Monthly Archives

Settembre 2018

Pennestri: andare in trattoria non è mai stato così bello

By | Articoli, Recensioni | No Comments

Trattoria Pennestri – Forse è un caso che questo posto si appelli a trattoria, forse invece è stata una scelta consapevole dei due proprietari, Tommaso Pennestri e Valeria Payero. Due persone incredibilmente accoglienti, proprio come il loro locale, che hanno voluto regalare a questa concezione di servizio il fascino antico di una Roma conviviale.

IL LOCALE

Siamo in zona Ostiense, a Roma, precisamente in via Giovanni da Empoli 5. Un quartiere da sempre attento all’offerta d’intrattenimento serale, che negli ultimi anni sta crescendo anche in quella ristorativa e non è un caso se entrando dalle porte rigorosamente a vetri e legno di questa trattoria, ci si ritrova catapultati in un luogo avvolgente, caldo, dagli arredi ricercati e dal fascino internazionale.

Valeria ha origini argentine, Tommaso per metà danesi, entrambi hanno deciso di scommettere su una romanità acquisita con alle spalle esperienze che vantano nomi importanti. Quadri, tavoli, sedie e fiori che ti accolgo facendoti sentire a casa, tra colori caldi e una selezione musicale piacevole che diventa invadente solo quando il locale si riempie e le voci delle persone la disturbano.

DALLA DISPENSA

La carta dei vini è ricercata, con un’attenzione spinta all’autoctono e al naturale, con esclusive produzioni biologiche e una prevalenza di etichette laziali. Poche bolle ma buone, tra i bianchi spiccano dei non filtrati e decise sapidità, mentre i rossi, tutti di medio corpo, rappresentano l’offerta equilibrata anche in rapporto qualità/prezzo di tutta la lista. Non manca qualche birra artigianale per gli appassionati.

Offrendo una selezione di piatti mai scontati e concepiti sul naturale principio delle stagionalità, il menu di Trattoria Pennestri è davvero divertente. Il principio è quello di una cucina semplice, ma gustosa, affidata molto ai sapori delle materie prime selezionate e messe insieme con creatività. Silvano e Jessica giocano con la sapidità degli alimenti, creando piatti che lasciano il palato pieno e con poche spigolature nell’amalgama degli ingredienti.

Potete aprire il pasto con un Pane e caprino, zuppa di cocomero e fichi, proseguire con Chitarra alla carrettiera con zucchine, guanciale e colatura o una classica carbonara, passare per delle Animelle impanate ai grissini, foglie e nocciole, semi e yogurt e concludere degnamente con una crostata di visciole.
Antipasto, primo, secondo e dolce; come la tavola vuole.

Se dovessimo caratterizzare questo posto con due parole, le prime scelte sarebbero accoglienza e attenzione, che in qualche modo coincidono, ma che del resto si completano se le si lasciano spaziare dagli ambienti alla cucina.
Una trattoria informale, ma estremamente attenta a un senso estetico ricercato, dai sapori semplici e decisi. Due padroni di casa eccellenti. La tradizione vista da una cucina non tradizionale, per 52 coperti. Consigliato.

Trattoria Pennestri
Roma // Via Giovanni da Empoli 5 // 065742418
Lunedì chiuso // mar-gio 19-23 // ven-dom 12-15 e 19-23
Consigliata prenotazione.
www.trattoriapennestri.it

Radio Food Live: i podcast della prima settimana

By | Articoli | No Comments

Sono disponibili sul nostro canale MixCloud i podcast di tutte le trasmissioni della prima settimana di programmazione di Radio Food Live

Radiocronache di birra con Salvatore Cosenza e Andrea Turco

Identity con Giusy Ferraina

Pizza on the Road con Tania Mauri e Luciana Squadrilli

Vino.TV con Chiara Giannotti

Thelma & Louise con Chiara Magliocchetti

Pure Body Roma con Danilo Amato

Heart Rome con Maria Pasquale

Mangio Tutto, però con Luca Sessa

Coming Out con Andrea Febo

Sweet Side con Federico Cari

La Torta delle Feste

By | Articoli, Storie | No Comments

Da Regoli poche regole: Crema Chantilly e Fragoline di Bosco sono il binomio perfetto!

Immaginate uno di quei classiconi in celluloide che tutti hanno visto e di cui conoscono le battute a memoria. Uno di quei film che hanno fatto epoca, tipo “Una Poltrona Per Due” trasmesso su Italia1 ogni Vigilia di Natale dal 1997 in poi… Ecco, la Torta delle Feste è più o meno così! Una sicurezza. Una coccola inaspettata. Una certezza in un mondo decisamente incerto. Quando alla fine dell’interminabile pranzo domenicale, sei pronto ad alzare bandiera bianca e a chiedere aiuto boccheggiando e muovendo un dito solo per indicare la bottiglia dell’Amaro del Capo, alle tue spalle arriva il cartone blu delle meraviglie. Una scatola con il manico in cima che si usa per portare in giro i dolci dalle pasticcerie alle tavole di tutta la città. Cartoni più o meno colorati, spesso sostituiti in epoca più contemporanea da quelle stilosissime scatole bianche very american style. Dimenticate i bianchi contenitori super cool e focalizzatevi su una domenica come tante, dopo aver consumato il difficile pranzo dalla suocera al termine del quale non può non esserci che lei, la torta crema chantilly e fragoline di bosco, la cui accoppiata richiama rituali lontani e abitudini primordiali.

Quella di cui vi raccontiamo oggi ha una provenienza lontana nel tempo, la sua ricetta infatti risale al lontano 1916. In pratica prima c’è la pubblicazione della Teoria della Relatività di Einstein e subito dopo a Via dello Statuto aprono la Pasticceria Regoli. Questi sono i due eventi più importanti di quel primo novecento e fatichiamo ancora a comprendere come la teoria di Einstein possa essere considerata più importante della torta di Regoli. In fondo c’è della sincera fisica applicata nel capire come quelle fragoline si reggano sulla soffice e setosa crema chantilly.
Un binomio perfetto che la Pasticceria nei pressi di Santa Maria Maggiore onora con grande impegno, celando indubbiamente un segreto di fattura. Perché non v’è alcun dubbio, di segreto deve trattarsi! Altrimenti chiunque la farebbe così, con quei 4 cm di crema dolce e giustamente corposa, smorzata dal leggero aspro delle fragole di bosco, per non parlare poi di quando i denti incontrano e si scontrano con la frolla. Se la perfezione fosse di questo mondo, la frolla di Regoli sarebbe considerata la tangibile espressione della ponderatio e Winkelmann, invece di scrivere trattati sul Doriforo di Policleto, si prodigherebbe in lunghe stesure di encomio alla fragranza di quella benedetta frolla. Un morso e vi cambia la giornata.
Arrivati a questo punto non ci resta che indicarvi dove. Il come mangiarla, lo lasciamo scoprire a voi. L’importante è che sia con amore!

Pasticceria Regoli, come e dove trovarla: sito ufficiale

La Wagyu e il senso di un gesto

By | Storie | No Comments

C’è questa convinzione che l’oriente abbia a che fare con una certa idea di bellezza: le bacchette, gli inchini, la cura del gesto. Che poi dire l’Oriente non è che abbia molto senso, ma tant’è. Si tratta di quel modo vago che abbiamo di creare delle distinzioni. Una cosa tipo a sinistra la legalizzazione delle droghe leggere, a destra il proibizionismo. Si tratta di quella corretta dose di infondato che serve per stare al mondo. Una cosa certa però c’è: in quell’idea di bellezza, c’è tutto il Giappone.

È una cosa un po’ diversa dall’idea che ne abbiamo noi occidentali. Una cosa diversa, per dire, dalla Cappella Sistina, e che sintetizzerei così: fare bene un gesto.

 Wagyu: l’alta cucina che parte dalla lattina

 La carne Wagyu. Letteralmente «Bovino» (gyu) + «Giapponese» (wa). Filologicamente parlando, traducente italiano di wa sarebbe «pace, armonia». La sovrapposizione è allora evidente e manifesta la vera anima nazionale. 1877, l’anno in cui aprono 558 ristoranti di gyunabe – una zuppa contenente manzo – determinando una vera e propria moda culinaria. Un’esplosione di carni e liberismo. Un animale che fino ad allora era stato protetto – indispensabile nel lavoro dei campi e custodito per motivi religiosi – diventa il simbolo dell’apertura culturale dell’intera nazione. Il segnale dell’avvenuta modernizzazione di tutto lo stato.

Un po’ come poi è accaduto con la storia dell’italiano, del post-guerra e dell’alfabetizzazione attraverso la televisione, la diffusione del manzo si deve alla lattina. Il bolllito di manzo yamato in lattina, buono ed economico, veloce e appagante. Il sogno di un laico godimento a portata di mano. Ma è certo, la preparazione della wagyu, una carne che arriva a costare anche 1000 euro al Kg, oggi non è roba da lattine.

La Griglia: una questione di rango

Anche solo tagliarla richiede precisione, fermezza ed eleganza. Vedere compiere quel gesto da uno dei migliori chef del mondo, è qualcosa di più di un semplice atto preparatorio. Come a dire: per creare qualcosa, ti servono regolo ferree. Già, il potere della griglia. Sarà per questo che il Ministero dell’Agricoltura, delle Foreste e della Pesca ha fissato una normativa commerciale, valida su territorio nazionale, secondo la quale i commissari dell’Associazione Giapponese per la Valutazione della Carne valutano uno ad uno i campioni secondo due criteri:

  • Livello di qualità della carne: il voto oscilla da un minimo di 1 a un massimo di 5 in base alla marmorizzazione del grasso (sashi), al colore, alla lucentezza, alla consistenza sia del grasso sia della carne.
  • Livello di tasso produttivo: si valuta la quantità di carcassa che diventa carne. La scala di valore va da A a C. La combinazione dei due fattori ne determina il rango.

80°C (176°F)

Ottanta gradi, l’acme del gusto, il massimale della percezione, il dispiegamento di tutto il potenziale segreto della Wagyu. Perché se vuoi davvero assaporare il suo aroma retronasale – si consiglia di mangiarlo tappandosi le narici – è a questa temperatura che dovrai portare la carne. Tra l’altro, questa è la gradazione ideale per il sukiyaki, una serie di fettine di manzo, tofu e funghi shiitake, bolliti tutti in una pentola – ma va bene anche una padella – in una miscela di salsa di soia e zucchero.

Il sapore è quello pulito delle cose ben fatte. Non è tanto la tanto decantata morbidezza, quel “si scoglie in bocca” che va bene pure per i gianduiotti. È proprio che mangi qualcosa che ha dei confini ben precisi, una trasparenza dei sapori, una eterea e anticontaminante bontà.

Un’altra via

Poi ecco, non è che devi sempre stare ad aspettare gli 80 gradi. Puoi mangiarla anche arrostita appena in padella, marinata in aceto e condita con soia e Wasabi. Il tataki. Il risultato è spaesante. Già solo a vederlo, capisci che una roba così viene non soltanto da un altro continente, ma da un altro modo di pensare.

Si tratta, credo, in buona sostanza di quel che ha affascinato Alexandre Kojève. A metà degli anni ’30, il filosofo franco-russo aveva ereditato la cattedra di Koyré. A seguirlo, Jacques Lacan, Raymond Queneau e Georges Bataille. Cioè: uno tra i più grandi psicanalisti del novecento, uno tra i più grandi scrittori e uno tra i più grandi filosofi. Tutti lì per sentire la sua teoria sulla fine della storia, messa nero su bianco in due note alla sua Introduzione alla lettura di Hegel.

Secondo Kojève vivremo ormai noi tutti all’interno di un’epoca post-storica perché la Storia, cioè l’epoca delle grandi narrazioni e delle battaglie cruente, in altre parole la storia della Libertà, è ormai conclusa e quel che sta accadendo è una ri-animalizzzione dell’essere umano. Eppure, esiste un’eccezione: il Giappone. Dove l’oblio del senso dell’uomo e della Storia, secondo il filosofo franco-russo, è stato mitigato dalla forza del rito, in grado di preservare le vestigia dell’umano. Il simbolo, seppure svuotato di contenuto, ne preserva l’essenza. Il modo in cui si versa del thè, il gusto per la simmetria, i tempi con cui si calcola un taglio perfetto. In altri termini, il rituale conserva il Senso.

Pensi al Giappone e ti viene in mente una lista di cose: i pozzi di Naoko in Norwegian Wood, l’immaginario dei manga, la geometria colorata del sushi e la leggerezza della carne Wagyu. Pensi alla distinzione tra jun bungaku (alta letteratura) e taishū bungaku (bassa letteratura), che lo stesso Murakami ha contribuito a dissolvere. Pensi ai samurai e alla Katana. Pensi agli ultracentenari di Okinawa e pensi alle ceramiche.

Pensi al Giappone e pensi soltanto ad una cosa: fare bene un gesto.

Se ne dicon di parole

By | Storie | No Comments

Quante parole pronunciamo durante una giornata? Quante ne pensiamo? Quante parole usiamo e leggiamo in rete, quante sarebbe meglio tacere?

Le parole sono importanti, sono loro a formare le storie che ci piace tanto raccontare e ascoltare. Con le parole facciamo innamorare, diamo forma ai nostri pensieri, ai desideri, ci raccontiamo, costruiamo visioni, trasmettiamo conoscenza e a volte, ultimamente troppo spesso, offendiamo, calunniamo, addirittura uccidiamo. Sono le cosiddette “parole ostili”, quelle parole che fanno male e che sono additate come altamente dannose.

Parole O_stili è anche un progetto, nato nel 2017, che corre l’obbligo di raccontare e farvi conoscere. Uno di quei progetti sociali – necessari aggiungiamo –  di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole.

Dietro Parole O_stili c’è la mente di Rosy Russo, esperta di comunicazione, formatrice, abitante e professionista della rete che ci fa notare subito: “ciò che pensiamo sia un mondo virtuale è diventato reale, la rete è vita reale e non può essere pensata come qualcosa di parallelo. Lo predica il primo punto del nostro manifesto: “virtuale è reale, dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.” Non si può pensare di essere liberi sui social di sputare odio e ostilità sulle persone, di offendere per imporre il proprio pensiero. Ecco perché dobbiamo usare bene e consapevolmente le parole, sia nel mondo reale sia in Rete”.

Questo è ciò che accade oggi con maggiore frequenza. Bisogna capire, infatti, che i social non sono dei “non luoghi”, ma veri e propri punti di incontro che viviamo quotidianamente e come ogni luogo condiviso ha bisogno di regole di comportamento. Sono dei mezzi di connessione e condivisione, che hanno un grande potere e che regalano opportunità di crescita, di lavoro, di relazione.  Se guardiamo con più attenzione a quanto accade sulle nostre bacheche di Facebook vedremo un exploit di opinioni e teorie, di dissensi, di imposizioni delle visioni altrui fatte con forza e cattiveria, come se fosse un atto dovuto. Da quest’analisi prende forma il progetto Parole O_stili, che nasce dall’esigenza chiara di un ordine e di un’educazione all’utilizzo e allo stile delle parole.

Ma veramente dobbiamo per forza dire tutto ciò che pensiamo, dobbiamo per forza prendere posizione? Alle volte il silenzio sarebbe più efficace e sicuramente più educato.  Ci risponde Rosy Russo: “dovremmo responsabilizzarci, scegliere con cura le parole, capire quanto sono importanti e a quali conseguenze drammatiche possono portare. Proprio per questo motivo abbiamo voluto far arrivare il progetto all’interno delle scuole o della politica, ambiti questi nei quali si assiste a guerre verbali, dove le parole servono per distruggere l’avversario”.

Dal semplice commento alla recensione, dall’intervento nei forum ai post sui social ovunque si percepisce assenza di rispetto. E invece il rispetto va preteso, evitando di cadere e scadere in casi estremi come per esempio il cyber bullismo, emblematico per capire a cosa le “cattive parole” possono portare.

All’origine di Parole O_Stili c’è il contributo di circa 300 professionisti della comunicazione d’impresa e della comunicazione politica, insegnanti, imprenditori, influencer, blogger: persone diverse e appassionate, che condividono la volontà di rendere la Rete un luogo migliore, meno violento, più rispettoso e civile. Queste hanno contribuito alla stesura del manifesto, il manifesto della comunicazione non ostile, tradotto in 20 lingue e composto da dieci punti, che viene proposto su quattro ambiti di azione come la scuola, le aziende, la politica e la pubblica amministrazione. Un decalogo che dovrebbe essere come il vangelo per chi fa comunicazione, chi lavora in rete, chi lavora con le parole.

Leggi e scarica il manifesto di Parole O_stili

Xyauyù Kioke, un progetto di condivisione culturale

By | Storie | No Comments

Definirla una birra, è semplicemente riduttivo. Perché Xyauyù Kioke è in realtà un progetto di condivisione culturale: l’arte di produrre birra artigianale e l’arte di produrre salsa di soia artigianale. La Xyauyù di Baladin dopo una fermentazione ed una maturazione di oltre 18 mesi viene affinata “a cielo aperto” in una botte di Kioke per ottenere un profilo aromatico unico ed originale.

Ma per capire bene cosa ha spinto Teo Musso, patron del birrificio Baladin, a volersi cimentare con questo nuovo progetto, occorre fare un passo indietro. Tutto ha inizio infatti nel 2015, quando la botte di Kioke (botte priva di chiusura, in legno di Cipresso, prodotta in Giappone, nell’isola di Shodo da Yasuo Yamamoto (Yamaroku Shoyu) in cui fermenta la soia) venne spedita in Italia per essere esposta in una mostra a Milano in concomitanza con l’esposizione universale EXPO.

Questa grande botte di legno doveva essere un simbolo per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della produzione tradizionale artigianale della salsa di soia attraverso l’uso di botti in legno per la fermentazione. In Giappone infatti solo 1% del mercato della salsa di soia utilizza tecniche di fermentazione in legno, superato, nell’uso, dai tini in acciaio. Il promotore era l’artigiano Yasuo Yamamoto che sosteneva con convinzione che la salsa di soia prodotta in legno possedesse caratteristiche organolettiche uniche. La famiglia di Yamamoto, produttrice di salsa di soia da 5 generazioni, utilizza la tecnica tradizionale, il cui procedimento prevede l’uso di grandi botti “Kioke” che però per mancanza di utilizzo non sono più state prodotte da diversi anni. La loro longevità (fino a 150 anni) ha garantito alla famiglia Yamamoto di proseguire nella produzione ma con un inevitabile fine del processo in futuro a meno di non produrne di nuove.

Yasuo Yamamoto decise quindi nel 2013 di apprendere l’arte di produrre le botti per poterla tramandare alle generazioni future: tramandare conoscenza per preservare la tradizione. La produzione delle botti di Kioke sta infatti scomparendo in Giappone e per mantenere viva la tradizione Yamamoto ha deciso di iniziare a produrle nel suo laboratorio con l’intento di sensibilizzare i colleghi e i bottai. Il binomio tra Baladin e Yamamoto ha dato vita ad una birra che vuole essere veicolo di condivisione di questo tema assolvendo ad un compito fondamentale di un prodotto artigianale: raccontare attraverso l’emozione e la condivisione.

Rokko, il miglior ristorante giapponese, con due K

By | Recensioni | No Comments

Che poi, vista la fine del triatleta Jaroslav Bobrowski – cacciato da un ristorante sushi all you can eat per aver mangiato troppo – non puoi neanche più stare lì sventolare la bandiera del «però qui mi finisco tutto il locale» perché capace che poi ti mettono alla porta. A dirla tutta poi non è stato nemmeno l’unico. È accaduto anche, per esempio, alla famigliona in Florida (erano in sette) che ha mangiato un numero imprecisato di chele di granchio. Niente più scuse, vendica anche tu il povero Bobrowski: sushi no stop banned.

Però poi si pone il problema. Dove mangiare un gran sushi alla carta?

Se sei di Roma è molto facile: Ristorante Rokko.

È meglio chiarirlo subito. Rokko, con due K. E no, non si tratta nemmeno del gestore che viene dal sud e apre il ristorante esotico. Rokko, come il monte che sovrasta Kobe, dove è nato il padre di Hiroko, l’elegante proprietaria che gestisce il locale insieme al marito e allo chef Takehisa Haraguchi. Molti anni fa stava in quella salitella dietro piazza Barberini, oggi a passeggiata di Ripetta, subito dietro via Angelo Brunetti.

E poi c’è una cosa. Rokko è uno di quei posti che se non fosse stato un ristorante, sarebbe stato un negozio di vestiti. Sicuro. Del tipo d’alta moda ma senza sbandierarsi troppo. Uno di quelli che in un piccolo paese tutti avrebbero chiamato solo per nome. L’impressione ce l’hai da subito. Le sedie sono nere, hanno uno schienale enigmatico (hanno vinto un premio di design) e le vedresti nella sala riunione di Bang and Olufsen. I tavoli, molto più tradizionali, di un legno chiaro con una lastra di vetro sopra piccoli sassolini bianchi. Proprio quelli con cui ci giocheresti a Go. In fondo alla sala, la vetrata su un piccolo giardino zen.

Ma è quando li vedi per la prima volta, che te ne accorgi. Quei piccoli oggettini colorati non li diresti nemmeno nigiri. E te ne convinci. Soltanto un uomo con le mani da sarto, può averli preparati. Non è soltanto per la forma. È proprio che ogni sapore è trasparente e ha un suo perimetro preciso, chiaro. Ha un suo posto, ecco. Come un bottone. Prima il gambero crudo, lucido e pulito. Poi il salmone, che delegittima il classico sapore di sake e riesce, così, a stupirti proprio sul terreno più battuto. E infine l’unagi. Ecco, l’unagi. La selezione che ne sta a monte (tra i due tipi, comprare quello più costoso) l’altezza della carne (proprio in termini di centimetri), l’attenzione nel grado di cottura.

Da Rokko ci vai e poi ci torni. E poi ci ritorni. Perché questa cosa qua non è improvvisazione. Ma arriva da chi ha il massimo controllo dei propri gesti.

Da Rokko ci vai e poi ci torni. E impari una cosa.

Un piccolo e lillipuziano nigiri. Fallo bene, fallo meglio che puoi, impegnati tutta la vita per farlo meglio degli altri. E quando ci sarai riuscito, avrai fatto qualcosa che ha avuto un senso.

Identity: idee, brand e storie da raccontare

By | Storie | No Comments

In ogni angolo di mondo c’è una storia da raccontare. Ogni persona o cosa rappresenta una storia e l’uomo sin dalla sua nascita è un essere narrante, il racconto è la sua forma espressiva e non può farne a meno. Dal topico “c’era una volta” al “correva l’anno…” c’è dentro di noi il continuo bisogno di raccontare o di ascoltare delle storie.  Queste le troviamo ovunque: in un quadro, in una foto, nel cinema o nella pubblicità, le troviamo nei romanzi, nelle chiacchiere al bar o dal parrucchiere, sui giornali, nei piatti dei grandi chef e in ogni prodotto che compriamo e consumiamo.

Le storie ci accompagnano e questo il marketing lo sa bene, tanto da prendere in prestito le teorie di Vladimir Propp sulla morfologia della fiaba e applicarle alla costruzione degli spot pubblicitari e imporre l’assioma dello storytelling e del content marketing con l’avvento del web 2.0.

Non c’è mercato senza contenuto da dare agli utenti, non c’è contenuto senza una storia forte da condividere con i lettori. Una storia in cui riconoscersi e ritrovare valori e idee, una storia da condividere e da fare propria, una storia con cui creare identità. A questo punto il gioco è fatto, la storia del prodotto e del marchio diventa la nostra storia e noi siamo e vogliamo quel prodotto e quel marchio. Questa è un po’ la sintesi estrema di svariati manuali di marketing, che racchiude una grande verità: il fascino della “fabula”, la forza della narrazione che vive nella forma.

Su RadioFood.it racconteremo delle storie, ma non quelle con riferimenti a fatti e persone puramente casuali, tutt’altro. Parleremo di persone vere, fatti e progetti che generano l’identità di un marchio, di un brand, perché vogliamo raccontare il lavoro, come forma creativa e modellante di un’intuizione che diventa azienda. Cercheremo di indagare nel mondo delle piccole e medie imprese del food e della ristorazione, e non solo; parlare con manager, marketer e amministratori, carpire strategie; dialogare – magari davanti a un bicchiere di vino – con chi dentro un’azienda ci è nato e poi decide di trasformarla completamente o con chi insegue una passione e da questa dà forma al suo lavoro, creando qualcosa di grande e di successo.

Identity, storie di brand & business, rubrica puntuale del magazine sarà la voce di chi vuole condividere con i lettori il suo “c’era una volta”, la strada intrapresa, l’avventura, il divertimento. Dialoghi informali ed interviste piene di curiosità percorreranno le linee creative che hanno portato un’idea a diventare un vero e proprio brand di successo. Perché dietro ogni marchio c’è una storia da raccontare, una vera avventura da vivere.