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Agosto 2020

Il Circeo in tasca con Le Guide di Repubblica

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In edicola la Guida dedicata al Parco Nazionale del Circeo, tra sapori e sentieri nascosti

È in edicola e in tutte le librerie (anche in digitale), il volume dedicato al Parco Nazionale del Circeo, un percorso sapientemente articolato, a cura de Le Guide di Repubblica, tra i sapori e i sentieri nascosti di una terra ricca di luoghi magici e dalle tradizioni antiche. Il viaggio editoriale che offre il Circeo a portata di tasca, con itinearari illustrati da personaggi dello sport, del cinema, della cultura e dello spettacolo e che porta il lettore alla scoperta di tesori archeologici e prodotti tipici.

I protagonisti

«Mi piace, fu fatta da architetti che erano grandi progettisti al di là del fascismo, una città disegnata con intelligenza, molto moderna, con giardini, verde, divisa bene, un’architettura umanistica che non segue un’idea di consumo e mette al centro l’essere umano». Un’appassionata intervista alla scrittrice Dacia Maraini sul suo rapporto con Sabaudia, vissuta a stretto contatto con Pier Paolo Pasolino ed Alberto Moravia, è l’articolo d’apertura della nuova Guida, che disegna i contorni dello straordinario territorio alle porte di Roma, attraverso decine di passeggiate, tra paesaggi naturalistici, siti archeologici, trekking ed interviste a testimonial d’eccezione, tra cui il regista Paolo Genovese o l’attrice Elena Sofia Ricci. Insieme a loro anche grandi nomi del mondo dello sport, come Giovanni Malagò o il pallavolista Andrea Giani, seguiti da star dello spettacolo e del costume, come Marisa Laurito e Lavinia Biagiotti, Frida Giannini e Manuela Arcuri, fino a donne di cultura come Nori Corbucci e Manuela Fiorini de Rensis.

Le parole del Direttore Giuseppe Cerasa

Il Circeo viene così svelato in ogni suo aspetto, fornendo a portata di lettura itinerari che spaziano dalle dune alla foresta, dal mare ai laghi, dalla fauna alla fora. «Un paradiso tra Roma e Napoli che da migliaia di anni rappresenta uno dei luoghi più belli del mondo, un parco che viene voglia di definire un dono del creato e che noi ci onoriamo di raccontare in questa Guida che si aggiunge alle altre di un prestigiosa collana dedicata ai più bei parchi d’Italia», scrive il direttore delle Guide, Giuseppe Cerasa. «Un parco forte del passato, che guarda al futuro sostenibile di questi territori. Concretamente. Dove il vincolo della tutela di questo capitale naturale e culturale diventa opportunità per uno sviluppo esclusivo e per la promozione delle sue bellezze», scrivono poi il Presidente Antonio Ricciardi e il Direttore Paolo Cassola, dell’Ente Parco Nazionale del Circeo.

Gli itinerari culturali

Le orme di protagonisti della storia del cinema e della letteratura, come Anna Magnani e Johann Wolfgang von Goethe, illuminano il sentiero dedicato agli itineari culturali, con lo speciale capitolo dedicato a “Il Parco e il Cinema”, in cui si ripercorrono celebri set che hanno avuto il Circeo a far da sfondo. La sezione “Il Parco” passa in rassegna le peculiarità uniche di quest’area, dalla possibilità di birdwatching al mosaico di ambienti diversi, mentre nella sezione “Il Monte Circeo” sono esaminati i vari sentieri che attraversano il mitologico promontorio, fino alla vetta panoramica. E se gli Itinerari naturali sono delle passeggiate nella foresta, lungo il cordone dunale o tra le affascinanti zone umide, “Storia e Archeologia” è il capitolo che conduce i lettori alla scoperta di reperti unici al mondo come la Villa di Domiziano, le Mura Ciclopiche, il Monastero dell’Isola di Zannone e la Grotta Guattari.

Gli Eventi e gli appuntamenti

“Feste e Festival” è invece la sezione che passa in rassegna tutte le kermesse che si svolgono nella zona durante l’anno, tra teatro, musica, cinema, letteratura, attività sportive ed escursioni. A seguire, “Il Parco dei Sapori” celebra i prodotti enogastronomici frutto di questa terra, tra cui il kiwi giallo, la carne di bufala, il finger lime, l’anguria pontina e lo zafferano. Non mancano ovviamente i consigli su dove mangiare, dove comprare e dove dormire nei comuni del Parco (Sabaudia, San Felice Circeo e Latina, oltre all’isola di Zannone) e nei dintorni del Parco (Terracina, Pontinia), con decine di segnalazioni di ristoranti, trattorie, pizzerie, aziende agricole, botteghe del gusto, hotel, b&b e dimore di charme. Completano infine il volume la sezione dedicata ai Produttori di Vino e “Il Parco in Cucina“, un vero e proprio ricettario in cui dieci abitanti del parco svelano passo passo i segreti per preparare piatti tipici, come le anguille alla brace e lo stracotto di bufalina.

Per saperne di più: https://www.facebook.com/leguiderepubblica

Antonio Biafora e Simone Cantafio da Hyle il 9 settembre

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Dopo settimane di attesa, è finalmente ufficiale la data della cena che vedrà lo chef Simone Cantafio, executive chef del 2 stelle Michelin di Michel Bras a Toya, in Giappone, e Antonio Biafora dividersi la cucina di Hyle: mercoledì 9 settembre. A San Giovanni in Fiore (Cs), uno degli ultimi allievi di Gualtiero Marchesi si cimenterà nella cucina a vista di Hyle, regalando ai fortunati ospiti la degustazione di alcuni dei piatti iconici che esegue con grande personalità nel ristorante della Maison Bras in Giappone.

Lo chef Cantafio

Calabrese di origine, Cantafio, classe 1986, è nato a Rho. Dopo la scuola alberghiera Carlo Porta a Milano, ha iniziato, ad appena 17 anni, a girare nelle cucine più prestigiose del panorama italiano del periodo, da Carlo Cracco al maestro Marchesi, nella cui brigata ha militato per tre anni. Fino ad approdare in Francia, alla corte del tri-stellato Georges Blanc, e infine a quella di Michel Bras, diventando executive chef e direttore a Toya. Alla fine del 2021, Simone Cantafio, assieme alla famiglia Bras, ha in cantiere l’apertura di un nuovo ristorante in Giappone, a Karuizawa, nel cuore del Paese, un progetto che vede anche la firma architettonica del maestro Kengo Kuma.

La collaborazione

Antonio Biafora e Simone Cantafio, che è rimasto bloccato in Calabria durante tutta l’emergenza legata al Coronavirus, spiegano così l’idea di questa collaborazione: “in un periodo delicato come quello che il mondo sta vivendo, saper adattarsi e restare in movimento è l’ingrediente segreto per poter continuare a far vivere le nostre passioni. Così è nata questa bella iniziativa, in amicizia, davanti a un camino e con una gran voglia di guardare avanti con uno spirito positivo e di crescita”.

Hyle

Hyle è il progetto di fine dining strettamente legato alla Sila e all’intero territorio della Calabria. Una nuova proposta di cucina che si basa sulla conoscenza storica e sulla cultura del luogo, capace di creare un’esperienza gastronomica che raccoglie intuizioni, idee e tradizioni. Hyle ha riaperto presentando un nuovissimo menù, in cui si incontrano materie prime e prodotti di piccoli allevatori locali, alta cucina e attenzione ai dettagli, assieme a una proposta di servizio ‘conviviale’, che interagisce con cucina e sala, creando un’unica esperienza gastronomica capace di coinvolgere l’ospite in tutte le fasi della degustazione.

Hyle è aperto a cena dal 1 luglio, da martedì a venerdì, mentre a pranzo e a cena, il sabato e la domenica.

Hyle
Località Torre Garga, San Giovanni in Fiore (Cs)

Movie’n Chips: il Drive In di Ostia che unisce Cinema&Cibo

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Andare al cinema d’estate non è mai un’abitudine così diffusa. Deve esserci proprio quel film imperdibile, altrimenti meglio fare due passi al fresco. Oppure, se siete degli assidui mangiatori e bevitori, meglio scegliere un bel locale all’aperto e godersi una cenetta o una bevuta.  Ad Ostia, per la gioia di tutti, hanno ideato il giusto compromesso. Si chiama Movie’n Chips e ci troviamo nel Drive In Paolo Ferrari, all’esterno del Multisala Cineland. A curare la parte food, troviamo la collaborazione di Barnaba Wine & Cucina, il tutto gestito da Magnolia Eventi.

Il progetto cinema e food

Si tratta di un classico Drive In tanto diffuso qualche decennio fa, posto in cui le nuove generazioni (sottoscritto compreso) difficilmente è stato. Oggi, anche grazie e a causa del Covid-19, stiamo assistendo a una rinascita di questo format. Parcheggio enorme per 460 posti auto, un “maxissimo” schermo da 23×10 metri, un film diverso ogni sera e un area ristorazione con posti a sedere. Qui, dalle 19.00 si aprono le danze ed è possibile godersi del buon cibo in attesa della proiezione del film che inizia alle 21.00.

Il menu è incentrato su un offerta in stile street food: hamburger, club sandwich, hot dog, ma anche fritti e gli immancabili pop corn. Non scordiamo che siamo al cinema, e cosa c’è di più bello se non ordinare del cibo senza dover aspettare l’intervallo tra primo e secondo tempo? Scrivendo un semplicissimo messaggio whatsapp è infatti possibile ordinare e il tutto viene recapito direttamente nella tua auto. Anche le affollate file e l’ansia che il film ricominci da un momento all’altro è superata.

Il racconto della serata

Arriviamo intorno alle 20.30, parcheggiamo l’auto nel posto assegnatoci  e subito di corsa a prendere da mangiare. La scelta ricade sulle proposte targate Barnaba: un hot dog di polpo e un club sandwich con roast beef. Decidiamo di mangiare in auto, per vivere al meglio l’atmosfera Drive In e perché il film sta per iniziare. Si tratta de “Gli anni più belli” di Muccino: una pellicola dai mille sapori che ripercorre la vita di 4 amici, soffermandosi sui momenti frizzanti, dolci, piccanti e amari. Torniamo al cibo.

Il mio timore per le sorti della tappezzeria della macchina viene meno una volta visto il panino: il club sandwich è ben stratificato, pieno, ma il pane è rimasto sodo e compatto; godurioso e saporito, dopo ogni morso rimane ben strutturato, insomma, realizzato con grande cura. L’hot dog di polpo semplice, ma buonissimo: pesce di ottima qualità cotto a maestria, pane croccante esternamente e morbido dentro in modo da assorbire tutto il sapore del polpo. Lo spettacolo inizia e si sa l’appetito vien guardando il film. Prendo il mio telefono e ordino due crocchette di polpo, una porzione di moscardini e delle patatine entrambi fritti. Nuovo timore: puzza fritto in macchina, anche questo superato. Il cameriere/rider arriva in sella alla bici consegnando il pacco, felice come un bimbo a Natale scarto e trovo una frittura asciutta, che non lascia cattivo odore di olio andato e soprattutto sfiziosa.

Il film continua, emozionante, passionale e coinvolgente come pochi, ma di cinema non siamo certo esperti. Bisogna dire, però, che la visuale è ottima, nonostante fossimo in una smart e l’audio arriva attraverso la radio in maniera impeccabile. Non ancora sazi e rilassati come sul divano di casa, anzi di più perché da mangiare lo fanno gli altri e te lo portano, ordiniamo una porzione di pop corn che ci fa compagnia fino a fine spettacolo.

Il nuovo approccio alla tavola di RetroBottega

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Il 26 Agosto il Ristorante di RetroBottega a Roma ricomincia il servizio con la cena, grazie a un’idea di menù completamente nuova, che ruota attorno ai singoli ingredienti, sviluppati e manipolati in piatti da scoprire di volta in volta, affidandosi quasi a occhi chiusi all’estro di Alessandro Miocchi e alla sua sensibilità gastronomica. Un originale e nuovissimo concept in cui al centro dell’offerta c’è la grande materia prima scelta dagli chef Miocchi e Lo Iudice, lavorata e costruita con tecniche e abbinamenti tesi a estrapolarne e a esaltarne la sua natura e le sue caratteristiche.

Da Retrodelivery a RetroPizza

Mai fermi Alessandro Miocchi e Giuseppe Lo Iudice, gli chef mente e anima del progetto RetroBottega, che, dopo il lancio dell’e-commerce Retrodelivery e il temporary format RetroPizza, ora sono pronti a stupire con un nuovo progetto, che segue sempre le orme concettuali di RetroBottega, ma che viene modulato nell’intento di evolvere la proposta di cucina del ristorante e di renderla ancor più contemporanea.

RetroPizza, nel frattempo, non si ferma, ma continua a vivere nel locale RetroVino, con nuove pizze e nuovi abbinamenti, che, come sempre, cambiano di mese in mese, seguendo la reperibilità delle migliori materie prime dei produttori e dei contadini selezionati da Miocchi e Lo Iudice.

Il progetto

Abbiamo pensato a una sorta di ‘lista della spesa’, piuttosto che a un nuovo menù che spieghi i piatti”, racconta Alessandro Miocchi. “Il cliente sceglie il prodotto e si affida al nostro racconto, che lo interpreta sempre attraverso un processo creativo personale, che ci permette di essere più liberi e al contempo di esaltare le materie prime della stagione”. E così ci saranno narrazioni sul Peperone, sul Pomodoro, così come sullo Sgombro o sull’Acciuga, sul Piccione… storie da portare sulla tavola e nel piatto dell’ospite che, a sua volta, dovrà decidere di affidarsi “al buio” all’interpretazione della cucina. Una sorta di blind tasting, dove però nulla è nascosto, ma piuttosto, analizzato e sviluppato secondo le mani e la testa degli chef, con un unico fine: creare un nuovo approccio alla tavola, rinnovando l’esperienza RetroBottega.

L’importanza di ortaggi e verdure

Ci piaceva iniziare con un pasto nuovo, perché in questo periodo, in cui tutti desiderano tornare a quello che erano prima dell’emergenza sanitaria, secondo noi ora è impossibile, ora è il momento di fare qualcosa di diverso. Di utilizzare le energie per costruire il nuovo, per stupire, magari in maniera paradossalmente più semplice e di rinnovare la convivialità della tavola secondo nuovi canoni.” Questo l’intento degli chef, che, ancora una volta, hanno deciso di dare ampio spazio alla materia vegetale, con una selezione di ingredienti che per l’85% prevedono ortaggi e verdure. La semplicità dell’offerta non significa però che non ci sia una costruzione e uno studio approfondito delle pietanze: il piatto è complesso ma non si vede, si scopre, boccone dopo boccone.

CUCINA ITALIANA ALL’ESTERO: PERCHÉ JAMIE OLIVER, NIGELLA LAWSON E COMPAGNIA SPADELLANTE “CI PRENDONO PER I FORNELLI”

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Da parecchio tempo, ma il fenomeno si è acuito negli ultimi anni, la cucina italiana risulta essere di gran lunga la preferita del pianeta. Peccato, però, che nel Regno Unito e in Nord America sia divulgata da personaggi del calibro di Jamie Oliver, Nigella Lawson, Gino D’Acampo, Rocco Dispirito, Gabriele Corcos, Giada de Laurentiis, David Rocco, Buddy Valastro o Donal Skehan. Celebrity chef accomunati dall’indubbia saccenza, fastidiosi come formiche nelle mutande e televisivamente insopportabili.

Le “interpretazioni” della cucina italiana

Questi “ricettatori” del desinare italico hanno come riferimento la cucina degli emigrati italiani all’estero, ma è un altro pianeta! Se dalla loro hanno l’abilità nel sapersi vendere – a quanto pare molto bene – e la conoscenza del mondo della ristorazione, per “far da mangiare italiano” è meglio che vadano ad imparare da qualche cuoco serio in Italia, di quelli senza “stelle”, “gamberi”, “omini Michelin”, “cappelli” o “forchette”, famosi solo a livello locale per la loro cucina vera, rustica, tradizionale, senza grilli per la testa, spesso declassata dalle guide gastronomiche al girone infero della trattorazione.

I ristoranti “italiani” all’estero

Come per l’inglese parlato male, così la cattiva cucina italiana, soprattutto quando si ha a che fare con la pasta, è un linguaggio universale e comprensibile a tutti, sia che venga parlata con un perfetto accento oxoniense o che venga massacrata da inetti cucinieri. Se dico che 2 ristoranti italiani su 10 all’estero possono essere annoverati come tali, sono già di manica larga. Qui da noi i rimanenti godrebbero della stessa reputazione che Giordano Bruno avrebbe reclamizzando la Diavolina®. Alcuni sono gestiti da mestieranti che non hanno mai lavorato in una cucina in Italia, altri appartengono a connazionali emigrati all’estero con un passato spesso in chiaroscuro nella ristorazione. Tal altri provengono da settori professionali totalmente diversi, ma che una volta arrivati nel paese straniero d’adozione si inventano cuochi e ristoratori adattandosi ai gusti locali, proprio come avviene per le cucine etniche qui da noi e fortuna loro se la maggioranza degli stranieri non sa distinguere un piatto italiano fatto a regola d’arte da uno che fa pena.

La stessa cucina imbarazzante che – ahimè – si trova in molti ristoranti dei maggiori centri turistici italiani. Il problema è che all’estero in pochi hanno la mentalità di spendere certe cifre per mangiare bene e se si vuole cucinare italiano con i sacri crismi ci sono parecchie cose da importare, a costi maggiori, quindi solitamente si deve spendere più che in Italia per mangiare a parità di qualità. E per gli onesti che vogliono fare cucina italiana di livello è molto arduo tirare avanti, perché accanto a lui ci sono almeno 8 pasticcioni lestofanti che agli occhi degli stranieri fanno «Gli stessi piatti, ma ad un prezzo migliore». La stessa cosa di chi da noi mangia il sushi dai cinesi con la formula dell’ALL-YOU-CAN-EAT perché «Là, dal giapponese vero, per lo stesso cibo si paga almeno il triplo».

I piatti-non piatti

Viaggiando intorno al mondo ho scorto nei menu di molti pseudo-ristoranti italiani “specialità” come fettuccine Alfredo, chicken parmesan, spaghetti bolognaise,  Havaiian pizza, cotoletta napoletana. Sono tutti piatti-caricatura di una cucina “diversa” dall’autentica italiana, frutto – nel migliore dei casi – di una mescolanza di culture gastronomiche eterogenee che ha generato uno stile tutto proprio. Come per la cucina caraibica, brasiliana o di altri paesi che hanno vissuto intensi periodi di colonizzazione e scambi con altre tradizioni culinarie che poi, dopo decenni hanno dato vita a tradizioni nuove, ma che poco hanno in comune con le loro origini. Basti pensare a cos’è la cucina creola: nulla a che vedere con le proprie radici, ma frutto di un miscuglio che ha preso vita propria ed un suo carattere, cosa che ne fa una tradizione diversa da quelle di origine.

Saper scegliere

L’importante è saper contestualizzare e scegliere di conseguenza. Sembrerà banale, ma l’unica maniera – ma anche la più difficile da realizzare – per promuovere la vera cucina italiana all’estero è proporla seriamente, con le giuste competenze e con ingredienti autentici e di qualità, ma anche curando quella che il turista straniero trova in Italia, che non sempre corrisponde a questi tanto decantati principi. In una tipica trattoria di Bologna ordinerò solo ed esclusivamente le tagliatelle della sfoglina con il ragù della casa. A Little Italy, quartiere di New York, mi fingerò Tramp (non Donald che, semmai, di cognome fa Trump…) e condividerò il mio piatto di spaghetti meatballs con la mia Lady. Senza troppi pregiudizi.

Agroalimentare

Innovazioni nella filiera agroalimentare e attenzione alla biodiversità, l’Europa fa sul serio

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L’Unione Europea con il lancio delle strategie “Farm to Fork” e “Strategia Europea per la Biodiversità 2030”, dimostra massima attenzione per un radicale cambiamento nelle politiche in materia di natura e cibo e nella filiera agroalimentare.

Negli anni recenti intorno al cibo si è sviluppato un dibattito sempre più ampio e approfondito, in parallelo con la crescente consapevolezza degli elementi di crisi che il sistema agro-alimentare si trova a dover affrontare. Se da un lato l’innovazione tecnologica può aprire la strada a pratiche di produzione più sostenibili, dall’altro sistemi agricoli meno impattanti possono introdurre e veicolare forme di acquisto più attente al rispetto della biodiversità.

Un obiettivo da raggiungere, secondo la Commissione Europea, attraverso una serie di azioni concrete come la riduzione dei prodotti chimici nell’agricoltura, la salvaguardia del 30% del territorio e dei mari, una sensibilizzazione sociale sulle criticità della produzione e del consumo eccessivo di carne (soprattutto in caso di allevamenti intensivi) e latticini.

Economia, ambiente, dinamiche di popolazione sono tutti temi che, sul cibo, hanno stimolato il confronto tra idee diverse che vanno, da una nuova rivoluzione tecnologica volta a sostenere percorsi di intensificazione produttiva, al dibattito sulle possibili produzioni post-carbon, al ripensamento di diete sostenibili dal punto di vista ambientale e della salute delle persone, fino ai temi della produzione locale, della riduzione dello spreco, della riduzione dell’impatto delle filiere agro-alimentari sui rifiuti prodotti.

La Strategia “Farm to Fork”

La Strategia “Farm to Fork” ovvero “dal campo alla tavola”, prevede, che: “I sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta” e che “la sostenibilità deve ora diventare l’obiettivo chiave da raggiungere”. La strategia “Farm to Fork” tocca molti aspetti della filiera, dall’agricoltura fino al modo in cui vengono etichettati gli alimenti. Essa dovrà contrastare i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, gli sprechi alimentari integrandosi con il Piano d’azione sull’economia circolare, e cogliere le opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche e dalla ricerca scientifica.

I principali obiettivi previsti dalla Strategia sono una riduzione del 50% dell’uso di pesticidi altamente pericolosi, una riduzione del 20% nell’uso di fertilizzanti e una riduzione del 50% dell’uso di antibiotici in agricoltura e acquacoltura, il tutto entro il 2030. Inoltre tra gli obiettivi rientrano anche l’impegno al raggiungimento del 25% della superficie agricola europea (Sau) in biologico; destinare il 10% delle aree agricole a infrastrutture verdi per la conservazione della natura, in coerenza con la Strategia 2030 per la Biodiversità; e la riduzione dello spreco alimentare.

La Strategia “Farm to Fork” rappresenta, dunque, il piano decennale messo a punto dalla Commissione europea per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente. Il progetto di una politica alimentare che proponga misure e obiettivi che coinvolgono l’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo costituisce uno sforzo deciso da parte dell’Unione Europea che pone come suo specifico obiettivo quello di rendere i sistemi alimentari europei più sostenibili di quanto lo siano oggi.

Cosa prevede la Strategia “Biodiversità 2030”

La Strategia per la biodiversità riguarda l’elaborazione, ogni due anni, di un rapporto sull’attuazione e l’efficacia della Strategia stessa. A tal fine è stato predisposto un set preliminare di: 10 indicatori che mirano a rappresentare e valutare lo stato della biodiversità in Europa, che riguarderanno l’individuazione delle principali minacce e/o criticità per la biodiversità emerse nell’ambito della stessa area di lavoro; l’identificazione di obiettivi specifici per contrastare tali minacce; la definizione delle priorità d’intervento sulla base degli strumenti d’intervento, in particolare:

La nuova strategia si pone l’ obiettivo di stabilire aree protette per almeno il 30% del mare ed il 30% della terra in Europa; il ripristino degli ecosistemi degradati terrestri e marini in tutta Europa attraverso l’utilizzo di agricoltura sostenibile; l’arresto del declino degli impollinatori; il ripristino di almeno 25.000 km di fiumi Europei ad uno stato di corrente libera; la riduzione dell’uso e del rischio di pesticidi del 50%; la piantagione di 3 miliardi di alberi entro il 2030.

Inoltre la Strategia prevede anche la destinazione del 10% dei terreni agricoli a elementi di biodiversità come siepi e fasce fiorite per migliorare la sostenibilità dell’agricoltura; l’introduzione di obiettivi vincolanti per ripristinare ecosistemi cruciali su larga scala come torbiere, zone umide, foreste ed ecosistemi marini, tutti vitali per la biodiversità nonché per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici; la riduzione al minimo dell’uso di biomassa, come gli alberi, a fini energetici.

Nel segno della continuità d’azione…

L’Unione Europea, sulle basi del successo ottenuto dall’esperienza di Horizon 2020, nell’ambito delle norme e finanziamenti europei per una filiera agroalimentare sostenibile, con Horizon Europe, il nuovo programma 2021-20207 destinato alla ricerca e all’innovazione, proporrà investimenti nella ricerca innovativa sugli alimenti, sulla bio-economia, sulle risorse naturali, sull’agricoltura, sulla pesca, sull’acquacoltura e l’ambiente e sull’uso delle tecnologie digitali applicate anche al settore agro-alimentare.

La ricerca e l’innovazione sono i fattori chiave per una transizione verso sistemi alimentari sostenibili, sani e inclusivi  il Fondo InvestEU istituito dalla Commissione Europea con la Banca Europea per gli Investimenti (Bei), promuoverà gli investimenti nel settore agroalimentare riducendo il rischio degli investimenti effettuati dalle società europee e agevolando maggiormente l’accesso ai finanziamenti per le imprese, favorendo così quelli che sono i principi di una finanza etica e sostenibile.

Tutto ciò per conseguire gli obiettivi ambiziosi delle strategie. La Commissione europea svilupperà inoltre le alleanze verdi sui sistemi alimentari sostenibili per rispondere alle sfide in diverse parti del mondo e si impegnerà per conseguire risultati ambiziosi in occasione del vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari del 2021, come l’istituzione di un quadro normativo generale per una filiera agroalimentare sostenibile che contribuirà ad alzare gli standard.

Ecco perché l’approvazione delle due Strategie rappresenta una prima mossa importante dell’Unione Europea in materia di biodiversità e di filiera agro-alimentare, nell’ambito dell’European Green Deal. La strategia “Biodiversità 2030” e la Strategia europea “Farm to Fork” (sulla filiera agroalimentare) capisaldi dell’European Green Deal dovranno viaggiare sullo stesso binario e quindi dovranno essere portate avanti insieme.

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l’Europa e per il mondo. Per superare queste sfide, l’Europa ha bisogno di una nuova strategia per la crescita che trasformi l’Unione in un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva in cui poter promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un’economia pulita e circolare.

La rete e gli influencer: intervista a Matteo Pogliani

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I mesi passati tra le mura domestiche a causa dell’emergenza Covid hanno fatto registrare un’impennata nell’utilizzo di internet e dei social. Ore passate navigando alla ricerca di ricette da rifare a casa, ma soprattutto raccontando la propria quarantena e seguendo le varie dirette dei propri beniamini. E quando si parla di beniamini più che di campioni di calcio, cantanti o attori ci riferiamo agli influencer: da quelli della moda come Chiara Ferragni a quelli del food come Benedetta Rossi che risulta essere il nuovo fenomeno web del momento.

Cosa hanno fatto di così particolare questi influencer durante la pandemia?

Niente di così diverso da quello che hanno fatto tutti gli altri. Rinchiusi in casa hanno saputo condividere con il loro pubblico di followers le loro giornate, in tuta e senza trucco, facendo sport o cucinando. Una condivisione del quotidiano che si è trasformata per molti in un legame stretto tra influencer e consumatore, preso in analisi proprio dall’Osservatorio Influencer Marketing (OIM), che negli scorsi mesi ha condotto un’indagine qualitativa attraverso una community online di 30 persone e un’indagine quantitativa attraverso 500 interviste online a utenti social e follower di influencer con età compresa tra i 18 e i 55 anni.

I numeri nel dettaglio

Gli utenti intervistati – con account Facebook (96%), Instagram (91%) con accesso di almeno una volta a settimana – hanno dichiarato di aver cambiato il proprio modo di utilizzare i social durante il periodo di chiusura totale. Un utente su quattro ha iniziato a seguire nuovi influencer e ben il 18% dichiara di aver cambiato in positivo la propria opinione. Rispetto al periodo ante-covid durante il lockdown il 63% degli utenti intervistati ha dichiarato di aver utilizzato i social per tenersi informato sull’attualità; il 52% per tenersi in contatto con familiari e amici e poi da parte di tutti guardare trend e foto del momento, seguire pagine e profili di marche e prodotti, condividere e commentare contenuti. Il 52% degli utenti intervistati ha compiuto delle azioni perché ispirato dai propri guru digitali, con il 61% che  si è dedicato alla cucina realizzando ricette secondo i consigli dell’influencer di riferimento (percentuale che prima del lockdown era pari al 44%); il 49% ha fatto allenamento insieme a loro (erano solo il 27% prima lockdown) e uno su tre ha addirittura fatto una donazione (il 33% durante il lockdown contro il 19% nel periodo precedente).

L’intervista all’esperto

Dati alla mano abbiamo rivolto qualche domanda a Matteo Pogliani, digital marketer esperto del fenomeno influencer, autore di due libri sull’argomento e fondatore dell’OIM per capire meglio che tipo di rapporto si è costruito tra utenti e influencer, per quali motivi e con quali vantaggi “educativi” e “commerciali” in questo periodo particolare.

Cosa hanno scoperto e trovato gli utenti negli influencer?

“Hanno trovato dei punti di riferimento credibili da cui ricevere supporto, si tratti di informazioni, contenuti utili (lezioni di cucina ad esempio) o intrattenimento. Esigenze emerse prepotentemente durante il lockdown e confermate a più riprese da analisi e report (es. Global Webindex). Un legame rinsaldato e amplificato dalla situazione certo, ma soprattutto dalla maggiore spontaneità che ha contraddistinto i contenuti degli influencer, costretti, giocoforza, a immagini e video casalinghi, più “normali”. Questo ha evidenziato ancor di più l’affinità tra utenti e creator”.

Quali sono gli influencer che hanno lasciato il segno e sono stati i più seguiti, a parte i Ferragnez

“Il comparto food, fitness e intrattenimento, proprio per quanto detto prima, hanno riscontrato un forte aumento di rilevanza e di interazioni, a dimostrare questa loro centralità. Chi non ha abitudine alla centralità del contenuto, celebrities su tutti, hanno invece faticato, incapaci di poter offrire qualcosa di più di fama ed esclusività. Grandi numeri anche sul versante TikTok da figure come Elisa Maino, Zoe Massenti e Valerio Mazzei che forse ai più non diranno tanto, ma che stanno emergendo in modo netto”.

Nel periodo di quarantena gli italiani si sono convertiti alla panificazione e alla cucina. Quali sono i profili più seguiti e cosa cercavano al di là della semplice ricetta?

“Tutto il comparto ha registrato una crescita, ma alcune figure sono emerse. Penso a classici come Sonia Peronaci o Damiano Carrara ad esempio, ma non sono mancate sorprese. Ha lavorato molto bene anche @Cottoaldente, capace di unire ai soliti contenuti food dei veri corsi di allenamento (altra sua passione) per aiutare le persone a restare in forma a casa. Una eterogeneità che, sul suo caso, è stata premiata dagli utenti. pensare “Outside the box” spesso aiuta”.

Un esempio lampante è quello di Massimo Bottura con la sua Bottura Kitchen Quarantine, che ha vinto il Webby Special Achievement Award 2020 come chef dell’anno. Cosa è piaciuto di questa idea e a tuo avviso possiamo definirlo un nuovo influencer?

“Una figura della notorietà, competenza e capacità comunicativa di Bottura è e sarà sempre un opinion leader di settore. Una persona intelligente capace di adattarsi alle diverse situazioni e che ha sempre compreso l’importanza del contenuto e dei media digitali. Basti pensare ai suoi corsi online per Masteclass, nota realtà internazionale che raccoglie il top settore per settore compresi attori, modelli e scrittori o ai video “sonoro” prodotto qualche anno fa. Un contenuto creativo in grado di fare la differenza e differenziarlo proprio come da sempre fa con la sua cucina”. 

In questo periodo tutti gli influencer sono stati meno commerciali del solito, promozioni e sponsorizzazioni quasi azzerate, ma solo condivisione di momenti quotidiani dove fashion o gourmet sono spariti a favore della naturalezza e della “normalità” di tutti i giorni.

“Sì, l’estetica dei post è profondamente cambiata, privilegiando immagini più “reali”, vere, spontanee. Contenuti meno qualitativi forse, ma con una maggiore capacità di creare interazioni e relazione tra utenti e creator. Un approccio a cui gli influencer sono stati costretti, ma che premia. Le interazioni medie dei post “commerciali”, ad esempio, durante il lockdown e con questo stile più “naturale” hanno registrato un incremento importante delle interazioni medie. Risultati che ci ricordano che gli influencer non sono semplici vetrine, ma medium capaci di generare dialogo attorno al brand, accorciando la distanza tra marca e utenti”.

Cosa possono fare gli influencer in questo momento in cui turismo, ristorazione e settori connessi hanno subito un forte rallentamento e sono ripartiti con difficoltà.

“Il focus deve cambiare e spostarsi dai contenuti più di “prodotto” a quelli più legati a purpose e valori. Questo è il momento non della spinta commerciale, ma di lavorare in modo intelligente sul brand e sulla percezione che gli utenti hanno di noi. Un impegno indispensabile, ma che spesso viene accantonato per l’esigenza cieca della conversione immediata. Bello, in tal senso, il progetto di Barilla #athomewithbarilla, che puntava sui valori dell’insieme, della famiglia, dell’aiutarsi, tipici del brand italiano”.

Grande seguito lo hanno avuto gli chef, i sommelier e le stesse cantine che si sono dilettati in dirette instagram, lezioni di cucina ecc. come reputi questa scelta?

“Una scelta necessaria, proprio per adattarsi al meglio alle diverse esigenze palesate dagli utenti. Non è un caso che IGTV e Live siano aumentate incredibilmente. Servivano infatti formati più “ampi”, capaci di dare il giusto spazio ai creator. Una scelta di contenuto che si è dimostrata utile e che, a mio avviso, i brand dovrebbero avere la forza di portare avanti seppur in modo più limitato perché sono questi i contenuti che gli utenti cercano sui social e che sono in grado di fare la differenza. Una promessa di contenuto che spesso viene meno proprio per l’esigenza delle aziende di fare push commerciale, senza capire che esistono strumenti e canali diversi. l’Advertising è fondamentale e va fatto nei giusti modi, i social e gli earned media in generale, hanno un compito diverso, generare conversazioni positive capaci di sedimentare la reputation di marca e prodotto”.

Grande successo anche per il mondo del vino, degustazioni on line improvvisate o meno sono state il file rouge di questo periodo, tutti alla ricerca di degustazioni, di consigli per poi acquistare. Un momento in cui forse (o sicuramente) qualcuno ne ha approfittato per farsi conoscere anche dalle aziende o in cui ci si è lanciati.

“Ho visto tanti “esperimenti” interessanti, nati appunto sulla spinta della necessità. Certo è che, seppur interessanti, nascondono una certa improvvisazione e la mancanza di un approccio strategico, elementi che fanno sì che si perda molto per strada. Una mancanza comprensibile data la poca attenzione di queste realtà alla comunicazione e al digitale, ma che il lockdown deve ribaltare, sottolineando quanto sia fondamentale pianificare e puntare alla qualità. Il mondo del vino è un settore molto verticale, dove la competenza fa realmente la differenza e dove il passaparola di qualità è una leva rilevante”.

Fiducia ed empatia

Da quanto rivela l’OIM e conferma lo stesso Pogliani, non c’è dubbio che gli utenti riconoscono agli influencer il merito di aver avuto anche un ruolo sociale grazie alle informazioni e ai consigli che hanno dato sui comportamenti da tenere per affrontare le criticità del momento e alla capacità che hanno avuto di dare vita o di promuovere iniziative benefiche. È aumentata la fiducia e si dà il merito a molti di loro di aver suggerito attività di loro interesse per poter occupare il tempo da trascorrere chiusi in casa e di averli fatti divertire portando loro un po’ di spensieratezza.

Un ruolo quello dell’influencer che si è evoluto e si è legittimato ancora di più, che può essere definito uno strumento di “comunicazione sociale efficace” anche nell’educazione al comportamento anticovid nel periodo lockdown e post. E come sottolinea l’OIM: “gli influencer rimangono per i propri follower sempre un punto di riferimento e guardando al futuro, possiamo dire che la parola d’ordine sarà Trust: le persone chiedono in maniera ancora più decisa contenuti fatti con professionalità e serietà”.