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Winelivery: bere bene a domicilio.

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Se finora il food è stato il protagonista del delivery, il sistema consegna a domicilio, è importante non sottovalutare la sempre crescente richiesta per quel che concerne il beverage. Da qualche anno già oltreoceano la tendenza ‘Drink Delivery‘ impazza ottenendo grandi successi, e visto che anche in Italia il vino e il delivery dal 2015 stanno vivendo il loro momento d’oro, perché non pensare a un progetto che li sappia combinare insieme?

Eh sì, abbiamo approfittato della palese mancanza sul nostro mercato di questo tipo di servizio, cercando di sfruttare le due ondate favorevoli di attenzione e aumento del consumo del vino di qualità e del delivery per “inventarci” la nostra App per bere”. Questa la genesi di Winelivery come raccontato dalla sua founder Andrea Antinori.

Andrea Antinori e Francesco Magro sono gli ideatori di questo progetto che da sperimentale nel giro di qualche anno si è trasformato in un’azienda a tutti gli effetti dove lavorano più di 20 persone e quasi 200 riders.

 Come funziona App per Bere

Basta scaricare la app sul proprio cellulare o andare sul sito www.winelivery.com, scegliere tra le 1200 etichette presenti tra i vari prodotti beverage (birre, vini, bollicine, superalcolici, cocktail e ghiaccio) e aspettare appena 30 minuti, giusto il tempo che il riders citofoni a casa.

Il suo successo è chiaramente la funzionalità e velocità del servizio – come fa notare Andrea – una app facile da usare, un ampio catalogo tra cui scegliere e un sistema di logistica efficiente e veloce che recapita a domicilio qualsiasi etichetta alla giusta temperatura di degustazione. Con un servizio attivo tutti i giorni, dalle 11.00 di mattina all’1.00 di notte, il venerdì e il sabato fino alle 2.00”.

Ascolta il podcast dell’intervista ad Andrea Antinori e Alessandro Palmarin

La diffusione del servizio

Winelivery nasce come servizio di consegna di alcolici a domicilio a Milano nel 2016, ma sta già sconfinando in altre città italiane, già attivo a Torino, Bologna, Firenze, Bergamo, con quasi 100.000 download effettuati, sta per approdare a Roma e Napoli. E nella capitale è una questione di giorni.

“Essere a Roma era quasi obbligatorio e ci siamo riusciti, da luglio dovrebbe partire il progetto” – sottolinea Andrea Antinori – “In soli tre anni, Winelivery, è cresciuta in maniera considerevole grazie a tre round di investimento in Crowdfunding cha hanno finanziato la startup per quasi 2 milioni di euro portando a bordo più di 550 soci: oggi Winelivery è una delle startup più partecipate in Italia. Il fatturato di Winelivery è cresciuto più del 500% per due anni di seguito, con un incremento di ordini che ha permesso di passare dalle 2.500 bottiglie del 2016 alle 130.000 attese al termine del 2019”.

L’utente di Winelivery

Il pubblico?Winelovers, appassionati, professionisti, hanno risposto molto bene a questo progetto, e insieme a loro anche il target horeca e il mondo corporate con servizi di regalistica e catering che usufruisce del servizio, con grande agevolazione sul catalogo e sullo stoccaggio della merce. L’ampia user base e le skills di marketing hanno fatto di Winelivery una vera e propria “media-agency” a servizio di produttori e brand del mondo beverage” spiega Andrea.

La selezione

Vini, birre e alcolici vari a catalogo non sono scelti casualmente, un team di esperti sommelier è dedicato all’assaggio e selezione dei prodotti, che cambiano in base alle città, stagionalità, cercando di offrire al pubblico delle carte dinamiche da cui scegliere. Presenti un po’ tutte le regioni e anche vini internazionali: dal Cerasuolo d’Abruzzo, al Chinati, Cannanou o Barbera fino al Cheery Malbec argentino, dai classici brand di champagne alle bollicine siciliane,  In questo modo Winelivery si presenta anche come un ottimo strumento di posizionamento per le cantine e i loro prodotti, un canale di comunicazione dell’etichetta.

Un progetto con enormi potenziali di crescita, che al suo interno ha diversi elementi dal drink delivery alla media agency. Alle volte l’intuizione e la voglia di fare portano in luoghi inaspettati.

Ciambelle: lussuriose anche se infornate

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Da Centocelle alla Gianicolense, alla scoperta del buco glorioso

Il momento della colazione, è un fottutissimo (per dirlo alla hollywoodiana) momento sacro. Da quell’istante infatti, dipende l’intera giornata! A dirlo non sono io, ma i grandi cultori del risveglio muscolare addominale, che ripongono nel barista tutte le loro speranze e per questo effettuano un vero e proprio screening dei luoghi di quartiere, alla ricerca del cappuccino più soddisfacente e del lievito migliore. Ed è per questo che alla chiusura temporanea del nostro piccolo baretto di zona, siamo andati a caccia di un nuovo riferimento culinario mattutino che potesse adempiere a tutti i doveri del caso e si facesse carico della nostra mattiniera voglia di coccole in carboidrato. Così, tra un errore oggi e un altro domani, seguendo il lungo Viale della Primavera nel cuore di Centocelle, siamo incappati in un esercizio di recente apertura, proprio all’altezza della nuova Metro C/Gardenie, al cui angolo è sorto da poco tempo il bar MB Maribrunetti.

Una dolce sorpresa ci ha colto in fragrante (è proprio il caso di dire), quando la prima sfornata dell’alba ha tirato fuori il meglio del mattino: soffici cornetti e freschi danesi guarnite di crema, uvetta o gocce di cioccolato. Un fiume di croissant in cui tuffarci a perdifiato e, una bracciata dopo l’altra, rimanere incagliati nella ciambella al forno inondata da leggiadro zucchero a velo. Forse è il buco nel mezzo a crear cotanta leggerezza? Non lo sapremo mai! Ciò che sappiamo è che di quelle ciambelle non ci saremmo mai saziati. Ma quel gusto non ci era nuovo. Quell’assaggio era piuttosto un omaggio a chi di ciambelle infornate ne ha fatto un status. Se c’è una cosa che il buon cibo è capace di fare, sono proprio i raccordi spazio-temporali. Così, andare da Centocelle a Monteverde diviene un attimo basato sull’asse della ciambella lussuriosa, anche se infornata. Perché è questo che è accaduto mentre trangugiavamo le nuove ciambelle di Maribrunetti! Inevitabilmente la nostra mente è andata al Bar Pulcini sulla Gianicolense, dove per la prima volta abbiamo assaporato il risveglio col buco al forno, un morso di paradiso nel girone dei golosi.

Circa duecento al giorno. Solo ciambelle. Il Bar Pulcini non fa sconti a nessuno e giornalmente sforna oltre duecento pezzi: tutte una diversa dall’altra, ma con un punto fermo: la ricetta! Un impasto libidinoso (e segreto) al cui interno viene incorporata della crema pasticcera che diviene parte della ciambella stessa. Non divisa, non aggiunta, dentro la ciambella. Con un rigolo di crema ogni tanto e che al primo assaggio spruzza zuccheri direttamente al cervello.

Detto e scritto questo, non abbiamo altra scelta che chiuder tutto e continuare la ricerca, per scovare ulteriori raccordi-ricordi di gusto col buco… rigorosamente al forno!

UM CAFESINHO POR FAVOR!

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Un bancone in laminato, sei sgabelli, due agitatori d’aria a soffitto, un vecchio ritratto a mo’ di immagine votiva che raffigura Pelé nel poderoso stacco di testa su Tarcisio Burgnich nella (per noi) maledetta finale Brasile – Italia di Mexico ‘70, un bel cesto pieno di frutta fresca ed una grande caffettiera in acciaio inox che emana un forte profumo di caffè. Ecco l’arredamento di questa lanchonete, minuscola caffetteria come se ne trovano praticamente in tutti gli angoli di Rio de Janeiro.

La vecchia radio trasmette una delle numerose versioni del successo più famoso della bossa nova degli anni sessanta: Garota de Ipanema (“La ragazza di Ipanema”). È piacevole ascoltarla in questo locale: mi trovo nell’elegante quartiere di Ipanema, non lontano dal Bar Veloso sul litorale davanti al quale ogni mattina passava Helô Pinheiro, la ragazza quindicenne che ispirò Vinicius de Moraes, l’autore di questa canzone. Sono le otto e trenta del mattino di una calda giornata di gennaio. Il sole è già alto e tre clienti sorseggiano il primo cafesinho della giornata, con gli occhi persi nell’oceano che riecheggia in fondo alla strada.

Cafesinho (“caffettino” in portoghese), è il nome con cui i brasiliani chiamano tradizionalmente il caffè. Una bevanda dal gusto amaro e leggermente acido, servita molto lunga ma bollente, dopo una lenta percolazione. I carioca lo prendono con uno o due cucchiaini di zucchero o con qualche goccia di latte, alcuni aggiungono addirittura un po’ d’acqua. «È lo stesso caffè che si beveva agli inizi dell’800 quando le piantagioni hanno iniziato a svilupparsi, prima nello Stato di Rio de Janeiro, poi nelle regioni confinanti», mi spiega in uno stentato italiano Fabrìcio, l’affabile proprietario (che scopro casualmente essere di lontane origini padovane) di questa antiquata lanchonete. «Se ne consuma ovunque e a tutte le ore del giorno e della notte» mi dice.

In effetti, a Rio ogni occasione è buona per un cafesinho. Al mattino, lo si ordina per un modico prezzo insieme ad un panino al formaggio o alla carne. Se ne prende ancora uno o due al lavoro, per iniziare bene la giornata, durante una pausa o per concludere un contratto. Lo si beve per ingannare la fame, per caricarsi di energia o per rilassarsi. Lo si assapora alla fine del pasto. Spesso è servito dal parrucchiere, dal barbiere o nei negozi ed è anche considerato un segno di benvenuto quando qualcuno viene in visita a casa vostra. «Il cafesinho è un protagonista fondamentale della vita sociale carioca, ma anche brasiliana» assicura Fabricìo.

Quali sono le caratteristiche del cafesinho? In primis ha una crema consistente ed all’olfatto emergono subito le note tipiche dei cereali tostati, della noce e del legno di sandalo. Quanto al gusto si diffonde un gradevole dolce-amaro. Da queste parti si preferisce gustare il cafesinho in tazza grande miscelando 25 ml di caffè espresso con 125 ml di acqua bollente. Si ottiene così un caffè lungo, dal sapore dolce e rotondo.

Popolare ed economico (4 real, poco più 1 euro. Più o meno la stessa cifra che si paga in Italia), non è però considerato una bevanda di bassa qualità: esistono, d’altra parte, dei “cafesinhos gourmets” serviti nei sontuosi locali del Centro, come nei ristoranti stellati della Rio à la page. Allora il rituale si arricchisce e la grande caffettiera in acciaio inox lascia il posto ad un’elegante caffettiera in argento a becco lungo con il manico in ebano. In un attimo, ecco apparire in tavola il Brasile della Belle Époque. «Più che un caffè è un momento di condivisione a cui i carioca sono molto affezionati» conclude Fabrìcio. E l’esercente si gira per prendere l’ordine di una giovane donna in tenuta sportiva: «Um cafesinho, por favor».

La Bottarga Borealis, un dono del tempo

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L’amore condiziona i nostri comportamenti ed il nostro umore, e niente e nessuno riesce a sottrarsi alla sua forza. Neanche il merluzzo, quello nordico, lo Skrei, che da gennaio ad aprile, compie da innamorato una migrazione dal mar di Barents verso le coste della Norvegia per deporre le uova. Nel cuore del momento più freddo dell’anno, i pescatori di quei territori sfidano le gelide acque dei fiordi per catturare i merluzzi, e le loro migliori sacche ovariche sono selezionate, salate ed affidate alle cure del clima secco invernale e dei venti artici per ottenere la Bottarga Borealis.

Dopo 10-15 settimane le sacche sono pronte per essere raccolte, controllate e confezionate. Nasce in questo modo la bottarga di Merluzzo Skrei, un processo produttivo di natura artigianale che dà vita e forma all’idea di coniugare la tradizione italiana con l’aroma fresco e delicato che richiama il fascino e la suggestione della terra scandinava. Un “filiera” produttiva basata sulla volontà di ridurre al minimo l’impatto ambientale e l’intervento umano sul prodotto finito. L’essiccazione e la stagionatura si affidano alla lunga tradizione vichinga che ha reso lo stoccafisso norvegese rinomato in tutto il mondo: le baffe sono infatti lasciate seccare all’aria aperta e la loro maturazione è totalmente affidata al clima secco dell’inverno.

La nascita dell’idea

Ma come è nata l’idea di Bottarga Borealis? La molla è stata la curiosità di Jonas Juselius, finlandese appassionato di cibo e Dottore in Chimica, che dopo essere venuto a conoscenza dell’esistenza della bottarga su un blog di cucina decise di cimentarsi in alcuni esperimenti con materie prime locali, nello specifico lo Skrei. Dopo i risultati incoraggianti dei primi tentativi Jonas condivise l’idea con Joakim Wikström, svedese con un passato a 360° nel mondo della ristorazione (aiuto cuoco, sommelier etc.), che decise di lanciarsi in quest’avventura sfruttando gli studi in economia per valutare la fattibilità o meno del progetto.

Dopo essersi iscritto al Master of Science in Business Creation and Entrepreneurship, Joakim incontrò Lia Berti, Italiana appassionata di cibo, che nel 2016 impostò la sua tesi del Master sulla redazione di un business plan per la futura società. I risultati di alcune indagini di mercato sottolinearono l’interesse su un prodotto artigianale e nuovo a quelle latitudini, e nel gennaio 2017 partì la prima vera produzione con lo scopo di proporsi sul mercato internazionale, tenendo come punto di riferimento l’alta ristorazione italiana.

L’importanza del tempo

E proprio le parole di Lia riescono a descrivere meglio di ogni altra cosa il senso di questo progetto. La incontro negli studi della radio, con il suo immancabile trolley al seguito, oggetto simbolo di questo suo periodo fatto di incontri, chilometri e speranze: “un aspetto che mi sta a cuore e di cui si è parlato poco, è quello relativo alla sostenibilità, intesa come voglia di raccontare alcune caratteristiche del territorio norvegese che non si conoscono al di fuori dei confini del paese: le risorse naturali”.

La Norvegia ha da un po’ di tempo conosciuto un boom economico grazie al petrolio, ma nell’ultimo periodo l’attenzione è stata posta in particolare sulle realtà di un certo tipo, sulle piccole imprese. A Lia piace pensare che ciò che sta creando con i suoi soci non abbia solo un tornaconto economico e personale, ma possa avere anche altre applicazioni. “L’industria del pesce in Norvegia è dimensionata in un certo modo, ma ora iniziano a nascere i primi centri di raccolta più grandi che inglobano le piccole imprese. Tutto ciò va a snaturare il principio di sussistenza che sino ad oggi ha regolato questo ambito. Io spero che il nostro esempio possa permettere di dar nuova linfa alle piccole realtà locali e riuscire a farle conoscere anche in altre zone del mondo”.

Le chiedo in che modo nel progetto siano riconoscibili i contributi dei tre fondatori e Lia sottolinea come tutto sia nato di Jonas, un vero appassionato di cucina. Poi è giunto Joachim, con la sua fondamentale dose di curiosità, ed infine Lia, che ha con sé un naturale bagaglio di conoscenza sulla bottarga, prodotto icona del nostro paese, e quindi meglio degli altri può parlarne ai vari interlocutori. “È la prima volta che sento di fare qualcosa per me in modo pulito, pulito nel senso di metterci passione e voglia di fare, di crederci al 100%, mi vedo donna adulta e completa.

Ho voluto dimostrare a me stessa di saper fare una cosa nel modo migliore. Le precedenti esperienze lavorative mi piacevano ma non mi coinvolgevano come sta accadendo ora: gioisco, piango, mi spacco la schiena, devo fare altri lavori per mantenermi ma credo nel progetto, lo sento mio, nostro. Idea, curiosità, cuore, ecco cosa ha portato ognuno di noi”.

Ma dove si vede Lia tra qualche anno? “Tra 2-3 anni vedo me e Joachim continuare a lavorare sul prodotto, che deve avere una sua evoluzione, è già di grande qualità ma deve continuare ad evolvere. Spero avremo un apparato di persone più nutrito e spero non venga contaminata l’anima artigianale dell’azienda”. Non vede il loro prodotto in competizione con quello italiano, anzi spera ci si possa aiutare a vicenda, perché la loro bottarga è diversa da quella italiana. In Italia infatti quando si pensa alla bottarga si associa il prodotto a tonno e muggine, ma la speranza di Lia è che si riuscisse a creare una terza categoria.

Lia in chiusura vuole ribadire un concetto a cui tiene particolarmente, quello legato all’unicità del loro prodotto: “ciò che la rende particolare è il contesto naturale, abbinato al tempo: il tempo in chiave multipla, quello dello studio che c’è stato, quello dell’asciugatura, quello metereologico che determina tutto, in primis la durata delle stagioni. Il tempo si riflette su tutto, sulla lavorazione manuale e la sua durata. La chiave di lettura del tempo e sul tempo mi sta molto a cuore e la reputo decisiva per capire nel miglior modo possibile il nostro prodotto”.

 

Alla scoperta dei Castelli Romani

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Ce piaciono li polli, l’abbacchio e le galline”: questa è solo una delle iconiche trascrizioni melodiche che fino a oggi, accompagnata dalla scarsa conoscenza di un territorio enogastronomicamente molto ricco, ha disegnato l’immagine dei Castelli Romani.

I CASTELLI

Diciassette Comuni, da Albano Laziale a Velletri, costituiscono una delle icone più importanti della storia di Roma, città della quale sono rimasti sempre un po’ all’ombra confinandosi dietro una sana altitudine, una snervante distanza e delle solide mura. C’è da dire però che la bellezza e la tradizione agricola e popolare di queste terre, con più lungimiranza e un po’ d’orgoglio, potrebbe davvero brillare di luce di propria.

Roma metropoli dalle blasonate cucine, i Castelli terre di grandi prodotti. Non è difficile immaginare chi mangia chi, o cosa.

Tant’è che i Castelli Romani sono vulcanici per natura e questa cosa, in un periodo dove il cibo diventa affermazione sociale e torna a essere ricerca di materia prima, li porta a chiedersi se la loro immagine sia solo quella riflessa in tutti quei romani che, soprattutto nei weekend, pascolano tra le colline dei borghi a caccia di porchetta e romanella.

Anche no, si potrebbe dire. Seppur di fatto intorno a quel tipo di turismo enogastronomico loro stessi ci hanno costruito un business importante. Le cose cambiano però, i tempi maturano non solo i prodotti della terra, ma anche le generazioni che la abitano. Oggi i Castelli Romani ribollono attivamente e la voglia di rompere gli schemi, valorizzando tanto le eccellenti produzioni agricole quanto le cucine che le mettono nei piatti, è tanta.

CASTELLI ROMANI FOOD & WINE

Un gruppo di ristoratori e produttori, che conta circa 50 menti attive capitanate dal piglio di Alain Rosica Matamoros – Chef e titolare del Ristorante Belvedere dal 1933 di Frascati – ha deciso di mettere in atto fattivamente un gioco di squadra virtuoso. Si chiama “Castelli Romani Food&Wine”.

Un progetto che trova naturale concepimento in quello su cui le comunità territoriali dovrebbero davvero concentrarsi: il network. Accade così che in un momento storico dove la gara nell’arrivare primi sembra essere l’unico obiettivo, cosa che rende il periodo ancor più difficile per moltissime attività, queste persone hanno scelto di unirsi. Non si inventano l’acqua calda, non rivoluzionano i Castelli Romani, ma cercano di essere uomini e imprenditori legati dallo stesso spirito, territoriale e d’impresa.

Tra i vari componenti troviamo cognomi storici di Frascati come quello di Paolo Cacciani, un’istituzione nel cuore del progetto Castelli Romani Food&Wine, che con la sua Cacio e Pepe attrae gente da ovunque; Dario Rossi che, con Greed, ha dimostrato come il gelato possa avere forme di gusto complesso nel rispetto delle materie prime selezionatissime, il suo Ricotta di pecora, fiori di zucca e alici, è stato premiato come miglior gelato gastronomico dal Gambero Rosso; Alberto Mereu di F’orme Osteria che, dopo aver lasciato le cucine dei bistrot e degli alberghi di lusso della Capitale, ha deciso di investire su se stesso e sul territorio vulcanico che lo rappresenta; Emanuele Reali di Hosteria Amedeo, che tra le curve immerse nel verde di Monte Porzio Catone ha concepito un ristorante accogliente, familiare, la cui cucina sorprende accompagnandosi a un’attenta selezione di vini naturali della zona.

INSOMMA

Sarebbe sciocco pensare che ai Castelli Romani non ci siamo posti dove poter mangiare (bene) cose diverse dalla porchetta, ma è ben augurante pensare che delle persone accomunate da passione e intenti, si riuniscano per rispettare la forte tradizione dei Castelli Romani, arricchendone l’espressione.

Se è vero che territorialmente parlando, “è meglio un buon topinambur coltivato ai Castelli, che un persico pescato nell’Atlatinco” (cit. Alain Rosica Matamoros), sempre di più le grandi cucine dei Castelli mangeranno i propri prodotti e Roma, dovrà imparare a conoscerle.

Il progetto Castelli Romani Food&Wine è valido e virtuoso, adesso c’è sperare che cresca e prenda una forma sempre più identitaria; non rimane che aspettare per seguirne le evoluzioni e sentirne parlare.

L’Nulc, solo per pochi

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Quando basta un’oliva a fare la felicità

C’è un periodo dell’anno in cui la pugliesità che batte dentro questo cuore dipinto di giallorosso, divampa più di ogni altro momento. È l’aria di fine settembre, quella del raccolto proibito che porta sulle tavole del nord barese ad ottobre un prodotto solo per pochi e solo per poco (davvero troppo poco) tempo. Per un mese o forse più, nelle campagne di Molfetta, Bisceglie, Trani, Andria, si colgono le Olive Nolche, o più correttamente note come olive dolci; ma mia madre, come sua madre prima di lei e come tutte le madri pugliesi (che Dio le preservi), le chiamavano l’Nulc. Una vera e propria primizia la cui importanza non sta soltanto nel gusto, unico nel suo genere con quella boccata amarognola e quel retrogusto dolce e fruttato, ma anche nella quantità del prodotto ottenuta rigorosamente sottobanco, quasi trafugata dalle tasche dei contadini come vero e proprio oro in Terra di Puglia. I nostri nonni le contavano, una ad una, le mettevano sottosale per farle durare più a lungo, oppure le friggevano in sfrigolanti intingoli di olio e sale. Le piccole, nere e perfettamente tonde olive nolche, sono come caramelle salate per bambini cresciuti. Una tira l’altra! …E mai luogo comune nella lingua italiana fu più appropriato.

Immaginate dunque la felicità e il puro gaudio nel riceverle di mano in mano, come un prezioso sapere culinario che è solo per pochi. E immaginate il godimento, con punte di piacere orgasmiche quando alla sera, dopo una giornata di lavoro, seduti intorno alla tavola si dava fondo al tegame con un fragrante filone di pane ad accompagnarle. Ogni famiglia pugliese che si rispetti le cuoce con il metodo più semplice, la frittura in olio e abbondante sale, ma ultimamente, grazie ad un vero e proprio lavoro di amichevole mercato nero, siamo riusciti ad averne una buona quantità che ha contribuito ad una sperimentazione culinaria nel campo. Il nostro fidato pusher di cibarie (Grazie M.!), è riuscito a portarne una sacchetta niente meno che a Roma, dove l’nulc sono più che ignote.

Così, con fare alchemico, abbiamo immaginato nuove ricette e in un baleno in padella soffriggeva l’olio con della Cipolla Rossa di Tropea (anche questa, che Dio la preservi sempre). Immediatamente una manciata di pomodorini datterini a pezzi è stata aggiunta al soffritto, condita con sale e un po’ di pepe e nel punto culminante, sono state aggiunte le olive che hanno iniziato a gonfiarsi e a riprendere vigore in cottura. Per coronare il tutto, abbiamo terminato con un cucchiaino di zucchero di canna che ha caramellato le olive, conservando il loro rustico principio amaro cristallizzato in un pomodoro zuccherino. Un piacere solo per pochi, di cui la nostra cara nonna biscegliese sarebbe sicuramente andata fiera.

Assaporandole rasentavamo la commozione al dolce pensiero di un tempo che fu e che non potrà tornare, se non attraverso il ricordo di odori e sapori che vengono da lontano e lontano ci riportano. Indagare nella memoria è un dovere che spesso si rivela piacere. Provateci! E fatelo con lo spirito di chi in fondo ha una missione da compiere. Perché per ogni generazione che passa, è sempre meno il sapere che resta.

Pangoccioli ad oltranza

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Quando la Fame Chimica chiama, puntate dritti verso Ostiense

Non dobbiamo spiegarvi cos’è la Fame Chimica. Piuttosto dobbiamo spiegarvi come combatterla. Ognuno di noi ha un metodico e indiscutibile rituale che applica con una eccezionale dose di impegno (e l’utilizzo della parola dose non è certo casuale). Infatti, quanto più è fornito il vostro joint, tanto più lunga sarà la caccia al cibo della sopravvivenza. E qui le leggende si sprecano: c’è chi punta al rimedio salato, quello più trucido, quello più unto. Quello che, come il cinghiale della nota reclame (come dicevano i nonni), ti si mette comodo sull’esofago e tu sei lì che lo guardi, cantandogli la ninna nanna per i quattro giorni a seguire… e poi c’è il rimedio dolce, rigorosamente porco, libidinoso desiderio delle notti più buie e senza ombra di dubbio cioccolatoso. Un dolce senza ritegno, che fa scoppiare una coronaria al sol guardarlo. Un dolce che tecnicamente definiremmo: sbrodoloso.

Da veri esperti quali siamo, abbiamo effettuato estenuanti ricerche sul campo, viaggiando sull’altalena della bilancia che prima sale e poi scende a seconda dell’impegno profuso e finalmente, in una notte come tante, girovagando per la capitale con una combriccola di noti estimatori di marija, ci imbattemmo in un luogo sacro sulla Via Ostiense e sul cui altare si immolava Lui: il Pangocciolo al Nocciolatte.

Una pallina di pane morbido al latte, sul cui dorso lucido si stagliava una distesa di nei di cioccolato fondente, sublimi gocce che attraversando il palato ti inviavano un’immediata schicchera al cervello, tanto da solleticarci il risveglio. Ma ciò che realmente ci ha spalancato gli occhi è stata lei, la suprema crema di nocciole color avorio che l’omino sul banco infondeva con veemenza all’interno del panino aiutato da uno stantuffo penetrante, ripieno ovviamente di libidine alla nocciola. Una cosa talmente pornografica che per ascoltarla bisogna aver compiuto almeno sedici anni.

Dopo quella notte nulla fu più come prima. Averlo assaggiato è stato come una rivelazione sulla Via dell’Ostiense, per l’appunto. La dipendenza da Lui ci ridusse a cercarne inutili copie in giro per la città, seppur nemmeno fossimo in chimica. E così capimmo presto che, sia fame chimica oppure un semplice languore, poco importa: Il Pangocciolo va bene per tutte le ore!

(Foto: Vanessa D’Orazi)

La Torta delle Feste

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Da Regoli poche regole: Crema Chantilly e Fragoline di Bosco sono il binomio perfetto!

Immaginate uno di quei classiconi in celluloide che tutti hanno visto e di cui conoscono le battute a memoria. Uno di quei film che hanno fatto epoca, tipo “Una Poltrona Per Due” trasmesso su Italia1 ogni Vigilia di Natale dal 1997 in poi… Ecco, la Torta delle Feste è più o meno così! Una sicurezza. Una coccola inaspettata. Una certezza in un mondo decisamente incerto. Quando alla fine dell’interminabile pranzo domenicale, sei pronto ad alzare bandiera bianca e a chiedere aiuto boccheggiando e muovendo un dito solo per indicare la bottiglia dell’Amaro del Capo, alle tue spalle arriva il cartone blu delle meraviglie. Una scatola con il manico in cima che si usa per portare in giro i dolci dalle pasticcerie alle tavole di tutta la città. Cartoni più o meno colorati, spesso sostituiti in epoca più contemporanea da quelle stilosissime scatole bianche very american style. Dimenticate i bianchi contenitori super cool e focalizzatevi su una domenica come tante, dopo aver consumato il difficile pranzo dalla suocera al termine del quale non può non esserci che lei, la torta crema chantilly e fragoline di bosco, la cui accoppiata richiama rituali lontani e abitudini primordiali.

Quella di cui vi raccontiamo oggi ha una provenienza lontana nel tempo, la sua ricetta infatti risale al lontano 1916. In pratica prima c’è la pubblicazione della Teoria della Relatività di Einstein e subito dopo a Via dello Statuto aprono la Pasticceria Regoli. Questi sono i due eventi più importanti di quel primo novecento e fatichiamo ancora a comprendere come la teoria di Einstein possa essere considerata più importante della torta di Regoli. In fondo c’è della sincera fisica applicata nel capire come quelle fragoline si reggano sulla soffice e setosa crema chantilly.
Un binomio perfetto che la Pasticceria nei pressi di Santa Maria Maggiore onora con grande impegno, celando indubbiamente un segreto di fattura. Perché non v’è alcun dubbio, di segreto deve trattarsi! Altrimenti chiunque la farebbe così, con quei 4 cm di crema dolce e giustamente corposa, smorzata dal leggero aspro delle fragole di bosco, per non parlare poi di quando i denti incontrano e si scontrano con la frolla. Se la perfezione fosse di questo mondo, la frolla di Regoli sarebbe considerata la tangibile espressione della ponderatio e Winkelmann, invece di scrivere trattati sul Doriforo di Policleto, si prodigherebbe in lunghe stesure di encomio alla fragranza di quella benedetta frolla. Un morso e vi cambia la giornata.
Arrivati a questo punto non ci resta che indicarvi dove. Il come mangiarla, lo lasciamo scoprire a voi. L’importante è che sia con amore!

Pasticceria Regoli, come e dove trovarla: sito ufficiale

La Wagyu e il senso di un gesto

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C’è questa convinzione che l’oriente abbia a che fare con una certa idea di bellezza: le bacchette, gli inchini, la cura del gesto. Che poi dire l’Oriente non è che abbia molto senso, ma tant’è. Si tratta di quel modo vago che abbiamo di creare delle distinzioni. Una cosa tipo a sinistra la legalizzazione delle droghe leggere, a destra il proibizionismo. Si tratta di quella corretta dose di infondato che serve per stare al mondo. Una cosa certa però c’è: in quell’idea di bellezza, c’è tutto il Giappone.

È una cosa un po’ diversa dall’idea che ne abbiamo noi occidentali. Una cosa diversa, per dire, dalla Cappella Sistina, e che sintetizzerei così: fare bene un gesto.

 Wagyu: l’alta cucina che parte dalla lattina

 La carne Wagyu. Letteralmente «Bovino» (gyu) + «Giapponese» (wa). Filologicamente parlando, traducente italiano di wa sarebbe «pace, armonia». La sovrapposizione è allora evidente e manifesta la vera anima nazionale. 1877, l’anno in cui aprono 558 ristoranti di gyunabe – una zuppa contenente manzo – determinando una vera e propria moda culinaria. Un’esplosione di carni e liberismo. Un animale che fino ad allora era stato protetto – indispensabile nel lavoro dei campi e custodito per motivi religiosi – diventa il simbolo dell’apertura culturale dell’intera nazione. Il segnale dell’avvenuta modernizzazione di tutto lo stato.

Un po’ come poi è accaduto con la storia dell’italiano, del post-guerra e dell’alfabetizzazione attraverso la televisione, la diffusione del manzo si deve alla lattina. Il bolllito di manzo yamato in lattina, buono ed economico, veloce e appagante. Il sogno di un laico godimento a portata di mano. Ma è certo, la preparazione della wagyu, una carne che arriva a costare anche 1000 euro al Kg, oggi non è roba da lattine.

La Griglia: una questione di rango

Anche solo tagliarla richiede precisione, fermezza ed eleganza. Vedere compiere quel gesto da uno dei migliori chef del mondo, è qualcosa di più di un semplice atto preparatorio. Come a dire: per creare qualcosa, ti servono regolo ferree. Già, il potere della griglia. Sarà per questo che il Ministero dell’Agricoltura, delle Foreste e della Pesca ha fissato una normativa commerciale, valida su territorio nazionale, secondo la quale i commissari dell’Associazione Giapponese per la Valutazione della Carne valutano uno ad uno i campioni secondo due criteri:

  • Livello di qualità della carne: il voto oscilla da un minimo di 1 a un massimo di 5 in base alla marmorizzazione del grasso (sashi), al colore, alla lucentezza, alla consistenza sia del grasso sia della carne.
  • Livello di tasso produttivo: si valuta la quantità di carcassa che diventa carne. La scala di valore va da A a C. La combinazione dei due fattori ne determina il rango.

80°C (176°F)

Ottanta gradi, l’acme del gusto, il massimale della percezione, il dispiegamento di tutto il potenziale segreto della Wagyu. Perché se vuoi davvero assaporare il suo aroma retronasale – si consiglia di mangiarlo tappandosi le narici – è a questa temperatura che dovrai portare la carne. Tra l’altro, questa è la gradazione ideale per il sukiyaki, una serie di fettine di manzo, tofu e funghi shiitake, bolliti tutti in una pentola – ma va bene anche una padella – in una miscela di salsa di soia e zucchero.

Il sapore è quello pulito delle cose ben fatte. Non è tanto la tanto decantata morbidezza, quel “si scoglie in bocca” che va bene pure per i gianduiotti. È proprio che mangi qualcosa che ha dei confini ben precisi, una trasparenza dei sapori, una eterea e anticontaminante bontà.

Un’altra via

Poi ecco, non è che devi sempre stare ad aspettare gli 80 gradi. Puoi mangiarla anche arrostita appena in padella, marinata in aceto e condita con soia e Wasabi. Il tataki. Il risultato è spaesante. Già solo a vederlo, capisci che una roba così viene non soltanto da un altro continente, ma da un altro modo di pensare.

Si tratta, credo, in buona sostanza di quel che ha affascinato Alexandre Kojève. A metà degli anni ’30, il filosofo franco-russo aveva ereditato la cattedra di Koyré. A seguirlo, Jacques Lacan, Raymond Queneau e Georges Bataille. Cioè: uno tra i più grandi psicanalisti del novecento, uno tra i più grandi scrittori e uno tra i più grandi filosofi. Tutti lì per sentire la sua teoria sulla fine della storia, messa nero su bianco in due note alla sua Introduzione alla lettura di Hegel.

Secondo Kojève vivremo ormai noi tutti all’interno di un’epoca post-storica perché la Storia, cioè l’epoca delle grandi narrazioni e delle battaglie cruente, in altre parole la storia della Libertà, è ormai conclusa e quel che sta accadendo è una ri-animalizzzione dell’essere umano. Eppure, esiste un’eccezione: il Giappone. Dove l’oblio del senso dell’uomo e della Storia, secondo il filosofo franco-russo, è stato mitigato dalla forza del rito, in grado di preservare le vestigia dell’umano. Il simbolo, seppure svuotato di contenuto, ne preserva l’essenza. Il modo in cui si versa del thè, il gusto per la simmetria, i tempi con cui si calcola un taglio perfetto. In altri termini, il rituale conserva il Senso.

Pensi al Giappone e ti viene in mente una lista di cose: i pozzi di Naoko in Norwegian Wood, l’immaginario dei manga, la geometria colorata del sushi e la leggerezza della carne Wagyu. Pensi alla distinzione tra jun bungaku (alta letteratura) e taishū bungaku (bassa letteratura), che lo stesso Murakami ha contribuito a dissolvere. Pensi ai samurai e alla Katana. Pensi agli ultracentenari di Okinawa e pensi alle ceramiche.

Pensi al Giappone e pensi soltanto ad una cosa: fare bene un gesto.

Se ne dicon di parole

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Quante parole pronunciamo durante una giornata? Quante ne pensiamo? Quante parole usiamo e leggiamo in rete, quante sarebbe meglio tacere?

Le parole sono importanti, sono loro a formare le storie che ci piace tanto raccontare e ascoltare. Con le parole facciamo innamorare, diamo forma ai nostri pensieri, ai desideri, ci raccontiamo, costruiamo visioni, trasmettiamo conoscenza e a volte, ultimamente troppo spesso, offendiamo, calunniamo, addirittura uccidiamo. Sono le cosiddette “parole ostili”, quelle parole che fanno male e che sono additate come altamente dannose.

Parole O_stili è anche un progetto, nato nel 2017, che corre l’obbligo di raccontare e farvi conoscere. Uno di quei progetti sociali – necessari aggiungiamo –  di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole.

Dietro Parole O_stili c’è la mente di Rosy Russo, esperta di comunicazione, formatrice, abitante e professionista della rete che ci fa notare subito: “ciò che pensiamo sia un mondo virtuale è diventato reale, la rete è vita reale e non può essere pensata come qualcosa di parallelo. Lo predica il primo punto del nostro manifesto: “virtuale è reale, dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.” Non si può pensare di essere liberi sui social di sputare odio e ostilità sulle persone, di offendere per imporre il proprio pensiero. Ecco perché dobbiamo usare bene e consapevolmente le parole, sia nel mondo reale sia in Rete”.

Questo è ciò che accade oggi con maggiore frequenza. Bisogna capire, infatti, che i social non sono dei “non luoghi”, ma veri e propri punti di incontro che viviamo quotidianamente e come ogni luogo condiviso ha bisogno di regole di comportamento. Sono dei mezzi di connessione e condivisione, che hanno un grande potere e che regalano opportunità di crescita, di lavoro, di relazione.  Se guardiamo con più attenzione a quanto accade sulle nostre bacheche di Facebook vedremo un exploit di opinioni e teorie, di dissensi, di imposizioni delle visioni altrui fatte con forza e cattiveria, come se fosse un atto dovuto. Da quest’analisi prende forma il progetto Parole O_stili, che nasce dall’esigenza chiara di un ordine e di un’educazione all’utilizzo e allo stile delle parole.

Ma veramente dobbiamo per forza dire tutto ciò che pensiamo, dobbiamo per forza prendere posizione? Alle volte il silenzio sarebbe più efficace e sicuramente più educato.  Ci risponde Rosy Russo: “dovremmo responsabilizzarci, scegliere con cura le parole, capire quanto sono importanti e a quali conseguenze drammatiche possono portare. Proprio per questo motivo abbiamo voluto far arrivare il progetto all’interno delle scuole o della politica, ambiti questi nei quali si assiste a guerre verbali, dove le parole servono per distruggere l’avversario”.

Dal semplice commento alla recensione, dall’intervento nei forum ai post sui social ovunque si percepisce assenza di rispetto. E invece il rispetto va preteso, evitando di cadere e scadere in casi estremi come per esempio il cyber bullismo, emblematico per capire a cosa le “cattive parole” possono portare.

All’origine di Parole O_Stili c’è il contributo di circa 300 professionisti della comunicazione d’impresa e della comunicazione politica, insegnanti, imprenditori, influencer, blogger: persone diverse e appassionate, che condividono la volontà di rendere la Rete un luogo migliore, meno violento, più rispettoso e civile. Queste hanno contribuito alla stesura del manifesto, il manifesto della comunicazione non ostile, tradotto in 20 lingue e composto da dieci punti, che viene proposto su quattro ambiti di azione come la scuola, le aziende, la politica e la pubblica amministrazione. Un decalogo che dovrebbe essere come il vangelo per chi fa comunicazione, chi lavora in rete, chi lavora con le parole.

Leggi e scarica il manifesto di Parole O_stili