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Febbraio 2020

Rinviata la prima edizione di Pop-Olio

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La prima edizione di POP-OLIO, l’evento dedicato all’olio extravergine di qualità, in programma a Roma negli spazi WEGIL il 29 febbraio e 1 marzo, è stata rinviata a data da destinarsi a causa dell’emergenza determinata dal coronavirus.

Ecco il comunicato ufficiale delle organizzatrici:

Cari tutti, tenendo conto della grande preoccupazione e dell’allarme causati dall’ondata di coronavirus che ha visto cancellate numerose manifestazioni previste nelle prossime settimane, e in considerazione delle limitazioni di movimento imposte in più regioni d’Italia, abbiamo ritenuto opportuno rimandare POP-OLIO. Ci addolora moltissimo, anche perché i feedback ricevuti da più parti sono stati entusiasmanti. Meglio essere cauti e soprassedere, rimandando a un momento più tranquillo, perché POP-OLIO vuole essere una festa, una condivisione, una gioia. Vi comunicheremo appena possibile le nuove date. Tutte le iscrizioni fatte finora rimangono ovviamente valide. Grazie a tutti, Il team di Olissea“.

L’aperitivo nel weekend

Il team di Olissea non si è però perso d’animo, ed in attesa di comunicare le nuove date, ha organizzato un particolare aperitivo in programma sabato 29 febbraio:

Popcorn con olio extravergine per tutti questo sabato sera dalle 17 in poi all’Aperitivo di OLISSEA – Pop-olio da Buccone, Via di Ripetta, 19 Roma

A Casa Coppelle “Una Musica Può Fare…” del bene

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La cena di beneficenza presentata da Casa Coppelle e ABIO Roma per l’Ospedale Bambino Gesù

Si sà, quando ci si siede a tavola l’occasione è buona per parlare di tutto, ed i buoni propositi trovano ancor più terreno fertile se accompagnati da selezionati e gustosi piatti gorumet. Così, lunedì 2 marzo dalle ore 20.00 a Piazza delle Coppelle, avrà luogo la Cena di Beneficenza presentata dal ristorante Casa Coppelle e dall’associazione ABIO Roma – ODV, che sarà beneficiaria dell’intero ricavato della serata destinato al progetto “Una Musica Può Fare…”.

Gli scopi dell’iniziativa

L’iniziativa di empowerment terapeutico promossa dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ha tra i suoi scopi l’organizzazione di corsi e laboratori di musica per i piccoli pazienti della struttura ospedaliera, affetti da importanti forme di epilessia e gravi patologie neurologiche, per cui la ricerca in merito necessità di costante sostegno. Il laboratorio “Una Musica Può Fare…” ha il fine di accogliere i piccoli pazienti e di porli a confronto tra loro attraverso la pratica di materie artistiche, che permettaranno una socializzazione senza rischi, in un ambiente privo di pregiudizi e limitazioni. Questo tipo di attività aperta anche ai genitori, a medici e infermieri, consente alle cure mediche di esser percepite in modo più leggero, agendo con più incisività ed in più breve tempo, foraggiando così l’autostima dei pazienti che apprendono e giocano in piena sicurezza presso l’Oratorio del Gonfalone, sede del Coro Polifonico Romano.

Gli obiettivi

Con la Cena di Beneficenza a Casa Coppelle, si punta a raccogliere fondi per 10’000,00€, una cifra che sarà totalmente destinata alla realizzazione del progetto, con l’acquisto degli strumenti, l’affitto delle strutture ed il coinvolgimento degli insegnanti per un corso che si prevede possa avere una durata di due anni. Il menu degustazione di 7 portate comprensivo di beverage e studiato dai padroni di casa, ha un costo di 120,00€ a persona, offerta minima per esser presenti all’evento per cui si ringraziano: Acqua Pazza, Borgo del Balsamico, Falesco Cotarella, Ferrarelle, Feudi di San Gregorio, Mandrarossa, Pastificio dei Campi, Riso Buono eTartufLanghe (elenco di aziende in aggiornamento).

Dall’antipasto fino al dessert, un’occasione unica per far del bene mangiando.

Donazioni

  • Beneficiario: ABIO Roma
  • IBAN: c/c Unicredit – Banca di Roma IT08D0200805020000400827074
  • Causale: Donazione per il Progetto “Una musica può fare…”

IL MENU (prenotazioni al 06 68891707 )

Antipasti
– Catalana di gamberi, yogurt al mandarino, infuso di mela verde e verdure di stagione
– Foie Gras al torchon con pera Martin Sec e brioche parisienne
Primi
– Calamarata orientale “Pastificio dei Campi” con ragù di scorfano
– “Riso Buono” Carnaroli Gran Riserva all’Amarone, Castelmagno e cioccolato
Secondo
Tournedos di filetto di manzo al pepe rosa e spugnole
Predessert
– Crumble al pistacchio e sorbetto al lampone
Dessert
– Noisette

Per saperne di più: https://www.facebook.com/events/2495664110682550/

Settimana della Birra Artigianale 2020

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Torna la Settimana della Birra Artigianale con l’edizione 2020: il più grande “evento diffuso” d’Italia, del settore birrario, che ha come scopo la celebrazione della birra di qualità, prodotta da birrifici indipendenti e artigianali. Dal 2 all’8 marzo, sono in programma degustazioni, cene con abbinamenti, incontri con i birrai, visite a impianti di produzione, presentazioni di nuove birre, festival, offerte speciali e molto altro. Sul sito della manifestazione settimanadellabirra.it, in una sezione dedicata, sono segnalati i vari appuntamenti suddivisi per data e per regione.

Decima Edizione

Nata da un’idea di Andrea Turco, fondatore del blogzine Cronache di Birra, la Settimana della Birra Artigianale giunge alla sua decima edizione.

Lo scorso anno sono stati registrati 546 aderenti, per un totale di 597 tra eventi e promozioni. Cifre importanti che seguono parallelamente la crescita dell’intero comparto. Nel 2010 in Italia potevamo contare 311 birrifici artigianali, attualmente sono oltre 850 gli impianti in funzione. In generale, produzione e consumi pro capite di birra sono aumentati, mentre sono addirittura raddoppiati i volumi delle esportazioni. Entrando più nello specifico, la fetta di mercato relativa alla birra artigianale ha di recente superato il 3%.

Il Ballo delle Debuttanti

La Settimana della Birra Artigianale inizierà lunedì 2 marzo ma, nel weekend precedente, ci sarà un “anticipo” durante la Festa delle Birre Artigianali di Eataly Roma (da venerdì 28 febbraio a domenica 1 marzo).

Vero e proprio “evento nell’evento” sarà infatti il Ballo delle Debuttanti. Alle 19.00 di venerdì 28 febbraio, Salvatore Cosenza (organizzatore con Andrea Turco della manifestazione), in compagnia dei birrai, presenterà 18 birre inedite di altrettanti produttori, che saranno alle spine della Festa per tutto il weekend.

Eventi in evidenza

Lunedì 2 marzo

All’Osteria numero 2 di San Giorgio Bigarello (MN) serata “Vino contro Birra” con un’unica azienda protagonista: Siemàn, di Villaga di Vicenza. Vini naturali e birre a fermentazione spontanea saranno abbinati a specialità gastronomiche.

Martedì 3 marzo

Cena con birre in abbinamento a La Salsamenteria di Vercelli. Prima di tre serate sulle birre Trappiste a Venezia, un mini corso organizzato da Venice Beer Masterclass.

Mercoledì 4 marzo

Visita all’impianto e degustazione presso i birrifici: Il Baldo Birraio, a Costermano sul Garda (VR) e Ibeer di Fabriano (AN). A Campagnano di Roma, AgriLab, birrificio ed Azienda agricola presenta le sue debuttanti: evoluzioni sperimentali della loro linea classica.

Giovedì 5 marzo

Ad Altamura, la Bottega del Luppolo ospiterà il birraio di Birrificio Mastino con 7 spine dedicate alle sue creazioni.

Venerdì 6 marzo

La Birroteca di Potenza, organizza una degustazione di Saison con il birraio del Birrificio Basilisca, mentre il beer sommelier Gerardo Romano introdurrà gli ospiti al mondo del Lambic. Birre acide alla mescita anche al Maratonda di Verona, con selezione di fermentazioni spontanee direttamente dal Belgio. All’Hopside di Roma, invece, serata con il birraio di Birra del Doge.

Sabato 7 marzo

Due tap takeover in Campania: a Caserta presso La Quinta Pinta, le spine saranno appannaggio esclusivo di PicoBrew, mentre a Torre Annunziata al Craft 27, arriveranno i ragazzi del birrificio marchigiano Babylon.

Il sabato è anche giornata di porte aperte nei birrifici aperti: a Forgaria nel Friuli (UD) Birra Garlatti Costa visita con il birraio e possibilità di assaggi. Stessa cosa succederà in Liguria: a Savona da BEdreamER e a Genova da Maltus Faber. In Lombardia,  Rogno (BG), si terrà un laboratorio sulle materie prime presso il Birrificio Agricolo Pagus. Promettono sorprese i ragazzi del Birrificio Trunasse di Centallo (CN): cotta pubblica e un gustoso BBQ.

Anche Ritual Lab (Formello – Roma), fresco vincitore del prestigioso titolo di Birrificio dell’anno 2020, organizza per curiosi e appassionati una cotta pubblica.

Domenica 8 marzo

Nella mattinata della domenica conclusiva della Settimana della Birra Artigianale sessione di Beer Yoga nel cortile del birrificio Cantaloop di Cantalupo nel Sannio (IS)

Presso Edit di Torino il pomeriggio sarà dedicato alla conoscenza delle IGA, birre caratterizzate dal forte legame con il mondo dell’Uva e del Vino.

Official Sponsors

A conferma del prestigio e della risonanza dell’evento, per l’edizione 2020 la Settimana della Birra Artigianale può contare sul supporto di VDGLASS, Easybräu-Velo, Beerfellas, Monkey Style, Lallemand Brewing.

Cronache di Birra

È un blogzine (www.cronachedibirra.it) che dal 2008 offre una finestra quotidiana su quanto accade nel mondo della birra artigianale. Costantemente primo blog di settore in Italia nella classifica Teads, ospita contributi di esperti e analisi sull’evoluzione della scena brassicola italiana e internazionale.

Gli organizzatori

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore.

Salvatore Cosenza
È tra i soci fondatori e docente dell’Unione Degustatori Birre. Scrive di birra, cibo e ristoranti per diversi siti e guide. Raccoglie i suoi articoli sulla pagina Facebook Lieviti Digitali.

Da Aroma alla scoperta dell’extravergine Forsoni

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Al via gli incontri dedicati ai prodotti naturali ed alle aziende leader nel settore

Domani, martedì 25 febbraio, dalle ore 9.00 fino alle 18.00, presso Aroma in Via Amsterdam, prendono il via gli appuntamenti con aziende leader nella produzione e divulgazione di prodotti naturali. Strutture-esempio che da sempre lavorano le loro materie prime nel rispetto della biodiversità, in funzione di prodotti che siano sinonimo di natura.

Primo ed imperdibile incontro per gli appassionati della materia e per i curiosi pronti ad avvicinarsi ad un cibo più salutare e a materie prime sostenibili, sarà con il Frantoio Forsoni, azienda di eccellenza che da sempre opera in maniera sostenibile sul territorio italiano, producendo un prezioso olio emblema di una passione di famiglia lunga decenni.

Le parole di Massimo Forsoni

Massimo Forsoni è un appassionato produttore umbro, pronto a mostrare ai clienti di Aroma, tutto il sapore del suo oro liquido che potrà essere assaggiato per il corso di tutta la giornata di martedì 25 febbraio. “Poco più di venti anni fa ho deciso di dare nuova vita all’azienda agricola dei miei nonni oramai abbandonata. Frantoio Forsoni nasce dalla mia volontà di unire la tradizione alle tecniche moderne e proporvi un olio di cui vado fiero. Nasce tutto sui campi.” – afferma Massimo e prosegue dicendo – “È proprio sui campi dove coltiviamo i nostri ulivi, nelle varietà Moraiolo, Leccino e Frantoio, che si è formata un’oasi biologica tra i Monti Martani senza alcuna sintesi, dove i trattamenti effettuati nel corso dell’anno sono tutti “chemical free”. La raccolta avviene ancora “per brucatura”, a mano; preservare l’integrità del frutto e proteggere la pianta è un’operazione delicata che richiede ancora la mano dell’uomo. Il prodotto ottenuto ha una corposità superiore e profumi ineguagliabili”.

Le caratteristiche dell’olio Forsoni

Odore, colore, sapore. Tre elementi che gli affezionati di Aroma potranno saggiare e testare a proprio piacimento, con l’ulteriore omaggio di gustare un esclusiva composta di albicocche, altro fiore all’occhiello di Forsoni. L’olio e la composta saranno serviti sul pane casereccio di Terni, break saporito ed imperdibile che sarà servito anche durante la presentazione del libro “Il Mio Superpotere è la Gentilezza”, ediz. Dalia Ragazzi, una favola moderna sul potere di un valore assoluto come la gentilezza e sull’importanza delle parole.

Per saperne di più: https://www.facebook.com/events/495065138092776/

Giovanni Cappelli, Le Tamerici di Fontana di Trevi

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Roma è una metropoli il cui centro storico è infestato da attività turistiche e il perché la parola “turistico” abbia nel tempo acquisito un’accezione negativa, è una domanda che è meglio non farsi. Al punto che tra tutte quelle attività e parliamo di realtà ristorative, ce ne sono anche molte che invece della qualità fanno un motivo di orgoglio, tipo Le Tamerici, dove uno chef di nome Giovanni Cappelli investe tecnica e cuore per sorprendere chiunque si prenda la briga di scovarlo.

Il Locale

Siamo alle spalle della meravigliosa Fontana di Trevi e in quella matassa di vicoli c’è n’è uno dove tre scalini ti scendono in un ambiente elegante e accogliente, con le luci giuste e quel sorriso che non guasta mai. Gli spazi sono comodi, la mise en place pulita e una volta superata la confusione della bolgia di chi butta ancora monetine per un desiderio, puoi trovare un angolo di pace meritata. Con un’offerta fortemente proiettata verso il mare, gli arredi di Le tamerici lo richiamano anche assecondando il nome delle piante che proprio le coste di Corsica e Grecia caratterizzano.

La Cucina

La cucina di Giovanni è pulita, essenzialmente legata a una sostanza che gioca in equilibrio tra gusti tradizionali e ispirazioni creative. In alcuni piatti i colpi di sapore arrivano decisi e in altri, c’è tutta la delicatezza di una materia prima semplice.

Tra gli entrée ho assaggiato delle sfiziose Puntarelle e alici con mandorle e melograno, dove le diverse croccantezze e il contrasto tra la spunta acida del frutto rosso e la sapidità delle alici sono state davvero interessanti. Poi c’è stato un Calamaro e porcini su hummus di ceci e 10 spezie, un insieme molto delicato dove vince la dolcezza, sopraffatta poi dalla persistenza del porcino.

Tra i due primi, uno Spaghettone con zafferano, gambero rosso, lime e menta e le Pappardelle alla puttanesca di baccalà e ‘nduja, le seconde risultano più decise e ruffiane, ma la conquista del palato avviene con la Cotoletta di rombo alla milanese con birra, miele e cannella. Un piatto rotondo, fortemente caratterizzato dalla croccantezza come consistenza e dall’agrodolce come sapore.

A chiudere un gelato al cocco con crumble di cioccolato, sale di Maldon, tartufo e olio EVO, potremmo dire un classico degli ultimi tempi tra i dessert da ristorazione, se non fosse per l’aggiunta del tartufo che sorprende ed esalta un gusto persistente.

La carta dei vini è ampia e il servizio decisamente attento, ottima anche la selezione di bollicine (e di ostriche).

Perché Le Tamerici

Perché Giovanni Cappelli è bravo, innanzi tutto. Perché Le Tamerici sono la sua creativa espressione di una cucina tradizionalmente legata al territorio romano e alle sue origini. Perché in alcuni piatti quella creatività basata su cose semplici, ma efficaci, ti sorprende in un ristorante elegante, nel quale puoi mangiare bene in una parte di centro storico dove se ne ha bisogno.

LE TAMERICI

Vicolo Scavolino, 79
00187 Roma
Tel. 06 6920 0700
http://www.letamerici.com

25 Sfumature Gastronomiche – prima parte

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In un’epoca dove la cucina declinata in tutte le sue varianti –  libri, programmi TV, siti web e blog, manifestazioni gastronomiche, corsi – la frequentazione dei ristoranti rimane senza dubbio la celebrazione più manifesta e diffusa. Un così elevato interessamento per il cibo non poteva che portare ad un’improvvisa proliferazione di tanti pseudo esperti gastronomici alla continua ricerca dei prodotti d’eccellenza, della pietanza griffata o, più semplicemente, alla riscoperta di piatti della tradizione. Ma da buongustai sappiamo proprio tutto sugli ingredienti o sulle pietanze che ordiniamo o che leggiamo più frequentemente senza incappare in amletici dilemmi? Ecco allora “25 Sfumature Gastronomiche”, una breve guida a puntate sui dubbi più comuni riferiti ad alcuni prodotti o termini legati al gergo gastronomico italiano.

CAPPUCCINO, LATTE MACCHIATO e CAFFELATTE

Le differenze stanno nella combinazione percentuale di caffè e latte e nella presenza o meno di schiuma di latte. Il Cappuccino è il più riconoscibile e viene interpretato (teoricamente) in maniera univoca in tutta Italia. Si tratta di ¼ di caffè espresso in cui viene versato latte intero montato con la lancia vapore fino ad una temperatura di circa 55°C. La preparazione finale sarà sormontata da circa 1 cm  di schiuma di latte. Il Latte Macchiato, invece, è una preparazione servita in un bicchiere in vetro (solitamente in un tumbler) che prevede pochissimo caffè – meno del 10% – se confrontato con la quantità di latte utilizzato. Il Caffelatte è spesso confuso con il latte macchiato, o meglio, è il latte macchiato ad essere spesso interpretato come un caffelatte. Quest’ultimo dovrebbe essere quello che i francesi chiamano “café au lait” e gli spagnoli “café con leche”, in pratica un cappuccino senza schiuma, ma dosato in maniera pressoché identica al suo più famoso fratello di latte, sempre con ¼ o ⅕ di espresso. Anche la tazza di servizio dovrebbe essere la stessa, ma spesso si opta per una tazza più grande e alcune aziende di porcellane vendono addirittura delle grandi tazze da caffelatte.

CACAO, CIOCCOLATO e CIOCCOLATA

Il Cacao viene coltivato, il Cioccolato è invece un prodotto di lavorazione. Il primo è prodotto dai semi della pianta omonima, mentre il cioccolato è ottenuto assemblando diversi ingredienti tra cui i semi dell’albero del cacao. Il 90% del cioccolato in commercio  si ricava dai semi del cacao Forastero (Theobroma Cacao Sphaerocarpum), più facile da coltivare, anche se quello proveniente dal fagiolo Criollo (Theobroma Cacao Cacao) è molto più pregiato e raro. Esiste tuttavia un ibrido tra i due: il Trinitario, dal sapore delicato e facilmente lavorabile, usato soprattutto in pasticceria. Nonostante le sue origini amazzoniche, quasi il 70% del cacao proviene dall’Africa. La Costa d’Avorio, infatti, è il più grande produttore con il 37% di tutto cacao del mondo. Il cioccolato al latte fu creato dallo svizzero Daniel Peter nel 1875 dopo numerosi tentativi. Riguardo la Cioccolata, è una bevanda da bersi calda (da cui il nome “cioccolata calda”) costituita da cacao sciolto nel latte con eventuale aggiunta di zucchero, aromi o spezie.

Scoprendo Garbatella e i suoi cento anni

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Volti, storie e sapori. Un volume speciale per festeggiare con Le Guide di Repubblica il centenario del quartiere Garbatella

L’occasione è quella di un compleanno speciale. Il quartiere Garbatella compie cento anni e viene raccontato da un volume altrettanto speciale, facente parte della collana “Quartiere Italia”, presentato da Le Guide di Repubblica. Un percorso iconico tra le vie della bella Garbatella, tra volti, storie, luoghi del gusto e del cuore, con annessa una sezione di foto d’epoca seguite dalla preziosa testimonianza di Erri De Luca. La guida al quartiere sarà disponibile dal prossimo 17 febbraio 2020 in edicola (Prezzo 9.90€, in aggiunta al quotidiano La Repubblica), oppure in libreria (9.90€) e sui maggiori bookstore online. Una raccolta di inediti racconti che delineano uno dei luoghi più identificativi di Roma, in uscita proprio nei giorni in cui prendono il via le celebrazioni per “Garbatella 100”. A Erri De Luca è affidato il compito di raccontarne attraverso una lunga intervista, l’impegno politico e sociale, ma anche la sua quotidianità, che si svolge tra le architetture del barocchetto romano.

I contributi

A De Luca, si aggiunge anche lo scrittore e giornalista Gianni Rivolta, che firma una lunga e ideale passeggiata tra le strade e i simboli del quartiere, tra ricordi, curiosità e i luoghi a lui più cari, mentre sette personaggi del mondo dello spettacolo e non solo, sono i protagonisti delle interviste tra passato e presente degli Itinerari d’autore. Da Rossana Di Lorenzo, sorella di Maurizio Arena, ad Enzo Staiola, già attore bambino in “Ladri di Biciclette”, da Enrico Montesano al fotografo delle star Riccardo Ghilardi, fino al vincitore del World Press Photo Francesco Zizola e alla cantante Tiziana Donati, in arte Tosca, reduce dal palco di Sanremo 2020.

Le parole del direttore Cerasa

“Garbatella oggi è un luogo fortemente attrattivo, per la sua forza che riesce a dare spazio significato e continuità alle innovazioni culturali e alle start up che trovano a Garbatella il luogo ideale per nascere e prendere consistenza. È trainante anche per la presenza di luoghi dove si macina cultura come l’Università RomaTre, come il teatro Palladium, come l’hub Moby Dick, che attrae centinaia di giovani e li ospita a confrontarsi sul futuro e sui destini della città”, spiega il direttore delle Guide di Repubblica, Giuseppe Cerasa, nella sua introduzione alla Guida, proiettata tra passato, presente e futuro.

Le passeggiate tematiche

Decine infatti sono gli articoli della sezione Volti e Storie, in cui sono raccolte le testimonianze di grandi e piccole celebrità del quartiere, dalla celebre “Fatagarbatella” agli attivisti dei centro sociali, dal responsabile dell’oratorio allo storico gommista della zona. Un capitolo è dedicato a dodici Passeggiate tematiche, tra mercati rionali, set cinematografici, street art, attività da svolgere con i bambini e tanto altro. Tra le chicche anche la vera etimologia del nome Garbatella, che all’interno della corposa sezione di foto d’epoca è ben spiegata nel ritratto del quartiere a firma di Paolo Boccacci.

Dove mangiare

Tanti i luoghi della sezione Dove Mangiare, con ristoranti, trattorie e locali etnici seguiti dalle tante botteghe del gusto e dalle pizzerie, raccolte in un elenco di schede ragionato e raccontato, arricchito dalle Ricette degli chef del quartiere. Da non perdere inoltre il capitolo di artigiani e negozi, con tutte le dritte per lo shopping e il Dove Comprare, tra insegne di design e antiche manifatture, giovani imprenditori e ormai iconiche attività di famiglia da generazioni. Decine sono anche gli indirizzi segnalati del Dove Dormire, con i migliori hotel, b&b e dimore di charme, affiancati da indirizzi del benessere e della bellezza, come spa e barberie storiche.

Il dietro le quinte de Il Pagliaccio

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Nella serata di presentazione della Guida Ristoranti 2020 del Gambero Rosso, lo chef Anthony Genovese del ristorante Il Pagliaccio svela i retroscena e le difficoltà del suo lavoro.

Elogio degli chef e dei loro ristoranti. Questo lo scopo della giornata dedicata alla presentazione della guida ristoranti 2020 dello scorso 28 ottobre, e così è stato. Un evento coronatosi con una cena all’insegna dell’alta cucina, dove dieci tra gli chef che hanno raggiunto il massimo riconoscimento, le tre forchette, hanno messo in mostra il loro estro e talento, concedendosi qualche disattenzione perdonabile vista l’affluenza di circa 600 persone.

Al di là della serata, la figura e il mestiere dello chef, o dei proprietari di ristoranti in generale, sono connessi a uno status più che positivo a livello economico, ma è davvero tutto oro quel che luccica? O meglio, ci sono delle difficoltà che i ristoranti e gli chef di questo livello incontrano giorno dopo giorno? Poco prima della cena intervistando Anthony Genovese, chef e proprietario del ristorante “Il Pagliaccio” di Roma “triforchettato” con il punteggio di 92/100, è emersa un interessante verità.

Le quotidiane difficoltà

Ci sono sempre dei problemi, oggi diventa sempre più difficile gestire un ristorante”. Lo chef esordisce con questa frase mettendo subito in chiaro che il suo non è un mestiere facile, anzi. Fortunatamente trova che a livello culturale le cose stiano migliorando rispetto ai suoi inizi romani nel 2003: “la gente è pronta, è curiosa, ha voglia di provare e assaggiare quindi non mi lamento“. Il vero problema è la gestione a livello economico. Chef Genovese confessa che un ristorante come Il Pagliaccio molto probabilmente non riuscirebbe a sopravvivere del solo lavoro svolto all’interno delle sue mura, facendo fatica ad arrivare alla fine dell’anno. A questo punto allora diventa primordiale e fondamentale la sua figura di chef al di fuori del ristorante.

Lo chef itinerante

Nonostante le tre forchette è necessario continuare a promuovere la propria attività, specialmente sui social perché la ristorazione è ormai molto mediatica. Un mondo che neanche una “guardia di mezz’età” (vecchia ci sembra un po’ esagerato) come Genovese ha potuto evitare. Non solo social però, anche molti viaggi in tutto il mondo, conferenze, consulenze e show cooking per la ricerca del cliente e per un guadagno economico diretto. Insomma “un pagliaccio da solo non basta più”, ha bisogno di un circo nel quale appoggiarsi e trovare riparo.

La necessità di innovare

A cosa è dovuto questo nuovo modo di essere chef e ristoratore? Perché un locale premiato e riconosciuto non riesce a vivere del suo solo incasso? Domandando allo chef se secondo lui ci sia un problema di comprensione e apprezzamento di concetti quali innovazione e tradizione, o influenze orientali molto presenti nella sua cucina la risposta è stata in un certo senso scocciata: “per me non esistono più questi problemi e non voglio neanche più sentire parlare di queste cose, mi sono stancato”. Per un Genovese di genitori calabresi, nato e cresciuto in Francia, vissuto a Bangkok a inizi anni 90’ mentre lavorava per L’Enoteca Pinchiorri, trapiantato stabilmente a Roma dal 2003, il tabù del diverso e del nuovo è ormai superato. “È una conseguenza naturale del tempo in cui viviamo. Dobbiamo spalancare le nostre porte ad altre culture e alle innovazioni, rimanendo però sempre noi stessi, ma senza far finta che tutto ciò non esista”.

Le scelte dei clienti

Trasmette grande speranza e fiducia nel suo lavoro quando dice che c’è una progressione, seppur molto lenta ma c’è: sempre più persone comprendono, apprezzano e ricercano questo tipo di cucina. A suo malincuore però ammette che ciò avviene molto più facilmente al nord piuttosto che al sud. Arriveremo mai al punto in cui tutti saranno pronti a capire e apprezzare questo tipo di cucina? Secondo lo chef Genovese non sarà mai così. Come detto c’è chi è felicissimo di provare questo tipo di cucina, ma c’è e ci sarà sempre una fascia a cui non ti interessa minimante, che preferisce mangiare in posti più umili e poi chiaramente c’è chi non se lo può permettere. A questo punto allora non sarà neanche mai possibile per questi ristoranti riuscire a vivere del solo lavoro nelle loro mura.

I costi dell’alta ristorazione

L’alta ristorazione ha ormai costi elevatissimi: i prodotti, i vini, gli arredi lo staff e via dicendo”. Per questo molti ristoratori cercano di tagliare i costi nel personale o negli arrendi ad esempio, riuscendo a fare alta ristorazione concentrandosi solo sul piatto. Lo stesso fenomeno degli show cooking ha permesso ai cuochi di uscire dalle loro torri incantate e di scendere tra la gente comune. Genovese accetta e condivide in parte tutto ciò, mantenendo però un approccio aristocratico se vogliamo: “non dobbiamo andare troppo oltre queste pratiche. Il lusso è un punto di riferimento per l’Italia e io vorrei che la cucina fosse come il design, la moda e le belle macchine“.

La passione e la determinazione

Ultima domanda. “Ha mai pensato di…” e lo chef ci interrompe immediatamente dicendo “scappare?!“. Una spontanea risata ci coinvolge alleggerendo la situazione; chissà che non volesse scappare dalle domande, alquanto scomode e delicate, ma alle quali ha risposto con molta naturalezza e serenità. L’intenzione era di chiedergli se avesse mai pensato di tornare a una cucina, e quindi a una ristorazione, semplice, vicina al popolo e accessibile a tutti. Non nasconde che la fatica è molta, “anche ascoltando i miei colleghi e amici non ce la facciamo più siamo sempre in viaggio”. Non basta più stare dietro a un fornello, ricordandosi però di “prenderci il tempo di sederci e su una pagina bianca scrivere delle idee o una nuova ricetta. Le radici del nostro lavoro non le dobbiamo lasciare”. È proprio questa voglia di continuare a creare che non porta lo chef a fare il passo indietro. Per lui la cucina è passione, è svegliarsi la mattina con la voglia di fare. “Se mai un giorno mi dovesse mancare questa grinta dirò ai miei ragazzi di fermarci e farò qualcosa di diverso di più semplice, sempre fatto bene chiaramente, ma che mi permetterebbe anche di vivere di più”. L’impressione, ascoltando le parole dello chef de Il Pagliaccio, è che questo momento non sia proprio così vicino.

Vignaioli Artigiani di Cosenza: cultura del vino e coesione

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Può sembrare uno strano gioco di parole, ma il modo migliore per essere unici è non stare da soli. Perché sarà banale, ma è risaputo che “l’unione fa la forza”, soprattutto laddove di forza e intraprendenza ce ne vogliono tante. E di intraprendenza ed entusiasmo i Vignaioli Artigiani di Cosenza ne hanno da vendere.

Conosciuti a ottobre a Milano durante l’ultima edizione di Golosaria, ritrovati a Roma a Beviamoci Sud, sempre con lo stesso format sinergico, sempre con gli stessi sorrisi e un accento che non lascia dubbi sulla loro provenienza. Sono giovani vignaioli calabresi, ragazzi che per passione, tradizione familiare o investimento professionale hanno deciso di scendere in campo, o meglio dire scendere in vigna, e produrre il loro vino.

Fare vino in Calabria

E se non è difficile fare il vino in Calabria, terra votata al sole, divisa tra il mare che la circonda e i promontori di Sila e Pollino, non è invece facile “vendere” il vino, creare mercato, posizionamento e richiesta. E proprio per superare queste difficoltà, riconosciute e consolidate, che diverse cantine che vanno dalla costa tirrenica a quella ionica della regione, si sono unite per lavorare insieme sulla promozione e diffusione della cultura del vino calabrese e del territorio.

Una struttura sinergica interessante, che non è il solito concetto di rete, ma si fonda su una coesione profonda e sul senso di appartenenza. Una sinergia che finalmente al sud rompe gli schemi dell’individualismo, del micro sistema aziendale, facendoci scoprire un’altra Calabria.

Vignaioli Artigiani di Cosenza

Ma chi e quanti sono i Vignaioli Artigiani di Cosenza? Ce lo racconta Valerio Cipolla, classe 87, tra i più giovani del gruppo e portavoce ufficiale, nonché titolare di Tenuta Celimarro.

“Siamo tanti e in un certo senso rappresentiamo l’altra Calabria del vino, che vuole farsi conoscere sempre di più. Spesso la nostra regione si identifica con il rinomato Cirò, prima Doc e vino che ci ha “promosso” fuori e dentro i confini locali. Ma da un punto di vista enologico la Calabria sta crescendo, sta dimostrando di essere un territorio vivo. Le nostre realtà produttive coprono l’area che va da Donnici al Pollino (l’intera provincia di Cosenza) comprendendo ovviamente tutte le zone di produzione della Doc Terre di Cosenza”.

Un territorio ampio con moltissime differenze microclimatiche e di suolo, su cui si allevano Greco bianco, Montonico e Magliocco, vitigni autoctoni su cui si pone grande attenzione, sia da un punto di vista produttivo sia da parte del pubblico consumatore. Gli ultimi anni in Calabria, soprattutto in queste zone, c’è stato un gran fervore e una riscoperta di vitigni antichi, Magliocco e Montonico tra tutti, che stanno ridando quel senso di appartenenza profondo, che è uno dei fattori emotivamente più diffuso.

Come ci racconta lo stesso Valerio: “Siamo tutti vignaioli giovani, con aziende con pochi anni di vita – salvo qualche accezione che per noi diventa esempio –  e abbiamo deciso di puntare sui vitigni autoctoni, Magliocco Dolce in primis. Perché far conoscere questi “gioielli” significa per noi promuovere il nostro territorio. L’idea di coesione e sinergia ci serve proprio in questo secondo passaggio: diffondere la cultura dei nostri vini e dei nostri vitigni, di cui ancora si sa troppo poco”.

I protagonisti

In poche parole il gruppo dei Vignaioli Artigiani di Cosenza è una specie di sponsor territoriale, di squadra testimonial che sta lavorando non solo per far crescere il proprio sistema aziendale, ma soprattutto l’immagine e la conoscenza di una provincia e di una regione. Come abbiamo più volte convenuto con Valerio, Andrea Caputo di Cantine Elisium o le sorelle Belmonte e gli altri del gruppo nei vari incontri, se non si fa cultura del territorio e dei suoi prodotti, nessuna singola azienda riuscirà mai a crescere veramente.

L’aspetto che più mi piace e mi fa brillare gli occhi (per un senso di spudorato campanilismo) è sentire l’entusiasmo che traspare dalle loro parole, l’impegno delle idee, la voglia di crescere. Tutti elementi che si percepiscono quando li ascolti raccontare di vendemmie, dei lavori in cantina, delle vigne belle anche in inverno e cariche di speranze. Così giovani e così appassionati, e tra loro anche tante ragazze, sempre più determinate a costruire in casa il loro futuro in modo autonomo.

La meglio gioventù

La vigna e la terra sono sempre state parte della nostra infanzia, tutti noi partecipavamo alle vendemmie – ci racconta Valerio Cipolla – per noi ora è un riavvicinarsi a ciò che ci appartiene con più responsabilità e provare a raccontarlo in modo diverso. Tra di noi c’è chi aveva già l’azienda di famiglia e quindi la fortuna di una passione tramandata e anche un bel bagaglio di conoscenze. Molti di noi hanno studiato enologia per mettere concretamente mano al prodotto, altri sono specializzati in marketing e comunicazione. Poi c’è anche chi ha avuto il coraggio di iniziare da zero, come gli amici di Rocca Brettia, investendo tempo, denaro e forza in un progetto enologico votato alla valorizzazione del territorio. La cosa bella e fondamentale è che nella nostra diversità rappresentiamo un unico luogo e un’unica grande esperienza enologica. Tra di noi c’è alla base un sano concetto di confronto, di scambio e reciprocità. Se vogliamo diventare grandi la strada è questa!”

C’è da dire che la Calabria è conosciuta per la cipolla di Tropea, il peperoncino o la ‘nduja ma non per il vino, nonostante esista una tradizione vitivinicola millenaria risalente alla Magna Grecia. Una storicità importante che però – come sottolineano nel gruppo dei Vignaioli – in Calabria non si è riusciti a dare valore e continuità, facendosi sorpassare da altre regioni.

Gli obiettivi

Bisogna recuperare molto tempo e molta strada e una buona soluzione per migliorare lo stato di salute del vino qui al Sud è porre l’accento sulla comunicazione, sulla presenza dentro e fuori regione. Non basta solo produrre un buon vino, c’è bisogno di saperlo raccontare da per tutto. Ecco perché abbiamo scelto di mettere insieme più voci, farci vedere insieme come territorio. È quello che noi rappresentiamo, è quello su cui vogliamo fare cultura su tutti i livelli, dal consorzio al buyer, dal winelover al sommelier professionista, partendo da casa nostra per arrivare il più lontano possibile.”

Sono cariche di energia le parole di Valerio, che rappresenta il pensiero e il lavoro di tutti, cosciente anche che far parte di una nuova generazione di “comunicatori del vino” non può che far bene al progetto. E lo dice proprio lui, vincitore del Premio Enosocial 2019 ricevuto a Merano a novembre scorso: “Cavalchiamo l’onda delle nuove tecnologie e dei nuovi media, abbiamo bisogno di raccontarci facendo rumore nel modo giusto, non è più tempo di rimanere indietro oramai”.

Le Cantine che fanno parte del gruppo Vignaioli Artigiani di Cosenza sono:

Tenuta Celimarro – Valerio Cipolla
Cantine Elisium – F.lli Caputo
Cervinago – F.lli Cerchiara
Diana – Biagio Diana
Maradei – Gina Bavasso
Ten Ferrari – Costantino Ferrari
Terre del Gufo – Eugenio Muzzillo
Cantine Giraldi – F.lli Giraldi
Chimento – Vincenzo Chimento
Rocca Brettia – Alessandro Volpe
Az. Vinicola Manna – Ernesto Manna
Ciavola Nera – Fabio Lento
Acroneo – Bafaro
L’Antico Fienile  – Sorelle Belmonte
Cerzaserra – Francesco Filice
Terre di Balbia – Giuseppe Chiappetta
Tenute Paese – Andrea Paese
Cantine Viola – F.lli Viola

Festival del Giornalismo Alimentare 2020

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È giunto alla quinta edizione l’appuntamento che riunisce centinaia di professionisti della comunicazione e dell’informazione in ambito alimentare. Grandi temi di attualità e trend futuri al centro del dibattito. Comune denominatore: informazione di qualità.

Dal 20 al 22 febbraio 2020, Torino tornerà ad essere capitale del dibattito culturale nazionale sul cibo e l’alimentazione con la quinta edizione del Festival del Giornalismo Alimentare, che dal 2016 si è consolidato come una delle manifestazioni di rilievo nazionale, sia del «mondo alimentare» che del «mondo della comunicazione» e del giornalismo, unico in Europa nel suo genere.

Il linguaggio enogastronomico

Al Festival si parla di giornalismo e alimentazione da punti di vista anche molto diversi fra loro: il cibo visto dal giornalismo economico e finanziario; l’informazione sulla sicurezza alimentare; l’informazione sulla ricerca agroalimentare; il linguaggio del giornalismo enogastronomico; le bufale alimentari nel web; la comunicazione alimentare verso i bambini; le politiche nazionali sull’alimentazione; legalità e cibo; la critica e l’attualità delle guide enogastronomiche; la comunicazione delle aziende; l’editoria di settore…

La necessità di una informazione di qualità

Filo conduttore del dibattito sarà come sempre la necessità di una informazione di qualità, a fronte anche di un pubblico di consumatori sempre più attento, partecipe e preparato, anche grazie ad una più facile accessibilità ai contenuti, garantita dai nuovi media. Questa facilità di accedere alle informazioni, che è un incredibile strumento di sviluppo, ha anche un rovescio della medaglia: in rete è molto facile incappare in informazioni errate, incomplete, superficiali, fuorvianti. Solo un atteggiamento critico e la capacità di distinguere la validità delle fonti può permettere al consumatore di avere un ruolo attivo non solo nell’individuare informazioni di qualità, ma anche nella propagazione di quelle vere e corrette.

Per questo, per la prima volta nel 2020, il Festival aprirà le sue porte anche al pubblico, che avrà anche l’occasione di incontrare dal vivo alcuni tra i più seguiti personaggi della rete. Tra gli ospiti dell’edizione 2018 ricordiamo: Lisa Casali, Sonia Peronaci e Benedetta Rossi.

Radio Food: Media Partner e Panel

Radio Food, già presente lo scorso anno in uno dei panel in programma, quest’anno raddoppia la sua presenza: è infatti media partner dell’evento, con una copertura completa nell’arco dei 3 giorni con dirette da Torino, ed inoltre Andrea Febo e Luca Sessa saranno relatori nel panel “Raccontare il cibo in radio – Non si può assaggiare, non si può vedere, eppure è uno dei grandi temi della radio di oggi“.

L’appuntamento è per Venerdì 21 febbraio, dalle 17.10 alle 18.30. I due fondatori di Radio Food saranno sul palco in compagnia di Niccolò Vecchia (Radio Popolare), Matteo Scali (Radio Beckwith) e Maurizio Di Maggio (Radio Montecarlo), moderati da Marco Fedele (Radio Veronica).

Per restare aggiornati sulle prossime novità e per pre-accreditarsi alla tre giorni di Festival consultare il
sito www.festivalgiornalismoalimentare.it e i profili social.

Ufficio Stampa: stampa@festivalgiornalismoalimentare.it