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Tiziano Dallago

Sale Rosa

Il Sale rosa, benefico o ingannevole?

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Il Sale rosa. Uno degli alimenti più in voga negli ultimi anni. Sempre più consumatori lo cercano e molti ristoratori sono da tempo attrezzati per servirlo ai clienti accanto all’olio, al posto del comune sale da cucina. Ma qual è la differenza tra il sale comunemente utilizzato e quello rosa?

Le caratteristiche del sale rosa

Il sale da cucina, quello che tutti conosciamo e utilizziamo frequentemente, è ottenuto da giacimenti di terra ed è composto da cloruro di sodio al 97% circa. È un tipo di sale molto raffinato, che viene separato da tutte le impurità grazie a numerosi processi di raffinazione. È per questo che presenta un colore bianco decisamente acceso.

Il sale rosa, o meglio conosciuto come sale dell’Himalaya, viene estratto nella miniera di sale di Khewra, in Pakistan. Si evidenzia subito quindi che si tratta di un prodotto che percorre migliaia di km prima di arrivare sulle nostre tavole. Non che si tratti di qualcosa di obbligatoriamente negativo, anzi. I consumatori però sono sempre più attenti alla provenienza degli alimenti e ancor di più a tutti i processi che percorrono prima di arrivare sugli scaffali dei più vicini alimentari o supermercati, perciò è sempre opportuno sottolineare questi dettagli.

Colorazione e composizione

La colorazione di questo sale deriva dalle impurezze di cui è composto al momento dell’estrazione, che vengono poi mantenute anche durante il trasporto e il consumo. Sono specifici elementi chimici a determinarne la sfumatura rosea. In particolare, troviamo metalli come zinco, manganese, rame, ferro, nichel, piombo e alluminio. Si tratta di elementi che possono arrivare, complessivamente, a comporre tra il 2 e il 5% delle molecole di cui è composto il sale rosa. Il restante 95-98% è formato, come nel comune sale da cucina, da cloruro di sodio.

E quindi come si può utilizzare il sale rosa? Costa di più e ha pure lo stesso contenuto di sodio, di cui “tutti” sostengono fortemente che può essere pericoloso per l’organismo. Calma, analizziamo con ordine perché acquistare del sale rosa e introdurlo nella propria tavola può essere positivo.

Le proprietà nutrizionali

Innanzitutto, è classificato come il più puro tra i sali in commercio. Non viene infatti sottoposto a trattamenti di raffinazione, ma subisce solamente inevitabili processi di estrazione e pulizia. Il sale marino, ad esempio, viene trattato con diverse sostanze chimiche, complice il sempre più allarmante inquinamento dei mari.

Per quanto riguarda le proprietà nutrizionali, gli elementi sopra citati come zinco, rame e ferro fanno parte dei micro-nutrienti di cui il corpo umano necessita giornalmente. È inoltre un sale che l’organismo è in grado di assimilare piuttosto velocemente e quindi risulta utile in termini di digestione.

Al di là di questi aspetti, che possono soggettivamente interessare o meno lettori e consumatori, arriviamo al punto. È utile in cucina o la differenza con il sale comune non si avverte?

Gli utilizzi

Personalmente l’ho trovato piuttosto utile. È meno “invadente” del comune sale da cucina e permette agli alimenti di esaltarsi maggiormente, facendoli apparire più delicati. La differenza all’assaggio non è sempre percettibile e in alcuni alimenti si avverte meno. È a mio avviso una caratteristica piuttosto soggettiva, palati più fini riescono ad avvertire maggiormente le differenze di sapidità e viceversa altri palati non riescono a percepire differenza alcuna.

In conclusione, è difficile determinare se il consumo di sale rosa possa essere effettivamente benefico o possa migliorare i nostri sughi, insalate o arrosti di carne. Inutile credere a effetti magici che diverse fonti ritenute come “scientifiche” millantano per consentire alle aziende produttrici di alzare il prezzo e approfittarsi dei consumatori. Sono arrivate numerose smentite scientifiche che hanno dimostrato che molte delle proprietà benefiche associate al sale rosa erano in realtà delle bufale inventate per generare mercato. Probabilmente come sempre ci sarà del vero e del falso in ogni considerazione, sta a noi valutare con il nostro cervello.

Sicuramente provarlo e farsi una propria idea è sempre un buon compromesso.

Andrea Muzi

Incontro con Andrea Muzi, campione di bodybuilding

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Per l’ultimo articolo della stagione, prima della pausa estiva, ho scelto come tema l’incontro che ho avuto in Radio con Andrea Muzi, giovane bodybuilder italiano già lanciatissimo nel panorama mondiale. Andrea ha partecipato alla trasmissione “Pure Body Roma Eur”, condotta dal maestro del fitness Danilo Amato, uno dei primi a prendere parte come speaker al progetto Radio Food.

È stata una trasmissione stimolante, accesa, ricca di spunti e consigli molto utili per chi ama il mondo del fitness e si allena in palestra anche a livello amatoriale come il sottoscritto.

L’intervista a Andrea Muzi: gli inizi

Andrea ha raccontato di essere entrato in palestra per caso, per recuperare da un infortunio subito mentre giocava a calcio. Da lì è nata la sua grande passione, il suo forte legame con la ghisa, senza la quale sostiene di non poter vivere. Può sembrare strano certo, ma ognuno di noi possiede un legame con uno sport, un hobby, un qualcosa che ci da energia, voglia di vivere. Andrea è un bodybuilder, ha bisogno della palestra e dei pesi. Lo rendono fiero, felice, vivo.

Quando si parla con professionisti come Andrea, che fanno di un determinato sport il proprio lavoro, viene immediatamente fuori il fatto che si tratta di persone che impostano la propria vita secondo specifiche regole e abitudini, rinunciando molto probabilmente a diversi piaceri che noi amatoriali ci concediamo abitualmente.

L’intensità della preparazione fisica

Da qui personalmente nasce la profonda ammirazione verso questo tipo di atleti. La ricerca della perfezione, la perseveranza nel raggiungimento degli obiettivi prefissati sul lungo periodo, la forza con la quale si riesce a rinunciare a determinate cose. Settimane, mesi, anni. La preparazione di un professionista a una competizione può richiedere periodi di tempo molto ampi, che possono anche subire modifiche nel corso degli stessi, ma la dedizione con la quale vanno affrontati resta sempre la stessa.

Devi solo entrare nell’ottica, devi solo entrare nell’ottica.” Questa, racconta Andrea, era la frase che il suo preparatore gli ripeteva nelle fasi iniziali, prima di addentrarsi nel professionismo. Prima di quel momento infatti, non è stato semplice per lui mettere da parte lo stile di vita di uno sportivo amatoriale e cambiare la gran parte delle proprie abitudini, sia in termini di allenamento che di alimentazione.

L’alimentazione

Già, l’alimentazione. Tutti in radio, me compreso, eravamo estremamente curiosi di capire quali fossero gli alimenti su cui Andrea strutturava la propria dieta. La domanda gli è stata ovviamente posta da Danilo. Riso, pollo, albume d’uovo, avena, merluzzo, olio di oliva, acqua minerale in abbondanza. Da qui non si scappa. La dieta di un professionista non può prescindere da questi alimenti. Anche io personalmente, pur conoscendo più o meno lo stile di vita che conducono i bodybuilders professionisti, sono rimasto stupito della forte limitazione che a questi livelli si deve avere sulla dieta.

Le piccole concessioni

E lo sgarro? Ve lo starete chiedendo sicuramente. Andrea ha dichiarato che in determinati periodi, fatta eccezione per il pre-competizione, gli viene concesso dal suo preparatore. È anche lui un essere umano come tutti noi. Sospiro di sollievo, anche gli atleti professionisti sgarrano.

Per Andrea Muzi, tutti gli allenamenti, i pasti bilanciati, le rinunce, sono tutti indirizzati al raggiungimento di un sogno, che nel suo campo è rappresentato dalla qualificazione al “Mister Olympia”, la più importante competizione internazionale dedicata al culturismo, che viene svolta dal 1965.

Con tono sincero Andrea ha raccontato: “Come un giovane calciatore sogna di giocare il mondiale di calcio, io sogno di partecipare al Mister Olympia, confrontandomi con i più grandi atleti di questo sport”.

Noi ovviamente, glielo auguriamo con tutto il cuore. Buona fortuna Andrea!

Alcolici

La birra, il vino, i liquori, è possibile inserire gli alcolici in una dieta bilanciata?

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Prendete 10 persone, chiedetegli se gli piace bere alcolici, vino o birra che sia. Almeno 8-9 di queste vi risponderanno di sì. Ecco, gli alcolici rappresentano una parte importante del Food & Beverage italiano ed europeo, sia in termini economici che personali, con molte persone che consumano una determinata bottiglia o cocktail in maniera abituale da diverso tempo.

Nonostante in molti conoscano la complicata relazione tra gli alcolici e il benessere fisico, rinunciare a tali prodotti risulta piuttosto difficile. Chi per semplice gusto, chi per abitudine, la birra in pizzeria o con gli amici è un momento di piacere di cui veramente pochi riescono a fare a meno solo per scopi di forma fisica.

Gli alcoli sono incompatibili con la dieta?

Ma è davvero necessario rinunciare totalmente agli alcolici se si vuole restare in forma o in generale mantenere sano il proprio corpo? Come sempre occorre andare per ordine e illustrare in maniera dettagliata la relazione esistente tra consumo di birra, vino, liquori, cocktail e attività/benessere fisico.

L’etanolo

Ogni bevanda alcolica contiene una percentuale più o meno alta di etanolo, la molecola con cui viene solitamente identificato l’alcol. L’etanolo ha un potere calorico non indifferente, corrispondente a circa 7 kcal per grammo (quasi il doppio dei tanto temuti carboidrati, che si fermano a 4 kcal per grammo).

Questo dato è dunque già significativo considerando gli accenni fatti nei precedenti articoli sull’importanza del bilancio calorico giornaliero per prevenire il sovrappeso.

È opportuno però fare alcuni esempi per chiarire meglio le idee. Un comune Aperol Spritz ha in media 90 calorie, mentre un bicchiere di vino (circa 125/150 ml) ne ha circa 125. La birra è invece più variabile, con un potere calorico che spazia dalle 30 alle 60 kcal per 100 ml.

È subito evidente quindi che nell’ottica di una dieta bilanciata, fa molta differenza consumare una birra piccola o una media, nonostante per molti possa risultare un vero e proprio oltraggio scegliere la porzione più piccola.

Mettendo un attimo da parte l’apporto calorico, ci sono diverse altre motivazioni scientifico-nutrizionali che portano gli sportivi ad allontanarsi il più possibile da questa tipologia di bevande.

Innanzitutto, il consumo di alcol diminuisce i livelli di performance. Ma come?

L’alcol è noto per rendere meno efficiente il trasporto di sostanze importanti, come il ferro, nel sangue e di diminuire la capacità di assorbimento della vitamina B12, portando tutti i valori ematici del soggetto in questione a peggiorare, facendogli perdere prestanza aerobica.

Inoltre, i mitocondri, la vera e propria centrale energetica della cellula, vengono ridotti in numero e funzionalità dall’alcol, che compie quindi un’azione praticamente opposta a quella dell’allenamento.

È nota anche l’azione di riduzione dei livelli di testosterone, che comporta il ritardo di circa 24 ore della sintesi proteica, andando a compromettere fortemente lo sviluppo muscolare dello sportivo.

Come al solito arrivando alle conclusioni vi starete chiedendo: “Cosa devo fare quindi? Non posso più bere quando vado a cena fuori o al pub con gli amici?”. La risposta è ovviamente dipende!

Conclusioni

Dipende da chi sei, che vita conduci, che sport pratichi e a che livello. Chi è un atleta professionista o aspira ad esserlo deve praticamente ridurre a 0 il consumo di bevande alcoliche, proprio nel tentativo di massimizzare la performance sportiva.

Andando poi a scalare sullo sport più comune, ossia quello amatoriale che la maggior parte di noi pratica, il vino e la birra non possono essere vietati totalmente, ma certo è che se si vuole migliorare il proprio aspetto o seguire un programma di allenamento o di nutrizione ben impostato è normale che il consumo sarà piuttosto limitato.

Talvolta basta anche, come detto in precedenza, bere un bicchiere di vino in meno o preferire la birra piccola a quella media per avere dei miglioramenti.

Abbiamo il coltello dalla parte del manico, sta a noi decidere che tipo di taglio effettuare.

Barrette proteiche

Le barrette proteiche ed energetiche

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Le barrette proteiche ed energetiche. Una valida alternativa alimentare che tutti noi possiamo inserire nella nostra dieta quotidiana o settimanale. Tante volte ne abbiamo sentito parlare in palestra o abbiamo notato il collega in ufficio che a metà mattinata ne consuma una per contrastare la fame prima del pranzo.

Uno degli aspetti che sicuramente porta i consumatori ad acquistarle è la praticità. Sono tascabili e dunque trasportabili ovunque, al lavoro, in viaggio o in palestra.

Magari spinti dalla curiosità e dalla comodità siete anche andati a cercarle al supermercato o su internet, ma senza riuscire a capire quali valesse la pena acquistare. Ne esistono infatti decine e decine di tipologie differenti sul mercato, che si distinguono per dimensione e composizione nutrizionale.

Perché sono così differenti tra loro? Come è possibile scegliere la più adatta al nostro regime alimentare? Occorre, come sempre, fare chiarezza partendo dall’inizio per capire come poter scegliere questi prodotti in completa autonomia.

Innanzitutto, è bene spiegare la differenza tra una barretta energetica e una barretta proteica.

Barretta proteica ed energetica: le differenze

La prima, come è facilmente intuibile, è un prodotto alimentare ideato per apportare energia al nostro organismo. Da un punto di vista nutrizionale dunque, la composizione è prevalentemente glucidica, con piccole-medie percentuali lipidiche e proteiche.

Si tratta di barrette molto utili prima di grandi sforzi muscolari o aerobici, che richiedono un dispendio di zuccheri piuttosto elevato. Consentono infatti di ingerire zuccheri di facile assimilazione, che potranno essere utilizzati dal nostro corpo durante lo sforzo, guadagnandone in termini di energia. Sono particolarmente adatte chi pratica attività sportive come la corsa, il ciclismo, il nuoto e altre attività prevalentemente aerobiche.

Quelle proteiche invece sono caratterizzate da una componente di proteine piuttosto alta, con il contenuto di carboidrati e grassi che è invece estremamente ridotto. Sono prodotti di cui beneficiano soprattutto atleti che svolgono sessioni di allenamento piuttosto intense e chi pratica attività sportiva con pesi. Il loro consumo è solitamente mirato al recupero muscolare, alla costruzione di massa magra e al raggiungimento del fabbisogno proteico giornaliero.

Infatti, specialmente per chi fa sport a livello professionistico, ma anche amatoriale, mantenere un apporto costante di proteine e altri micronutrienti come vitamine e sali minerali risulta fondamentale per il benessere dell’organismo e per il mantenimento della performance.

Leggi la recensione de “La Scialuppa da Salvatore” a Fregene

La composizione

Spesso si commette l’errore di guardare solamente la percentuale di proteine presente in una barretta, che oscilla tra il 20% e il 50% in quelle più comuni in commercio. La percentuale proteica è sicuramente importante, ma è bene osservare attentamente tutti gli altri parametri. Ad esempio, il contenuto di zuccheri, che talvolta risulta elevato anche in determinate barrette “proteiche”, che quindi traggono in inganno il consumatore portandolo ad acquistare prodotti che apportano una quantità di zuccheri più alta del necessario, mettendo a rischio i parametri glicemici in soggetti predisposti.

Un consiglio personale che mi sento di dare è di scegliere barrette che apportino almeno il 30% di proteine e che non siano composte da più del 10-15% di zuccheri.

Conclusioni

Naturalmente anche chi pratica corsa o ciclismo può ricevere numerosi vantaggi dal consumo delle barrette proteiche. Le attività associate al consumo di una specifica barretta sono puramente indicative. Sta allo sportivo valutare, meglio se con l’ausilio del proprio nutrizionista, quali sono le più indicate alla propria attività fisica.

In ogni caso, sia che si tratti di barrette proteiche sia energetiche, va tenuto presente che l’apporto calorico che ne deriva non è indifferente. È bene quindi considerare il consumo di questi prodotti nell’ottica di una dieta sana ed equilibrata che tenga conto delle calorie giornaliere o settimanali. Solo in tal modo si potranno trarre i massimi benefici dalle barrette, tra cui praticità e gusto, evitando che le calorie ingerite risultano superiori all’effettivo fabbisogno, che è la causa più frequente di sovrappeso.

Pollo

Il pollo e gli ormoni per accelerare la crescita

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Il pollo è una delle carni più amate dagli italiani. Secondo i recenti dati di consumo dell’ultimo biennio infatti, il consumo di pollo in Italia è addirittura aumentato. Il settore avicolo è già di per sé uno dei grandi trascinatori di tutto l’apparato agroalimentare nazionale, ma recentemente sembra essere ancora più produttivo.

Si tratta di un dato piuttosto scontato potreste dire, viste le dinamiche di mercato che possiamo visionare di persona ogni giorno nei supermercati. È una carne bianca, che non costa molto e che risulta molto versatile in cucina con centinaia di ricette possibili. Eppure, il dato trova la sua rilevanza se accostato alle assordanti voci di allarmismo alimentare che il pollo ha subito negli ultimi anni. Ci riferiamo ai tanti citati utilizzi ormoni ed estrogeni che vengono spesso associati alle produzioni di questa carne. È davvero così che funziona? Gli allevatori forniscono in maniera diretta ormoni ai propri polli per farli crescere più velocemente e quindi guadagnarne in termini economici?

Come sempre la risposta è ampia e dettagliata, ma stavolta è opportuno indicare dapprima la sua sintesi: “Il pollo italiano non contiene ormoni”. E chi lo assicura? Calma, analizziamo insieme la questione in maniera semplice.

Scopri il rapporto tra zuccheri e glicemia

Innanzitutto, l’utilizzo di estrogeni negli allevamenti animali è illegale sia in Italia che in Europa. Il Ministero della Salute effettua regolari controlli annuali per assicurare che questo tipo di sostanze non entrino in nessun modo a contatto con il pollame.

Tra l’altro l’utilizzo di ormoni risulta anche antieconomico per l’allevatore, che non trarrebbe alcun vantaggio sulla produttività degli animali. I polli infatti, hanno un ciclo di vita piuttosto breve, che non può essere modificato o tantomeno accelerato da ormoni.

A questo punto molti potrebbero interrogarsi sul perché i polli risultano molto più grandi e pesanti rispetto a quelli di 20-30-40 anni fa. Anche qui le motivazioni sono molto semplici.

L’alimentazione negli allevamenti

Le razze allevate sono selezionate secondo criteri più rigidi, tesi a massimizzarne la produttività. Gli allevamenti sono molto più controllati e compatibili con l’ambiente, con controlli regolari sulle malattie e il benessere degli animali. Inoltre, l’alimentazione stessa dei polli è notevolmente migliorata. Vengono infatti forniti agli animali solo cibi vegetali puri come grano o soia, che gli permettono di svolgere le loro normali funzioni metaboliche e di crescere in maniera del tutto naturale.

È evidente che, al netto di tutte le precedenti considerazioni, qualcuno può benissimo tenersi il dubbio della veridicità di tali affermazioni. Il messaggio che era però a nostro avviso importante divulgare riguarda l’atteggiamento che tutti noi dovremmo più o meno modificare quando qualcuno ci allarma di pericoli come questo, perché spesso si rivelano totalmente infondati.

La cosa migliore rimane sempre informarsi, leggere, confrontare opinioni di più esperti per poi farsene una propria, che potrà anche essere contrastante da quella pubblica, ma almeno sarà fondata su un pensiero solido e soprattutto su delle fonti più attendibili rispetto al solito e ritondante “L’hanno detto in TV”.

L’educazione alimentare non riguarda solo i cibi che mangiamo o il rapporto tra carboidrati e proteine. Essere a conoscenza di cosa c’è dietro tutto ciò che troviamo nei supermercati o nei piccoli negozi, di come vengono realmente prodotti gli alimenti e dei reali, o talvolta fasulli, pericoli a cui andiamo incontro acquistandoli. Anche questo è educazione alimentare.

vegana

Vegano o vegetariano, cosa comporta per l’organismo?

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Al giorno d’oggi seguire a pieno una dieta vegana o vegetariana è una scelta decisamente importante, che influenza la propria vita e quella di chi ci è vicino. In famiglia, tra amici o nel lavoro.

Prima di capire cosa comportano per l’organismo queste tipologie di alimentazione, è opportuno come sempre fare un piccolo passo indietro per chiarirle dapprima da un punto di vista concettuale.

La dieta vegana e vegetariana

La dieta vegetariana esclude il consumo di qualsiasi tipo di carne, sia rossa che bianca, e pesce. Prevede al contrario l’assunzione piuttosto ampia di cereali, legumi, frutta secca, frutta fresca e verdura, basando dunque l’apporto calorico giornaliero prevalentemente su carboidrati, fibra alimentare, vitamine, minerali e omega 6. Vengono conseguentemente sottovalutati, vista l’assenza di fonti proteiche importanti come carne e pesce, le proteine, i grassi saturi, la vitamina B12 e alcuni minerali come lo Zinco e il Calcio.

La dieta vegana è uno stile alimentare che esclude tutti gli alimenti che derivano dal regno animale, impedendo anche il consumo di cibi come latticini, uova e miele che invece sono ammessi nel regime dietetico vegetariano. Si tratta quindi di una filosofia alimentare molto più restrittiva, che porta le persone che la seguono a modificare totalmente il proprio stile di vita.

Che si tratti di una scelta dovuta a motivi etici, comportamentali, di gusto o di semplice moda, non sta a noi giudicarlo. È opportuno però a mio avviso enunciare tutti gli eventuali rischi in termini di salute alimentare che diete di questo tipo possono comportare.

Scopri il rapporto tra zuccheri e glicemia

Le carenze per il corpo

Le carenze più comuni che possono manifestarsi riguardano:

  • Proteine ad alto valore biologico -> le proteine contenute in pesce, carne e soprattutto nelle uova posseggono un alto valore biologico. È un parametro che indica la loro somiglianza alle proteine di cui il corpo umano è composto e la loro capacità di fornire amminoacidi essenziali all’organismo. Essendo presenti nelle uova quelle a più alto valore biologico, sicuramente una dieta vegana è più penalizzante da questo punto di vista.
  • Vitamina B12 -> è una vitamina assente negli alimenti di origine vegetale, mentre ne sono ricchi pesce, carne rossa, pollo, uova. È presente in buona quantità anche in latte, yogurt e formaggi, che rappresentano quindi un’ottima fonte per i vegetariani. È bene precisare però che nel caso di gestanti vegetariane, nel latte materno le riserve vitaminiche sono piuttosto scarse e quindi il neonato potrebbe andare incontro a carenza più o meno grave. In termini più generali una carenza di vitamina B12 può generare diversi tipi di anemie, stanchezza, tachicardia e perfino patologie più serie che coinvolgono il sistema nervoso.
  • Ferro -> il ferro è contenuto prevalentemente in alimenti di origine animale, dalle quali risulta anche più assorbibile rispetto alle fonti vegetali. La carenza di questo minerale è la causa più frequente di anemia, che rappresenta una presenza piuttosto bassa di globuli rossi nel sangue.
  • Calcio -> il calcio è un minerale fondamentale per il nostro organismo. È utile all’ossificazione ad alcune funzionalità del sistema nervoso. Le fonti più ricche sono latte e formaggi. Sono quindi i vegani a mostrare maggior rischio di carenza, che può comportare diversi danni alla struttura ossea e a tutto il sistema muscolare.

Conclusioni

Queste sono solo alcune delle carenze alimentare che una dieta vegetariana o vegana possono comportare. È possibile prevenire molte di queste tramite l’uso di integratori alimentari, che consentono di assorbire nutrienti specifici. È bene però che ogni individuo che segue una dieta specifica di questo tipo si informi dettagliatamente sulle proprietà degli alimenti a cui ha intenzione di rinunciare, per non compromettere appunto la propria salute.

Gli zuccheri e la glicemia

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Gli zuccheri sono tra i nutrienti più temuti in tema di alimentazione generale, talvolta più dei grassi. Tra chi evita i carboidrati la sera, chi tutto il giorno e chi non può semplicemente rinunciarvi, il dibattito è sempre aperto, con nutrizionisti ed esperti vari che si contendono la verità assoluta.

Come spesso accade, la verità giace nel mezzo, ma non è questo il momento di imbattersi nell’ampio discorso del consumo di carboidrati.

Zuccheri e Glicemia

Quello su cui è opportuno concentrare la nostra attenzione oggi, è il rapporto tra gli zuccheri che ingeriamo tramite l’alimentazione e la glicemia, ossia il livello di concentrazione degli zuccheri (nello specifico il glucosio) nel sangue. Si tratta di un valore scientifico fondamentale per il benessere del nostro organismo, che spesso viene sottovalutato o non compreso fino in fondo.

Dal momento che noi consumiamo alimenti più o meno ricchi di carboidrati, questi andranno inevitabilmente a stimolare un aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Questo cambiamento a livello ematico è detto risposta glicemica. Ogni alimento è in grado di determinare un aumento glicemico più o meno grande, a seconda della quantità e della natura degli zuccheri di cui è composto.

Detto ciò, perché è importante tenere d’occhio questo parametro? Che influenza reale ha sulla nostra salute?

Glicemia e Diabete

Innanzitutto, il controllo della glicemia è fondamentale per prevenire la comparsa di malattie come il diabete. È inoltre molto utile nel caso di un regime dietetico bilanciato, rendendo meno probabile un eventuale aumento di peso.

Una glicemia nella norma ha anche un effetto benefico nel rallentare la produzione di colesterolo endogeno, ossia quello prodotto autonomamente dal nostro corpo.

A questo punto, avendo chiarito l’aspetto scientifico che lega l’introduzione di zuccheri tramite la dieta e la glicemia, viene da chiedersi quali sono gli alimenti ricchi di carboidrati che ne causano maggiore alterazione e quali invece ne consentono un rilascio ridotto.

Gli Alimenti

Partendo dal pane bianco come riferimento, che è l’alimento glucidico che risulta avere un indice glicemico pari a 100, è possibile realizzare una sorta di classifica di cibi per capire il loro reale effetto sulla glicemia.

Il pane integrale ha un valore di 96, quindi molto vicino al pane bianco, mentre quello di segale integrale raggiunge il valore di 39, risultando in assoluto tra gli alimenti con valori di indice glicemico più bassi.

Scopri i 5 motivi per cui scegliere le farine integrali

Per quanto riguarda il riso c’è il parboiled con 72 e il riso integrale con 81, mentre quello soffiato arriva a 132 e perciò è altamente sconsigliato, specialmente in soggetti diabetici.

La pasta, variando i valori tra i vari formati, oscilla tra 50 e 60, risultando quindi piuttosto idonea sotto questo punto di vista. Le patate novelle si assestano su valori leggermente più alti, 80, mentre quelle al forno 135.

Nel gruppo dei legumi sono i fagioli kidney in scatola ad avere il valore di indice glicemico più alto, 74, mentre quelli borlotti e cannellini si assestano sui 50-60.

Tra la frutta spiccano le banane, se molto mature, con 90 e l’uvetta con 93, mentre ciliegie, pesche e prugne non superano 40.

Infine, il miele, essendo un alimento interamente glucidico, arriva a 126 e i biscotti secchi si fermano a 80.

Conclusioni

Si tratta comunque di valori da prendere con le pinze, nell’ottica di un’alimentazione sana ed equilibrata, ma che possono certamente rendere l’idea dell’effetto che determinati alimenti, che consumiamo più o meno spesso, possono avere su parametri fisici importanti come la glicemia.

I 5 motivi per cui scegliere le farine integrali

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Tra le grandi tendenze alimentari che si sono diffuse nella cultura alimentare italiana negli ultimi anni svolgono senza dubbio un ruolo da protagonista le farine integrali. Sono disponibili in qualsiasi punto vendita, supermercato o piccolo negozio, in quantità spesso pari a quelle delle farine più comuni. È infatti oramai possibile acquistare qualsiasi tipo di cereale nella sua versione integrale, partendo dalla pasta, passando per il riso e finendo per avena e farro.

Spesso però molti consumatori hanno un’idea sbagliata di questa tipologia di prodotti, finendo per consumarli, o al contrario evitarli, per specifici motivi che si rivelano talvolta errati.

È opportuno perciò fare chiarezza innanzitutto su cosa sono realmente le farine integrali, e poi sui reali benefici che l’organismo umano può ricevere dal consumo di queste.

Le farine integrali, e i prodotti da esse derivati, sono ottenute macinando interamente le cariossidi dei cereali. A differenza delle farine classiche, le cosiddette “farine bianche”, nel processo di produzione viene utilizzata anche la parte più esterna del cereale, che è quella che poi tenderà a donare alla farina il colore scuro che caratterizza questa determinata tipologia di prodotti.

Possiedono numerose proprietà nutrizionali che, se abbinate ad un regime dietetico bilanciato, possono apportare benefici effettivi alla salute del nostro corpo.

In sintesi, i motivi principali per cui consumarle è opportuno sono 5. Vediamoli insieme.

  1. IL CONTENUTO DI FIBRA: le farine integrali hanno un contenuto di fibre alimentari di gran lunga superiore a quello delle farine bianche. Questo componente consente di prevenire la stitichezza, di mantenere basso il livello di colesterolo nel sangue e di aumentare il senso di sazietà.
  2. L’IMPATTO SULLA GLICEMIA: un alimento derivato da farina integrale ha un impatto sulla glicemia molto limitato, permettendo all’organismo di assorbire molto più lentamente gli zuccheri, contribuendo anche a mantenere più a lungo la sensazione di sazietà.
  3. CONTENUTO VITAMINICO: un altro vantaggio nutrizionale relativo agli alimenti integrali è l’apporto vitaminico che forniscono. Le principali vitamine in questione sono la B1, la B3 e la B5.
  4. PRESENZA DI BETA-GLUCANI: all’interno di molti cereali integrali, tra cui la stessa pasta integrale, sono presenti i beta-glucani. Si tratta di molecole in grado di ridurre lo sviluppo di batteri e l’assorbimento del colesterolo nel sistema sanguigno.
  5. APPORTO DI ACIDO FITICO: all’interno della crusca di molti cereali è presente l’acido fitico, un importante antiossidante che permette anche di legare numerosi minerali preziosi come zinco, ferro, calcio e magnesio.

Tutti gli elementi sopra citati non devono ovviamente indurre a cambiare totalmente il proprio regime dietetico in favore degli alimenti derivati da farine integrali. Al contrario lo scopo è spiegare perché tali prodotti posso essere utili per la salute di tutti noi, cercando di condurre le persone a una progressiva introduzione di questi alimenti all’interno della propria alimentazione, cominciando magari ad alternarli con quelli di più comune utilizzo.

I benefici del miele genuino

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Il miele. Un alimento simbolo della cultura alimentare mediterranea, quasi sempre utilizzato per dolcificare dolci e bevande. Ne esistono però di diversi tipi e con differenti proprietà, molto preziose per la salute e per la cosmesi. Per saperne di più e capire meglio perché è bene consumarlo è opportuno andare nello specifico nelle caratteristiche di questo alimento.

Innanzitutto, il miele è un alimento che le api producono svolgendo la loro funzione biologica partendo dal nettare o dalla melata. Nel primo caso si parla di miele ottenuto dal nettare delle piante, con le api che agiscono fisicamente sui fiori. Nel caso della melata il miele è ottenuto principalmente dalle sostanze secrete da insetti succhiatori oppure da secrezioni provenienti da parti vive di piante. Nella seconda tipologia, essendo stata la linfa delle piante già digerita dagli insetti, il contenuto glucidico risulta leggermene più basso. Il miele di melata è quindi più scuro, con caratteristiche aromatiche floreali molto inferiori.

Le caratteristiche del miele

Quello di melata è spesso però considerato molto piacevole al palato, con un gusto originale e numerose proprietà benefiche utili all’organismo, che spesso vengono sottovalutate. Prima tra tutte, l’alta percentuale di minerali presente, tra cui ferro e zinco. L’abbondante presenza di questi minerali rende il miele di melata particolarmente adatto come ricostituente naturale del sistema nervoso. È noto infatti che abbia effetti benefici sul cervello, sulla regolazione del ciclo mestruale e in generale sull’umore.

Per quanto riguarda i mieli di nettare, in Italia, uno dei più consumati e apprezzati è quello d’Acacia. È un alimento caratterizzato dall’alto contenuto in fruttosio, che contribuisce quindi a recargli un importante potere dolcificante.

Inoltre, l’alto contenuto di questo zucchero, rende il miele di Acacia un alimento piuttosto energetico, che può sostituire i più comuni integratori presenti in commercio.

I diabetici leggeri possono utilizzare il miele di Acacia come rimedio naturale, in quanto il suo contenuto di zuccheri è in larga parte dovuto al fruttosio e quindi la sua metabolizzazione non richiede insulina.

Altre proprietà utili che lo caratterizzano riguardano l’efficacia nei trattamenti per il mal di gola, l’azione disintossicante del fegato e un generale benessere per l’apparato digerente.

I suoi benefici per il corpo

In conclusione, avendo trattato le varietà di miele principali e le numerose proprietà benefiche in termini di salute e benessere, si può affermare che un’assunzione consigliata nell’ottica di un’alimentazione sana corrisponde ad un cucchiaio al giorno. Questa quantità è ovviamente indicativa e non può sostituire eventuali medicinali utili alla guarigione di specifici disturbi. In generale però un consumo prolungato di un cucchiaio di miele al giorno può apportare benefici in termini di:

  • Vie respiratorie: azione di calmante della tosse
  • Fegato: azione protettiva e di disintossicazione
  • Rene: azione diuretica
  • Sangue: apporto antianemico grazie al contenuto di ferro
  • Azione cicatrizzante e antibatterica
  • Muscoli: aumento della performance sportiva e della resistenza alla stanchezza.

Il salmone, l’olio d’oliva, la frutta secca: perché i grassi non vanno sottovalutati

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Attento all’olio, fa ingrassare, devi metterne il meno possibile”. Una considerazione molto diffusa nella nostra cultura alimentare, che vi sarà sicuramente capitato di fare o sentirvi dire.

Molto spesso gli alimenti grassi vengono visti come un qualcosa da evitare, perché recano (apparentemente) solo danni alla nostra forma fisica. Limitare però al minimo il consumo dei grassi non è la miglior azione possibile per prevenire il sovrappeso o le maniglie dell’amore. I lipidi svolgono funzioni fondamentali all’interno del nostro organismo, senza le quali le cellule smetterebbero di vivere. Cosa è dunque necessario fare? Utilizzare più olio? Utilizzarne meno? Facciamo prima un piccolo passo indietro.

I grassi (o lipidi) rappresentano, assieme a carboidrati, proteine e acidi nucleici, una delle quattro macromolecole fondamentali dell’organismo umano, attraverso le quali le cellule possono svolgere le loro funzioni vitali. Già questa piccola introduzione scientifica dovrebbe far intendere l’importanza biologica dei lipidi, che vanno quindi considerati nell’ottica di un’alimentazione sana con la stessa rilevanza di carboidrati e proteine.

Quindi posso mangiare una buona quantità di grassi ogni giorno? Anche dolcetti, maionese e patatine fritte? No, calma. I grassi possono essere molto diversi tra loro. Assumere olio di oliva, salmone e frutta secca comporta conseguenze ben differenti rispetto a quelle derivate dall’assunzione di alimenti come fritti, burro o biscotti. La differenza risiede nella struttura chimica dei lipidi di cui questi alimenti sono prevalentemente composti. I primi sono principalmente grassi insaturi, tra cui omega 3 e omega 6, dei quali si sente spesso parlare in termini di benefici nutrizionali. I secondi invece sono per lo più grassi saturi che, al contrario degli insaturi, sono molecole meno preziose, in quanto in grado di aumentare il livello di colesterolo in circolo nel sangue, innalzando di conseguenza la possibilità di contrarre malattie cardiovascolari, e il livello di accumulo del grasso corporeo.

In particolare, l’olio extravergine di oliva, che come detto viene spesso considerato come la causa principale di accumulo di grasso sulla pancia per gli uomini e sulle gambe per le donne, è un vero e proprio elisir di salute e benessere, andando ad incidere anche sull’aspetto estetico della pelle. Ha infatti un enorme potere antiossidante (grazie alla quantità di vitamina E presente), che permette di ritardare l’invecchiamento delle cellule e di mantenere la pelle idratata. Presenta inoltre numerose altre funzioni, elencate qui di seguito.

  • Regolazione della pressione arteriosa;
  • Regolazione del livello degli zuccheri nel sangue;
  • Regolazione del livello di colesterolo;
  • Aumento del senso di sazietà e minore possibilità di sovrappeso.

Si tratta dunque di un alimento estremamente prezioso, ma che va consumato in misure adeguate, solitamente corrispondenti a due cucchiai al giorno. Questa determinata quantità è puramente indicativa e può variare in base al regime dietetico che si segue e al bilancio calorico giornaliero previsto. Lo stesso concetto vale per cibi come il salmone, ricco di omega 3, che è ideale consumare 2-3 volte la settimana, mentre una manciata di frutta secca può essere consumata anche a livello quotidiano, in modo che l’organismo possa assumere gradualmente quei nutrienti preziosi di cui è composta.