Le migliori esperienze gastronomiche del 2025 secondo la redazione di Radio Food

Il 2025 è stato un anno che si è fatto mangiare, letteralmente. Un anno in cui la gastronomia si è divisa tra mode da inseguire e il ritorno a raccontare storie vere e sincere. Abbiamo visitato cucine stellate e forni di quartiere, terrazze urbane, bistrot e bar, inseguendo il filo rosso delle esperienze che hanno saputo lasciare il segno: non solo piatti ben riusciti, ma momenti, visioni, emozioni da condividere.

È stato l’anno delle contaminazioni intelligenti, del territorio che dialoga con il mondo senza perdere accento, della tradizione che si è fatta contemporanea. Il 2025 ci ha insegnato che mangiare fuori è sempre più un atto culturale, quasi politico, e che la vera innovazione passa dal rispetto: per le materie prime, per chi le lavora, per chi si siede a tavola.

In questo viaggio abbiamo raccolto le esperienze gastronomiche più interessanti dell’anno: quelle che ci hanno fatto dire “torniamo”, quelle che ci hanno fatto riflettere, sorridere, sorprendere. Una specie di atlante sentimentale del gusto, da sfogliare con curiosità e appetito, dandoci appuntamento per questa nuova annata.

Orma: il progetto identitario di Roy Caceres

Un’armonia dinamica tra l’animo latino e quello italiano, un’espressione gastronomica più matura, audace e profondamente personale. Orma è il risultato di un percorso fatto di passione, ricerca, intuizione e sperimentazione, con un tocco di spregiudicatezza. Aperto nell’aprile del 2023, il ristorante si è rapidamente affermato come uno dei punti di riferimento della scena romana, conquistando l’apprezzamento della critica per la sua interpretazione originale della cucina globale. Con Orma, Roy Caceres racconta una memoria culinaria, un frammento di mondo tradotto in (f)orma gastronomica. La sua. Una cucina estremamente identitaria espressione di coraggio e ricerca, un omaggio alla natura e alla dinamicità dei sapori da trasformare attraverso continua sperimentazione. Se lo chef è da sempre una delle mani più interessanti della cucina Italiana, Orma è oggi un simbolo della sua attitudine a non avere confini.

La cucina libera di Salvatore Tassa

Salvatore Tassa, chef patron del ristorante Colline Ciociare, 1 stella Michelin ad Acuto (Fr) dal 1995, non è uno chef patinato o da riflettori, tutt’altro. Nella sua lunga carriera da cuoco, che inizia nelle cucine della trattoria di famiglia, per poi scalare guide e conquistare stelle, ha il merito di essere stato il primo ristorante iscritto alla “rossa” del Lazio, ma soprattutto colui che ha scardinato il linguaggio della cucina di lusso, riportandola alle radici del territorio e della tradizione. Nella cucina dello chef di Acuto ogni forma di orpello gastronomico viene eliminato, i sapori sono veri, diretti, forti e attingono esclusivamente al territorio, in particolare alla zona dei Monti Ernici dove lo chef vive e lavora. E in questa proposta di sapori territoriali si avverte subito, dall’assaggio e dal racconto che lui stesso fa, un rapporto intimo e profondo con quella che si potrebbe chiamare tradizione, con la terra di appartenenza, con la storia di famiglia. La sua cucina si delinea, proprio, su queste tre direttrici, ma viaggia libera e senza sensi obbligati. Le sue peculiarità sono la sapienza gastronomica che si unisce ad una forza creativa e rigenerativa, che sa riformulare la tradizione. La sua cucina unisce orto e bosco, selvaggina e pesce d’acqua dolce, con un uso creativo di radici, cortecce e bacche. La sua più grande rivoluzione è la scelta della “cucina vegetale” (e non vegetariana), un ribaltamento delle gerarchie dove il contorno diventa protagonista della pietanza. La sua cucina diventa così una cucina essenzialmente di terra con il suo orto laboratorio e una comunità di produttori ciociari. Sperimentatore di sapori nuovi con tecniche raffinate come la crioestrazione, una tecnica a freddo che esalta i sapori puri senza aggiunta di grassi o derivati animali, producendo brodi, succhi e salse intensi. Tra i suoi piatti simbolo, c’è la celebre cipolla fondente, in cui trasforma una semplice cipolla nella regina della tavola, scardinando il concetto dei prodotti di lusso come unico linguaggio dell’alta cucina e ispirando molti cuochi tra le nuove generazioni.

La Trota: nel regno dell’acqua dolce

Il borgo medievale di Rivodutri è un piccolo comune nella provincia di Rieti, di appena mille abitanti, situato tra la riserva naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, una zona di rara bellezza dove nasce La Trota, il ristorante dei fratelli Serva che ha fatto dell’acqua dolce la propria firma identitaria. Entrare a La Trota è come varcare la soglia di casa. Il calore umano si respira sin da subito, grazie anche all’attenta accoglienza di Amedeo e Michele, figli degli chef e terza generazione del ristorante che guidano la sala con passione, professionalità e affascinante naturalezza. La carta propone sia piatti à la carte che due formule di degustazione a scelta e il percorso completo. Quest’ultimo, intitolato “acqua”, rappresenta l’essenza della cucina dei fratelli Serva: un omaggio alla biodiversità del territorio e alla riscoperta del pesce d’acqua dolce, troppo a lungo relegato a ruolo secondario nella ristorazione italiana. Le idee dei fratelli Serva scorrono limpide fin dall’amuse bouche. La Trota è un’esperienza che intreccia cucina e paesaggio, memoria e innovazione. Ogni piatto nasce da una ricerca attenta, arricchita dall’uso mirato dei pesci fluviali e spezie e agrumi radicati nel territorio. Questo permette alla famiglia Serva di dare valore all’orgoglio d’essere sempre di più un punto di riferimento gastronomico nel reatino. 

Paolo Gramaglia, gusto e bellezza nello spazio di 5 millimetri.

Paolo Gramaglia dal 2006 è alla guida del ristorante President di Pompei in qualità di executive chef e patron, conquistando in breve tempo importanti riconoscimenti, tra cui la prestigiosa stella Michelin. Il suo approccio alla cucina è racchiuso nella frase che introduce il suo menù: “Il successo della gastronomia è nella tradizione, basta solo saperla interpretare senza nostalgia.” Un pensiero che riflette pienamente la sua visione culinaria, dove la tradizione si trasforma in arte grazie a talento, creatività, ispirazione e profonda conoscenza. La sua formazione matematica gli conferisce una visione sulla cucina dove la formula “sottrarre per moltiplicare” ovvero togliere il superfluo per esaltare e intensificare il piacere e la profondità del gusto.

La sua cucina si basa anche su un rapporto univoco e di reciproco scambio tra il concetto di tradizione e quello di innovazione. La tradizione si riflette nel territorio e nella scelta delle materie prime, nell’elemento marino, nella storicità di alcuni piatti, che riportano all’attualità l’antica Pompei con la sua gastronomia, esempio massimo per chi lo conosce è il suo pane, mentre l’innovazione dello chef del President di Pompei si rintraccia nella sua creatività, nella sua personale elaborazione, che riflette la sua nota filosofia del rintracciare l’essenziale che diventa protagonista e che orami riconosciuto come sua cifra stilistica. Il menù dello chef Gramaglia è un viaggio dove mare e terra si mescolano fra loro. La sequenza dei piatti creati si basa sul rapporto di reciproco scambio tra elementi marini, iodati e salmastri e la terra con i suoi elementi che toccano dolcezze, sapidità e acidità giocose.

L’ Hotel Locarno e il suo Brunch molto Pulp poco Fiction

Mentre Roma celebra il suo rapporto eterno con il sacro, l’Hotel Locarno celebra cent’anni di devozione laica alla bellezza. Ed è forse questo il vero miracolo: in un secolo che ha visto tutto cambiare, qui il tempo ha scelto di fermarsi, non per morire, ma per vivere eternamente.

Per festeggiare i primi 100 anni di storia l’hotel Locarno dedica ai suoi ospiti un brunch che, ca va sans dire, non poteva che omaggiare una pietra miliare della cinematografia. Chef Domenico Smargiassi e il bartender Nicholas Pinna costruiscono un’esperienza rara e preziosa: un momento di autenticità che vive nell’attimo, nel gusto e nell’atmosfera, più che nello scatto perfetto. Tutto prende ispirazione e ruota intorno alla pellicola di Quentin Tarantino Pulp Fiction: da questo immaginario prende forma il Bloody Brunch, formula con Bloody Mary illimitati e due piatti a scelta, affiancata dalla sezione Big Kahuna Corner, omaggio al fast food hawaiano fittizio del film. Smargiassi dà corpo e sapore ai panini mai assaggiati sullo schermo – dal Durwood Kirby Burger al Big Kahuna Burger – che dialogano con il Bloody Burger e con una carta internazionale arricchita da nuove proposte: Caesar Salad e uova in più versioni, kebab di agnello marinato 24 ore, biryani in crosta di panko e un pancake “all-in” goloso e teatrale. Al bancone, Pinna firma il cocktail Grande Dame, tributo al centenario del Locarno tra glicine, alloro, visciola, champagne e gin, e amplia la famiglia dei Bloody Mary con sei varianti che spaziano dalla ’nduja al mezcal. In poche parole: una cucina concreta e che spinge alla scoperta, attenzione individuale a ogni ingrediente separatamente, cocktails favolosi e location che ti porta indietro nel tempo o ti fa sentire come in su un set di un film, quando esci ti dispiace perché sembra un incantesimo finito.

Locanda La Torre, cucina ciociara in un’antica torre medievale

A la Sgurgola, una frazione della provincia di Frosinone, l’atmosfera che si trova è ancora quella che avranno provato i cavalieri medievali ripercorrendo a cavallo le strade tra la natura lussureggiante che riempie la vista. Il silenzio appaga la ricerca di un momento di pace che oggigiorno tutti inseguiamo, e raggiungere questo luogo, soddisfa anche il gusto. Qui c’è Locanda la Torre, ristorante di nuova apertura con 8 camere annesse come vuole la tradizione, antica costruzione che torna a vivere. Qui si celebra la cucina ciociara, con piatti di ricordo verace resi raffinati e che pongono il focus sulle tradizioni contadine locali, perché realizzati con materie prime del territorio provenienti da produttori di prossimità. In un’epoca in cui tutto aumenta il passo, entrare alla Locanda La Torre è come aprire una finestra temporale sul passato fatto di mani sapienti, di fuochi lenti, di sapori autentici; è trovare un legame con la terra e con le storie che la abita. Perché in fondo gustare la cucina di un luogo significa conoscerne l’anima, e l’anima della Ciociaria, in questo autentico, è più viva che mai.

La secret room del ristorante Nakai

Nel cuore di Roma, lontano dal caos cittadino e dalla frenesia del Giubileo 2025, lo chef Koji Nakai ha dato vita a un’esperienza gastronomica esclusiva. All’interno del suo ristorante Nakai, ha inaugurato Kiwami, una saletta intima con un unico tavolo sociale da 14 posti, pensata per chi desidera vivere un momento speciale tra degustazioni e cene private. “Kiwami” in giapponese richiama l’idea di qualcosa di superiore e speciale, rappresenta perfettamente la filosofia dello chef. Lo chef infatti nella secret room Kiwami ha un bancone a disposizione per cucinare dal vivo, riservando ai suoi ospiti un trattamento esclusivo, raccontando la storia dei piatti e delle materie prime che utilizza. Osservare i gesti fluidi e apparentemente semplici dello chef mentre prepara, taglia e sfiletta è un’esperienza coinvolgente ed immersiva. Si tratta di un menù degustazione di sette portate in abbinamento con vini e sakè (la carta ne conta circa 20), tutte etichette selezionate dal Giappone che variano a seconda delle portate, arricchendo l’esperienza con una dimensione sensoriale unica. In ogni portata ritroviamo il forte legame dello chef tra Giappone e Roma, le sue due anime. Importante è sapere che se si vuol assaggiare questi piatti, non è detto che saranno sempre disponibili, poiché l’offerta segue la stagionalità e il menù viene cambiato mensilmente. Certi del fatto che ogni piatto dello Chef Koji è una buona ragione per tornare in ogni stagione.

Anavà, nuova destinazione gastronomica tra piatti iconici, tradizioni e creatività

Dall’autunno 2025 c’è un nuovo indirizzo a Roma che potrebbe diventare una destinazione gastronomica di tradizione italiana molto interessante. Si tratta di Anavà, il ristorante all’interno dell’Hotel Je Rome, firmato The Ner Collection, in Via dell’Umiltà, con lo chef Danilo Mancini alla guida. La sua non è una cucina da cartolina o turistica, né tantomeno la solita versione fine dining che ti aspetti guardando la location, ma una visione giocosa e al contempo raffinata dei piatti della memoria, quella familiare e della tradizione della cucina italiana. Un’esperienza sinceramente inaspettata che diverte il palato del commensale. C’è un vero racconto alla base del menu, costruito su una solida conoscenza della ricetta tipica, del piatto icona e della tecnica, arricchita con estro moderno e con guizzo creativo. Lo fa per esempio con il cocktail di gamberi, con le pennette alla vodka, con la classica parmigiana o il prosciutto emelone, e ancora con la genovese o con i saltimbocca, tutti piatti che si collocano in un segmento temporale ben preciso, che raccontano un’Italia modaiola e una tradizionale, i piatti delle occasioni speciali sulle tavole di tutti, anche la sua. Ovviamente ogni portata viene “trasfigurata”, trasformata, rimpastata o ricomposta: cambiano gli ingredienti, le forme, le consistenze, c’è un vero gioco di ricostruzione del piatto, riuscendo a tenere come punto di riferimento il gusto finale.

Pizzeria ‘Bro’ a Napoli, degustazione alla corte dei fratelli Tutino

La pizzeria Bro si trova nel cuore pulsante della Napoli più verace, quella che viene raccontata, celebrata e ultimamente osannata, sempre attraverso filtri che (quasi) mai rispecchiano la realtà. I fratelli Tutino, Ciro e Antonio, hanno deciso di aprire nel ormai lontano novembre 2019. A partire dal 25 gennaio 2025 i due hanno ideato un menù degustazione al costo di 30 euro, tutto incentrato sullo studio e l’utilizzo di diverse farine, provenienti da Molini Lario. Per i suoi impasti, opta per le farine di tipo 1 e tipo 2 con avena e tipo 2 macinata a pietra e lasciata lievitare lentamente, per oltre 30 ore, assicurando una pizza leggera, digeribile e dal sapore genuino, tipico della tradizione napoletana.

Il percorso degustazione si apre con una frittatina di pasta fatta a base di ragù napoletano cucinato come vuole la tradizione per almeno otto ore. Seguono poi quattro pizze che raccontano tecnica, memoria e creatività. Si parte dalla Provola e pepe a modo mio, intensa e affumicata, giocata su bucce di formaggio, datterino al legno e note agrumate di limone nero. Si passa poi a Natale in casa Bro, più vegetale e nostalgica, tra pecorino, scarola, mela annurca e accenti fermentati. Con Mi è scoppiata la braciola il gusto si fa profondo e carnoso: manzo a bassa temperatura, ragù napoletano, pecorino e frutta fermentata. Chiusura affidata alla Super Cardo Bros, la più opulenta: impasto ai multicereali e cacao, cardoncelli in doppia consistenza, provola, chantilly al parmigiano, tartufo nero e melissa. Un crescendo studiato, che accompagna fino all’ultimo morso.

Madeleine, il bistrot di ispirazione francese dall’essenza italiana nel cuore di Roma.

Madeleine, il bistrot di ispirazione francese dall’essenza italiana nel cuore di Roma, dove il Gourmet si trova nei piatti, nell’arredamento, nell’accoglienza. Dalla colazione al dopocena, deliziati dall’originalità dello Chef Simone Maddaleni e la Pastry Chef Francesca Minnella, gli ospiti si riappropriano del proprio tempo, allontanandosi dalla frenesia quotidiana, riscoprendo i sapori e i profumi di un tempo. Una cucina tradizionale rivisitata, che si fonda sulla stagionalità dei prodotti con tanta ricerca per selezionare gli ingredienti che compongono i piatti proposti nel menu, dando vita a piatti i cui gusti possano spingersi oltre, mantenendo intatto un legame con il passato e la tradizione. Qui si gioca con i sapori e le diverse culture senza dimenticare di stimolare il ricordo. Tutto questo, messo insieme, dà vita a uno stile che ha la firma di Madeleine. Fine pasto come migliore dei corollari, rigenerante merenda o indimenticabile colazione, non si può assolutamente resistere a tutte le sfumature dei colori che ricoprono o farciscono dei mini gioielli della pasticceria della Pastry Chef: fragranti croissants, torte e crostate, golosa Sacher, il croccante Millefoglie, la Tarte Tatin, Macarons per tutti i gusti e ovviamente le Madeleine.

A Roma Bencò racconta la Calabria attraverso la sua cucina tradizionale

La Calabria nel Dna di Bencò è sempre stata presente fin dai suoi esordi, quando scelse di dare a piatti, tradizioni e prodotti una formo e un tocco più gourmet, cosa che gli valse anche la segnalazione per due anni consecutivi nella guida Michelin. Ora però le cose sono cambiate radicalmente e la Calabria nel locale di via Fabio Massimo arriva in modo prepotente e gustoso. Un cambio di registro di gusto desiderato, più in linea con quella che è l’idea di una Calabria che somiglia al concetto di casa secondo Manuel Bennardo. Ed in effetti se vi sedete a tavola da Bencò l’impressione è quella di stare in un ambiente familiare, caldo e accogliente, in uno di quei posti dove si sta bene.  La cucina è quella di tradizione e sfogliando il menu si trovano le ricette classiche, quelle presenti in ogni famiglia calabrese, dai piatti delle feste a quelli più quotidiani. Qui ogni buon calabrese si troverebbe a proprio agio, mentre il “resto del mondo” trova un angolo di Roma che ti accoglie e ti fa scoprire i sapori decisi del Sud, le tante eccellenze, vini compresi, che diventano ambasciatrici di territorio e magari ti fa venire voglia di andarci in Calabria. Un menu di terra e di mare, dove dagli antipasti ai dolci fatti in casa si vive un vero viaggio nei sapori calabresi. Non mancano le polpette di melanzane, rivisitate in formato stecco, le bruschette con la sardella crucolese  o la ‘Nduja di spilinga calda da spalmare sui crostini di pane. Ci sono le patate della Sila e le tipiche Alici scattiate. Il capitolo primi piatti è tra quelli che raccontano meglio alcuni luoghi o le storie di cucina calabrese, come la Stroncatura alici capperi olive, ricetta tradizionale da provare assolutamente. E ovviamente non possono mancare le celebri “patate e pipi” contorno perfetto e iconico, che conquistano il commensale al primo boccone.

Impasto, la pizzeria di San Lorenzo del Vallo e la sua pizza stagionale, sostenibile e a filiera corta

Impasto Pizzeria Contemporanea ha ben chiara la strada da percorrere nel suo forte legame con il territorio e secondo Francesco Viceconte, pizza executive e titolare, è quella della stagionalità e sostenibilità. Un approccio alla pizza che mette al centro della sua proposta il rispetto per l’ambiente e la valorizzazione dell’agroalimentare calabrese, oltre alla scelta di applicare una cucina senza sprechi e che mette insieme solo piccole produzioni locali, creando una serie di lievitati a filiera corta e cortissima. Grazie all’orto dedicato all’interno dell’azienda agricola di famiglia dove si coltivano tutti i vegetali pensati sulle pizze.

Francesco Viceconte conferma la qualità del suo impasto moderno, studiato in dettaglio, frutto di anni di ricerca del giovane pizzaiolo. Si tratta di un impasto ad alta idratazione, lavorato con pre-fermento e farina con germe di grano vivo, una doppia lievitazione fino a 36 ore per un morso leggero. Il cornicione è alto ma scioglievole, i topping spaziano dai classici ai gourmet. Ad affiancare Viceconte c’è lo chef Francesco Luci che declina la sua arte culinaria sulle varie pizze con l’obiettivo di raccontare la Calabria nelle sue molteplici sfaccettature e infiniti sapori. Non solo dunque voglia di osare, di proporre sul territorio una nuova visione di pizza che si lega al concetto di modernità, e di tradizione creativa, ma soprattutto quella di promuovere il territorio, quello di prossimità soprattutto, con i suoi produttori e il loro lavoro.

La Calabria del vino cresce: più conoscenza e branding, ma ora serve l’incoming sul territorio