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Il Capanno

Il Capanno, l’estate gastronomica di Ostia

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Mi sono accorto in questi anni che siamo pronti per portare a Ostia un linguaggio contemporaneo e internazionale”. Parole di Cristiano Giacometti, “mente” de Il Capanno, il lido di Ostia più interessante dal punto di vista gastronomico (e non solo). “Ostia merita un polo di qualità non solo tradizionale, che parli di food, sport e eventi come nelle grandi città costiere oltre Oceano. E’ importante far vivere alle persone il mare senza compromessi con una squadra di professionisti dei vari settori.

Un insieme di attività che riportano il mare al centro dell’offerta, con idee che partono dalla mattina e si sviluppano durante la giornata per poi concludersi la sera. Un modo per vivere la spiaggia nella sua totalità in base alle proprie passioni.

BAR e COCKTAIL BAR

Si parte al mattino con il bar per le colazioni – con torte, lievitati e le immancabili ciambelle fritte, diventate un must per lo stabilimento a due passi da Roma – per arrivare fino a sera con la carta dei cocktail. Il tutto gestito e coordinato da Valerio Mazziotti e Helena Fabiani, due giovani ragazzi della zona forti di esperienze nei migliori cocktail bar della Capitale e del litorale romano.

Il Capanno

TAC – Thin and Crunchy

Come annunciato negli ultimi mesi, Il Capanno ospita anche TAC Thin and Crunchy, il nuovo format di Pier Daniele Seu incentrato sulla pizza romana. Sarà possibile mangiare sulla spiaggia la tonda fina e scrocchiarella di Pier Daniele Seu, con i tipici topping gustosi, divertenti e colorati che in questi anni hanno caratterizzato la proposta della pizzeria di Porta Portese.

Il Capanno

MOLO DICIASSETTE

Simone Curti del Ristorante Molo Diciassette di Ostia ha ideato per Il Capanno un menù incentrato sul pesce che si sviluppa in due diversi momenti. A pranzo con piatti veloci e dinamici, dal classico spaghetto alle vongole alle moderne pokè. Mentre la sera prenderanno spazio anche idee più ricercate per godersi in relax la cena nella terrazza rialzata sul mare.

Il Capanno

SPORT

Una palestra all’aperto in stile Miami, a cui si aggiunge il RIMESSAGGIO gestito dal team della Water Sport Center Roma. La collaborazione è nuova ma il WSCR ha sviluppato nel tempo un progetto legato ai luoghi dove lo sport e il mare sono protagonisti della vita e della cultura delle persone. Questo è quindi un modo per portare sul litorale romano un impostazione diversa e nuova di vivere il mare, facendo attività sportiva fuori e dentro l’acqua durante l’anno. Grande spazio verrà dato anche al Beach Tennis con una SCUOLA di beach tennis e i TORNEI per amatori. Il tutto è supportato da Cristiano Lucaroni, presidente e istruttore di beach tennis della SD Beach Tennis Lazio.

Agricoltura Sostenibile

ENPAIA-CENSIS, Millenial e generazione Z scoprono l’agricoltura sostenibile

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Per l’89,5% il settore agricolo crea occupazione di qualità. Lo studio fotografa il nuovo rapporto dei giovani con la terra, con la produzione e il consumo del cibo, con l’impresa e il lavoro in agricoltura sostenibile.

È quanto emerge dal 3° numero dell’Osservatorio del mondo agricolo, dal titolo “La riscoperta dell’agricoltura nella youth economy”, presentato mercoledì dalla Fondazione Enpaia (Ente nazionale di previdenza per gli addetti e per gli impiegati in agricoltura) e dal Censis.

Oggi il 60,2% dei giovani è convinto che il percorso verso lo sviluppo nel dopo pandemia sarà lungo e difficile perché “il colpo subito è stato duro e ci ritroveremo con i soliti problemi aggravati”. Ad esserne più sicuri sono i millennial (63,8%), scottati in prima persona dalla crisi del 2008.

Per i giovani occorrono aiuti alle imprese che investono in sostenibilità ed economia circolare

Pur abituati a vivere e lavorare in un ambiente ostico, i giovani mostrano tuttavia un’inattesa tenacia nel voler stare in partita e l’89,8% ritiene che per questa fase lo stato d’animo appropriato sia essere orientato allo sforzo per realizzare i propri progetti e raggiungere i propri obiettivi.

Non sorprende, allora, che quasi il 91,7% dei giovani italiani sia favorevole a dare aiuti alle imprese agricole che scelgono di investire nelle tante forme di sostenibilità ambientale, coerenti con nuovi stili di vita più digital e aperti a un’economia di tipo circolare.

L’agricoltura praticata dai giovani in questi anni è ad alta intensità di tecnologie e le aziende hanno saputo valorizzare le opportunità dell’Ict. Diventa una necessità, pertanto, puntare sull’innovazione tecnologica per aiutare il mondo rurale nel suo sviluppo.

Per tornare a crescere non basteranno Stato, piani dall’alto e tanti soldi: fondamentale sarà stimolare la voglia di fare impresa degli italiani combattendo la tentazione psichica ad accucciarsi, a valutare il rischio come minaccia e a cercare sempre e solo protezione. – A dirlo il presidente del Censis Giuseppe De RitaEcco perché i giovani sono pronti a giocarsela in agricoltura, sono un esempio concreto di come ripartire dal basso, dalla voglia di fare delle persone. Su questo è importante puntare, tutto il resto, inclusi i piani con tanti finanziamenti, servono d’aiuto”.

Grazie all’agricoltura sostenibile nuove opportunità lavorative

Nell’Italia post Covid-19 sono loro i veri protagonisti del futuro: i millennial, nati tra metà degli anni ottanta e metà del decennio successivo e la generazione Z, nata tra metà degli anni novanta e metà degli anni zero. Pronti a rilanciare i valori di un’agricoltura sostenibile nel perimetro della youth economy dopo l’esperienza dell’emergenza sanitaria.

Per 9 giovani su 10 sostenibilità ambientale e lotta al riscaldamento globale sono le priorità nell’agenda italiana del futuro prossimo e l’agricoltura, in particolare, è il settore che prima e meglio degli altri ha interpretato queste urgenze. Per il 60% della genZ (composta dai 15-24enni), infatti, gli agricoltori hanno operato per rendere la filiera del cibo sostenibile, il 48% per i millennial.

Agricoltura sostenibile per i giovani significa anche concrete opportunità lavorative, con l’88,7% convinto che sia possibile creare occupazione di qualità, con valori che arrivano all’89,5% tra i giovanissimi della GenZ.

Per il 51,7% dei giovani il settore agricolo si rilancerà prima degli altri nel post Covid-19 e per l’82% – l’85% nella GenZ – questa ripresa sarà decisiva in altri ambiti oggi in difficoltà, come il turismo e la filiera del food.

Le nuove generazioni, insomma, riscoprono l’Agricoltura e non è un caso se tra le imprese agricole nate nell’ultimo decennio l’11,3% abbia un titolare giovane, pronto a scommettere sull’innovazione tecnologica e la digitalizzazione dei sistemi di produzione.

L’impegno, la paura e la poca fiducia nelle istituzioni

Per i giovani, la sostenibilità resta il criterio regolatore per eccellenza di economia e società. Pensando al post Covid-19, infatti, emerge che il 62,8% farà più attenzione a ridurre gli sprechi, con quote analoghe tra genZ (60,7%) e millennial (63,5%); il 46,4% farà la raccolta differenziata per i rifiuti, mentre il 32,2% acquisterà prodotti locali, a km zero, per limitare l’inquinamento; il 32,1%, poi, eviterà acquisti di prodotti in plastica (è il 43,8% tra la genZ e il 27,9% tra i millennial).

I dati dell’Osservatorio dimostrano ancora una volta come il settore agricolo costituisca un asset strategico per l’economia nazionale e per lo sviluppo sostenibile del nostro Paese”. Così il presidente della Fondazione Enpaia, Giorgio Piazza, ha commentato i dati emersi dal 3° numero dell’Osservatorio del mondo agricolo.

L’agroalimentare – ha spiegato il Presidente della Fondazione Enpaia – è il settore del futuro e sarà il traino per la ripresa economica del Paese post pandemia. A mio avviso sono tre i cardini su cui puntare: innovazione tecnologica, sostenibilità e giovani. Soprattutto bisognerà sostenere concretamente questi ultimi, convinti che il percorso post Covid sarà lungo e difficile, ma al  tempo stesso determinati nel realizzare i propri progetti e raggiungere i propri obiettivi. Stabilità del lavoro e protezioni sociali – avverte – costituiscono le maggiori incertezze delle nuove generazioni, ma anche il terreno su cui verranno misurate le istituzioni e la rappresentanza politica”.

Il lavoro è la grande incertezza per i giovani italiani: il 43,3% di chi un lavoro ce l’ha teme di perderlo, con un grado di incertezza superiore addirittura a quella legata ai rischi sulla salute (il 34,5%). Inoltre, la grande maggioranza di genZ (82%) e millennial (81%) ritiene che la competizione sui mercati debba contemperarsi con una buona protezione sociale.

Infine, sono alte le quote di giovani che non hanno fiducia in istituzioni di vario tipo. E’ così per partiti politici (78% genZ, 75% millennial, ed è l’81% nel totale popolazione), amministrazioni locali (62% genZ, 61% millennial ed è il 64% nella popolazione), pubblica  amministrazione (61% genZ, 61% millennial ed è il 68% sul totale della popolazione), Ue (48% genZ, 56% millennial ed è il 61% sul totale della popolazione) e media (50% genZ, 54% millennial ed è il 60% sul totale della popolazione).

Divina Commedia

In carcere si serve la Divina Commedia. Chef e detenuti cucinano Dante.

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Chissà se Dante Alighieri sapeva cucinare, a quanto pare doveva essere un buongustaio, quello che sappiamo per certo è che per celebrare il Sommo Poeta in questo 2021, a 700 anni dalla sua morte, le iniziative a tavola sono state numerose. Dai grandi brand agli chef stellati, dai libri di ricette agli eventi la Divina Commedia è stata interpretata dall’antipasto al dolce.

Uno degli eventi più recenti e forse tra i più speciali per la sua valenza si è svolto lo scorso 11 maggio 2021 presso la Casa di Reclusione di San Gimignano (SI) dove la Chef Claudia Fraschini, autrice del libro “Beata o dannata? La Divina Commedia è servita” (edito da Trentaeditori), assieme allo chef Andrea Lavacca, ha incontrato i detenuti studenti dell’istituto di Istruzione Superiore “Bettino Ricasoli” di Siena che opera all’interno della struttura penitenziaria come Istituto professionale per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera.

Dal libro al piatto

Dal libro al piatto, studiare Dante diventa una prova di laboratorio culinario, un gioco di associazione e abbinamenti fra materie prime, un’interpretazione dei sensi. È stato così per la chef Fraschini, che su questo tema ha messo insieme una raccolta di ricette, suddivise tra inferno, purgatorio e paradiso, ed è stato così anche per questi studenti particolari, che attraverso la cucina puntano alla loro rivalsa e rieducazione.

L’evento “La Divina Commedia è servita” si inserisce in un percorso letterario – culinario intrapreso nelle classi per celebrare il sommo poeta a 700 anni dalla sua morte – ci spiega la professoressa di Italiano e Storia Gilda Penna, ideatrice e curatrice del progetto per la parte letteraria. – L’idea nasce dalla voglia di mettere a confronto le due esperienze concepite sì in modalità e in contesti differenti ma, inevitabilmente, collegate dalla stessa passione per Dante e per il cibo. Per gli studenti che hanno preso parte attiva, l’evento è stato il punto di arrivo di un percorso letterario-culinario sul rapporto cibo-Divina Commedia. Un evento fortemente voluto anche dal direttore del carcere, una mente innovativa, che crede fermamente nella rieducazione”.

Divina Commedia

Una brigata speciale

La chef Fraschini, coadiuvata dagli studenti della III A, ha realizzato tre ricette, scelte dagli stessi studenti, ispirate al capolavoro dantesco e tratte dal suo libro: “Seppie e ‘nduja” per il girone degli iracondi dell’Inferno, “Occidentalis gyoza” per il girone degli invidiosi del Purgatorio e la “Paris Brest” per il cerchio degli spiriti trionfanti del Paradiso. A seguire da remoto la realizzazione dei tre piatti anche gli studenti detenuti del Triennio (III B, IV A, V A) con i quali la chef ha interagito, rispondendo alle loro domande e soddisfacendo in pieno le loro curiosità.

I piatti realizzati dagli studenti rappresentano non solo il percorso dantesco, ma anche il loro percorso di vita, come ci tiene a sottolineare la prof. Penna: “Questa giornata è stata il punto di arrivo di un percorso che ha impegnato i corsisti per mesi. La base è stata quella letteraria, gli studenti hanno affrontato uno studio attento e approfondito della Divina Commedia, hanno potuto fare un confronto con sé stessi e con il proprio percorso di vita, per poi trasferire le loro sensazioni a tavola, traducendo ogni Cantica in un piatto. Hanno potuto inoltre sperimentare le conoscenze acquisite dimostrando competenza e professionalità e vivere il momento come crescita e formazione con tecnici del settore”.

Soddisfatti gli studenti e il corpo docente, nonché il Direttore del carcere di San Gimignano, Giuseppe Renna, il funzionario giuridico-pedagogico Rita Favente, e il vice comandante della Penitenziaria Giuseppe Bonfitto, che hanno lavorato in squadra per realizzare questo evento didattico e anche il magistrato di sorveglianza, Maria Letizia Venturini, presente all’evento.

Le parole della chef

Molto soddisfatta anche la stessa Claudia Fraschini che ci racconta così la sua esperienza: “Non sapevo cosa aspettarmi da un’esperienza di questo tipo e devo confessare che la preparazione dei ragazzi e l’impegno che ci hanno messo ha reso tutto molto facile e divertente. Non ero mai entrata in un carcere in vita mia e tanto meno ero mai venuta a contatto con persone in regime di lunga detenzione. Il mio timore era di non essere adeguata nel portare a loro la mia solita leggerezza ed allegria. Mi chiedevo se potevo argomentare la mia passione con amore, cura, attenzione per l’altro senza sembrare retorica e fuori luogo. Contro ogni aspettativa è stato tutto molto naturale e ci siamo sentiti tutti a nostro agio, le mura del carcere sono in parte scomparse, lasciando spazio all’unica vera forza che ci animava: umanità, amore per la cucina, voglia di fare bene. I loro volti nascosti dalle mascherine lasciavano in mostra solo gli occhi, che brillavano come quelli dei bambini che scoprono che il 25 dicembre è arrivato Babbo Natale e li ha riempiti di regali. I ragazzi si sono impegnati a mettere loro stessi, la loro parte migliore in quel che facevano e ci sono riusciti. I piatti erano fatti bene, raccontavano emozioni di rivalsa, desiderio di amare ed essere amati senza giudizi e preconcetti”.

Il valore della Divina Commedia

“La Divina Commedia è servita” testimonia come la cucina sia formativa e costruttiva e non ha dubbi su questo Claudia, che aggiunge: “il senso del cucinare è la scelta di uno stile di vita preciso: prendersi cura dell’altro, partendo da sé stessi e mettendo in un piatto tutto ciò che siamo. La cucina è soprattutto trasformazione e l’ingrediente segreto più potente è l’amore. Perdonare sé stessi e ritornare nel mondo con intenti nuovi credo sia lo sforzo più gravoso per questi uomini, che provano a offrirsi agli altri imparando il linguaggio della cucina. Attraverso la cucina viaggiano, immaginano e scoprono profumi, consistenze, colori, raccontano le loro storie, cosi come hanno fatto nelle loro preparazioni dedicate a Dante”.

La cucina come opportunità

Anche la cucina è fatta di studio ed è “farcita” da libri di altre materie a cui questi studenti si avvicinano per scelta, per curiosità, per svago come ci racconta in conclusione Gilda Penna: “La cucina e la scuola rappresentano per i nostri studenti una seconda occasione, una nuova occasione per cambiare, per mettersi in gioco e per riscattarsi. Nella maggior parte dei casi, i detenuti si iscrivono a scuola per curiosità, per ‘passare il tempo’ o per vedere gente diversa ma, poi, piano piano iniziano ad appassionarsi, iniziano a provare una certa soddisfazione in quelle mattinate trascorse tra i banchi, rendendosi conto che la cultura rende liberi. Sono molti i progetti che annualmente realizziamo, per esempio oltre che su Dante gli iscritti dell’istituto alberghiero sono impegnati quest’anno in un corso di apicoltura, tecnica e produzione del miele e in tempi “normali” l’anno scolastico si concludeva con l’evento “Insieme con gusto”, un pranzo aperto alla comunità esterna che speriamo di realizzare appena superata questa situazione epidemiologica”.

Ovviamente l’evento si è concluso a tavola con la degustazione dei piatti realizzati e se volete sapere quali sono stati i loro commenti e scoprire in dettaglio le ricette e i piatti realizzati trovate tutto sul blog Scriviamocongusto curato dagli stessi detenuti dove sono raccolti lavori e piatti realizzati durante l’intero anno scolastico.

Bonverre

“La Cru di Giulietta e Romeo”: Giacomo Sacchetto per Bonverre

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La ricetta identitaria Made in Verona protagonista della nuova tappa Bonverre del “Siediti, ti racconto una storia TOUR

Lo chef Giacomo Sacchetto, una stella Michelin, firma la nuova ricetta “La Cru di Giulietta e Romeo” e riscrive la storia di un intero territorio: pancia di maiale, formaggio Monte Veronese DOP e vino rosso delle colline circostanti. Bonverre vuole essere Storyteller di racconti che includono territori, prodotti, ricette, tradizioni, interpreti, e lo fa, oltre che con ricette sottovetro che arrivano ovunque, anche con un circuito di eventi e degustazioni, al momento trasmessi online, nei diversi territori.

La Cru

Territorio, materia prima e concretezza: la cucina de La Cru si basa su tre solidi fondamenti, e sulla mano del giovane chef Giacomo Sacchetto. Aperto a novembre 2019 il ristorante si trova a Villa Balis Crema a Romagnano in Valpantena, ai piedi dei Monti Lessini, in provincia di Verona. Nato a Verona nel 1985, Giacomo è un giovane chef che tutti gli chef conoscono, uno che ha fatto esperienza e che non ha voluto saltare le tappe: nel corso della sua carriera ha trascorso sette anni al St.Hubertus di Norbert Niederkofler, 3 da sous chef, poi altri 4 come sous chef a Casa Perbellini a Verona.

Non vogliamo una cucina che faccia per forza parte di qualche filone di pensiero, pensiamo a una cucina che sia radicata nel nostro territorio. Quindi facciamo una grande ricerca delle materie prime che andiamo a procurarci nei dintorni e ne facciamo una cucina molto concreta, con piatti che abbiano dai 3 ai 5 elementi, comprensibili sia a livello di gusto che visivo” spiega Giacomo.

La ricetta per Bonverre

“La Cru Giulietta e Romeo” è un piatto che viene proposto al ristorante, qui “ingegnerizzato” per diventare un Bonverre. “Abbiamo voluto racchiudere in un vaso alcuni ingredienti del nostro territorio, ma soprattutto una grande lavorazione – spiega Giacomo Sacchetto – Ad esempio la pancia di maiale viene cotta per 6-8 ore delicatamente, per renderla fondente, e anche la salsa al vino rosso ha una lavorazione di 4-5 ore”. Il risultato? Lo racconta lo stesso chef “Un gusto pieno, con punte sapide dovute alla crema di Monte Veronese DOP, una componente grassa data dalla pancia di maiale controbilanciata dalla nota acida della riduzione del vino rosso e dello scalogno”. La Cru di Giulietta e Romeo si può servire come antipasto insieme ad un’insalata di cavolo cappuccio condita con aceto, oppure diventa un secondo piatto insieme alla polenta. Da provare anche come sugo per primi piatti, pasta o risotti, “ma penso che come secondo piatto sia l’ideale” dice lo chef.

Bonverre

Il Monte Veronese DOP

Verona e le colline della provincia sono ricche di cultura e di attività artigianali. Sui Monti Lessini è possibile scoprire una tradizione casearia di altissimo livello. Il Monte Veronese è un formaggio a denominazione di origine protetta prodotto con latte vaccino tipico della parte settentrionale della provincia di Verona – Lessinia, monte Baldo e fascia collinare prealpina – un’area dove allevamento, alpeggio e produzione di latte e formaggio sono un’antica tradizione. Ė prodotto in due tipologie diverse: il latte intero, gusto delicato e dolce, struttura morbida, facilmente solubile in bocca, da consumare fresco e il d’allevo, prodotto con latte parzialmente scremato, dal sapore più deciso e saporito, tipico del formaggio stagionato che tende a diventare leggermente piccante con il protrarsi della stagionatura. “È un formaggio con una componente sapida e in certe stagionature anche piccante – spiega lo chef Giacomo Sacchetto – Lo utilizziamo per diverse preparazioni. Nella ricetta Bonverre è presente il Monte Veronese DOP di 24 mesi, per dare una nota leggermente piccante e un po’ più sapida alla nostra ricetta”.

Bonverre, conservare la cucina italiana

Bonverre nasce dal desiderio di narrare l’autentica tradizione culinaria del Bel Paese e preservare ricette e sapori che rischiano l’estinzione. Una ampia gamma di prodotti d’eccellenza che raccontano la ricca storia gastronomica, le profonde radici e l’eterogeneità di usi e costumi del territorio italiano. Ricette autentiche ideate da chi interpreta la storia di un territorio con personalità: gli chef più noti del nostro panorama gastronomico.

Ricordi e ricette dai protagonisti della cucina italiana

Con Bonverre si può entrare nella storia della cucina italiana con il Ragù di Selvaggina di Igles Corelli, o rivivere l’infanzia di Diego Rossi con Il Cortile, il ragù di frattaglie come lo faceva sua nonna, oppure si può provare la versione rock del classicissimo ragù alla bolognese, quello di Oltre, la trattoria che ha rivoluzionato il panorama gastronomico di Bologna. In un vaso sono racchiuse tradizioni ormai dimenticate come l’Aggiadda, il sugo acido della cultura tarbarchina sarda o la Trippa di Baccalà, tradizione veneta dei pranzi in famiglia di una volta e oggi riscoperta grazie a ristoranti come il Desco. Salato, ma anche dolce, con il panettone in vasocottura di Olivieri 1882, votato miglior Panettone d’Italia per il Gambero Rosso e il Pan dei Siori, tipico dolce delle feste veronese, della storica Pasticceria Offelleria Perbellini.

Sostenibilità

Gli italiani, il cibo e la sostenibilità dei sistemi alimentari

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Italiani, cibo e ambiente, a tavola la sfida per il futuro del pianeta e per la sostenibilità dei sistemi alimentari. È quanto rileva il Rapporto Italia 2021 di Eurispes nel capitolo dedicato all’alimentazione

A tavola l’85,2% sceglie un regime alimentare tradizionale mentre la restante parte della popolazione si divide fra il 6,6% di coloro che affermano di non essere attualmente vegetariani ma di esserlo stati in passato, il 5,8% di vegetariani e il 2,4% di quanti aderiscono ad uno stile alimentare vegano. Si tratta di un trend in crescita soprattutto negli ultimi due anni come dimostrano i dati del Rapporto Italia 2021 di Eurispes secondo cui nel 2021 in Italia la percentuale di vegetariani e vegani è dell’8,2%.

E l’Italia è sul podio dei maggiori produttori europei di alimenti vegetali, proteine in particolare: un mercato in crescita costante, in cui le offerte dei produttori si moltiplicano perché la richiesta è forte, e non più solo da parte del popolo “veg” ma anche da parte di chi si preoccupa della sostenibilità.

Italiani “veg” e boom delle proteine green

Per il 23,1% di quanti si dichiarano vegetariani o vegani – spiega il rapporto – questa scelta si inserisce “in una più ampia filosofia di vita, che non si esaurisce nell’amore verso gli animali, ma abbraccia una volontà più ampia di sostenibilità per prendersi cura del mondo in cui viviamo”.

Uno sviluppo che arriva da lontano, seguendo l’onda lunga degli anni 90, ma che in questi ultimi 2-3 anni ha registrato un ulteriore step di sviluppo grazie alla maggiore attenzione verso la sostenibilità, la salute del pianeta, e complice la demonizzazione del consumo di carne che paga il conto degli alti costi ambientali. Insomma, i consumatori fanno sempre più attenzione all’impatto  ambientale delle proprie scelte di acquisto e premiano i prodotti che soddisfano il palato e senza gravare sull’ecosistema.

Il carrello della spesa degli italiani è, dunque, sempre più “verde” anche in piena pandemia. Secondo i dati di Everli, il marketplace della spesa online, che ha preso in esame gli ordini effettuati sul sito e via app, nel 2020 è aumentata del 14% la spesa di prodotti vegani e vegetariani.

Ecco cosa comprano gli italiani

Nella top 10 dei cibi vegan più acquistati nei supermercati italiani il tofu, grande classico della cugina veg, si aggiudica il primo posto davanti a hummus (secondo posto) e burger e mini burger vegetali (terzo posto). All’ultimo posto in classifica si posiziona invece il tempeh, altro famoso alimento asiatico che caratterizza questa alimentazione.

Inversione di tendenza per i vegetariani dello Stivale che inseriscono in classifica prevalentemente primi e secondi piatti e considerano i burger vegetali un “must have” irrinunciabile sulle loro tavole. Completano il podio le cotolette vegetariane (secondo) e i libanesi falafel (terzo), mentre la top 5 si chiude con un primo piatto italianissimo, le lasagne – vegetariane – rigorosamente al ragù (quinto).

Guardando alla distribuzione geografica l’Emilia Romagna e la Lombardia si aggiudicano il primo posto come regioni più vegane d’Italia, con tre città ciascuna nella top 10 delle città italiane con il maggior numero di ordini online di questa categoria: Bologna in vetta, Milano al terzo posto e Pavia un gradino sotto al podio, seguite da Bergamo (sesto posto), Modena (settimo posto) e Parma (nono posto).

I vegetariani dello Stivale si concentrano soprattutto in Toscana. Tra le 10 province che nell’ultimo anno hanno registrato il maggior numero di ordini di questi prodotti spiccano infatti ben tre province toscane: Firenze, Livorno e Pisa, che popolano la seconda parte della classifica, rispettivamente al sesto, settimo e ottavo posto.

Diffuse le diete “senza” e l’uso integratori

Nel 2021 sono molto diffuse le cosiddette diete “senza” e l’uso di integratori di diverso tipo. In particolare, il 31,4% degli italiani predilige prodotti senza zucchero, senza grassi aggiunti, senza l’uso di antibiotici; il 23,5% sceglie prodotti che presentano al loro interno l’aggiunta di vitamine, minerali o altri nutrimenti; il 17,1% segue un’alimentazione arricchita regolarmente da integratori; il 17% sceglie prodotti privi di lattosio e il 13,8% privi di glutine.

Segue un’alimentazione che predilige prodotti senza zuccheri e grassi aggiunti il 34,4% delle donne contro il 28,3% degli uomini; una dieta che predilige l’acquisto di prodotti arricchiti con Omega 3, il 25,5% delle donne contro il 21,5% degli uomini.

Sceglie prodotti senza lattosio il 20,1% delle donne contro il 13,8% degli uomini, arricchiti con integratori il 19,3% delle donne contro il 14,8% degli uomini e senza glutine il 15,2% delle donne contro il 12,3% degli uomini.

Assocarni, Farm to Fork per valorizzare il Made in Italy

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Così, Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni, lo ha spiegato all’AGI, riprendendo il recente evento di approfondimento sulla Farm to Fork promosso da Eunews in collaborazione con Carni Sostenibili e European Livestock Voice

Il nostro modello rappresenta un’opportunità e una transizione verso una realtà più sostenibile, in grado di valorizzare le eccellenze agroalimentari italiane e rispondere alle esigenze dei consumatori. L’implementazione della strategia Farm to Fork, studiata per trasformare il sistema alimentare europeo deve avvenire in modo razionale. Sarà necessario accantonare gli approcci ideologici e irrazionali e procedere con estremo equilibrio”.

Il presidente di Assocarni ha sottolineato che l’assenza di valutazioni di impatto accurate sulle modalità di implementazione della strategia nelle filiere agroalimentari potrebbe provocare un effetto boomerang e penalizzare le eccellenze italiane ed europee, andando a discapito di produttori e consumatori.

Italia seconda potenza al mondo per uso di robot e automazione nelle filiere agroalimentari

Il settore di zootecnia in Italia produce eccellenze qualitative uniche anche dal punto di vista della sostenibilità – ha ribadito Scordamaglia – si pensi che produrre un chilogrammo di carni rosse in territorio italiano provoca circa un quinto delle emissioni associate alla stessa produzione in altre parti del mondo. Nel nostro Paese solo il 4,4 per cento del totale delle emissioni dipendono dalle filiere agroalimentari, e questo valore è calato dell’11% negli ultimi decenni, mentre nelle altre economie europee le emissioni zootecniche hanno registrato aumenti e incrementi”.

Credo sia davvero significativo evidenziare che siamo la seconda potenza al mondo per robot e automazione impiegata in ambito di filiera agroalimentare – continua – un risultato raggiunto non grazie al ritorno che qualcuno vorrebbe a tecniche antiquate, ma, al contrario, per l’utilizzo di metodi e tecnologie innovative che ci permettono di ottimizzare le rese riducendo al massimo gli input: abbiamo registrato una diminuzione del 15 per cento nell’uso di fertilizzanti chimici, e del 42 per cento nel ricorso agli antibiotici, per citarne solo un paio”.

Scordamaglia ha aggiunto che, viste le esigenze uniche di ogni differente terreno, poter contare su strumenti quali satelliti, sensori, georeferenziazione in grado di soddisfare selettivamente le esigenze specifiche dei differenti terreni ed allevamenti, rappresenta un motivo di orgoglio per la nazione in questo settore.

Cibo naturale, sostenibile e sicuro VS fake meat, fake cheese e alimenti sintetici

“Il consumo reale di carne rossa in Italia è di circa 75 grammi al giorno, nettamente inferiore rispetto al limite dei 100 grammi giornalieri indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. L’assunzione di alimenti naturali, sostenibili e sicuri, così caratteristica del nostro Paese, non può essere accantonata.

Un approccio ideologico e irrazionale – ha proseguito Scordamaglia – potrebbe d’altro canto avvantaggiare quelle multinazionali che hanno tutto l’interesse a distaccare la produzione di un prodotto dalla terra, dai contadini, dai territori e favorire ad esempio il consumo di fake meat o fake cheese, prodotti che non possono essere paragonati agli alimenti naturali. Nonostante l’enorme potenza di fuoco nella comunicazione di queste multinazionali, i prezzi più elevati e i falsi claim salutistici fabbricati ad hoc per questi articoli non possono essere comparati a una filiera di produzione e trasformazione agroalimentare naturale.

Alimenti sintetici con meat naming che ingannano il consumatore con presenza di vegetali ultra trasformati, additivi chimici aggiunti all’alimento per alterarne sapore e consistenza, basi chimiche invece che naturali non devono e non possono rappresentare l’obiettivo di una nazione come l’Italia, che gode di salumi, formaggi, carni e prodotti di eccellenza”.

La strada della sostenibilità

Il percorso verso la sostenibilità non può prescindere dall’utilizzo di tecnologie volte a ridurre l’impatto ambientale e massimizzare la resa. “Tornare all’aratro al passato come qualcuno vorrebbe significa esporre gli stessi animali allevati e i consumatori a una serie di rischi. L’approccio della strategia Farm to Fork deve essere basato su un grande equilibrio.

Quello della sostenibilità è un concetto dalle varie accezioni – ha concluso il presidente di Assocarni – tra cui la valenza economica, che riguarda l’importanza di un ritorno equo non solo per il distributore ma anche per l’allevatore o l’agricoltore a monte della filiera. Implementare una strategia di sostenibilità che si basi su un approccio razionale ed equilibrato ci consentirebbe di vendere i nostri prodotti con una valenza competitiva maggiore, in termini di qualità, prezzo e sostenibilità a livello globale“.

Parco Appio

Parco Appio firma l’estate romana

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Torna anche per l’estate 2021 l’esperienza gastronomica di Parco Appio. Dopo la stagione scorsa di successo e considerate le restrizioni covid il Parco romano di fronte alla fonte Egeria si mette il vestito migliore e divertente e promette un’estate en plein air dalle mille facce. In sintesi trattoria, pizzeria, griglieria, Natural Bar, che si traduce nei fritti e nelle pizze di Mirko Rizzo e Federico Feliziani, birre artigianali, mixology, colazione con la migliore pasticceria di Roma, pokè per le pause pranzo light e la cucina romana per quella più golosa e sostanziosa, la carne e per concludere un calendario di eventi realizzati in collaborazione con Tlon, (dpcm permettendo), che daranno vita ad un vero e proprio Festival targato Parco Appio, con concerti, spettacoli, presentazioni di libri e dischi, dj-set e talk. Insomma dalla colazione al dopo cena (sempre dpcm permettendo), Parco Appio regala la formula che mancava nella capitale, adatta a tutti, famiglie, bambini, vacanzieri, smartworker compresi, a chi ha voglia di normalità, di stare insieme agli altri e stare all’aria aperta e in sicurezza.

Restart

Anche questo 2021 sarà un anno particolare e proprio per questo Federico Feliziani, ideatore del format, ha voluto mettere a punto un programma per la stagione spring/summer che eleggesse Parco Appio a “il posto” di Roma. Si tratta di un restart totale, come lui stesso sottolinea: “ma non solo ripartire da dove avevamo lasciato l’estate scorsa, questo è ripartire per non fermarsi, rimettiamo in moto i sensi, la mente, il gusto e il piacere di ritrovarsi insieme”.

 Cosa c’è di bello a Parco Appio vi chiederete? Noi lo abbiamo provato anche quest’anno e possiamo dire che fin dall’entrata, dal viale illuminato dalla cascata di luci la sera o con il sole di giorno si respira la voglia di spensieratezza, la voglia di stare fuori all’aria aperta e di vivere ogni momento della giornata in piena normalità. A farti sentire a tuo agio e come in una grande famiglia o in un circolo di amici sono gli stessi ragazzi dello staff. Questa è la sensazione iniziale, a cui segue poi il divertimento del palato. E qui possiamo dire che il duo Rizzo-Feliziani si è impegnato riuscendo a mettere a menu una molteplicità di scelta che mette d’accordo tutti: carnivori, pizzalovers, fan dei fritti, vegani e vegetariani. E ora vi raccontiamo come.

Il Natural Bar

Si parte dal bar con il servizio bar/caffetteria e i lievitati per la colazione. Tanti, buoni e tutti speciali realizzati da pasticcerie e forni romani a rotazione (si parte per i primi 15 giorni con quelli di Casa Manfredi). All’ora di pranzo passa tutto nelle mani della chef sicula e vegetariana Antonella Giuffrè (scuola Bonci), che propone pokè bowl mediterranee: una cucina made in italy, con cous cous, fregola e molto altro, tutto healty.  A questi si affiancano i ‘panini del contadino’, con il pane che arriva fresco tutti i giorni dal Forno Feliziani di Prati e le ‘imbottiture’ provenienti da piccoli artigiani italiani selezionati con cura da Natural Born Drinkers. Per l’aperitivo anche questo rigorosamente ‘contadino’ con salumi e formaggi provenienti dalla selezione di Natural Born Drinkers.

Cosa si beve? Centrifughe, vini naturali e birre artigianali sempre by Natural Born Drinkers; il chiosco è anche cocktail bar, con una proposta mixology fino al dopocena. La grande novità è l’incursione giapponese di Umami nel weekend (sab/dom), quando il Natural Bar si trasforma nel pop-up della trattoria giapponese del quartiere San Giovanni con rolls, gyoza, sushi, bun al vapore ecc.

 

Parco Appio

L’Elementare Pizzeria

Come l’anno scorso, il must rimane la pizza bassa e scrocchiarella, quella tipica romana come Mirko Rizzo sa fare e ritorna con la pizzeria L’Elementare. Quest’anno c’è uno spazio più ampio con più coperti. La carta è identica a quella de L’Elementare Trastevere: stesse pizze e stessi fritti, stessa goduria da provare sul posto o a casa se si preferisce l’asporto.

Sui fritti si gioca duro pizze fritte classica, genovese e con mortadella, burrata e zeste di limone, da mangiarne in quantità; pasta fritta, come la lasagna e cacio e pepe, da definire peccaminose e poi i supplì, tanti supplì classici, filanti e ghiotti. Anche i vegetariani possono trovare la loro dimensione nel fritto di Mirko Rizzo con la polpetta che abbiamo assaggiato in un fuori menu chiamata “capra e cavoli” a base di cavoli e un saporitissimo formaggio di capra. Le Pizze? Dalla classica margherita, capricciosa e marinara alla fiori e alici o bufala e reggiano fino a quella chiamata Vacanze romane. Fanno tutto lo stesso effetto: belle da vedere, buone da mangiare, impasto ben idratato, materie prime di territorio selezionate e digeribilità garantita.

Parco Appio

L’Elementare Trattoria

Altra grande news di Parco Appio 2021 è la trattoria by L’Elementare. Menù classico da trattoria romana, le stesse materie prime utilizzate in pizzeria, cucina sincera, atmosfera da fraschetta. Dai fritti al dolce, caffè e ammazza caffè anche per un pranzo semplice e conviviale con familiari e amici. Taglieri abbondanti, manzo, salsiccia, hamburger alla griglia succulenti e da leccarsi i baffi, carne saporita e tenera e dalla cottura perfetta, primi piatti abbondanti e che onorano la tradizione.

Perché andare a parco Appio

Se quello fin qui descritto, new entry comprese, non vi ha convinto, un altro buon motivo è la location che si trova tra Appia Antica, Ardeatina, Parco della Caffarella e Appia Pignatelli, che vi dà la possibilità di lunghe passeggiate a piedi o in bici, le visite alle catacombe o un tour sull’Appia Antica se volete dedicarvi una giornata da turisti; il mercato di Campagna Amica nel weekend nel parcheggio di Parco Egeria, e poi per tutti i giorni sempre disponibili postazioni per lo smart-working con tavoli provvisti di prese elettriche per lavorare open air senza stress con laptop e tablet, tra il verde e gli uccellini, una birra o altro per stimolare la creatività.

E poi Parco Appio fa rima con sostenibilità: tutte le strutture sono realizzate con materiali di recupero fatti rivivere per l’occasione e pensate per un nuovo utilizzo dopo la chiusura del village. Ovviamente il verde è tutto “vero” e il progetto Parco Appio traccia dallo scorso anno un percorso di recupero delle aree verdi comunali, con l’obiettivo di riportare al centro l’importanza e la bellezza degli spazi all’area aperta da condividere.  Ultimo ma non meno importante, dopo essere stato a Parco Appio, vai via rilassato, felice e amico di tutti.

PARCO APPIO
via dell’Almone 105 – 0179 Roma
lun-dom – h 9.00 – 2.00
Facebook/Instagram: @parcoappio

Parco Appio

Coca-Cola

Nuova bottiglia con 100% plastica riciclata made in Veneto per Coca-Cola

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Promuovere un’economia sempre più circolare. Con questo obiettivo Coca-Cola introduce sul mercato italiano la sua prima bottiglia realizzata con il 100% di plastica riciclata (rPet)

Le nuove bottiglie 100% rPet, come sempre 100% riciclabili, saranno utilizzate non solo per i prodotti Coca-Cola, ma anche per gli altri marchi del portafoglio dell’azienda come Fanta, Sprite e FuzeTea, per un totale di 150 milioni di confezioni nel 2021 realizzate completamente in plastica riciclata. Nel 2021 il gruppo ha triplicato i quantitativi di rPet utilizzato.

Riciclare correttamente in ottica di economia circolare

Dall’abolizione del limite del 50% di plastica riciclata, non abbiamo sprecato un giorno e oggi siamo orgogliosi di essere la prima azienda di bibite analcoliche a introdurre sul mercato una bottiglia realizzata interamente con rPet”, ha dichiarato Cristina Camilli, direttore comunicazione e relazioni istituzionali Coca-Cola Italia.

I nostri packaging sono già tutti 100% riciclabili e con questa nuova bottiglia faremo un ulteriore passo per rendere sempre più concreto il concetto di economia circolare e invitare a riciclare correttamente, affinché nessuna bottiglia venga sprecata e possa tornare a nuova vita”.

La strategia World Without Waste

Questa innovazione, possibile a seguito dell’abolizione del limite del 50% di rPet nella produzione di bottiglie, si inserisce all’interno della strategia di lungo periodo di Coca-Cola, “World Without Waste”, che negli ultimi 10 anni si è concretizzata in 100 milioni di euro di investimenti con impatto sulla sostenibilità in Italia.

Oltre all’utilizzo crescente di plastica riciclata nelle confezioni, Coca-Cola è da anni impegnata nella riduzione della materia prima negli imballaggi in vetro, alluminio e plastica e con la recente introduzione di “KeelClip” ha concretizzato il suo impegno anche a favore degli imballaggi secondari, quelli non a diretto contatto con il prodotto.

L’innovativo sistema in carta 100% riciclabile permette di eliminare completamente l’involucro in plastica dalle confezioni multiple di lattine, con un risparmio di 450 tonnellate di plastica all’anno. Infine, dopo Fanta, verrà rimosso il colore anche dalle bottiglie di Sprite, al fine di rendere più facile il riciclo in nuove bottiglie trasparenti.

L’impegno di Coca Cola e i prossimi passi

Per rispondere al meglio alle esigenze dei consumatori lavoriamo costantemente per innovare il nostro portfolio, dalla riduzione dello zucchero al lancio di nuove bevande. Lavoriamo per ridurre il nostro impatto ambientale reintegrando l’acqua che utilizziamo per produrre le nostre bevande e promuovendo il riciclo dei nostri packaging.

Insieme ai nostri partner imbottigliatori abbiamo più di 700 mila dipendenti e contribuiamo alla creazione di opportunità economiche in tutti i Paesi in cui siamo presenti. Dal 1927 in Italia, oggi contiamo 5 stabilimenti e oltre 2.000 dipendenti. Il nostro portfolio comprende 40 prodotti, dalle bevande gassate ai tè, dalle acque alle bevande vegetali e il 60% dei prodotti dell’azienda è a ridotto, basso o nullo contenuto calorico”.

Nei prossimi mesi saranno progressivamente realizzate con il 100% di plastica riciclata tutte le bottiglie di Coca-Cola, Coca-Cola Zero Zuccheri, Coca-Cola Senza Caffeina, Coca-Cola Light Taste, Coca-Cola Gusto Limone Zero Zuccheri da 330 ml, 450 ml, 660 ml, Fanta Original, Fanta Senza Zuccheri Aggiunti e Sprite da 450 ml e 660 ml e Fuzetea da 400 ml e 1,25 L.

ENEA lancia rete nazionale per agrivoltaico sostenibile

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Enea lancia una rete italiana aperta a imprese, istituzioni, università e associazioni di categoria per promuovere l’agrivoltaico sostenibile, che consente di produrre energia elettrica da fotovoltaico e, al tempo stesso, di coltivare i terreni

L’obiettivo del network è di arrivare alla definizione di un quadro metodologico e normativo di linee guida per la progettazione e valutazione degli impianti, di strumenti di supporto ai decisori e di contribuire alla diffusione di conoscenze e promuovere le eccellenze italiane nei settori delle nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, dell’agricoltura e del paesaggio.

All’iniziativa coordinata dall’ ENEA hanno già manifestato il sostegno: l’Associazione Italiana Architettura del Paesaggio (AIAPP), Confagricoltura, Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali (CONAF), Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), Italiasolare, Legambiente, REM Tec, Società Italiana di Agronomia (SIA) e Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

Sviluppo dell’agrivoltaico e Pnrr

A livello operativo, ENEA ha costituito un’apposita task force multidisciplinare nell’ambito di due dipartimenti – ‘Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili’ e ‘Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali’ – con la possibilità di utilizzare laboratori, infrastrutture e professionalità pluriennali nei settori delle tecnologie green e dell’agroindustria.

L’iniziativa s’inserisce nel più ampio contesto della missione ‘Rivoluzione verde e transizione ecologica’ del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, che per lo sviluppo dell’agrivoltaico prevede investimenti per 1,1 miliardi di euro, una capacità produttiva di 2,43 GigaWatt, con benefici in termini di riduzione delle emissioni di gas serra (circa 1,5 milioni di tonnellate di CO2) e dei costi di approvvigionamento energetico.

Inoltre, lo sviluppo dell’agrivoltaico potrebbe contribuire a superare alcune delle criticità che oggi ostacolano la crescita del fotovoltaico. “La specificità dei contesti urbani italiani e il limitato potenziale di integrazione del fotovoltaico negli edifici, ma anche le incertezze legate al cambiamento di uso del suolo e alla trasformazione del paesaggio bloccano le autorizzazioni”, ha rimarcato Ezio Terzini, responsabile divisione ENEA di Fotovoltaico e Smart Devices. “I sistemi agrivoltaici possono quindi rappresentare una valida risposta; per incoraggiarne la diffusione è necessario sviluppare soluzioni tecnologiche innovative e criteri di progettazione e valutazione delle prestazioni degli impianti”.

I valori e le opportunità dell’Agrovoltaico

Secondo uno studio ENEA-Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, pubblicato sulla rivista scientifica Applied Energy, le prestazioni economiche (Misurate come Levelised Cost of Electricity, LCoE) e ambientali (Misurate con metodologia di analisi del ciclo di vita, LCA) degli impianti agrivoltaici sono simili a quelli degli impianti fotovoltaici a terra, soprattutto se si utilizzano tensostrutture per limitare l’impiego di acciaio e cemento. Il costo dell’energia elettrica prodotta risulta essere di circa 9 centesimi di euro per kWh, mentre le emissioni di gas serra ammontano a circa 20 g di CO2eq per megajoule di elettricità.

Ma i valori aggiunti sono rilevanti, in quanto, alcune tipologie d’ installazioni agrivoltaiche (es. pannelli a 5 m di altezza, ricorso a tensostrutture) incidono in misura relativamente limitata sul consumo di suolo rispetto agli impianti a terra e, in specifiche condizioni ambientali (es. stress idrici), possono permettere di conseguire un aumento della resa di alcune colture in quanto l’ombra generata dagli impianti agrivoltaici, se ben calibrata, riduce la temperatura del suolo, e il fabbisogno idrico delle colture. In specifici contesti, l’agrivoltaico può contribuire ad aumentare la resilienza del settore agroalimentare rispetto agli impatti del cambiamento climatico e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030”, ha spiegato Alessandro Agostini, ricercatore ENEA della Divisione Produzione, Storage e Utilizzo dell’Energia, e tra gli autori dello studio.

Il sistema agroalimentare deve affrontare i temi della decarbonizzazione, della sostenibilità e della competitività e, in questo contesto, l’agrivoltaico può rappresentare una nuova opportunità per gli agricoltori tramite modelli win-win che esaltino le sinergie tra produzione agricola e generazione di energia”, ha commentato Massimo Iannetta, responsabile della Divisone ENEA di Biotecnologie e Agroindustria. “Il settore, inoltre, può contribuire a rafforzare il tessuto produttivo agricolo attraverso l’approccio Nexus che guarda alla stretta interdipendenza tra produzione di cibo, energia e acqua, allargando la visione ad un altro fattore cruciale, il suolo, con le sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche che vanno salvaguardate”.

Integrazione dell’agrivoltaico con i sistemi ecosistemici

L’agrivoltaico è un settore dalle caratteristiche uniche in grado di combinare energia, nuove tecnologie, agricoltura e conservazione del paesaggio anche a tutela delle comunità locali e delle loro attività, con benefici in termini di sostenibilità ambientale, economica e sociale”, ha sottolineato Alessandra Scognamiglio, ricercatrice ENEA del Laboratorio Dispositivi innovativi presso il Centro ricerche di Portici e coordinatrice della task force AgrivoltaicoSostenibile@ENEA.

Riteniamo che non esista un solo agrivoltaico, ma diverse soluzioni da declinare secondo le specifiche caratteristiche dei siti oggetto di intervento: la sfida è trasformare una questione tecnica in una questione di cultura complessa, con un approccio transdisciplinare supportato dai risultati della ricerca sulle migliori combinazioni colture/sistemi fotovoltaici”.

Occorre valutare i potenziali impatti dell’agrivoltaico sotto diversi punti di vista, includendo i servizi ecosistemici associati ai sistemi agrari integrati con la produzione di energia e gli impatti ambientali e paesaggistici associati a tutto il ciclo di vita delle infrastrutture associate a questi impianti. Su questi temi è fondamentale il ruolo della ricerca scientifica a supporto delle decisioni politiche, rispetto allo sviluppo economico associato all’industria delle energie rinnovabili.

Il rischio è che una diffusione decontestualizzata di questi impianti porti di fatto a un cambio di destinazione d’uso di terreni agricoli, dal momento che la produzione di energia oggi permette redditi ben superiori alle coltivazioni, in quanto nella valutazione economica non vengono contabilizzati servizi ecosistemici, inclusi la qualità del paesaggio e del suolo, di cui la società beneficia senza che questi siano remunerati ai produttori”, ha dichiarato Michele Perniola, presidente della Società Italiana di Agronomia.

Billo

Ecco BILLO, il piatto bilanciato progettato dal food designer Mauro Olivieri

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Esiste il piatto perfetto?  A questa domanda non cercate di rispondere cercando di ricordare il nome dello chef o la ricetta di un piatto che vi ha colpito il cuore e avete trovato “perfetto”. Non stiamo parlando di perfezione creativa, culinaria o estetica, ma di perfezione alimentare, che risponde anche al nome di bilanciamento.

La teoria del “piatto ideale

Secondo la dieta mediterranea l’alimentazione ideale si compone di tutti i macronutrienti in quantità diverse e da mangiare più o meno frequentemente. Il piatto bilanciato prende origine proprio da questo concetto base per poi essere approfondito nel tempo da studi dedicati. Il Piatto del Mangiar Sano o Piatto Unico Bilanciato è stato studiato, infatti, come metodo alimentare all’inizio del decennio scorso dagli esperti di nutrizione della Harvard T.H. Chan School of Public Health che hanno redatto anche una guida per creare pasti salutari e bilanciati. Un’iniziativa di educazione alimentare importante che si fonda sul concetto della ripartizione equilibrata del piatto in base al fabbisogno dei vari nutrienti e del giusto apporto energetico completo.

L’Healthy Eating Plate si schematizza in un’area circolare, che rappresenta un piatto ideale, divisa in quadranti, le diverse porzioni: uno spazio per proteine sane (pesce, pollo, legumi), uno spazio per i cereali, preferibilmente integrali (riso, pasta, pane), un altro per gli ortaggi e infine uno spazio per una porzione di frutta o dolce.

E la pratica?

Questa la teoria del “piatto ideale studiata da esperti nutrizionisti della Harvard School of Public Health, ma la pratica? A questa ci ha pensato di recente, dopo studi e prove di alcuni anni, Mauro Olivieri, studioso di “food del territorio” e “food production” e pluripremiato food designer, da sempre appassionato di cucina e attento ai cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi 20 anni.

Insieme ad un team formato da Emanuele Gnemmi, Amministratore della Emanuele Gnemmi Consulting che vanta una trentennale esperienza nel mondo del Food and Beverage e la dietista Consuelo Vecchio, Mauro Olivieri ha cercato di creare un contenitore vero e proprio, funzionale a quella composizione schematica teorizzata. Un lavoro di ricerca nell’ambito del food design applicato che va avanti dal 2018 e che ha portato alla creazione di Billo.

Billo è un contenitore pratico, comodo e veloce che risponde a questa esigenza. Un piatto in cui ogni alimento ha il suo spazio e la sua quantità esatta e non un impiattamento unico.  In poche parole Billo è un “luogo” dove comporre insieme i cibi crudi o cotti, da mangiare o cucinare in un secondo momento, senza tradire le quantità ideali e di conseguenza aiutandoci a mantenerci in forma e in salute.

Come è fatto Billo

La forma circolare, dal diametro di 27 cm, riporta al tradizionale piatto e la sua suddivisione in aree calcolate definisce il sistema e la collocazione dei vari alimenti consentendo di determinare pesi e calorie in modo controllato tale da conferire al piatto le giuste quantità e il corretto bilanciamento dei vari alimenti presenti. Le anse di forma triangolare aiutano ad avere la percezione visiva di una quantità di cibo maggiore in modo da offrire anche agli occhi appagamento e valore per ciò che verrà mangiato e l’arrotondamento ai vertici dei triangoli aiuta nella raccolta del cibo contenuto.

Il piatto presenta poi una cosiddetta mantovana esterna che lo circonda, seguendo appunto il perimetro, con lo scopo di creare una comoda maniglia di presa che evita il contatto diretto del palmo della mano con il piatto se caldo e soprattutto agevola la manovra di presa anche con due mani per le persone anziane.

Per la frutta o il dolce è stata creata poi una piccola ciotola, già incorporata, che può essere rimossa prima del posizionamento/riscaldamento del piatto in un forno a microonde.

È in plastica riciclabile al 100%, prodotto a Genova dall’azienda Stefano Carlucci, attenta alle tematiche ambientali, e può essere messo sottovuoto, grazie alla partnership con “Vacutech” sono, infatti, disponibili gli stampi per il confezionamento in Atmosfera Protettiva per garantire maggior Shelf Life degli alimenti. Il confezionamento di Billo è stato progettato ad hoc per evitare lo scambio di liquidi e il sottovuoto è gestito in modo tale che ciascuna insenatura del piatto sia perfettamente sigillata e chiusa singolarmente evitando così fuoriuscite e commistioni tra le parti.

Billo

Dove si utilizza Billo

Billo è un piatto pensato come strumento di educazione alimentare applicata nella ristorazione collettiva, soprattutto quella scolastica, ospedaliera o nelle RSA dove ha particolare importanza l’età, lo stato di salute, l’operatività.

Ma anche in altre situazioni della vita di tutti i giorni potrebbe essere un utile accessorio, che agevola in cucina single o chi in cucina è poco pratico. Billo trova facile applicazione ai banchi della gastronomia per comporre dei pasti per una persona, ma anche nei marchi della grande distribuzione, luoghi dove c’è una forte richiesta di praticità e di riduzione del tempo di consumo.

Da una ricerca fatta dall’Osservatorio Immagino Nielsen GS1 Italy, risulta, infatti, che in Italia tra ipermercati e supermercati, c’è un forte aumento nel carrello della spesa di acquisto di piatti pronti e i soggetti coinvolti spesso sono donne lavoratrici, sportivi, businessmen, famiglie mononucleari, che quotidianamente consumano pasti fuori casa in momenti sempre più limitati di pausa dal lavoro per il pranzo.

Billo sarebbe, dunque, la soluzione ideale e sana che ti dà la possibilità di avere un pasto già confezionato e con cibi scelti anche a seconda della propria dieta, (vegana, proteica, onnivora, vegetariana) con il perfetto bilanciamento tra minerali, vitamine, grassi, zuccheri, proteine. Il mezzo più semplice per ottenere un risparmio di tempo, di denaro con il massimo beneficio anche grazie a chef esperti che sappiano elaborare dei menu completi e pronti che coniugano la dieta sana a gusto, qualità e praticità.

Aspettiamoci presto di vederlo tra i banchi frigo dei supermercati o proposto al nostro nutrizionista.