Category

Articoli

Alice Balossi: fare i dolci non è mai stato così semplice!

By | Articoli | No Comments

In libreria arriva “Dolci per Pigri”, Vallardi editore

La passione per i dolci homemade vi travolge in maniera a dir poco prorompente? Distogliere lo sguardo da una apple cake immaginando il suo cuore caldo, adagiato su di una setosa crema fredda, è una vera mission impossibile? Abbiamo il rimedio che fa per voi! Ricette golosissime per chi ha poca esperienza ma, soprattutto: per vincere la pigrizia!

In libreria arriva l’ultima fatica di Alice Balossi scritto insieme all’autore Paolo Mosca, un vademecum dal titolo “Dolci per pigri” di Vallardi editore, un libro che è già una vera e propria guida per gli adepti del dolce far niente, la cui passione per la buona pasticceria in alcuni momenti può suonare come una condanna (specie quando fuori è pieno inverno, è domenica pomeriggio e indossate il vostro sensualissimo pigiamone di flanella).

La situazione è più o meno quella: la pigrizia vi attanaglia ma, nel contempo, le gioie della cucina vi rendono appassionati. Per questo (e forse per speranza nel cambiamento), vi siete regalati una cucina degna di uno chef stellato, ‘stilosa’ e super accessoriata, eppure per cuocere un uovo al tegamino, avete ancora il dubbio di cosa sia realmente un tegamino e a quale forma corrisponda. E’ in questo scenario post apocalittico che giunge in vostro soccorso lei, modella vintage con la passione per gli anni’50, food blogger per il suo blog “I Dolci di Alice” e tra le prime protagoniste della trasmissione Bake OFF Italia. La reincarnazione umana di una Red Velvet pregevolmente realizzata. Bella, brava, ma pigra! E quindi cosa fare? Meglio trasformare la pigrizia in un punto di forza. E fu proprio mentre la lampadina dell’ingegno cominciava a brillare, che iniziava a prender forma “Dolci per Pigri”, un pensiero che oggi è divenuto realtà. In pratica: un elenco di ricette super golose ma soprattutto super facili, disponibile in tutte le librerie.

Al grido di: << in pasticceria i francesi ci mettono due giorni, gli italiani ventiquattro ore, io dieci minuti! >>, Alice pubblica il suo volume di ricette pigre affermando che “sono facilissime da preparare e soprattutto sono prive dell’utilizzo di strumentazioni complicate, perché composte da pochissimi ingredienti”. E dunque, armatevi di un cucchiaio, una scodella e un frullatore e partite insieme alla Balossi, alla conquista del magico mondo del dessert.

“In un’epoca in cui la cucina è diventata una vera e propria attività agonistica, io continuo a credere che sia soprattutto un godimento e questo libro nasce con l’intento di fornire gli strumenti di realizzazione a tutti i golosi che puntano al massimo risultato con il minimo sforzo”. Un chiaro concetto espresso dall’autrice, ma che inevitabilmente apre un dibattito importante. Alla luce di tutto questo: la pigrizia resta un difetto, o con cento ricette da realizzare diviene inevitabilmente un pregio? “Lo scopriremo solo godendo!”, conclude fiera Alice.

Scoprite gli otto capitoli di “Dolci per Pigri”:

  1. Dolci da teneri pronti in frigorifero;
  2. Dolci venuti dal freddo;
  3. Bella figura in una manciata di minuti? Si può!
  4. Dolci al microonde;
  5. Dolci per non sentirsi in colpa;
  6. Quel che c’è, c’è (dolci con 5, 4, 3, ingredienti);
  7. Voglia di qualcosa di buono;
  8. Colazioni veloci!

Errori ed orrori della cucina italiana all’estero

By | Articoli | No Comments

Siamo il paese della buona tavola dove ogni angolo di territorio propone prodotti gastronomici e piatti irresistibili. All’estero la nostra cucina è indubbiamente la più rinomata ed apprezzata in tutto il mondo fatta di pasta, carne, formaggi, salumi, olio d’oliva, dolci e mille altri prodotti tipici che rappresentano un’icona universale in termini di gusto, qualità e tradizione. Un vessillo del Made in Italy perennemente issato. Eppure non tutto ciò che all’estero si pensa in proposito è vero. Detto subito che un piatto su tre preparato fuori dai nostri confini nazionali è falso, esistono ristoranti che propongono ai propri clienti specialità che in Italia sono inesistenti utilizzando impropriamente parole, colori, riferimenti, immagini, denominazioni e ricette che richiamano al nostro paese per preparazioni che non hanno nulla a che fare con la nostra realtà gastronomica. In aggiunta a questo, molte pietanze o abitudini culinarie vengono fraintese, manipolate da sedicenti esperti gastronomici, chef locali o, ancor peggio, cuochi capelluti o signore per bene di lontane origini italiane a noi completamente sconosciute, millantatori di fantomatiche nozioni di autentica cucina italiana che, grazie a TV, libri e riviste contribuiscono a diffondere ed alimentare parecchi falsi miti e caricature di piatti della nostra tradizione di cui gli stranieri sono fermamente convinti.

Ecco allora il decalogo, sebbene composto da 19 voci, delle più comuni convinzioni degli stranieri sulla cucina italiana che in realtà sono completamente, “autenticamente” false.

1 –  SPAGHETTI BOLOGNESE. È forse uno dei piatti italiani più famosi e richiesti al mondo. A rigore, si tratta di un cumulo di spaghetti scotti, ricoperti da una colata di “un qualcosa” somigliante a ragù pronto. Peccato che sia praticamente impossibile trovare un ristorante a Bologna che lo serva e, soprattutto, la vera ricetta parli di Lasagne alla bolognese e non di spaghetti! Se proprio si vuole usare la pasta lunga, meglio le classiche tagliatelle…

2 –  PANE E OLIO. Bizzarra consuetudine di molti ristoranti all’estero, soprattutto nei locali italiani di basso cabotaggio negli USA e nel Regno Unito. Tralasciando la frequente, discutibile qualità degli ingredienti, consiste nel portare in tavola del pane a fette accompagnato da un piattino d’olio d’oliva talvolta con l’aggiunta di qualche goccia di aceto balsamico. L’intento sarebbe di mescolare e intingervi il pane in una strana concezione di italianità. Ma perché?! Non è meglio, come d’uso in molti locali nostrani, presentare dell’olio extravergine in bottiglia etichettata provvista di tappo anti rabbocco – italiano e di ottima qualità – lasciando facoltà al cliente di provare l’abbinamento pane-olio in attesa delle pietanze?

3 – GARLIC BREAD (o PANE ALL’AGLIO). Variante “robusta” del PANE E OLIO descritta al punto precedente. Si tratta di fette di pane abbrustolito – del tipo baguette o filone – condite con burro fuso, aglio e prezzemolo freschi tritati ed una dose abbondante di aglio in polvere. In altre parole: una robaccia untuosa dall’origine dubbia ma dagli esiti digestivi certissimi. Anche questo, manco a dirlo, spacciato per antipasto nazional-popolare.

4 – “SUGO ALLA PASTA”. È opinione diffusa fuori dai confini nazionali che un piatto di pasta per definirsi tale debba essere condito con una generosa quantità di sugo o condimento, ancor peggio se preventivamente “rinforzato” da massicce dosi di burro o panna, normalmente nella proporzione 40% – 60%. Niente di più sbagliato! Inutile scegliere una pasta di alta qualità per poi coprirne il gusto. Il segreto di un vero piatto di pasta “all’italiana” sta nel giusto equilibrio tra pasta e sugo: nessuno dei due deve prevaricare il sapore dell’altro.

5 – PESTO. Qualsiasi fluido verdognolo ottenuto con ingredienti sminuzzati legati da olio presente nelle pietanze più disparate, dal panino, all’antipasto, al riso, ai secondi di carne (pollo) o pesce, all’estero è rubricato come pesto, mentre pesto –  quello vero, genovese, preparato con i sacri crismi – significa Liguria e condimento esclusivo per trenette o gnocchi.

6 – PARMESAN. Sulla pasta è lecito aggiungere al massimo due cucchiaini di formaggio. Oltre, infatti, sovrasterebbero il sapore del piatto, sminuendolo. L’uso degli stranieri di aggiungere “Parmesan” (generica traduzione all’estero riferita ai nostri Parmigiano Reggiano e Grana Padano, falsi nel 90% dei casi) spesso degenera in vizio finendo su pietanze come le “linguine ai frutti di mare” o il “risotto ai funghi” che notoriamente non si sposano con il formaggio. Succede quindi che, una volta arrivati in Italia da turisti, facciano inorridire camerieri e patron di ristoranti alla richiesta di formaggio grattugiato (…almeno questa volta Parmigiano autentico) sopra gli “spaghetti allo scoglio”, al “risotto alla pescatora” o ai funghi porcini.

7 –  CAESAR SALAD (o INSALATA CESARE). Molti ristoranti all’estero – soprattutto negli Stati Uniti – la considerano una pietra d’angolo della cucina italiana ma, anche in questo caso, di italiano c’è ben poco. La sua origine, ancora controversa, sembrerebbe essere avvenuta nel 1924 in California quando il cuoco di origine italiana Cesare Cardini, non avendo a disposizione molti ingredienti inventò in occasione dell’annuale festa del 4 luglio – l’Indipendence Day – questo piatto.

8 – PEPPERONI PIZZA. Un intramontabile classico della falsa cucina italiana, soprattutto in Nord America, è la Pepperoni pizza, la più famosa pizza all’estero capostipite di innumerevoli varianti (più o meno “eclettiche” per usare un eufemismo) a cui, ingiustamente, gli stranieri associano a questo nome. Come detto, tralasciando le opinabili modalità di preparazione, gli ingredienti utilizzati (quasi mai vera mozzarella) ed il metodo di cottura, teoricamente per gli italiani equivarrebbe a qualcosa di simile ad una pizza con i peperoni, mentre per gli anglofoni è una pizza guarnita con un particolare salume di origine americana – detto appunto Pepperoni – preparato con carne di maiale e manzo leggermente affumicata. Questa presenza immancabile nelle pizzerie al taglio, ma anche in molti locali italiani di piccole dimensioni, altro non è che una “Diavola” poco o per nulla piccante.

9 – PEPE OVUNQUE. L’abitudine del cameriere “armato” di macinapepe (considerate le dimensioni dell’utensile somigliante ad un oggetto contundente ed inversamente proporzionale alla reputazione del ristorante) pronto ad offrire una macinata di pepe sopra qualsiasi pietanza. Guai osare chiedere il motivo di cotanta “cortesia”. Qualche zelante cameriere potrebbe rispondere (è già successo al sottoscritto…): «In Italia si usa così!».

10 – PENNE ALLA VODKA. Si tratta di un piatto di pasta corta con sugo di pomodoro, bacon, cipolla, panna e, ovviamente, vodka inventato a metà degli anni ’70, la cui origine è ancora controversa. C’è chi sostiene che questo pietanza fu inventata in un ristorante di Bologna, mentre per altri – la maggioranza – pare sia stato Luigi Franzese nel ristorante Orsini di New York a prepararlo per primo usando un bicchiere di vodka per sfumare la salsa di pomodoro chiamandolo in origine “Penne alla russa”. Chiunque sia l’autore, oggi rappresenta un classico della cucina italo-americana. Anche in questo caso, poco “italo” e molto “americana”.

11 –  FETTUCCINE ALFREDO. In Italia nessuno le conosce, tranne che a Roma, eppure è un piatto molto famoso e richiesto all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Le fettuccine Alfredo non sono altro che fettuccine di pasta all’uovo condite con triplo burro e Parmigiano Reggiano inventate nel 1920 da un ristoratore capitolino – Alfredo Di Lelio – in onore di due famosi attori hollywoodiani dell’epoca. In teoria sarebbero effettivamente una vera ricetta italiana, ma il fraintendimento è di considerarle come un piatto molto famoso della nostra cucina quando invece non lo sono affatto.

12 – PASTA E RISOTTO. Rigorosamente scotti, proposti come contorno o serviti assieme al pollo. Quelli che da noi sono i primi piatti per definizione – pasta e riso appunto –  fuori dai confini nazionali vengono spesso serviti come contorno associati ad altre pietanze.

13 – SPAGHETTI MEATBALLS (o SPAGHETTI CON LE POLPETTE). Il 4° ed ultimo “impostore” della falsa cucina italiana assieme a Caesar Salad, Spaghetti Bolognaise e Fettuccine Alfredo. Ennesimo esempio di piatto-caricatura della nostra gastronomia all’estero. Andrebbe piuttosto classificato come piatto americano di lontana ispirazione italiana. È vero che nel Sud Italia esistono molti sughi di pasta a base di polpette, ma sono preparati utilizzando pezzi molto piccoli e non polpette intere somiglianti a palline da golf sopra gli spaghetti!

14 –  CAPPUCCINO. Il cappuccino alla fine di un pranzo o, ancor peggio, dopo cena. Ciò che per noi è il rito della più classica colazione all’italiana – cornetto e cappuccino – per gli stranieri è una bevanda da gustare dopo pranzo alla stregua di un caffè. Sarebbe come se negli Stati Uniti, a fine pasto, ordinassimo una tazza di latte freddo e cornflakes o una ciotola di porridge nel Regno Unito!

15 – IN TUTTE LE SALSE. Le salse riunite sotto la dicitura “Italian Dressing”, declinate in decine di varianti, dai nomi più fantasiosi: Family Recipe Italian Dressing, Organic Tuscan Italian Dressing, Lite Italian Dressing, Homestyle Italian, Fra Diavolo, fino alle immancabili Creamy Caesar Dressing ed Alfredo Sauce per citarne solo alcune. A seconda della composizione – un concentrato calorico di grassi, acidi, spezie, sale ed additivi – sono usate non solo per condire (anche se sarebbe più corretto dire “annegare”, considerata la quantità utilizzata) insalate verdi, ma addirittura paste fredde, patate fritte e panini imbottiti. Inutile affermare che per noi l’unico condimento che si abbina perfettamente all’insalata è composto da olio extravergine d’oliva, aceto o succo di limone, sale e pepe nero. Nient’altro.

16 – FESTA DEI 7 PESCI. Nota anche come “The Vigil”, celebrata la sera del 24 dicembre, prevede che si ceni con 7 portate di pesce. Curiosamente la “Festa dei Sette Pesci”, che negli Stati Uniti è ritenuta da molti la più importante festività italiana, è in realtà a noi sconosciuta, sebbene – soprattutto nel Sud Italia – esistano tradizioni piuttosto simili e sia comunque abitudine diffusa mangiare pietanze senza carne la sera della vigilia di Natale.

17 – BUONSENSO. Mangiare gli spaghetti o più in generale, la pasta lunga, con forchetta e cucchiaio. Oltre il buonsenso, lo impone anche il galateo: spaghetti, bucatini, fettuccine, tagliatelle o tagliolini si mangiano esclusivamente con la forchetta! Non si tagliano con il coltello, tanto meno si usa il cucchiaio per aiutarsi.

18 – CHICKEN PARMIGIANA.  Letteralmente “Pollo alla parmigiana”, un classico che ancora oggi resiste nei menu di tutti i ristoranti italo-americani. Si tratta di una petto di pollo impanato e successivamente ricoperto da uno strato di salsa di pomodoro e un qualsiasi formaggio purché filante, quasi sempre servito su un letto di spaghetti al pomodoro. Nessuno sa spiegare l’uso del termine “parmigiana”: non vi è infatti alcun riscontro con il capoluogo emiliano, tantomeno l’impiego di Parmigiano Reggiano nella preparazione.

19 – AL FRESCO. È opinione diffusa tra gli stranieri che la quintessenza del desinare italico nella bella stagione sia pranzare o cenare “al fresco”, tanto meglio su tavoli apparecchiati con l’immancabile tovaglia a quadretti bianchi e rossi, il fiasco impagliato di Chianti (come se il famoso vino rosso toscano – seppure pregiato – fosse l’unico vino presente in Italia) all’ombra di un pergolato di vigne. Pochi o forse nessun forestiero sa che per noi italiani “al fresco” equivale a “carcere, prigione”. Un luogo accuratamente da evitare: forse per il servizio, probabilmente per la cucina, senza dubbio per la clientela.

SPARKLE: I MIGLIORI VINI SPUMANTE D’ITALIA SI DANNO APPUNTAMENTO A ROMA

By | Articoli, Eventi | No Comments

Da quando conosco il vino ho sempre pensato che “Sparkle” sia uno stile di vita.

Da quando conosco Sparkle, invece, ho imparato a conoscere quanto possa essere anche uno stile di vino. Sparkle Day, alla sua 17° edizione, anche quest’anno nella città di Roma apre al pubblico sabato 1 dicembre alle 14:30 nell’elegante cornice del Westin Excelsior di via Veneto. Rappresentando grazie a Cucina e Vini il gotha della spumantistica italiana.

60 aziende pronte a far degustare e conoscere i propri prodotti di tradizione spumante, racchiudendo in sé tutto il fascino che le bollicine hanno sempre racchiuso nella convivialità del mondo del vino. Un’occasione d’incontro e confronto tra produttori e appassionati, tra professionisti di settore e amanti del genere, ma non solo. Sparkle 2019 è anche la guida di riferimento agli spumanti d’Italia che verrà presentata in occasione dell’evento, con l’eccezionale partecipazione dal famoso DUO della trasmissione radiofonica Non C’è Duo senza Tè (Radio Capital): Mary Cacciola e Andrea Lucatello, e durante la quale verranno premiati con le ambite 5 sfere i migliori del territorio nazionale.

Clicca qui per la lista dei vini premiati.

“La guida dei vini spumanti – spiega Francesco D’Agostino, direttore responsabile di Cucina & Vini e curatore della guida Sparkle – è ormai diventato un vero e proprio vademecum per avvicinarsi ad un mondo sempre più articolato e soprattutto che propone vini di fascia altissima e altri molto semplice. Evidentemente i territori a maggior vocazione spumantistica si confermano Franciacorta, Trento, Alta Langa, Prosecco Superiore di Conegliano Valdobbiadene, Alto Adige, Oltrepò Pavese e Roero Arneis, a cui si aggiungono realtà che ormai da diversi anni garantiscono etichette top level. In totale, settanta campioni che non temono il confronto con i migliori spumanti del mondo”.

Da ogni parte dello stivale, comprese le isole, arrivano a Roma prodotti di grande tradizione storica, ma anche di forte innovazione. La spumantizzazione è un processo che oggi riguarda non solo quelle regioni da sempre vocate alla produzione di questo stile, ma anche nuove realtà che vanno dall’Abruzzo alle Marche. Un settore che oggi garantisce una sempre più forte presenza dell’Italia vinicola nel mondo, con un giro di affari in continuo aumento.

Sparkle 2019 non sarà solo vino, ma si potranno anche trovare diversi sfizi gastronomici che vanno dalla pasta fresca al fritto, fino al Pokè. Orgoglio italiano e convivialità, in un salotto elegante e informale allo stesso tempo, dove incontrarsi ogni volta rende l’umore più “sparkle”.
Una giornata da non perdere.

Sparkle DAY – Sabato 1° Dicembre 2018 dalle ore 16.00 alle ore 22.00
Roma – Hotel Westin Excelsior (Via Vittorio Veneto, 125)
Costo ingresso €15 (include una copia della giuda Sparkle 2019, il calice e la sacca porta bicchiere)
Costo ingresso ridotto per sommelier €10 (per usufruire della riduzione sarà necessario mostrare la tessera associativa in biglietteria)
www.cucinaevini.it

FRANCESCA MAZZOTTA: IL VALORE DI UNA CAMERIERA

By | Articoli | No Comments

La Sala, un argomento che nella ristorazione sta cominciando a (ri)prendersi l’importanza che merita. Il termine “Cameriera” è giusto, quello che fa pensare è come nel tempo sia diventato quasi un’accezione negativa a quella che è una delle professionalità più importanti della ristorazione. Per qualcuno la più importante. Francesca Mazzotta ha 22 anni, quasi 23, slancia su un metro e settantasette la sua presenza femminile ed elegante, sfoggia un sorriso luminoso e uno sguardo pieno di entusiasmo giovane, ma consapevole.

Che lavoro fai? – le ho chiesto – “La Cameriera!” – mi ha risposto orgogliosa.

Finalista per il Centro Italia nel concorso “Emergente Sala”, organizzato da Luigi Cremona, Francesca oggi fa la cameriera nel ristorante romano “Livello 1”, un ambiente esclusivo che le permette di valorizzare gli elementi di forza di questa professione, ma c’è di più da scoprire su di lei.

Il termine cameriera si utilizza con un po’ di vergogna, ed è una cosa brutta, oggi sono tutti fieri nel dire di essere Chef e addirittura anche la parola cuoco a volte può suscitare qualche problema. Credo non sia giusto che il termine cameriera non venga utilizzato con la stessa importanza. Secondo me dovremmo essere tutti fieri nell’utilizzarlo per dire che facciamo questo lavoro.”

Quanto pensi sia importante questa professione nel mondo della ristorazione?

“È fondamentale. Noi siamo la prima persona che incontri quando arrivi e l’ultima che saluti quando vai via. Oltre ad accompagnarti durante tutta l’esperienza che vivrai a tavola e nella quale siamo determinanti, per mille motivi, noi camerieri siamo quelli che a fine cena colmiamo il gap (a volte anche d’imbarazzo) tra il conto e la cena. Abbiamo il compito di mandar via soddisfatto e a cuor leggero chiunque venga, qualsiasi cifra paghi. Lavoro in una realtà dove la soddisfazione è alta e sono fortunata, ma altrove non è sempre così e la realtà sta nel fatto che un’ottima sala può mascherare anche una cucina mediocre, mentre il contrario non è possibile.”

L’esperienza più bella che hai fatto fino a oggi?

“Sicuramente è quella che sto continuando a vivere adesso da Livello 1. All’inizio ho fatto un po’ di extra in qualche locale a Roma, da prima ancora che mi diplomassi, poi sono scappata all’estero per provare qualcosa di diverso e alla fine, brutto da dire, sono nuovamente scappata, per tornare qui. L’Italia ha una cultura immensa, ha una visione più ampia della gastronomia. Da noi non c’è solo attenzione per i dettagli e per l’estetica, ma abbiamo un patrimonio così grande e unico che anche se non sempre con grande consapevolezza, chiunque ha sempre un’attenzione in più verso la qualità e la varietà di materia prima di cui dispone naturalmente. Nei casi migliori, c’è profondo rispetto e conoscenza verso i prodotti e questo da un valore inestimabile alla ristorazione italiana. E poi l’ospitalità degli italiani è famosa in tutto il mondo.”

Quanto è importante il rapporto tra Sala e Cucina?

“Se la cucina lavora in modo ottimale per noi di Sala è tutto più semplice. Alla fine non dobbiamo fare altro che capire cosa abbiamo nei piatti e raccontare la verità. Noi dobbiamo cercare di conquistare i nostri ospiti con le parole, per poi aspettarci la prova dei fatti e non sempre, nel nostro lavoro, ne usciamo vincitori. Ci viene chiesto di rappresentare qualcosa che poi può deludere, ma abbiamo il compito di rappresentarlo sempre e comunque al meglio, anche perché se siamo bravi abbiamo la possibilità di intervenire sull’umore di chi serviamo e fargli apparire tutto molto più piacevole di quanto possa essere. Noi siamo i responsabili di un’esperienza e avere un rapporto tanto diretto quanto paritario con la cucina, attraverso informazioni e confronti continui sull’evoluzione dei piatti, è fondamentale.”

Qual è la cosa più importante di questo lavoro?

L’attenzione al dettaglio. Perché gli ospiti se ne accorgono e avere un controllo il più possibile attento a ogni piccola cosa, diventa molto importante. Bisogna essere sempre presenti, ma senza mai farsi notare. Noi siamo quelli che passano inosservati, ma al minimo errore siamo immediatamente riconoscibili. Ripeto, un errore in cucina fa riferimento a un tavolo e può essere mascherato, sia con la bravura di uno chef che grazie a un buon servizio, ma un errore in Sala è sempre sotto gli occhi di tutti. Il bravo cameriere non è quello che non fa errori, quelli li facciamo tutti, ma è quello che riesce a risolvere un problema nel modo più trasparente ed efficace possibile. Un cameriere bravo è quello che trasforma gli errori con naturalezza e riesce far andar via soddisfatto anche chi ha avuto un piatto sbagliato. Le mance migliori arrivano spesso dall’aver saputo gestire grossi errori.”

La cosa più difficile del tuo lavoro?

Mantenere la calma. Bisogna essere sempre un po’ psicologi ed entrare nello stato emotivo delle persone, per poterci comunicare bene. Ti accorgi di chi hai di fronte nei primissimi passi che un ospite fa entrando in un ristorante e nonostante le regole di servizio siano uguali per tutti, tu devi sapere che dovrai applicarle in maniera diversa, perché ognuno è diverso e ha esigenze diverse. Anche le stesse persone possono avere stati d’animo diversi in serate differenti e la cosa più difficile, in quei casi, è che loro non lo sanno e magari sono tornati proprio alla ricerca di quel comfort che li ha fatti stare bene. Tu devi essere la persona che se ne accorge e che ha la responsabilità di fargli vivere la stessa esperienza, senza deluderli, nonostante la diversa predisposizione parta da loro. Poi ci sono i tuoi di umori… che devi sempre saper controllare perché arrivano e non sai mai come vengono decifrati. In un ristorante si cerca lo star bene e se ti arriva del personale con l’espressione contratta, triste o arrabbiata, magari anche stanca, gli ospiti se ne accorgono e non staranno mai bene come dovrebbero e come si aspettano.”

Non si smette mai di imparare, Francesca sa di aver bisogno di continue esperienze per assimilare quell’organizzazione del lavoro che solo gli anni possono trasmetterti. Lavorare sui tacchi e sorridere, con l’eleganza e una professionalità disarmante, quanto naturale, è una dote che ha scoperto studiando all’Alberghiero e che deve al suo Professore di Sala.

Il fratello Andrea come esempio, risposte chiare e dirette, una calma contagiosa e un turbine di idee per il futuro.

“Vorrei aprire un posto mio un giorno. Si pensa sempre che questo lavoro sia molto difficile e faticoso finché non riesci ad avere un’attività tua, ma io in realtà credo succeda che alla fine, dopo una vita di sacrifici per aprirla, ricominci solamente da capo”.

Ringraziando Francesca Mazzotta, la speranza è che figure professionali come la Cameriera vengano sempre di più valorizzate, con orgoglio per chi ne fa un motivo di passione e di vita, perché l’immagine e il vero valore di un ristorante passa necessariamente da qui.

MULINUM, la tradizione che rivive grazie a Facebook

By | Articoli | No Comments

Tradizione e innovazione si combinano in questa storia. La tradizione di una regione dedita all’agricoltura e alla coltivazione del grano e l’innovazione del web e dei social network. Questa è la storia di Mulinum e del suo titolare Stefano Caccavari, giovane imprenditore di San Floro in Calabria, che ha salvato l’ultimo mulino in pietra rimasto in zona, dando vita a un progetto ambizioso: produrre grani antichi e le farine da essi derivanti.

La particolarità di questo “business” risiede nella riuscita di un crowfunding lanciato sul social network più diffuso del web per raccogliere i fondi necessari al recupero del mulino, che rischiava di essere venduto e portato fuori regione. Un post pubblicato su Facebook e un rapidissimo tam tam che ha fruttato in sole 48 ore 72.000 euro, in 3 mesi oltre 500.000 euro e 101 soci provenienti da tutta Italia.

Tutto ha avuto inizio con l’idea di partenza, “Orto di Famiglia”, un progetto di agricoltura biologica finalizzata ad avvicinare le persone alla terra e dare loro prodotti sani da portare in tavola.  Stefano infatti utilizzava i terreni di famiglia per dar vita a una serie di piccoli orti da affittare alle famiglie. Tutto ciò che veniva coltivato dai contadini della tenuta veniva in seguito raccolto dall’affittuario dell’orto, che senza fatica portava a casa le verdure e gli ortaggi da cucinare. In due anni gli orti affittati sono divenuti 150 e ogni famiglia che aveva scelto di partecipare al progetto aveva a disposizione una particella di terreno di circa 100 metri quadri con un cartello a indicare il nome del titolare.

Ma il vero salto in avanti arrivò con l’idea di valorizzare i grani antichi passando proprio dalle ricette e tecniche di coltivazione di una volta e anche dai mulini in pietra. La mission alla base di Mulinum è ora, infatti, quella di raccontare il territorio e valorizzarlo attraverso un ritorno alle origini, riscoprendo grani autoctoni e più salutari, a basso contenuto di glutine. Una risposta diretta e coraggiosa all’importazione industriale di grano dall’estero per il soddisfacimento della produzione di pasta e prodotti da forno in Italia.

Nel 2016 Stefano Caccavari lanciò quindi un crowdfunding su Facebook, che nell’arco di tempo di soli 3 mesi raccolse 500.000 euro – record mondiale per le Startup agroalimentari. Partì in questo modo, senza l’ausilio di soldi pubblici, la più grande filiera presente in Calabria specializzata in grani antichi.

Mulinum oggi è un’azienda agricola di 7 ettari, costeggiata dalla strada provinciale, con un grande casolare con una ruota idraulica, che un po’ ricorda quella del celebre mulino delle merendine, e che funziona come 100 anni fa, con il solo ricorso ad energia rinnovabile per far funzionare il tutto. Grazie a questo progetto è stato possibile recuperare i grani locali, soprattutto quelli dimenticati come Senatore Cappelli, Verna, Maiorca, Farro, Segale. Il progetto prevede tre step: l’avvio del mulino e della linea per il confezionamento della farina; la creazione di un laboratorio a vista dove trasformare la farina e la predisposizione di un forno a legna per la produzione di pane/lievitati e pizza; l’allestimento di una sala per corsi di formazione, seminari e tavoli per la degustazione.

Ma Mulinum non è solo Calabria: il progetto ha infatti destato interesse ovunque, tanto da divenire un format replicabile anche in altre regioni d’Italia. Le prime candidate ad esportare quest’idea sono la Toscana e la Puglia, nello specifico in Val d’Orcia e in Salento. E come ci tiene a sottolineare l’intraprendete Stefano Caccavari: “Forse per la prima volta un progetto nato in Calabria viene portato fuori come modello da imitare e riproporre”.

Alla Leopolda la IV edizione di “Food & Wine in Progress”

By | Articoli, Eventi | No Comments

Sabato e domenica 1 / 2 dicembre è a Firenze la più importante rassegna del settore food della Toscana, promossa dall’Associazione Italiana Sommelier Toscana e l’Unione Regionale Cuochi Toscani con Cocktail in the World Mixology, in collaborazione con Coldiretti, Confcommercio e Confartigianato Imprese.

 Tradizione, eccellenza, innovazione. Tre parole chiave che accendono la luce alla IV edizione della rassegna enogastronomica Food & Wine in Progress, in programma il 1 e 2 dicembre 2018, alla Stazione Leopolda di Firenze. Un evento che si presenta come il luogo spazio temporale in cui si condividono, si studiano, si tracciano nuove linee e tendenze del mondo del vino e della cucina. Arte, conoscenza, cultura e creatività, vanno a ricercare le esigenze future dei consumatori e quindi del mercato, a conclusione di una stagione importante, quella dell’anno del cibo italiano.

Promosso da Associazione Italiana Sommelier Toscana e Unione Regionale Cuochi Toscani, affiancati dalla Regione Toscana, è un appuntamento che, in due giorni, raccoglie le massime eccellenze della Toscana in ogni settore agroalimentare. Per citarne alcune: Consorzio Prosciutto Toscano DOP, Consorzio della Finocchiona IGT, Consorzio del Pecorino, Consorzio di tutela del vitellone bianco dell’ Appennino centrale, Consorzio per la tutela dell’ Olio Extravergine di Oliva Toscano IGP, Boscovivo Tartufi. Prodotti di qualità, ma anche grande eccellenza artigiana, affrancata anche dalla presenza di Confartigianato Imprese Firenze, partner della kermesse.

Si parlerà poi dei vantaggi dell’agricoltura biologica e di valorizzazione dei piatti della tradizione con la presenza di Coldiretti. Ci saranno i panificatori e i macellai grazie alla collaborazione con Confcommercio. In più sarà reso omaggio all’anno del cibo italiano con il coinvolgimento di Luciano Artusi erede del “padre della cucina italiana” Pellegrino Artusi, morto a Firenze il 30 marzo 1911, e di Franco Torrini, titolare di Torrini Gioielli, azienda attiva a Firenze dal 1369 e creatrice delle celebri forchette d’argento che Caterina de’ Medici portò alla corte in Francia.

Grandi novità sono previste anche nel Main Event Cocktail Show, promosso da Cocktail in the world Mixology. Numerosi sono gli ospiti internazionali attesi che interverranno per MasterClass, seminari e contest di chiusura evento. In scena il meglio del panorama della mixology, proposto nel giusto mix di moderno e vintage, sapientemente miscelati nel capiente shaker del “Made in Italy”.

Ais Toscana, con il suo nuovo presidente Cristiano Cini, ha pianificato numerose attività nel corso dei due giorni di kermesse: banchi di assaggio con 150 aziende per un totale di oltre 1000 etichette di vino di produzione toscana in degustazione, presenza di un sommelier, sia del vino sia dell’olio ad ogni coking show, che consiglierà l’etichetta più idonea da abbinare alla ricetta presentata, sessioni di “Ais Wine School”  e “Ais Oil School”  gratuite nella saletta Vip, tutor per gruppi di massimo 6 persone per i percorsi di degustazione, inoltre degustazione di vini della nazione ospite (Germania), degustazioni guidate storiche (saletta Vip) e “Scopri chi è”, gara rivolta al pubblico di degustazione di un vino bendato.

Ricco anche il programma stilato dall’Unione Regionale Cuochi grazie al lavoro del presidente Roberto Lodovichi: le attività dei cuochi si divideranno in prevalenza in due aree, da un lato, di fronte al palco principale, saranno presenti i maggiori consorzi e aziende di produzioni alimentari toscane con le proprie eccellenze. Nell’altro lato del palco, 28 promettenti cuochi toscani, suddivisi in 4 turni, si alterneranno elaborando prodotti tradizionali e trasformandoli in finger food creativi e moderni, esprimendo quei valori che hanno fatto grande la cucina italiana: memoria storica, qualità del prodotto, tecnica, creatività e buongusto.

Ufficio Stampa Food & Wine in Progress
Must Communication – Andrea Spadoni
www.foodandwineinprogress.it
comunicazione@foodandwineinprogress.it
andreaspadoni@msn.com

MERCATO MEDITERRANEO: CIBI, CULTURE E MESCOLANZE

By | Articoli, Eventi | No Comments

Torna a Fiera Roma dal 23 al 26 novembre 2018 Mercato Mediterraneo: cibi/culture/mescolanze, la manifestazione dedicata alla filiera agroalimentare e finalizzata a valorizzare il cibo, chi lo produce e chi lo consuma. Giunto alla seconda edizione, si presenta come appuntamento professionale indirizzato alla conoscenza e al valore economico, sociale e culturale delle produzioni dai paesi che si affacciano sul Mare Nostrum.

Mercato Mediterraneo – spiega l’Amministratore Unico e Direttore generale di Fiera Roma Pietro Piccinetti – è un appuntamento con un format originale e una proposta innovativa. È una manifestazione fieristica business-to-business di respiro internazionale, dove si fondono affari e cultura, si sviluppano relazioni, si condividono idee e si costruiscono sinergie tra aziende espositrici e buyer nazionali e internazionali. Con un simile evento dedicato alla filiera agroalimentare – distretto produttivo particolarmente strategico per il Lazio e l’Italia in genere – Fiera Roma risponde al suo compito di promotrice di sviluppo del territorio e del Paese, creando nuove opportunità di affari dentro e fuori l’area del Mare Nostrum. Tutto con la forte consapevolezza che la civiltà del Mediterraneo sia la madre e la matrice di ciò che oggi viviamo”.

Un’imperdibile occasione B2B per favorire il contatto diretto fra aziende e buyer provenienti da tutto il mondo e sviluppare così nuove opportunità di business. Il tutto con uno speciale programma di appuntamenti one-to-one, riservato agli espositori con buyer di alto livello.

Partiamo da Roma per parlare di un mercato che è in questo momento storico, il mercato potenzialmente più interessante e dove avverranno gli investimenti internazionali più importanti. Mercato Mediterraneo sarà il luogo dell’incontro dove il tema dell’opportunità che il Mediterraneo offre, verrà declinato in macro ambiti di dibattito, dall’economia al marketing, dall’agricoltura sostenibile al mercato dell’extravergine, passando attraverso i mondi antichi del vino e delle forme del latte”, dichiara Francesca Rocchi, curatrice culturale del Mercato Mediterraneo.

Tanti i momenti di confronto, formazione e dibattito che animeranno Mercato Mediterraneo: un ricco e interessante palinsesto che vedrà la partecipazione di rappresentanti istituzionali, studiosi ed esperti in arrivo da tutto il mondo tra cui Phil Kafarakis – Presidente della Specialty Food Association e organizzatore dei celebri Fancy Food Show – e Anne E. McBride, Vicedirettore del Torribera Mediterranean Center, sede di Barcellona del Culinary Institute of America.

Significativa è la partecipazione delle aziende del distretto agroalimentare del Lazio, sostenute da Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma e Unioncamere Lazio. Il Ministero degli Affari Esteri ha concesso il patrocinio ai principali eventi culturali della manifestazione.

IL PROGRAMMA

Venerdì 23 novembre 2018

Nella giornata inaugurale si parlerà di sviluppo del Mediterraneo in ottica europea, focalizzando l’attenzione sulla visione e sui progetti dell’Eurozona per l’area Med. “Mediterraneo, un mare di opportunità” è il titolo del seminario a cura della Fondazione Craxi, strutturato come un dialogo tra gli ambasciatori dei principali paesi del Mediterraneo e condotto da Stefania Craxi.

Sabato 24 novembre 2018

Gli Special Focus dell’evento prenderanno il via nel weekend. Per la seconda volta Mercato Mediterraneo ospita una Masterclass di “Food, Wine & Co. – The Italian Food Experience” il Master in Economia e Gestione della Comunicazione e dei Media della Facoltà di Economia dell’Università Tor Vergata a cura della Professoressa Simonetta Pattuglia, docente di Marketing, Comunicazione e Media all’Università di Tor Vergata, nonché Direttore del Master. Una tavola rotonda tenuta da esperti e studiosi della comunicazione e dell’economia, affronterà il tema marketing e comunicazioni innovative per i prodotti agroalimentari del Mediterraneo.

Attraverso le testimonianze di studiosi e produttori, a Mercato Mediterraneo si parlerà di agricoltura e sostenibilità nel seminario curato dal Professore Francesco Sottile, docente di Scienze Arboree all’Università di Palermo e consulente per la Fondazione per la Biodiversità Slow Food International, dal titolo “I beni naturali del Med, quale futuro e strategia”. Interverranno docenti e ricercatori di Università italiane che hanno maturato esperienza sui temi della sostenibilità ambientale e agronomica nelle aree del bacino del Mediterraneo e Salvatore Micillo, Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Domenica 25 novembre 2018

Grande protagonista della giornata domenicale sarà la Dieta Mediterranea, grazie alla presenza di MDR – Mediterranean Diet Roundtable, il prestigioso think tank degli USA che studia la dieta mediterranea come segreto per la longevità, promuovendo l’applicazione di questo paradigma alimentare in contesti quali mense ospedaliere e universitarie, scuole, istituzioni e nella preparazione di pasti pronti distribuiti nei supermercati. Saranno ospiti speciali del seminario Phil Kafarakis – Presidente della Specialty Food Association e organizzatore dei Fancy Food Show – e Anne E. McBride, Vicedirettore del Torribera Mediterranean Center, in rappresentanza del Culinary Istitute of America, il programma più autorevole per la formazione di chef negli Stati Uniti.

L’Olio EVO, uno dei pilastri della dieta mediterranea, sarà argomento di discussione in una tavola rotonda che approfondirà, con i rappresentanti internazionali del mondo oleario, i temi culturali e agronomici legati al mondo dell’extravergine nel Mare Nostrum. Per l’occasione arriverà direttamente da Madrid, Antonio Luque, Presidente Dcoop la più grande cooperativa di olio e olive da tavola e uno dei principali attori nella commercializzazione degli oli d’oliva nel mondo e sarà presente David Granieri Presidente di Unaprol. Tra i relatori è stata invitata Alessandra Pesce, Sottosegretario al Ministero delle Politiche Agricole con delega alle politiche olivicole.

Inoltre, durante le quattro giornate di Mercato Mediterraneo, l’oro verde sarà il leitmotiv di Generazione Olio, un nuovo spazio, ideato e gestito da studenti del Master di Economia e Gestione della Comunicazione e dei Media dell’Università Tor Vergata assieme a tre giovani olivicoltori. Una comunicazione innovativa sensibilizzerà e coinvolgerà in primis la generazione dei Millennials alla scoperta dell’olio extravergine.

L’area espositiva di Generazione Olio sarà composta da un Oil Bar dove i produttori si alterneranno per le degustazioni e i match con i buyer, e da un grande Tavolo Sociale Sensoriale dove i visitatori di Mercato Mediterraneo potranno apprendere le tecniche di degustazione dell’olio sotto la guida di esperti assaggiatori. Arricchirà lo spazio di Generazione Olio l’installazione e la messa in opera di un minifrantoio di Oliomio, la linea di macchine per i piccoli produttori realizzata dall’azienda toscana MORI-TEM, che mostrerà in diretta nel corso della manifestazione, come si produce l’olio con questa rivoluzionaria tecnologia.

Lunedì 26 novembre 2018

Nell’ultima giornata di Mercato Mediterraneo grande attenzione sarà dedicata al vino, al latte e ai suoi derivati. Si comincia parlando delle declinazioni del latte e dell’importanza del formaggio da cibo delle prime comunità del Mediterraneo allo sviluppo del mercato globalizzato, nella tavola rotonda “Le forme del latte dalla Mesopotamia al Digitale”, a cura di Vincenzo Mancino, fondatore di DOL (Denominazione di Origine Laziale) e produttore di uno dei formaggi più antichi d’Italia, il Conciato di San Vittore, nonché promotore di un progetto di inclusione con le donne del carcere di Rebibbia, che lavorano nel caseificio “Cibo Agricolo Libero”, da lui fondato.

“Quale futuro per il vino del Mediterraneo”, fra cambiamenti climatici e rivalutazioni salutistiche, senza tralasciare l’attenzione sullo stato attuale del mondo del vino, sarà l’argomento del seminario tenuto dal docente e giornalista Fabio Turchetti. Il tema chef e ristorazione si terrà nel Restaurant Marketing Conference, un appuntamento organizzato da RistorAgency per capire quali sono le tecniche a disposizione per ottimizzare le performance aziendali dei professionisti del settore.

Mercato Mediterraneo: Cibi/Culture/Mescolanze
Fiera Roma
Padiglione 9

Ingresso: gratuito
Registrazione operatori:
http://www.mercatomediterraneo.it/registrazione-operatori/

Orari:
Venerdì/Sabato/Domenica dalle 10.00 alle 19.00
Lunedì dalle 10.00 alle 18.00
 
www.mercatomediterraneo.it
info@mercatomediterraneo.it

 Ufficio Stampa
Passionfruit Hub Media Food
Arianna Fusilli +39 349 7508566
Arianna Mauro +39 392 7436236
Mariolina Pepe +39 334 2985684
press@passionfruithub.com
www.passionfruithub.com

Ciambelle: lussuriose anche se infornate

By | Articoli, Storie | No Comments

Da Centocelle alla Gianicolense, alla scoperta del buco glorioso

Il momento della colazione, è un fottutissimo (per dirlo alla hollywoodiana) momento sacro. Da quell’istante infatti, dipende l’intera giornata! A dirlo non sono io, ma i grandi cultori del risveglio muscolare addominale, che ripongono nel barista tutte le loro speranze e per questo effettuano un vero e proprio screening dei luoghi di quartiere, alla ricerca del cappuccino più soddisfacente e del lievito migliore. Ed è per questo che alla chiusura temporanea del nostro piccolo baretto di zona, siamo andati a caccia di un nuovo riferimento culinario mattutino che potesse adempiere a tutti i doveri del caso e si facesse carico della nostra mattiniera voglia di coccole in carboidrato. Così, tra un errore oggi e un altro domani, seguendo il lungo Viale della Primavera nel cuore di Centocelle, siamo incappati in un esercizio di recente apertura, proprio all’altezza della nuova Metro C/Gardenie, al cui angolo è sorto da poco tempo il bar MB Maribrunetti.

Una dolce sorpresa ci ha colto in fragrante (è proprio il caso di dire), quando la prima sfornata dell’alba ha tirato fuori il meglio del mattino: soffici cornetti e freschi danesi guarnite di crema, uvetta o gocce di cioccolato. Un fiume di croissant in cui tuffarci a perdifiato e, una bracciata dopo l’altra, rimanere incagliati nella ciambella al forno inondata da leggiadro zucchero a velo. Forse è il buco nel mezzo a crear cotanta leggerezza? Non lo sapremo mai! Ciò che sappiamo è che di quelle ciambelle non ci saremmo mai saziati. Ma quel gusto non ci era nuovo. Quell’assaggio era piuttosto un omaggio a chi di ciambelle infornate ne ha fatto un status. Se c’è una cosa che il buon cibo è capace di fare, sono proprio i raccordi spazio-temporali. Così, andare da Centocelle a Monteverde diviene un attimo basato sull’asse della ciambella lussuriosa, anche se infornata. Perché è questo che è accaduto mentre trangugiavamo le nuove ciambelle di Maribrunetti! Inevitabilmente la nostra mente è andata al Bar Pulcini sulla Gianicolense, dove per la prima volta abbiamo assaporato il risveglio col buco al forno, un morso di paradiso nel girone dei golosi.

Circa duecento al giorno. Solo ciambelle. Il Bar Pulcini non fa sconti a nessuno e giornalmente sforna oltre duecento pezzi: tutte una diversa dall’altra, ma con un punto fermo: la ricetta! Un impasto libidinoso (e segreto) al cui interno viene incorporata della crema pasticcera che diviene parte della ciambella stessa. Non divisa, non aggiunta, dentro la ciambella. Con un rigolo di crema ogni tanto e che al primo assaggio spruzza zuccheri direttamente al cervello.

Detto e scritto questo, non abbiamo altra scelta che chiuder tutto e continuare la ricerca, per scovare ulteriori raccordi-ricordi di gusto col buco… rigorosamente al forno!

Maritozzo Day 2018

By | Articoli, Eventi | No Comments

“Il maritozzo romano si può gustare in tante versioni dolci e salatetradizionale con panna montata, quaresimale con uvetta e pinoli, contemporaneo in varianti creative o esclusive per intolleranze, come quelle gluten free. Una certezza l’impasto che ruota intorno ad acqua, farina, lievito, zucchero, latte, uova e burro/olio con tanto di personalizzazioni. Come poche altre golosità, riesce ad accompagnare l’intera giornata: dalla colazione energetica, allo spuntino confortevole, alla merenda avvolgente, all’attacco di fame notturno. Non ha eguali insomma.”

L’incipit del sito dedicato al “Maritozzo Day 2018” chiarisce in poche righe in cosa risieda il fascino del Maritozzo: un perfetto connubio tra sapore e tradizione, una dolce che rappresenta una delle certezze gastronomiche della capitale. Il 1° dicembre si svolgerà la seconda edizione di questa iniziativa ideata da Silvia Pontarelli e Gabriele Lupo, i fondatori di “Tavole Romane“, sito di riferimento per chi vuole essere sempre aggiornato sulle ultime novità romane. Un’imperdibile giornata-evento realizzata con la collaborazione di Artigiani d’eccellenza, una vera e propria “festa diffusa” in tutta Roma che, dal mattino fino a tarda notte, coinvolgerà tante piazze reali e virtuali intorno al mitico maritozzo romano.

I numeri della prima edizione, quella targata 2017, sono davvero impressionanti: 3.000 maritozzi omaggio gustati in tutta Roma, 25 artigiani d’eccellenza partecipanti, articoli su più di 30 testate giornalistiche, 6 milioni di impressioni su Twitter! Nel 2018 gli obiettivi sono ancora più ambiziosi, con un numero maggiore di artigiani ed un evento in programma nella giornata odierna, per raccontare a giornalisti ed ospiti le novità della seconda edizione.

Radio Food Live sarà parte attiva del progetto, con la programmazione dell’intera giornata del 21 novembre dedicata al “Maritozzo Day”: “Mangio tutto, però” e “Coming Out” ospiteranno i protagonisti dell’evento, mentre in “Sweet Side” Federico Cari racconterà le origini di questa ricetta. Inoltre Andrea Febo e Luca Sessa, fondatori di Radio Food, saranno i conduttori dell’evento di presentazione del “Maritozzo Day 2018”, svelando in anteprima novità e numeri di una edizione che si preannuncia straordinaria.

Mangio ergo fotografo. Fenomenologia dei Food influencer.

By | Articoli | No Comments

Dai food blogger ai food influencer: un passaggio quasi naturale, avvenuto in breve tempo. L’utilizzo del web e dei suoi strumenti ha vissuto un cambiamento, con utenti sempre più connessi e sempre più visual. La conseguenza? Instagram ha rapidamente sovrastato Facebook e Twitter, aprendo l’era del racconto ad ogni costo. Le vite perennemente connesse di personaggi, vip o semplici consumatori che raccontano esperienze, viaggi, momenti e soprattutto cene e pranzi al ristorante: questo fenomeno ha comportato il passaggio dall’esperto allo pseudo-critico, dal blogger al foodlovers, dal “mangio ergo fotografo” all’esibizionista culinario, quello che “deve” far sapere dove si trova e quindi tutti, senza alcuna esclusione, hanno iniziato a lasciare un segno del proprio passaggio al ristorante o nella propria cucina.

Ma si tratta della voglia di far tendenza o di un vero e proprio lavoro? La differenza è evidente: per alcuni è divenuto un lavoro, in quanto “influencer” di un ampio pubblico, ingaggiati anche da aziende di vario tipo; per altri è una tendenza da seguire, quasi in modo ossessivo e maniacale. Per altri ancora la si potrebbe definire una forma di ostentazione a cui i social network “obbligano”, quasi come necessaria testimonianza di un evento o di una esperienza vissuta che senza il resoconto fotografico perderebbero parte del loro valore. Da questo quadro appena tracciato è facile dedurre che ogni utente può essere un micro influencer all’interno del web e della cerchia di utenti da cui è seguito. Ma chi sono gli influencer?

Negli ultimi anni la diffusione del termine influencer è stata rapida e inesorabile. La parola è diventata una qualifica da spendere nell’ambito della comunicazione e del marketing digitale. Volendo cercare una definizione, potremmo utilizzare le parole di Matteo Pogliani, che ha dedicato un libro all’argomento: “Gli influencer sono utenti in grado, grazie alla loro riconosciuta (o considerata tale) competenza e ad una notevole esposizione, di amplificare pareri, messaggi, opinioni, andando così ad influenzare gli utenti. La loro capacità deriva dalla loro reputazione, autorevolezza, conoscenza e dalla costruzione di un corretto personal branding, che ispira fiducia nell’utente”.

Sono dunque l’anello di congiunzione tra azienda e consumatore, o meglio consumattore. Gli utenti infatti sono sempre più informati e attivi, alla ricerca di pareri attendibili prima di acquistare prodotti diventando, allo stesso tempo, parte attiva del processo decisionale, condividendo ed amplificando informazioni. L’influencer diventa così il mezzo attraverso cui si innesca il processo informativo prima dell’acquisto. Un ruolo che molte aziende riconoscono come fondamentale, anche nel settore food e ristorativo. I social media hanno cambiato radicalmente i rapporti tra i consumatori e i brand, è proprio grazie ai social il termine influencer ha acquistato un valore concreto e performante: non viene si identifica un esperto o una figura conosciuta e riconosciuta, ma una persona che ha la capacità di generare trust e di incentivare all’azione.

Se nella moda l’approccio è immediato e intuitivo, nel food le cose sono un po’ diverse. Chi è il food influencer? Il food blogger che cucina e testa prodotti e tecniche di cotture? Colui che va a degustare, in giro per eventi, aziende e cantine? Colui che racconta i ristoranti e i loro piatti o addirittura gli stessi chef? A pensarci bene ognuna di queste figure ha il potere di influenzare le scelte di consumo. Se da una parte i bloggers sono molto attivi sui canali social, postando principalmente foto e video di ricette e consigli di cucina, le celebrities, in particolar modo gli chef, hanno una content strategy più diversificata, in cui alternano contenuti sul mondo food ad altri legati alla loro vita personale e ai loro interessi, riuscendo ugualmente ad appassionare e coinvolgere gli utenti social.

Ciò che risulta particolarmente vincente sul web è la condivisione delle esperienze. È facile dedurre quindi che più che in un esperto culinario o un critico enogastronomico, questa figura esplosa con i social nell’era del #foodporn si incarna in chi è capace di condizionare ciò che ordiniamo al ristorante, grazie alla sola potenza di una foto.

In principio furono i food blogger: nel 1997 nasceva Chow, il primo blog di cucina del web, un luogo virtuale in cui scambiarsi opinioni sui luoghi in cui andare a mangiare, mentre in Italia il primo food blog di successo è stato Cavoletto di Bruxelles, inaugurato nel 2005. È poi arrivata Chiara Maci e da quel momento questo fenomeno ha vissuto una crescita esponenziale. A distanza di anni gli accessi ai blog arrivano direttamente dai social e in particolare da instagram, il “luogo” nel quale gli influencer hanno trovato il loro universo espressivo.

Ma quali sono, se esistono, le regole per poter divenire un food influencer “professionista”? Non esiste nulla di codificato, ma ormai per riuscire a districarsi in questa giungla di informazioni e riuscire a riconoscere figure affidabili, sarebbe necessario sapere quali influencer possono annoverare tra le proprie competenze una riconosciuta e certificata conoscenza del cibo, degli abbinamenti, dei vini, oltre che una grande e autentica passione, senza dimenticare etica, serietà e conoscenza dei meccanismi digitali.

Le conclusioni a cui si giunge sono facilmente intuibili: non si diventa food influencer per caso, come del resto accade in tutti gli altri lavori ed ambiti, se di lavoro vogliamo parlare. Purtroppo però la facilità d’accesso, la “democrazia” e l’immediatezza del web, nonché la fame di notorietà, portano spesso all’improvvisazione di tanti che cercano di costruirsi una credibilità professionale basandosi unicamente sulla regola del “postare tanto, postare sempre”.