Alla scoperta dei Castelli Romani

By 19/10/2018Articoli, Storie

Ce piaciono li polli, l’abbacchio e le galline”: questa è solo una delle iconiche trascrizioni melodiche che fino a oggi, accompagnata dalla scarsa conoscenza di un territorio enogastronomicamente molto ricco, ha disegnato l’immagine dei Castelli Romani.

I CASTELLI

Diciassette Comuni, da Albano Laziale a Velletri, costituiscono una delle icone più importanti della storia di Roma, città della quale sono rimasti sempre un po’ all’ombra confinandosi dietro una sana altitudine, una snervante distanza e delle solide mura. C’è da dire però che la bellezza e la tradizione agricola e popolare di queste terre, con più lungimiranza e un po’ d’orgoglio, potrebbe davvero brillare di luce di propria.

Roma metropoli dalle blasonate cucine, i Castelli terre di grandi prodotti. Non è difficile immaginare chi mangia chi, o cosa.

Tant’è che i Castelli Romani sono vulcanici per natura e questa cosa, in un periodo dove il cibo diventa affermazione sociale e torna a essere ricerca di materia prima, li porta a chiedersi se la loro immagine sia solo quella riflessa in tutti quei romani che, soprattutto nei weekend, pascolano tra le colline dei borghi a caccia di porchetta e romanella.

Anche no, si potrebbe dire. Seppur di fatto intorno a quel tipo di turismo enogastronomico loro stessi ci hanno costruito un business importante. Le cose cambiano però, i tempi maturano non solo i prodotti della terra, ma anche le generazioni che la abitano. Oggi i Castelli Romani ribollono attivamente e la voglia di rompere gli schemi, valorizzando tanto le eccellenti produzioni agricole quanto le cucine che le mettono nei piatti, è tanta.

CASTELLI ROMANI FOOD & WINE

Un gruppo di ristoratori e produttori, che conta circa 50 menti attive capitanate dal piglio di Alain Rosica Matamoros – Chef e titolare del Ristorante Belvedere dal 1933 di Frascati – ha deciso di mettere in atto fattivamente un gioco di squadra virtuoso. Si chiama “Castelli Romani Food&Wine”.

Un progetto che trova naturale concepimento in quello su cui le comunità territoriali dovrebbero davvero concentrarsi: il network. Accade così che in un momento storico dove la gara nell’arrivare primi sembra essere l’unico obiettivo, cosa che rende il periodo ancor più difficile per moltissime attività, queste persone hanno scelto di unirsi. Non si inventano l’acqua calda, non rivoluzionano i Castelli Romani, ma cercano di essere uomini e imprenditori legati dallo stesso spirito, territoriale e d’impresa.

Tra i vari componenti troviamo cognomi storici di Frascati come quello di Paolo Cacciani, un’istituzione nel cuore del progetto Castelli Romani Food&Wine, che con la sua Cacio e Pepe attrae gente da ovunque; Dario Rossi che, con Greed, ha dimostrato come il gelato possa avere forme di gusto complesso nel rispetto delle materie prime selezionatissime, il suo Ricotta di pecora, fiori di zucca e alici, è stato premiato come miglior gelato gastronomico dal Gambero Rosso; Alberto Mereu di F’orme Osteria che, dopo aver lasciato le cucine dei bistrot e degli alberghi di lusso della Capitale, ha deciso di investire su se stesso e sul territorio vulcanico che lo rappresenta; Emanuele Reali di Hosteria Amedeo, che tra le curve immerse nel verde di Monte Porzio Catone ha concepito un ristorante accogliente, familiare, la cui cucina sorprende accompagnandosi a un’attenta selezione di vini naturali della zona.

INSOMMA

Sarebbe sciocco pensare che ai Castelli Romani non ci siamo posti dove poter mangiare (bene) cose diverse dalla porchetta, ma è ben augurante pensare che delle persone accomunate da passione e intenti, si riuniscano per rispettare la forte tradizione dei Castelli Romani, arricchendone l’espressione.

Se è vero che territorialmente parlando, “è meglio un buon topinambur coltivato ai Castelli, che un persico pescato nell’Atlatinco” (cit. Alain Rosica Matamoros), sempre di più le grandi cucine dei Castelli mangeranno i propri prodotti e Roma, dovrà imparare a conoscerle.

Il progetto Castelli Romani Food&Wine è valido e virtuoso, adesso c’è sperare che cresca e prenda una forma sempre più identitaria; non rimane che aspettare per seguirne le evoluzioni e sentirne parlare.

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