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Novembre 2019

Pizza

Nostalgia per la pizza

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Quando rimbalzo come una pallina dentro quel grande flipper America, da uno stato all’altro, dai grattacieli di Manhattan all’Ultima Frontiera dell’Alaska, dagli scenari artefatti di Las Vegas al Golfo del Messico, la buca dentro la quale finisco, in media dopo una decina di giorni di resistenza, è la pizza. Le squisite bisteccone di Chicago, le aragoste del Maine, il pesce gatto fritto del Mississippi, le raffinate elaborazioni creole della cucina cajun di New Orleans, il ventaglio della gastronomia asiatica nelle Chinatown della Costa atlantica o l’alligatore fritto della Florida non bastano a placare il mio banale, brutale, perverso bisogno di una Margherita.  

La pizza all’estero

Tuttavia chi è quasi sempre in viaggio come me, lo sa bene: la pizza all’estero è una dannazione. Quando si ha la fortuna e la disgrazia di essere italiani si è costretti a confrontare la pizza con parametri fuori dai confini nazionali, nel 95% dei casi distante anni luce dall’ambito della decenza. È praticamente impossibile quantificare il numero di pizze che ogni giorno vengono mangiate in giro per il mondo. La regina della cucina partenopea per eccellenza – la verace pizza napoletana – è buona, è bella e invita alla convivialità. Ed è anche divertente perché può essere mangiata nel modo che si preferisce: con le posate, con le mani tagliata a spicchi oppure piegata a portafoglio. Luigi Veronelli, famoso gastronomo, la definiva così: «Solare, imitazione del sole, sole fatto piatto per le tue illuminazioni notturne: la pizza».

La versione napoletana negli USA

Trovarne una veramente italiana negli USA – proprio come viene fatta da Napoli in giù – soprattutto a New York, non è impossibile, sia chiaro: grazie ad alcuni nostri giovani chef migrati più di recente che conducono una battaglia tutta in salita per rieducare i palati newyorchesi dopo un secolo di barbare contaminazioni. Tra le mie preferite come abitante saltuario di Brooklyn ci sono Sottocasa e Motorino. Dei veri appassionati che si sono dati il compito di preservarne l’ortodossia in una metropoli dove la competizione al ribasso ha imposto la versione al taglio a $1.00, vietando di chiedere che cosa ci sia dentro.

I (pochi) pregi ed i (tanti) difetti

Lontana è infatti la “Neapolitan Style”, lanciata dall’immigrato Gennaro Lombardi nel 1905 a Spring Street, nel cuore di Little Italy, così come indicato nella più dettagliata guida delle pizze etniche di New York, dal titolo “A Complete Guide to New York City Pizza Style”. Ben presto, quella pizza che ancora poteva dirsi italiana, è stata presa, stravolta, inglobata dalla cultura ospitante, che ne ha fatto un piatto nuovo, diverso, autonomo rispetto all’originale.

Ed è quindi inutile ripetere che le versioni targate USA sono “troppo”: troppo grandi, troppo ricche, troppo condite, con un’accozzaglia di ingredienti buttati sopra alla rinfusa. Quelle pizze sono semplicemente un’altra cosa, con la loro dignità (anche se fatico ad immaginare quale) e le loro specifiche caratteristiche. Sarebbe  come voler paragonare la paella ai risi e bisi veneti: sono pietanze accomunate dal riso, certo, ma nient’altro. Così come è inutile criticare la Chicago-style stuffed pizza, un “monolite” esageratamente ricco e compatto da assomigliare più ad una grossa torta salata per stomachi robusti. Non mi stancherò mai di ripetere che la riuscita di una buona pizza non può dipendere da un solo fattore, ma dalla combinazione di quattro elementi: un ottimo impasto, ingredienti di qualità, un bravo pizzaiolo ed una corretta cottura.

Una pizza nata da un impasto scadente non sarà migliorata dal forno a legna: una pizza fatta male resterà tale a prescindere dal metodo di cottura. Un impasto correttamente maturato è leggero, quasi si sciogliesse sotto i denti. Ribadisco: «Correttamente maturato», che non significa legato per forza a lunghissime lievitazioni ormai sbandierate ovunque.

La vera pizza, stando ai più recenti canoni dei “pizzofili” nazionali, va classificata in 7 grandi categorie:

PIZZA NAPOLETANA
PIZZA TONDA
PIZZA GOURMET  (prodotta principalmente in Lombardia e Veneto)
PIZZA ROMANA
PIZZA IN TEGLIA o PIZZA AL TAGLIO

(con variante A.PI.TE.R, ossia Autentica PIzza in TEglia alla Romana)

PIZZA ALLA PALA

PIZZA AL TEGAMINO

Occorre dire, tuttavia che la pizza tonda napoletana – l’unica ad avere ottenuto il marchio STG (Specialità Tradizionale Garantita) – rappresenta, su scala italiana e mondiale, LA PIZZA per definizione.

La cucina italiana all’estero

All’estero la nostra cucina e soprattutto le nostre abitudini alimentari sono travisate, smontate e rimontate a piacimento in stile pseudo italiano, con risultati che probabilmente non gradiremmo mai (d’altronde anche noi interpretiamo alcuni piatti tipici stranieri con varianti, per così dire, “poco ortodosse”…). Quindi, se proprio vogliamo gustare anche fuori dai confini nazionali la classica pizza da noi tanto amata, non riadattata o maldestramente copiata a seconda delle tradizioni locali, non avremo che da aggiungere uno tra questi due aggettivi: italiana o napoletana.

E forse non ci arriverà – come mi è successo in una nota pizzeria à la page di Londra – un disco di pasta ricoperto di melanzane bruciate, pinoli, pomodoro, aglio selvatico o, ancora peggio ieri sera a Fairbanks in Alaska – ma ero consapevole a cosa sarei andato incontro – quando mi sono visto servire un “qualcosa” di forma rotonda guarnito con dadini vagamente somiglianti nell’aspetto e ancor meno nel sapore a prosciutto cotto, oltre a formaggio del tipo tutto-eccetto-mozzarella e pezzi di ananas, per giunta sciroppato. Applausi dunque per la scuola della versione napoletana, l’ultima frontiera (non quella dell’Alaska da dove sto scrivendo…) di un’enorme, riconosciuta eccellenza.

Alberto Blasetti

Gli immaginari visivi e di gusto di Alberto Blasetti

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Ha fatto salire uno chef sul tetto del suo ristorante per scattare una foto “diversa”. Da questo primo aneddoto si può immediatamente percepire che le foto di Alberto Blasetti non sono mai banali, ripetitive e statiche. Nonostante il potere della fotografia sia proprio quello di racchiudere in uno scatto un momento, di catturare forme e colori, emozioni e atmosfere, nelle immagini di Alberto c’è un dinamismo in tensione, che si avverte in maniera esplicita. Lo troviamo nelle composizioni dei piatti, nei colori a contrasto, negli elementi di sfondo, nei fumi che salgono dalle pietanze o dal liquido versato nel bicchiere; lo troviamo negli sguardi degli chef, complici e vivaci, nelle foto degli ambienti da vivere o vissuti.

I protagonisti delle immagini

Dietro questi scatti c’è la storia di un ragazzo che inizia a fotografare il food per arrotondare e che dal fantastico mondo del cibo e della ristorazione si è fatto letteralmente conquistare, tanto da diventare il fotografo di numerosi chef, libri e riviste. Beck, Apreda, Viglietti, Romito, Colonna, Sultano, Corelli sono alcuni dei nomi di chef stellati e non che ha immortalato, le sue foto si trovano su riviste come Food & Wine, Cook_Inc, RFood La Repubblica, Gambero Rosso Magazine, Donna Moderna, La Cucina Italiana e da qualche mese sono usciti gli ultimi due libri con le sue foto a corredo, I grandi cocktail del Jerry Thomas e Washoku, l’arte della cucina giapponese scritto da Hirohiko Shoda (entrambi Giunti Editore).

Alberto Blasetti

La ricerca dell’empatia

Raccontare con una singola foto un piatto, un ingrediente o una preparazione non è facile”, ci conferma subito Alberto,il dietro le quinte di ogni servizio fotografico è fatto di studio, di conoscenza della materia, di confronto con lo chef, che ti fa entrare nella sua cucina, ti spiega i procedimenti, le ricerche, ti fa sentire i profumi e i sapori. Solo quando l’empatia è completa allora quella foto riesce a parlare la lingua giusta e a comunicare con chi la osserva”.

La fotografia, come il nostro food reporter ci suggerisce, è un linguaggio puro, con la sua grammatica, le sue tecniche, le sue regole, ma allo stesso tempo è creazione di uno stile, che cambia e si rinnova in base al soggetto che si pone davanti.

La suggestione delle immagini

Il significato della fotografia, anche nel food, può essere uno o più di uno, tutto sta nel codice di decodificazione che abbiamo, del linguaggio che scegliamo di parlare. E’ il gioco che mi piace fare quando realizzo servizi con i magazine, dove cerco di creare un dualismo tra la narrazione per immagini e il racconto scritto dal giornalista. In questo caso non c’è bisogno che la foto racconti in modo puntuale, ma cerco di fotografare suggestioni, evocare, giocare con i possibili significati, anche con il non detto. L’importante è non replicare tra immagini e parole, perché la forza del racconto sta proprio nell’ispirazione verso qualcosa di altro”.

La parola chiave in questo lavoro oltre alla conoscenza è l’empatia. Come ci spiega Alberto: “Per avere il migliore risultato è importante cercare di entrare in contatto il più possibile con le persone, con lo chef o chi gestisce la sala. Da come uno chef ti spiega o ti racconta le sue creazioni, dalle sfumature della voce, dall’enfasi o dalla luce che ha negli occhi, tu capisci qualcosa in più, entri passo dopo passo nel suo mondo e te ne fai portavoce”.

Il dialogo con gli chef

Lo chef si affida completamente al fotografo. Le parole di uno chef diventano per Alberto la chiave di accesso, a lui poi il compito di tradurle in immagine, di riassumere in uno scatto un mood, la filosofia, la ricerca di mesi o anni di chi lavora in cucina. Ecco, un bravo fotografo è quello che sa dire dopo aver ascoltato, dire facendo vedere e soprattutto facendo sognare, che nel nostro caso si traduce in percezioni sensibili di gusto.

E di esperienze con gli chef Alberto ne ha fatte tante, ha ascoltato tante voci e anche assaggiato tante cucine, ha ricreato secondo indicazioni, da quelle più autorevoli di Antonello Colonna a quelle più creative di Cedroni, ha portato chef come Romito e Apreda sui tetti, ha trasformato in un personaggio pop Annie Feolde e portato fuori dalle cucine, a spasso lungo i Navigli Luigi Taglienti in giacca di pelle. Immaginari visivi, personalità allo specchio, giochi di ruolo e di identità, sono queste le atmosfere dei set di Alberto Blasetti che si percepiscono ascoltando i suoi aneddoti.

Sono questi i suoi scatti perfetti, quelli in cui c’è l’uomo con tutto il suo bagaglio emotivo, culturale e gastronomico.

Alberto Blasetti

Alberto Blasetti

The Yellow

Il Giorno del Ringraziamento al The Yellow

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L’America a Roma: al The Yellow in Via Palestro si festeggia il Thanksgiving Day, proprio come tradizione vuole

È la ricorrenza più sentita aldilà dell’oceano e ormai da anni, è osservata in modo scrupoloso anche nel cuore di Roma. È il Giorno del Ringraziamento, o più semplicemente “Il Ringraziamento” (Thanksgiving Day), che in Via Palestro viene rispettato prorio come tradizione a stelle e strisce vuole, da Stephen Meade chef del The Yellow Bar, pronto anche quest’anno a deliziare il pubblico e gli ospiti del grande ostello internazionale con i gustosi classici delle tavole americane.

Così, il 28 novembre dalle 12.30 fino alle 23.00, gli avventori, gli appassionati del genere ed i curiosi passanti che capitano in zona, sono invitati a cogliere l’occasione di godere dell’atmosfera pre-natalizia per eccellenza, quella a cui da sempre il cinema e i classici della letteratura mondiale hanno dedicato ampio spazio. Il tacchino farcito nel quarto giovedì di novembre, ha un sapore diverso, che conserva il gusto di una storia che dura da secoli e che affonda le proprie radici fino al lontano 1621, anno in cui i Padri Pellegrini istituirono l’importante ricorrenza.

Il MENU del RINGRAZIAMENTO al THE YELLOW BAR

(Dalla proposta classica alle alternative per chi non ama il menu del Ringraziamento).

  • Herb-Crusted Roast Turky (10.00€): Un prelibato tacchino arrosto, come tradizione impone, servito con salsa di mirtilli e farcito con funghi selvatici e castagne. Insieme alla carne c’è il classico puré di patate dolci, accompagnato da carote glassate.
  • The Yellow Style Caesar (8.00€): La suprema caesar salad nella versione romana targata The Yellow, servita con lattuga romana croccante, impreziosita da crostini tartufati, parmigiano, vinaigrette al formaggio, salsa caesar e (su richiesta), aggiunta di pollo o maiale alla griglia.
  • Roma Burger (10.00€): Hamburger di Angus nero grigliato (200 gr), oppure Petto di Pollo. Pomodoro, cipolla caramellata, scamorza affumicata, prosciutto crudo e lattuga croccante.
  • Chicken Avocado Wrap (6.50€): Tortilla con filletto di pollo grigliato, formaggio cheddar-jack, pancetta, rucola, salsa di pomodoro e avocado.
  • Veggie Wrap (6.50€): Tortilla al pomodoro farcita con fagioli neri, quinoa, avocado, spinaci, mais e salsa tomatillo.

La Festa del Ringraziamento

La festa è decisamente sentita in terra statunitense. I pranzi lunghi e luculliani dei giorni nostri, partono da un menu più ridotto che prevede portate capisaldi della tradizione. Il piatto principale è il classico tacchino, affettato ed offerto anche a vicini di casa e a persone meno abbienti. Il dato di consumo dell’alimento nei giorni di festa sale ad oltre quaranta milioni di tacchini consumati per onorare la festa. Lo stesso alimento poi, è offerto in tavola con condimenti di vario genere e diverse a seconda delle zone d’America in cui ci si trovi. A sud per esempio, il tacchino è servito insieme a della focaccia di granturco, mentre a nord viene consumato con una tipica specie di riso del territorio. Insieme al “carboidrato” doveroso, c’è la salsa d’accompagnamento, fatta di mirtillo, cranberry o bacche fresche, a cui viene aggiunta anche una buona dose di patate dolci, torta di zucca e infine fragranti biscotti fatti in casa.

Mangiare ci fa sognare. Ci fa viaggiare con la mente e le nostre papille non hanno confini. Il prossimo 28 novembre, tra un boccone e l’altro, si vola in America in Via Palestro, dove renderemo grazie con il tacchino del The Yellow Bar.

Per maggiori informazioni: https://www.facebook.com/theyellowbar/

The Yellow

The Yellow

Cesanese

La terza festa del Cesanese

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Trapizzino è orgoglioso di annunciare la terza edizione della “Festa del Cesanese”: martedì 3 dicembre a Trastevere, nei locali della Vineria di Roma Trapizzino Cafè, torna la serata dedicata al rosso di Roma per antonomasia, il Cesanese!

Anche quest’anno i visitatori si ritroveranno insieme ai produttori per rendere omaggio a questo vino e alle sue origini, antiche come la Città Eterna e amato da Imperatori, Papi, Osti e Poeti. Una degustazione diversa, dove tutti potranno chiacchierare a tu per tu con i vignaioli. Insieme a Stefano Callegari, Paul Pansera e Luca Boccoli, ci saranno 16 produttori di Cesanese; per brindare, scambiare opinioni e curiosità.

L’occasione per stappare tante bottiglie di Cesanese e conoscere più da vicino i produttori delle zone che rendono unici i vini del Lazio. Una serata in cui lo spirito conviviale e sincero di questo vino, sarà la linea guida per un evento informale ed amichevole, in cui l’importante è stare bene insieme e divertirsi perché, ne siamo convinti, si beve bene solo con il cuore.

La Festa del Cesanese Trapizzino da sempre accoglie tutte le sfumature di questo vino, simbolo del nostro territorio, con lo scopo di riunire i viticoltori che, in zone diverse del Lazio, danno vita alla loro “espressione in bottiglia”.

Saranno presenti per l’occasione:

DOCG Cesanese del Piglio
Sant’Apollaria Federici
Abbia Nòva
Alberto Giacobbe
Biodinamica Carlo Noro
Casale della Ioria
Coletti Conti
Marcella Giuliani Vini Bio
Massimi Berucci
DOC Cesanese di Olevano Romano
Cantine Riccardi Reale
Damiano Ciolli
Deanike
Marco Antonelli
DOC Cesanese di Affile
Cantina Formiconi
“Fuori Area”
Imperatori
Le Rose
Ômina Romana

Per partecipare, non serve prenotare, basta sorridere e brindare! I produttori e le etichette che compongono la Carta dei Vini della Vineria di Roma Trapizzino Cafè, sono scelte con la collaborazione di Luca Boccoli; con cento etichette, tutte dell’area laziale, La Vineria di Trapizzino si pone come un punto di riferimento per il vino di qualità dell’intera regione, rendendo merito alle eccellenze del nostro territorio. Vini a prezzo di Festa!

INFO

Trapizzino Trastevere – La Vineria di Roma
Piazza Trilussa, 46
00153 – Roma
info@trapizzino.it – 06 5817312

Cesanese

Salum'è

Salum’è, i salumi in mostra a Roma

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Salum’è, la mostra mercato dedicata ai salumi rari e artigianali della nostra penisola, con qualche eccezione, a Roma dal 30 novembre al 1 dicembre

Mancano ormai pochi giorni all’apertura delle porte di WEGIL, che il 30 novembre e il 1 dicembre 2019 ospiterà Salum’è, la prima edizione della mostra mercato dedicata ai salumi rari di qualità made in Italy. Un’intuizione nata dalla fortunata collaborazione tra Vincenzo Mancino e l’editore La Pecora Nera, già partner nell’organizzazione di Formaticum – evento di successo dedicato ai formaggi di qualità del territorio nazionale – per ricordare e far conoscere al pubblico l’arte norcina e le eccellenze che “profumano” lo stivale da nord a sud. D’altronde, in fatto di qualità, Vincenzo Mancino non è secondo a nessuno: i menu de suoi tre locali a Roma, dichiarano scelte ben precise, frutto del costante lavoro di promozione dei prodotti a marchio DOL (Di Origine Laziale) che esprimono perfettamente la vocazione del territorio laziale, confermando Mancino un riferimento per le eccellenze gastronomiche in tutta Roma.

Cosa provare a Salum’è

Sui banchi di Salum’è, tra le varie proposte, troverete esposti Presìdi Slow Food e diversi prodotti di salumeria italiana: Capocollo di Martina Franca, Salumi di nero Casertano, Cinta Senese, Nero dei Nebrodi ma anche novità poco note al grande pubblico come i salumi di bufala e di una razza pregiata ungherese, unica eccezione al made in Italy, il maiale Mangalitza.

Il valore delle produzioni artigianali

Un livello altissimo dunque, che segna un confine al di fuori del quale è impossibile uscire: la selezione della norcineria è infatti il risultato della caparbietà di Mancino e dell’attenta ricerca da parte degli organizzatori, che scovano, testano e infine coinvolgono i produttori. Sono loro i veri protagonisti dell’iniziativa, parte imprescindibile per la buona riuscita dell’evento: “ogni eccellenza produttiva porta con sé storie di territori, di piccoli artigiani e di tradizioni che si tramandano”, ci ricorda Mancino. Salum’è in questo modo si trasforma in un’occasione privilegiata sia per i produttori che per gli acquirenti: le piccole realtà selezionate – ormai ostaggio delle grandi industrie – potranno riaffermare il loro lavoro di resistenza legato alla produzione artigianale di salumi e far conoscere agli appassionati, ristoratori e agli esperti del settore quali tecniche si nascondo dietro le loro specialità. Un dialogo virtuoso, basato sull’ascolto e sul confronto, che valorizzi e supporti – con l’acquisto dei loro prodotti – un lavoro di qualità, fatto di storia e perseveranza.

Il programma

Durante la due giorni di Salum’è, oltre alle degustazioni, il pubblico potrà prendere parte a numerosi seminari di approfondimento curati da Domenico Villani, maestro assaggiatore ed esperto di salumi. Si parte sabato 30 novembre dalle 16.00 alle 17.00 con “Salumi: conoscerli e riconoscerli – percorso sensoriale per una maggiore consapevolezza” (si ripete domenica alle 11.00); a seguire “Resistenza suina: il maiale nero e altre storie” tenuto da Vincenzo Di Nuzzo; infine, la giornata si concluderà con “Pani e Salumi, il sandwich italiano per eccellenza”, nel corso del quale si potranno degustare i pani del Panificio di Gabriele Bonci e di altri collaboratori.  Si ripartirà domenica 1 dicembre, con nuovi focus da approfondire: dalle 16.00 “Salumi e nutrizione: strade divergenti o parallele?” e infine dalle 17.00 “Conservanti o non conservanti, è questo il problema?” curato da Domenico Villani.

Dunque, non una semplice mostra mercato a cui dedicare il fine settimana, ma un’iniziativa importante di formazione per divulgare il buon cibo e scoprire progetti imprenditoriali rivolti alla gastronomia buona, pulita e giusta. Ne uscirete più consapevoli e informati e la vostra pancia vi ringrazierà!

Salum’È

dal 30 novembre al 1 dicembre 
Ingresso: 5 Euro
Spazio WeGil – Largo Ascianghi, 5 – Roma

Rabarbaro

Tropicana Fruit & Veggie Club: il Rabarbaro

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Il rabarbaro – nome scientifico Rheum Officinale appartiene alla famiglia delle Polygonaceae, la stessa del grano saraceno. È una pianta perenne la cui altezza, a seconda della specie, varia da meno di un metro fino a 3 metri. È caratterizzata dalla presenza di grandi foglie e piccoli fiori ed esteticamente è una sorta di sedano rosso. Da millenni la radice di questa pianta erbacea originaria della Siberia viene coltivata in Cina principalmente per scopi medicinali e nel XIII secolo fu Marco Polo ad importarla in Europa (all’epoca veniva chiamata radice di rhacoma) diffondendosi nel Centro Europa soprattutto in Francia e Inghilterra. Nel tempo divenne così popolare che attorno alla metà del XVII secolo il suo valore in Inghilterra era quasi il triplo del prezzo dell’oppio mentre in Francia valeva addirittura dieci volte più della cannella.

Il Rabarbaro

L’uso del rabarbaro come coltura alimentare è relativamente recente. La parte utilizzata è lo stelo al contrario delle foglie che, contenendo elevate quantità di acido ossalico, risultano essere tossiche così come nei kiwi e negli spinaci, ma in dosi trascurabili per il nostro organismo. Tecnicamente si tratta di una verdura, ma considerato l’utilizzo attuale – si producono principalmente confetture e composte – può essere considerato alla stregua di un frutto. Per il suo gusto piuttosto acido e al contempo un po’ dolce, il rabarbaro è un vegetale insolito. A causa del suo particolare sapore, infatti, viene sempre consumato cotto con l’aggiunta di un po’ di zucchero.

L’etimo rabarbaro deriva da due parole greche: ra  che significa pianta e barbaron  per indicare che questa pianta era solitamente coltivata da popolazioni barbare.

Le varietà

Le varietà di rabarbaro sono circa 60. Le più diffuse, in quanto a gusto e popolarità, sono: la Canada Red, la Crimson Cherry, la German Wine, la Colorado e la Victoria.   Il Rheum Palmatum conosciuto anche come rabarbaro cinese o rabarbaro della Mongolia per le sue proprietà officinali rappresenta un ottimo rimedio della medicina popolare cinese e della fitoterapia. Svolge infatti un’azione stomachica e digestiva, efficace in caso di cattiva e lenta digestione, favorendo la produzione dei succhi gastrici. Inoltre, grazie alla bellezza e alle dimensioni delle foglie è utilizzato anche per scopi ornamentali.

La produzione

I maggiori produttori sono Regno Unito e Stati Uniti sebbene in passato il 90% della produzione mondiale si concentrasse nel cosiddetto Triangolo del Rabarbaro nel West Yorkshire, la parte più settentrionale dell’Inghilterra. Anche se non esistono statistiche ufficiali a riguardo, Regno Unito e Stati Uniti rappresentano anche i maggiori consumatori assieme ad alcuni Paesi dell’Estremo Oriente, Cina in primis. Nel 2010 la varietà Yorkishire Forced Rhubarb ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta da parte dell’Unione Europea.

Le curiosità

Molte sono le curiosità legate al rabarbaro. Eccone di seguito alcune:

  •  è la verdura, come detto utilizzata più come frutto, con il minor numero di calorie: circa 21 ogni 100 grammi, diversamente dall’avocado che rappresenta il frutto più calorico, usato come verdura, mediamente 221 calorie ogni 100 grammi di polpa.
  • negli Stati Uniti il 23 gennaio di ogni anno si celebra il National Rhubarb Pie Day, ossia la giornata nazionale della crostata di rabarbaro.
  • è utilizzato anche in profumeria. Costituisce infatti uno degli ingredienti di alcuni profumi. Tra i più noti il Burberry Brit Red Special Edition Eau de Parfum (in vendita in un’elegante confezione rosso rabarbaro contenente il flacone anch’esso rosso) e il CK One Summer 2011 Limited Edition, una franganza agrumata caratterizzata dalla freschezza tagliente del rabarbaro.
  • in Italia il rabarbaro è associato principalmente al Rabarbaro ZUCCA®. Era il 1845 quando Ettore Zucca scoprì il gusto e la piacevolezza di questa pianta. Nel tempo la preparazione artigianale di questo amaro si è trasformata in un prodotto venduto su larga scala in tutto il mondo diventando uno dei simboli della Milano raffinata. Celebre lo slogan pubblicitario in uso negli ’70 e ’80 del secolo scorso che faceva leva su un indovinato gioco di parole: Il Rabarbaro Zucca si trova nel bar come il bar si trova nel RaBARbaro.
  • in un recente passato la parola “rabarbaro” veniva usata nei film e in TV per creare una scena con brusio: si raggruppavano tutte le comparse in uno spazio ampio e gli si faceva ripetere in continuazione questa parola. Le diverse modalità di pronuncia (più veloce, più lenta, a bassa voce o ad alta voce) creava il brusio richiesto.
  • nel nostro Paese la commercializzazione e la produzione su larga scala di prodotti a base di rabarbaro come confetture sono ancora limitate. Anni addietro nei punti vendita di alcune catene di supermercati era possibile trovare la Confettura Classica di Rabarbaro prodotta dall’azienda francese Bonne Maman®. Considerato il poco gradimento da parte dei consumatori italiani, la commercializzazione di questo prodotto venne interrotta.
  • una volta assunto è in grado di variare il colore dell’urina in un giallo intenso, a volte anche rosso.
  • è ricco di beta-carotene e di composti fenolici come la luteina e la zeaxantina che proteggono la pelle dai radicali liberi. Una dieta ricca di questi composti antiossidanti può prevenire l’insorgere di alcuni tipi di tumore come quello alla bocca e ai polmoni, ma non solo. La prevenzione si estende anche alla degenerazione maculare, alla cataratta e all’invecchiamento precoce.
  • sempre in Italia, si produce una salsa ottenuta con gambi verdi di rabarbaro (coltivati nel Lecchese) e una bassa percentuale di zucchero di canna aggiunto, nell’ordine del 9-10%. La sua acidità rinfresca il palato e la rende perfetta per accompagnare carne di maiale, bolliti, arrosti saporiti o pesci grassi come salmone.
Casa Coppelle

Casa Coppelle incontra il Ristorante Magorabin

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Dal centro di Torino al cuore pulsante di Roma con Chef Marcello Trentini

Sono trascorsi solo pochi giorni dall’anniversario di dieci anni onorato insieme ai colleghi, amici e avventori di sempre. Sembra ieri quando Casa Coppelle annunciò alla Città Eterna di esser pronta ad accogliere i suoi cittadini e i turisti curiosi di sperimentare quella che dieci anni fa, era vera e propria innovazione, una cucina attenta, selezionata, in un ambiente altrettanto sofisticato ed accogliente.

Marcello Trentini e il Magorabin

Così, a pochi giorni dal suo decennale, Casa Coppelle si fa un regalo e annuncia l’arrivo di Chef Marcello Trentini dal Ristorante Magorabin di Torino, esperto esponente di quel concetto di “lusso per tutti”, atteso a Piazza delle Coppelle nella serata di domenica 24 novembre 2019.

Un’esperienza culinaria abilmente descritta dalla sua selezione di materie prime. Chef Trentini si presenta così, con i preziosi doni del suo territorio e non solo. Sapori tradizionali si mescolano a ricordi di esterofila memoria, rimandando il commensale verso quell’internazionalità e contemporaneità che mette tutti d’accordo.

L’incontro tra passione e sapori

Uniti da quell’amore per l’atmosfera familiare, condivisa da entrambi nel concetto di “casa” e “incontro tra le culture”, Casa Coppelle e Magorabin esprimeranno al massimo leloro potenzialità in una cena-incontro che riassume al meglio l’esperienza delle due attività.

Durante la cena sarà presente un wine pairing realizzato con alcuni dei fornitori vitivinicoli più vicini a Casa Coppelle e alcuni piatti preparati con due delle aziende che con noi condividono il concetto di bien vivre: RisoBuono e Pastificio dei Campi. Stagionalità, tecniche francesi e piatti concepiti per una cena spettacolare: un incontro enogastronomico fortemente voluto dalla direttrice artistica Rachelle Guenot, che promette una delle cene più esclusive mai proposte dal ristorante nel cuore di Roma.

Casa Coppelle

Casa Coppelle

chinottissimo

ChinottISSIMO, la bevanda superlativa che fa bene

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Quanti hanno bevuto almeno una volta nella vita il Chinotto? Molti lo preferiscono in modo esclusivo alle altre bibite e soft drinks. Ma quanti conoscono veramente la storia che c’è dietro a questa bevanda, che a modo suo ha segnato un periodo della ricostruzione post bellica del nostro paese? Il chinotto è, infatti, una bevanda famosissima e tutta italiana. Dal gusto un po’ particolare, è una bevanda per intenditori e ancora oggi si presenta come un prodotto di nicchia, rispetto alle conosciute bibite americane.

Pietro Neri

Facciamo un salto indietro nel tempo e ritorniamo nel 1949. E’ questo l’anno in cui Pietro Neri, con la sua prima ricetta originale comincia a Roma la produzione di chinotto, poi seguito da altre bevande. Fu subito un successo, che portò alla apertura di nuovi stabilimenti vennero in diverse città italiane come Bologna, Napoli, Capranica.

Pietro Neri è dunque il padre del Chinotto, primo e inimitabile, ma ha soprattutto un altro grande merito sul mercato: saper fare pubblicità, saper raccontare in modo diverso il suo prodotto, giocando con quelle che sono le famose proposte di valore. La differenza tra lui e gli altri imprenditori è netta e lampante, Pietro Neri già agli inizi regalava messaggi e consigli per imparare a bere, che oggi sarebbero di grande attualità: “Non bevete contro la salute ma per la salute”.

La campagna protezionistica del 1959

Storica poi la sua efficace campagna protezionistica del 1959 a tutela dei consumatori per accertare la presenza della caffeina nella bevanda della Coca-Cola. L’azione intrapresa era mirata ad un rapporto etico nei confronti dei consumatori per la tutela della loro salute, poiché essi erano da sempre considerati da Pietro Neri non come inconsapevoli compratori, ma come i soli protagonisti delle sue bevande.

Il chinotto ebbe il suo boom di vendite fino alla fine degli anni ’60. Successivamente l’azienda, lo stabilimento e il marchio per vicissitudini alterne e non proprio fortunate vennero ceduti, ma la formula originale dei prodotti è sempre stata custodita gelosamente in famiglia.

Il Chinottissimo

Ricetta che torna alla ribalta grazie alla collaborazione, agli studi e ricerche portate avanti da Pietro Neri e dal nipote Simone Neri, con un nuovo nome e nuove proprietà. La famiglia Neri propone il Chinottissimo – l’Issimo delle bevande, personalizzato e mirato al Benessere e dell’Essere. La formula base che ha da sempre contraddistinto questa “bevanda” è stata, nel tempo, maggiormente valorizzata da Simone che, forte dell’esperienza fatta vicino a suo nonno, presenta un prodotto più ricco, con 53 erbe, e non aromi, provenienti da ogni parte della Terra e, novità assoluta, l’aggiunta del miracoloso ginseng.

Ancora una volta come oltre cinquant’anni fa una bibita viene promossa per le sue caratteristiche organolettiche, come ci sottolinea lo stesso Simone Neri: “ChinottISSIMO è un prodotto unico che si pone in netto contrasto con il mercato egemone delle “Cole” e per le sue caratteristiche organolettiche si rivolge a consumatori attenti alla qualità degli alimenti e di conseguenza alla salute”.

ChinottISSIMO oggi è prodotto esattamente come si faceva una volta – ci fa notare il signor Neri – non abbiamo voluto stravolgere la tradizione, ma solo migliorarne le qualità. Continuiamo a fare la nostra bevanda con vero infuso di chinotto con l’aggiunta di elementi innovativi alla ricetta classica. La ricerca ci ha portati a individuare 53 erbe aromatiche, tra cui achillea, aloe, echinacea, passiflorea, ribes nero, biancospino, camomilla e altre ancora a cui si aggiunge anche l’estratto di Ginseng, tutte erbe che esaltano i sapori del frutto del chinotto, arricchendolo di fragranze e gusto retrò, così ChinottISSIMO diventa la nostra bevanda superlativa per eccellenza”.

L’importanza della qualità

Alla base di questo prodotto c’è un solo obiettivo, oltre al gusto, la qualità. “Esprimiamo valori oggi molto ricercati, tra cui qualità, tradizione, tipicità e legame con il territorio. Curiamo la qualità fin dalle prime fasi di lavorazione al prodotto finale, nel rispetto dell’ambiente, puntando alla continua innovazione mantenendo sempre un forte legame con il passato. Per noi i consumatori sono gli unici protagonisti delle nostre bevande e vogliamo instaurare con loro un rapporto etico”.

E di questo pare se ne siano accorte anche le istituzioni, ChinottISSIMO infatti è stato selezionato e inserito nel paniere dei “Prodotti di Eccellenza della Regione Lazio” e nel circuito delle “Botteghe Storiche di Roma”, è stato selezionato dalla Regione Lazio come prodotto di eccellenza del territorio e presentato con successo ad Expo 2015, oltre a essere uno dei prodotti consumati dalla Fao, dal Vaticano e anche dall’altro capo del mondo.

Chinottissimo

Pasticceri Pasticcerie

“Pasticceri & Pasticcerie 2020”

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Presentata ieri a Roma l’edizione 2020 della guida “Pasticceri & Pasticcerie” del Gambero Rosso, giunta al suo settimo anno. Miglior punteggio alla Pasticceria Veneto di Iginio Massari.

Ieri è stata presentata a Roma l’edizione 2020 della guida “Pasticceri & Pasticcerie” del Gambero Rosso, giunta al suo settimo anno, una pubblicazione che fotografa lo state dell’arte di un settore che allarga sempre di più i suoi orizzonti con restyling dei locali che puntano alla valorizzazione dei prodotti e un’attenzione sempre maggiore da parte dell’hotellerie di lusso.

Gli Hotel con pasticcerie sono infatti il trend del momento: boutique in cui si punta ad una proposta d’eccellenza che seleziona le migliori materie prime da tutto il mondo, senza però dimenticare il territorio.

Ritorna l’appuntamento con la guida Pasticceri & Pasticcerie, un settore in continua e costante crescita ed evoluzione” ha dichiarato Paolo Cuccia, Presidente di Gambero Rosso, che ha aggiunto “Il Gambero è da sempre attento ai maestri impegnati nell’utilizzo e nella trasformazione dei prodotti eccellenti che ne esaltano le qualità e riescono a produrre grandi capolavori, simbolo della creatività culinaria del nostro Paese”.

Le valutazioni

La classifica delle Tre Torte (i locali che raggiungono un ponteggio superiore ai 90) regala conferme, con 23 locali. A guidare il treno delle eccellenze è la regione Lombardia con 6 insegne, seguono la Campania con 5, poi Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio e Sicilia con 2, infine Toscana e Trentino-Alto Adige con 1. Si infoltisce il numero delle Migliori Due Torte (i locali che hanno un punteggio da 85 a 89) che passano da 54 a 60.

Consegnati anche i Premi speciali: quello per il Pasticcere Emergente è andato a Marco Battaglia e Lavinia Franco di Marlà (Milano), la Novità dell’Anno è Harry’s Pasticceria (Trieste), mentre il riconoscimento per la Miglior Pasticceria Salata è andato a Bompiani (Roma).

Le Tre Torte

95

Pasticceria Veneto (Brescia)

94

Dalmasso – Avigliana (TO)

93

Biasetto – Padova
Maison Manilia – Montesano Sulla Marcellana (SA)
Pasticceria Agricola Cilentana Pietro Macellaro – Piaggine (SA)

92

Besuschio – Abbiategrasso (MI)
Gino Fabbri Pasticcere – Bologna
Pasquale Marigliano – Nola (NA)
Sal De Riso Costa d’Amalfi – Minori (SA)

91

Acherer Patisserie.Blumen – Brunico/Bruneck (BZ)
Bompiani – Roma
Ernst K Knam – Milano
Nuovo Mondo – Prato

90

Cortinovis – Ranica (BG)
Dolce Reale – Montichiari (BS)
Fabrizio Galla – San Sebastiano Da Po (TO)
Belle Hélène – Tarquinia (VT)
Pasticceria Marisa – San Giorgio delle Pertiche (PD)
Pepe Mastro Dolciere – Sant’Egidio del Monte Albino (SA)
Rinaldini – Rimini
Pasticceria Roberto – Erbusco (BS)
Sciampagna – Marineo (PA)
Caffè Sicilia – Noto (SR)

Delizie dentro e fuori dal Bunker

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Outiside the Bunker: al via il tour romano del Bunker Kitchen Club. Da Via del Boccaccio alla conquista della capitale.

Dalla fortezza di Via del Boccaccio dove la roccaforte del Bunker Kitchen Club produce gusto, alla scoperta della Roma più o meno vicina. Le delizie del Bunker sono servite, dentro e fuori dallo spazio curato da chef Nicholas Amici, che il 17 novembre darà il via al tour capitolino già noto come Outside The Bunker. Obiettivo è il divertimento (con l’imperativo hashtaggato #Fundining), insieme alla condivisione di alcuni dei cocktaild e delle pietanze di uno dei bar più vivace della Città Eterna.

Quattro gloriose tappe attendono la brigata del Bunker. Si comincia al Ru.de Centoncelle, dove all’accoglienza ci saranno i padroni di casa Cristian Ricci e Marco Zampilli. Un meno occasionalmente studiato vedrà in assaggio alcuni dei signature dish di Chef Amici, abbinati ad appositi e ricercati cocktails. Si può scegliere di ordinare un menu completo oppure porzioni singole, con un format che sarà ripetuto per tutte le serate condivise tra Bunker e locale ospite.

IL CALENDARIO:

17 novembre
Ru.de Centocelle
, Via dei Castani, 228

Ru.de apre nel 2018 a Centocelle, il quartiere in cui i due titolari, Cristian Ricci e Marco Zampilli, sono cresciuti e dove hanno deciso di tornare. Il progetto si pone l’obiettivo di rimettere al centro i drink, l’evoluzione, ma soprattutto l’essenziale: Ru.de sta anche per rumor delete (abbassiamo tutti la voce).

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24 novembre
Mercat Bistrot & Old Bar, Via del Gazometro, 44|48

Mercat Bistrot è guidato dalla bartender Cinzia Mannello che, ritornata dall’Australia e dopo varie esperienze in alcuni cocktail bar romani, decide di dar vita a questo progetto: perfetto connubio tra il buon cibo e il beverage con una drink list e una mixology dell’era proibizionista.

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1 dicembre
Blind Pig – Roma, Via La Spezia, 72

Il Blind Pig- Roma, aperto da gennaio 2018 in zona San Giovanni, è considerato ormai meta sicura per il buon bere e per godere dell’aria rilassata e allegra, tutto merito di un personale giovane e attentissimo. Una drink list che varia ogni tre mesi si affianca ai cocktail classici eseguiti magistralmente. A guidare il bancone Mattia Ria ed Egidio Fidanza, barman e soci in questo progetto del patron Marco Pucciotti. Ad affiancare la drink list non poteva mancare un menu con mille sfizioserie sempre in abbinamento, dalle focacce gourmet agli hamburger, fino alla proposta stagionale in base ai prodotti del mercato.

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8 dicembre
Party al Bunker Kitchen Club

Una serata di chiusura del tour ospitata proprio al Bunker, in compagnia dei piatti di Nicholas Amici e dei cocktails dei bartender dei locali che hanno partecipato alle precedenti serate: Ru.de Centocelle, Mercat Bistrot & Old Bar e Blind Pig.

Per maggiorni informazioni, evento ufficiale: https://www.facebook.com/events/422060805125462/