Diner, il mito della tavola calda americana

Nonostante frequenti New York da più di trent’anni, ogni volta mi riserva qualcosa di nuovo. Giorni addietro ho cenato all’Empire Diner, uno degli ultimi veri diner ancora esistenti a Manhattan, le caratteristiche tavole calde costruite in stile retrò dalla vaga forma ‘a scatola di scarpe’. Se l’esterno è ancora quello originale di fine anni ’40 del secolo scorso (probabilmente opera di un accurato restauro), entrando si nota subito un ambiente moderno e ccogliente, ma privo di quell’atmosfera d’antan tipica dei vecchi diner. Per fortuna il cibo si è rivelato discreto – ho preso la specialità della casa, l’Empire special blend burger e una fetta di key lime pie – e soprattutto a buon mercato considerati gli attuali prezzi newyorkesi: 45 dollari in tutto (circa 40 euro), mancia compresa. Questa nuova esperienza gastronomica mi ha dato l’opportunità per parlare di uno dei simboli di un’America ormai passata, i diner appunto.

Le origini della tavola calda americana

Il diner, come detto, ha un’origine squisitamente americana. Nato nella parte orientale del Paese, proprio come alcuni ristoranti costruiti a forma di oggetti particolari – maiali, ciambelle, cestini da picnic – che si trovano, invece, nella costa ovest del paese, rappresentavano un luogo di ristoro lungo le principali strade statali per fornire pasti veloci e convenienti a viaggiatori. Da un punto di vista imprenditoriale era un’attività allettante: prezzo conveniente, bassi costi di manutenzione, assemblato in fabbrica e venduto pressoché completo di tutto. Una volta acquistato, non si doveva fare altro che sistemarlo in un terreno piano, provvedere agli allacciamenti di acqua e luce e si era pronti a partire. Se il lavoro non andava come doveva, bastava caricare il diner sul pianale di un autocarro e cercare fortuna altrove. Verso la fine degli anni ’20 del secolo scorso, esistevano una ventina di aziende produttrici. Quasi tutti presentavano un elegante stile moderne art déco con esterni in acciaio inossidabile splendente, interni in legno scuro e altro metallo ben lustro e posti a sedere lungo tutto l’enorme bancone. Il suo momento di massimo splendore fu dopo la prima guerra mondiale, quando il proibizionismo chiuse i locali che vendevano alcolici e la gente sentì la necessità di qualche altro luogo dove andare a pranzo.

Com’è fatto un diner

Contrariamente al ristorante, un diner ha un fascino ben definito incentrato su un’atmosfera accogliente, vagamente nostalgica. L’arredamento interno è abbastanza semplice, composto da sgabelli girevoli fissati al pavimento in prossimità di un lungo bancone in melamina o materiale plastico con particolari cromati, altri tavoli lungo la vetrata principale e qualche insegna al neon per pubblicizzare una specialità, una bevanda o una particolare offerta commerciale. L’atmosfera è amichevole e rilassata, con il chiacchiericcio dei clienti e lo sfrigolio delle piastre elettriche su cui si preparano bacon e uova fritte a fare da sottofondo che spesso favorisce l’interazione tra clienti e personale addetto, quest’ultimo quasi esclusivamente femminile.

Che cosa di mangia in una tavola calda americana

Paradossalmente, parlando di diner, il cibo è un argomento secondario. In genere, infatti, quello servito è esattamente lo stesso ovunque si vada, il che equivale a dire che non è affatto memorabile.  Il menù varia in base agli orari, anche se la colazione rimane il pasto più importante in termini di maggiore afflusso. Oltre all’immancabile tazza di caffè filtrato (quello che noi chiamiamo ‘caffè all’americana’), vengono proposti piatti a base di uova cucinate in diversi modi e servite con bacon o fette di pane tostato, ma anche waffle, pancake entrambi accompagnati da sciroppo d’acero e le tipiche ciambelle fritte. Per pranzo e cena le pietanze in menù sono pensate per essere convenienti, confortanti e generose in quanto a porzioni. Ecco allora hamburger, panini riccamente imbottiti e alcuni piatti caldi come polpettone o tacchino arrosto entrambi serviti con purè di patate o patatine fritte. Sono anche proposti piatti o specialità del giorno a prezzi particolarmente convenienti. Riguardo le bevande, non c’è che l’imbarazzo della scelta: Coca-Cola, milkshake, latte freddo (!) o particolari beveroni a base di tè.

Quando sono aperti

I diner sono noti per i loro orari di apertura prolungati, in alcuni casi aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questa ampia disponibilità in termini di flessibilità di apertura è una delle caratteristiche distintive dei diner ed è particolarmente apprezzata da una vasta gamma di clienti, tra cui nottambuli, turnisti notturni, mattinieri e a coloro che cercano un pasto caldo a tarda ora o a orari insoliti. Come detto, hanno un lungo bancone dove i clienti possono sedersi e interagire direttamente con le cameriere famose per la rapidità nel prendere le ordinazioni e servire quanto richiesto in pochi minuti e, per alcune di loro, caratterizzate da improbabili nomi sulla targhetta identificativa puntata sul petto.

Curiosità

  • Uno dei diner più famosi in assoluto è il Moondance Diner nel quartiere newyorkese di Soho a Manhattan. Aperto negli anni ’30 del secolo scorso, era rinomato per i suoi hamburger e i milkshake. Rimase in attività fino al 2007 per poi essere acquistato e trasferito a La Barge, un villaggio nello stato del Wyoming dove venne definitivamente chiuso quattro anni più tardi. Divenne popolare (e meta di turisti)  in quanto, nel corso degli anni, vennero girate alcune scene di celebri serie TV come Sex & the City, Friends e Law & Order SVU. Era caratterizzato da una grande insegna girevole a forma di mezzaluna e la scritta ‘Moondance’ altrettanto imponente formata da lustrini neri e argentati che con il soffio del vento creavano un particolare effetto.  
  • Un altro locale è quello raffigurato nel celebre dipinto Nighthawks (traducibile in Falchi della Notte, anche se in Italia è conosciuto con il titolo I Nottambuli) di Edward Hopper (1882-1967), pittore tra i maggiori esponenti del realismo americano, raffigurante la veduta notturna di un diner. Non è chiaro se il locale in questione fosse reale o frutto dell’immaginazione dell’artista. Lo stesso Hopper disse di essersi ispirato a un locale del Greenwich Village, anche questo nel quartiere di Manhattan. Alcuni esperti d’arte ritengono invece che questo bar dovesse trovarsi a Mulry Square, una piazza all’incrocio tra la 7ª Avenue e l’11ª West Street, a sette isolati dallo studio di Hopper. Esposto all’Art Institute di Chicago che nel 1942 lo acquistò per 3.000 dollari, il suo valore attuale è stimato in più di 100 milioni di dollari!

Un viaggio on the road tra i sapori del far west