Da Mogano il fine dining incontra la birra. La scommessa dello chef Matteo Faenza

Se la pizza oggi dialoga sempre più spesso con il vino, perché non immaginare una cucina fine dininig che parli la lingua di una bevanda sempre vista facile e popolare come la birra?
È da questa domanda – semplice solo in apparenza – che nasce la sfida di Matteo Faenza, chef di Mogano a Formello. Una scommessa che ha il sapore della fermentazione, della curiosità e di una visione che guarda decisamente avanti.

Mogano nasce sulla birra e intorno alla birra come concept, prendendo forma dal lavoro e dai prodotti del birrificio Ritual Lab, fondato nel 2015 dalla famiglia di Matteo e oggi riconosciuto a livello nazionale come interessante realtà brassicola del panorama italiano.

Qui la birra non è un semplice accompagnamento ai piatti, ma una matrice culturale. Le fermentazioni, infatti, sono al centro di questo posto: non solo pensate nella versione liquida e “da bere”, ma anche nella cucina, sono il comune denominatore dei vari piatti e il filo che li unisce tracciando un percorso e il racconto delle esperienze di vita e di cucina dello chef in giro per il mondo.

Parlare di cucina fusion sarebbe facile – e in parte corretto – ma riduttivo. Quella di Faenza è una cucina locale dal respiro internazionale, un laboratorio continuo dove si sperimenta, si autoproduce e si rielabora.

Un esempio? Le trebbie di orzo, scarto della produzione brassicola, che vengono riutilizzate per il pane, gesto concreto che racconta una filosofia circolare e intelligente. Oppure lo Snack di Benvenuto composto da Crackers di banana e Parmigiano; Falafel di lenticchie rosse; Lime marinato con limone e peperoncino dove si gioca con commistioni tra acidità, dolcezze e sentori umami.

L’Oriente entra in cucina, lo fa con discrezione e competenza: miso artigianale, koji, hop-infused e altre tipologie di fermentazioni sanno convivere in diversi piatti. Un altro esempio interessante è il Ramen all’italiana, dove la tipica pietanza nipponica vive con un’impronta chiaramente italiana, se non addirittura territoriale.

Mogano, territorio e cucina internazionale

Il territorio resta centrale. Quasi tutte le materie prime arrivano dal Lazio, in particolare dal Viterbese e dalle campagne romane: legumi e ortaggi, con la collaborazione di Carlo Nesler nella Tuscia,  carni da allevamenti non intensivi, formaggi dell’azienda Ammano di Fiumicino . Ingredienti riconoscibili che, però, vengono decontestualizzati, spogliati del loro gusto comfort a cui siamo abituati e rivestiti di sapori internazionali. Il risultato è familiare e spiazzante allo stesso tempo – e funziona. Altro esempio interessante sono le alette di pollo (azienda San Bartolomeo) con salsa teriyaki locale, crema di aglio nero e petali di yucca, servite direttamente in cucina con la possibilità del commensale di osservare direttamente la preparazione e di dialogare con lo chef. Ed è proprio qui, che abbiamo fatto un po’ di domande a tema birra ed esperienze gastronomiche nel mondo.

Birra e fine dining. Si può?

La parte forse più innovativa del progetto è però il pairing con la birra. Non come alternativa “minore” al vino, ma come strumento espressivo differenziante. Faenza vuole scardinare i pregiudizi e dare alla birra il ruolo che merita a tavola. “Con la birra – spiega – si può giocare con acidità, profumi, corpo, esattamente come si fa con il vino. In più, ha un linguaggio immediato, più libero, perfino più divertente”. Ed è proprio qui che il gioco si fa serio: il commensale è invitato a sperimentare, ad abbandonare le certezze e a lasciarsi guidare in un percorso nuovo, meno ingessato e decisamente più intraprendente.

Qui da Mogano la birra non è solo un semplice abbinamento, ma diventa un ingrediente a tutti gli effetti, colonna portante dell’esperienza totale. Anche il pane è realizzato usando le trebbie esauste, mescolate con farina e olio bio della Tuscia. Piatto dopo piatto si disegna un percorso che diventa un’escalation di gusto, corpo, acidità e amarezze. Siamo partiti da un infuso analcolico di luppolo dry-hopped, servito come aperitivo, per poi proseguire con altre birre della casa come Ritual Pils, Blanche, Kush (IPA), Session Astro, Nerd Choice fino a birre invecchiate – in particolare la Papanero, grande rivelazione della serata – studiate per costruire un vero dialogo sensoriale con ogni portata.

Grande presenza di vegetale da Mogano, si parte con gli Involtini di bieta e il Pinzimonio con carote e limoni marinati due piatti semplici ma di grande eleganza al palato, abbinati alla Gose, birra leggermente acida, con semi di coriandolo e bergamotto – che ben si sposa alle verdure grazie alla sua freschezza e alla nota agrumata.

Anche i Passatelli rimangono nel regno vegetale, con polvere di mandarino fermentato (conservato sotto sale), brodo a base di lemongrass e zenzero, zucca affumicata e grattugiata; segue un Ditalino con crema di mandorle e cavolfiore, e semi di girasole. Il tutto in abbinamento con Astro Session (Session IPA a bassa gradazione alcolica), capace di sostenere le note aromatiche e speziate dei piatti senza coprirne l’equilibrio.

Si passa al Manzo brasato alla birra, salsa ponzu e scalogni in abbinamento con Bock, scelta per accompagnare il manzo e le preparazioni più strutturate.

Scenografico l’altro secondo piatto. Lo chef al tavolo per lavorare davanti ai commensali un fiordilatte filato, sciogliendo il caglio con acqua tiepida, per poi mozzarlo e condirlo con una crema di prugne secche e una bietina arrostita. Uno dei piatti che hanno destato sapore, con i suoi sentori torbati che si unisce alla dolcezza del frutto, che si colloca in una posizione quasi da pre-dessert e vince.

Dessert signature alla fine, ovvero Limone (limone e cioccolato bianco) anticipato dal Gelato allo zafferano con olio al timo e limone. Altro effetto wow è in chiusura con la piccola pasticceria che gioca su diverse tipologie di cioccolato che spalleggiano alla perfezione l’ultima birra del percorso, la più intensa e particolare – la Papanero – di sicuro una rivelazione per la sua densità, la rotondità in bocca, le sue note tostate e avvolgenti.

Da quanto visto, ascoltato e assaggiato Mogano si presenta come un ristorante intimista, dal design caldo e rilassante che accoglie e protegge, dove l’esperienza che propone intorno alla birra è un primo grande passo verso una “rivoluzione gentile”.

Chi è Matteo Faenza

Classe 1994, Matteo Faenza ha costruito il suo percorso tra Lima, Cile e Spagna, fino ad arrivare al Basque Culinary Center. Rientrato in Italia, ha deciso con Mogano di portare a termine il suo progetto di cucina “glocal”: con un’offerta radicata nel Lazio ma aperta al mondo. Vincitore in carica di Emergente Chef 2025, l’evento dedicato ai giovani chef under 35.

A nord di Roma c’è Mogano, un’oasi gastronomica immersa nel verde