Un luogo per molti ma non per tutti, ci vuole predisposizione a lasciarsi sorprendere. Oltrepassando il fenomenico, il vuoto diventa pieno, il piccolo diventa grande; il suo ingresso non si oltrepassa, risucchia come la tana del Bianconiglio. Un film sulla storia capitolina dell’ultimo secolo da riavvolgere e mettere in pausa, un affresco di ospitalità vivo e vibrante nel cuore di Roma. E a chi si interroga su una distanza tra la sua proposta gastronomica un po’ troppo pop per l’eleganza della forma, troverà coerenza, perché l’Hotel Locarno è stato il tempio della Dolce ma anche Bohémienne Vita.
1925-2025 – Due Anni Santi e tutto quello che ci scorre in mezzo
C’è qualcosa di miracoloso, quasi provvidenziale, nel destino dell’Hotel Locarno. Inaugurato nell’Anno Santo del 1925, quando Roma si preparava ad accogliere migliaia di pellegrini da tutto il mondo, l’hotel apre oggi le porte al suo primo secolo di vita proprio durante il Giubileo del 2025. Un cerchio perfetto che si chiude, una storia che ritorna al suo punto d’origine portando con sé il peso prezioso di cento anni di memorie, a quando due svizzeri, nostalgici della loro Locarno, decisero di portare un tocque di esotismo e raffinatezza nel cuore di Roma. La città eterna si preparava a ricevere i fedeli dell’Anno Santo, ma quei due visionari immaginavano qualcosa di diverso: non solo un rifugio per pellegrini dello spirito, ma un santuario laico per pellegrini dell’arte, della bellezza, della vita stessa. Il manifesto pubblicitario doveva essere commissionato in stile Liberty, a un illustratore famoso, contemporaneo, che avrebbe fatto da traino per divi e personalità da tutto il mondo – perché no? – addirittura da Hollywood. Quello perfetto si rivelò in Anselmo Ballester, famoso illustratore del cinema muto e dei grandi capolavori cinematografici, che ha lasciato in eredità ancora l’attuale logo dell’hotel. Nato in un primo dopoguerra di speranze e tensione artistica, il Locarno vide spegnere quell’ottimismo occupazione dopo occupazione, prima nazista, poi americana che ne fece il suo “bar sport” con biliardini e passatempi, trasformandolo da “maison di prim’ordine” in un insieme di appartamenti fatiscenti ma che, nonostante tutto, rivelavano un fascino proprio, difficile da non riconoscere.


È inequivocabile che certi posti, come certe persone, siano dotati di un’aurea così magnetica da attirare l’attenzione inconsapevolmente. L’Hotel Locarno viveva ancora delle presenze che respiravano nel silenzio di quei corridoi, che se solo avessero potuto parlare o suonare, altro che fantasmi sospesi nel tempo! Chi ha saputo ascoltare oltre il silenzio tutto questo non poteva che essere un’anima fuori dal comune, uno spirito libero – in una Roma in cui, nonostante vivesse ormai gli anni ’60, era animata ancora da uno spirito provinciale – la allora trentenne separata con figli al seguito Maria Teresa Celli. Rilevò lentamente pezzi di appartamenti sui vari livelli, li arredò con mobili ricavati da ricerche, mobili che ritroviamo ancora oggi eche costituirono il primo di quelli che ora si definiscono boutique hotel, intenzionata a ridare a quelle stanze l’eleganza intatta dei tempi d’oro.
Quando gli hotel diventano muse degli scrittori
Mentre Maria Teresa si dava da fare per questo, scorreva quella che ormai è stampata su tutte le carte dei cioccolatini: “la vita che ti accade mentre sei impegnato a fare altri programmi”. L’ Hotel Locarno non è stato immune da questo, e forse è stata proprio questa la sua salvezza. Erano gli anni della Dolce Vita, di Federico Fellini e Giulietta Masina che trascorrevano qui intere giornate per lavorare in tranquillità, di Alberto Moravia ed Elsa Morante. Ma anche degli ’80 segnati da episodi singolari, artisti squattrinati, alcolizzati, geniali, come Jack Kerouac e Gregory Corso di cui ancora si ignora la capacità di esser tornati nelle loro stanze dopo una notte alcolica; Basquiat sdraiato sul divano mentre Tano Festa non voleva abbandonare il cornicione su cui si era rifugiato per sfuggire ai fantasmi, vittima di uno scherzo. Anni in cui si beveva molto, circolavano droghe, si creava addirittura nelle stanze e si perdeva la cognizione del tempo. Si racconta che una volta si sia dovuta smontare una porta per intervenire in una stanza chiusa da troppi giorni. Forse qualche decennio dopo sarà la suite 605, in cui Wes Anderson si chiudeva a immaginare il mondo del “Grand Budapest Hotel”? O la 603 di Lucio Dalla, in cui tornava ogni volta come si torna a casa? Leggende o realtà, non è difficile poterci credere, perché il Locarno, con la sua eleganza decadente, i suoi corridoi carichi di storia e quel senso di tempo sospeso, era già di per sé un Grand Budapest in miniatura, e la padrona di casa era abilissima a rimettere in riga il genio nella sua sregolatezza. Dopotutto si divertiva da matti!
Oggi sua figlia Caterina Valente guida l’Hotel con la stessa passione, insieme alla consapevolezza imprenditoriale che ha permesso l’inserimento nella classifica dei 50 Best Discovery e la Chiave Michelin. Per festeggiare i primi 100 anni di storia dedica ai suoi ospiti un brunch che, ca va sans dire, non poteva che omaggiare una pietra miliare della cinematografia.


Nel weekend Tarantino appare al Locarno per il Bloody Brunch del centenario
“We happy?” – “Yeah, we happy.” Quel dialogo sospeso, quando Jules Winnfield apre la valigetta con lo sguardo rapito dalla luce, è lo stesso di quando si apre lo scrigno del nuovo Bloody Brunch all’Hotel Locarno ogni sabato e domenica dalle 12:30 alle 16:30. La prima non svela mai il suo contenuto, il mistero è più potente di qualsiasi rivelazione, è proprio il non sapere che la rende leggendaria; il secondo, un viaggio nel tempo che unisce la Los Angeles underground degli anni Novanta di Pulp Fiction alla Roma bohémien degli anni Venti, brilla della stessa luce intangibile: quella della cultura che si fa esperienza, del cinema che diventa vita, della storia che si trasforma in presente.

Come Vincent e Jules cercavano la valigetta per riportarla al loro boss, Chef Smargiassi e il Bartender Nicholas Pinna offrono qualcosa di altrettanto sfuggente e prezioso: un momento di autenticità in un mondo di riproduzioni, un’esperienza che non si può fotografare davvero perché vive nell’attimo, nel gusto, nell’atmosfera. Come confida Chef Smargiassi, l’originalità del menu non si trae tanto nell’ispirazione dal fast food fittizio, già oggetto di ispirazioni culinarie, quanto dalla domanda: “cosa cerchiamo quando apriamo la valigetta?”. Vincent e Jules cercavano un oggetto, noi, seduti tra le mura centenarie del Locarno, cerchiamo qualcosa di più prezioso, un frammento di bellezza, un momento di grazia, una storia da portare con noi. “Il Bloody Brunch consiste in una formula “Bloody Mary all you can drink”, con due portate a scelta dal menu, al costo di 65€. Altrimenti si può ordinare alla carta o fare un viaggio nel mondo del cinema con il Big Kahuna Corner” – spiega Chef Smargiassi – “Abbiamo voluto fare un omaggio a Pulp Fiction creando la sezione ‘Big Kahuna Corner’, ispirata di base a questo fast food hawaiano fittizio, il Big Kahuna appunto, più che altro abbiamo preso spunto dalla valigetta misteriosa al centro di tutta la pellicola, di cui nessuno conosce il contenuto. Allo stesso modo abbiamo constatato che nessuno ha mai provato i suoi panini, e quindi abbiamo voluto realizzare l’immaginario dello spettatore dando consistenza e sapore al Durwood Kirby Burger e al Big Kahuna Burger, scoprendo inoltre che si sposavano sorprendentemente bene con un altro panino da poco introdotto nella proposta, ovvero il Bloody Burger”. Con queste parole lo chef Domenico Smargiassi racconta com’è nata l’idea di questa nuova sezione, che si va ad aggiungere alla proposta internazionale della carta, in cui ora spiccano nuove ricette:



una Caesar Salad e uova, in diverse varianti, tra cui quelle alla Benedict “Deluxe”, con salsa al parmigiano 24 mesi e tartufo di stagione, alla Fiorentina e Poché; un Kebab di agnello marinato ventiquattr’ore con un mix di spezie, accompagnato da una salsa allo yogurt agrumata, insieme al Biryani in crosta di panko; per chiudere con il Pancake “all-in”, un tripudio di sapori fra sciroppo d’acero, frutti di bosco, pancetta e frutta essiccata. Un sogno al naso e al gusto il signature cocktail “Grande Dame”, firmato dall’Head Bartender’, che celebra il centenario dell’Hotel Locarno omaggiando il glicine, simbolo del giardino dell’hotel, catturandone l’essenza, cui si uniscono le note balsamiche e mediterranee dell’alloro e la dolcezza dell’anima di Roma, la sua visciola, il tutto impreziosito dall’intramontabile champagne e un tocco di gin. Ma per questa stagione ha arricchito ulteriormente la carta dei Bloody Mary, arrivando a un totale di sei proposte, tutte da gustare. Accanto al classico e al Red Snapper a base di gin, troviamo El Chapo, con tequila e mezcal, 5 spezie e jalapeño, e il Rye Mary a base di bourbon, uno scotch aroma con un rum di cioccolato; si aggiungono le novità del Focu Meu, dove la ‘nduja prende il posto del tabasco, per una nota spicy originale e avvincente, e il Bloody Mustang, con sfumature francesi date dalla senape à l’ancienne e miele. Una linea pulita e semplice, mai banale, da scoprire in tutta una proposta dai sapori netti e immediati, a cui si affianca la speciale selezione dei cocktail “da bere prima di morire”. E non poteva mancare anche il “suo” richiamo a Pulp Fiction con il Five Dollar Milkshake che, racconta il bartender, “è realizzato con gelato alla vaniglia, latte, ciliegia al Maraschino e infine lo guarnisco con una spolverata di fava tonka; piccolo, bello, proprio come quello che beveva Mia Wallace”.


Mentre Roma celebra il suo rapporto eterno con il sacro, l’Hotel Locarno celebra cent’anni di devozione laica alla bellezza. Ed è forse questo il vero miracolo: in un secolo che ha visto tutto cambiare, qui il tempo ha scelto di fermarsi, non per morire, ma per vivere eternamente.
Hotel Locarno | Bar Locarno – Via della Penna 22 Roma tel. 06 3610 841 / Bloody Brunch ogni sabato e domenica dalle 12:30 alle 16:30





