienda sta realizzando un grande lavoro di riconversione e di tutela del territorio. Nuove vigne si aggiungono a quelle già presenti ed ogni annata è un nuovo inizio, una nuova ricerca di margini qualitativi sempre più elevati. L’obiettivo primario è la ricerca continua delle potenzialità inespresse della Falanghina e del Piedirosso dei Campi Flegrei.
Tipica delle aree interne come Sannio, Benevento, Solopaca, Taburno, e altre DOC/IGT della Campania, la Falanghina delle zone più interne viene allevata spesso su suoli calcarei e argillosi o vulcanici ma con influenza marina molto minore, un clima più continentale rispetto ai Campi Flegrei, con escursioni termiche più marcate e minor influenza del mare. Questo genera un sentore fruttato più evidente, citrico e frutta a polpa bianca, struttura leggermente più piena e aromi più “classici” di Falanghina, citrus, fiori bianchi. Mineralità presente ma meno marcata del biotipo costiero.


La Falanghina dei Campi Flegrei in realtà è considerata un biotipo distinto, geneticamente diverso da quello coltivato nell’entroterra, la zona costiera vulcanica a nord-ovest di Napoli, ha suoli vulcanici ricchi di minerali, atmosfera marina e brezze salmastre, l’influenza del mare e delle escursioni termiche sono mitigate dal clima marittimo. Ne consegue una freschezza molto pronunciata, alta acidità, forte mineralità e sapidità, spesso con sfumature saline o iodate dovute alla vicinanza del mare, aromi più marini e agrumati, note floreali, mela verde e riflessi iodati. La massima espressione di queste caratteristiche le troviamo nel Vigna Astroni Cru di Falanghina Campi Flegrei, da un unico vigneto a terrazze di 1,5 ettari di vigna coltivata sulle pendici esterne del Cratere Astroni nasce. I sentori minerali uniti ad un elegante tostato, e fini note di idrocarburo, mandorla dolce e lievi sfumature vegetali, confermano all’assaggio quanto anticipato: impatto salino, cui segue in progressione un’acidità viva e rinfrescante, componenti che ben dialogano con la ricchezza del vino. IlPiedirosso, detto anche Per ‘e Palummo perché il biotipo originale a maturazione presenta una colorazione rossa del raspo, tale da renderlo simile ad una zampa di un piccione, è un vitigno tipicamente campano o meglio partenopeo, perché diffuso principalmente nelle aree vulcaniche della provincia di Napoli. Mr. Hervè Lorin, antiquario di vini, lo definiva così: “Perfettamente originale, totalmente dimenticato e meraviglioso decadente, non è solamente un grande vino, ma un autentico Cru della maniera antica”. Il Colle Rotondella viene prodotto con le uve provenienti dalla Tenuta Camaldoli. Gusto secco, con un tannino elegante, di grande freschezza e sapidità, è u vino equilibrato e di corpo dalla buona persistenza e intensità, fine e complesso.
Ma la vera sorpresa arriva con il progetto sperimentale dell’azienda vitivinicola della famigliaCarputo che sorge nella zona maggiormente votata alla viticultura dell’area flegrea: sulla collina di Viticella, a Quarto, dalle cui coltivazioni di uve Falanghina e Piedirosso registrano duemila bottiglie di Falanghina metodo classico e duemila di Piedirosso Riserva, tagliato con Aglianico, immerse per dodici mesi a trenta metri di profondità sotto Castel dell’Ovo.“L’obiettivo era valutare l’effetto della temperatura costante del mare, dell’assenza di sole e del movimento delle onde sull’affinamento, paragonando i risultati con le bottiglie affinate tradizionalmente in cantina”, spiega la produttrice Valentina Carputo, “si sono osservati miglioramenti positivi nel prodotto e si è notata la formazione di sedimenti intorno alle bottiglie. Il vino affinato in mare viene venduto con una cera intorno al tappo, che però rilascia un odore forte, non gradito da tutti, si stanno sperimentando delle chiusure per ovviare a questo problema, considerando anche la possibilità che le cere organiche o le lattine di protezione possano alterare il vino”. Un biologo sta analizzando questi sedimenti per studiare l’ecosistema creato, mentre l’Università La Sapienza di Roma sta indagando sulla pressione sui tappi in sughero per verificare eventuali micro-lesioni. I tappi sono risultati perfettamente integri e compatti, è il primo risultato rassicurante.
La degustazione ha proposto un confronto diretto: un Piedirosso puro del 2023, un blend cantina, 60% Aglianico, 40% Piedirosso, del 2020 con dodici mesi di affinamento, e lo stesso blend del 2020 con dodici mesi di cantinamento seguiti da dodici mesi in mare. Le percezioni in degustazione sono state chiare: L’ultimo vino è più sapido e minerale rispetto all’altro, che è più boscato, ha avuto un’evoluzione diversa rispetto a quello solo in cantina, indiscutibilmente. Lontana ancora la possibilità di diventare un postulato, l’ipotesi attualmente è che l’oscillazione delle onde e la pressione siano i fattori principali di influenza sull’affinamento, escludendo la penetrazione attraverso la pietra e considerando i raggi solari, come variabili secondarie.
Un esperimento che unisce geologia, vulcanologia, biologia marina ed enologia, dimostrando ancora una volta come i Campi Flegrei siano un territorio di frontiera dove la natura detta regole particolari e i produttori hanno il coraggio di sperimentare soluzioni inedite. Dal respiro del vulcano al movimento del mare, il vino flegreo continua a sorprendere, e mentre i bambini napoletani imparano a riconoscere il profilo del Vesuvio, forse è arrivato il momento di insegnare loro che vivono sopra e dentro un altro gigante addormentato, capace di regalare vini unici al mondo proprio grazie alla sua irrequietezza, la prova che Napoli, tra una pizza e un caffè, non ha mai smesso di essere città del vino. Anche quando nessuno se lo ricordava.





