Una cucina identitaria e coraggiosa che gioca su contrasti e materia prima, ma è ancora alla ricerca di un equilibrio compiuto tra visione ed esecuzione.
Roma è una città che non concede scorciatoie. È piena di ristoranti, di storie consolidate, di insegne che hanno già un peso specifico importante: colossi, in molti casi, che si sono guadagnati da tempo un posto preciso nella geografia gastronomica della città. In un panorama dove ogni cucina sembra avere già un’identità definita, la domanda diventa inevitabile: come si costruisce, oggi, una storia davvero propria?
Osare Roma nasce dall’idea del giovanissimo Omar Staniscia, che immagina un luogo in cui poter esprimere pienamente la propria visione di sala, e dall’intraprendenza di Davide Nasso, socio incontrato appena quaranta giorni prima dell’apertura. Un incontro rapido, quasi inatteso, che diventa però l’origine concreta del progetto.
Da lì prende forma anche il nome: Osare. Non un’etichetta costruita a tavolino, ma la sintesi di una scommessa reale, personale, che diventa identità del locale.
Il ristorante è moderno ed elegante, privo di rigidità formali, con un’impronta giovane e luminosa. Il colpo d’occhio è notevole grazie alle mura in pietra, che conferiscono calore e carattere agli ambienti, rendendoli insieme accoglienti e scenografici. L’atmosfera resta rilassata, sostenuta da un servizio gentile e discreto.


La cucina di Osare Roma è guidata dallo chef Michele Giovannini, professionista con un percorso costruito in diverse realtà della ristorazione italiana, dove ha sviluppato una tecnica solida e precisa.
Le cotture sono ben eseguite e mettono in evidenza un’attenzione costante alla materia prima, con una particolare sensibilità nel lavoro sulla carne, trattata con cura e rispetto. A completare il quadro c’è il pane, fatto in casa e proposto in più varianti, che riflette la stessa cura e coerenza che attraversa tutta la tavola.
Accanto a questa impostazione emerge anche una ricerca più insolita sui salumi di mare, interpretati attraverso stagionature e speziature che ne ampliano il profilo gustativo. L’insieme si sviluppa su contrasti e stratificazioni, in un dialogo coerente tra mare e terra.
Progetto chiaro, gusto in evoluzione
La cena da Osare Roma si muove come un percorso costruito per stratificazioni progressive, dove ogni piatto aggiunge intensità e sposta leggermente il baricentro del gusto.
Si comincia con i salumi misti di mare e terra: lavorazioni che prendono in prestito tecniche di marinatura, speziatura e stagionatura dal mondo della norcineria per applicarle al pesce, con risultati che cercano profondità più che semplice effetto scenico.
L’ingresso vero nel menu arriva con il coniglio ripieno di scampo su parmentier di patate ed erba cipollina, un piatto costruito sulle dolcezze e sulle consistenze morbide, dove la componente confortante della crema di patate accompagna il dialogo tra carne e crostaceo.


Un equilibrio che però tende a sbilanciarsi verso la parte più rotonda e carnosa del coniglio, lasciando lo scampo in una posizione più arretrata.
Più centrato invece il passaggio successivo con animelle, gamberi rossi, carciofi e aglio nero: qui la cucina entra in territori più profondi e identitari, lavorando su grassezza, mineralità e note vegetali amare. Il piatto ha carattere, anche se l’intensità dell’animella finisce per sovrastare in parte la delicatezza salina del gambero.
I primi raccontano bene la direzione del ristorante: contaminazione continua tra mare e terra e volontà di non scegliere una strada univoca. I plin di astice con Parmigiano, barbabietola e aneto giocano con il ricordo quasi popolare del tortellino alla panna, ma lo reinterpretano in chiave più tecnica e stratificata, dove la dolcezza del crostaceo incontra la sapidità lattica del formaggio e la parte terrosa della barbabietola.
Ancora più interessante il lavoro sugli agnolotti di manzo e pollo con ristretto di pesce e olio al prezzemolo: due ripieni differenti, due forme diverse e un brodo ristretto che tiene insieme tutto, creando bocconi sempre variabili e mai statici. È probabilmente qui che Osare esprime meglio la propria idea di cucina, fatta di alternanze e continui rimandi gustativi.
La faraona ripiena di mazzancolle, cavolo nero e limone fermentato conferma la solidità tecnica dello chef nel trattamento della carne. La faraona, cotta con precisione, colpisce soprattutto per la succosità del petto e per la profondità del fondo, restituendo un piatto ricco ma perfettamente leggibile. Il lavoro sulle consistenze, tra pelle croccante e componente vegetale, funziona bene, così come la nota fresca del limone fermentato che alleggerisce l’insieme. Meno incisivo, invece, il ripieno di mazzancolle, che tende a svanire accanto alla personalità della faraona, già pienamente appagante anche da sola.


Anche il dessert segue la stessa logica narrativa della cena: cipolla, miele, gianduia e gelato al Parmigiano sembrano ingredienti inconciliabili sulla carta, ma trovano un senso in un finale che lavora tra memoria, comfort e spiazzamento controllato. È un dolce che non cerca la facilità, coerente con un ristorante che preferisce rischiare qualcosa piuttosto che restare dentro coordinate rassicuranti.
La carta dei vini, al momento, sembra rimanere un passo indietro rispetto alla cucina: solida nell’impostazione ma ancora poco esplorata nella profondità e nella selezione. Un intervento più attento e una ricerca più mirata potrebbero rafforzare ulteriormente l’identità del ristorante, rendendo l’esperienza complessiva più coerente con il livello della proposta gastronomica.
Osare Roma è una realtà giovane che deve ancora rifinire alcuni equilibri, ma che mostra già una visione precisa e riconoscibile: una cucina che sceglie di esporsi, di sperimentare e di costruire un’identità propria attraverso intensità, tecnica e ricerca del gusto.


