Da Lucio, tutto quello che non ti aspetti da un ristorante di mare

La recente apertura nella suggestiva cornice della Darsena di Rimini, in via Ortigara 80, ha reso Da Lucio uno dei locali più invidiati della Riviera. Affacciato sul porto, il ristorante vanta una vista panoramica a 180 gradi sull’Adriatico: un colpo d’occhio che basta da solo a raccontare l’idea gastronomica di Ticchi.

Da Lucio: lo chef e il ristorante

Jacopo Ticchi, mente e anima dietro il ristorante Da Lucio, è uno chef dalla personalità decisa, dotato di una visione chiara e radicale. Il mare, per lui, è più di una fonte di ispirazione: è soggetto e oggetto del suo desiderio gastronomico, protagonista assoluto di ogni portata. Andare da Jacopo significa lasciarsi alle spalle la classica mangiata di pesce “all’italiana” e aprirsi a un’esperienza nuova, intensa, talvolta spiazzante. Qui, non si mangia pesce. Si mangia il mare. Con tutte le sue asperità, i suoi contrasti e le sue profondità.

L’ambiente è luminoso, rinnovato, lineare nella disposizione architettonica, pensato per favorire un servizio fluido e armonico. All’ingresso si incontrano le celle di maturazione, vere e proprie cantine di frollatura per la macelleria di mare. Al loro interno il pesce disidrata in maniera controllata per intensificare il sapore delle carni, cambiandone la consistenza. Poco oltre una porzione di cucina a vista con forno a legna e brace, poi i banconi del pass, sempre monocromatici, che diventano palcoscenico per gli chef che completano i piatti davanti ai commensali. Gli interni sono caratterizzati da toni chiari, parquet in ciliegio e un’atmosfera ovattata. Alzando lo sguardo, la sensazione è quella di trovarsi nella stiva di una barca: il mare entra letteralmente nel ristorante.

I tavoli seguono uno schema a ferro di cavallo che lascia libere le aree centrali per il servizio, suggerendo una convivialità discreta. In fondo alla sala, un tavolo centrale dagli angoli smussati richiama la forma di prua e poppa, come se l’intero ristorante stesse salpando. La veranda panoramica, sospesa sull’acqua, offre un angolo per l’aperitivo a contatto con i venti della Darsena e il rumore delle onde che si infrangono. Il servizio è essenziale, rigoroso, quasi algido. La sala si muove in modo efficiente e silenzioso, come in una danza ben provata.

La cucina di Ticchi

La grande novità della cucina di Jacopo Ticchi risiede nella prospettiva: capovolgere l’approccio tradizionale al pesce. Il suo obiettivo è chiaro, portare in tavola un’altra faccia del mare, la frollatura è certamente una tecnica fondamentale nel suo repertorio che mette a nudo la vera essenza del pescato. Il suo approccio alla materia prima è Machiavellico, prevede l’utilizzo di ogni sezione dell’animale, comprese le parti meno nobili e inusuali, per rispondere a una domanda specifica: qual è il vero sapore del mare?

La risposta si può trovare nel menù degustazione (135€), un percorso che alterna in maniera audace gusti decisi, sapidi, intensi e provocatori, correndo spassionatamente il rischio di non piacere a tutti. D’ altronde c’è sempre il menù alla carta.

Tra i crudi, colpiscono per tecnica di lavorazione e delicatezza del gusto la Ricciola con acqua di geranio e tabasco e l’Ombrina con lardo di mora romagnola e rucola. Equilibrio e nitidezza di sapori.

Nell’atto “Brace”, si enfatizzano i contrasti: Trippa di pesci misti con concentrato di pomodoro e un Roll di ventresca e fegato di pesce, cervello di vitello e zafferano. Qui il pesce viene trattato come una carne, in una logica di recupero e valorizzazione delle frattaglie marine. È una scelta coraggiosa, non adatta a tutti i palati, dove la grassezza, la mineralità e la consistenza sono caratteri dominanti. 

Ammirabile il Brodetto tradizionale cotto nel forno a legna: un omaggio alla Romagna eseguito con pesci interi (sogliole, scorfani, triglie), molluschi e crostacei. La cottura lenta in padelle di ghisa esalta naturalmente i succhi del pesce e dona al brodetto una profondità di sapore unica. Il finale spiazza: Cappelletti vuoti, panna e gonadi di seppia. Una pasta senza ripieno, ma con il cuore versato nel piatto. Un gioco di cremosità avvolgente e masticabilità che chiude il cerchio in modo inaspettato.

La provocazione filosofica al Da Lucio

La cucina di Ticchi è filosofia, quasi un esercizio intellettuale. Da Lucio è un ristorante che divide: chi lo ama lo fa visceralmente, chi lo contesta lo fa perchè destabilizza. Il piatto diventa linguaggio. La trippa di pesce è un’immersione negli abissi, un’esplorazione della parte più “animale” e profonda del mare. I cappelletti vuoti sono una riflessione sulla mancanza, sull’assenza come forma espressiva. In alcuni piatti il pesce è solo un interprete secondario: in scena ci sono il mare, gli scogli, le alghe, il porto stesso. Qui, gli intingoli non mascherano, ma amplificano. Le tecniche di cottura, le marinature, le frollature non servono a stupire, ma a rivelare. Mostrano il sapore autentico del pesce, senza fronzoli, senza scorciatoie. L’obiettivo è sentire il mare, tra acque calme e correnti agitate. 

La Trota: nel regno dell’acqua dolce