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Roberta Savona

Per Trastevere con Antonello Venditti

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Il cantautore romano testimonial de Le Guide di Repubblica nel numero dedicato al cuore di Roma

Dove mangiare a Trastevere? Un quesito vecchio quanto il mondo, o almeno, vecchio quanto quei vicoli in cui gli odori si mischiano tra loro dando il sapore vero di un quartiere in cui è la storia a parlare. La storia della città e inevitabilmente della sua cucina. La Repubblica dedica un intero volume al rione trasteverino con La Guida di Trastevere in edicola dallo scorso 8 dicembre, con presentazione ufficiale al WEGIL oggi, giovedì 13 dicembre. Centinaia di indirizzi e decine di interviste ed itinerari imperdibili, che soddisfano con la miglior risposta, l’antica domanda di cui sopra, appartenente al turista, quanto al romano di sette generazioni. Perché la vita del quartiere cambia veloce e con esso si modificano i volti e i gusti dei tanti che lo attraversano. Testimonial del folkloristico e meticoloso volume, è il cantautore Antonello Venditti, che ha accompagnato i redattori de La Guida per quei vicoli in cui per anni è stato ed è tutt’ora accolto come una delle voci principesche della città eterna.

“Per le vie di Trastevere ci ha accompagnato Antonello Venditti, da anni ospite illustre di quei vicoli che nascondono ancora ritmi di vita impensabili, artigiani imprevedibili, negozi affascinanti, trattorie dalle cui cucine esce fuori l’autentica anima della vecchia Capitale. Strade piene di storia, di gallerie d’arte, abitate da quelli che si definiscono i veri romani de Roma. Noi siamo andati alla ricerca della più antica anima della città, cercandola tra passato e presente”.  Esordisce con queste parole il direttore delle Guide di Repubblica, Giuseppe Cerasa, che racconta nella sua introduzione come il volume dia il via ad “una nuova collana delle Guide che vorremmo dedicare ai quartieri delle grandi città italiane. Quei quartieri che meno risentono dei capricci del tempo che passa e che muta tutto in un divenire non sempre necessario e condiviso”, continua il direttore.

Nell’intervista che apre il volume, Venditti racconta il suo quartiere tra ricordi, aneddoti e consigli, dagli anni del Folkstudio alla quotidianità dei giorni nostri, mentre sono centinaia gli indirizzi segnalati in tutto il quartiere, con gli osti e i ristoratori protagonisti, ma anche le botteghe del gusto d’eccellenza, i luoghi dello street food e le pizzerie, in una carrellata multicolore di personaggi che si fanno portavoce dell’eccellenza.

Gli itinerari Da non perdere sono invece appassionate passeggiate tra i banchi dei mercati di San Cosimato e di Porta Portese, oppure alla scoperta delle gallerie d’arte del rione o dei luoghi della letteratura, mentre gli straordinari film girati a Trastevere sono protagonisti di un percorso ad hoc. Altri approfondimenti sono poi dedicati alla movida notturna, alle chiese di quartiere, ai luoghi e ai miti della canzone popolare e al quartiere “a misura di bambino”.

Gli Itinerari d’autore poi custodiscono i consigli di personaggi del mondo dello spettacolo che vivono il quartiere tutti i giorni, da Nicolas Vaporidis a Lello Arena, dalla modella Youma Diakite a Carolina Crescentini, fino al duo comico Le Coliche. L’anima del quartiere si sviluppa poi nella sezione dei Volti, in cui sono raccolte le testimonianze dei protagonisti di Trastevere, dal parroco alla preside del liceo, dal gallerista al capo scout.

Le Guide di Repubblica sono anche online: www.leguidedirepubblica.it

Festa del Cioccolato. A Natale si può!

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A.A.A. Giustificazioni Cercasi. Quel periodo dell’anno in cui sgarrare è possibile. Cioccoappassionati fatevi sotto, il cioccolato fa festa al Parco Egeria

Questo è quel periodo dell’anno in cui la caccia alla giustificazione per il goloso è molto più semplice del solito. Il Natale e i suoi ampi maglioni di lana nascondono e allontanano il pensiero del girovita ingombrante con grande savoir-faire. A partire dal fantomatico 8 dicembre, mentre a Piazza Venezia si svelerà il chiacchieratissimo erede di Spelacchio targato Netflix, avrà inizio il valzer delle tavole, con le cucine in festa pronte a far scorte per le interminabili cene ed i luculliani pranzi a tema natalizio. Così, tra una passeggiata per mercatini e una puntatina in centro, vi porgiamo un invito rivolto a veri cioccoappassionati che mai dovrebbero mancare alla Festa del Cioccolato, un evento che conta già migliaia di interessati in rete, pronti a darsi appuntamento dall’8 al 9 dicembre al Parco Egeria.

Infinite lastre di cioccolato dai classici al latte, fondente, gianduia o bianco, passando per gli abbinamenti con frutti di bosco, zenzero, peperoncino, agrumi, frutta secca e chi più ne ha, più ne metta! Ceste senza fondo di cioccolatini artigianali dai mille ripieni. Banchi adornati da tartufi, torroni e torroncini, cremini e gianduiotti. Insomma, un paradiso di dolcezza ci attende in Via dell’Almone, ma attenzione, non è solo la golosità a farla da padrona. Sarà grande l’interesse anche per i più piccini, con la presenza di elfi, fate e con un Babbo Natale pronto a salutare lo spirito natalizio che splende tra le luci colorate e le rosse stelle di Natale.

E se del cioccolato non siete vittime, non temete, c’è spazio anche per altro! La pasticceria natalizia è pronta a rubarvi il cuore, con panettoni artigianali lievitati per almeno ventidue ore e farciti con materie prime di alta qualità, dai limoni amalfitani, ai pistacchi siciliani, il tutto con l’immancabile esposizione di banchi di oggettistica a tema, pronti ad entrare nelle vostre case per donare alle vostre stanze quello spirito del Natale che ci accompagnerà fino a gennaio.

Appuntamento al Parco Egeria, in Via dell’Almone 105/111, zona Appia Nuova altezza Arco di Travertino. Sabato 8 e domenica 9 dicembre, dalle 10.00 alle 18.00. Ingresso Gratuito.

Alice Balossi: fare i dolci non è mai stato così semplice!

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In libreria arriva “Dolci per Pigri”, Vallardi editore

La passione per i dolci homemade vi travolge in maniera a dir poco prorompente? Distogliere lo sguardo da una apple cake immaginando il suo cuore caldo, adagiato su di una setosa crema fredda, è una vera mission impossibile? Abbiamo il rimedio che fa per voi! Ricette golosissime per chi ha poca esperienza ma, soprattutto: per vincere la pigrizia!

In libreria arriva l’ultima fatica di Alice Balossi scritto insieme all’autore Paolo Mosca, un vademecum dal titolo “Dolci per pigri” di Vallardi editore, un libro che è già una vera e propria guida per gli adepti del dolce far niente, la cui passione per la buona pasticceria in alcuni momenti può suonare come una condanna (specie quando fuori è pieno inverno, è domenica pomeriggio e indossate il vostro sensualissimo pigiamone di flanella).

La situazione è più o meno quella: la pigrizia vi attanaglia ma, nel contempo, le gioie della cucina vi rendono appassionati. Per questo (e forse per speranza nel cambiamento), vi siete regalati una cucina degna di uno chef stellato, ‘stilosa’ e super accessoriata, eppure per cuocere un uovo al tegamino, avete ancora il dubbio di cosa sia realmente un tegamino e a quale forma corrisponda. E’ in questo scenario post apocalittico che giunge in vostro soccorso lei, modella vintage con la passione per gli anni’50, food blogger per il suo blog “I Dolci di Alice” e tra le prime protagoniste della trasmissione Bake OFF Italia. La reincarnazione umana di una Red Velvet pregevolmente realizzata. Bella, brava, ma pigra! E quindi cosa fare? Meglio trasformare la pigrizia in un punto di forza. E fu proprio mentre la lampadina dell’ingegno cominciava a brillare, che iniziava a prender forma “Dolci per Pigri”, un pensiero che oggi è divenuto realtà. In pratica: un elenco di ricette super golose ma soprattutto super facili, disponibile in tutte le librerie.

Al grido di: << in pasticceria i francesi ci mettono due giorni, gli italiani ventiquattro ore, io dieci minuti! >>, Alice pubblica il suo volume di ricette pigre affermando che “sono facilissime da preparare e soprattutto sono prive dell’utilizzo di strumentazioni complicate, perché composte da pochissimi ingredienti”. E dunque, armatevi di un cucchiaio, una scodella e un frullatore e partite insieme alla Balossi, alla conquista del magico mondo del dessert.

“In un’epoca in cui la cucina è diventata una vera e propria attività agonistica, io continuo a credere che sia soprattutto un godimento e questo libro nasce con l’intento di fornire gli strumenti di realizzazione a tutti i golosi che puntano al massimo risultato con il minimo sforzo”. Un chiaro concetto espresso dall’autrice, ma che inevitabilmente apre un dibattito importante. Alla luce di tutto questo: la pigrizia resta un difetto, o con cento ricette da realizzare diviene inevitabilmente un pregio? “Lo scopriremo solo godendo!”, conclude fiera Alice.

Scoprite gli otto capitoli di “Dolci per Pigri”:

  1. Dolci da teneri pronti in frigorifero;
  2. Dolci venuti dal freddo;
  3. Bella figura in una manciata di minuti? Si può!
  4. Dolci al microonde;
  5. Dolci per non sentirsi in colpa;
  6. Quel che c’è, c’è (dolci con 5, 4, 3, ingredienti);
  7. Voglia di qualcosa di buono;
  8. Colazioni veloci!

Ciambelle: lussuriose anche se infornate

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Da Centocelle alla Gianicolense, alla scoperta del buco glorioso

Il momento della colazione, è un fottutissimo (per dirlo alla hollywoodiana) momento sacro. Da quell’istante infatti, dipende l’intera giornata! A dirlo non sono io, ma i grandi cultori del risveglio muscolare addominale, che ripongono nel barista tutte le loro speranze e per questo effettuano un vero e proprio screening dei luoghi di quartiere, alla ricerca del cappuccino più soddisfacente e del lievito migliore. Ed è per questo che alla chiusura temporanea del nostro piccolo baretto di zona, siamo andati a caccia di un nuovo riferimento culinario mattutino che potesse adempiere a tutti i doveri del caso e si facesse carico della nostra mattiniera voglia di coccole in carboidrato. Così, tra un errore oggi e un altro domani, seguendo il lungo Viale della Primavera nel cuore di Centocelle, siamo incappati in un esercizio di recente apertura, proprio all’altezza della nuova Metro C/Gardenie, al cui angolo è sorto da poco tempo il bar MB Maribrunetti.

Una dolce sorpresa ci ha colto in fragrante (è proprio il caso di dire), quando la prima sfornata dell’alba ha tirato fuori il meglio del mattino: soffici cornetti e freschi danesi guarnite di crema, uvetta o gocce di cioccolato. Un fiume di croissant in cui tuffarci a perdifiato e, una bracciata dopo l’altra, rimanere incagliati nella ciambella al forno inondata da leggiadro zucchero a velo. Forse è il buco nel mezzo a crear cotanta leggerezza? Non lo sapremo mai! Ciò che sappiamo è che di quelle ciambelle non ci saremmo mai saziati. Ma quel gusto non ci era nuovo. Quell’assaggio era piuttosto un omaggio a chi di ciambelle infornate ne ha fatto un status. Se c’è una cosa che il buon cibo è capace di fare, sono proprio i raccordi spazio-temporali. Così, andare da Centocelle a Monteverde diviene un attimo basato sull’asse della ciambella lussuriosa, anche se infornata. Perché è questo che è accaduto mentre trangugiavamo le nuove ciambelle di Maribrunetti! Inevitabilmente la nostra mente è andata al Bar Pulcini sulla Gianicolense, dove per la prima volta abbiamo assaporato il risveglio col buco al forno, un morso di paradiso nel girone dei golosi.

Circa duecento al giorno. Solo ciambelle. Il Bar Pulcini non fa sconti a nessuno e giornalmente sforna oltre duecento pezzi: tutte una diversa dall’altra, ma con un punto fermo: la ricetta! Un impasto libidinoso (e segreto) al cui interno viene incorporata della crema pasticcera che diviene parte della ciambella stessa. Non divisa, non aggiunta, dentro la ciambella. Con un rigolo di crema ogni tanto e che al primo assaggio spruzza zuccheri direttamente al cervello.

Detto e scritto questo, non abbiamo altra scelta che chiuder tutto e continuare la ricerca, per scovare ulteriori raccordi-ricordi di gusto col buco… rigorosamente al forno!

Pane e Tempesta: la Pizza premiata va sempre assaggiata!

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Da Monteverde Nuovo alla Pisana. Fabrizio e Omar portatori sani di pizza sana.

Quando hanno aperto a Monteverde nel 2014, in Via Giovanni De Calvi, la scoperta di un luogo dove acquistare dell’ottimo pane, non era poi una grande novità nella zona. Il quartiere monteverdino regalava e regala emozioni al carboidrato in molti esercizi. Ciò che realmente ci ha stupito, è stato l’approccio al pane. Gloriosamente umano. Come se addentando quel pezzo di acqua e farina, un caldo abbraccio ci avvolgesse per interminabili minuti. Pane e Tempesta è ormai un luogo di culto per gli amanti dei forni e Fabrizio Franco e Omar Abdel Fattah, sono due veri guru in materia di panificati. Non di meno lo sono nella pizza, che gli è valsa la vittoria nella categoria Forni Le Migliori Botteghe di Roma 2018, per il sito Agrodolce.

Ed è proprio sulla scia della vittoria, che ha preso vita il nuovo punto vendita in Via della Pisana, 167. Un altro piccolo grande passo per i due artigiani che insieme macinano chilometri e impastano quintali di leccornie, sempre nel pieno rispetto della tradizione ma con un ampio sguardo all’innovazione e ad abbinamenti culinari sempre più curiosi. Nuovi impasti e materie prime d’eccezione, sono rese al pubblico con un equilibrio magistrale, complice una rigorosa tecnica di lavorazione naturale che Fabrizio Omar non abbandonano mai.

Pane e Tempesta – dichiara Omar – nasce dall’esigenza di fare un percorso insieme che sia genuino e sano, nel senso più intimo del termine. Ci piace cullare il prodotto dal momento in cui lo pensiamo a quando esce dal forno e adesso, con il nuovo centro produttivo abbiamo la possibilità di farlo nel modo migliore”. Nel tempo i fondatori di Pane e Tempesta – nome ispirato al celebre libro di Stefano Benni – sono arrivati a concepire il loro lavoro come un vero e proprio processo energetico che parte dalla terra e che, attraverso la tecnica e la capacità dell’artigiano di “sentire” la materia, arriva a generare un nuovo impasto e una nuova forma di vita. Da qui: la scelta di rinnovare il logo in cui si vede un fiore di loto, simbolo dell’energia vitale, che germoglia proprio dal pane.

In questo tempio della ricerca alla farina ed alla lavorazione migliore, la Pizza regna Sovrana accanto al Re Pane. Un impasto realizzato con due cereali (farro monococco e farro dicocco), una lievitazione di 24h con una farina (realmente) integrale e macinata a pietra, per dar forma ad una pizza che sia “un cibo che dia energia e non appesantisca”, per dirla con le parole di chi la fa, ma soprattutto di chi l’ha già assaggiata, ritrovando un prodotto croccante e morbido insieme ed allo stesso tempo dall’altissima digeribilità.

Fuori da ogni dubbio, il nostro consiglio decisamente appassionato (perché Pane e Tempesta è un forno a cui ci si appassiona), è di dirigervi quanto prima a Monteverde oppure, puntare dritti per la Pisana, per colmare quella incredibile lacuna che ancora oggi vi tiene all’oscuro di Fabrizio e Omar, portatori sani di pizza sana.

1930, il Ristorante che non c’era

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Diciannove e Trenta sono i due numeri fortunati della giovane imprenditrice siciliana Rosa Casarrubia e dello chef Stefano Crialesi, che hanno scommesso tutto sulla nuova insegna in Via Paolo Emilio 53, all’angolo di Via dei Gracchi, nel quartiere Prati, dove lo scorso Giovedì 8 Novembre la madrina d’eccezione e regina della domenica Mara Venier, ha tagliato il nastro per addentrarsi nel ristorante sottostante: circa 300 mq di volte e archi in pietra, che hanno accolto il pubblico pronto a scoprire il nuovo ristorante & lounge bar dove a regnare è la cucina internazionale dello chef Crialesi e della sua brigata, che propone gli ingredienti tipici della cucina mediterranea, con una forte inclinazione sicula, la stessa che Crialesi ha portato in giro per le Hawaii, in Russia o nella più vicina Sardegna, dove spesso è di casa.

Un menu che prevede dei capisaldi attorno a quali ruotano i piatti del giorno e le variazioni del mese a seconda delle stagioni. Si va dai Tagliolini al nero di seppia con vongole e bottarga, passando per una Tartare di Tonno al Guacamole, o quella di Gamberi Rossi di Mazara del Vallo; e poi ancora la carne, con il succoso Arrosto di Vitella farcito o la Guancia di Vitello brasata.

Due le anime del locale: il bar al piano superiore è sicuramente la vera sorpresa. Dalla colazione alle merende, passando per il brunch fino all’aperitivo. Un’offerta multipla che soddisfa i sogni della proprietaria siciliana, che si concretizzano grazie all’incontro della Casarrubia con Lina Ciocca, un’altra giovane donna, responsabile della supervisione del nuovo locale, persona abituata a sognare in grande e con cui Rosa ha trovato la forza di tramutare il suo sogno in realtà.

E allora buona fortuna 1930.

In fondo questo è solo un arrivederci! Adesso ci spetta il compito più arduo, quello dell’assaggio.

Per informazioni su 1930 Ristorante & Lounge Bar, clicca qui: Pagina Facebook

La Morte si fa Dolce in Tavola

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Nel ricordo dei Defunti un Dolce per ogni Provincia. Dal Pan dei Morti milanese alla Colva pugliese.

C’è un periodo dell’anno in cui il ricordo dei cari che non sono più su questa Terra, si fa molto forte. E’ quel “Giorno dei Morti” festeggiato in tutto il mondo, che da luogo ad eventi di grande importanza come i “Dia De Los Muertos” in Messico, passando per le offerte al dio delle tenebre Chinghsu nella festa di Ullambana a Singapore, fino al “Giorno delle Anime” in Brasile o alla “Festa dei Morti” in Guatemala. Ad ognuno di queste grandi manifestazioni è abbinato un piatto della tradizione del posto che, anche in Italia, sottolinea l’importanza della ricorrenza e assume di luogo in luogo un suo significato.

Capita spesso che il cibo aiuti a gestire i nostri tumulti emotivi. Se piangete per amore per esempio, provate a fare incetta di cioccolato e tutto vi sembrerà migliore. Masticare aiuta a non pensare o, al contrario, a pensare in modo più lucido, specie se affondiamo i denti in golosi cumuli di zucchero. E anche se può sembrare macabro a dirsi, durante la settimana dei morti in Italia si fanno grandi scorte di zuccheri, distribuite sulle tavole della penisola sotto pietanze-simbolo di una tradizione dal ricordo distante come la notte dei tempi. Quasi a dire che pregare per i morti e piangere per loro costi tanta fatica, da recuperare subito con dolcezze che alleggeriscono l’anima e riempiono lo stomaco. Per questo i dolci dei morti rappresentano simbolicamente l’offerta dei vivi alla loro memoria, che per la tradizione cristiana ritornano sulla Terra nella notte tra l’1 e il 2 Novembre, ritrovando l’amore del focolare e la tavola imbandita.

E così arriva il “Pan dei Morti” milanese (Pà edi Morcc), seguito dai “Cavalli dei Morti” altoatesini, passando per il toscanaccio “Pan coi Santi”, fino alle “Dita di Apostolo” messinesi o il “Morticiello” napoletano, e ancora le “Ossa dei Morti”, note da Parma fino in Sicilia, che in altre province diventano “Fave dei Morti”, diverse nel nome e nella composizione. E di provincia in provincia giungiamo in Puglia con le “Fanfullicchie” leccesi, seguite dalla Colva o “Grano dei Morti” a nord di Bari. Ed è proprio su questi preziosi chicchi di grano santo che vogliamo focalizzare la nostra attenzione.

“Ogn’ecn d’grein ca’ s’meng, s’salv n’enm”, letteralmente “Ogni acino di grano che si mangia, si salva un’anima”, nella declinazione dialettale biscegliese in questo caso, assume il medesimo significato nei paesi che vanno tra Foggia e Barletta. Sarà forse la vicinanza con i paesi indottrinati dalla liturgia ortodossa ad aver influenzato la tradizione nord-barese? Il grano bollito infatti, è associato a morte e resurrezione nella Chiesa Ortodossa. In Grecia per esempio, il grano era accomunato a Demetra, la dea della Terra, che simboleggiava la vita e trovava il suo opposto proprio nella melagrana, vicina invece alla figura di Persefone, figlia di Demetra. E sono proprio questi due ingredienti (grano e melograno), ad essere insieme il simbolo del ciclo vitale e la base di una ricetta che viene tramandata di generazione in generazione, nel rispetto della commemorazione dei defunti. Un dolce per ricordare i morti che in realtà è un inno alla vita, poichè ogni chicco che trangugiamo corrisponde a un’anima salvata, come recita l’aforisma dialettale di cui sopra. E così, a grano cotto e melagrana, vengono aggiunti pezzetti di cioccolato fondente, mandorle e nocciole tritate grossolanamente, un pizzico di cannella e in ultimo, il dolce viene condito con del vincotto d’uva (o di fichi, se si preferisce maggiore dolcezza), aggiunto un attimo prima di consumare la pietanza, che resterà sulle tavole dei pugliesi per tutto il tempo delle feste commemorative.

Sarà che il ricordo di chi non c’è più porta il cuore sull’orlo di un baratro. Un tuffo nel passato che ci lascia sospesi per qualche secondo. Sarà che l’autunno con i suoi colori e il suo sole mai caldo a sufficienza, ha un sapore così malinconico. Sarà che la colva veniva fatta dalle mani delle nonne che non toccheremo più, ma l’ironia questa volta se l’è portata via la memoria, raccontandovi un pezzo di storia che non può tornare e che (per fortuna) abbiamo il dovere di ricordare.

Sashimi come se piovesse Pesce

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Rimedio Japan Food: Come combattere l’Hangover col Sushi

Si sa, la domenica è il giorno Signore! Quale sia il vostro lo scopriremo solo vivendoci, mentre il mio ve lo presento subitoha gli occhi a mandorla e cucina tutto il giorno, inebriando tutta Porta Portese e dintorni con il suo incredibile sushiE così, quando al sabato sera prima delle 3 di notte non siete ancora sotto le pezze, è molto probabile che vi abbia colto il raptus da ventenne universitario che vi ha portato a dar fondo ai 50-100 euro con cui eravate usciti e che, presumibilmente, vi siate bevuti anche il barista. Ma per una notte da leoni, c’è sempre un risveglio da coxxxxne. Ebbene sì, ci sono poche certezze nella vita, ed una di queste è che dopo i 30 annialzare il gomito diventa indiscutibilmente imbarazzante! Quindi bisogna correre ai ripari e trovare il giusto e personalissimo metodo per combattere l’hangover. La soluzione è semplice e si trova a via Portuense. No, no, non è un messaggio promozionale il nostro. Come al solito è pura e semplice verità, la verità di pancia, quella che muove le nostre pesanti membra ancora imbevute di gin tonic verso quel luogo in cui tutti i nostri mali verranno riposti, tra un giro di huramaki e uno di churrasco. E così, montiamo lesti in macchina e puntiamo dritto verso ChopstickNossignore! Quello di via Portuense non è come quello di viale Regina Margherita. Guai ripeterlo ancora, provare per credere!

E così, alle 19.30 siamo già lì fuori ad aspettare un cenno dall’hostess in cassa. Un gesto magnanimo che ci indichi “prego, entrate, siamo aperti”. E nonostante l’ora prematura scopriamo che non siamo gli unici ad aver individuato nel sushi uno tra i metodi più efficaci per riprendersi dal devasto del sabato notte. Il japan food è entrato di diritto nei rituali dell’italiano medio (e non) e fa parte di quel nuovo life mood che, giorno dopo giorno, vediamo anche (e soprattutto) in rete. Provate a collegarvi la domenica sera su instagram o su facebook! Sono tutti dal cinese di fiducia, o dal giapponese amico a riprender conoscenza dalla sera prima, con vagonate di sushi sashimi, che arrivano al tavolo come se dal cielo piovessero pezzi di pesce innaffiati di soia. Noi abbiamo le nostre abitudini, è vero, ma ogni tanto ci piace trasgredire e avventurarci nel magico mondo del gusto inesplorato. Così, un giorno, abbiamo provato l’insalata di mango con carote, mandorle e zenzero. E mentre godevamo con il mango, ci siamo anche piacevolmente intrattenuti con un preliminare imprescindibile: due porzioni di goma wakame (alghe), aspettando il nostro indiscusso California Ebi Temp. E tra riso bianco e torrenti di soia, ogni tanto passa un bell’ometto con lo spiedo del churrasco, perché tra un maki e un edamame, che fai non la metti una costoletta al barbecue o un bel pezzo di manzo? Che emozione l’All You Can Eat (se di qualità). Una di quelle creazioni che si aggiunge alle preziose invenzioni dell’essere umano. Uno di quei piaceri che solo raccontandolo, hai già l’acquolina in bocca. E che cosa meravigliosa è il Japan Food?

P.S.: Ognuno ha il proprio, è vero. E non sia mai trasgredire ma noi, da affamati seriali, teniamo a dirvi che a Via Portuense 76 ci abbiamo messo la bandierina. Provare per credere!

Unionbirrai: Garanzia d’Artigiano

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A tutela dei consumatori arriva il marchio che certifica la birra artigianale

Sono le 15 di un sabato di metà ottobre e il quartiere Eur affoga letteralmente in litri di birra offerta nel maxi evento EurHop Roma Beer Festival, il salone internazionale della birra artigianale organizzato da Publigiovane Eventi e dallo storico pub Ma Che Siete Venuti a Fa’, che ha ormai superato il traguardo della sesta edizione e guarda già al prossimo anno, con numeri da fare impallidire anche le sacre piazze del buon Papa Francesco. Si sa, i frati sono amanti e abituali produttori di una tra le bevande più antiche al mondo e dunque, non ce ne vorranno i più devoti se in queste prime righe facciamo appello al Santo Padre. Circa ventiduemila ingressi, appena diciannovemila litri profusi e cinquantaquattromila birre distribuite: questi i numeri dell’edizione 2017 e ci sarà d’attendere ancora qualche giorno per conoscere quelli del 2018, anche perché sfidiamo qualsiasi organizzatore di festival della birra, a superare brillantemente gli impegnativi hangover da luppolo fresco. Scherzi a parte, all’EurHop non ci si sballa mica! All’EurHop si varca la soglia del santuario birresco più grande d’Italia, con ogni probabilità, il giro di birre più incredibile che abbiate mai visto. Ottocento tipi di birre artigianali, rigorosamente selezionate e giunte da tutto il mondo solo su invito di palati sopraffini, come quello di Manuele Colonna. E quale miglior teatro se non quello andato in scena dal 12 al 14 Ottobre al Salone delle Tre Fontane, per la presentazione del marchio Unionbirrai?

Un marchio registrato a tutela dei birrifici indipendenti italiani, che certifica l’artigianalità e l’indipendenza del birrificio e del prodotto, un logo di certificazione presentato dall’associazione di categoria omonima. Una vera e propria esigenza quella dell’associazione, dato il proliferare sugli scaffali dei supermercati di birre cosiddette crafty, nient’altro che prodotti industriali che cercano di emulare l’artigianalità delle birre autentiche. “Ecco perché – spiega Vittorio Ferraris, presidente di Unionbirrai oggi diventa indispensabile individuare un marchio di riconoscibilità che tuteli sia il settore produttivo artigianale, sia i consumatori”. Un vero e proprio strumento dunque, nato per far sì che i prodotti richiedenti siano categoricamente adempienti di tutti i parametri necessari a definire un prodotto artigianale e indipendente (e non simil tale). Il marchio, registrato lo scorso 5 Ottobre, sarà rilasciato dall’associazione ed avrà diritto di revoca in caso di non aderenza al regolamento.

Un piccolo grande traguardo tutto italiano, poiché il nostro Paese è tra i primi al mondo ad adottare strumenti di salvaguardia della qualità, come il neonato sigillo di artigianalità. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.unionbirrai.it .

Se siete produttori in erba e pensate che il vostro prodotto sia meritevole di considerazione, non esitate a chiedere informazioni a Ferraris e i suoi, un’associazione di intenditori e amatori di un settore sempre più in espansione e mosso da profonda passione per la birra e le sue storie.

L’Nulc, solo per pochi

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Quando basta un’oliva a fare la felicità

C’è un periodo dell’anno in cui la pugliesità che batte dentro questo cuore dipinto di giallorosso, divampa più di ogni altro momento. È l’aria di fine settembre, quella del raccolto proibito che porta sulle tavole del nord barese ad ottobre un prodotto solo per pochi e solo per poco (davvero troppo poco) tempo. Per un mese o forse più, nelle campagne di Molfetta, Bisceglie, Trani, Andria, si colgono le Olive Nolche, o più correttamente note come olive dolci; ma mia madre, come sua madre prima di lei e come tutte le madri pugliesi (che Dio le preservi), le chiamavano l’Nulc. Una vera e propria primizia la cui importanza non sta soltanto nel gusto, unico nel suo genere con quella boccata amarognola e quel retrogusto dolce e fruttato, ma anche nella quantità del prodotto ottenuta rigorosamente sottobanco, quasi trafugata dalle tasche dei contadini come vero e proprio oro in Terra di Puglia. I nostri nonni le contavano, una ad una, le mettevano sottosale per farle durare più a lungo, oppure le friggevano in sfrigolanti intingoli di olio e sale. Le piccole, nere e perfettamente tonde olive nolche, sono come caramelle salate per bambini cresciuti. Una tira l’altra! …E mai luogo comune nella lingua italiana fu più appropriato.

Immaginate dunque la felicità e il puro gaudio nel riceverle di mano in mano, come un prezioso sapere culinario che è solo per pochi. E immaginate il godimento, con punte di piacere orgasmiche quando alla sera, dopo una giornata di lavoro, seduti intorno alla tavola si dava fondo al tegame con un fragrante filone di pane ad accompagnarle. Ogni famiglia pugliese che si rispetti le cuoce con il metodo più semplice, la frittura in olio e abbondante sale, ma ultimamente, grazie ad un vero e proprio lavoro di amichevole mercato nero, siamo riusciti ad averne una buona quantità che ha contribuito ad una sperimentazione culinaria nel campo. Il nostro fidato pusher di cibarie (Grazie M.!), è riuscito a portarne una sacchetta niente meno che a Roma, dove l’nulc sono più che ignote.

Così, con fare alchemico, abbiamo immaginato nuove ricette e in un baleno in padella soffriggeva l’olio con della Cipolla Rossa di Tropea (anche questa, che Dio la preservi sempre). Immediatamente una manciata di pomodorini datterini a pezzi è stata aggiunta al soffritto, condita con sale e un po’ di pepe e nel punto culminante, sono state aggiunte le olive che hanno iniziato a gonfiarsi e a riprendere vigore in cottura. Per coronare il tutto, abbiamo terminato con un cucchiaino di zucchero di canna che ha caramellato le olive, conservando il loro rustico principio amaro cristallizzato in un pomodoro zuccherino. Un piacere solo per pochi, di cui la nostra cara nonna biscegliese sarebbe sicuramente andata fiera.

Assaporandole rasentavamo la commozione al dolce pensiero di un tempo che fu e che non potrà tornare, se non attraverso il ricordo di odori e sapori che vengono da lontano e lontano ci riportano. Indagare nella memoria è un dovere che spesso si rivela piacere. Provateci! E fatelo con lo spirito di chi in fondo ha una missione da compiere. Perché per ogni generazione che passa, è sempre meno il sapere che resta.