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Marzo 2020

Il Delivery cresce con #iorestoacasa e offre di più

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L’emergenza #coronavirus non ha dato solo vita al movimento #iorestoacasa ma ha anche notevolmente aumentato i volumi del food & wine Delivery

Con il decreto #iorestoacasa le nostre abitudini sono cambiate totalmente. Non baciamo e non abbracciamo gli amici, si sta a un metro di distanza da tutti, si lavora da casa, si esce poco o per niente. Sicuramente abbiamo imparato a rinunciare, a malincuore ma per motivi di forza maggiore, ad aperitivi e cene fuori. E in questo sono stati più responsabili i ristoratori che hanno scelto di chiudere per evitare ed evitarci problemi di possibili contagi che noi consumatori, pronti magari a rischiare l’uscita conviviale.

A ben pensarci il termine “rinunciare” potrebbe anche essere non appropriato. È vero, non si va fuori, ma una buona pizza, un hamburger, un dolce o una cena potrebbero arrivare a casa nostra. Se, dunque, una di queste sere siete stanchi di cucinare e volete qualcosa di diverso il servizio delivery c’è, pronto a soddisfarvi. E proprio in questa situazione i vari marchi hanno messo in campo più efficienza, sconti e promozioni, creatività nel servizio, rispondendo alle esigenze del momento e soprattutto riuscendo ad essere maggiormente competitivi.

Contactless Delivery

Un esempio è stata Domino’s Pizza, che anche stavolta ha bruciato le tappe e ha trovato una soluzione in tempo reale: il primo servizio di Contactless Delivery per la consegna della pizza, che si affianca al servizio di consegna tradizionale.

Come funziona? Si ordina la pizza tramite sito o App; si paga online e nelle note per la consegna si può richiedere il servizio Contactless Delivery, specificando se si preferisce la consegna alla porta o all’androne d’ingresso. Rispetto alla consegna tradizionale, il driver appoggerà i prodotti sullo scooter, se si sceglie la consegna all’androne, o davanti la porta di casa al piano e si allontanerà. Il cliente potrà ritirare i prodotti direttamente.

Tutto questo per rendere più “sereno” il consumo a domicilio, come spiega Alessandro Lazzaroni, master franchisee di Domino’s Italia: “Per l’Italia è un momento particolare e siamo molto vicini alle persone che in questo momento stanno vivendo una situazione difficile. Noi di Domino’s, con il nostro servizio, vogliamo far vivere ai nostri clienti momenti di serenità e benessere e lo facciamo a modo nostro puntando sulla qualità del servizio a 360°. Grazie alla nostra forte spinta innovativa, abbiamo deciso di introdurre questa nuova modalità di servizio e speriamo che possa essere apprezzato”.

Un’idea lanciata qualche giorno fa e presa in prestito da molti servizi di delivery.

Vino e bevande a domicilio

E se parliamo di delivery non possiamo non parlare di bevande a domicilio, settore in forte crescita che vede in queste settimane un incremento notevole dei consumi e delle consegne. Lo conferma Winelivery, l’App per bere, nata a Milano nel 2016 e oggi presente anche a Bologna, Torino Napoli, Roma, Catania, Firenze, Prato, Bergamo e Rimini. “Queste ultime due settimane hanno fatto registrare un +25% generale nelle vendite con un +50% nelle città del nord (Milano, Torino, Bologna). Le abitudini di consumo dei clienti sono repentinamente cambiate, da un lato, essendo sempre più le persone costrette a casa è aumentata la frequenza degli ordini, al tempo stesso anche il carrello medio ha avuto un rialzo: i clienti ci scelgono non solo per i consumi dell’ultimo minuto ma anche per fare delle piccole scorte o la spesa settimanale di bevande approfittando del servizio di consegna a domicilio al piano” ci racconta Andrea Antinori founder di Winelivery.

Di conseguenza per rispondere alle nuove richieste e alla nuova situazione Winelivery ha scelto di continuare le consegne, offrendo nuove opportunità di aperitivo a chi decide di non uscire di casa. “Vogliamo che le nostre città non rinuncino totalmente alle proprie abitudini come godersi un buon vino  o fare l’aperitivo, si può fare in maniera responsabile per tutti” – continua il management team di Winelivery  – “Per  questo abbiamo potenziato  il servizio di consegna e implementato le misure di sicurezza sia per i nostri clienti che per il nostro personale, dalla sanificazione continua delle bag alla disinfezione pre e post consegna e dotando tutti i fattorini di soluzioni alcoliche, mascherine e guanti monouso.”

Spesa a domicilio

Anche i supermercati non sono da meno. C’è Easycoop a portata di smartphone, Esselunga introduce la consegna gratuita per gli over 65, Eataly da tempo offre un servizio di delivery con  gratuita su qualsiasi fascia oraria prescelta per tutti gli ordini superiori a 39 euro e offre anche il delivery sulla pizza.

Take away

Poi c’è il versante asporto. Molti ristoranti hanno abbassato temporaneamente le serrande, altri ancora resistono, rispettando le ordinanze di servizio fino alle ore 18 e puntando a un servizio di asporto per pranzo e cena, sempre regolamentato negli orari possibili e con le debite distanze se si crea una fila. Tipologia di servizio più a rischio sopravvivenza: ci sarà fin quando non decideranno di fermare le attività, dipende dalle decisioni dall’alto e dall’affluenza ovviamente. Tra questi a Milano e a Roma si sono declinati in versione delivery dopo l’orario limite.

Delivery e asporto sono due modi efficaci di far continuare a lavorare almeno una parte del settore ristorativo, che si sforza di rimanere a galla offrendo un servizio nuovo e per la legge di mercato adeguandosi alla situazione. Pertanto in questo periodo di #iorestoacasa, quanto lungo non si sa, ogni tanto, se possibile, ordiniamo la cena o una bottiglia di vino o scendiamo a prendere la pizza, tonda o al taglio, della pizzeria sotto casa. E se poi siete attenti allo spreco alimentare, magari aiutando quei posti che sono aperti, ma che per insufficienza di clientela non hanno venduto tutto, ricordatevi dell’app To Good To Go che vi dà la possibilità di prendere con poco una mistery box con il rimanente della giornata a un prezzo conveniente.

Anche queste piccole scelte sono un modo per sostenere chi lavora. Sarete serviti come sempre con il sorriso. E sorridere in questi giorni serve!

Chi resta a casa #Mangiaitaliano

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Per sostenere i produttori del nostro paese nel periodo di emergenza per il Coronavirus Coldiretti lancia la campagna #MangiaItaliano

Il decreto emanato la sera del 9 marzo scorso ha trasformato l’intero paese in zona rossa. Ciò che fino a qualche giorno prima era obbligatorio solo in Lombardia e in alcune province del nord ora è una norma da rispettare sensatamente in tutta Italia. Niente differenze tra nord e sud, siamo tutti uguali e tutti dobbiamo adottare l’impegno, prima di tutto etico, di #iorestoacasa.

Le conseguenze sono state immediate e in primis si è scatenata la paura, comprensibile ma anche immotivata, che ha fatto assaltare a Roma e a Napoli i supermercati. La mattina seguente molti ristoranti, bistrot e servizi di ristorazione che potevano continuare a lavorare hanno “responsabilmente e altruisticamente” deciso di chiudere. Rimanere aperti è oggettivamente svantaggioso sia dal punto di vista della salute dei clienti e di chi lavora, sia dal punto di vista economico. L’appello è unanime restiamo a casa il più possibile, usciamo solo per andare a lavorare, per fare la spesa, per provvedere ai bisogni necessari. Non è una vacanza, né un’esercitazione per le prossime ferie.

Tutto questo porterà inevitabilmente a un blocco produttivo del comparto manifatturiero italiano e in particolare dell’agroalimentare. Se la ristorazione si ferma e si fermano i consumi “alternativi” a quelli casalinghi si fermeranno di conseguenza i circuiti distributivi. Già all’indomani delle chiusure si segnalano ordini food e beverage cancellati o posticipati – com’è giusto che sia – e si tocca con mano la preoccupazione di un’economia che non gira più per il verso giusto.

Come si legge nel decreto saranno garantiti i rifornimenti di merci alimentari per i supermercati e per tutte le botteghe dedicate, non ci sarà il pericolo di rimanere a digiuno, e siamo anche liberi di uscire per acquistare ciò che serve. La spesa per colazione, pranzi e cene a casa sarà garantita ed è l’unico motore che rimane acceso del circuito agroalimentare.

L’appello di Coldiretti

Da qui l’appello di Coldiretti per la grande distribuzione commerciale “affinché sostenga il consumo di prodotti alimentari Made in Italy con la scelta di fornitori in grado di garantire la provenienza nazionale di alimenti e bevande”. È quanto afferma il presidente Ettore Prandini, nel sottolineare l’esigenza di sostenere l’economia, il lavoro ed il territorio nazionale in questo momento di difficoltà a causa dell’emergenza Coronavirus.

Chiediamo a supermercati, ipermercati e discount di aderire con atti concreti alla campagna di mobilitazione #MangiaItaliano privilegiando negli approvvigionamenti sugli scaffali le mozzarelle con il latte italiano al posto di quelle ottenute da cagliate straniere, salumi ottenuti con la carne dei nostri allevamenti, frutta e verdura nazionale ed extravergine Made in Italy al 100%” ha precisato Prandini. Un appello forte e giusto al “senso di responsabilità, che serve anche a fermare le speculazioni in atto sulla domanda di prodotti agricoli e alimentari dopo la paralisi del turismo, i ristoranti vuoti, la chiusura forzata delle mense scolastiche e le difficoltà per l’export.

La posizione di Confali

Anche Federalimentare pone l’attenzione sul rischio che corrono le nostre eccellenze alimentari e tutto un settore che finora si è dimostrato in controtendenza al resto dell’industria. “L’emergenza Coronavirus potrebbe comportare per la nostra economia complessivamente una perdita di Pil di oltre 5 miliardi”. È quanto afferma Donatella Prampolini, coordinatrice nazionali di Confali, il coordinamento della filiera agroalimentare di Confcommercio-Imprese per l’Italia, facendo riferimento alle stime di queste ultime settimane. C’è da parte dei vertici il timore sulla gestione del normale svolgimento delle attività di distribuzione dei prodotti agro-industriali, vista la riduzione drastica dei consumi del canale food service. E come sottolinea la Prampolini: “Ci auguriamo che l’attività possa continuare senza limitazioni o danni alle imprese del dettaglio, dell’ingrosso, della produzione che insieme sono fornitrici di servizi necessari per le comunità locali e le città di riferimento”.  Inoltre la libera circolazione dei prodotti serve e va tutelata anche per evitare psicosi da “scaffale vuoto” come quelle viste nei giorni scorsi.

L’export

L’export è l’altra nota dolente. Una azienda su due (53%) che esporta nell’agroalimentare ha ricevuto disdette negli ordini dall’estero secondo l’indagine Coldiretti/Ixé.  Al via il piano salva export alimentare che vale 44,6 miliardi di euro e rappresenta un elemento di traino per l’intero Made in Italy, in difficoltà sui mercati esteri sempre per l’emergenza coronavirus. Una campagna necessaria per combattere la disinformazione, gli attacchi strumentali e la concorrenza sleale che ha portato alcuni Paesi – come denuncia Coldiretti – a richiedere addirittura insensate certificazioni sanitarie “virus free” su merci alimentari provenienti da Lombardia e Veneto.

Una vera e propria azione di difesa del territorio, dell’economia e del lavoro Made in Italy che trova la sua matrice nell’iniziativa #MangiaItaliano che serve a far conoscere il valore enogastronomico del Paese. E che deve partire da noi.

#Mangiaitaliano

Un appello quello di Coldiretti #Mangiaitaliano che deve essere accolto da tutti, da chi vende il cibo, ma anche di chi lo compra. Anche in una situazione difficile come questa che stiamo vivendo possiamo (e dobbiamo) proteggere e aiutare il nostro paese, sotto ogni punto di vista.

Scegliamo il quartiere per fare la spesa, prediligiamo i piccoli negozi sotto casa, acquistiamo prodotti da filiera tutta italiana, prediligiamo nella nostra scelta, magari produttori locali (contadini, casari, cantine, ecc.), mantenendo viva la produttività regionale. Sosteniamo in grande il made in Italy e nel nostro piccolo la nostra regione. Compriamo il giusto, evitiamo l’esagerazione che porta allo spreco, e impariamo stando a casa a consumare tutto e a riciclare in cucina. Questo aiuterà anche l’economia di casa e non solo quella dell’Italia.

Coronavirus roma iorestoacasa

Coronavirus, Roma – cosa succede il 3 aprile? #iorestoacasa

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Coronavirus Roma – iorestoacasa. – Cosa succederà il 3 aprile, non solo a Roma, quando scadranno anche i termini meno restrittivi dei Decreti emanati fino a oggi, non può dirlo nessuno. L’incertezza però è grande almeno quanto la speranza. Viviamo le prime misure di ristrettezza della libertà personale nella storia di un’Italia democratica.

I settori più in ginocchio dell’economia nazionale sono alcuni di quelli che hanno da sempre caratterizzato l’Italia nel mondo: ristorazione e turismo. Entrambi i settori sono basati sul consumo di beni legati al benessere ed è per questo che un ristorante chiude e una ferramenta no, perché esiste una profonda distinzione tra beni di consumo e consumo legato al benessere. Tanto per fare un esempio, un tubo del lavandino potrebbe esservi necessario sempre, anche domani sotto restrizioni e con una certa urgenza, mangiare fuori no.

Secondo pareri e studi che proiettano questa emergenza nel tempo, ci sono teorie discordanti sulla durata di un periodo surreale. Di fatto però tutti concordano che ci saranno strascichi lunghi e che forse, nella più reale delle ipotesi, un ripristino completo si potrebbe avere a giugno. Dovessimo fare una proiezione sociale ed economica parliamo di una situazione che, nonostante tutte le misure (per ora appena sufficienti) dello Stato che vi riporto nello schema del Sole24Ore, vede nettamente schiacciato per tempistiche e struttura di business il settore ristorativo.

Misure del governo

Coronavirus roma iorestoacasa

Coronavirus Roma – iorestoacasa

Le strutture ricettive vedranno una ripresa più veloce e se l’Europa sarà in ritardo e le frontiere saranno ancora invalicabili, potranno contare su un turismo interno più intenso. La ristorazione dovrà faticare di più e al netto delle attività che godranno di spazi aperti dove ovviamente quelle più positive saranno le balneari, il resto del comparto avrà una ripresa molto dura. Questo il timore più grande nei primi giorni di bolla emergenziale. Eh sì, perché siamo ancora in una bolla nella quale i più puri sono chiusi da sette giorni, ma dove la maggior parte delle persone non arrivano a cinque. Speriamo di saper contenere anche gli esaurimenti nervosi, che finché li leggiamo sui social va bene, l’importante è che non arrivino in strada o esplodano in casa.

Cosa accadrà

Se almeno un poco ci conosciamo come popolo. Sappiamo che appena ci riapriranno le gabbie ne usciremo affamati d’aria e di un po’ di sana libertà. Rivedremo gli amanti e i parenti lontani. Le coppie sopravvissute e gli amici ritrovati si fionderanno in spazi aperti e se alle attività verrà ridato respiro. Le affolleremo. Se sarà un bene non lo so, ma succederà, non c’è dubbio. Teniamolo presente quando i termini verranno allungati, perché rilasciare libertà sarà per il Governo una responsabilità più grande di averle tolte. Usciremo da case che avremo reso camere iperbariche, asettiche e nonostante le vitamine prese avremo un sistema immunitario dormiente, pigro. Quindi facciamo attenzione perché il primo batterio che girerà potrebbe essere il nostro. Sperando che non sia un Coronavirus di ritorno, ma curabile fuori emergenza.

Cosa succederà il 3 aprile non lo sappiamo, ma possiamo e dobbiamo prepararci a una ripresa. Ragionare e riflettere. In alcuni casi, in questi giorni si deve fare i conti anche con la possibilità di cambiare la propria attività e rivedere il proprio sistema di business, con piena consapevolezza. Investire nel benessere ha in una crisi la sua più grande e inevitabile fragilità. Sicuramente arriveremo stremati al 3 aprile e finiti i flash mob, i lievitati e le video ricette, mi preparerei con ottimismo a un salto di stagione che ci porterà direttamente in estate.

Fossi in voi ristoratori, e sarebbe un onore farlo tutti insieme, parteciperei al bando dell’Estate Romana e uniti proporrei un progetto che vi veda in uno spazio aperto comune. Un villaggio che vi renda giustizia per l’intera stagione. I contributi ci sono, si può chiedere un fondo straordinario per la ripresa, i termini sono prorogati fino al 10 aprile.

ESTATE ROMANA il bando ufficiale

LEGGI ANCHE “AVOCADO, ALIMENTO DI TENDENZA O ELISIR DI SALUTE?”

Glossario Gastronomico

Glossario Gastronomico: Biancomangiare – Bismarck – Bisque

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Il Glossario Gastronomico è un “kit di pronto soccorso” per frequentatori assidui di ristoranti, una raccolta di 750 termini per aiutare a comprendere meglio il linguaggio utilizzato nel mondo della ristorazione, ma anche per fornire in poche righe informazioni e curiosità su alcune parole, materie prime, preparazioni e piatti-simbolo della tradizione gastronomica italiana che normalmente compaiono nei menu.

Le parole della ristorazione: dall’Abbacchio alla Zuppa Inglese” di Roberto Mirandola è un libro utile e dettagliato che consente al lettore di potersi orientare al meglio in un ambito fatto di definizioni, materie prime, tecniche di cottura e ricette tradizionali. Periodicamente pubblicheremo sulle pagine di Radio Food alcuni termini, per scoprire il significato dei termini più ricorrenti utilizzati da chef, sommelier, critici e ristoratori.

Glossario Gastronomico: i termini

Biancomangiare

di origine medievale, nel corso dei secoli ha identificato una minestra, una salsa, una pietanza dolce-salata ed, infine, un dolce. Gli ingredienti sono stati: petti di pollo, polpa di luccio, farina di riso, lardo, latte ovino, caprino o di mandorle, zucchero. Oggi è una crema siciliana a base di latte di mandorle, zucchero e amido, ma anche un budino preparato con latte vaccino o di capra. La ricetta maggiormente associata a questo nome è comunque la prima. Si serve fredda guarnita con pezzetti di mandorla.

Bìgoli

pasta fresca veneta per eccellenza inventata dal pastaio padovano Bartolomio “Abbondanza” Veronese agli inizi del ‘600. Sono simili agli spaghetti da cui differiscono per il maggiore diametro (3-4 mm) e la superficie non liscia. La forma e la ruvidità sono date da uno speciale torchietto di bronzo – detto “bigolaro” – utilizzato nella trafilatura. Sono preparati con farina di grano tenero ed acqua (talvolta con l’aggiunta di uova) anche se esiste una versione scura ottenuta con farina integrale di solito abbinata ai sughi più saporiti. I condimenti tradizionali per i bìgoli sono le rigaglie di anatra o di pollo (questi ultimi detti “bigoi coi rovinassi”) ed una particolare salsa di acciughe e cipolle.

Biologici (alimenti, bevande, cibi)

sono tutti quei prodotti derivati da agricoltura di tipo biologico. Significa che durante la coltivazione viene totalmente escluso l’utilizzo di prodotti chimici come concimi, antiparassitari e pesticidi, ma non solo. L’agricoltura biologica prevede un tipo di produzione “pulita” in sintonia con la natura, rispettandone i tempi e salvaguardando il benessere degli animali. La materia prima prodotta con questo procedimento fa sì che i cibi mantengano intatte tutte le proprietà nutrizionali.

Bismarck (Alla)

qualsiasi preparazione di carne, asparagi, pizza e di altri alimenti che preveda la copertura con uova fritte. A dispetto del nome, è una ricetta che non fa parte della cucina tradizionale tedesca. Questa definizione risale, infatti, all’epoca della Triplice Alleanza del 1882 tra Germania, Impero Austro-Ungarico e Regno d’Italia quando Otto von Bismarck, simbolo della potenza tedesca, era conosciuto come “il Cancelliere di Ferro” sicché il suo nome ben si adattava ad una preparazione così energetica dove si sommavano la forza nutritiva della carne a quella dell’uovo.

Bisque

può essere un fumetto o un brodo di cottura di crostacei. Nel primo caso è una preparazione di base che, riutilizzando gli scarti dei crostacei, serve a insaporire primi piatti a base di frutti di mare, risotti o come base per salse di  pesce. Nel secondo, ove si usino i crostacei interi, è una zuppa profumata. Con bisque, inoltre, si definisce anche una crema o una vellutata preparata con l’ingrediente di base passato al setaccio.

L’avocado: alimento di tendenza o elisir di salute?

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Negli ultimi anni diversi tipi di alimenti, non appartenenti per via originaria alla nostra cultura alimentare, si sono diffusi a macchia d’olio tra ristoranti, bistrot e dispense casalinghe. Tra questi viene subito in mente l’avocado, un frutto di origine tropicale a cui molti consumatori si sono affezionati per sapore, versatilità e proprietà nutrizionali.

La tradizione alimentare orientale …

L’espandersi della tradizione alimentare orientale in Italia ha sicuramente contribuito a tutto questo. Basti pensare a quanti fossero a livello numerico i ristoranti di sushi una decina di anni fa. In poco tempo la domanda dei consumatori è aumentata a dismisura e questo tipo di locali si sono perciò moltiplicati.

Imprenditori stranieri e italiani hanno investito parecchio denaro in questo tipo di mercato, traendone risultati, nella maggior parte dei casi, più che soddisfacenti.

… in Italia

Da citare in questo ambito sono senza dubbio le catene di sushi All you can eat, il format di ristorazione che ha cambiato per sempre la modalità collettiva di concezione di “pasto lontano da casa”. Rimane ancora oggi uno dei format più discussi dal pubblico medio, tra chi lo ritiene un vero e proprio affare per la quantità fisica di cibo che è possibile mangiare a modiche cifre e chi non si avvicinerà mai a niente del genere nemmeno se costretto. Ma cosa centra tutto questo con l’avocado e la salute alimentare?

L’excursus sulla diffusione del sushi nel settore ristorativo italiano è utile a comprendere quanto un determinato fenomeno di massa possa comportare cambiamenti rilevanti anche su aspetti personali come la dieta e lo stile di vita alimentare che ognuno di noi segue.

Sì perché l’avocado che si trova nei ristoranti in questione, tra i sushi roll e le healthy bowls, ha convinto un numero più che considerevole di consumatori, spinti dal gusto e dalle presunte proprietà benefiche, ad acquistarlo anche per farne un uso proprio.

Le caratteristiche dell’Avocado

Ma è davvero un alimento così benefico come si sente spesso dire? Oppure si tratta di una delle tante tendenze alimentari che andrà a perdersi col passare degli anni?

Procediamo con ordine: l’avocado è un frutto tropicale. A differenza degli altri frutti che consumiamo abitualmente però, ha delle caratteristiche nutrizionali totalmente diverse.

Innanzitutto, contiene meno acqua e zuccheri, con quantità molto importanti di grassi e vitamina E. Al contrario i frutti che siamo soliti consumare in Italia e in Europa, hanno quantità di lipidi praticamente pari a 0. È quindi un frutto che a livello calorico fornisce molta più energia rispetto agli altri.

Ne deriva che in un discorso di bilancio calorico giornaliero, l’apporto di avocado va misurato attentamente, al pari dell’olio extravergine di oliva, con il quale presenta anche delle somiglianze a livello di composizione bio-chimica. Tra queste la significativa presenza di acidi grassi polinsaturi e sostanze antiossidanti in grado di apportare diversi benefici a livello metabolico.

Le proprietà

L’avocado è inoltre ricco di micro-nutrienti importanti come potassio, fosforo, magnesio e zinco. Per quanto riguarda le vitamine, la vitamina E è, come detto, la più presente, seguita da vitamina B5, vitamina K e vitamina C.

Avendone ora compreso le proprietà nutrizionali, si può affermare che l’avocado è un alimento con reali componenti benefiche e che non vive di semplice tendenza. Va però consumato con estrema attenzione, per evitare che il suo forte apporto calorico non penalizzi la propria alimentazione.

A Roma c’è B.Ro, il pub versione 3.0

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Birra, Burger e Bar ai Parioli… ma non chiamatelo pub!

Se in principio era il pub, oggi è giunto il tempo di conoscere B.Ro. B.Ro è un pub in versione 3.0 che nasce nel quartiere Parioli, nei locali che furono di uno storico ristorante e che oggi, grazie ad un importante lavoro sugli interni effettuato da Studio Strato, torneranno a nuova vita. A farli rinascere sarà l’avventura gastronomica a base di Birra, Burger e Caffetteria proposta da Dany Di Giuseppe, Gino Cuminale, Isidoro Vagnozzi e Michelangelo Baldini, quattro temerari che hanno immaginato un format in grado di offrire un’esperienza di food hub dal gusto internazionale.

Non solo food per la proprietà, che insieme all’offerta culinaria variegata, sottolinea l’importanza di riaprire un dialogo con il quartiere e con la città, partendo dall’istituzione di un luogo che accolga tutti e che per tutti sia una vera e propria comfort zone da vivere e assaporare senza troppi cliché, a partire dal prossimo venerdì 6 marzo 2020, quando si apriranno le porte al pubblico.

Il locale

È forse troppo romantico partire da quella semplice idea di spazio comune? Luogo che è sinonimo di aggregazione, portatore di quella familiarità che solo i più puri pub sanno offrire. B.Ro fa spazio alle idee ripartendo dal principio, da quella semplice ed efficace vita che anima le public house d’oltreconfine. All’ispirazione anglosassone si aggiunge quella della taverna, nella sua più nota situazione di vita, con i clienti al bancone pronti a gustarsi una buona birra dopo una dura giornata di lavoro. Un modo nuovo e magari più lento per assaporare la vita, seduti al banco circondati da un’atmosfera cosmopolita e contemporanea, dove tra un sorso e l’altro, gli occhi brilleranno alla vista di speciali pietanze offerte dallo chef.

Il menu

Un giro intorno al mondo un sorso ed un morso dopo l’altro, tra eccellenze italiane ed interpretazioni culinarie d’oltreoceano. E così, partendo dall’idea del Burger Bar, dove a padroneggiare è il panino, la visione ed il gusto si allargano a favore di altri e più incredibili sapori. La fornita proposta di burger sul menu si amplia e fa spazio a samosa, tacos, pokè, arrosticini e coni salati, la novità della casa che si aggiunge alle portate in salsa street. Notevole la Burger List, dove nulla è lasciato al caso, dal pane artigianale e realizzato con aromi speciali (come tè verde e rapa rossa), fino ai buns di qualità, come l’imperatore American Cheeseburger, oppure il piatto della casa, il B.RoBurger. La lista e la voglia si allungano con le varianti esterofile che danno spazio all’estro dello chef Alessandro Usai, pronto a strabiliare tutti con panini come il Marocco (burger di anatra, hummus di ceci, insalata lollo e crema di datteri), oppure il Giappone (burger di wagyu, sesamo, daikon, senape grezza, germogli di soia, insalata lollo e maionese al wasabi).

L’apertura

Dal 6 marzo B.Ro l’attività prende il via a tamburo battente, aprendo al pubblico tutti i giorni e con orario no stop, proponendo piatti e boccali di birra che non hanno limiti, neanche per i palati più curiosi ed esigenti che, della nuova cucina ai Parioli potranno sicuramente apprezzare l’anima versatile. Panini fragranti oppure più soffici, rigorosamente fatti in casa, cotture perfette ed incredibili farciture. E come non notare le salse, ben undici tipi differenti presenti sul menu, pronte a soddisfare tutti in ogni stagione, grazie all’ampia sala interna e ai tanti posti esterni che attendono l’arrivo della bella stagione. Cosa c’è di meglio che sedere al sole gustando grandi classici come alette di pollo, fish&chips, anelli di cipolla, patate fritte e non, brosticini, tacos e dulcis in fundo i coni salati: croccanti cialde farcite da mini tartare di manzo condite da prelibate salse.

Le birre

“B” come burger. E ovviamente “B” come birra! Se i piatti convinceranno, le birre non saranno da meno. Altro pilastro del locale è infatti la birra, offerta tra selezionate proposte italiane e straniere, tra cui spicca il birrificio Birra del Borgo. Quindici spine con pompa all’inglese sono pronte ad accogliere il cliente in quello che vuol’essere un vero e proprio paradiso del genere. Dalle Lager più note alle IPA, passando per Blanche, Tripel, Imperial Stout e Gluten Free. La spina sarà in rotazione frequente, per assicurare al pubblico sempre una nuova offerta con cui testare tutto il gusto locale ed internazionale e che (grande novità), sarà anche take away. Innovativa è infatti la proposta di poter ordinare birre alla spina in lattine da 50cl, riempite e sigillate al momento grazie ad un apposito macchinario.

Insomma, che sia in compagnia al bancone del bar, oppure sul divano di casa di fronte ad una serie tv, l’intento è quello di non lasciarci mai soli. B.Ro promette emozioni, non resta che provarle!

Per saperne di più: https://www.instagram.com/broburgerroma/

Food Bag, la buona pratica contro lo spreco alimentare

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Quante volte vi è capitato di mangiare al ristorante e non finire ciò che si aveva nel piatto, non perché non piacesse, ma perché era una porzione particolarmente abbondante o perché avevamo ordinato troppe cose? È successo, e anche spesso, a tutti. Accade in trattoria, in pizzeria, in enoteca, alle feste e nei buffet. E cosa si fa in questo caso? Di solito si rispedisce al mittente, preoccupandosi di dire che non abbiamo più fame o non riusciamo a finire la pietanza, per non offendere la sensibilità dello chef.

Ma se invece imparassimo a chiedere ciò che è nostro, ciò che in fondo abbiamo pagato e ritroviamo sul conto a fine serata? Non solo per una questione economica, ma per un semplice motivo legato allo “spreco alimentare”. Sarebbe una richiesta etica, un atto molto utile che dovrebbe diventare obbligatorio.

La Food Bag

E se riportare a casa la pizza nei cartoni o una bottiglia di vino è più semplice dal punto di vista del trasporto e della conservabilità del prodotto, come possiamo fare con la carne, il pesce, il sushi o qualsiasi altro alimento cucinato o crudo? Ci vorrebbe una bella Food Bag, un contenitore funzionale disegnato ad hoc, in cui mettere il cibo ordinato al ristorante e non consumato, che ogni cucina, da quelle stellate a quelle delle osterie di quartiere, dovrebbe offrire come servizio. Un’opportunità all’avanguardia per il cliente, per la propria economia di gestione, per il mondo stesso.

La petizione

Pensare ad una Food Bag permetterebbe infatti di ridurre notevolmente gli sprechi alimentari che si verificano nei consumi fuori casa. Questa è l’idea proposta dagli organizzatori del Festival del Giornalismo Alimentare, svoltosi a Torino dal 20 al 22 febbraio scorso, e che hanno lanciato una petizione su Change.org che, ad oggi, ha raccolto oltre 14.000 firme. Il sostegno arriva da tutta Italia, consumatori e chef uniti in questa iniziativa, dimostrando che molti italiani sono sensibili al tema degli sprechi alimentari.

Si potrebbe (e dovrebbe) seguire l’esempio della Francia che già da 4 anni ha in vigore una legge che obbliga i ristoranti a consegnare il cibo avanzato dai clienti se questi lo richiedono. In Italia ancora siamo lontani da prassi di questo tipo sia dal punto di vista legislativo che culturale. Alla base la difficoltà più grande è il timore o l’imbarazzo di chiedere il cibo avanzato.

Il Panel

L’argomento Food Bag con annessa proposta di legge fatta al Ministero delle politiche agricole e forestali è stato anche oggetto di un nutrito panel durante il Festival del Giornalismo Alimentare, che ha messo insieme Maria Chiara Gadda, della Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati, prima firmataria della Legge antisprechi, Susanna Cenni, Vicepresidente della Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati, Ugo Alciati per l’Associazione Ambasciatori del Gusto, e Milvia Panico, Head of Corporate Communication and Public Relations Metro Italia.

La Legge Antispreco

Il percorso che conduce all’adozione della Food Bag è stato avviato con l’introduzione della legge che prevedela donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”. “Una legge nata con l’intento di far dialogare chi produce con chi consuma. – spiega l’On. Gadda – Proviamo a dare valore ai prodotti: quando hanno perso il loro valore commerciale, possono ancora soddisfare una necessità. Riusciamo così a far dialogare il profit con il non profit. In questo, il cibo diventa elemento fondamentale. Il salto di qualità, oggi, è riuscire a intervenire sullo spreco dei prodotti più difficili, come il fresco, e nei luoghi più complessi, come la ristorazione.”

La ristorazione in questa operazione può avere un ruolo di grande responsabilità nell’arginare gli sprechi. Ne è certa l’ On. Cenni che ha parlato di un provvedimento in fase di preparazione, atto a incentivare un sistema concreto per recuperare il cibo non consumato nei ristoranti:  “l’obiettivo principale è intervenire a livello culturale e fare in modo che il consumatore non abbia più l’imbarazzo nel chiedere il cibo avanzato e possa preferire i luoghi in cui sa di poterlo fare.”

La proposta

La proposta prevede che su richiesta del cliente il ristoratore sia tenuto a consegnare il cibo non consumato. Che il costo del contenitore sia a carico delle aziende che si occupano di smaltimento e un sistema di incentivi e sgravi per chi adotta questa buona pratica. Insomma una vera e propria forma di economia circolare nella ristorazione. E se poi volessimo facilitare questa iniziativa e agevolare il cliente “timido”, dovrebbe essere proprio il ristoratore a proporre o, senza troppi giri di parole, a mettere in mano ai propri clienti la loro food bag prima dei saluti, con tanto di istruzioni su come e per quanto tempo conservare il cibo e come riciclarlo. Si avvierebbe così una buona pratica interna che nel tempo creerebbe abitudine e cultura. Ciò che prima poteva sembrare “disdicevole e imbarazzante” diventerebbe una cosa normale.

L’opinione dello chef

Di questo stesso parere è anche lo chef Ugo Alciati, che sottolinea convinto: “è compito di noi ristoratori togliere dall’imbarazzo il cliente, soprattutto nei ristoranti da un certo livello in su. Stiamo pensando ad un progetto di promozione culturale nelle scuole, perché innescare buone pratiche a partire dai bambini può essere più semplice che intervenire sugli adulti. Io per esempio ho imparato dai miei genitori a non sprecare il cibo”.

Dall’altro lato per chi si sente più “sfacciato” bisognerebbe provare a chiedere, testare la reazione dei camerieri e dei ristoratori, quanto siano culturalmente e materialmente preparati (non sempre sanno dove mettere il cibo avanzato e non per colpa loro). Anche in questo caso come nelle leggi del marketing la domanda genera l’offerta. E se poi si analizza bene questo piccolo strumento “porta vivande” ancora da studiare nella forma per la conservazione e il trasporto, diventa simultaneamente un mezzo di comunicazione, uno strumento di marketing che rafforza l’identità e i valori del ristorante stesso.

L’uso della Food Bag è un piccolo grande gesto, che mette in circolo tutti i protagonisti della filiera, dal momento della spesa che deve essere mirata fino al consumo. E in questa circolarità ancora più importante diventa la comunicazione, che come sempre riveste un ruolo e ha potere centrale, se vogliamo trasformare le buone pratiche dalla teoria ad un modus operandi quotidiano e non straordinario.

Per consultare il testo della petizione e l’emendamento di legge:

https://www.festivalgiornalismoalimentare.it/petizione

Il cannibalismo ai tempi del virus, si può fermare

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Ospedali pieni, alberghi e ristoranti vuoti ed economia impietosa, sono gli effetti del #Coronavirus e di un po’ di incoscienza. Siamo di fronte a un periodo epocale, di quelli che verranno studiati a scuola e mentre l’economia scalpita con slogan legati al fatturato, gli ospedali implodono al disperato quanto grave appello sul chi scegliere di aiutare a vivere.

Tutto ha il diritto di vivere, tanto un’azienda quanto una persona, ma la scala di valori qual è? Quindici giorni di attenzione, forse un mese, per alcune  realtà sono tanti ma è anche vero che per altrettante no. Rinunciare a un viaggio alle Maldive, alla casa in montagna o al mare, a fronte di veder sopravvivere e superare agilmente questo periodo tanto le fasce più deboli di persone, quanto le aziende più fragili, si può.

Chi deve lavorare per sopravvivere che lo faccia. Chi può permettersi di chiudere chiuda rinunciando a un po’ di lusso, magari indirizzando i suoi clienti verso chi rimane aperto, per ora. Sarebbe una campagna di solidarietà sincera e tra un mese ne usciremo tutti più forti e con il cuore più grande. Senza iniziare una gara al mettere i conti sul tavolino per capire chi ne ha bisogno e chi no, ché forse il rischio di scoprirci come i parlamentari attaccati al vitalizio, piuttosto che umili scalatori di fatture nel mediatico jet set enogastronomico, non lo vuole nessuno e magari è giusto così. Ognuno di noi però sa a cosa può rinunciare e farlo senza un tavolo economico di verifica, è possibile.

Tipo, “orgogliosi di chiudere per aiutare gli altri!” Questo mi piacerebbe leggere sui cartelli appesi.

Pensiamo davvero sia così impossibile, per quest’anno, spostare le ferie a oggi e lavorare d’estate? Se dura più di quindici giorni magari ci alterniamo. No?!

I cinesi, sotto dittatura, fanno rientrare l’allarme. L’Italia avrà per forza bisogno della forza per farcela di nuovo? Io mi auguro di no e spero davvero che vinca il buon senso, declinato alla responsabilità civile e collettiva. Sono convinto che tutto questo ci permetterà di rivedere in maniera sana un intero segmento,  con un occhio più essenziale, pulito e magari umilmente vero. Perché può essere successo che abbiamo dimenticato per troppo tempo quanto andare a cena fuori sia un lusso, adagiandoci su un benessere finto e pronto a crollare, puntando troppo su un ego che costa caro e che offusca la semplicità di un gesto.

C’è chi deve restare aperto e lavorare per sopravvivere e chi per continuare a vivere bene. Forse in questo momento ci si potrebbe aiutare.

Partendo dal presupposto che stiamo parlando del mestiere più faticoso del mondo, fatto di fatica, passione, studio ed esperienza, fossi un ristoratore oggi farei una sana riflessione. Avessi un cucina, venti tavoli e dei dipendenti, mi chiederei perché in questo periodo di scelta chi esce dovrebbe venire da me. Mi darei anche solo un semplice motivo di scelta e poi lo confronterei con quello che si darebbero i miei colleghi. Scommetto che otto su dieci si assomiglierebbero così tanto da perdere di significato e lo dimostrano gli ultimi anni di informazione, sviluppati in buona parte da articoli tutti uguali comprati a peso. Il senso della riflessione ci porterebbe a capire che più che chiedere alle persone di entrare nel nostro locale, forse, dovremmo dare loro motivo per farlo.

Oggi più che mai. Con responsabilità, consapevolezza e grande attenzione.

Aiutiamo chi ne ha davvero bisogno rinunciando a qualcosa, se siamo altruisti, alcuni lo hanno già fatto e provo profondamente stima per loro. Altrimenti possiamo tranquillamente far finta di niente, ma facciamolo senza chiedere aiuto a nessuno. In silenzio, con coerenza e rispettando le regole imposte. Almeno quelle, ché l’impressione è che se non ci adattiamo non lavoriamo, piuttosto che se non ci adattiamo la gente muore.

Questo cannibalismo, dove ognuno mangia qualcuno per la propria pancia piena senza saziare il fabbisogno collettivo, è iniziata e segue le regole di un’economia spietata. Dobbiamo fermarla se siamo davvero mossi da valori e se davvero capiamo che qualcuno ha bisogno di sopravvivere, Se non ci riusciamo poco male però, alla fine confermeremo la storia con un simbolico ossimoro, quello di lavarsi le mani, e con un motto che ha distrutto un impero: “mors tua, vita mea”.

ristoranti chiusi coronavirus

Sarebbe bello, no?!

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Favilla, la pizza al femminile

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Pizza tonda alla romana, fritti e piatti dai sapori tradizionali da Favilla, il locale ideato dalla giovane imprenditrice Giulia Pate nel quartiere Appio-Tuscolano

Il quartiere Appio-Tuscolano conferma la sua rinascita gastronomica grazie al continuo fiorire di nuove insegne di qualità, ma anche attraverso l’evoluzione di locali già esistenti che trovano dopo il necessario periodo di rodaggio la veste che più gli si addice. È quanto accaduto a Favilla, pizzeria situata nei pressi di Piazza dei Re di Roma, ideata e gestita da Giulia Pate, trentenne romana che ha preso la gestione di una pizzeria di vecchia data rinnovando il format per restituire nuova vita a questo locale che oggi accoglie un progetto di imprenditoria al femminile. “Con il tempo l’ho reso mio, gli ho dato un’anima. Così, come una scintilla, è nato Favilla”.

Il locale

Un luogo giovane ed essenziale al tempo stesso, arredato in modo semplice, integrando elementi colorati e moderni ad altri dal chiaro richiamo vintage, per un risultato finale che non trascurare né l’accoglienza né l’efficienza. Le ampie vetrate che illuminano gli spazi interni di giorno, diventano ulteriore elemento d’arrendo nel corso del servizio serale, rendendo lo spazio armonico ed informale. Qui Giulia gestisce la Sala e coordinata la brigata di cucina: al centro del progetto il forno Valoriani dal quale esce una pizza con un bordo leggermente più alto di una classica romana e, se solitamente il peso di quest’ultima oscilla fra i 160 e i 180 grammi, la tonda di Giulia si posiziona a metà strada dalla napoletana: il suo panetto è, infatti, da 230 grammi e viene impastato con un mix di farine tra semi integrale di tipo 1 e grano duro di tipo 0. Fatto maturare tra le 48 e le 72 ore, l’impasto segue poi una lenta lievitazione che lo rende leggerissimo e altamente digeribile.

Il menu

Non solo pizza (classica o “sfavillante” per quel che concerne il condimento), ma anche fritti in chiave personalizzata grazie all’utilizzo di sorprendenti soluzioni in fatto di ingredienti, ed alcuni piatti che richiamano la tradizione culinaria romana ed altre soluzioni più moderne, quali pasta ripiena e piatti vegetariani.

La prova d’assaggio

Si parte con le Polpette di bollito con salsa verde, che si fanno apprezzare per l’umidità interna delle polpette e l’equilibrio della salsa non dominata, come sovente avviene, dall’aglio. Si prosegue con il Supplì classico che grazie alla semplice, ma interessante, aggiunta delle zest di limone dona una sorprendente freschezza al palato. Il Baccalà in pastella con salsa alla senape chiude il tris di antipasti che soddisfano e lasciano presagire il meglio per il proseguo della serata. Si passa quindi alle pizze: la Margherita (pomodoro Inserbo e fiordilatte), la Bufalina (fiordilatte, pachino, olive, mozzarella di bufala a crudo e basilico) e la Fish & Chips (base focaccia, polpo, patate schiacciate, crema di burrata e polvere di peperone crusco).

L’impasto e le pizze

La prima osservazione è relativa all’impasto: non ci troviamo (per fortuna, a mio avviso) dinanzi alla romana tonda “scrocchiarella”, quella estremamente sottile che si sfalda, ma ad un impasto dalla buona consistenza, che tiene il condimento senza cedere né bagnarsi eccessivamente, con una buona croccantezza ed un sapore che sottolinea l’importanza dell’utilizzo della farina semi integrale. La Margherita è buona nel sapore e nell’equilibrio, e la qualità degli ingredienti dona una piacevole sensazione di freschezza. La Bufalina è molto golosa, regala pienezza di gusto ad ogni boccone e rappresenta una buona alternativa alla classica margherita. La Fish & Chips ha una buona idea di partenza ma risulta un po’ secca al palato, ed avrebbe probabilmente bisogna di un ingrediente in forma liquida o cremosa per giungere al necessario equilibrio. Al netto di questa osservazione, è comunque una pizza dal sapore piacevole.

In sintesi Favilla è un locale da provare, un luogo accogliente ed informale dove poter mangiare una buona pizza tonda alla romana e dei fritti estremamente interessanti, un bel progetto di giovane imprenditoria al femminile che merita il supporto degli appassionati romani.

Favilla – Pizzeria con Cucina
Via Urbino 35 (zona Appio-Tuscolano)
Telefono 06 7049 3458

Orari:
chiuso lunedì;
martedì, mercoledì, giovedì e domenica 19 – 23;
venerdì e sabato 19 – 23.30;
aperto sabato a pranzo 12.30 – 14.30

COVID-19, Come richiedere rimborsi per viaggi e prenotazioni

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Navighiamo a vista in acque difficili e vedere città deserte fa male. La richiesta di attenzione voluta dalla normative in vigore, con DPCM datato 4 marzo 2020 in materia di Coronavirus, è alta. Un periodo epocale, che con le dovute proporzioni assomiglia a una nuova concezione di guerra, silente, ma in grado di diffondere paura e di radere al suolo segmenti di mercato di essenziale importanza.

Una prova di resistenza sociale che se da una parte colpisce il benessere in tutte le sue forme e nella sua facile fruibilità consumistica, dall’altra fa tremare l’intero sistema economico.

Senza entrare nel merito dell’efficacia dei dispositivi di legge, demandati a chi ha responsabilità e visioni più grandi della nostra, e senza schierarsi necessariamente né con chi crea allarmismo e né con chi minimizza, ci siamo domandati almeno cosa succede in un settore in ginocchio come quelle turistico. Eventi rimandati, ristoranti vuoti, ma soprattutto scenari surreali legati al flusso turistico con treni, navi, aerei e alberghi deserti. Città deserte e lavoro perso. Con la certezza che dopo un grande periodo di crisi, proprio come nelle vecchie guerre, c’è sempre un grande un periodo di ripresa, la speranza è che le imprese resistano.

A favore dei consumatori di questo settore però, il governo stesso ha messo a disposizione strumenti normativi per poter rientrare di prenotazioni fatte e poi viste cancellare. Chiunque avesse investito in un viaggio di lavoro o di piacere, per poi vederlo infrangere su un muro di contingenza nazionale e internazionale, una buona notizia c’è e al fine di permettere un sano recupero di quanto non fruito per impossibilità sopraggiunta e non dipendente da proprie cause, abbiamo interpellato l’Avvocato Floriana Risuglia, segretario di UGIVI (unione Giuristi del Vino).

Recuperare le spese di prenotazione si può e di seguito pubblichiamo il vademecum necessario ai rimborsi.

Speriamo possa essere utile e nel futuro più prossimo possibile, ci auguriamo si torni a far muovere tre dei settori più importanti di questo paese: Turismo, Cultura ed Enogastronomia.

SCARICA IL VADEMECUM

Per qualsiasi tipo di approfondimento, la stessa rimane a disposizione nei riferimenti presenti nel Vademecum.