La cucina italiana patrimonio immateriale, cioè astratto

La candidatura della cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO è stata approvata lo scorso 10 dicembre. Non un piatto o una specifica preparazione, ma l’intera “cucina italiana” è stata fregiata di questo titolo. Vediamo il percorso fatto per arrivarci e quali riflessioni possono nascere da quest’evento.

Il 23 marzo 2023, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Ministero della Cultura hanno annunciato la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. Da quel momento sono state messe in atto una serie di iniziative per valorizzare quell’insieme di tradizioni, riti, momenti di convivialità che genericamente si riconoscono nello stereotipo della “cucina italiana”. Tra le tante ricordiamo la promozione fatta a bordo del veliero Amerigo Vespucci, il lancio della missione spaziale Axiom 3 con pasta italiana a bordo, e l’evento “Il pranzo della domenica – Italiani a tavola”, tenutosi il 21 settembre 2025 in diverse piazze italiane. In particolare, ricordiamo il pranzo al Tempio di Venere, con vista sul Colosseo, che ha avuto come commensali personaggi dello spettacolo come Sabrina Ferilli e Paolo Bonolis, rappresentanti politici tra i quali il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Lo scorso 10 dicembre, a conclusione dell’iter, a New Delhi è stato conferito il riconoscimento di Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO al dossier dal nome “La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”, e molto sentita è stata la risposta dalle istituzioni. Vediamo chi e cosa è stato celebrato.

I promotori

Diverse sono state le parti coinvolte nell’elaborazione del dossier: il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida, il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, preceduto da Gennaro Sangiuliano; la rivista La Cucina Italiana, con a capo Maddalena Fossati, direttrice del giornale nonché presidente del comitato promotore della cucina italiana; Fondazione Casa Artusi, Slow Food, il prof. Massimo Montanari e chef come Massimo Bottura, Heinz Back, Antonia Klugmann, tra gli altri.

Cosa è stato premiato

“La cucina italiana è una pratica quotidiana che comprende conoscenze, rituali e gesti che hanno dato vita a un uso creativo e artigianale dei materiali gastronomici, contribuendo a creare un’identità socio-culturale condivisa e allo stesso tempo cronologicamente e geograficamente variegata.

Si tratta di un insieme di saperi non solo culinari, ma anche conviviali e sociali che sono trasmessi di generazione in generazione su tutto il territorio nazionale. Attraverso la condivisione del cibo, la creatività gastronomica e lo stare insieme, la cucina italiana si fa portatrice di valori di inclusività e di sostenibilità ambientale, contribuendo a creare una comunità aperta verso l’altro e connessa al suo interno da vincoli sociali e affettivi. […]

L’elemento risulta in linea con molti obiettivi fondamentali dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, volta a delineare un mondo più equo, pacifico e vivibile entro la fine del presente decennio, e in particolare con il numero 2 (Stop alla fame nel mondo), il numero 3 (Buona salute), il numero 12 (Consumo responsabile) e il numero 13 (Iniziative contro il cambiamento climatico).”

Questo estratto è ricavato dal sito UNESCO e ci racconta cosa è stato identificato come Patrimonio Immateriale dell’umanità in modo analogo a come è stato presentato dai promotori politici, e non, in altre sedi. Da quel che ne emerge, traspare l’astrazione della cucina italiana, che ognuno può interpretare a propria immagine e somiglianza cercando dei segnali nella quotidianità.  Infatti, nel tentativo di comprendere al suo interno tutta la “ritualità che caratterizza le cucine degli italiani”, finisce per non individuare alcun punto reale, lasciando ad ognuno l’interpretazione personale di ciò che intende per “cucina italiana”, anche ai turisti che si prevede arriveranno ad assaggiarla. Ciò ci potrebbe esporre a critiche a cui non è possibile rispondere: cosa il commensale si aspetta e cosa gli sto proponendo? Il piatto gourmet col tricolore o il ragù della nonna? E come si fa, in ogni caso?

Questo, però, non è l’aspetto più astratto di questa candidatura, sebbene sia il primo che si può notare.

Realtà vs immaginazione

Facendo uno sforzo di immaginazione, poniamo che ciò che vogliamo proporre sia la grande tavolata dalla tovaglia a quadri bianchi e rossi, una bottiglia di vino ed un ingente piatto di spaghetti al pomodoro. Quanti ristoranti offrirebbero questo scenario? Stiamo veramente vendendo l’idea della cucina italiana così com’è attualmente o stiamo edulcorando la realtà?

Quella che, seguendo il passo della società, vede sempre più ristoranti multietnici, fusion, di rivisitazione o promozione di cucine vicine e lontane da noi; quella dei pasti pronti e il take away a pranzo?

Veridicità e… sostenibilità?

Ma, ancora, nel dossier viene menzionata la dimensione della sostenibilità ambientale, che sarebbe congenita alla nostra cucina. Interessante accostamento dal momento in cui l’agenda politica è più impegnata a sostenere gli allevamenti intensivi piuttosto che prendere in considerazione proteine alternative e carne coltivata, alimenti e tecnologie potenzialmente salubri per il pianeta e per gli esseri umani che, invece, si impegna a raccontare attraverso una mistificazione dei fatti e delle evidenze scientifiche.

Zero Waste

Infine, ma non per importanza, una menzione allo spreco alimentare è doverosa: uno degli elementi di vanto che emergono nell’approfondire il dossier ed ascoltare diversi interventi sembra essere lo zero waste tutto all’italiana. Infatti, facendo riferimento alla “cucina povera della nonna”, si dice che i piatti migliori provengano proprio da ciò che viene recuperato da ogni preparazione.

Eppure, facendo un bagno di realtà, secondo l’Osservatorio Waste Watcher, nel 2025 il consumo medio pro-capite degli italiani era di 555,8g a settimana. Un numero al ribasso rispetto al 2024, ma non nullo, segno che non basta “cucinare italiano” per azzerare gli sprechi: c’è bisogno di educazione alimentare, possibilità in termini economici e temporali per le famiglie, che devono scegliere con consapevolezza ed attuare cambiamenti concreti nelle abitudini quotidiane.

Gastronazionalismo

La cucina degli italiani, come quella di tutto il mondo, infatti, non è un grande calderone calato dall’alto: è sempre il risultato di una serie di azioni e condizioni politiche, economiche e sociali che impattano sulla realtà e cambiano di pari passo alla società. È così che in questo tentativo di cristallizzare l’identità gastronomica italiana possiamo vedere un significato più ampio, ben riassunto in queste parole tratte dal libro Gastronazionalismo (di Michele Antonio Fino e Anna Claudia Cecconi):

“[…] Il gastronazionalismo altro non è che la produzione costante e continua di corazze alimentari per un popolo che, divenuto generalmente incerto riguardo al proprio futuro, preferisce guardare al proprio passato (vero o inventato di sana pianta poco importa) per poi contrapporlo con protervia a tutti gli altri: un “voi non sapete chi sono io” in questo caso trapuntato in bianco, rosso e verde sul bavagliolo intorno al collo.”

Lo storytelling della nostra tavola è sempre affascinante, se visto da lontano. Ma bisogna guardare aldilà dei titoli e delle narrazioni propagandistiche e semplicistiche, laddove si celano le sfide che il presente e il futuro ci chiedono di affrontare.

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