Coaching for hospitality, nuove professioni all’orizzonte

By 02/10/2018Articoli

“ -Dimmi François, qual è la tua filosofia della leadership, tu come ispiri la tua squadra a dare il meglio.
-Con l’esempio. Ho sempre dato l’esempio per guidarli.
-Questo è sacrosanto. Ma come fare a renderli migliori di quanto loro credono di essere. È questo che io trovo difficile. Con l’ispirazione è possibile. Ma come facciamo a ispirarci alla grandezza quando niente di meno ci può bastare? Come facciamo a ispirare quelli che ci circondano? A volte io credo che la risposta sia nel lavoro di altri”.
(Dialogo tra Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela e Matt Damon, allenatore della squadra nazionale di rugby, dal film Invictus di Clint Eastwood)

Parole che riflettono e introducono il tema del coaching per il business, attività che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede, ma forse meno conosciuta nella sua versione “for hospitality”.  Professione nata con Roberto Boccacelli, ideatore di Coaching For Hospitality, che ama definirsiuno che lavora con le persone e sulle persone”.

Per spiegare meglio il significato delle sue parole il dr. Boccacelli ci racconta la sua storia: “I miei genitori possedevano un ostello, io sono nato lì, mia madre era delegata alla cucina e mio padre era addetto alla gestione e all’accoglienza. Sono letteralmente cresciuto in mezzo agli ospiti. Per me, che vivevo nello stesso posto, era come se l’ospite entrasse in casa mia”. Da questo ricordo nasce la consapevolezza di una differenza forte e concreta tra chi fa ricettività e chi fa accoglienza. Nel suo percorso professionale, di albergatore prima e di coach per l’ospitalità poi, questa diversità, non solo concettuale ma di pratica, trova un suo peso specifico.

“Sto cercando – spiega ancora – di trasformare le aziende da strutture ricettive a strutture ospitali.  Perché il nostro lavoro non deve essere uno scambio di merce tra cliente e albergatore, ma uno scambio di relazioni umane. In fondo un hotel è fatto di persone che lavorano con altre persone, che accolgono persone”. Un concetto rivoluzionario che impone di capovolgere la visione predefinita del ruolo di formatore-allenatore da una parte e di albergatore dall’altra. Non si deve lavorare sul cosa, ma sul come. Bisogna focalizzare sui processi di genesi e sviluppo, sui percorsi, sugli strumenti che portano all’obiettivo.

Ma cosa significa veramente fare il coach per chi fa ospitalità? A quale figura ci troviamo difronte?  Il coach – spiega Boccacelli – non è un consulente che dice cosa fare e fornisce soluzioni. Non è nemmeno uno psicologo, bensì un provocatore costruttivo, colui che aiuta a tirare fuori il potenziale, aiuta un processo di produzione, lavorando sulle performance, sulla squadra e valorizzando le persone.”

Fare Coaching for Hospitality significa anche dare un sostegno al management nell’individuare lo stile di leadership da adottare per il proprio gruppo di lavoro, affinché si possa essere sempre meno capi e sempre più leader.  Come ci spiega Roberto Boccacelli, l’approccio esatto è capire che le persone non possono essere messe all’interno di un meccanismo a fare ciò che vogliamo e come lo vogliamo, hanno bisogno di coinvolgimento, di sentirsi parte del sistema, così facendo diventeranno una risorsa preziosa. E di questo sistema devono essere anche competenti e sapersi ritagliare il giusto ruolo, essere performanti, e non essere collocati casualmente a svolgere una mansione. L’inefficienza spesso deriva da questo, oltre che dalla mancanza di un’adeguata conoscenza e formazione del proprio ruolo.

Da quanto detto si intuisce che le relazioni umane, l’empatia, le emozioni sono alla base di questo lavoro, sono gli strumenti e contemporaneamente la materia. L’essere umano è protagonista, la sua espressione e comprensione diventano la leva di marketing attraverso cui proporre e valorizzare la propria struttura e il proprio marchio.  Conclude Roberto: “Grazie a Lei ho potuto fare questo!” Ecco sta qui il fattore scatenante: aiutare le persone ad essere persone migliori. Aiutando loro aiuto soprattutto me stesso e così via …sono convinto che sia il più bel lavoro del mondo”.

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