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Ottobre 2018

La Baraggia: terra di coraggio, riso e bellezza

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La poesia delle risaie

Paesaggi brulli e ordinati, vasti e regolari, immensi e coraggiosi: viaggiare alla scoperta del Piemonte può donare sensazioni riconducibili ad altri territori. Perché in principio si ha l’impressione di essere giunti in un luogo di confine, un po’ selvaggio, un po’ selvatico, un po’ abbandonato. Di quell’abbandono che però non è trascuratezza, ma libertà concessa alla natura di manifestarsi nella sua essenza.

Ci sono dei momenti nella nostra vita in cui siamo invasi dalla meraviglia. Stiamo in silenzio, e osserviamo il miracolo di una natura che con le sue voci quiete, con le sue tinte attenuate, ci fa percepire il senso di un pianeta vittorioso di bellezza e di purezza. Richiami lontani di uccelli acquatici, gracidare incrociato di rane, voci mischiate e stemperate nei colori d’acquerello, nei riflessi specchiati sull’acqua immobile.

Questo e tanto altro ci stupisce e meraviglia all’interno del paesaggio delle risaie della Baraggia, un paesaggio d’artista, una tavolozza sospesa tra trasparenze e poesia, tra campi sconfinati e colline verdeggianti di una natura primitiva. Acquerelli di una pace senza limite, fatti di una tavolozza che sfuma i colori nei suoni, le voci nel profumo dell’aria tersa.

Pace, nitidezza e lontananza fanno di quest’area del Piemonte, ai piedi delle Alpi e sopra la pianura, un territorio di invidiabile bellezza, qui dove negli ultimi due secoli portare acqua per l’irrigazione è stata una sfida eroica, eppure vincente. Eppure quel senso di selvaggio resta, è percepibile, tangibile, in alcuni tratti ricorda perfino la savana. Perché qui la coltivazione del riso si riconduce al tardo 1500 e come risultato ha prodotto il Riso di Baraggia Biellese e Vercellese DOP, primo e unico riso DOP italiano. Ma non è solo questo.

Le caratteristiche di un territorio

Da sempre il termine “Baraggia” – che individua i territori situati al confine nord-est del Piemonte compresi tra Biella e Vercelli – indica terreni argillosi poco fertili, dove è quasi del tutto assente la circolazione idrica a livello superficiale. Una zona difficile, che nel 1922 ha portato a definire tutto il comprensorio un territorio da bonificare e trasformare in luogo economicamente e socialmente di pubblico interesse. A partire da quel decreto, un percorso sempre più strutturato ha portato a costituire, a metà degli anni ’50, il Consorzio di Bonifica della Baraggia Biellese e Vercellese.

Il solo riso DOP italiano, prodotto all’interno di un territorio che è posizionato nella massima latitudine nord in cui è possibile la risicoltura; un terreno difficile, asfittico, ricco di argilla e tutto fuorché fertile che ha portato all’elaborazione di un sistema di irrigazione estremamente sofisticato, con la raccolta delle acque da Alpi e Prealpi e incanalate direttamente verso i campi: tutto ciò ha reso questo riso unico come i suoi produttori. Qui dove nel corso del tempo la gente del luogo si è inventata e reinventata più volte, e produrre questo riso significa compiere una precisa scelta, di coraggio, di forza e di enorme promozione e difesa del territorio.

Un terroir unico che produce un riso coraggioso: perché cresce su una terra dura dove l’acqua dell’irrigazione è fredda, e questo lo rende più concentrato, più tenace e in grado di mantenere più a lungo la cottura.

La coltivazione, dunque, come risultato di un grande sforzo dell’uomo, unitamente alla volontà di trasformare delle apparenti difficoltà del territorio in punti di merito, ci porta ad ammirare la bellezza di un’area ancora tutta da scoprire, di fronte alla quale il senso di meraviglia si accompagna all’immenso piacere provato nel preparare e assaggiare un riso unico nel suo genere.

White long uncooked rice on wooden spoon

BUON COMPLEANNO BERKEL: IL TAGLIO PERFETTO SI METTE IN MOSTRA PER I SUOI 120 ANNI

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Era il 12 ottobre del 1898 quando a Rotterdam Wilhelmus Van Berkel, macellaio con la passione per l’ingegneria, creò la prima affettatrice meccanica della storia. Il suo intento era quello di costruire una macchina che gli consentisse di tagliare le fette di carne senza dover ricorrere al taglio a coltello. L’intuizione geniale puntava a riprodurre meccanicamente un movimento manuale per renderlo perfetto. L’idea vincente fu usare una lama concava, che ruotava perpendicolarmente contro un piatto mobile che scorreva avanti e indietro e sul quale si appoggiava la carne o il salume da tagliare. Nacque così l’affettatrice meccanica.

Sono passati ben 120 anni da quel giorno e la sua creazione è diventata un’icona di design e di funzionamento ineccepibile. Cambiano gli accessori, ma la struttura, la perfezione meccanica del braccio, della rotazione della lama, del taglio, sono un eterno punto fermo. Stiamo parlando proprio di lei, della mitica “Volano Rossa”, la splendida affettatrice utilizzata nelle osterie, nei bistrot e nelle salumerie e che tutti vorremmo nelle nostre cucine, e magari anche nei nostri salotti, proprio come fosse un’opera d’arte da esporre. Un oggetto del desiderio che vanta centinaia di estimatori e collezionisti in tutto il mondo.

Paragonare una affettatrice ad un’opera d’arte è d’obbligo poiché il modello B114, che identifica nel tempo e nel mondo lo stile Berkel, è stata protagonista di un’originale mostra, che si è svolta dal 19 al 21 ottobre al Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano, dal titolo “Berkel 1898-2018. A Slice Odissey”, voluta dalla stessa azienda per festeggiare i suoi 120 anni.

Sei Volano B114 con il loro raffinato design vintage, la precisione tecnica e l’eccellente manifattura sono state interpretate da un artista come vere e proprie opere d’arte: pezzi unici decorati a mano che attraverso colori, simboli, motivi grafici tracciano un viaggio nel tempo lungo sei differenti ventenni dal 1898 al 2018.

Un percorso di grande intensità per i visitatori, coinvolti tra stimoli visivi, sonori e spazio-temporali ed anche estremamente simbolico, poiché ha saputo raccontare l’epopea di un oggetto quotidiano, la sua storia essenziale.  Rivoluzionario e di avanguardia ieri, vintage oggi, ma che si presenta come un mito senza tempo dal fascino intramontabile. La Berkel ha quindi superato la prova del tempo, diventando un oggetto funzionale che veste i panni del design, un esempio di intuizione, studio e artigianalità che hanno portato alla creazione di uno strumento perfetto e di un brand iconico del settore gastronomico.

La Bottarga Borealis, un dono del tempo

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L’amore condiziona i nostri comportamenti ed il nostro umore, e niente e nessuno riesce a sottrarsi alla sua forza. Neanche il merluzzo, quello nordico, lo Skrei, che da gennaio ad aprile, compie da innamorato una migrazione dal mar di Barents verso le coste della Norvegia per deporre le uova. Nel cuore del momento più freddo dell’anno, i pescatori di quei territori sfidano le gelide acque dei fiordi per catturare i merluzzi, e le loro migliori sacche ovariche sono selezionate, salate ed affidate alle cure del clima secco invernale e dei venti artici per ottenere la Bottarga Borealis.

Dopo 10-15 settimane le sacche sono pronte per essere raccolte, controllate e confezionate. Nasce in questo modo la bottarga di Merluzzo Skrei, un processo produttivo di natura artigianale che dà vita e forma all’idea di coniugare la tradizione italiana con l’aroma fresco e delicato che richiama il fascino e la suggestione della terra scandinava. Un “filiera” produttiva basata sulla volontà di ridurre al minimo l’impatto ambientale e l’intervento umano sul prodotto finito. L’essiccazione e la stagionatura si affidano alla lunga tradizione vichinga che ha reso lo stoccafisso norvegese rinomato in tutto il mondo: le baffe sono infatti lasciate seccare all’aria aperta e la loro maturazione è totalmente affidata al clima secco dell’inverno.

La nascita dell’idea

Ma come è nata l’idea di Bottarga Borealis? La molla è stata la curiosità di Jonas Juselius, finlandese appassionato di cibo e Dottore in Chimica, che dopo essere venuto a conoscenza dell’esistenza della bottarga su un blog di cucina decise di cimentarsi in alcuni esperimenti con materie prime locali, nello specifico lo Skrei. Dopo i risultati incoraggianti dei primi tentativi Jonas condivise l’idea con Joakim Wikström, svedese con un passato a 360° nel mondo della ristorazione (aiuto cuoco, sommelier etc.), che decise di lanciarsi in quest’avventura sfruttando gli studi in economia per valutare la fattibilità o meno del progetto.

Dopo essersi iscritto al Master of Science in Business Creation and Entrepreneurship, Joakim incontrò Lia Berti, Italiana appassionata di cibo, che nel 2016 impostò la sua tesi del Master sulla redazione di un business plan per la futura società. I risultati di alcune indagini di mercato sottolinearono l’interesse su un prodotto artigianale e nuovo a quelle latitudini, e nel gennaio 2017 partì la prima vera produzione con lo scopo di proporsi sul mercato internazionale, tenendo come punto di riferimento l’alta ristorazione italiana.

L’importanza del tempo

E proprio le parole di Lia riescono a descrivere meglio di ogni altra cosa il senso di questo progetto. La incontro negli studi della radio, con il suo immancabile trolley al seguito, oggetto simbolo di questo suo periodo fatto di incontri, chilometri e speranze: “un aspetto che mi sta a cuore e di cui si è parlato poco, è quello relativo alla sostenibilità, intesa come voglia di raccontare alcune caratteristiche del territorio norvegese che non si conoscono al di fuori dei confini del paese: le risorse naturali”.

La Norvegia ha da un po’ di tempo conosciuto un boom economico grazie al petrolio, ma nell’ultimo periodo l’attenzione è stata posta in particolare sulle realtà di un certo tipo, sulle piccole imprese. A Lia piace pensare che ciò che sta creando con i suoi soci non abbia solo un tornaconto economico e personale, ma possa avere anche altre applicazioni. “L’industria del pesce in Norvegia è dimensionata in un certo modo, ma ora iniziano a nascere i primi centri di raccolta più grandi che inglobano le piccole imprese. Tutto ciò va a snaturare il principio di sussistenza che sino ad oggi ha regolato questo ambito. Io spero che il nostro esempio possa permettere di dar nuova linfa alle piccole realtà locali e riuscire a farle conoscere anche in altre zone del mondo”.

Le chiedo in che modo nel progetto siano riconoscibili i contributi dei tre fondatori e Lia sottolinea come tutto sia nato di Jonas, un vero appassionato di cucina. Poi è giunto Joachim, con la sua fondamentale dose di curiosità, ed infine Lia, che ha con sé un naturale bagaglio di conoscenza sulla bottarga, prodotto icona del nostro paese, e quindi meglio degli altri può parlarne ai vari interlocutori. “È la prima volta che sento di fare qualcosa per me in modo pulito, pulito nel senso di metterci passione e voglia di fare, di crederci al 100%, mi vedo donna adulta e completa.

Ho voluto dimostrare a me stessa di saper fare una cosa nel modo migliore. Le precedenti esperienze lavorative mi piacevano ma non mi coinvolgevano come sta accadendo ora: gioisco, piango, mi spacco la schiena, devo fare altri lavori per mantenermi ma credo nel progetto, lo sento mio, nostro. Idea, curiosità, cuore, ecco cosa ha portato ognuno di noi”.

Ma dove si vede Lia tra qualche anno? “Tra 2-3 anni vedo me e Joachim continuare a lavorare sul prodotto, che deve avere una sua evoluzione, è già di grande qualità ma deve continuare ad evolvere. Spero avremo un apparato di persone più nutrito e spero non venga contaminata l’anima artigianale dell’azienda”. Non vede il loro prodotto in competizione con quello italiano, anzi spera ci si possa aiutare a vicenda, perché la loro bottarga è diversa da quella italiana. In Italia infatti quando si pensa alla bottarga si associa il prodotto a tonno e muggine, ma la speranza di Lia è che si riuscisse a creare una terza categoria.

Lia in chiusura vuole ribadire un concetto a cui tiene particolarmente, quello legato all’unicità del loro prodotto: “ciò che la rende particolare è il contesto naturale, abbinato al tempo: il tempo in chiave multipla, quello dello studio che c’è stato, quello dell’asciugatura, quello metereologico che determina tutto, in primis la durata delle stagioni. Il tempo si riflette su tutto, sulla lavorazione manuale e la sua durata. La chiave di lettura del tempo e sul tempo mi sta molto a cuore e la reputo decisiva per capire nel miglior modo possibile il nostro prodotto”.

 

Il Marchese: Amaro bar e tradizione

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Che il palato possa evolvere, è un dato di fatto. L’ho scoperto personalmente, nel corso degli anni, assaggiando ingredienti, piatti e preparazioni sempre differenti, degustando cibi crudi e cotti, prodotti del territorio e sapori della cucina etnica. Questo percorso mi ha avvicinato sempre più a tutto ciò che ha un retrogusto amaro, portandomi a cambiare in maniera sostanziale i miei gusti. Fino a poco tempo fa non amavo la birra, per non parlando di alcune tipologie di distillati o cocktail. Ma “allenare” il palato mi consente ora di non avere alcun tipo di preclusione o condizionamento quando entro in un locale.

E proprio questa evoluzione mi ha fatto leggere con particolare attenzione le informazioni che avevo ricevuto sulla una nuova apertura qui a Roma. Nel comunicato stampa si parlava di un “Amaro bar”, il primo d’Europa, con oltre 500 etichette in carta. In posto dove poter fare anche la spesa, un luogo ispirato all’omonimo film di Monicelli: “Di giorno Carbonaro, la sera Marchese”, e nel pieno rispetto della filosofia di quella pellicola, Il Marchese, osteria – mercato – liquori, di Davide Solari e Lorenzo Renzi, unisce due anime differenti che si completano in maniera ottimale. Aperto 7 giorni su 7, dalle 11.30 fino all’1 di notte, propone negli spazi di via di Ripetta la cucina di Daniele Roppo, esperienze con Arcangelo Dandini e Marco Martini, con specialità di carne, piatti a base di pesce e porzioni importanti.

L’Amaro bar, format innovativo nel nostro paese e di origine americana, pone l’amaro al centro dell’attenzione, donandogli un ruolo da protagonista. Matteo Zed, guru della miscelazione è convinto della validità del progetto, grazie all’incredibile selezione di 500 amari. E la prova d’assaggio non delude le aspettative, grazie a due cocktail molto interessanti, equilibrati, secchi ma ottimi anche per pasteggiare. La cucina è di impatto sin dagli antipasti, con una crocchetta di baccalà che conserva la piacevole consistenza del pesce, abbinata ad una crema di ceci e rosmarino, un piatto che si lascia mangiare grazie al bell’equilibrio tra i vari ingredienti. I primi sono forti, intensi, rispettano la tradizione: la mezza manica alla carbonara è cotta al dente, la crema di uova e pecorino è sapida al punto giusto, la presentazione nel padellino è un piacere per gli occhi. Il tonnarello cacio e pepe è così cremoso da far temere l’utilizzo della panna, ma il segreto è nella lavorazione fuori dal fuoco. Buon anche il tiramisù in una doppia versione, classica ed al pistacchio.

Un locale interessante, uno spazio nel quale convivono l’anima di una osteria e quella di un elegante bar, un connubio ben riuscito grazie ad alcune scelte stilistiche e di design, e ad arredi attinenti all’idea di partenza. Una cucina solida, accompagnata da cocktail raffinati. Un posto da provare.

Il Marchese. Osteria – Mercato – Liquori
Via di Ripetta 162
00186 – Roma
info@ilmarcheseroma.it
tel. 06 90218872
Aperto tutti i giorni dalle 11.30 all’1

  

Sashimi come se piovesse Pesce

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Rimedio Japan Food: Come combattere l’Hangover col Sushi

Si sa, la domenica è il giorno Signore! Quale sia il vostro lo scopriremo solo vivendoci, mentre il mio ve lo presento subitoha gli occhi a mandorla e cucina tutto il giorno, inebriando tutta Porta Portese e dintorni con il suo incredibile sushiE così, quando al sabato sera prima delle 3 di notte non siete ancora sotto le pezze, è molto probabile che vi abbia colto il raptus da ventenne universitario che vi ha portato a dar fondo ai 50-100 euro con cui eravate usciti e che, presumibilmente, vi siate bevuti anche il barista. Ma per una notte da leoni, c’è sempre un risveglio da coxxxxne. Ebbene sì, ci sono poche certezze nella vita, ed una di queste è che dopo i 30 annialzare il gomito diventa indiscutibilmente imbarazzante! Quindi bisogna correre ai ripari e trovare il giusto e personalissimo metodo per combattere l’hangover. La soluzione è semplice e si trova a via Portuense. No, no, non è un messaggio promozionale il nostro. Come al solito è pura e semplice verità, la verità di pancia, quella che muove le nostre pesanti membra ancora imbevute di gin tonic verso quel luogo in cui tutti i nostri mali verranno riposti, tra un giro di huramaki e uno di churrasco. E così, montiamo lesti in macchina e puntiamo dritto verso ChopstickNossignore! Quello di via Portuense non è come quello di viale Regina Margherita. Guai ripeterlo ancora, provare per credere!

E così, alle 19.30 siamo già lì fuori ad aspettare un cenno dall’hostess in cassa. Un gesto magnanimo che ci indichi “prego, entrate, siamo aperti”. E nonostante l’ora prematura scopriamo che non siamo gli unici ad aver individuato nel sushi uno tra i metodi più efficaci per riprendersi dal devasto del sabato notte. Il japan food è entrato di diritto nei rituali dell’italiano medio (e non) e fa parte di quel nuovo life mood che, giorno dopo giorno, vediamo anche (e soprattutto) in rete. Provate a collegarvi la domenica sera su instagram o su facebook! Sono tutti dal cinese di fiducia, o dal giapponese amico a riprender conoscenza dalla sera prima, con vagonate di sushi sashimi, che arrivano al tavolo come se dal cielo piovessero pezzi di pesce innaffiati di soia. Noi abbiamo le nostre abitudini, è vero, ma ogni tanto ci piace trasgredire e avventurarci nel magico mondo del gusto inesplorato. Così, un giorno, abbiamo provato l’insalata di mango con carote, mandorle e zenzero. E mentre godevamo con il mango, ci siamo anche piacevolmente intrattenuti con un preliminare imprescindibile: due porzioni di goma wakame (alghe), aspettando il nostro indiscusso California Ebi Temp. E tra riso bianco e torrenti di soia, ogni tanto passa un bell’ometto con lo spiedo del churrasco, perché tra un maki e un edamame, che fai non la metti una costoletta al barbecue o un bel pezzo di manzo? Che emozione l’All You Can Eat (se di qualità). Una di quelle creazioni che si aggiunge alle preziose invenzioni dell’essere umano. Uno di quei piaceri che solo raccontandolo, hai già l’acquolina in bocca. E che cosa meravigliosa è il Japan Food?

P.S.: Ognuno ha il proprio, è vero. E non sia mai trasgredire ma noi, da affamati seriali, teniamo a dirvi che a Via Portuense 76 ci abbiamo messo la bandierina. Provare per credere!

‘Colto e Gelato’: l’importanza delle materie prime

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Preparare un gelato è un’operazione semplice ma al tempo stesso complessa, perché per giungere all’atto conclusivo, l’amalgama degli ingredienti da mantecare per ottenere il goloso risultato finale, richiede un precedente lavoro molto impegnativo, con un passaggio fondamentale: la ricerca di materie prime di qualità. È questo il credo di Geppy Sfera, che sin dall’apertura della sua gelateria Strawberry Fields a Roma ha posto estrema attenzione alla selezione degli ingredienti per la creazione dei vari gusti.

Realizzare un gelato alla frutta per Geppy significa utilizzare frutta fresca di stagione, preferibilmente bio, che prende direttamente dai fornitori, come l’Azienda Biologica ‘All’Ombra del Cerro’ di Stefano Forti, situata a Moricone, in piena Sabina, territorio vocato all’olio extravergine d’oliva di qualità. Qui su uno spazio di circa 10 ettari si trovano alberi da frutto quali fichi, peri, meli, ciliegi, aranci e peschi.

Geppy Sfera ha quindi scelto di preparare i suoi gelati con frutta locale, raccolta al momento giusto e subito messa in commercio per garantirne la freschezza e le migliori caratteristiche organolettiche: mele, ciliegie, fichi e giuggiole trasformate per un prodotto “Còlto e gelato”. Ed a questa trasformazione ho potuto assistere in prima persona, trascorrendo una giornata in azienda, passeggiando tra gli alberi, cogliendo con le mie mani le mele, imparando a riconoscere quello giuste. E dopo il “lavoro nei campi”, poter scoprire l’alchimia che dà vita al gelato, la mescolanza di ingredienti, la lavorazione e naturalmente il piacere dell’assaggio. Un gusto sorprendente, una intensità di sapore che mi ha fatto tornare in mente la mela grattugiata che mangiavo da bambino.

Il gelato dall’etichetta pulita

All’impegno profuso nel bilanciamento di ogni singola ricetta e nella scelta delle migliori materie prime, si affianca la continua ricerca e sperimentazione per dare vita ad un gelato buono nel gusto, ma anche sano, digeribile e adatto a tutti. È così che Geppy, è giunto alla produzione di un gelato dall’etichetta pulita, ossia senza alcun tipo di additivo, compresi quelli sicuramente innocui, come la farina di semi carruba. In sinergia con Antonio e Gianluca Iazzetta di “Essenza gelato” e in linea con studi realizzati nel loro laboratorio di ricerca all’interno del campus universitario di Parma, Geppy Sferra ha creato un mix di fibre e proteine vegetali in grado di svolgere il ruolo di addensante e/o emulsionante, riducendo, oltretutto, la quantità di zuccheri complessivi e il relativo carico glicemico.

Volevamo a tutti i costi avere un gelato che contenesse “solo” ingredienti. E così lo abbiamo fatto. Abbiamo eliminato anche gli ultimi superstiti (farina di semi di carruba, farina di semi di guar, lecitina di girasole) e la nostra etichetta è diventata totalmente ‘pulita’. Puntando tutto sulle grandi potenzialità di alcuni particolari ingredienti nello svolgere anch’essi funzioni addensanti, stabilizzanti ed emulsionanti all’interno della miscela. E non parlo solo di proteine e fibre vegetali – già di per sé notoriamente salutari e, seppure come semplici miglioratori di struttura, già usate da tempo in gelateria – ma anche ingredienti come il baobab e il kudzu,  considerati dei veri e propri ‘superfood’ per le loro benefiche proprietà nutritive” ha dichiarato Geppy.

Il “Quality delivery” a prova di galateo

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Quante volte vi è capitato d’esser stati invitati a cena o a pranzo da amici e di esservi posti la domanda “ed ora cosa porto”? O, peggio ancora, di ricevere questo tipo di invito ma all’ultimo momento, quando non c’è più il tempo materiale per trovare qualcosa di buono o di particolare che non sia la prima bottiglia di vino al supermercato. Quesiti obbligati poiché è poco educato presentarsi a mani vuote quando si è ospiti.

Proprio da una situazione di questo tipo è nato il “Quality Delivery” di Cosaporto.it: una sera Stefano Manili e sua moglie Mariachiara, professionisti nel campo dell’on-line e appassionati gourmet, si sono trovati in ritardo per una cena e dinanzi alla possibilità di acquistare a malincuore un triste mazzo di fiori hanno pensato “basta, facciamolo noi”.

Un’intuizione nata da un’esigenza, con lo scopo ben definito di fornire un’immediata e semplice soluzione a tutte quelle persone che, pur avendo poco tempo o poche idee, non volevano rinunciare a fare bella figura nelle occasioni importanti. Da questa “domanda” è arrivata la risposta, fornita da un team di giovani imprenditori capitanati da Stefano Manili, che nel 2017 a Roma ha lanciato il primo servizio di Quality delivery online d’Italia, sbarcato anche, da meno di un mese, a Milano e che è atteso a Torino entro la fine di ottobre.

I numeri del primo anno hanno confermato la validità dell’idea di partenza, come spiega Dario Scacchetti, Executive Manager di Cosaporto.it: “Oltre tutte le aspettative abbiamo registrato un tasso di crescita del 300% e una fidelizzazione del cliente, che ritorna dopo il primo acquisto; ben il 10% dei clienti ha fatto più di 20 acquisti in un anno e tende anche ad aumentare la spesa media: questo è un buon segnale per noi perché significa che il servizio piace e funziona”.

Dando un ulteriore sguardo ai numeri si è potuto notare come il target di Cosaporto.it sia composto per il 70% da donne, con una importante fetta costituita da mamme e lavoratrici dai 30 ai 55 anni, con poco tempo a disposizione a causa del doppio “ruolo” che svolgono nel quotidiano. La tipologia di richieste? Quanto mai ricca, differenziata e personalizzata (come le 300 ciambelle da recapitare ad Autostrade Italia per il raggiungimento di un importante obiettivo aziendale).

L’idea che c’è dietro a questo progetto non è l’unico elemento vincente, perché anche il concept ha contribuito alla forte crescita del servizio, anche perché non siamo dinanzi ad un semplice servizio di consegna a domicilio, ma di un qualcosa di più: “Selezioniamo solo le proposte dei migliori negozi della città, ai quali affianchiamo un servizio adeguato agli alti standard del prodotto, garantendo puntualità e modalità di consegna attente alle necessità del cliente. Quindi qualità senza compromessi abbinata alla comodità, semplicità e personalizzazione” afferma Mariachiara Barbera.

La qualità e l’eccellenza del prodotto quale elemento chiave per individuare i criteri di selezione dei partner di Cosaporto. Collegandosi al loro sito si può trovare ogni tipo di offerta, dall’alta pasticceria alla gelateria gourmet, dal “flower design” ad oggetti per la casa, fino alle più prestigiose etichette di vino. I marchi presenti su Cosaporto? Tra i migliori della capitale, e sicuramente quelli che godono di un riconoscimento di eccellenza condiviso, non tanto dato dalla notorietà quanto dalla originalità, artigianalità e la qualità delle materie prime. Ma la vera chicca è la personalizzazione dei prodotti, pensati e realizzati per Cosaporto in base alle esigenze dei clienti: il vero senso del Quality Delivery.

Alla scoperta dei Castelli Romani

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Ce piaciono li polli, l’abbacchio e le galline”: questa è solo una delle iconiche trascrizioni melodiche che fino a oggi, accompagnata dalla scarsa conoscenza di un territorio enogastronomicamente molto ricco, ha disegnato l’immagine dei Castelli Romani.

I CASTELLI

Diciassette Comuni, da Albano Laziale a Velletri, costituiscono una delle icone più importanti della storia di Roma, città della quale sono rimasti sempre un po’ all’ombra confinandosi dietro una sana altitudine, una snervante distanza e delle solide mura. C’è da dire però che la bellezza e la tradizione agricola e popolare di queste terre, con più lungimiranza e un po’ d’orgoglio, potrebbe davvero brillare di luce di propria.

Roma metropoli dalle blasonate cucine, i Castelli terre di grandi prodotti. Non è difficile immaginare chi mangia chi, o cosa.

Tant’è che i Castelli Romani sono vulcanici per natura e questa cosa, in un periodo dove il cibo diventa affermazione sociale e torna a essere ricerca di materia prima, li porta a chiedersi se la loro immagine sia solo quella riflessa in tutti quei romani che, soprattutto nei weekend, pascolano tra le colline dei borghi a caccia di porchetta e romanella.

Anche no, si potrebbe dire. Seppur di fatto intorno a quel tipo di turismo enogastronomico loro stessi ci hanno costruito un business importante. Le cose cambiano però, i tempi maturano non solo i prodotti della terra, ma anche le generazioni che la abitano. Oggi i Castelli Romani ribollono attivamente e la voglia di rompere gli schemi, valorizzando tanto le eccellenti produzioni agricole quanto le cucine che le mettono nei piatti, è tanta.

CASTELLI ROMANI FOOD & WINE

Un gruppo di ristoratori e produttori, che conta circa 50 menti attive capitanate dal piglio di Alain Rosica Matamoros – Chef e titolare del Ristorante Belvedere dal 1933 di Frascati – ha deciso di mettere in atto fattivamente un gioco di squadra virtuoso. Si chiama “Castelli Romani Food&Wine”.

Un progetto che trova naturale concepimento in quello su cui le comunità territoriali dovrebbero davvero concentrarsi: il network. Accade così che in un momento storico dove la gara nell’arrivare primi sembra essere l’unico obiettivo, cosa che rende il periodo ancor più difficile per moltissime attività, queste persone hanno scelto di unirsi. Non si inventano l’acqua calda, non rivoluzionano i Castelli Romani, ma cercano di essere uomini e imprenditori legati dallo stesso spirito, territoriale e d’impresa.

Tra i vari componenti troviamo cognomi storici di Frascati come quello di Paolo Cacciani, un’istituzione nel cuore del progetto Castelli Romani Food&Wine, che con la sua Cacio e Pepe attrae gente da ovunque; Dario Rossi che, con Greed, ha dimostrato come il gelato possa avere forme di gusto complesso nel rispetto delle materie prime selezionatissime, il suo Ricotta di pecora, fiori di zucca e alici, è stato premiato come miglior gelato gastronomico dal Gambero Rosso; Alberto Mereu di F’orme Osteria che, dopo aver lasciato le cucine dei bistrot e degli alberghi di lusso della Capitale, ha deciso di investire su se stesso e sul territorio vulcanico che lo rappresenta; Emanuele Reali di Hosteria Amedeo, che tra le curve immerse nel verde di Monte Porzio Catone ha concepito un ristorante accogliente, familiare, la cui cucina sorprende accompagnandosi a un’attenta selezione di vini naturali della zona.

INSOMMA

Sarebbe sciocco pensare che ai Castelli Romani non ci siamo posti dove poter mangiare (bene) cose diverse dalla porchetta, ma è ben augurante pensare che delle persone accomunate da passione e intenti, si riuniscano per rispettare la forte tradizione dei Castelli Romani, arricchendone l’espressione.

Se è vero che territorialmente parlando, “è meglio un buon topinambur coltivato ai Castelli, che un persico pescato nell’Atlatinco” (cit. Alain Rosica Matamoros), sempre di più le grandi cucine dei Castelli mangeranno i propri prodotti e Roma, dovrà imparare a conoscerle.

Il progetto Castelli Romani Food&Wine è valido e virtuoso, adesso c’è sperare che cresca e prenda una forma sempre più identitaria; non rimane che aspettare per seguirne le evoluzioni e sentirne parlare.