LE 25 COSE CHE ROVINANO L’ATMOSFERA AL RISTORANTE

Ovvero i cellulari nuociono alla salute dei bambini: lasciate a casa entrambi

Ormai è un dato di fatto: mai come in passato mangiamo fuori più frequentemente e per i motivi più diversi. Pranziamo o  ceniamo al ristorante, in trattoria, in osteria, alla tavola calda, per lavoro, per festeggiare qualche ricorrenza particolare, per trascorrere un po’ di tempo con gli amici oppure per provare un locale che ci è stato consigliato o che, per qualche motivo, ci incuriosisce.

Ma cosa rovina definitivamente l’atmosfera quando andiamo al ristorante? La qualità scadente del cibo è la più compatta ed unanime condanna che il popolo dei frequentatori di ristoranti solleva più abitualmente. Esistono molte altre ragioni, tutte però accomunate da un unico risultato: guastare la nostra esperienza risto-gastronomica. Ecco quindi la classifica – in ordine del tutto casuale – dei 25 motivi più comuni. Ma potrebbero essere senz’altro di più …

  1. PORZIONI SCARSE

Non è un dato scientifico, ma in molti ristoranti stellati o di alto lignaggio sembra vigere una bizzarra regola secondo cui le porzioni dei piatti sono inversamente proporzionali al prezzo. Ottima maniera per uscire dal locale poco appesantiti ma, vista la nota acuta dell’impegnativo conto finale, con il portafoglio sottoposto a terapia dimagrante d’urto.

  1. APERITIVO

Al ristorante, soprattutto se elegante, non c’è niente di meno elegante della furbizia. Fa sentire subito ben accolti la frase del cameriere sorridente: «Un aperitivo?» soprattutto se già con la bottiglia in mano non appena seduti a tavola. Peccato poi accorgersi al momento del conto che quell’atto di cortesia ha un prezzo. Variabile tra 4 e 8 euro…

  1. TAVOLI VICINO ALL’INGRESSO O AL BAGNO

I primi da evitare per il “traffico pedonale” foriero di ventate di aria gelida all’entrata ed all’uscita dei clienti nel periodo invernale. Gli altri per le folate di disinfettante dal lezzo acre, dalla fragranza di sapone liquido industriale accompagnati dai caratteristici miasmi dei locali di servizio.

  1. MUSICA DI SOTTOFONDO

La musica al ristorante deve essere consona in termini di contesto e di volume per l’ascolto “distratto” o, ancor meglio, per creare la giusta atmosfera. È davvero fastidioso subire quei pochi brani ripetuti ad intervalli regolari per mancanza di adeguato repertorio, quantomeno su CD. Meglio investire pochi euro al mese abbonandosi ad una delle numerose web radio che trasmettono canali musicali dedicati senza interruzioni pubblicitarie.

  1. TELEFONO CELLULARE

A tavola il telefono va ostracizzato: nonostante io stesso mi macchi quotidianamente di questo crimine contro la convivialità, ritengo sia una delle più alte forme di maleducazione socialmente accettata. In ogni circostanza e non solo a tavola.

Stare chini sul telefono a “pattinare” con l’indice sullo schermo non prestando alcuna attenzione verso gli altri commensali rappresenta la quintessenza della scortesia.

Vicini di tavolo che usano i telefoni cellulari come fossero in riunione nel loro ufficio. Ecco perché negli USA si stanno diffondendo locali “off line” dove l’uso del telefono, così come qualsiasi dispositivo abilitato alla ricezione wifi, è visto come un sigaro cubano in un asilo infantile.

Avviso apparso sul menu del “Ristoro Re di Puglia” di Coltano (PI): – I cellulari nuociono alla salute dei bambini. Lasciate a casa entrambi -.

  1. VIETATO FUMARE

Alzarsi da tavola guadagnando l’uscita per andare a fumare da soli o in branco. Pessima pratica, ma occorre comprendere che i tabagisti sono dei tossicodipendenti. Inutile chiedere loro di essere educati…

  1. STUZZICADENTI

Se in un ristorante sono a tavola, è già un buon motivo per cambiare locale. Che sia per scribacchiare sulla tovaglia mappe o messaggi, per spezzettarli nervosamente o per tenerli stretti tra le labbra, è sempre uno spettacolo di cattivo gusto. Gli stuzzicadenti devono essere dimenticati comunque, da chiunque e dovunque.

  1. VENDITORI DI FIORI E QUESTUANTI

Trovo insopportabile dovere insistere per non comprare rose (e – aggiungo – spesso di provenienza dubbia, qualità discutibile e nient’ affatto a buon mercato), tantomeno far finta di ignorare chi mette le mani sul nostro tavolo appoggiando paccottiglia accompagnata da pizzini sudici e sgualciti per sovvenzionare fantomatiche associazioni.

  1. BAMBINI MALEDUCATI

Nella classifica delle cose che rovinano l’atmosfera al ristorante la categoria dei bambini maleducati e/o urlanti – probabilmente figli di genitori affetti da una strana patologia di sordo-cecità – insidia a pieno titolo il gradino più basso del podio di questa particolare classifica. Senza voler legare i bambini strepitanti con lo spago da arrosto né ammutolirli con il proverbiale limone in bocca, proviamo a non imporre i nostri figli agli altri. Perché va bene il metodo Montessori, ma noi, probabilmente, eravamo commensali migliori. Oppure, come è avvenuto per il divieto di fumare, propongo di affiggere per legge all’entrata di ogni locale l’avviso letto tempo fa in un ristorante in Liguria: – I bambini non guardati dai genitori saranno presi e venduti come schiavi -.

  1. COPERTO…

La presenza del costo del coperto, variabile tra un timido 1 euro agli assurdi, sfacciati 19 euro vessati in occasione di un’esperienza personale, con la scusa del cestino di pane “fatto in casa” o del calice di benvenuto di Prosecco. Tassa da corporazione, anacronistica stortura tipicamente italiana impossibile da spiegare agli stranieri. All’estero già da molto tempo hanno capito che per evitare l’effetto-coperto spesso unito ad un’altra iniqua gabella, quella del servizio – uno dei tanti bracci armati di chi denigra l’Italia – è molto meglio edulcorarla nei prezzi delle singole pietanze.

Che dire della lenta scomparsa della tovaglia e, in qualche caso, addirittura della tovaglietta american-style di carta accompagnata dalla presenza sempre più frequente del tovagliolo in tessuto-non-tessuto? È forse il preludio all’imminente introduzione della posateria in plastica cromata usa-e-getta?

  1. … E SERVIZIO

Prestazione, variabile tra il 10 e 15% del totale del conto, imposta (in tutti i sensi) da alcuni ristoranti. Trae origine dal passato quando non c’erano i contratti di lavoro ed il personale veniva pagato a percentuale sulle ordinazioni dei clienti e dei tavoli che serviva. All’epoca, il servizio era, appunto, la retribuzione dei camerieri. È paradossale che questa voce sia rimasta anche oggi, nonostante i camerieri siano regolarmente retribuiti. Pur trattandosi di un addebito chiaramente pretestuoso, nessuna norma lo vieta e l’unica condizione è che sia specificato nel listino prezzi.

  1. CAMERIERE

Quello del cameriere è un lavoro duro, faticoso. Per le cameriere è anche peggio, soprattutto perché una buona percentuale di uomini, solitamente vecchi e/o frustrati che si siedono al tavolo di un ristorante ritiene come preciso dovere di maschi provarci. Purtroppo per loro le cronache non hanno mai riportato di cameriere scappate con i clienti. Molto meglio pensare di intrattenere rapporti con il cuoco, soprattutto se è affermato.

Un cameriere scortese può rovinare la serata. Si può essere nel migliore locale con il miglior chef del mondo, ma se la sala non funziona non c’è niente che si possa fare per raddrizzare la barca. La stragrande maggioranza dei ristoratori non ha ancora compreso che il lavoro del cameriere in un ristorante ha lo stesso peso di quello di un cuoco: se non all’altezza, rischia di creare disastri. Troppo di frequente si trova in ristoranti di livello personale non formato, ma a volte anche scontroso, dallo scarso acume o palesemente alle prime armi. Negli istituti alberghieri, oggi, tutti ambiscono a diventare chef relegando il servizio in sala come un ripiego. I ristoratori, ancor’oggi, investono sui cuochi e mai sul personale di sala con risultati che talvolta possono determinare le sorti del locale.

  1. FOODOGRAFI

Fenomeno che si sta diffondendo come l’incedere di un’erba infestante (oltre 10 milioni di fotografie di piatti sono condivise e commentate ogni mese su Instagram!). Anni addietro si burlavano i giapponesi che immortalavano tutto ciò che passava loro a tiro di fotocamera. E, tutto sommato, si rimarcava un difetto di buona educazione e di buon senso. Altri tempi.

  1. ILLUMINAZIONE

Perché anche i ristoratori più “illuminati” trascurano l’illuminazione nei loro locali? Ad onor del vero non sottovalutano la lampada in sé, piuttosto la valenza che questa può avere sulla buona riuscita dell’esperienza complessiva del cliente. Questa voce, costituita da lampadari troneggianti nel centro della sala, applique dalle fogge più disparate, lampade da terra o da tavolo, si porta via una bella fetta di budget alla voce arredamento. Sembra, tuttavia, che l’attenzione sia posta più sull’estetica che sull’effettiva funzionalità, prerogativa – oggettivamente sbagliata – di molti architetti.

La luce al neon algida e spettrale di certi locali di basso cabotaggio votati all’insegna del risparmio fa apparire tutti quanti vittime di un attacco di bile. Certo, non tutti possono permettersi un corpo illuminante griffato, ma almeno saper scegliere tra una lampada dalla tonalità di luce fredda, industriale ed una calda d’atmosfera senz’altro più invitante. E poi costano lo stesso…

  1. EFFETTO COCKTAIL PARTY

Andare al ristorante per chiacchierare con un amico, con il partner, con la famiglia e non riuscirci a causa del brusio assordante rende insopportabile il pranzo o la cena. Basta che in un luogo ci sia più di una persona che parli per creare un effetto a catena: tutti parlano con un tono di voce sempre più alto. A ciò si aggiunga del rumore di fondo: la musica a volume troppo elevato, brusii di impianti tecnologici, i rumori provenienti dalla cucina. Con conseguenze negative anche per il ristoratore: il senso di affaticamento dovuto al rumore è noto in psicologia come “effetto cocktail party”. Concentrarsi in mezzo a molte fonti di rumore genera un dispendio di energie che si trasforma in stress. Per questo quando si è finito di mangiare in un locale rumoroso rimangono solo un senso di spossatezza, un brutto ricordo e non ci si torna più. Soluzione (per il ristoratore): trattare il soffitto, che già di per sé risolve l’80% del problema, installando pannelli fonoassorbenti oppure posizionare complementi d’arredo come poltrone, divani, tappeti o appendere grandi quadri che riducono il tempo di riverberazione.

  1. LA REGOLA DEL 15

Si dice che l’attesa faccia parte della vita e spesso sia anche più divertente dell’evento in sé. Ma non quando è connessa all’erogazione di un servizio, come nel caso dei ristoranti.  Un pranzo o una cena dove tra una portata e l’altra trascorrono più di 15 minuti, così come attendere per lo stesso periodo il cameriere o il ristoratore per ordinare, ma anche mancanza di accoglienza, sono segnali inequivocabili dell’inceppamento dei meccanismi di smistamento delle competenze tra patron, personale di sala e comunicazione tra sala e cucina. Difficile avere vita lunga…

  1. VORREI MA NON POSSO

Nella vasta galassia della ristorazione italiana (e non solo) esistono locali gestiti da patron e chef dalla rarefatta antipatia, dalla dubbia saccenteria e dal’ego smisurato con velleità e presunzione da alta cucina, ma che in realtà non possiedono né i mezzi né il talento o l’estro per tentare la scalata alle vette risto-gastronomiche, men che meno dei buoni cucinieri. E che dire degli errori di ortografia nel menu, dei piatti dai nomi ridicoli o eccessivamente lunghi, con troppi ed inutili vezzeggiativi o preceduti dall’articolo determinativo?

  1. PIETANZE CHE ARRIVANO A RATE

Meglio aspettare rassegnati anche 30 minuti il proprio piatto e banchettare tutti assieme piuttosto che dover mangiare la pasta incollata perché si è dovuto attendere la frittura di pesce del commensale. Anche questo è un vizio presente in molti locali: servire a rate! Una regola per i ristoratori, anzi una delle prime regole, è servire i clienti di ciascun tavolo tutti insieme!

  1. CANI AL RISTORANTE

Sebbene non esista ancora una legge a livello nazionale che vieti l’ingresso dei cani nei ristoranti, tranne quello in cucina e in dispensa, il cane al ristorante è una questione di rispetto per gli altri clienti e per il personale addetto che sovente non li tollerano. Al contrario, spesso è più un capriccio del padrone che una reale necessità.

È questione di senso civico: il cane al ristorante come in hotel, al bar, al supermercato, così come in qualsiasi altro esercizio commerciale, non dovrebbe entrare. Primo perché qualcuno potrebbe esserne infastidito e il rispetto delle persone è prioritario; secondo perché c’è chi potrebbe aver paura del cane ed imporre la sua presenza è una violenza; terzo perché è un problema di igiene e la misura della “normalità” è stata ampiamente superata. La moda cinofila dilagante che porta a venerare il cane e la percentuale di sociopatici che odiano i loro simili, ma baciano i loro “familiari” a quattro zampe, stanno raggiungendo livelli preoccupanti.

  1. BAGNO

Se mi imbatto in un bagno sporco, penso subito che anche la cucina non sia immacolata, ma anche i servizi igienici modello “stazione di servizio autostradale”, vecchi ed angusti (alcuni ancora provvisti – si fa per dire – degli squallidi e disagevoli gabinetti alla turca) o privi di riscaldamento ed acqua calda sarebbero entrambi validi motivi per non ritornare in quel locale.

  1. PANE

Diceva Burt Lancaster, il famoso attore americano: «Giudico un ristorante dal suo pane e dal suo caffè». In una trattoria o in ristorante di medio o modesto livello non occorre pretendere pagnotte gourmet preparate dallo chef. Del pane comune fresco, fragrante, che non prevarichi il gusto delle pietanze e non balli nello stomaco, è più che sufficiente.

  1. VINO

Uno dei misteri ancora irrisolti nel campo della ristorazione è il ricarico sui vini. Fino a qualche tempo fa vigeva un’equa regola non scritta dove il prezzo al tavolo della bottiglia si otteneva moltiplicando per 3 la cifra pagata al fornitore. Oggi in qualsiasi lista dei vini che si rispetti è difficile scorgere qualcosa di dignitoso a meno di 20 euro a patto che non si opti per il “vino della casa” dal prezzo sì calmierato – ma quasi sempre una ciofeca – che martellerà la scatola cranica dell’ignaro cliente per il resto della giornata.

  1. INSALATA

Trovo semplicemente maleducato, irrispettoso nei riguardi di chi ci invita – ancor peggio se in un locale rinomato, di cucina etnica o magari conosciuto per qualche particolare specialità – ordinare una banalissima insalata (o la famigerata “insalatona”) come piatto unico. Proporrei ai ristoranti di mettere in carta le voci insalata mista e insalatona a prezzi da estorsione, giusto per scoraggiare questa opinabile, modaiola, finta pratica salutistica.

  1. MENU CHILOMETRICI

Lunghi elenchi o menu con molte pagine potrebbero significare una cucina poco fresca, con impiego di basi pronte, prodotti surgelati e scarsa attenzione al dettaglio. Un’offerta con decine di pietanze costringe a fare ampie scorte e a ridurre i tempi di preparazione, spesso a scapito della qualità di un piatto. Sempre meglio pochi, di qualità e con prodotti di stagione.

  1. CONTO

Teoricamente la richiesta del conto dovrebbe essere l’unico risvolto libero da incognite, un invito corretto al pagamento che viaggia sul binario dello scontrino fiscale e della fattura. In realtà 4-5 volte su 10 succede di subire i magheggi del ristoratore o patire l’ambigua e sibillina specialità post-caffè del conto estrogenato. Ecco allora che quel saluto della cucina proposto con l’aria di un gentile omaggio non era proprio così amichevole o accorgersi che i prezzi sul conto non corrispondono alle cifre indicate sul menu oppure della presenza di alcune pietanze sul conto, che a guardar bene, non sono mai state ordinate. Ma l’apoteosi, il coup de théâtre avviene quando arriva il pezzo di carta ben stampato, di formato convenzionale, con il nome del ristorante in evidenza, l’indirizzo, il telefono, lo spazio per la quantità e la natura dei beni. Sembra perfetto, ineccepibile. Peccato manchi il numero di Partita IVA dell’esercizio, la numerazione fiscale e sul bordo sia riportata con caratteri lillipuziani la dicitura – Non Fiscale – o – Non valido ai fini fiscali

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