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Aprile 2019

Gigi Pipa: pizza, orto e spicchi nel goloso mondo di Alberto Morello

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Da quando sono diventato papà (ormai da qualche anno) mi capita di riflettere spesso sull’importanza del modello educativo e sulle sue mille sfaccettature. Avere ad esempio due genitori che mi hanno indirizzato verso lo studio ed un approccio fondamentalmente “curioso” verso ogni aspetto della vita mi ha permesso nel corso del tempo di avvicinarmi ed interessarmi a tante cose (o persone) che in altre condizioni non avrebbero fatto parte del mio quotidiano.

Le (tante) pizze d’Italia

Una introduzione probabilmente un po’ troppo solenne visto che in questo racconto parlerò di pizza, ma a mio avviso esemplificativo per spiegare come un napoletano d’origine come me abbia saputo nel corso del tempo imparare ad apprezzare qualunque tipo di pizza. Da quella al taglio alla gourmet, passando per la pinsa e la pizza alla romana, tutte varianti che affiancano la più conosciuta, quella napoletana che resta naturalmente in cima alle mie preferenze. Poco tempo fa, parlando di pizza su Facebook, mi sono imbattuto in alcuni “difensori della tradizione”, persone evidentemente molto limitate e che non accettano l’evoluzione, la diversità e la possibilità di comprendere altri punti di vista.

Una discussione divenuta quasi paradossale, e che alla fine mi ha fatto nuovamente capire quanto sia importante essere aperti per quel che concerne la mentalità e nel mio caso il palato. Il pippone che avete appena letto ha un duplice scopo: consigliarvi di non aver paura di provare cose a voi sconosciute, e permettermi di raccontare la mia esperienza gastronomica da Gigi Pipa, la pizzeria di Alberto Morello situata ad Este, in provincia di Padova. Un locale che propone principalmente la pizza a degustazione, la nuova tipologia che soprattutto in questa zona del nostro paese è oramai divenuta una consuetudine.

I prodotti dell’orto

Da circa tre mesi la pizzeria è stata spostata nella sua nuova, e bellissima, sede. Legno, ferro, vetro e soprattutto una cucina a vista (da sottolineare la completa assenza di odori in sala): qui Alberto propone i suoi impasti, farciti spesso con i prodotti del suo orto, vera chicca del progetto nato nel 2014. Un orto curato e coltivato seguendo la naturale stagionalità dei prodotti, perché “fondamentale è la materia prima, la professionalità e la ricerca di prodotti che siano digeribili, buoni e sani” afferma Morello. L’orto però non è sufficiente per coprire il 100% delle richieste della pizzeria, per questo motivo il menu è strutturato su quello che l’orto fornisce principalmente con l’ausilio di materie prime provenienti da produttori che rispettino gli stessi principi del pizzaiolo: spazio quindi a prodotti Bio, Slow Food, DOP e ovviamente di stagione.

Le pizze presenti in menu? Si parte prima di tutto dagli impasti, leggeri e altamente digeribili, e molto diversi tra loro grazie al continuo studio di Alberto, e poi tanti prodotti ed abbinamenti per rendere intriganti l’esperienza gastronomica. Che si tratti di pizza degustazione o tonda poco cambia, non ci si imbatte mai in qualcosa di banale, e tale offerta ha portato al raggiungimento di importanti traguardi come i 3 Spicchi per la Guida del Gambero Rosso.

La prova d’assaggio

La prova d’assaggio è molto soddisfacente: si inizia con Crudo di Gambero di Mazara del Vallo (Fior di latte pugliese, gamberi, guanciale, burrata, polvere di capperi, salsa masala), pizza equilibrata e gustosa, impasto ideale per accompagnare questo tipo di condimento; è poi il turno della classica Margherita in versione tonda, una piacevole conferma del talento e della tecnica di Morello. Si continua con la Dalla Terra, con fiordilatte pugliese, ricotta di capra, indivia brasata, broccoli verdi, puntarelle, crema di carote allo zenzero e polvere di rape rosse, il trionfo dell’orto. La doppia tipologia di cottura, con forno elettrico o a gas, consente ogni volta di trovare la soluzione ottimale per rendere la pizza soffice e fragrante al tempo stesso.

La Battuta di Manzo con tartare della Macelleria Tolin, fior di latte pugliese, bietine, carciofi croccanti e maionese alla nocciola è una pizza di carattere, dal sapore inteso, diretto, ma mai spigoloso. La Polpo e patate, in versione tonda, chiude al meglio la degustazione, grazie all’ottima cottura del polpo ed al gioco di contrasti ottenuto con la salsa orientale, le olive taggiasche e le patate al lime e pepe rosa, tante differenti sfumature che trovano grazie alla loro “interazione” un senso gastronomico.

Colpiscono anche la professionalità del personale di sala, sempre attento e presente, e la possibilità di poter chiacchiere piacevolmente al tavolo nonostante il tutto esaurito, grazie all’ottima insonorizzazione degli spazi. 30 anni, 15 dipendenti, 3 spicchi, 2 figli: Alberto Morello impressiona per passione, dedizione e determinazione. E per fortuna, grazie agli insegnamenti di papà e mammà, riesco a mangiare ed apprezzare tutte le pizze d’Italia.

Pasqua tutto l’anno con Pane e Tempesta

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Colomba, Pastiera al Contrario, Pizza Pasqualina. Tutto il gusto delle festività pasquali di Fabrizio e Omar

Siete paghi del fine settimana di Pasqua? Qualcuno è ancora ricoverato e sta smaltendo i postumi della colazione pasquale, una roba per veri specialisti della tavola, temerari fagocitatori del non plus ultra che tra una fetta di corallina e un ovetto sodo, piazzano un bel pezzo di pizza al formaggio farcita con del leggero cioccolato e preparano il terreno al pranzo che andrà in scena dopo appena poche ore (praticamente nell’esatto momento in cui stanno iniziando a digerire la colazione). Ebbene sì, la Pasqua non è roba da tutti e per la Pasqua si combatte a denti stretti la battaglia di quale realmente sia il cibo più emblematico della festa, quale incarni al meglio il corpo Risorto dal Sepolcro e pronto a sedersi alla tavola imbandita. Io un’idea l’avrei e ovviamente l’ho testata per voi…

Dal 2014 a Monteverde e grazie al cielo da poco anche alla Pisana (e speriamo presto in altre e più disparate zone romane – suggerisco Roma Sud dove ne abbiamo un gran bisogno), è possibile imbattersi in Pane e Tempesta, con Fabrizio Franco e Omar Abdel Fattah, due folli amatori della panificazione devoti alla vita del forno e al pane, come se ogni mattina nascessero dei figli da mandare in giro per la città nelle buste di ogni avventore.

Il sabato prima di Pasqua nelle botteghe alimentari, nei forni, nelle macellerie, va in scena uno tra i rituali più belli che si sviluppano tra gli uomini. Tutto il preparato per le feste deve essere finito per tempo. Quella deadline che batte in testa delle nonne, delle mamme, dei papà pronti a ritirar le buste, suona forte come l’orologio del Bianconiglio, con la vocina nelle orecchie che insiste “Presto, ch’è Tardi!”. E così sgomitando, si comprano le uova, si prepara il casatiello, si ritira l’arrosto dal macellaro e ovviamente, si fa la fila al forno per Colomba, Pastiera e Pizza Pasqualina. La mia fila è stata breve, ho preventivamente telefonato e fatto metter da parte una novità della Pasqua 2019, la Colomba ai Frutti di Bosco, Mele e Granella di Nocciole.

Farina macinata a pietra, burro francese (rigorosamente), canditi di Agrimontana e vaniglia bourbon. Trentadue ore di lievitazione per la buona riuscita di una Colomba per cui la parola “soffice” non le rende giustizia. Elastica quanto basta e gustosamente naturale, priva di quell’aroma aranciato che resta in bocca forzatamente, dopo aver scartato quella più commerciale. Oltre alla versione ai frutti, Omar e Fabrizio hanno proposto anche una versione al cioccolato, precisamente quello di Macondo, fondente al 60% di Casa Luker e poi, dulcis in fundo, il grande e immancabile classico della tradizione, scioglievole al palato.

E’ simile la Pastiera Lievitata, dolce della tradizione che si differenzia dalla colomba per la mancanza di canditi e che Pane e Tempesta ripropone in una versione nuova, con la copertura in pasta frolla che alla fine rende una Pastiera Lievitata al Contrario.

Per non esser troppo poco pasquale, sono partita dal dolce per passare poi al salato. Ispirata alla ricetta di Alessandro Forbicini, tra i più importanti pasticceri italiani degli anni ’70 e ’80, la Pizza al Formaggio di Fabrizio e Omar è fatta con Farina Macinata a Pietra, Miele di Acacia, Parmigiano Reggiano 24 Mesi, Pecorino Roma Furbi e Asiago Dop.

Infine, nel rispetto della tradizione territoriale e specificamente per quella dell’Alto Lazio, ode e gloria alla Pizza Pasqualina, che Pane e Tempesta ha realizzato grazie alla collaborazione di Bepper e dei suoi Formaggi, oltre che di Emilio Volpetti. Nasce così un’eccellenza salata che si accompagna alla perfezione al Brodo di Gallina, alla Stracciatella, alla Corallina ed alle Uova Soda, regine della tavola di Pasqua.

Un tour de force che dura solo pochi giorni ma che dopo l’assaggio, fa venir voglia di festeggiare la Pasqua tutto l’anno. Complimenti a Fabrizio e Omar e a tutta la grande famiglia di Pane e Tempesta. Assolutamente e indiscutibilmente da provare!

Per maggiori informazioni: https://www.facebook.com/PaneTempesta/

Essentia Italian Food: l’eccellenza pugliese ad ogni costo

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Vino, creme di legumi, olio, prodotti da forno e caseari. E’ la Puglia in tutta la sua “Essentia”
L’etichetta tranese sarà anche protagonista del matrimonio tra l’attrice Eva Grimaldi e l’attivista Imma Battaglia

Quando incontri Giuseppe Massini e Giovanni Bucci, seguiti dai rispettivi figli Domenico e Claudio, capisci subito che ciò che preme di più a questi cavalieri della Terra di Puglia non è venderti il loro prodotto, ma far si che questo ti piaccia. Che ti piaccia realmente! Che non ti ponga atavici dubbi, ma ti regali solo concrete certezze. Quella stessa certezza con cui ti siedi a tavola e sai che stai per far gustare ai tuoi commensali un piatto che non potrà fallire o stai per decantare una bottiglia che certamente non saprà di tappo.

Quella certezza è riflessa nella goccia simbolo del marchio Essentia, la giovane etichetta pugliese nata a nord di Bari, nella meravigliosa Trani, dove all’ombra della cattedrale orgoglio italiano d’Europa, si è forgiato il dream team che oggi rende Essentia Italian Food una colonna della distribuzione di prodotti pugliesi e italiani nel mondo. Sono parte di quella goccia tante altre gocce d’essenza terrena, nel rispetto della biodiversità del territorio di cui i Massini & Bucci si fanno carico, ricercando, individuando, selezionando proponendo prodotti che sono veri e propri percorsi enogastronomici, pregni di storia lontana che hanno radici nel Salento, risalgono la Murgia, percorrono il Tavoliere e si propagano fino in Basilicata e Campania, trampolini di lancio verso il mercato estero, che Essentia punta come il più luminoso dei fari in mezzo al mare. E così in Canada e in Giappone, giungono i più pregiati primitivi pugliesi, pronti a soddisfare i palati più esigenti e a guardare oltre, finanche al mercato indiano o ai Mari del Sud, dove tra piccanti habanero e foglie di tabacco si potrà molto presto gustare del buon vino italiano.

Più che un lavoro una vera e propria missione agroalimentare ed enogastronomica, con il fine ultimo di mantenere il giusto equilibrio tra la tradizione da cui proveniamo e l’innovazione a cui inevitabilmente abbiamo il dovere di guardare. Perché la società avanza e muta la propria essenza in base alle necessità dell’uomo. Ed è con questo spirito che Essentia Italian Food si è letteralmente sposato al matrimonio tra l’attrice veronese Eva Grimaldi e l’attivista Imma Battaglia, orchestrato dal wedding planner Enzo Miccio. Per la prima volta in Italia due donne note al pubblico ognuna per il proprio percorso di vita, diranno il fatidico  d’innanzi all’intero Paese. Protagonisti della giornata saranno anche i vini di Essentia, che per le due innamorate propongono un aperitivo a base di Vizietto Brut Bianco da Verdeca IGP eVizio Brut Rosé da Primitivo IGP, entrambi seguiti dai vini scelti per la cena: si partirà con Aure Falanghina IGP, per poi proseguire con Zulfe Fiano IGPBaldorie Primitivo Gioia del Colle DOP e infine Dunghe Extra Dry da Fiano IGP, vini decisi che accompagneranno i piatti altrettanto decisi del pluripremiato Chef Antonello Colonna.

Per l’occasione abbiamo incontrato gli amici di Essentia a cui abbiamo posto qualche domanda riguardo la loro attività di divulgazione del gusto italiano nel mondo.

Da dove nasce il marchio Essentia Italian Food?

Essentia nasce dalla passione e dell’esperienza nel passato in ambito di ristorazione di Giuseppe Massini con la filosofia del buon bere e del buon cibo, alla quale oggi si è unita la freschezza e innovazione in ambito eno-gastronomico di Domenico Massini e Giovanni Bucci. La nostra penisola vanta un giacimento agroalimentare ed eno-gastronomico di grande attrazione ed è custode di tradizione alimentari e culturali secolari. I prodotti italiani, sono capaci di evocare i tratti più emblematici della cultura rurale caratterizzati dalla biodiversità. Essentia ha il fine di evidenziare e proporre tali eccellenze e di in particolare del sud Italia.

Cosa ha di diverso il vostro brand da altre etichette di distribuzione?

Essentia si caratterizza per la ricerca dei prodotti, l’individuazione degli stessi, opera un’accurata e diremmo maniacale selezione che poi viene proposta al cliente. Il brand Essentia con la sua goccia (elemento distintivo) nasce come contenitore di eccellenze. A noi piace pensare che assaggiare i nostri prodotti sia come fare un vero e proprio sensoriale che consente di immergersi nei profumi e nei sapori dei nostri territori e nella certezza che tali prodotti avranno sempre un posto speciale in ogni dispensa. Come i ricordi nella memoria dell’uomo. I nostri prodotti hanno il sapore buono dei bei ricordi.

Perché un piccolo produttore dovrebbe affidarsi a voi?

Essentia riconosce nei produttori che si affidano ad essa l’amore per la propria terra, il sacrificio che viene adoperato ogni giorno affinché tutti i prodotti, siano come veri infanti da accudire e custodire. Noi riconosciamo al produttore uno status materno/paterno che sia e lo rispettiamo fino in fondo, divulgandolo al mercato nazionale ed internazionale.

Cosa non deve mancare ad un prodotto per esser distribuito da voi?

Le peculiarità dei prodotti a marchio Essentia sono legate alla biodiversità delle produzioni e dalle certificazioni che ogni prodotto deve avere sia classico che biologico.

I prossimi impegni del brand? Dove vi ritroveremo?

Parto dall’ultimo da voi citato. Ci onora esser stati scelti dalle spose d’Italia (le chiamiamo così perché ormai ne parlano davvero tutti). Attualmente siamo anche partner del Murgia Slow Travel (Parco Nazionale Alta Murgia) con il quale stiamo collaborando per realizzare dei percorsi eno-gastronomici e di interscambio a livello mondiale, generando forme di turismo aggregato e sostenibile. Inoltre attraverso i nostri consulenti in Italia e all’estero stiamo promuovendo il brand per poi proporlo nei maggiori eventi di settore. E se l’apprezzamento (come ci auguriamo) dovesse crescere, nei prossimi mesi prevediamo delle aperture di corner shop dedicati.

<< Due calici che si incontrano sono un simbolo d’Amore. Essentia è orgogliosa di brindare all’Amore Vero che unisce tutti, proprio come fa il buon Vino >>.

Essentia Italian Food per Eva Grimaldi Imma Battaglia

Per maggiori informazioni: https://www.essentiaitalianfood.com/it/

TreQuarti, quando ricevere una “man roversa” è piacevole

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Nell’ultimo periodo sono ossessionato da un pensiero: la critica gastronomica osa poco, parla sempre e solo degli stessi chef e degli stessi ristoranti, alla costante ricerca di consensi. La paura di azzardare, magari elogiando un nome nuovo che potrebbe di lì a poco non mantenere le promesse, sembra possa ledere più alla reputazione del giornalista che non alla carriera del cuoco. Articoli su moderni bistrot e concept innovativi ideati da nomi di grido rappresentano la comfort zone del critico, anche se poi nella maggior parte dei casi tali progetti si rivelano dei clamorosi flop dal punto di vista economico.

Contemporaneamente, in parallelo, un esercito di talentuosi chef ed un gran numero di locali la cui unica pecca è quella di non essere arredati secondo le linee guida del design del nord Europa, macinano ogni giorno coperti su coperti, raggiungendo (almeno loro) l’ambito traguardo rappresentato dal break even. In altri casi la colpa è rappresentata dalla geolocalizzazione, l’avere un locale tra i monti o alla fine di una tortuosa strada. Perché, questo a parziale discolpa dell’esercito di ‘scrittori di cibo’, il momento economico dell’editoria di settore non consente più di spesare con continuità le “trasferte” per scoprire le cucine situate nei territori più remoti.

Questo insieme di elementi ha creato uno scenario in cui molto spesso sono la fortuna o il caso a cambiare le sorti di una carriera (esemplificativo a tal riguardo il caso di Ana Ros e la puntata a lei dedicata della serie Chef’s Table, che l’ha resa famosa a livello mondiale). Anche la mia ultima esperienza gastronomica è stata piuttosto fortuita: sapendo di dover partecipare al Vinitaly ho scritto ad una persona per chiedere consigli, e grazie a lei ho scoperto il ristorante TreQuarti e la cucina di Alberto Basso.

Alla scoperta di TreQuarti

Non ero mai stato a Vicenza. Non avevo mai visitato i Colli Berici. Tutto si è incastrato nel modo giusto una sera di tre settimane fa, e dopo un’ora di viaggio mi sono ritrovato in un luogo elegante, curato, originale, nel quale un giovane ma già esperto (soprattutto dal punto di vista imprenditoriale) chef ha ideato una proposta gastronomica che accontenta al tempo stesso gli abitanti di zona e gli appassionati di alta cucina. Il segreto del suo successo, di cui troppo poco parla la stampa di settore, risiede nella formula “Caresse e Man Roverse”.

Una sala rossa con grandi tavoli circolari ed una sala bianca dedicata ai tavoli per due persone. Un maitre e responsabile di sala, Christian Danese, che ha dato vita a una carta dei vini di rara qualità, con circa 400 etichette selezionate personalmente, con un grande amore a fare da filo conduttore, quello per le bollicine di montagna Trentodoc. E poi c’è la cucina. Legata indissolubilmente al territorio ma in grado di aggiornare e ripensare le tradizioni gastronomiche che lo contraddistinguono. Una cucina basata naturalmente sulle materie prime e proposta con creatività, tecnica ma anche furbizia. Perché Alberto Basso si è reso conto che per trasformare i residenti nello “zoccolo duro” della sua clientela, doveva necessariamente studiare una soluzione che potesse essere ideale per il loro palato e le loro abitudini.

Le “Caresse” e le “Man Roverse”

La soluzione ha un nome: “Caresse e Man Roverse”. Che significa una serie di piatti che accarezzano il palato, contraddistinti da sapori noti, confortevoli e confortanti, che non spaventano chi è poco avvezzo ad una cucina fatta anche di esperimenti. Ed una serie di piatti che danno dei colpi di “manrovescio” al palato, grazie ad abbinamenti azzardati, forti, intriganti talvolta spiazzanti ma sempre ben studiati, con un importante e ben definito equilibrio di fondo.

L’esperienza gastronomica

La cena è un continuo saliscendi, una alternanza di sapori noti e sorprese, un mix di assaggi che esaltano il palato ma non gli concedono tregua, tra un momento di relax grazie allo “Spaghettone km. 5 semi-integrale, alici cantabriche e limone candito” ed un vortice di sensazioni con il “Riso Acquerello al fegato grasso, vermouth e perle di yuzu”, roba da strizzare gli occhi per l’acidità ed un secondo dopo rilassare i muscoli del viso per la carezza del fegato grasso. E tutta la sera prosegue su questo filone, ad esempio passando dagli “Gnocchi esotici ripieni di alici cantabriche, cassis e crescioni” dalla consistenza quasi eterea al “Cuore d’asino, cavoletti di Bruxelles e mela cotogna”, che parte come manrovescio per divenire quasi un pugno che cerca di demolire le mie certezze gastronomiche verso nuovi orizzonti del sapore che miscelano consistenze ed intensità.

La straordinaria carta dei dessert

E quando pensi che la giostra stia per fermarsi, dal megafono una voce comunica che la velocità sta per aumentare grazie all’arrivo in tavola dei dessert. A leggerne gli ingredienti ti verrebbe voglia di collocarli sotto la voce antipasti o secondi, ed invece sono lì a rappresentare il fulcro della filosofia culinaria di Alberto Basso. “Polenta e baccalà 2.0” è un nonsense gastronomico, ma solo sulla carta perché una volta giunto al palato un sorriso ti si stampa sul volto. Con “Sacro e profano”, ovvero meringa italiana, caramello al pepe lungo, crema di peperoni al tonno, la perfidia dello chef raggiunge il suo apice.

Ti tornano in mente i manuali sulla pasticceria salata di Luca Montersino, le ricette sulle mousse innovative, i giochi di consistenza con ingredienti inediti. Ti sembra di mangiare un classico dessert ma in sottofondo sotto il rumore assordante del tonno e dei peperoni, quasi una magia. Il piatto di chiusura, “Acetosella frozen”, mi riporta alla mente la mano tesa di mio padre quando la giostra si fermava, la certezza che le scariche di adrenalina ti avrebbero concesso un meritato riposo. Il corpo si rilassa. Ma il tuo palato, e la tua mente, non dimenticheranno facilmente quanto accaduto.

Malbec in purezza: dal Piemonte, oggi vanto anche dell’Umbria

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Martedì 16 aprile, per la presentazione ufficiale del Malbec Umbria IGT in purezza della Cantina Poggio Cavallo, ci siamo lasciati piacevolmente imprigionare da La Gabbia del Gusto, il nuovo ristorante della famiglia Boscolo.

Quella della cantina Poggio Cavallo è una storia inconsueta di caparbietà e passione, raccontata dall’intraprendente Pierfederico Tedeschini, produttore e fondatore della cantina nel 2005. Un’impresa ardita quella della famiglia Tedeschini, legata da sempre al suolo vulcanico umbro dell’orvietano e che ha visto nascere prodotti eccellenti nonostante la complessità di un territorio che negli ultimi anni non ha spiccato per celebrità e vini di pregio.

A far da cornice alla degustazione dei vini di punta della cantina Poggio Cavallo, La Gabbia del Gusto, il nuovo ristorante della famiglia Boscolo, a due passi da Villa Borghese. Le ampie sedute in velluto verde, il parquet e i tavoli dai tagli semplici e geometrici in legno, richiamano un design anni ’70, come a voler sottolineare che a La Gabbia del Gusto, non si viene solo per mangiare ma anche per concedersi un momento di sano e “salottiero” relax. Un locale aperto da tre mesi, che lascia qualche perplessità a chi entra dall’ingresso della pasticceria al piano superiore, risultando più informale, troppo illuminata e meno accogliente rispetto al ristorante.

Ma torniamo alla degustazione. Dopo un appassionato discorso dei membri della famiglia Tedeschini, che hanno raccontato la genesi della loro cantina, si sono aperte le danze con il primo dei vini selezionati per la serata: un Viogner Chardonnay – gradevole al palato, dai sentori tipici di frutta a polpa bianca, che colpisce per i richiami di ananas e mango –  accompagnato da un antipasto a base di Gamberone con Ananas e Guanciale Fritto in Pasta Kataifi con Mayonese al Passion Fruit e polpo fritto in panatura di cocco.

La degustazione è proseguita con un Risotto Cacio e Pepe su Salsa all’Amatriciana: un accostamento coraggioso, ma che si sposa piuttosto bene al vino in abbinamento, un Syrah Malbec (in percentuale, 60% Syrah e 40% Malbec) che esalta il sapore deciso del risotto e la stagionatura del pecorino.

I pochi minuti di attesa tra una portata e l’altra, hanno lasciato spazio alle domande degli astanti, incuriositi dalle etichette delle bottiglie e i cui disegni – ha svelato Pierfederico – “sono ispirati ai monili funerari di epoca etrusca ritrovati all’interno della necropoli sulla quale la cantina sorge”.

Prima dell’arrivo del secondo, la cena è stata interrotta da un piacevole fuori programma. Quando si dice il “bello della diretta”! A grande richiesta dei commensali è stato servito un altro vino di punta della Cantina, un Cabernet Franc in purezza, intenso e profumato, che ha subito convinto sia alla vista che al palato.

Il piatto – una Guancia di vitellone brasata su Mantecato di Patate Affumicato e Indivia Belga arrostita, tenera e succulenta – è stato scelto per accompagnare il principe della serata: il tanto atteso Malbec in purezza. Un vino barricato di un color rosso granata denso e scurissimo e dal profumo intenso, con sentori tipici di frutta matura a polpa rossa e note vanigliate tendenti alla liquirizia donate dalle barrique di rovere francese, in cui riposa per un anno. Una produzione limitata, tanto che ci sono solo 300 bottiglie numerate e che alimenta la fama di questo vino, confermata anche dal suo gusto intenso.

La cena si è conclusa con una selezione molto ampia di dolci preparati dai giovani allievi del Campus Étoile Academy, la scuola di cucina e pasticceria fondata nel 1985 dal Maestro Chef Rossano Boscolo. I Ragazzi dell’Etoile, da cui prende il nome l’omonima pasticceria del locale, hanno fatto sfilare dal laboratorio cinque monoporzioni, oscillando tra proposte sia innovative che tradizionali. L’assaggio del loro famoso Dolce Vita ha fatto da apripista ai successivi: un soffice dolce all’ananas, un’estiva mattonella tropicale, una Sacher ben eseguita, una frolla alla frutta e mandorle per chiudere, infine, con un curioso lingotto al pistacchio e lampone.

Chiara Giannotti e la sua “cantina perfetta”

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Chissà se esiste veramente “la cantina perfetta”, quella che conserva gelosamente i vini da sogno che tutti conoscono e desiderano possedere o degustare almeno una volta nella vita.

Una raccolta quasi universale di bottiglie iconiche – dal Tignanello di Marchesi Antinori al Dom Pérignon P3 Troisième Plénitude, dall’Opus One al Vega Sicilia Unico – che per la loro unicità, notorietà, personalità e identità territoriale rappresentano nell’immaginario collettivo una vera e propria collezione di capolavori. A disegnare questo museo del vino ci ha pensato la wine & spirits expert Chiara Giannotti nel suo libro “La Cantina perfetta – Grandi vini da collezione” (edito da Rizzoli), presentato per la prima volta nel corso dell’ultima edizione del Vinitaly e che sarà nuovamente protagonista domenica 28 aprile alle ore 15.30 nell’ambito dell’Only Wine Festival a Città di Castello.

Chiara Giannotti, donna del vino, esperta sommelier, collaboratrice di importanti testate di settore e ideatrice del blog Vino.tv, è anche una banditrice d’aste, una delle poche donne, nel suo caso anche esperta del mondo enologico, che ricopre questo ruolo. Ed è proprio partendo da qui che è arrivata a raccontare le etichette più pregiate del panorama enoico mondiale, ricercate da appassionati e intenditori come oggetti di culto e da investimento, al pari di opere d’arte, auto d’epoca e gioielli.

Come lei stessa ci racconta: “Proprio per la casa d’aste Ansuini curo la stesura del catalogo dei vini di lusso, cosa che mi ha permesso di diventare banditrice e di conseguenza di essere selezionata da Rizzoli per realizzare questo libro. Naturalmente è stata una sfida che ho accettato con orgoglio e senza esitazioni, lavorando ininterrottamente per più di un anno e mezzo, al fine di ricreare ciò che dal mio punto di vista rappresenta una cantina ideale”.

Un lavoro lungo, ma sicuramente appassionante, come le stesse parole di Chiara, che racconta la meticolosità e lo studio analitico per proporre questa selezione di settanta “oggetti del desiderio”: “Sono stata molto attenta e severa, tenendo conto sia di parametri oggettivi e dati statistici che di valutazioni squisitamente soggettive. Non ho puntato tutto e solo sul prezzo, ma ho cercato di tenere in conto il valore intrinseco di ogni bottiglia, dato dal nome della cantina, dal suo valore immutabile nel tempo, della capacità di rappresentare nel nome e nel prodotto il territorio di appartenenza, dall’annata, dal valore storico alla longevità, dal posizionamento sul mercato ai livelli di performance nelle aste”.

A questi parametri oggettivi si aggiunge anche il gusto e la predilezione personale della stessa autrice, che confida rammaricata di aver dovuto lasciare fuori dalla lista dei prescelti molti nomi interessanti: “In questa cantina perfetta troviamo vini che partono dai 200 euro fino ad arrivare anche a 15mila euro, prodotti che fanno parte a tutti gli effetti della categoria “vino da investimento”, ovvero quel vino che nel tempo acquista valore e che sta diventando uno dei beni di pleasure asset nel settore luxury alla stessa stregua delle macchine d’epoca”. “Questo – sottolinea Chiara – ovviamente è legato alla conservazione del vino. Se la bottiglia non è conservata nel modo adeguato il vino rischia di perdere valore. Ecco perché ho voluto nel mio libro un capitolo dedicato alla sua conservazione e allo stappo di queste bottiglie pregiate, curato in collaborazione con Luciano Mallozzi, firma di Bibenda e docente FIS”.

Sfogliando questo prezioso volume troviamo le settanta etichette catalogate per territorio e raccontate da Chiara Giannotti in una sorta di percorso museale lungo dieci stanze-capitoli che descrivono le diverse aree di origine di ogni bottiglia, la storia delle cantine, i vitigni, le denominazioni, le zone e i metodi di produzione. Si parte dalle regioni francesi di Bordeaux, Borgogna, Champagne e Rodano, si arriva in Italia con tre sezioni dedicate rispettivamente all’intero Paese, al Piemonte e alla Toscana; per poi continuare il viaggio tra Germania Austria, Portogallo, Spagna e Ungheria, e concludere all’esperienza del Nuovo Mondo con Stati Uniti, Argentina, Cile e Australia. 

Ad arricchire il tutto, dieci speciali introduzioni affidate ad altrettanti esperti nazionali e internazionali, chiamati a fornire una personale riflessione su quelle che sono indiscutibilmente riconosciute come le zone vinicole più apprezzate: “Per raccontare e spiegare questa cantina perfetta ho voluto l’apporto, a mio avviso fondamentale, di tanti amici esperti che hanno reso ancora più completo ed emozionale questo racconto sui vini più amati e ricercati del mondo. Grazie dunque a Thierry Desseauve, Armando Castagno, Alberto Lupetti, Massimo Billetto, Umberto Gambino, Gianni Fabrizio, Riccardo Viscardi, Stefania Vinciguerra, Jens Priewe, Antonio Paolini, Debra Meiburg e Daniele Cernilli, che ha firmato l’introduzione fino al non ultimo Massimo Troiani del Convivio di Troiani di Roma, che in una breve intervista racconta le storie legate alla ricerca della singola bottiglia, da inserire in alcune carte dei vini, alla fatica per ottenerla, all’orgoglio di possederla e come la cantina spesso si trasformi in un tempio sacro che può fortemente caratterizzare il locale, quasi quanto la sua cucina”.

Un libro, dunque, che narra il vino da un nuovo punto di vista, quello del suo valore concreto, dato non solo dal gusto nel bicchiere e dalle sue caratteristiche organolettiche, ma da una somma di fattori e di storie che aspettavano solo di essere scritte, come ha saputo fare Chiara Giannotti.

Il libro è in vendita online e nelle librerie Mondadori di tutta Italia.

(link allo shop on line : https://www.electa.it/prodotto/la-cantina-perfetta/)

Mercerie e la cucina tutta al femminile

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Un luogo suggestivo di Roma, un locale elegante, uno maestro della cucina italiana. Gli elementi che contraddistinguono Mercerie, l’innovativo progetto di high street food firmato Igles Corelli, situato a Largo Argentina, annuncia un nuovo corso, con l’arrivo di Viviana Marrocoli nella cucina del ristorante. Non si tratta di un cambio di rotta, ma di una naturale evoluzione del concept nato dal desiderio dello chef di proporre la qualità dei piatti stellati in piccolo assaggi che in questo modo rendono accessibile a tutti un percorso culinario solitamente caratterizzato da prezzi non alla portata di tutte le tasche.

L’arrivo di Viviana Marrocoli

Le già tanto apprezzate praline, lasagnette e bottoni restano al centro dell’offerta gastronomica, ma accanto a loro ci sono nuovi piatti gourmet che grazie alla qualità, l’innovazione e la sperimentazione diventano portate di grande pregio. Il tutto ideato e preparato da una brigata di cucina tutta al femminile, guidata da Viviana Marrocoli, napoletana giunta a Roma dopo varie esperienze in ristoranti stellati. A coadiuvarla la sous-chef Elisa Cutellé, con cui Viviana ha lavorato da Alice a Milano.

I piatti del menu

Nel menu troviamo così gli antipasti – il carciofo in tre cotture (a ultrasuoni, fritto e a bassa temperatura), la tartare di manzo affumicato, il cannolo di seppia con spuma di robiola di capra – le paste e i risotti – con gli spaghettoni di Gragnano con bottarga e lupini, il risotto con la carbonara di asparagi, il raviolo al cacao con stracotto di coda di razza piemontese, il tortello di branzino – i secondi – il carrè di maialino cotto nel burro di cacao, il filetto con verdure, il polpo verace cotto a ultrasuoni – e infine i dolci in una sinfonia di cioccolato, tarte tatin e catalane.

I grandi classici

Piatti, questi, convivono con gli innovativi “bocconi” creati da Igles: le Praline, il secondo piatto sintetizzato in una gustosa pallina, sempre rigorosamente declinata con la tecnica della Cucina Circolare; le Lasagnette,  legate a uno dei ricordi più vivi della sua infanzia: quando era bambino le lasagne arrivavano a tavola e si litigava per aggiudicarsi le parti più croccanti. Così quando la cucina è diventata il suo mestiere ha deciso di creare una mini porzione che accontentasse tutti: molto croccante in cima, morbidissima al centro. I Bottoni, preparati con un leggero pane sfogliato, ottimi per essere gustati in ogni momento della giornata, o, nella versione dolce, i deliziosi bon bon dal cuore cremoso ricoperto da un sottile strato di cioccolato.

Street food di qualità ed un menu gourmet, un maestro della cucina italiana ed una talentuosa brigata tutta al femminile, un locale elegante, accogliente e raffinato ed una ricercata selezione di cocktail: l’evoluzione di Mercerie continua sulla strada della qualità.

Only Wine Festival: giovani produttori e piccole cantine

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Tra pochi giorni andrà in scena Only Wine Festival, il Salone Nazionale dei Giovani Produttori di Vino e delle piccole Cantine a Città di Castello. Due giorni, il 27 e 28 aprile, in cui il centro della piccola cittadina umbra sarà animato da produttori nazionali e internazionali di vino, ma soprattutto da appassionati e degustatori alla scoperta di nuovi e interessanti prodotti. Due giornate di festa, come solo il vino sa creare intorno a sé.

Only Wine Festival è il primo salone-mostra mercato, organizzato da AC Company, in collaborazione con AIS Italia e patrocinato dal Ministero delle Politiche Agricole. Protagonisti assoluti le migliori 100 piccole cantine e i produttori “under 40” italiani selezionati, che esporranno e faranno degustare il meglio della propria produzione. Un progetto nato sei anni fa, unico nel suo genere in Italia, che cresce nel tempo divenendo un punto di riferimento sia per le cantine sia per i buyer e gli amanti del buon bere.

L’intervista ad Andrea Castellani

Abbiamo incontrato Andrea Castellani, ideatore e organizzatore dell’evento, per capire nel dettaglio cosa significa “Salone dei giovani produttori e delle piccole cantine” e come funziona questa manifestazione: “Ogni edizione di Only Wine Festival è il frutto di un attento lavoro di selezione fatto dalle varie sedi regionali AIS. Ogni presidente di regione segnala e sceglie le piccole migliori cantine in Italia, secondo i criteri che ci siamo posti: meno di 7 ettari per le piccole cantine o titolare con meno di 40 anni per i giovani produttori e anche cantine con meno di 15 anni di età. Questo focus sulle nuove generazioni del vino ci porta così a scoprire ogni anno cantine interessanti, prodotti nuovi, ma soprattutto un nuovo modo di pensare e comunicare il vino”.

Le cantine che espongono a Città di Castello sono cento, tra queste c’è chi torna ma ci sono anche delle new entry: “C’è uno zoccolo duro che rimane, ovviamente mantenendo i criteri per essere presenti e poi ci sono le novità. – continua il patron del festival – Tra queste quello a cui tengo maggiormente è premiare il passaggio generazionale e le innovazioni introdotte. Chiedo all’AIS di fiutare le potenzialità dei giovani produttori, di portare oggi in mostra quelle cantine che domani saranno sicuramente di successo. Capiterà, inoltre, di trovare da noi cantine rinomate, con prodotti importanti e conosciuti, ma capitanati dalle nuove generazioni che sono portatori di un nuovo modo di raccontare il vino e fare marketing. Cosa di cui abbiamo estremamente bisogno”.

Only Wine Festival si profila come una sorta di talent dei nuovi produttori, oltre che un promotore del cambiamento. Il cambio generazionale il più delle volte non è sinonimo di una variazione e innovazione del prodotto, ma di ciò che sta intorno al prodotto stesso. Andrea Castellani non ha dubbi in merito: “I giovani produttori sono letteralmente più votati al web marketing e ai social network e questo li aiuta nella comunicazione della loro realtà. L’Italia con le sue migliaia di cantine si attesta come maggiore produttore di vino al mondo e con dei vini di pregio, non abbiamo esigenza di variare il prodotto, ma solo di saperlo raccontare in modo più contemporaneo. C’è necessità di dimostrare che i nostri vini sono i numeri uno nel mondo lavorando sull’immagine, sul marketing e sul loro posizionamento. E in questo le nuove generazioni stanno percorrendo la strada giusta”.

Ci chiediamo invece che strada vuole percorrere il festival, sempre più attenta anche a ciò che accade al di là dei confini nazionali. Tanti, infatti, i nomi delle cantine straniere presenti insieme alle cento ufficiali “made in Italy”.

Spiega Andrea: “Due anni fa nasce l’esigenza insieme a Luca Martini, uno dei sommelier nostri testimonial, di allargare l’offerta guardando all’estero. Nasce così l’area international dedicata, che per questo 2019 vede 30 cantine selezionate con vini della Champagne, della Borgogna, della Mosella, della Spagna, della Georgia e della Croazia. Il nostro tentativo di allargare i confini è stato fatto nell’ottica ambiziosa di trasformarci nel Salone Europeo dei Giovani produttori di vino, è un mio grande sogno. In questi cinque anni di vita Only Wine (e la scelta del nome già la dice lunga) ha guadagnato credibilità, la risposta che arriva dall’estero è forte e positiva. Siamo una manifestazione emergente, con requisiti unici, non abbiamo nessun tipo di evento con le stesse caratteristiche in Italia. Destiamo curiosità e le cantine rispondono subito all’invito.  Città di Castello punta a diventare il centro di ritrovo annuale dei giovani produttori d’Europa. Immaginatevi l’atmosfera che si potrà vivere: io lo sto già facendo”.

Ma cosa succederà in questi giorni? E perché vale la pena partecipare a Only Wine Festival? “Bhè ci sono oltre 100 cantine da degustare, assaggi liberi e degustazioni guidate condotte dai migliori sommelier AIS d’Italia, un intenso programma di master class dedicato a specifiche tipologie e regioni, e quest’anno per avvicinare i giovani consumatori ad un bere consapevole e più “educato” ci siamo inventati gli Speed Wine, mini corsi di avvicinamento al vino e alla sua degustazione”.

Non vi resta che segnare in agenda l’appuntamento. Tutte le info su Only Wine Festival e il programma completo con espositori e degustazioni guidate lo trovate su: http://www.onlywinefestival.it

Food communication e salumi

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Quando la buona informazione passa anche dai maiali!

Il 9 aprile, all’interno dello SPAZIO MASTAI, presso il Palazzo dell’informazione a Roma, ha avuto luogo la premiazione del Concorso promosso dall’Istituto Valorizzazione Salumi Italiani (IVSI) e Unione Nazionale Consumatori (UNC), durante la quale è stato affrontato il tema della lotta alla disinformazione in ambito nutrizionale e sulla filiera suinicola.

Maiali e buona informazione. Un accostamento apparentemente inappropriato, eppure un tema di estrema attualità e centrale nell’evento “Salumi e carne suina: energia che è un piacere. Le buone prassi della food communication”, iniziativa volta a ricordare le pratiche virtuose nella comunicazione relativa al mondo del cibo. L’argomento, è stato oggetto di approfondimento all’interno del contest “Pubblicitario per un giorno” realizzato dall’IVSI con la collaborazione dell’UNC, al quale hanno partecipato numerosi studenti di scuole superiori di secondo grado e delle Università. Ai ragazzi, è stato chiesto di realizzare un mini-video pubblicitario dove venissero valorizzati i temi della qualità e sicurezza della filiera suinicola, della tradizione e gusto in tavola, dell’importanza dell’equilibrio fra alimentazione e attività fisica, della carne suina e salumi nella dieta mediterranea. I finalisti del concorso, di età compresa tra i 14 e i 25 anni, sono stati premiati da Francesca Romana Barberini, conduttrice di Alice TV, Monica Malavasi, Direttore IVSI e Dino Cimaglia, Segretario generale UNC. Nel corso dell’evento gli ospiti hanno dato testimonianza del loro lavoro, raccontando il legame tra la loro professione e la buona comunicazione nel mondo gastronomico ed agroalimentare.

Interessante il confronto realizzato da Francesca Romana Barberini, la quale si è servita dei canali YouTube, Instagram e Facebook per ripercorrere insieme le diverse modalità di promozione di uno dei prodotti più celebri italiani, il prosciutto crudo di Parma. Una carrellata di immagini e di video che evidenziano l’evoluzione del tipo di comunicazione adottata dalle aziende per sponsorizzare i propri prodotti: dal racconto lungo e dettagliato di uno spot girato nella campagna parmense nel 1963 si passa a formule più brevi e intuitive negli anni ‘90, lontane dall’immaginario del produttore che cura i propri suini, e insiste, invece, sull’importanza del marchio. Con il nuovo millennio la pubblicità cavalcherà le nuove abitudini del singolo, divenuto ormai assiduo frequentatore di supermercati e consumatore seriale di “pratiche” vaschette monouso. Le campagne pubblicitarie del 2017 segnano il recupero dei concetti di origine, genuinità, salubrità e internazionalità del prodotto; allo stesso tempo però, si affermano nuovi canali di comunicazione che tendono a sublimare l’aspetto del prosciutto attraverso immagini colorate e accattivanti ma, talvolta, fin troppo surreali.

Accade così che le soluzioni adottate dal marketing per promuovere i contenuti sui diversi canali di comunicazione non sempre aiutano il consumatore a riconoscere la bontà del prodotto ed il messaggio finale si disperde; quella che dovrebbe essere una buona informazione, si tramuta in una comunicazione errata, generando di fatto dis-informazione. Non è un caso, come ricorda Monica Malavasi, che IVSI abbia voluto insistere sul tema della “comunicazione oltre il prodotto” elaborando il Manifesto dei salumi, al fine di divulgare attraverso sette principi le basi etiche legate alla produzione della filiera suinicola e le linee guida per i consorziati all’Istituto.

Ma chi non ha accesso a tali informazioni, come può difendersi? Dino Cimaglia ha spiegato cosa significasse fare (e subire) una cattiva informazione, passando in rassegna numerosi esempi di note aziende del comparto alimentare italiano che non hanno rispettato i principi di una buona comunicazione. Dalla politica del “SENZA” alla divulgazione delle fake news; dalle alterazioni delle notizie reali, al fenomeno complesso e pervasivo del phishing e del clickbait. I responsabili di certe pratiche sono molti e possono essere rintracciati nel mancato controllo della politica, nel debole collegamento con le scuole, nella scarsa digitalizzazione delle famiglie… Tuttavia, alcune soluzioni esistono e possono essere facilmente applicate ai comportamenti quotidiani. Se è vero che “il consumatore è uno che crede alla pubblicità”, cerchiamo di diventare consum-attori consapevoli, prosumers critici ed attivi che resistono all’emotività, verificano le fonti, fuggono di fronte agli allarmismi e adottano comportamenti più responsabili. Non più soggetti passivi, ma consum-autori delle nostre scelte di acquisto, non più spettatori ma partecipi delle diverse fasi del processo produttivo.

Da Eataly, il Giro d’Italia più buono del mondo

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Sapevate che il Giro d’Italia da quest’anno si può fare anche restando seduti a tavola? A chi sperimenta per la prima volta itinerari del genere consiglio di impugnare coltello e forchetta, ma ai più esperti basterà scalare la vetta a mani nude.

Immaginate di dover raggiungere la cima di una montagna dove al posto della neve fonde una lava di montebore, ai piedi del masso un bosco popolato da ciuffi di asparagi pugliesi e laddove scorrono i fiumi, ruscelli dorati di olio extravergine di monocultivar taggiasca. Non sto dando i numeri, ma cerco di regalarvi l’immagine stampata nella mia memoria di ciò che è avvenuto martedì alla presentazione della nuova Pizza Eataly presso la sede di Roma.

Il Progetto

Una maratona di gusto estremo che ha percorso lo stivale da Nord a Sud, passando per le città che in Italia ospitano un punto vendita Eataly. L’idea nasce in collaborazione con Slow Food Italia per omaggiare i territori a cui appartiene ogni singola città e i prodotti che li caratterizzano. Non prodotti qualsiasi, ma Presìdi Slow Food, che più di altri raccontano le storie, le tradizioni, le ricette antiche e le persone.

Prima di inaugurare il tour d’Italia, Francesco Pompilio, il pizzaiolo corporate di Eataly, ci ha introdotto alla filosofia con cui ha ideato la nuova ricetta, ricordandoci i quattro pilastri su cui si basa la ricerca per una pizza di eccellente qualità: la filiera con i suoi produttori, la lavorazione con i mestieri artigiani, la leggerezza conferita dalle materie prime selezionate e la democraticità di questo piatto, che deve sempre poter essere accessibile a tutti.

Con queste – ottime – premesse e con la presentazione di alcuni produttori presenti in sala (Coccia Sesto, Azienda Pitzalis Bruno e La Mola) ci accomodiamo al tavolo sociale, pronti a domare l’appetito!

Le Pizze

Si parte dalla regina delle pizze, l’intramontabile Margherita, nella versione originale di Eataly, dove troviamo polpa 100% italiana Antonella, fiordilatte del caseificio di Eataly ed olio extravergine Roi. Unica nell’impasto e sempre attuale… anche se è outsider, il primo posto va a lei di diritto!

Sarà l’unica rossa del nostro lungo viaggio, costellato invece da ben nove tipologie di pizze bianche… ci domandiamo se questa montagna da scalare non sia piuttosto un Everest da temere!

Ad aprire gli onori di casa, la pizza Roma: nata dall’unione della susianella viterbese, storico presìdio Slow Food del Lazio derivato dalla lavorazione di cuore, fegato, pancreas, pancetta, guanciale, del pecorino caciofiore Gennargentu e della bufala di Eataly. Il tutto esaltato dall’olio extravergine Sabina “La Mola”. Davvero sfacciata!

Dal centro si vola al nord, e atterriamo a Milano: preoccupati dalla presenza della pancetta steccata Bertoletti, distesa in abbondanza sul Pannerone di Lodi Carena e condita con olio evo del Garda DOP Avanzi, ci ricrediamo al primo boccone. Inaspettata e più leggera del previsto!

La staffetta prosegue verso il Piemonte dove una Torino elegantissima ci inebria del profumo del Montebore Vallenostra filante, fiordilatte, patate e olio Roi. Per i più temerari.

Con la Genova, la strada si fa in salita. Ma con le sue acciughe dissalate, il fiordilatte Eataly, la toma di pecora brigasca Il Castagno e il basilico genovese, conquista il terzo posto tra le tonde finora assaggiate. Zena, la Superba!

La semplicità de la Trieste ci concede ad una – apparente – “tregua”. L’impasto della nuova pizza Eataly – sublime a mio parere – lascia momentaneamente spazio ad una focaccia più bassa e croccante, ma altrettanto leggera, accompagnata da prosciutto San Daniele Dok dall’Ava e Montasio fresco Ca Form. Genuina e democratica!

Il traguardo è ancora lontano, ma nei sorsi della prima birra in degustazione, una golden ale 5° prodotta nel birrificio Eataly, riponiamo le speranze per arrivare sani e salvi a chiudere il Giro più buono d’Italia!

E’ tempo di rimboccarsi le maniche e di assaporare la Piacenza. Inganna il pattern rosso e bianco della Mariola, uno dei salami più tradizionali della Bassa parmense che si sposa in modo inaspettato – poiché equilibrato – al combo fiordilatte Eataly e caciotta tenera Valsamoggia. Le note intense dell’olio extravergine DOP Brisighella, sanciscono senza dubbio un matrimonio azzeccato!

Con la Forlì il gioco si fa più duro del previsto. I camerieri sdrammatizzano, ma noi siamo visibilmente impauriti. Secondo me è la “pizzificazione” dell’abbondanza, non manca davvero niente. Forse c’è anche troppo: fiordilatte Miracolo a Milano, ravaggiolo dell’appennino tosco-romagnolo, salsiccia di mora romagnola Zivieri, patata emiliana, e – di nuovo – olio extravergine Brisighella. Una sfida che non può essere abbandonata, ma ahimè, non raggiunge il podio.

Ne mancano solo due all’orizzonte. La gola chiede idratazione e noi l’assecondiamo con nuovi assaggi di birra. Questa volta una bitter ale 4°, sempre made in Eataly, leggermente dorata e con un finale amaro ci prepara ad affrontare la città di Dante.

La Firenze sprigiona allegria, è colorata, stimola la nostra curiosità e, nonostante gli otto assaggi che l’hanno preceduta, non ci lasciamo sconfiggere dalla sazietà. Con gesto eroico afferriamo il nostro penultimo spicchio, arricchito dal presìdio Slow Food della Mortadella di Prato Marini, dal pecorino toscano DOP Il Fiorino e infine un riccio di cavolo nero toscano (seppur troppo bollito). Davvero birichina…il secondo posto, è il suo!

Dopo Firenze, è la volta di Bari. Formidabile all’aspetto, esplosiva al gusto, ci lasciamo sorprendere dalle nuvole di burrata sopra il capocollo di Martina Franca Santoro, dall’asparago pugliese e dall’intensità dell’olio extravergine De Carlo. In una parola, esagerata!

Il nostro Giro d’Italia tra i Presìdi Slow Food termina qui, dove nessuno è sconfitto ma tutti sono vincitori. A partire dagli astanti, affaticati ma soddisfatti, i prodi pizzaioli di Eataly che ogni giorno permettono ai propri clienti di sperimentare nuove combinazioni e le piccole aziende che vedono i loro prodotti degnamente valorizzati.