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Gennaio 2019

Dimmi quale caffè bevi e scoprirai chi sei!

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Cartina alla mano, sacco in spalla e via verso il Centro America: da qui parte il nostro giro del mondo, andando in Guatemala alla scoperta di un presidio particolarissimo, identitario di una terra lontana, calda e ricca di storia, il caffè delle Terre Alte di Huehuetenango.

Introdotto dai padri Gesuiti nel 1773, la coltivazione del caffè del Guatemala prosegue florida all’ombra di ebani e mogani nel corso dei secoli, sviluppando una coltivazione ad alta quota di piantagioni di Coffea Arabica di eccellente qualità, apprezzata ancora oggi in tutto il mondo.

Alla caficoltura in particolare – spiega Paolo, antropologo e fiduciario della Condotta Romana di Slow Food – è legata l’imprenditoria del Guatemala, attirando da sempre l’interesse di giovani investitori, nonché la curiosità dei numerosi turisti che desiderano conoscere da vicino le coltivazioni di caffè“. D’altronde quello del Guatemala è considerato oggi tra i migliori caffè in commercio poiché le piantagioni, “aggrappate” ad oltre 1.500 mt di altitudine lungo le pendici della catena montuosa dei Cuchumatanes, trovano le condizioni ideali per generare un caffè estremamente pregiato. Il fermento economico legato al caffè ha reso possibile l’apertura di 20 nuove caffetterie a Città del Guatemala in soli cinque anni e ha stimolato grandi opportunità anche a livello internazionale, costituendo la molla fondamentale per l’avvio del progetto legato al presidio Slow Food, riuscendo ad entrare nei mercati ad un prezzo giusto che ne valorizza l’alta qualità. Tema purtroppo non scontato quello del riconoscimento qualitativo del prodotto che, pur di soddisfare una domanda in costante crescita, sconta da tempo un calo strepitoso a favore dell’alta produttività.

E in effetti, quanti consumatori sanno come è fatta una pianta di caffè o da dove viene ciò che stanno bevendo? La scarsa divulgazione delle potenzialità e della storia del prodotto, fomenta un’asimmetria informativa preoccupante tra coltivatori e consumatori, i quali ignorano le reali proprietà del caffè, non ne conoscono le singole qualità, né le diverse origini del blend che acquistano presso torrefazioni e supermercati. “Un simile ragionamento – osserva Marco Ferrero (referente in Italia del Presidio e Presidente della Cooperativa Sociale Pausa Cafè di Torino) – non potrebbe mai essere applicato alla filiera del vino o dell’olio, di cui, invece, il consumatore pretende giustamente di conoscere caratteristiche e provenienza“. Su questa asimmetria informativa si genera l’enorme profitto dell’industria del caffè nel mondo, concentrato nelle – solite – mani di pochi; ricordiamo che il caffè è la seconda materia prima commercializzata dopo il petrolio, e questa non equa distribuzione dei redditi generati va tutta a danno degli oltre 60 mln di piccoli produttori che vivono in zone montuose e che grazie alla loro attività rappresentano importanti sentinelle dello sviluppo economico legato alla caficoltura artigianale. Il caffè delle Terre Alte di Huehuetenango, infatti, è tra le poche varietà in commercio che prevede la raccolta a mano ad ogni sua fase: dalla selezione delle ciliegie, all’estrazione dei chicchi dalle bacche, fino all’essiccatura al sole per tre giorni. Ignorare questi aspetti, significa trascurare la storia di un popolo, dimenticare l’eredità di un’agricoltura secolare, non salvaguardare la biodiversità naturale che sostiene tutto questo.

Grazie all’azione di Slow Food e di tanti coraggiosi protagonisti che non hanno voluto arrendersi di fronte a dinamiche di mercato spesso distorte e incuranti dei più deboli, hanno visto la luce progetti come il Presidio del caffè di Huehuetenango, Cafè y cafè, Anacafè e molti altri, dando vita ad un sistema del caffè solido, giusto e sostenibile.

E allora con “dimmi che caffè bevi e scoprirai chi sei” voglio lanciare una provocazione nella speranza di stimolare anche il lettore meno attento ad interrogarsi su cosa compra ed informarsi quando mangia, con la stessa passione con cui, ogni giorno, assapora la sua immancabile tazzina di caffè.

1000 (euro) E UNA NOTTE (a Modena)

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Cronaca di una cena nel migliore ristorante del mondo

Un paio di mesi addietro ho avuto la possibilità di cenare all’Osteria Francescana di Massimo Bottura a Modena, uno dei sancta sanctorum della ristorazione mondiale recentemente eletto per la seconda volta da THE WORLD’S 50 BEST RESTAURANTS – manifestazione annuale dalla rivista britannica Restaurant Magazine – come migliore ristorante del mondo. Confesso che quando mi è stato comunicato di accompagnare il capo redattore della guida inglese sui ristoranti per la quale collaboro per testare e conseguentemente recensire questo locale, stentavo a crederci.

Il termine “Osteria” ed ancor di più l’aggettivo “Francescana” potrebbero trarre in inganno: ai più suonerebbe come una gargotta, un locale senza pretese, per darsi alla crapula con 15-20 euro. Occorre dire che oggi questo termine non ha lo stesso significato di mezzo millennio o quarant’anni fa. L’osteria di oggi è totalmente diversa dall’osteria di un tempo, a partire dall’identità: l’osteria storica era spiccatamente popolare, quasi proletaria. Quella odierna citata da Slow Food è intimamente borghese, tant’è che le “chiocciole” della Guida alle Osterie di Slow Food corrispondono ai “Bib Gourmand” della Guida Rossa Michelin e l’OSTERIA FRANCESCANA rappresenta l’esempio più eclatante: un locale stellato dai prezzi stellari con 12 tavoli per poco meno di 30 posti. Ecco perciò il resoconto della mia esperienza.

Antefatto: prenotazione in infradito e bermuda (luglio 2018) e visita al locale con il cappotto (dicembre 2018). Si può tentare di riservare 3 mesi prima del pranzo o della cena mettendosi in lista aspettando che qualcuno disdica e, senza alcuna certezza, aspettare la fatidica chiamata.

L’atmosfera raffinata di monastico minimalismo dell’Osteria Francescana introduce con avanguardistica eleganza in un ambiente senza dubbio studiato nella sua ascetica essenzialità quasi scintoistica per porre al centro dell’attenzione i piatti. Tutto il personale di servizio eccelle senz’altro nella più meticolosa ed attenta ricerca dei particolari, con un’inappuntabile professionalità ed impeccabile cura per la qualità del servizio offerto con garbo assoluto. L’estetica innovativa delle presentazioni – una vera sinfonia di colori, proporzioni e geometrie – e la continua ricerca delle sperimentazioni certamente affascinano rendendo l’esperienza un percorso sensoriale, di scoperte cromatiche e di arte decorativa senza dubbio particolare. Al termine (o al centro) di questo percorso, s’intende collocare per l’appunto IL PIATTO, autentico protagonista del proscenio. Questo l’obiettivo.

Nondimeno, al di là di qualsiasi estasi mistico/gastronomica generata dalle complesse alchimie culinarie di Massimo Bottura, la sensazione provata è di essere caduto in trappola come i topolini di Hamelin stregati dal pifferaio magico (in questo caso rappresentato dall’illustre cuoco occhialuto modenese) e di trovarmi di fronte effettivamente a piatti che vanno al massimo dal discreto al buono. Niente che raggiunga mete eccelse o valga la pena di restare nella memoria, neppure il celebrato Cinque stagionature del Parmigiano Reggiano in diverse consistenze e temperature, mentre poco più che discreta si è rivelata l’altrettanto famosa Oops! Mi è caduta la crostata al limone. Sul piano quantitativo, le porzioni “da assaggio” rendono assai arduo il tentativo di coglierne le componenti di aroma e di gusto senza il previo ricorso all’indispensabile descrizione del maître Beppe Palmieri.

Alla fine l’emozione di trovarsi in uno dei più noti ‘santuari’ mondiali dell’alta cucina deve trasformarsi in un esagerato palpito autosuggestivo per giustificare la nota acuta dell’impegnativo conto di 450 euro a persona (il menu degustazione TUTTO costituito da 12 portate e vini in abbinamento) che raggiunge i 500 euro se si comprendono l’aperitivo “gentilmente offerto” (…ma poi presente in conto a 20 euro), coperto (15 euro), acqua (10 euro) e caffè (5 euro).

Una volta usciti viene da porsi la solita domanda: «La cena valeva davvero tutti quei soldi?». Oltretutto Massimo Bottura in cucina quella sera non c’era, per cui quanto sopra descritto deriva più dalla bravura e dalla perfezione di un procedimento ormai rodato di tipo “industriale” affidato ad uno staff di professionisti – anche giapponesi – e non dalla mano dell’artista. Difficile dare una risposta, ma certamente l’esperienza meritava e andava fatta secondo me.

In conclusione, pur non discutendo la creatività, l’impegno e la notorietà che accompagnano lo chef, mi spiace ma in coscienza non me la sento di includere L’Osteria Francescana nel gotha personale della ristorazione nazionale. A differenza delle arti figurative la cucina non è chiamata soltanto ad appagare razionalmente e visivamente, ma anche e soprattutto a deliziare il palato. Nessuno me ne voglia, ma il giudizio –  per quanto mi riguarda –  è del tutto conseguente.

Food Influencer: chi sono e quali scegliere. Intervista a Matteo Pogliani.

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Influencer: “individui con un più o meno ampio seguito di pubblico, che hanno la capacità di influenzare i comportamenti di acquisto dei consumatori in ragione del loro carisma e della loro autorevolezza rispetto a determinate tematiche o aree di interesse”.

Questa definizione, riportata su glossariomarketing.it, definisce ciò che per molti è un mestiere, per le aziende un’opportunità di visibilità e uno strumento di marketing. Questo riconoscimento diventa sempre più importante e il ruolo social e digitale sempre più diffuso, spesso anche con qualche forzatura. Ma effettivamente chi sono gli influencer, ed esistono i food o risto influencer? Come si possono “sfruttare” sul web? Lo abbiamo chiesto a Matteo Pogliani, esperto di strategie web e di social media, consulente per aziende che su questo tema ha scritto un libro, Influencer Marketing – valorizza le relazioni e dai voce al tu brand, edito nel 2016 da Flaccovio.

Come fa notare Matteo Pogliani: “all’inizio erano i blogger dediti a scrivere e sviluppare contenuti sul web, dalle ricette, alle storie sui prodotti o alle recensioni di ristoranti. Poi con l’avvento dei social, in particolare di Instagram (più immediato e visual), tutto è diventato più veloce e penetrante e questi personaggi sono riusciti a creare intorno a loro una reputazione e una fiducia talmente positiva da diventare dei punti di riferimento per network di persone”.

Ma non bisogna pensare solo a Chiara Maci o Chiara Ferragni: gli influencer non sono solo i soliti nomi noti da milioni di followers. Esiste infatti una “fauna” di micro influencer seguitissima e capace di coinvolgere il proprio pubblico. Potrà sembrare strano, ma la qualità dell’engagement è più importante del numero dei followers, in quanto elemento vivo di fiducia e fidelizzazione, nonostante ci sia la corsa spasmodica all’acquisto dei like o dei followers, derivante dalla ferma convinzione che il numero di seguaci sia elemento fondamentale per esser contattati dalle aziende.

Ma chi sono gli influencer? “gli influencer sono persone comuni che hanno iniziato, magari per gioco, a produrre contenuti intorno a un argomento che li appassiona; ovviamente la produzione di contenuti è legata in modo direttamene proporzionale a internet e agli strumenti che ci mette a disposizione. Oggi tutti nel nostro piccolo possiamo dire la nostra e farla arrivare a molti. La chiave vincente degli influencer riconosciuti sta nel talento, nello stile e nella competenza, soprattutto quando parliamo di food e se vuoi essere un influencer longevo e non un improvvisato (questi hanno matematicamente vita breve)” – continua Pogliani.

Nel food ci sono e come si muovono?  “Il food è il settore di mercato dove gli influencer si sono posizionati subito bene anche perché il web si presta molto. Già dai tempi del blog – racconta – si è creata una relazione bilaterale e performante tra blogger/influencer e utente, il blogger dà ciò che l’utente chiede assicurandosi una visibilità enorme su keywords ben precise. Ovviamene i blog erano più limitati rispetto ai social network e alle possibilità espressive che ci mettono a disposizione, video ricette, dirette”.

Le aziende in questo panorama come si comportano? L’influencer nel food, ma non solo, rappresenta uno strumento di marketing in più ed incarna quella formula di comunicazione che elimina le sovrastrutture commerciali, capace di generare buzz, conversazioni e fiducia. L’azienda cerca di conquistare fette di pubblico a cui non è capace di arrivare e lo fa affidandosi a queste figure. La scelta non è superficiale o immediata, la ricerca dell’influencer ideale – conclude Pogliani – viene fatta in modo meticoloso e studiando un progetto di comunicazione nei minimi dettagli”.

Esiste l’influencer ideale per il mondo food? “Più si va nella settorialità del mercato e più la competenza è essenziale, nel food non ci si può affidare solo all’audience ma c’è bisogno di competenza, conoscenza del prodotto e del settore, è qui che si fa la differenza. E’ necessario cercare quelle figure di spicco come possono essere Nonsolofood, Robysushi, Kitchensuspension, Cuordicarciofo, per fare alcuni nomi. Se il testimonial, dunque, può essere usato per il lancio di un prodotto per creare awareness, l’influencer serve per sedimentare reputation e fiducia sul prodotto e per fare ciò sono essenziali competenza, credibilità e autorevolezza, qualità che hanno solo i migliori”.

Influencer per la ristorazione sì o no? Esistono e chi sono?  A questa domanda Matteo Pogliani risponde senza esitare: “ci credo meno su questa tipologia di influencer, secondo me il ristoratore deve lavorare sui suoi clienti, sono loro i migliori influencer con i selfie, le foto dei piatti, le recensioni. Bisogna lavorare sull’user generated content e stimolare il più possibile l’utente a partecipare. La spontaneità di questo tipo di contenuto si riflette in credibilità in chi legge, contrariamente a un post su commissione”.

Dal momento della pubblicazione del libro di Matteo Pogliani ad oggi sono cambiate tante cose e lui stesso sottolinea il concetto di maggiore consapevolezza su questa figura, riconosciuta dalle aziende e anche dalle istituzioni che hanno definito una regolamentazione specifica sulla trasparenza di contenuti a pagamento. Per non parlare poi della speculazione che si crea intorno a questa magica figura: tutti vogliono diventare influencer, improvvisandosi su instagram, comprando i followers “a peso”, se non addirittura i prodotti stessi per recensirli facendo credere che siano stati regalati da quel determinato brand. Fenomeno a cui bisogna prestare attenzione e che sta creando una giungla digitale.

Otosan: come andare in Giappone restando a Roma

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Anno del Signore 2004. Sono a Roma da poco più di un anno e mezzo. I colleghi organizzano un’uscita, una cena al ristorante giapponese all’EUR. Non ho mai provato quel tipo di cucina, e mi reco al locale carico di curiosità ed aspettative. Mi viene servito una sorta di galeone Playmobil, in legno, contenente 5-6 rolls di vario tipo. Li mangio, “sanno di poco” (come si direbbe a Napoli), pago circa 40 euro, esco inviperito (eufemismo), con la voglia di invadere il territorio nipponico in cerca di vendetta. Anche se di solito questa frase viene usata per far riferimento ad un altro tipo di esperienza, mai come nel caso della mia prima cena giapponese si può utilizzare il detto “la prima volta non si scorda mai”.

Da quella cena sono passati 15 anni, tanti ristoranti e la mia personale evoluzione in quanto a capacità d’assaggiare e valutare il cibo. Sono stato in altri locali che propongono cucina giapponese, dagli “all you can eat” a serate organizzate dall’Ambasciata del Giappone, passando da cibo dozzinale a manicaretti preparati con grande meticolosità. Ma il mio ultimo contatto con la cucina nipponica ha radicalmente cambiato il mio rapporto nei confronti di nigiri, rolls e sashimi. Sono stato da Otosan, locale aperto da poco più di due mesi nel quartiere Trieste, ristorante “gemello” Okasan, apprezzato riferimento situato nel quartiere Prati.

Ideata e strutturata con una vera Izakaya, la trattoria giapponese, arredata con elementi in legno massello di rovere, Otosan si presente elegante, intimo, autentico. Ma a prescindere dalla bellezza della location, ciò che mi ha fatto particolarmente apprezzare l’esperienza culinaria è stata la passione dei proprietari (veri amanti della cultura nipponica, al punto da metter radici in Giappone), persone competenti che sembrano aver acquisito la rinomata tranquillità ed ospitalità di quel territorio. Già dai primi assaggi colgo in maniera netta la qualità delle materie prime, scoprire che in cucina opera una persona che da 30 anni prepara ricette tipiche e grandi classici, con estrema maestria, dona ai piatti un quid particolare.

Ma la vera svolta avviene al momento della presentazione del Sakè, bevanda che fino a quel momento equiparavo alla nafta. Probabilmente mi era stata servita in modo sbagliato, con la temperatura non idonea, nel bicchiere poco adatto: non so se un solo elemento o la combinazione di più cose aveva creato in me una tale chiusura verso questa bevanda, ma di colpo tutto è cambiato. Il tipo di bottiglia, il racconto dell’etichetta, del nome, l’etimologia di ogni singolo termine, il modo di servire a tavola il sakè, scoprire l’importanza del tipo di bicchiere, della scatola in legno che lo avvolge, il tradizionale gesto che consiste nel bere quanto caduto nel contenitore. Un insieme di momenti, dettagli, attimi, che mi hanno fatto apprezzare la tradizionale preparazione giapponese.

Potrei parlarvi dei piatti, dirvi di quanto sia sorprendente il gioco di temperature nell’Okasan, un rolls con filetto di spigola in tempura ricoperto da mango, alga nori, riso, patata dolce croccante e una fettina di lime, o raccontarvi dei piatti caldi e dei dessert, ma tutto questo verrebbe definito dal popolo della rete uno “spoiler”, quindi non posso far altro che consigliarvi di fare questo viaggio in Giappone, restando a Roma.

Otosan
Via Nemorense 101
Tel. 06 4555 2486
Aperto tutti i giorni a pranzo e a cena

TROPICANA FRUIT & VEGGIE CLUB: LA PASTINACA

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La pastinaca è una pianta erbacea diffusa allo stato selvatico nei luoghi umidi e lungo le rive dei fossi, di cui si consuma la radice, simile alla carota e per questo motivo in Italia, nonostante sia poco conosciuta, è chiamata anche carota bianca. Dal punto di vista botanico può essere considerata parente della carota tradizionale e della rapa. Nei paesi anglosassoni, dove è largamente utilizzata ancor prima dell’introduzione della patata avvenuta nel XVIII secolo, è conosciuta con il nome di parsnip.

Si tratta di una pianta appartenente alla famiglia delle Ombrellifere, caratterizzata da un fusto erbaceo simile a quello del prezzemolo e da una radice commestibile a fittone lunga mediamente 10-15 cm di colore bianco o crema che ricorda, appunto, la carota. Costituita per circa l’80% da acqua, 5% da zuccheri, 5% da fibre e 1% da proteine, è fonte eccellente di vitamina C, magnesio e potassio. In più il valore nutrizionale della pastinaca è assimilabile a quello delle patata, sebbene sia più ricca di fibre e contenga solo la metà delle calorie.

Ha consistenza carnosa e sapore leggermente acidulo a crudo vagamente somigliante al sedano che diventa dolciastro una volta cucinata al forno, saltata in padella, cotta al vapore, fritta, cotta nell’olio e successivamente glassata con miele o sciroppo d’acero.

Qui da noi, in Italia, la pastinaca è scarsamente se non per nulla utilizzata in cucina. Al contrario, è impiegata come alimento destinato ai suini, soprattutto per i maiali allevati per la produzione del Prosciutto di Parma DOP.  Nel Centro Europa si usa con le stesse modalità della patata servita come verdura di contorno per arrosti, particolarmente pollo. In alcuni paesi del nord europei è addirittura impiegata come base per la preparazione di bevande alcoliche fermentate simili alla birra. Alla  radice, inoltre, è riconosciuto un notevole effetto digestivo, ma anche proprietà diuretiche e remineralizzanti, tanto che il suo consumo è consigliato alle persone anziane o convalescenti.

Si narra che l’imperatore romano Tiberio – particolarmente goloso –  importò la pastinaca dalla Valle del Reno (nell’attuale Germania) per coltivarla nella sua villa di Capri. Nel Medioevo veniva poi data ai bambini come calmante per via del sapore dolciastro, mentre i colonizzatori la portarono nel Nuovo Mondo dove gli abitanti nei nuovi insediamenti iniziarono a coltivarla come ortaggio oltre a produrre distillati e farine per la preparazione di pane e dolci.

Infine, attenzione a non confondersi con la pastinaca comune o gigante, conosciuta anche come trigone: è infatti una specie ittica simile alla razza chiodata.

Le Giuggiole di Flo, dal Senato ai biscotti fatti in casa.

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Quattro anni fa il trasferimento a Milano (per amore) e da quel giorno il radicale cambio di vita, passando dagli uffici amministrativi del Senato alla sua cucina laboratorio dove ogni giorno sforna dolci e biscotti di ogni tipo: quella di Floriana Baiocchi, titolare de Le Giuggiole di Flo, è una storia di passione di un progetto, quello della prima micro-impresa alimentare di Milano.

La sua storia ha il sapore dell’evasione, di un sogno che si realizza o semplicemente della voglia di reinventarsi completamente dopo anni di burocrazia e di un lavoro d’ufficio importante, gratificante, ma sicuramente poco creativo. “Ho sempre sentito l’esigenza di dare spazio alla mia creatività e al mio spirito imprenditoriale. Ero in perenne lotta con me stessa, fin quando non si sono verificate le occasioni giuste per dire ‘lo faccio!’” – racconta Floriana.

Ma perché concentrarsi proprio su biscotti e tortine? “Certi sapori e profumi fanno parte di me, sono cresciuta con le ciambelline al vino di nonna Clara o il pane cotto nel forno a legna della nostra casa in montagna, i biscotti e le frolle di mia mamma Anna. Tutti ingredienti, nel vero senso della parola, della mia infanzia. E proprio da bambina sognavo di impastare, infornare e fare i miei biscotti e magari di venderli in un posto tutto mio. All’inizio erano sogni che mi hanno accompagnata per anni, poi la passione ha preso il sopravvento ed eccomi qui, prima micro-impresa alimentare di Milano.

Floriana ha, dunque, trasformato la sua passione, fatta di biscotti e tortine, in un lavoro, grazie ad una importante dose di volontà, forza d’animo e coraggio, non solo per avventurarsi in questa nuova vita da “fornaia”, ma soprattutto per muoversi nella giungla burocratica che regolamenta la categoria della microimpresa. Come scritto la scorsa settimana (qui l’articolo), esistono decreti e regolamenti europei poco conosciuti in Italia e mai applicati prima del 2014: “Cercando on line ho scoperto che la legge mi consentiva di allestire un’attività produttiva in casa – racconta – ma quando mi recavo in Comune o in Regione a chiedere informazioni, nessuno sapeva darmi risposte; a quel punto ho deciso di muovermi in autonomia, con l’aiuto dell’associazione Cucina Nostra, dedicata a queste realtà e fondata dalla prima micro-imprenditrice in Italia”. Dopo aver raccolto tutta la documentazione richiesta (partita iva, Hccp, iscrizione alla camera di commercio, la SCIA per la vendita) ed averla presentata al Comune di Milano, ha dovuto spiegare agli impiegati cosa fosse una microimpresa domestica, che nella sostanza è un’impresa a tutti gli effetti ma che sfrutta la cucina di casa.

Dopo numerosi corsi di pasticceria, dopo aver attrezzato ad hoc la sua cucina, a marzo 2018 è nata ufficialmente Le Giuggiole di Flo, un nome che si porta dietro da bambina e che richiama un frutto poco conosciuto, difficile da trovare, per questo molto pregiato, proprio come lo sono le cose fatte a mano. Le Giuggiole di Flo, secondo il comune del capoluogo lombardo, è la prima microimpresa domestica della città: qui ogni giorno Floriana sforna dolci tradizionali o preparati con farine alternative, sempre freschi, con uno sguardo attento al gusto contemporaneo e alle intolleranze alimentari. Oltre ai biscotti classici la sue proposte alternative sono i biscotti “Buono con tutti” vegani e gluten free, Le “ciambrodelline”, ciambelline con il brodo di giuggiole, la torta senza latte cioccolato e nocciole delle Langhe, il plumcake zucchine e cioccolato o i dolcetti piselli e mela verde pensati per far mangiare le fibre ai bambini. Tutti gli ingredienti sono semplici, ma ricercati e combinati in modo creativo, grazie a una continua sperimentazione e studio.

“Scelgo accuratamente i fornitori per assicurarmi materie prime di qualità. Mi piace andare ogni mattina al mercato e selezionare di persona gli ingredienti più freschi, biologici o a km0, proprio come se dovessi preparare i miei dolci per me o per le persone che amo. Ogni mia creazione è ricca di colori e di emozioni, ma anche di energia e determinazione, la stessa che mi piacerebbe trasmettere a tutti i sognatori come me, per ricordare loro che non è mai troppo tardi per inseguire un sogno ma anche per realizzarlo”.

Mamma non torno. Ed ogni tanto conviene…

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Il pranzo che non ti aspetti (Quando le recensioni fanno il loro dovere)

“Il gusto moderno della tradizione”, recita il claim sulla loro pagina facebook. E le recensioni positive sui tanti portali di cucina dicono che da “Mamma non torno”, piccolo ristorante nel centro di Monterotondo “si mangia” e che soprattutto, “si mangia bene!”. Ci siamo voluti fidare, anche perché dopo sei telefonate ai vicini competitors, siamo stati costretti a fidarci! “La domenica a Monterotondo sono tutti chiusi”, è stata la risposta di più di un gestore raggiunto al telefono e così, in preda all’incertezza e con la speranza di non beccare la tanto temuta “sola”, abbiamo prenotato un tavolo in Via Cavour 19, a due passi dal Teatro Comunale Ramarini, dove nel pomeriggio avremmo preso parte ad un incontro di lavoro.

La domenica è il giorno del riposo. E con quel “riposo” si intende anche “cibo”. Il buon cibo. La domenica è uno di quei giorni in cui staccare tutto e dimenticare il proprio nome. Ma se invece la spina proprio non la potete staccare e vi tocca lavorare, meglio farlo nel miglior modo possibile, cercando un pretesto per addolcire la pillola e renderla decisamente più gustosa. In soccorso alle nostre richieste è arrivato Gianluca che, rispondendo alla nostra insolita prenotazione domenicale per i ristoratori monterotondini, ci ha accolto in un grazioso locale che gestisce insieme ai suoi soci Alessandro e Nicola.

“Siamo proprio dietro il teatro, non si preoccupi noi siamo aperti”, dice Gianluca con voce sicura e accogliente al telefono e così, in men che non si dica ci ritroviamo al civico 19 del grazioso corso di Monterotondo, su cui si erge una piccola insegna in legno con una padella che “manteca” un nome simpatico e invitante. E’ “Mamma non torno”, con il suo calore e la sua piccola sala di venti coperti o poco più, aperto (appena) da luglio con grande passione dai tre giovani soci che insieme allo chef Andrea, propongono una cucina che soddisfa ogni palato: dai più raffinati ai più rustici. Tra gli ospiti d’eccezione nella proposta enogastronomica, ritroviamo il Pastificio Mancini e la Cantina Marco Carpineti, oppure il Re Norcino dalle Marche, per iniziare con grande sapore il nostro pranzo. Dalle Polpette di Mare e Calamari con Cipolla Caramellata, passando per gli Gnocchetti [HomeMade] con Crema di Zucca e Guanciale, fino al Crumble di Mele e Cannella con Gelato alla Vaniglia, nulla ci ha distratto dalla piacevole atmosfera che ci ha condotto per mano fino al termine del nostro pranzo domenicale.

Un caso? Perché no! O forse questo è proprio il caso in cui le recensioni hanno fatto il proprio dovere senza prenderci in giro e conducendoci verso il posto giusto. Un pasto gustoso e dal prezzo accessibile a tutti. Insomma, un pranzo riuscito! Grazie per l’accoglienza Monterotondo e che bella sorpresa è stata poter dire “Mamma, non torno!” (e ogni tanto conviene…). Bravi!

Scopriteli qui: Mamma non torno

Sangiovese Purosangue a Roma

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Il 19 e 20 gennaio  torna al Radisson Blu Hotel la manifestazione interamente dedicata
a uno dei vitigni italiani di riferimento

L’Associazione EnoClub Siena rinnova l’appuntamento con il Sangiovese a Roma, per l’ottavo anno consecutivo, con l’evento romano che porta il marchio Sangiovese Purosangue. Saranno circa 60 le aziende in degustazione ai banchi di assaggio dei due giorni e i seminari del sabato costituiranno un prezioso approfondimento, sia sui territori e che sulle aziende che hanno fatto la storia di questo vitigno.

Il progetto di valorizzazione del Sangiovese trova ogni volta nuovi spunti di approfondimento e riflessione, cercando di non banalizzare mai un tema estremamente complesso e importante, affrontando la conoscenza delle molte zone italiane in cui si coltiva. Partendo dal nucleo toscano, dettagliato per aree e menzioni, si indagano e confrontano anche le altre zone italiane, come l’Emilia Romagna e l’Umbria.

Il programma

Sabato 19 gennaio

ore 14.00  – Apertura banchi di assaggio con i produttori
ore 15.00  –  Seminario comparativo sulle zone del Sangiovese. Condotta da Davide Bonucci (costo della degustazione euro 20)
ore 17.30  –  Degustazione Sangiovese Orizzontale annata 2010. Condotta da Davide Bonucci (costo della degustazione euro 25)
ore 20.00 – Chiusura banchi di assaggio

Domenica 20 gennaio

ore 12.00 – Apertura banchi di assaggio
ore 19.00 – Chiusura banchi di assaggio

Banchi di assaggio
Sabato 19 (ore 14.00 – 20.00) e domenica 20 gennaio 2019 (ore 12.00 – 19.00)

Radisson Blu Hotel
Via Filippo Turati 181 – Roma

Intero euro 25 – Ridotto e prevendita euro 20 – Soci Enoclub euro 15 – Ingresso per le due giornate euro 30

Ufficio stampa:  info.enoclubsiena@gmail.com

Media Partner: Radio Food
Fotografo: Andrea Moretti

Per info:
Pier Lorenzo Cicerchia – 327 7905004
Davide Bonucci – 328 5436775  enoclubsiena@gmail.com
Facebook:  Sangiovese Purosangue   /  Enoclub Siena
Evento Facebook: Sangiovese Purosangue a Roma – Gennaio 2019
www.enoclubsiena.it

Tutto il sapore del Salento nel cuore della capitale

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Arriva “Cuochi e Pescatori Salento” all’Ostiense

Ricordate “SeaCook” all’ostiense? Dopo quattro anni il ristorante di pesce ha cambiato pelle per dare il benvenuto al nuovo spazio che prende il nome di “Cuochi e Pescatori Salento”, che ha aperto al pubblico lo scorso 20 dicembre con un’inaugurazione in grande stile, a suon di cartocci di pesce fritto e leccornie al profumo di mare. E l’imprenditrice pugliese Lorella Ciullo non ha di certo badato a spese, con un’apertura che ha dato il benvenuto a tanti ospiti tra cui le conterranee Rossella Brescia e Loredana Lecciso e tanti altri volti noti pronti a saggiare le capacità culinarie del nuovo locale.

Un nuovo nome ed una nuova proposta rigorosamente espressa e molto più vicina ad un pubblico giovane, che sta apprezzando il rapporto qualità-prezzo offerto dal locale, che promuove i suoi cartocci o dei gustosi aperifrisa (la tipica frisella salentina accompagnata da plateaux di salse e condimenti di ogni genere, che spaziano tra terra e mare). E poi i “pizzichi“, piccole porzioni di pietanze a base di pesce, alla portata di tutte le tasche, dai calamari al costo di appena quattro euro, fino alle polpette di mare e cozze a soli tre euro. Vincente anche la formula “business lunch“, che permette ai lavoratori della zona di gustare un pranzo a base di pesce con soli dieci euro comprensivi di un primo o una tartare di pesce, acqua e caffè. Il metodo migliore per mangiare sano senza giocarsi un arto che per tornare a lavorare, può sempre tornare utile. Al timone nelle cucine tirate a lucido c’è lo chef Marco Ferrari che guida con passione la sua brigata, pronta a donare un assaggio d’estate anche in pieno inverno.

Nel fine settimana risulta interessante anche la formula “No Stop”, con una proposta culinaria senza limiti al costo di trenta euro, comprensiva di crudi di pesce e di tutta la qualità salentina di cui la compagnia è capace.

“La nostra attenzione ai prodotti salentini ed alle tradizioni pugliesi in generale, sarà ancora maggiore. Questa è una simbiosi tra la storia dei pescatori della nostra terra e la reinterpretazione attuale delle tradizioni come le conosciamo”, ha affermato emozionata Lorella Ciullo durante la serata inaugurale, dove il candore del bianco misto all’azzurro, ha fatto da eco alle preziose ceramiche di Cutrofiano scelte con grande sentimento dai curatori del nuovo locale. Un angolo di Salento nel cuore della capitale. Da provare!

Per informazioni visionare la pagina ufficiale: SeaCookRoma

Microimpresa domestica. Come trasformare una passione nel proprio lavoro.

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Negli ultimi due anni la trasformazione di una passione in una piccola attività, soprattutto in ambito alimentare, è diventata realtà grazie al riconoscimento giuridico e all’inquadramento fiscale delle microimprese domestiche. Ma cosa è esattamente una microimpresa domestica, nello specifico del settore alimentare? E’ un’attività di lavoro indipendente che produce e vende ‎alimenti ‪fatti in casa con regolare notifica sanitaria, iscrizione alla Camera di Commercio e Partita I.V.A. Dal punto di vista della normativa di settore la microimpresa domestica è una piccola impresa inquadrabile nel settore artigianato (secondo l’art. 2083 del Codice Civile nei piccoli imprenditori rientrano gli artigiani).

In questo modo e con un minimo investimento è possibile dar vita al lavoro dei propri sogni, si può finalmente trasformare un hobby o una passione in un mestiere. E anche se si tratta di una micro-attività produttiva saremo a tutti gli effetti degli imprenditori, piccoli ma pur sempre imprenditori. Perché da un punto di vista giuridico il microimprenditore è un «piccolo imprenditore»: questo lo status riconosciuto dalla Unione europea (regolamento n.852 del 2004), una figura giuridica come tutti coloro che svolgono attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei familiari. Da non confondere, però, con la denominazione «piccola e media impresa» che il codice civile dà del “piccolo imprenditore” perché in questo caso siamo sul versante dello status economico.

Per destreggiarsi meglio in questo iter che sono nate alcune associazioni di promozione sociale che sostengono i potenziali micro imprenditori lungo l’intero percorso burocratico e amministrativo. Cucina Nostra in Piemonte è la prima ad offrire questo tipo di servizio sul territorio nazionale, pensata e fondata da Patrizia Polito, alias MammaFornaia, prima microimprenditrice dal 2014, che a quasi 50 anni lascia il solito ufficio che occupava da oltre 20 per “fare il pane in casa”.

Ma qual è l’iter obbligatorio per avere la propria microimpresa domestica? Come per le altre imprese del settore, bisogna seguire il corso per ottenere la certificazione HACCP; fare domanda al SUAP (Sportello Unico Attività Produttive); presentare la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività); pagare le tasse al Comune; fare i lavori di adeguamento in casa e iscriversi alla Camera di Commercio. C’è da sottolineare che il regolamento europeo viene interpretato e applicato in maniera differente a seconda del comune e della regione, pertanto ci si potrebbe trovare di fronte a richieste diverse. Ad esempio il Piemonte fino a qualche mese fa richiedeva in modo obbligatorio la doppia cucina, cosa non per tutti possibile, ma da poco la regione si è adeguata ad una normativa comune che prevede la cucina singola (quella che si usa tutti i giorni e non una dedicata).

Se la definizione e il riconoscimento giuridico a livello europeo è del 2004, la prima microimpresa in Italia arriva nel 2014, con ben dieci anni di ritardo. Da quel momento il fenomeno è esploso e a oggi l’Italia registra il numero più alto di microimprese domestiche e alla fine del 2018 Cucina Nostra ne registra ben 49. Con un 90% di realtà gestite da donne e mamme, spesso con figli piccoli, e con un’età media di circa 40 anni; e i settori di produzione vanno dal cake design alla pasticceria dolce e salata, dalle confetture al pane e ai lievitati.

Da quanto detto finora le imprese alimentari domestiche (IAD) sono imprese a tutti gli effetti, veri e propri laboratori, ma con l’unica differenza che tutto il lavoro si svolge nella cucina di casa propria.  E come tutte le imprese hanno potenzialità, vantaggi e svantaggi.

I vantaggi sono ovviamente di tipo organizzativo: migliore gestione del tempo più flessibile senza dover rendere conto a nessuno, fare un lavoro che piace, dare libero sfogo alla creatività, sostenere spese inferiori rispetto a una classica impresa. Sono sufficienti i soldi per avviare l’attività, le materie prime e la strumentazione. Tra gli svantaggi c’è la mancanza di uno stipendio fisso, infatti come per ogni altro imprenditore il proprio guadagno dipende dalla capacità di stare sul mercato e una grossa limitazione in questo senso è il divieto di esposizione in vetrina (oltre che di somministrazione). Non esiste un laboratorio aperto al pubblico o con passaggio, e questo implica che il nostro micro imprenditore dovrà essere bravo nel gestire il suo marketing, un sito e dei profili social per farsi conoscere oltre a fidelizzare la propria clientela. Si possono però vendere i propri prodotti attraverso canali quali mercati, e-commerce e stand in centri commerciali, e i destinatari possono essere sia privati che negozi, bar e ristoranti.

Importante è sottolineare che il maggior vantaggio lo ha il consumatore. Da un punto di vista normativo, infatti, per la tutela dei consumatori la parte della casa dedicata all’attività è sempre ispezionabile dall’Asl, per verificare il rispetto delle norme igienico-sanitarie, oltre a preconfezionare, etichettare e tracciare i prodotti, specificando la provenienza di ciascun ingrediente.

Per chi fosse interessato all’argomento, ecco qualche indicazione sintetica per capire meglio cos’è e come funziona dal punto di vista giuridico ed economico una microimpresa domestica:

  • La microimpresa domestica alimentare è un’attività di lavoro indipendente.
  • La microimpresa domestica alimentare è una piccola impresa inquadrabile nel settore artigianato, se il microimprenditore svolge l’attività “in misura prevalente, anche manuale, nel processo produttivo.”
  • La microimpresa domestica alimentare è considerata attività d’impresa a tutti gli effetti.
  • La microimpresa domestica va iscritta alla Camera di Commercio.
  • Il microimprenditore da un punto di vista giuridico è un piccolo imprenditore.
  • Il fallimento per un microimprenditore è assai difficile dal punto di vista giuridico.
  • La microimpresa domestica rientra nell’attività d’impresa e non di lavoro autonomo occasionale.
  • La denominazione «piccola e media impresa» (PMI) è una classificazione di tipo economico.
  • La definizione data dal codice civile a proposito del «piccolo imprenditore» identifica uno «status» giuridico.
  • Secondo l’Unione Europea una microimpresa è definita come un’impresa il cui organico sia inferiore a 10 persone e il cui fatturato o il totale di bilancio annuale non superi 2 milioni di euro.