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Tiziano Dallago

Pollo

Il pollo e gli ormoni per accelerare la crescita

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Il pollo è una delle carni più amate dagli italiani. Secondo i recenti dati di consumo dell’ultimo biennio infatti, il consumo di pollo in Italia è addirittura aumentato. Il settore avicolo è già di per sé uno dei grandi trascinatori di tutto l’apparato agroalimentare nazionale, ma recentemente sembra essere ancora più produttivo.

Si tratta di un dato piuttosto scontato potreste dire, viste le dinamiche di mercato che possiamo visionare di persona ogni giorno nei supermercati. È una carne bianca, che non costa molto e che risulta molto versatile in cucina con centinaia di ricette possibili. Eppure, il dato trova la sua rilevanza se accostato alle assordanti voci di allarmismo alimentare che il pollo ha subito negli ultimi anni. Ci riferiamo ai tanti citati utilizzi ormoni ed estrogeni che vengono spesso associati alle produzioni di questa carne. È davvero così che funziona? Gli allevatori forniscono in maniera diretta ormoni ai propri polli per farli crescere più velocemente e quindi guadagnarne in termini economici?

Come sempre la risposta è ampia e dettagliata, ma stavolta è opportuno indicare dapprima la sua sintesi: “Il pollo italiano non contiene ormoni”. E chi lo assicura? Calma, analizziamo insieme la questione in maniera semplice.

Scopri il rapporto tra zuccheri e glicemia

Innanzitutto, l’utilizzo di estrogeni negli allevamenti animali è illegale sia in Italia che in Europa. Il Ministero della Salute effettua regolari controlli annuali per assicurare che questo tipo di sostanze non entrino in nessun modo a contatto con il pollame.

Tra l’altro l’utilizzo di ormoni risulta anche antieconomico per l’allevatore, che non trarrebbe alcun vantaggio sulla produttività degli animali. I polli infatti, hanno un ciclo di vita piuttosto breve, che non può essere modificato o tantomeno accelerato da ormoni.

A questo punto molti potrebbero interrogarsi sul perché i polli risultano molto più grandi e pesanti rispetto a quelli di 20-30-40 anni fa. Anche qui le motivazioni sono molto semplici.

L’alimentazione negli allevamenti

Le razze allevate sono selezionate secondo criteri più rigidi, tesi a massimizzarne la produttività. Gli allevamenti sono molto più controllati e compatibili con l’ambiente, con controlli regolari sulle malattie e il benessere degli animali. Inoltre, l’alimentazione stessa dei polli è notevolmente migliorata. Vengono infatti forniti agli animali solo cibi vegetali puri come grano o soia, che gli permettono di svolgere le loro normali funzioni metaboliche e di crescere in maniera del tutto naturale.

È evidente che, al netto di tutte le precedenti considerazioni, qualcuno può benissimo tenersi il dubbio della veridicità di tali affermazioni. Il messaggio che era però a nostro avviso importante divulgare riguarda l’atteggiamento che tutti noi dovremmo più o meno modificare quando qualcuno ci allarma di pericoli come questo, perché spesso si rivelano totalmente infondati.

La cosa migliore rimane sempre informarsi, leggere, confrontare opinioni di più esperti per poi farsene una propria, che potrà anche essere contrastante da quella pubblica, ma almeno sarà fondata su un pensiero solido e soprattutto su delle fonti più attendibili rispetto al solito e ritondante “L’hanno detto in TV”.

L’educazione alimentare non riguarda solo i cibi che mangiamo o il rapporto tra carboidrati e proteine. Essere a conoscenza di cosa c’è dietro tutto ciò che troviamo nei supermercati o nei piccoli negozi, di come vengono realmente prodotti gli alimenti e dei reali, o talvolta fasulli, pericoli a cui andiamo incontro acquistandoli. Anche questo è educazione alimentare.

vegana

Vegano o vegetariano, cosa comporta per l’organismo?

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Al giorno d’oggi seguire a pieno una dieta vegana o vegetariana è una scelta decisamente importante, che influenza la propria vita e quella di chi ci è vicino. In famiglia, tra amici o nel lavoro.

Prima di capire cosa comportano per l’organismo queste tipologie di alimentazione, è opportuno come sempre fare un piccolo passo indietro per chiarirle dapprima da un punto di vista concettuale.

La dieta vegana e vegetariana

La dieta vegetariana esclude il consumo di qualsiasi tipo di carne, sia rossa che bianca, e pesce. Prevede al contrario l’assunzione piuttosto ampia di cereali, legumi, frutta secca, frutta fresca e verdura, basando dunque l’apporto calorico giornaliero prevalentemente su carboidrati, fibra alimentare, vitamine, minerali e omega 6. Vengono conseguentemente sottovalutati, vista l’assenza di fonti proteiche importanti come carne e pesce, le proteine, i grassi saturi, la vitamina B12 e alcuni minerali come lo Zinco e il Calcio.

La dieta vegana è uno stile alimentare che esclude tutti gli alimenti che derivano dal regno animale, impedendo anche il consumo di cibi come latticini, uova e miele che invece sono ammessi nel regime dietetico vegetariano. Si tratta quindi di una filosofia alimentare molto più restrittiva, che porta le persone che la seguono a modificare totalmente il proprio stile di vita.

Che si tratti di una scelta dovuta a motivi etici, comportamentali, di gusto o di semplice moda, non sta a noi giudicarlo. È opportuno però a mio avviso enunciare tutti gli eventuali rischi in termini di salute alimentare che diete di questo tipo possono comportare.

Scopri il rapporto tra zuccheri e glicemia

Le carenze per il corpo

Le carenze più comuni che possono manifestarsi riguardano:

  • Proteine ad alto valore biologico -> le proteine contenute in pesce, carne e soprattutto nelle uova posseggono un alto valore biologico. È un parametro che indica la loro somiglianza alle proteine di cui il corpo umano è composto e la loro capacità di fornire amminoacidi essenziali all’organismo. Essendo presenti nelle uova quelle a più alto valore biologico, sicuramente una dieta vegana è più penalizzante da questo punto di vista.
  • Vitamina B12 -> è una vitamina assente negli alimenti di origine vegetale, mentre ne sono ricchi pesce, carne rossa, pollo, uova. È presente in buona quantità anche in latte, yogurt e formaggi, che rappresentano quindi un’ottima fonte per i vegetariani. È bene precisare però che nel caso di gestanti vegetariane, nel latte materno le riserve vitaminiche sono piuttosto scarse e quindi il neonato potrebbe andare incontro a carenza più o meno grave. In termini più generali una carenza di vitamina B12 può generare diversi tipi di anemie, stanchezza, tachicardia e perfino patologie più serie che coinvolgono il sistema nervoso.
  • Ferro -> il ferro è contenuto prevalentemente in alimenti di origine animale, dalle quali risulta anche più assorbibile rispetto alle fonti vegetali. La carenza di questo minerale è la causa più frequente di anemia, che rappresenta una presenza piuttosto bassa di globuli rossi nel sangue.
  • Calcio -> il calcio è un minerale fondamentale per il nostro organismo. È utile all’ossificazione ad alcune funzionalità del sistema nervoso. Le fonti più ricche sono latte e formaggi. Sono quindi i vegani a mostrare maggior rischio di carenza, che può comportare diversi danni alla struttura ossea e a tutto il sistema muscolare.

Conclusioni

Queste sono solo alcune delle carenze alimentare che una dieta vegetariana o vegana possono comportare. È possibile prevenire molte di queste tramite l’uso di integratori alimentari, che consentono di assorbire nutrienti specifici. È bene però che ogni individuo che segue una dieta specifica di questo tipo si informi dettagliatamente sulle proprietà degli alimenti a cui ha intenzione di rinunciare, per non compromettere appunto la propria salute.

Gli zuccheri e la glicemia

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Gli zuccheri sono tra i nutrienti più temuti in tema di alimentazione generale, talvolta più dei grassi. Tra chi evita i carboidrati la sera, chi tutto il giorno e chi non può semplicemente rinunciarvi, il dibattito è sempre aperto, con nutrizionisti ed esperti vari che si contendono la verità assoluta.

Come spesso accade, la verità giace nel mezzo, ma non è questo il momento di imbattersi nell’ampio discorso del consumo di carboidrati.

Zuccheri e Glicemia

Quello su cui è opportuno concentrare la nostra attenzione oggi, è il rapporto tra gli zuccheri che ingeriamo tramite l’alimentazione e la glicemia, ossia il livello di concentrazione degli zuccheri (nello specifico il glucosio) nel sangue. Si tratta di un valore scientifico fondamentale per il benessere del nostro organismo, che spesso viene sottovalutato o non compreso fino in fondo.

Dal momento che noi consumiamo alimenti più o meno ricchi di carboidrati, questi andranno inevitabilmente a stimolare un aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Questo cambiamento a livello ematico è detto risposta glicemica. Ogni alimento è in grado di determinare un aumento glicemico più o meno grande, a seconda della quantità e della natura degli zuccheri di cui è composto.

Detto ciò, perché è importante tenere d’occhio questo parametro? Che influenza reale ha sulla nostra salute?

Glicemia e Diabete

Innanzitutto, il controllo della glicemia è fondamentale per prevenire la comparsa di malattie come il diabete. È inoltre molto utile nel caso di un regime dietetico bilanciato, rendendo meno probabile un eventuale aumento di peso.

Una glicemia nella norma ha anche un effetto benefico nel rallentare la produzione di colesterolo endogeno, ossia quello prodotto autonomamente dal nostro corpo.

A questo punto, avendo chiarito l’aspetto scientifico che lega l’introduzione di zuccheri tramite la dieta e la glicemia, viene da chiedersi quali sono gli alimenti ricchi di carboidrati che ne causano maggiore alterazione e quali invece ne consentono un rilascio ridotto.

Gli Alimenti

Partendo dal pane bianco come riferimento, che è l’alimento glucidico che risulta avere un indice glicemico pari a 100, è possibile realizzare una sorta di classifica di cibi per capire il loro reale effetto sulla glicemia.

Il pane integrale ha un valore di 96, quindi molto vicino al pane bianco, mentre quello di segale integrale raggiunge il valore di 39, risultando in assoluto tra gli alimenti con valori di indice glicemico più bassi.

Scopri i 5 motivi per cui scegliere le farine integrali

Per quanto riguarda il riso c’è il parboiled con 72 e il riso integrale con 81, mentre quello soffiato arriva a 132 e perciò è altamente sconsigliato, specialmente in soggetti diabetici.

La pasta, variando i valori tra i vari formati, oscilla tra 50 e 60, risultando quindi piuttosto idonea sotto questo punto di vista. Le patate novelle si assestano su valori leggermente più alti, 80, mentre quelle al forno 135.

Nel gruppo dei legumi sono i fagioli kidney in scatola ad avere il valore di indice glicemico più alto, 74, mentre quelli borlotti e cannellini si assestano sui 50-60.

Tra la frutta spiccano le banane, se molto mature, con 90 e l’uvetta con 93, mentre ciliegie, pesche e prugne non superano 40.

Infine, il miele, essendo un alimento interamente glucidico, arriva a 126 e i biscotti secchi si fermano a 80.

Conclusioni

Si tratta comunque di valori da prendere con le pinze, nell’ottica di un’alimentazione sana ed equilibrata, ma che possono certamente rendere l’idea dell’effetto che determinati alimenti, che consumiamo più o meno spesso, possono avere su parametri fisici importanti come la glicemia.

I 5 motivi per cui scegliere le farine integrali

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Tra le grandi tendenze alimentari che si sono diffuse nella cultura alimentare italiana negli ultimi anni svolgono senza dubbio un ruolo da protagonista le farine integrali. Sono disponibili in qualsiasi punto vendita, supermercato o piccolo negozio, in quantità spesso pari a quelle delle farine più comuni. È infatti oramai possibile acquistare qualsiasi tipo di cereale nella sua versione integrale, partendo dalla pasta, passando per il riso e finendo per avena e farro.

Spesso però molti consumatori hanno un’idea sbagliata di questa tipologia di prodotti, finendo per consumarli, o al contrario evitarli, per specifici motivi che si rivelano talvolta errati.

È opportuno perciò fare chiarezza innanzitutto su cosa sono realmente le farine integrali, e poi sui reali benefici che l’organismo umano può ricevere dal consumo di queste.

Le farine integrali, e i prodotti da esse derivati, sono ottenute macinando interamente le cariossidi dei cereali. A differenza delle farine classiche, le cosiddette “farine bianche”, nel processo di produzione viene utilizzata anche la parte più esterna del cereale, che è quella che poi tenderà a donare alla farina il colore scuro che caratterizza questa determinata tipologia di prodotti.

Possiedono numerose proprietà nutrizionali che, se abbinate ad un regime dietetico bilanciato, possono apportare benefici effettivi alla salute del nostro corpo.

In sintesi, i motivi principali per cui consumarle è opportuno sono 5. Vediamoli insieme.

  1. IL CONTENUTO DI FIBRA: le farine integrali hanno un contenuto di fibre alimentari di gran lunga superiore a quello delle farine bianche. Questo componente consente di prevenire la stitichezza, di mantenere basso il livello di colesterolo nel sangue e di aumentare il senso di sazietà.
  2. L’IMPATTO SULLA GLICEMIA: un alimento derivato da farina integrale ha un impatto sulla glicemia molto limitato, permettendo all’organismo di assorbire molto più lentamente gli zuccheri, contribuendo anche a mantenere più a lungo la sensazione di sazietà.
  3. CONTENUTO VITAMINICO: un altro vantaggio nutrizionale relativo agli alimenti integrali è l’apporto vitaminico che forniscono. Le principali vitamine in questione sono la B1, la B3 e la B5.
  4. PRESENZA DI BETA-GLUCANI: all’interno di molti cereali integrali, tra cui la stessa pasta integrale, sono presenti i beta-glucani. Si tratta di molecole in grado di ridurre lo sviluppo di batteri e l’assorbimento del colesterolo nel sistema sanguigno.
  5. APPORTO DI ACIDO FITICO: all’interno della crusca di molti cereali è presente l’acido fitico, un importante antiossidante che permette anche di legare numerosi minerali preziosi come zinco, ferro, calcio e magnesio.

Tutti gli elementi sopra citati non devono ovviamente indurre a cambiare totalmente il proprio regime dietetico in favore degli alimenti derivati da farine integrali. Al contrario lo scopo è spiegare perché tali prodotti posso essere utili per la salute di tutti noi, cercando di condurre le persone a una progressiva introduzione di questi alimenti all’interno della propria alimentazione, cominciando magari ad alternarli con quelli di più comune utilizzo.

I benefici del miele genuino

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Il miele. Un alimento simbolo della cultura alimentare mediterranea, quasi sempre utilizzato per dolcificare dolci e bevande. Ne esistono però di diversi tipi e con differenti proprietà, molto preziose per la salute e per la cosmesi. Per saperne di più e capire meglio perché è bene consumarlo è opportuno andare nello specifico nelle caratteristiche di questo alimento.

Innanzitutto, il miele è un alimento che le api producono svolgendo la loro funzione biologica partendo dal nettare o dalla melata. Nel primo caso si parla di miele ottenuto dal nettare delle piante, con le api che agiscono fisicamente sui fiori. Nel caso della melata il miele è ottenuto principalmente dalle sostanze secrete da insetti succhiatori oppure da secrezioni provenienti da parti vive di piante. Nella seconda tipologia, essendo stata la linfa delle piante già digerita dagli insetti, il contenuto glucidico risulta leggermene più basso. Il miele di melata è quindi più scuro, con caratteristiche aromatiche floreali molto inferiori.

Le caratteristiche del miele

Quello di melata è spesso però considerato molto piacevole al palato, con un gusto originale e numerose proprietà benefiche utili all’organismo, che spesso vengono sottovalutate. Prima tra tutte, l’alta percentuale di minerali presente, tra cui ferro e zinco. L’abbondante presenza di questi minerali rende il miele di melata particolarmente adatto come ricostituente naturale del sistema nervoso. È noto infatti che abbia effetti benefici sul cervello, sulla regolazione del ciclo mestruale e in generale sull’umore.

Per quanto riguarda i mieli di nettare, in Italia, uno dei più consumati e apprezzati è quello d’Acacia. È un alimento caratterizzato dall’alto contenuto in fruttosio, che contribuisce quindi a recargli un importante potere dolcificante.

Inoltre, l’alto contenuto di questo zucchero, rende il miele di Acacia un alimento piuttosto energetico, che può sostituire i più comuni integratori presenti in commercio.

I diabetici leggeri possono utilizzare il miele di Acacia come rimedio naturale, in quanto il suo contenuto di zuccheri è in larga parte dovuto al fruttosio e quindi la sua metabolizzazione non richiede insulina.

Altre proprietà utili che lo caratterizzano riguardano l’efficacia nei trattamenti per il mal di gola, l’azione disintossicante del fegato e un generale benessere per l’apparato digerente.

I suoi benefici per il corpo

In conclusione, avendo trattato le varietà di miele principali e le numerose proprietà benefiche in termini di salute e benessere, si può affermare che un’assunzione consigliata nell’ottica di un’alimentazione sana corrisponde ad un cucchiaio al giorno. Questa quantità è ovviamente indicativa e non può sostituire eventuali medicinali utili alla guarigione di specifici disturbi. In generale però un consumo prolungato di un cucchiaio di miele al giorno può apportare benefici in termini di:

  • Vie respiratorie: azione di calmante della tosse
  • Fegato: azione protettiva e di disintossicazione
  • Rene: azione diuretica
  • Sangue: apporto antianemico grazie al contenuto di ferro
  • Azione cicatrizzante e antibatterica
  • Muscoli: aumento della performance sportiva e della resistenza alla stanchezza.

Il salmone, l’olio d’oliva, la frutta secca: perché i grassi non vanno sottovalutati

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Attento all’olio, fa ingrassare, devi metterne il meno possibile”. Una considerazione molto diffusa nella nostra cultura alimentare, che vi sarà sicuramente capitato di fare o sentirvi dire.

Molto spesso gli alimenti grassi vengono visti come un qualcosa da evitare, perché recano (apparentemente) solo danni alla nostra forma fisica. Limitare però al minimo il consumo dei grassi non è la miglior azione possibile per prevenire il sovrappeso o le maniglie dell’amore. I lipidi svolgono funzioni fondamentali all’interno del nostro organismo, senza le quali le cellule smetterebbero di vivere. Cosa è dunque necessario fare? Utilizzare più olio? Utilizzarne meno? Facciamo prima un piccolo passo indietro.

I grassi (o lipidi) rappresentano, assieme a carboidrati, proteine e acidi nucleici, una delle quattro macromolecole fondamentali dell’organismo umano, attraverso le quali le cellule possono svolgere le loro funzioni vitali. Già questa piccola introduzione scientifica dovrebbe far intendere l’importanza biologica dei lipidi, che vanno quindi considerati nell’ottica di un’alimentazione sana con la stessa rilevanza di carboidrati e proteine.

Quindi posso mangiare una buona quantità di grassi ogni giorno? Anche dolcetti, maionese e patatine fritte? No, calma. I grassi possono essere molto diversi tra loro. Assumere olio di oliva, salmone e frutta secca comporta conseguenze ben differenti rispetto a quelle derivate dall’assunzione di alimenti come fritti, burro o biscotti. La differenza risiede nella struttura chimica dei lipidi di cui questi alimenti sono prevalentemente composti. I primi sono principalmente grassi insaturi, tra cui omega 3 e omega 6, dei quali si sente spesso parlare in termini di benefici nutrizionali. I secondi invece sono per lo più grassi saturi che, al contrario degli insaturi, sono molecole meno preziose, in quanto in grado di aumentare il livello di colesterolo in circolo nel sangue, innalzando di conseguenza la possibilità di contrarre malattie cardiovascolari, e il livello di accumulo del grasso corporeo.

In particolare, l’olio extravergine di oliva, che come detto viene spesso considerato come la causa principale di accumulo di grasso sulla pancia per gli uomini e sulle gambe per le donne, è un vero e proprio elisir di salute e benessere, andando ad incidere anche sull’aspetto estetico della pelle. Ha infatti un enorme potere antiossidante (grazie alla quantità di vitamina E presente), che permette di ritardare l’invecchiamento delle cellule e di mantenere la pelle idratata. Presenta inoltre numerose altre funzioni, elencate qui di seguito.

  • Regolazione della pressione arteriosa;
  • Regolazione del livello degli zuccheri nel sangue;
  • Regolazione del livello di colesterolo;
  • Aumento del senso di sazietà e minore possibilità di sovrappeso.

Si tratta dunque di un alimento estremamente prezioso, ma che va consumato in misure adeguate, solitamente corrispondenti a due cucchiai al giorno. Questa determinata quantità è puramente indicativa e può variare in base al regime dietetico che si segue e al bilancio calorico giornaliero previsto. Lo stesso concetto vale per cibi come il salmone, ricco di omega 3, che è ideale consumare 2-3 volte la settimana, mentre una manciata di frutta secca può essere consumata anche a livello quotidiano, in modo che l’organismo possa assumere gradualmente quei nutrienti preziosi di cui è composta.

Il caffè: 5 motivi per cui è bene continuare a berlo

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Il caffè è una delle bevande più consumate a livello nazionale, bevuta quotidianamente da circa il 90% degli adulti. Espresso, moka, macchiato caldo, macchiato freddo, shakerato, marocchino, ne esistono ormai decine di tipi che rendono la vita sempre più difficile ai baristi. Ognuno ha il suo preferito e le motivazioni personali che lo spingono a berlo, chi per semplice gusto, chi per combattere il sonno mattutino e chi per abitudine.

Probabilmente, almeno una volta nella vita, vi è capitato di sentirvi dire che “sarebbe meglio limitare il consumo di caffè”, per impedire che “faccia male” all’organismo.

Che voi abbiate o meno ritenuto valide tali affermazioni è bene conoscere le reali motivazioni scientifiche per le quali invece sarebbe meglio non smettere totalmente di bere caffè, ma continuare a consumarlo in una misura adeguata. Le principali sono 5.

  1. NUTRIZIONE

Il caffè contiene solamente 2 kcal per tazzina, se si escludono lo zucchero e il latte aggiunti per degustarlo, dunque non è assolutamente nocivo in un regime dietetico bilanciato.

Possiede un minerale fondamentale come il potassio e una piccola percentuale di acido linoleico, un omega 6 molto prezioso per la salute.

  1. MEDICINA

È noto che la caffeina sia in grado di ridurre il rischio di tumori al colon e allo stomaco. Inoltre, possiede proprietà utili a prevenire i danni ossidativi a carico delle membrane cellulari dell’organismo umano causati dai radicali liberi, grazie a un potere antiossidante addirittura maggiore di quello della vitamina C.

Anche a livello cardiologico gli effetti della caffeina sono benefici, con funzioni vasodilatatrici e cardiotoniche. Perciò specialmente individui nei quali l’attività cardiaca dell’organismo non è perfettamente funzionante, il caffè non è affatto sconsigliato.

In generale a livello medico, un moderato consumo di caffè (2-3 tazzine al giorno) riduce il rischio di diversi disturbi e patologie, tra cui:

  • Insorgenza di diabete di tipo 2
  • Patologie coronariche
  • Sindrome di Alzheimer e di Parkinson
  • Steatosi, fegato grasso
  1. DIETA

La caffeina è caratterizzata da un’importante azione lipolitica che favorisce il dimagrimento.  Stimola infatti l’utilizzo dei grassi a scopo energetico, aumentando la quantità di calorie bruciate, effetto che però diminuisce se si beve il caffè zuccherato o macchiato.

  1. DIGESTIONE

La caffeina ha un effetto stimolatorio sulla secrezione gastrica e quella biliare, permettendo all’organismo di non rimanere troppo appesantito del cibo ingerito. Ecco perché si ritiene che il caffè a fine pasto faciliti la digestione.

  1. CONCENTRAZIONE

Le sostanze naturali contenute nel caffè sono in grado di generare un effetto tonico e stimolatorio sulla funzionalità cardiaca e nervosa, aumentando la soglia di concentrazione e la reattività del cervello agli stimoli esterni. Proprio per questo molte persone ne arrivano a consumare dosi piuttosto elevate, nel tentativo di massimizzare l’effetto energetico della caffeina.

Una mela al giorno, quali sono i reali benefici nutrizionali?

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Una mela al giorno toglie il medico di torno. Una frase storica, parte integrante della cucina e della dieta mediterranea. Ma perché ha questa rilevanza? Perché ancora oggi la mela viene ritenuta uno degli alimenti più indicati per contrastare influenze, raffreddori e altre piccole malattie? Sicuramente l’aspetto nutrizionale della mela che più ha contribuito a recarle questa fama connessa alla salute, è quello legato alla sua componente vitaminica. Si tratta infatti di un frutto ricco di vitamine, specialmente nella parte esterna che compone la buccia. Questa composizione ha una grande rilevanza, ma facciamo un passo indietro.

Il gruppo alimentare di frutta e verdura rappresenta un insieme di alimenti piuttosto eterogeneo. Le caratteristiche che li accomunano sono l’alto contenuto di acqua e un ridotto contenuto di macronutrienti, quindi carboidrati, proteine e grassi. Contengono però delle ottime percentuali di minerali, fibre, molecole antiossidanti e, appunto, vitamine. Nella frutta in particolare, il contenuto di proteine e lipidi è molto basso, mentre è maggiore la componente glucidica, con valori che sfiorano il 15% in alimenti come le banane, i mandarini e l’uva.

Nella mela spiccano la vitamina C, la vitamina B6 e una piccola percentuale di vitamina K, mentre per quanto riguarda i minerali è presente un’importante quantità di potassio e una più ridotta di fosforo.

Dunque, chiarite le caratteristiche nutrizionali di questo frutto “scaccia malattie”, è interessante capire quali sono le reali motivazioni scientifiche per le quali questi componenti sopra citati possono portare effettivi benefici al nostro organismo.

Innanzitutto, il ruolo importante della vitamina C, che nell’organismo svolge molteplici funzioni:

  • È coinvolta nella biosintesi del collagene, che è essenziale per la salute della pelle;
  • Rafforza le difese immunitarie e accelera la guarigione delle ferite;
  • Ha un alto potere antiossidante, che contribuisce a ritardare l’invecchiamento delle cellule;
  • Possiede un’importante funzione nella biosintesi della carnitina, necessaria per il trasporto degli acidi grassi;
  • Facilita l’assorbimento di un metallo fondamentale, il ferro.

Riguardo i minerali presenti nella mela, va sottolineata l’importanza del potassio. Si tratta di un micronutriente il cui mancato o inadeguato apporto è associato ad aumento della pressione arteriosa, incremento del rischio di ictus cerebrale, aumento della velocità di riassorbimento osseo, possibilità di gravi aritmie cardiache.

La piccola percentuale di zuccheri, prevalentemente fruttosio, che caratterizza questo frutto contribuisce al mantenimento di un buono stato di salute e alla riduzione del rischio di contrazione di malattie cardiovascolari. Inoltre, il basso apporto calorico della mela, 52 kcal per 100g, può risultare estremamente utile nel tentativo di seguire una dieta bilanciata e soprattutto varia, che permetta di assumere tutti i nutrienti necessari al buon mantenimento dell’organismo e di non superare il livello di calorie giornaliero.

In conclusione, dopo aver trattato brevemente l’aspetto nutrizionale di uno dei frutti più consumati a livello nazionale ed europeo, si può affermare che esiste una reale correlazione tra la mela e la salute, che può realmente contribuire al consolidamento di uno stile di vita sano. Non è però strettamente necessario mangiarne una al giorno, in quanto esistono decine di altri frutti e ortaggi con caratteristiche nutrizionali simili a quelle delle mela. Risulta opportuno dunque variare le fonti di questi nutrienti, nello specifico minerali e vitamine, per permetterne un’assunzione varia e regolare.

Food & Health: buono, dinamico, salutare

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Mangiare sano. Quotidianità per alcuni, un incubo per altri. Sta di fatto che non c’è giorno, settimana, mese in cui non veniamo allertati di un nuovo pericolo nutrizionale, spesso derivante da alimenti tipici della spesa di tutti i giorni. Dall’allarmismo generale ai più comuni “lo mangio lo stesso, che me ne importa”, ognuno reagisce a suo modo. L’alimentazione fa parte di noi, tra cibi che amiamo ed altri che detestiamo, e possiamo ritenerla una macro-area del proprio essere. Al punto che, quando si viene avvisati relativamente al fatto che un alimento a noi caro andrebbe evitato solo per trarne dei benefici sulla salute, non ne rimaniamo proprio entusiasti.

Questo accade perché siamo abituati a consumare quel determinato alimento per una serie di motivi, magari semplicemente perché ci piace, o magari perché ha contribuito risollevare dal punto di vista emotivo parecchie giornate tristi. Ci si trova conseguentemente dinanzi ad un tipico comportamento caratterizzato da una serie di domande: “perché devo abbandonare quel cibo? Lo ha detto il nutrizionista in televisione? Chi lo conosce? Che ne sa della mia salute? Anni di consumo e non è mai successo niente, non cambierò di certo ora”.

Se ne sentono parecchie. Nascono nuovi alimenti, altri vengono piano piano abbandonati, la ricerca alimentare cresce al pari di quella farmaceutica. Si scoprono nuovi sapori, al contempo vengono individuate nuove connessioni cibo-salute, che potrebbero con il tempo facilmente ridurre le probabilità di contrarre specifiche malattie. Ma anche dinanzi a queste informazioni spesso il consumatore non è del tutto convinto, poiché un determinato regime alimentare viene associato alla presenza di alcune malattie, ed in assenza delle stesse viene meno la necessità di accorgimenti di natura alimentare. Sintomi legati alla debolezza, alla spossatezza o al mal di testa, non vengono correlati all’alimentazione, ma ad un lavoro stressante che devasta fisicamente. Sovente però alcuni segnali di natura fisica sono effettivamente legati a reiterati errori del nostro regime alimentare. I più comuni? Non dare la giusta importanza alla colazione, trascurare il pranzo rimandando tutto alla cena o demonizzare alcuni alimenti quali la pasta.

E invece quella debolezza, quel mal di testa, potrebbero essere proprio dovuti ad una mancanza nutrizionale fondamentale, quella che fornisce l’energia che nel nostro organismo è principalmente ricavata dai carboidrati. Sì, proprio i carboidrati, l’incubo alimentare di centinaia di migliaia di persone, che credono di salvare la propria linea semplicemente evitandoli, ma spesso, al contrario, vanno incontro a delle carenze nutrizionali importanti, senza saperlo. Ma perché non lo sanno? Luoghi comuni decennali, consigli di amici di amici, un articolo online, un manifesto in palestra. Tutti elementi che generano panico alimentare, portando le persone ad aver “paura” anche degli alimenti più comuni. Eppure, il cervello consuma circa 3/5 del fabbisogno giornaliero di glucosio del nostro organismo, quindi il famoso mal di testa potrebbe dipendere dal basso consumo di zuccheri? Può darsi, è probabile, non abbiamo la certezza, ci sono però delle evidenze scientifiche che dimostrano quanto un inopportuno apporto glucidico sia strettamente legato a debolezza, spossatezza e mal di testa.

Questa rubrica nasce proprio con l’intento di migliorare l’educazione alimentare di tutti noi, con piccoli consigli, citazioni scientifiche, luoghi comuni sfatati, nel tentativo trarne qualche piccolo beneficio in termini di salute e benessere. Come detto l’alimentazione è parte di noi, allinearla il più possibile al nostro organismo non può che essere un vantaggio, non ci resta che saperne di più.